martedì 10 febbraio 2009

Bruce Springsteen: Working on a Dream

Voglio dedicare il mio primo post a tema musicale all'artista cui sono più legato, da tanti anni ormai.
Bruce Springsteen non ha certo bisogno di presentazioni, rappresentando egli nell'ambito del panorama musicale internazionale uno dei rarissimi esempi di musica di alto livello nel corso di una carriera ormai infinita.

Confesso che non sentivo l'esigenza di un suo album così vicino al precedente "Magic", perchè essendo ancora fresco il ricordo del lunghissimo tour che è terminato pochi mesi fa, ritenevo giusta una pausa: la sovraesposizione nuoce ad un artista.

Posso dire liberamente che ho cambiato idea.

Questo album mi ha spiazzato. E non solo perchè è venuto molto presto, ma perchè è diverso da tante altre cose da Springsteen fatte in passato.
E' un album di musica pop, pieno di buoni sentimenti e felicità.
E' venuto fuori in un momento particolare della vita del suo autore: terminata una tournéé lunga e costellata di successi e sold-out in tutto il mondo, Springsteen si è impegnato per la campagna elettorale a sostegno dell'attuale presidente Barack Obama, ed è apparso al Super Bowl con 12 minuti infuocati nel bel mezzo della diretta televisiva mondiale.
Tutta un'operazione commerciale? Può darsi: l'album cade a fagiolo, ed è molto commerciale... i giapponesi della Sony saranno contenti, loro che pensano solo a fare soldi...

In rete ho letto recensioni discordanti sull'album: da una parte chi lo osanna a dismisura, dall'altra chi lo marchia come una porcheria.
Dove sta la verità, nel mezzo? Non necessariamente.

Diciamo subito che questo artista ha dato il meglio di sè quando è stato preda di malesseri dell'animo, componendo assoluti capolavori della musica leggera.
Ma io dico che ha benissimo il diritto di esprimere anche il buonumore, e questo trova la sua espressione più diretta in un tessuto musicale pop.
E poi: chi dice che Springsteen non ha realizzato un bell'album, non ne realizza più, o cose simili, forse non ha fatto i conti col fatto che questo artista non è obbligato per forza a scrivere la stessa musica, a tracciare le solite tematiche, perchè così facendo farebbe il verso a se stesso.
Del resto, pensiamo ai primi due album, quelli della gioventù che ancora non aveva sbattuto il muso contro la vita: non sono scanzonati anche questi? O ancora agli album del 1992, "Human Touch" e "Lucky Town", che avrebbe benissimo potuto contrarre con una scelta oculata dei brani in un unico disco.

Io non mi attendo sempre il massimo da lui, ma che scriva un album con sincerità e onestà, questo sì. E l'ha fatto anche stavolta.

Questo album è stato composto e realizzato in larga parte nel corso della scorsa tournéé, si è detto, quasi di nascosto, e terminato con qualche aggiunta dell'ultim'ora, ed è pieno della vitalità che i concerti hanno avuto nello scorso biennio.
E' suonato benissimo dalla band: nessuno sbaglia un colpo.
E' cantato alla perfezione da Springsteen, la cui voce ha assunto da tempo un timbro deciso, senza dover urlare per forza come faceva in passato.
Come è composto, però? In maniera varia, questo è il punto. E' come se Springsteen avesse messo su questo album idee già in carniere (chi lo conosce bene sa che appunta tutto e non butta niente).
Il risultato? A chiare lettere: un buon album pop, che non aggiunge ma anche non toglie niente alla sua carriera, un album rilassato, meditato ma non sofferto (se non in poche pagine, forse le migliori), da mettere in macchina o a casa con le finestre aperte, e a volume alto.
La produzione di Brendan O'Brien poi stavolta ha fatto meno danni che in passato, appiattendo di meno i suoni, e rendendo l'ascolto più godibile.

Le canzoni, allora.
C'è di tutto, davvero: finalmente un pezzo sul country andante ("Tomorrow Never Knows", che ricorda l'atmosfera di "My Beautiful Reward"), uno che arriva diretto dal blues ("Good Eye", che ricorda anche la "Reason to Believe" del Devil and Dust Tour, ma anche le sonorità di "Spare Parts", il pezzo più amaro di "Tunnel of Love"), qualche pezzo tirato (su tutte "My Lucky Day") e un pugno di ballate che sembrano venire fuori direttamente dalle armonie delle sue ballate dei primi anni ottanta: "Queen of the Supermarket", "Kingdom of Days", e soprattutto "Surprise, Surprise", col suo finale in crescendo.

Forse le cose più belle però vengono dai due pezzi più amari dell'album (guarda caso).
"The Last Carnival" (che segue la "Terry's Song" del precedente Magic) che Springsteen ha scritto col cuore in mano per salutare Danny Federici (morto a causa di un melanoma che non gli ha dato scampo), suo tastierista da quando ha iniziato a suonare, e amico di mille avventure (bello il cameo all'accordion del figlio di Danny, Jason): una delle canzoni più "sentite" da Springsteen in tutta la sua carriera.
Infine la bonus track, "The Wrestler", scritta per l'omonimo film con Mickey Rourke, che sa di polvere e sangue, e che Springsteen suona da solo.



Oggi la penso così, domani forse cambierò idea e mi stuferò di ascoltarlo, però in questi giorni il cd è padrone del mio player, e va bene così.
Vedremo dal vivo cosa combinerà: passerà in Italia a luglio, a Roma, Torino e Udine, negli stadi, e sarà una festa. come di consueto, del resto è il miglior performer in giro (e da tempo), e il gruppo è una macchina da rock and roll coi fiocchi.

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