sabato 31 ottobre 2009

Sassari, 13 novembre 2009: "INTERCETTAZIONI, DDL ALFANO e LIBERTA' DI STAMPA"

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Ecco come ri reagsice alle spallate che il Regime dà alla Nostra Patria Italia e alla Democrazia: organizzando e PARTECIPANDO a Convegni come questo:


venerdì 13 novembre 2009
16.00 - 18.00
Sassari (Hotel "Grazia Deledda")
V.le Dante, 47


"INTERCETTAZIONI, DDL ALFANO e LIBERTA' DI STAMPA"

Dopo la presentazione dell’Avv. Giovanni Isetta (PD Giustizia Sassari), moderati da Giovanni Stasera (giornalista di "La Repubblica") interverranno :

On. Donatella Ferranti (PD)
On. Guido Melis (PD)

On. Federico Palomba (Deputato e Responsabile Regionale "Italia dei Valori")
On. Luigi de Magistris (Europarlamentare "Italia dei Valori")
On. Giommaria Uggias (Europarlamentare "Italia dei Valori")

Maria Francesca Chiappe (Presidente "Unione Cronisti Sardi")

On. Elias Vacca (Responsabile Nazionale Giustizia PdCI)


E ricordate: il peggior peccato è l'indifferenza. L'indifferenza aiuta il Regime a consolidarsi!

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La storia di Alfano: da Cuffaro, Ciancimino al DDL (Salva-Mafia) sulle Intercettazioni


Luminosissimo articolo a firma di Lirio Abbate apparso sul sito de L'Espresso. Ecco quindi la storia personale e la carriera politica dell'uomo che ha perso la faccia col Lodo Salva-Berlusconi e sta per mettere la firma sul DDL riguardante le Intercettazioni, che tanti vantaggi porterà alla Mafia e alla Criminalità Organizzata in genere, azzoppando il lavoro della Magistratura Inquirente e Giudicante oltre che della Forza Pubblica impegnata all'accertamento e alla prevenzione dei Reati. Da leggere tutto con attenzione.


L'ANGELINO CUSTODE


[I rapporti con il figlio di Ciancimino, le accuse per i disegni che ostacolano la lotta alla mafia, la sua rete siciliana. Ecco chi è il ministro Alfano, fedelissimo di Berlusconi, che deve sistemare la questione giustizia]

Quando il Cavaliere sentì pronunciare per la prima volta il nome di Angelino Alfano disse: "E chi è?". Era il 1999. Silvio Berlusconi all'epoca non conosceva ancora le doti dell'enfant prodige della politica siciliana. E nove anni fa, presentandosi a Villa San Martino, insieme al suo "padrino" Gianfranco Miccichè per spiegare che in Regione volevano fare il ribaltone, portando Totò Cuffaro nel centrodestra, Berlusconi incontrò i due siciliani tra la sala da pranzo e il giardino. L'anno dopo, però, la scrivania di Alfano era nell'ufficio accanto a quello del leader a Palazzo Grazioli. La stessa stanza in cui aveva lavorato a lungo Gianni Letta. Angelino era diventato deputato, ma anche il capo della segreteria politica di Berlusconi. Un fedelissimo. E per questo è un uomo di governo che non può riservare sorprese al suo premier. L'uomo giusto - per Berlusconi - alla guida del ministero della Giustizia. Il Cavaliere sembra aver un debole per i siciliani. In uno degli incontri ad Arcore gli chiese, sorpreso: "Ma davvero lei è siciliano? La sento parlare in italiano...".

Di Angelino dicono tante cose. Ma la democristianissima abilità nel tessere e tranciare alleanze negli ultimi due anni ha spezzato il cuore a Miccichè e a Stefania Prestigiacomo, per via del fatto che ormai il Guardasigilli è il vero padrone del Pdl in Sicilia.

Strettissimo è invece il legame con Schifani, tanto che in via del Plebiscito li chiamano "Angelino e Renatino". Alla vigilia dell'ultima campagna elettorale per la presidenza della Regione, Raffaele Lombardo viene preferito ad Alfano. Lui storce il naso e commissiona un sondaggio nel quale il 70 per cento dei siciliani ha un sogno solo, andare a cena con Angelino Alfano. E di pranzi e cene il futuro ministro ne ha fatte diversi con Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo. I contatti tra l'enfant prodige e il "dichiarante" chiave nelle indagini sulle trattative tra Stato e mafia sono agli atti delle inchieste in cui Ciancimino è imputato. Contatti mediati dal palermitano Vincenzo Lo Curto, ex amministratore delegato di Biosphera spa - uno dei carrozzoni che gravano sui bilanci della Regione Sicilia - amico del parlamentare Dore Misuraca (Pdl). E attraverso Lo Curto e Misuraca, Alfano ha viaggiato pure sull'elicottero dell'Air Panarea, riconducibile per i pm sempre a Ciancimino. Secondo il figlio dell'ex sindaco, Alfano si sarebbe imbarcato sull'elicottero in due occasioni con la moglie, l'avvocato Tiziana Miceli, per raggiungere Panarea fra giugno e luglio 2004, insieme a Dore Misuraca e alla moglie. Viaggi che sarebbero stati pagati, secondo gli atti acquisiti dalla procura, da una società del figlio dell'ex sindaco mafioso. Dettaglio di cui però Alfano potrebbe non essere stato a conoscenza.

Ma Angelino, 39 anni, avrebbe cominciato a prendere il volo molto prima, decollando dall'agrigentino. Brucia le tappe in politica: eletto a 25 anni all'Assemblea regionale, poi parlamentare a Roma, nel 2005 diventa coordinatore di Forza Italia in Sicilia. Nell'estate di quell'anno, davanti al Consiglio nazionale del partito, Berlusconi presenta il suo trapianto di capelli come una nuova manifestazione della sua energia indomabile, la prova regina delle sue capacità quasi soprannaturali: "Ho vinto il cancro, ho vinto la calvizie. Questo vuol dire che chi crede ci riesce ". Alfano lo ascolta strabuzzando gli occhi. Sempre con ammirazione. Pensa alla sua pelata. Ai capelli folti che aveva al liceo. Pensa a quanto il premier tenga all'immagine dei suoi uomini. Così arriva l'idea di far anche lui un trapianto. E il consiglio su uno specialista al quale rivolgersi lo chiede direttamente a Massimo Ciancimino. Lui aveva sperimentato il trapianto qualche anno prima, e lo aveva confessato al deputato azzurro durante uno dei loro incontri. Così tre anni fa il futuro ministro della Giustizia viene indirizzato nello studio medico di un professore sulla Salaria a Roma. E il trapianto, senza bandana, viene eseguito.

Il 2005 è l'anno dell'exploit. La prima uscita tv da coordinatore regionale di Forza Italia la fa su Raidue. È una puntata su Cosa nostra che va in onda dal quartiere Brancaccio di Palermo. Alfano scandisce con nitidezza: "La mafia mi fa schifo". E aggiunge: "Io appartengo a una generazione di ragazzi che andava alle elementari quando hanno ucciso Mattarella, alle medie quando hanno ammazzato Dalla Chiesa, all'Università quando sono saltati in aria Falcone e Borsellino. Noi abbiamo il marchio a fuoco dell'antimafia". La trasmissione viene seguita in carcere anche da alcuni boss agrigentini. Lo racconta il "pentito" Ignazio Gagliardo: "Abbiamo visto Angelino Alfano parlare in televisione e dire che la mafia fa schifo". Poi aggiunge che il padre del ministro - un insegnante conosciuto ad Agrigento come notabile della locale corrente fanfaniana - "aveva chiesto ai boss voti per Angelino".

Di giustizia in senso stretto si è occupato ben poco Alfano prima di arrivare in via Arenula. Laureatosi in legge alla Cattolica a Milano, non ha mai preso l'abilitazione per fare l'avvocato, e dunque non ha mai affrontato la trincea forense. La politica ha preso subito il sopravvento. Seppure abbia alle spalle un dottorato in diritto dell'impresa e abbia collaborato con la cattedra palermitana di Istituzioni di Diritto Privato, non ha mai indossato la toga. Sua moglie, Tiziana Miceli, 37 anni, è invece un avvocato molto richiesto nel civile. Ed è anche una professionista che riceve consulenze esterne da parte di pubbliche amministrazioni gestite prima da Forza Italia, ora dal Pdl. Le nomine sembrano coincidere con l'ascesa politica di suo marito. Stessa cosa vale per il collega con il quale l'avvocato Miceli divide lo studio a Palermo. È Cirino Gallo, 42 anni, sindaco nel messinese. Ha ricevuto consulenze dal Comune di Agrigento nel settembre 2004, nello stesso periodo in cui Alfano era assessore. Una vicenda per cui il legale è stato indagato e poi prosciolto dal gip.

Coincidenza vuole che nel 2004 il suocero dell'onorevole Misuraca - il suo compagno di vacanze alle Eolie - il professore Ettore Cittadini allora assessore regionale alla Sanità, avesse nominato Tiziana Miceli fra i tre componenti del Consiglio di amministrazione della Fondazione Michele Gerbasi. Doveva gestire il centro di eccellenza materno-infantile previsto a Palermo, per un costo di circa 58 milioni di euro. Quando entra a far parte del governo, però, Alfano non si spende per il suo amico Misuraca, che punta a diventare coordinatore regionale. E qui si spezza una lunga conoscenza: Misuraca, con la sua grande dote di voti lo molla, e sceglie il braccio di Miccichè, che adesso è un nemico del ministro.

Lontano da Palermo, gli avversari diminuiscono. E ci sono altre questioni da tenere a bada. Il primo giorno nel palazzone di via Arenula Alfano sostiene che gli sono venuti i brividi quando è passato accanto alla targa che ricorda Giovanni Falcone. Ad ogni buon siciliano viene la pelle d'oca quando pensa alle vittime delle stragi del 1992. Ma la sua linea antimafia, professata in ogni occasione pubblica, fin da quando era al liceo, sembra in rotta di collisione con alcuni provvedimenti o disegni di legge.

Lo dicono gli stessi magistrati che conducono inchieste sulla criminalità organizzata e i politici collusi. Lo sostiene il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia: "La legge sulle intercettazioni (il ddl Alfano, ndr) che si sta tentando di far approvare al Parlamento è frutto della ricerca di impunità a tutti i costi di una classe politica incline a delinquere. E che ha paura della condanna morale dei cittadini. Per questo si vuole imbavagliare la stampa".

Alfano ha dedicato la sua nomina a Guardasigilli al giudice agrigentino Rosario Livatino, ucciso dalla mafia all'età in cui Angelino è diventato ministro. È biasimato dai magistrati non per i suoi discorsi, ma per i fatti. Nei suoi interventi ricorda spesso che la sua generazione "ha una sorta di vaccino culturale antimafia". I pubblici ministeri invece lo criticano. E il suo disegno di legge è stato attaccato nelle sedi istituzionali: lo ha fatto Piero Grasso davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Il procuratore nazionale a febbraio ha dichiarato: "Lo avremmo preso Provenzano, lo storico capo latitante di Cosa nostra, se avessimo avuto in vigore norme come quelle previste dall'attuale ddl sulle intercettazioni che appesantiscono moltissimo il ricorso alle riprese video, a quei filmati che ci hanno consentito, con telecamere piazzate in tutta Corleone, di arrivare al rifugio del boss?".

È una delle contestazioni più decise al disegno di legge: la volontà di rivoluzionare le regole sulle intercettazioni ambientali e sulle telecamere nascoste, strumenti fondamentali contro Cosa nostra. Il ministro replica e sostiene che occorre "evitare alcuni abusi soprattutto in materia di privacy che è un diritto costituzionale". Ma più che alla privacy dei comuni cittadini, sono molti tra gli operatori della giustizia a ritenere che la nuova raffica di riforme nate nel dicastero di Alfano possa servire a tutelarne solo alcuni.

Negli anni caldi dello scontro politicamagistratura, non sono mancate sue dichiarazioni di solidarietà a Marcello Dell'Utri, dopo la condanna in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il futuro Guardasigilli sosteneva allora che "si sono costruiti teoremi per condannare Dell'Utri, ma il risultato è che oggi abbiamo un'altra prova che la giustizia è malata". Nel Transatlantico in tanti sostengono però che il vero ministro è l'avvocato-deputato Niccolò Ghedini, il difensore del premier. Mentre negli uffici del dicastero di via Arenula la persona che temono di più è Augusta Iannini, il capo dell'ufficio legislativo, moglie di Bruno Vespa. Ghedini e Iannini è la coppia da cui passano i provvedimenti più importanti che devono essere varati dal ministero. Martedì scorso poi anche il suo amico Schifani si è rimesso a dettare l'agenda per il Guardasigilli: "La nuova legge sulle intercettazioni, il nuovo codice penale, le nuove regole di speditezza nella celebrazione dei processi civili, la riforma dell'ordine forense per creare avvocati che possano contribuire al funzionamento della giustizia sono le vere priorità". E Alfano? Berlusconi dieci anni fa avrebbe detto: "E chi è?".

giovedì 29 ottobre 2009

Anche la Forza Pubblica volta le spalle a Berlusconi: sempre più solo

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Incredibile: i governi di Destra hanno sempre fatto attenzione a tenere dalla loro parte le Forze dell'Ordine, forti di quell'ideale militarista e dell'uomo forte che ha caratterizzato il loro pensiero e operato. Così faceva pure Berlusconi, che usava spesso parole dolci ("i nostri ragazzi" e simili). Ma al Dire non è seguito il Fare: tagli tremendi ai fondi e le solite cafonaggini del Ministro Brunetta hanno fatto saltare la Santabarbara. I sindacati della Polizia sono scesi in piazza e hanno replicato punto su punto alla presa in giro del governo Berlusconi, sempre più avviato verso una perdita radicale di ogni tipo di consenso, sempre più diretto a tagliare qua e là (l'esempio della Scuola con la "riforma" Gelmini è il più caratteristico, anche se lì ci sono questioni anche e soprattutto ideologiche, leggasi l'uccisione della fucina della Cultura e del Libero Pensiero e Arbitrio) senza criterio alcuno.

Le organizzazioni sindacali della Polizia di Stato Siulp, Sap, Siap, Silp Cgil, Ugl Polizia di Stato, Coisp della Polizia Penitenziaria; Sappe, Osapp, Sinappe, Fns, Uil P.A., Fp Cgil, Uspp Ugl del Corpo Forestale dello Stato; Sapaf, Ugl, Fe.Si.Fo, F.N.S., Uil P.A. Forestali, F.P.Cgil hanno, organizzato una manifestazione con corteo partita da Piazza Bocca della Verità alle 9.30 e arrivata in Piazza Navona, per il comizio finale. Nel lungo corteo striscioni e slogan contro la politica economica del governo e riferimenti alle ultime vicende di escort e trans che hanno coinvolto i politici. La Polizia insomma parla chiaro: basta col malcostume, basta con questa gestione nociva delle risorse dello Stato.

Tra loro è spuntato un busto in cartapesta dedicato a Silvio Berlusconi: “Papi, come ci hai cucinato bene”. E i 40mila in piazza hanno criticato il ministro della Funzione Pubblica e le ronde: “Brunetta buffone”, “Le ronde sono vergognose”.

I sindacati delle forze di polizia quindi denunciano “le irresponsabili scelte del governo”, come la riduzione di oltre 40mila unità del numero degli operatori in servizio e la “sottrazione del 44% delle risorse alle attività operative e organizzative”. Inoltre le forze dell’ordine criticano la decisione “di rinviare di tre anni il rinnovo del contratto collettivo di lavoro e di sottrarsi all’impegno di realizzare un nuovo modello di sicurezza che esalti le professionalità”. E ancora: “Sono scelte, queste del governo, che smentiscono gli impegni assunti in campagna elettorale, ed esprimono una sostanziale indifferenza verso il diritto alla sicurezza dei cittadini”. Parle che pesano come macigni.

I sindacati sostengono che “i tagli incidono pesantemente anche sulla spesa corrente e sulle voci di bilancio ministeriale relative all’acquisto delle autovetture, della benzina, alla gestione degli uffici e delle strutture”. Tutto questo incide e inciderà ancor di più dal 2010 sul “reale controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine” e quindi “sulla sicurezza dei cittadini”.

Le denunce sono nette: “Ad oggi, purtroppo, la politica del governo è un’altra”. Il taglio di circa tre miliardi di euro in tre anni al Comparto Sicurezza e Difesa, unito agli effetti dell’ex decreto Brunetta ora convertito in legge, “sta producendo una pesante riduzione di personale a causa del mancato turn over e un innalzamento dell’età media dei poliziotti italiani, che ormai sfiora i cinquant’anni”.

Alla protesta partecipano membri della Polizia e della Guardia di Finanza, agenti della Polizia penitenziaria e del Corpo forestale dello stato. C’è anche il Cocer dei Carabinieri. “Per una volta siamo tutti uniti”. “Da questo governo, che ha avuto anche i nostri voti, abbiamo avuto solo promesse e ora ci troviamo con macchine che fanno schifo, senza soldi per la benzina e caserme in cui non si pagano gli affitti”.
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Il governo Berlusconi è alla deriva, e il pesante condizionamento psicologico e anticulturale operato dagli organi di stampa del Regime non riesce più a mettere le pezze giuste: l'Italia sta voltando le spalle a questo Malaffare.

Berlusconi è solo, solo con i suoi avvocati, che nei Ministeri e in Parlamento operano solo per cambiare le Leggi onde evitargli il carcere, e solo con pochi alleati che per pura convenienza e logica di potere gli stanno a fianco: leggasi soprattutto la Lega, coi suoi deliri distruttivi dell'unità d'Italia, e qualche manciata di leccaculo adoranti all'interno degli altri partiti confluiti nel PDL.

Era scappato Casini, sta scappando Fini con tutta Alleanza Nazionale, perfino Alfano si sta stufando (legi il post precedente): i cocci cadono a terra rumorosamente.

In mezzo a tutto questo squasso, figlio dell'operato del governo teso solo a occuparsi degli interessi del Capo, c'è un'Italia senza identità, senza una guida valida, che crolla nel baratro di una economia alla canna del gas.

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Un nuovo, patetico e anticostituzionale Lodo salva-Berlusconi, a firma di Ghedini

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E' una vergogna! Ecco un nuovo attacco alla Costituzione, ai Principi solidi su cui si regge l'operato della Magistratura, ed è ad opera dell'avvocato più vicino alle malefatte del Capo, e cioè Niccolò Ghedini (nella foto, col suo cliente).

Stavolta Alfano non ci sta: ha già messo la faccia sul Lodo che è stato bocciato dalla Suprema Corte e non ne vuole più sapere, ieri ha parlato chiaro. Ma i malcontenti sull'ennesima Legge Ad Berlusconi sono molto diffusi nella maggioranza, a partire proprio dai deputati e senatori di Allenza Nazionale, i quali adesso che il loro leader Gianfranco Fini sta cercando di operare in maniera abbastanza neutrale in quanto Presidente della Camera, stanno ritrovando una piccola parte di quello spirito giustizialista e rispettoso della Magistratura che avevano pienamente prima dell'alleanza con Berlusconi: e cioè quando ai tempi di Mani Pulite, con Fini, manifestavano per strada contro il malaffare di cui Craxi e Berlusconi erano i principali artefici, chiedendone la testa (io non l'ho dimenticato).

Ghedini è furbo: è pronto, pur di ottenere l'approvazione di questo scandaloso Lodo, a fare un bieco baratto: e cioè fare qualche passo indietro sulla normativa delle Intercettazioni, che tanto scandalo ha suscitato in chi ha rispetto delle Leggi e dell'operato della Magistratura Inquirente oltre che delle Forze dell'Ordine (a proposito: la Polizia è in rotta col governo Berlusconi, per i tagli che sta subendo, 3 miliardi di euro...).

Ghedini stava già cercando di far approvare la disposizione per cui le prove di un processo non possono essere utilizzate in un altro: smantellando quindi quello che è un Principio Cardine del Sistema Giudiziario, teso a garantire la Celerità dei Processi tanto sbandierata da Berlusconi. E ora questo schifoso Lodo...

In cosa consiste questo Lodo? Nello spostare, per i REATI commessi da chi ricopre alte cariche dello Stato, la competenza dal Giudice Naturale (e qui parla chiaro la Costituzione: non si può fare) al Tribunale di Roma, dentro il quale con ogni probabilità Ghedini e tutti gli scagnozzi di Berlusconi hanno o contano di costruire le conoscenze giuste per insabbiare tutto. Ma il risultato sarebbe anche: spostati i processi a questo nuovo Tribunale, essi rischierebbero di ripartire da capo, o almeno di venire sepolti da eccezioni procedurali avanzate dagli avvocati di Berlusconi, con la prescrizione dei reati dietro l'angolo.

E' una vergogna, incredibile e incivile oltre che ANTICOSTITUZIONALE... il vero fautore del Lodo Alfano, e cioè Ghedini, ancora una volta carica a testa bassa la Costituzione, perchè Berlusconi ha paura... e questa è la ulteriore prova lampante che Berlusconi ha realmente commesso quei reati per i quali è sotto processo, a partire dalla Corruzione di Mills, guarda caso nuovamente condannato in appello.

L'attenzione ora si sposta su Napolitano... firmerà?
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Fra i tanti articoli di giornale, leggete questo, è particolarmente illuminante!

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mercoledì 28 ottobre 2009

La telefonata a Ballarò di Sua Indecenza

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Berlusconi avrà la scusa, quando riceverà ulteriroi e nuove piogge di critiche per questa delirante telefonata a Ballarò: era malato, aveva la scarlattina!

Sono incazzato nero, schifato, divertito, e ancora più determinato a continuare l'opera di diffusione delle malefatte di questo "politico" (le virgolette sono obbligatorie: non vorrei essere denunciato dalla categoria dei politici, per averli accostati a lui).

Anzitutto i video: una telefonata durata più di 20 minuti.





Ne ha avuto per tutti, ma maggiormente hanno pesato le accuse di "comunismo" ai Magistrati (inquirenti e giudicanti) che si sono occupati dei suoi REATI, l'atteggiamento da padrone cattivo del servizio pubblico, con le urla ripetute a Floris, e le consuete accuse di aver "ereditato" le cattive condizioni dell'economia italiana... quando proprio lui con la Legge Biagi e la Riforma Gelmini ha creato e sta continuando a creare disoccupazione, e quando deve incidere sul serio sull'economia nazionale, dà la precedenza agli interessi delle sue imprese, sfasciando tutto.

Alfano era lì. Mi ha fatto un po' (ma solo un po', perchè se lo merita) pena: ieri è stato ridicolizzato, lui alla continua ricerca di scuse, arrampicandosi sugli specchi per giustificare le sparate del Capo e tutti gli stupri al nostro ordinamento giuridico che anche per mano sua il Kaiser sta operando sui codici, sulle leggi e sulla Costituzione.

Applaudo le parole degli altri ospiti, a partire da Rosy Bindi, che anche nello stile (cioè per come si esprime) oltre che per i contenuti di quello che dice, è davvero una signora.

Berlusconi è fuori controllo: ne abbiamo avuto l'ennesima conferma, e abbiamo perso il conto. Si lamenta che interviene per telefono anche quando sta male perchè non gli viene mai garantito il contradditorio... quando lui si ritaglia con Vespa o nelle sue reti trasmissioni ad hoc dove il contradditorio non esiste; sputa le sue falsità, le sue menzogne e le sue accuse oltre che un mare di insulti.

Ma la replica non ha tardato: l'ANM ha detto a chiare lettere "I magistrati non devono essere intimiditi", e "Se le nostre toghe sono rosse, lo sono per il sangue versato dai magistrati che hanno pagato con la vita la difesa della legalità e dei valori costituzionali, a cominciare da Falcone e Borsellino", e di tutti gli altri che "hanno perso la vita in nome della difesa della legalità", infine "Rispondiamo solo alla legge e alla Costituzione, i magistrati non devono essere intimiditi", ed è ridicolo "descrivere i tribunali come sezioni di partiti politici".

BASTA CON BERLUSCONI!


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martedì 27 ottobre 2009

Anche in Appello confermata la Condanna per Mills: mentì pagato da Berlusconi

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Fra le tante fonti: La Repubblica.

Sinceramente non mi stupisce: ora tocca a Berlusconi.
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Mills condannato in Appello, confermata la corruzione

MILANO - La seconda sezione della Corte d'Appello di Milano, dopo 4 ore di camera di consiglio, ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi nei confronti dell'avvocato inglese David Mills per corruzione in atti giudiziari. Confermato anche il risarcimento alla presidenza del Consiglio, costituitasi parte civile, pari a 250 mila euro.

Il legale è stato condannato perchè, secondo la sentenza di primo grado, avrebbe ricevuto 600mila dollari da Silvio Berlusconi per essere un testimone reticente in due processi nei quali era imputato il presidente del Consiglio, quello su "All Iberian" e quello sulle tangenti ad uomini della Guardia di finanza. La posizione di Silvio Berlusconi era, invece, stata stralciata per via del lodo Alfano, riguardante le più alte cariche dello Stato e il dibattimento a suo carico era stato sospeso. Dopo la bocciatura della Consulta, il procedimento a carico di Berlusconi ricomincerà, anche se davanti a un altro collegio rispetto a quello che aveva inflitto a Mills la condanna in primo grado. Questo collegio, infatti, è incompatibile e di conseguenza si dovrà tenere una apposita udienza nella quale i giudici presieduti da Gandus "si spoglieranno" del processo che sarà assegnato ad altri giudici.

Al termine della lettura della sentenza il suo legale, Federico Cecconi, ha spiegato di condividere le affermazioni rilasciate nei giorni scorsi dall'avvocato d'affari londinese, che ha dichiarato che Berlusconi è estraneo alla vicenda giudiziaria. "Quello che sottolineo, però - ha aggiunto - è che lo stesso Mills non c'entra nulla, perchè non c'è stata corruzione".

Nella scorsa udienza, durante la sua arringa, l'altro difensore di Mills, l'avvocato Alessio Lanzi, aveva parlato di "gravi ripercussioni", che avrebbero potuto seguire alla sentenza. Oggi il legale ha spiegato ai cronisti: "Le conseguenze politiche della vicenda non ci riguardano, anche se ci sono circostanze oggettive che le testimoniano". E' dal punto di vista giuridico, però, ha proseguito, "che questa sentenza mette a dura prova la fede nello stato di diritto". La difesa ha, quindi, deciso di ricorrere in Cassazione.

(27 ottobre 2009)

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Scandali sessuali, Ricatti e Giochi di Potere

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E bravo Signorini, che informa il suo Capo sugli scandali sessuali altrui...



Particolarmente interessante l'ultimo passaggio:
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Berlusconi ricattato: se parlano è rovinato

"Berlusconi ha il problema che ci sono centinaia di persone che, se escono dal loro riserbo, lui è rovinato: vive da decenni in una situazione oggettivamente ricattatoria, pensate se parlasse Mills, dicendo qualcosa in più di quello che aveva già lasciato scritto al suo commercialista e che poi ha tentato invano di ritrattare; pensate se parla Previti, pensate se parla Dell’Utri, pensate se parlano quelli che pagano le tangenti alla Guardia di Finanza e si sono presi tutta la colpa e la condanna per salvare Berlusconi e adesso però sono in Parlamento, pensate se parla un’altra, oltre alla D'Addario, di quelle decine di ragazze che andavano nelle sue varie residenze, pensate se parlasse un’altra Stefania Ariosto, che ha semplicemente visto alcune cose che avvenivano nell’entourage di Berlusconi, di Previti e della magistratura romana. Il terrore di quest’uomo è che parli qualcuno, lui vive in una situazione oggettivamente ricattatoria da ben prima addirittura che entrasse in politica, ma è chiaro che il prezzo del ricatto, quando entri in politica, decuplica. Il problema è che quello che si dice a proposito di Marrazzo sul fatto che non può, uno che ha ceduto a un ricatto, stare lì dove sta, non si riesce a dirlo a proposito di Berlusconi, che è in una situazione ricattatoria per fatti molto peggiori, rispetto a quelli con i quali è stato incastrato, o meglio si è autoincastrato Marrazzo. Da questo punto di vista viene in mente quello che disse Gherardo Colombo a proposito della bicamerale, ossia che “la politica italiana non conosce altro modo di fare le riforme se non con il consociativismo, ovvero con tangentopoli abbiamo scoperto solo la punta dell’iceberg della corruzione, mentre il resto è rimasto sommerso e, su questo sommerso, si sono costruiti ricatti incrociati così inquietanti da indurre tutta la politica, senza distinzione di colori, a bloccare la magistratura prima che vi affondi ancora le mani. Nel metabolismo politico sociale del Paese ci sono ancora le tossine che consigliano di realizzare le nuove regole della Repubblica non intorno al conflitto trasparente, ma al compromesso opaco e un passaggio chiave è la bicamerale. Chi non è stato toccato dalla magistratura e ha scheletri nell’armadio si sente non protetto, ma debole perché ricattabile: ecco, la società del ricatto trova la sua forza su ciò che non è stato scoperto”. Questo diceva Gherardo Colombo, confermato poi, qualche anno dopo, da un’intervista di Giuliano Ferrara a Micromega, nella quale Ferrara diceva “ oggi per fare politica devi essere ricattabile: perché? Perché gli altri devono sapere fino a dove tu ti potrai spingere, quanto è lungo il tuo guinzaglio, quanto è lungo il tuo braccio ”. Guardate che è un quadro drammatico, ma ci viene confermato quotidianamente da quello che vediamo: avremmo bisogno, nel centrodestra e nel centrosinistra, di qualcuno che nel passato era troppo giovane per averne combinata qualcuna o era troppo fuori da questi giochi per averne combinata qualcuna; avremmo bisogno di gente che Berlusconi non può alzare il telefono per chiamarla e dire “ sai, ho saputo questa cosa, però da noi è al sicuro, eh, te lo dico in amicizia, stai tranquillo che non la tiriamo fuori!”, da quel momento tu sei nelle sue mani. Allo stesso modo, avremmo bisogno di qualcuno anche nel centrodestra che non fosse ricattabile dalla mafia, dalle prostitute, dai papponi etc. etc., e potesse fare politica invece di occuparsi quotidianamente di tappare la bocca a questo e a quello: da questo punto di vista nel centrodestra la situazione è disperata, perché finché c’è quello lì e tutta la sua banda è evidente che stiamo parlando di un giro di ricattatori e di ricattati, ma il problema sta anche nel centrosinistra. Non ho nulla contro Bersani, ma temo che uno che fa politica da 40 anni e che diventa il leader di un nuovo partito nato nel terzo millennio.. beh, insomma, non è una bella notizia il fatto che sia diventato segretario del PD, perché se il principale partito dell’opposizione è formato da uno che ha fatto già tutto, governatore della regione, Ministro 200. 000 volte etc. etc., che è lì dalla notte dei tempi e conosce vita, morte e miracoli, operazioni finanziarie etc. etc., è evidente che sarà molto più facile che qualcuno gli telefoni per dirgli “ ti ricordi quando quella volta..” etc. etc.. Noi avremmo bisogno di qualcuno un po’ più nuovo, non tanto per giovanilismo o per nuovismo, ma proprio per il fatto che nessuno possa alzare il telefono per dirgli “ ho saputo che hai fatto quella cosa, stai tranquillo che se fai il bravo non te la tiriamo fuori”, perché finché l’opposizione sarà in mano a persone che possono ricevere quel tipo di telefonate non avremo un’opposizione".

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lunedì 26 ottobre 2009

Un altro giudice punito perchè lavorava seguendo la Legge: Gabriella Nuzzi

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E' vergognoso e continua ad accadere, anche quando la Verità sugli atteggiamenti del Ministero della Giustizia è venuta a galla. Un altro Giudice delle inchieste Why Not e Poseidon è stato trasferito... unica colpa: stava lavorando bene! Ma questo a chi regge i fili della Giustizia in Italia non piace. Ecco cosa fa il Regime: punisce i Giudici che lavorano onestamente, proteggendo il Silenzio che alcuni magistrati pilotati dal Ministero stavano costruendo, VERGOGNA!

Pubblico anche io allora la lettera del Giudice Gabriella Nuzzi, affinchè anche questa notizia non sparisca, ma rimanga ben salda nella nostra memoria.
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"Sono nella lista nera. Perché?
Ho osato indagare, nel legittimo esercizio delle mie funzioni, su altri magistrati di Catanzaro.
La scena finalmente si chiude, cala il sipario nero.
Regista e attori tirano un respiro di sollievo.“Giustizia è fatta”. Ma la platea è muta, nessuno plaude. L’epilogo è paradossale, grottesco. Due magistrati della Procura di Salerno sono stati severamente puniti dalla sezione disciplinare del Csm. Esautorati delle loro funzioni inquirenti, allontanati dalla sede in cui le esercitano. Cassato un pezzo di vita professionale. Ore, giorni, mesi dedicati, in silenzio, con scrupolo, a studiare carte, leggi, sentenze; a scrivere, indagare,nel tentativo di amministrare una Giustizia eguale per tutti. Tempo sprecato. I giudici disciplinari, che non avevano mai fatto mistero del proprio convincimento e chiaramente interessati al celere seppellimento della vicenda, possono finalmente veder consacrato il proprio verdetto.
Sono ufficialmente nella lista nera dei “cattivi magistrati”.
Perché, nel legittimo esercizio delle mie funzioni, ho osato indagare su altri magistrati di Catanzaro
per gravi delitti di corruzione in atti giudiziari, abuso d’ufficio, falso ideologico,omissione in atti d’ufficio, favoreggiamento, calunnia e così via, connessi all’illegale sottrazione al pm titolare Luigi de Magistris delle inchieste Poseidone e Why Not e alla loro successiva disintegrazione.
Ho osato, com’era mio obbligo, sequestrare atti e documenti processuali integranti il “corpo” di quei reati. Ho osato perquisire abitazioni e uffici dei magistrati indagati, per ricercare tracce e cose pertinenti ai reati, necessarie al loro accertamento.
Ho osato raccogliere e riscontrare minuziosamente decine e decine di denunce del pm a cui le inchieste erano state sottratte, reo anche lui di aver scoperto il sistema di illecite cointeressenze che domina la gestione del denaro pubblico. Ho osato fare i nomi e i cognomi dei presunti appartenenti e favoreggiatori di quel sistema. Ho osato volere a tutti i costi applicare la legge, senza capire, assai imprudentemente, che nel mio “m e s t i e re ” il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge non vale sempre e per tutti. Esiste un superiore principio non scritto, di ordine deontologico: quello dell’ ”opportunità”.
Avrei dovuto chiedermi (e non l’ho fatto): è proprio opportuno indagare il magistrato Tizio, il politico Caio, l’i m p re n d i t o re Sempronio, il faccendiere Mevio? E’ proprio necessario perquisirne abitazioni e uffici, sequestrare carte e documenti? La risposta è variabile, dipende dalle circostanze. A volte sì, a volte no. Perché, mi dicono, la diligenza del bravo magistrato si misura sulla sua prontezza di riflessi, sulla velocità nell’intuire quando è il caso di agire e quando no; sulla sua capacità di interpretare i segnali; di ricorrere a diplomazia e compromessi; di attendere che i tempi di indagini lentamente scadano; di saper selezionare e infine archiviare. E la sua correttezza sta nell’evitare di fare i nomi di illustri colleghi, politici e imprenditori: questione di privacy. Merito una lezione. Mai eccedere nel perseguire fini di giustizia! Si spera che io abbia inteso, una volta per tutte. Lo ammetto, ignoravo l’esistenza di tali singolari regole “deontologiche”, ovviamente non scritte. Ma, a essere seri, mi sembra che la vera deontologia non c’entri un bel niente: sarebbe dignitoso per la nostra categoria non tirarla in ballo. Si tratta invece di capire le ragioni vere per cui tre pm di Salerno, doverosamente impegnati a far luce su un devastante sistema di corruzioni e collusioni giudiziarie, siano stati “fatti fuori” con gli strumenti della nuova legge disciplinare, pagando un prezzo altissimo per la loro indipendenza, politica e associativa. Si tratta di capire perché, al di là della vergognosa farsa della “guerra tra Procure ”, gli organi disciplinari stiano consentendo ad altri magistrati, indagati per gravi fatti di corruzione in atti giudiziari e così via, per giunta autori di illecite attività ai danni dei loro indagatori, di continuare impunemente ad amministrare giustizia nei contesti criminosi oggetto delle indagini di Salerno. Quali superiori principi di “deontologia professionale” vigono per costoro? Quale eccezionale criterio di ragionevolezza ha indotto i supremi organi disciplinari a non intervenire anche in questo caso con gli strumenti cautelari? Esistono forse equilibri di poteri - politici, giudiziari, criminali - dapreservare e che non possiamo conoscere? E chi ne sarebbero gli inamovibili garanti? Chi gli “eversori” da punire e cacciare? Esiste forse un modus operandi, diverso da quello del contrasto aperto e diretto al crimine organizzato di ogni livello, che tende, invece, sottobanco, all’accordo e al compromesso e che serve a salvaguardare occulti sistemi di interessi? C’ è uno sfondo, in questa nostra vicenda, che si finge di non vedere; o forse, semplicemente, fa troppo paura guardare. Credo, però, che i cittadini abbiano il diritto di sapere a che gioco stanno giocando gli apparati istituzionali, soprattutto, perché quel gioco baro danneggia la vita di integri servitori dello Stato. Ma occorre anche il coraggio del rinnovamento, anche nella magistratura, con riforme serie che non la rendano inerme, ma autenticamente indipendente sia dai condizionamenti esterni del potere politico o criminale, sia da quelli interni che possono derivare dalla dipendenza psicologica ai meccanismi di nomina, promozione, assegnazione di incarichi extra-giudiziari, o per converso, di disciplina.
La nostra amara vicenda, che segue quelle di tanti altri colleghi dimenticati o ignorati, dimostra quanto basso sia il punto in cui versa l’attuale “autogoverno” e quanto distante sia dai nobili intendimenti dei Padri Costituenti. Un “a u t o governo” totalmente prigioniero delle logiche di appartenenza e spartizione politica e correntizia, anche in spregio al diritto di difesa. E ancor più forte si fa il bisogno di un organo “sindacale” nuovo, in grado di assicurare tutela effettiva ai diritti del magistrato in quanto “pubblico impiegato”, capace di aprirsi ed interloquire con la società civile, senza tesseramenti, condizionamenti politici, ambizioni carrieristiche o di potere. Mi auguro, da buon cattivo magistrato, che l’assordante e granitico silenzio, in cui si è chiuso l’ordine giudiziario riguardo alla vicenda salernitana, serva almeno alla riflessione".

Gabriella Nuzzi

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domenica 25 ottobre 2009

Mafia e Politici non gradiscono le Intercettazioni: ecco perchè

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Bellissimo e lungo post di Antonio Ingroia, tratto da un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano e riportato anche da Antimafia Duemila, mostra come tanti politici, per fini propri (sono sotto indagine per vari reati) ma anche per accontentare la Mafia che li sostiene, stiano combattendo una guerra scandalosa all'importantissimo strumento investigativo delle Intercettazioni, coadiuvati da tanta stampa e dalle tv che spiegano il falso a Noi Cittadini.

Leggete con attenzione e fate girare: non siamo fessi, devono capirlo!
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Intercettazioni: "ecco perche' la mafia non le vuole"
di Antonio Ingroia - 25 ottobre 2009

Il procuratore aggiunto Antimafia (nella foto) racconta l’importanza dei controlli telefonici per le investigazioni.

LA CAMPAGNA di (dis-)informazione che ha occupato i mass media e il dibattito pubblico degli ultimi anni ha convinto molti italiani che le intercettazioni sono uno strumento pericoloso ed insidioso, usato in modo liberticida da una magistratura inquirente che tiene di fatto tutti i cittadini sotto controllo. Prevalgono slogan e semplificazioni, di cui sono esempi lampanti l’affermazione tranchant di un politico di lungo corso come l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella il quale, nel dicembre 2007, ha dichiarato che “Le intercettazioni sono un’emergenza civile”, e le dichiarazioni, non meno drastiche, di un famoso giornalista come Bruno Vespa, il quale, nel corso di un dibattito televisivo piuttosto concitato, ha affermato che “Le intercettazioni sono una schifezza” (sic!).

In tanti pontificano, ma pochi sanno veramente qualcosa sulla pratica attuale delle intercettazioni. Quali siano le intercettazioni oggi rese possibili dalle più moderne tecnologie e che tipo di intercettazione venga usata in prevalenza. E quel che è forse peggio, nessuno sa alcunché circa i risultati delle intercettazioni negli anni. Pochi sanno che è proprio grazie alle intercettazioni che si è fatta la storia giudiziaria del nostro Paese. Ed altrettanto pochi sono quelli che sanno quanto dobbiamo alle intercettazioni: quanti delitti impediti e stragi evitate, quanti assassini individuati e arrestati, quanti cittadini salvati, quante armi recuperate, quanta droga sequestrata. Ma anche quante corruzioni scoperte! […] Bisogna raccontare la storia delle intercettazioni, che è anche la nostra storia.

[…] Pochi sanno che perfino i più importanti processi di mafia, apparentemente fondati solo sulle chiamate in correità dei collaboranti, sono nati grazie ad alcune fortunate intercettazioni. Prendiamo proprio il maxi-processo, il più importante processo di mafia, che non è enfatico definire “storico”, sia per i suoi effetti di (parziale) disgregazione dell’organizzazione mafiosa, sia per il suo esito e cioè la condanna definitiva di gran parte dei 475 imputati decretata dalla Corte di Cassazione il 30 gennaio 1992, sentenza contro la quale Cosa Nostra nella primavera-estate del ’92 reagì con la più violenta strategia stragista della sua storia. Tutti sanno che i pilastri sui quali si fondava l’impianto di quel processo erano le rivelazioni dei pentiti della ‘prima generazione’ ed in particolare quelle di Tommaso Buscetta. Ma pochi si chiedono come nacque la collaborazione di Buscetta: fu il frutto di un certosino lavoro di investigazione che ebbe come suo epilogo, prima, l’arresto di Buscetta in Brasile, e poi la sua estradizione dall’estero e la sua collaborazione. Ma ancor prima, l’attività investigativa si era concentrata su Buscetta anche in virtù di una fortunata ed importante intercettazione telefonica che ne fece cogliere ancor meglio lo spessore criminale e il ruolo nevralgico in Cosa Nostra, nel pieno della guerra di mafia scatenata dai corleonesi di Riina e Provenzano nei primi anni ’80.

È il 1981, in piena guerra di mafia, quando i poliziotti mettono sotto controllo Ignazio Lo Presti, ingegnere palermitano con parentele eccellenti, essendo sposato con una cugina di Nino e Ignazio Salvo, i potenti esattori siciliani, ricchissimi imprenditori e uomini d’onore, grandi elettori della Dc, che verranno poi inquisiti ed arrestati da Falcone. Ed è proprio durante l’intercettazione del telefono di Lo Presti che vengono ascoltate alcune telefonate intercontinentali, che sono delle vere e proprie richieste di soccorso, Sos che partono da Palermo, da Lo Presti, per conto dei cugini Salvo, e giungono oltreoceano, in Brasile.

All’altro capo del filo c’è un uomo che viene chiamato convenzionalmente ‘Roberto’, ma che si scopre essere in realtà proprio Buscetta, al quale viene caldamente chiesto di tornare in Sicilia. La guerra di mafia impazza e bisogna schierarsi. Solo lui, col suo carisma - gli dicono - può fermare la furia omicida dei corleonesi. Buscetta capisce che non è aria per lui, che la guerra è persa, che i corleonesi, i più sanguinari e “tragediatori” di tutti, hanno ormai cambiato il volto di Cosa Nostra e prevarranno. Perciò, rifiuta la proposta di tornare e di mettersi a capo di coloro i quali sono destinati a diventare ‘i perdenti’, le famiglie mafiose facenti capo a Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Rosario Spatola, Salvatore Inzerillo e così via. Ma quella telefonata è come un flash, un improvviso fascio di luce che investe Buscetta, ne evidenzia l’importanza ed il ruolo, ne contrassegna la localizzazione. Ecco allora che gli investigatori moltiplicano gli sforzi per arrestarlo, alla fine riuscendovi. Ed è da quell’arresto che inizia tutto. Il terremoto giudiziario da cui nascerà tutto quel che venne dopo […].

Chi sa di mafia ricorda certamente che fra le pietre miliari dell’antimafia giudiziaria c’è il ‘processo dei 114’, che mise alla sbarra per la prima volta Luciano Leggio, la primula rossa di Corleone, il primo capo storico dei corleonesi. Un processo dalla storia insanguinata, fondato sul famoso ‘rapporto giudiziario dei 114’ firmato dall’allora capitano dei carabinieri Giuseppe Russo, poi ucciso il 20 agosto 1977 a Ficuzza, una borgata a due passi da Corleone, e successivamente istruito dal giudice Cesare Terranova, anch’egli ucciso dalla mafia a Palermo il 25 settembre 1979. E su cosa si fondava quell’istruttoria, se non su un mosaico probatorio costituito prevalentemente da intercettazioni telefoniche, accompagnate da notizie processualmente inutilizzabili come quelle di derivazione confidenziale, ed elementi di contorno quali - ad esempio - il frutto dei causali controlli nei confronti di alcuni mafiosi risultati effettivamente in rapporto di frequentazione con altri soggetti sospettati di appartenere alla medesima ‘consorteria criminale’ (così veniva definita nella prosa dei vecchi rapporti di polizia).

E perfino fin dalle prime battute dell’indagine sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro avvenuta a Palermo il 16 settembre 1970, registrazioni e intercettazioni furono al centro dell’attenzione degli investigatori, così come lo sono tuttora, più di trent’anni dopo, nel processo attualmente in corso davanti alla corte d’assise di Palermo a carico di Totò Riina, l’erede di Leggio. Si favoleggia di un’intercettazione mai trascritta e mai più ritrovata (distrutta da qualcuno?), di una telefonata proveniente da Parigi con la quale Vito Guarrasi, uno degli uomini più potenti di Palermo, avrebbe incaricato Antonino Buttafuoco, commercialista palermitano sospettato di essere emissario dei rapitori, di verificare presso la famiglia De Mauro cosa avesse scoperto il giornalista. Così come, ancora oggi, è al centro di accurati approfondimenti, anche tecnici, la registrazione dell’ultimo discorso pubblico di Enrico Mattei a Gagliano Castelferrato, un paesino in provincia di Enna. Un nastro scoperto da Mauro De Mauro che - ricordano i familiari - il giornalista ascoltava e riascoltava ossessivamente col suo registratore per cogliere meglio una frase pronunciata da qualcuno, che stava sul palco con Mattei, e che era stato registrata accidentalmente ed a sua insaputa. Una sorta di intercettazione ambientale involontaria ed ante litteram, che De Mauro riteneva costituisse la chiave per svelare il giallo del disastro aereo di Bascapè ove si è ormai accertato che Mattei venne ucciso. Un’intercettazione su cui oggi si è riaccesa l’attenzione, perché ritenuta la possibile chiave anche del sequestro e poi della soppressione di De Mauro, motivo per cui è ripartita la caccia all’originale della registrazione, mentre si fanno sofisticate perizie per “ripulire” la traccia sonora contenuta nelle copie che di quell’intercettazione circolano.

L’elenco sarebbe lunghissimo. Le intercettazioni casuali hanno spesso svolto un ruolo fondamentale in tante importanti inchieste. Mi riferisco alle conversazioni intercettate nei confronti di soggetti mai sottoposti a intercettazione diretta, ma colti in conversazione con personaggi già oggetto di indagine e perciò sotto controllo, le ‘intercettazioni indirette’ che hanno tante volte consentito di scoprire reati, individuare criminali, prevenire delitti. Nel processo a Bruno Contrada (poi condannato in via definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa), si è accertato ad esempio che nel 1983 l’imputato, quando era capo di gabinetto dell’alto commissario antimafia, intratteneva rapporti con Nino Salvo, il potente esattore legato alla mafia, che in quel periodo era oggetto delle indagini di Falcone, che ne disporrà poi l’arresto e che rimase piuttosto interdetto per il fatto che Contrada non gli avesse mai fatto menzione di quei contatti telefonici come sarebbe stato suo dovere. E dell’esistenza di tali rapporti Contrada-Salvo Falcone prima, e i giudici del processo Contrada poi, ebbero notizia e prova soltanto per effetto di un’intercettazione casuale e diretta di una conversazione registrata sull’utenza telefonica in uso a Nino Salvo, allora messo sotto controllo su provvedimento di Falcone […].

E che dire delle intercettazioni ambientali? È noto che si tratta di uno dei più preziosi strumenti per indagare sulle organizzazioni segrete, segretezza che va violata per cogliere notizie dall’interno del sodalizio criminale. Una buona microspia, piazzata nel luogo giusto, può fare sfracelli più di qualsiasi altro mezzo di prova. Bastano capacità investigative e un pizzico di fortuna. Cose che non mancarono alle giubbe rosse canadesi che, un giorno del lontano 1976, riusciti ad infiltrarsi nel clan mafioso dell’italo-americano Paul Violi, imbottirono di microspie la sua latteria, intercettando così preziosissime conversazioni, di grande utilità per ricostruire le dinamiche e le organizzazioni criminali operanti in Québec, ma che rivelarono anche i traffici illeciti e gli stretti legami fra la criminalità di Montreal e boss siciliani di spessore come i Cuntrera e i Caruana. Non solo. Perché quelle intercettazioni svelarono anche la struttura di Cosa Nostra della provincia di Agrigento, in anticipo rispetto alle rivelazioni di Buscetta, sicché, quando finalmente vennero conosciute dal pool dell’ufficio istruzione di Palermo, furono utilizzate a conferma delle risultanze istruttorie del maxiprocesso […].

Nulla sapremmo oggi della strage di Capaci, dove il 23 maggio 1992 perse la vita Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e i poliziotti di scorta, se non vi fosse stata un’intercettazione chiave. Tutti sanno quanto determinanti furono le rivelazioni sulla dinamica della strage fatte da Santino Di Matteo, uno dei componenti del commando che uccise Falcone sistemando il tritolo in un cunicolo sottostante l’autostrada, ma nessuno ricorda che quella rivelazione fu il frutto di un lungo lavorio investigativo che trovò i suoi primi risultati importanti proprio in un’intercettazione, ambientale questa volta. Fu un altro collaboratore di giustizia, Pino Marchese, il primo pentito dei corleonesi, ad aprire uno spiraglio di verità indicando come soggetti specialmente pericolosi Antonino Gioè e Gioacchino La Barbera, due mafiosi all’epoca poco noti. Il suo ‘suggerimento’ venne subito accolto e si avviò una massiccia attività di indagine su quei due uomini: intercettazioni telefoniche, pedinamenti, microspie nei locali da loro frequentati, attività di osservazione, ventiquattr’ore su ventiquattro. Si arrivò così al covo di via Ughetti, appartamento che, opportunamente microfonato, consentì l’ascolto e la registrazione della conversazione in cui i due fecero esplicito riferimento alla strage di Capaci, chiamata appunto l’attentatone, facendo intendere il loro personale e diretto coinvolgimento nella strage. Fu così che quell’intercettazione indirizzò le energie investigative su un gruppo di soggetti, quelli più vicini a Gioè e La Barbera. Da lì nacque un’imponente operazione di polizia che si concluse con l’arresto di tanti mafiosi, fra cui proprio i due protagonisti del colloquio. Ciascuno di loro ebbe poi una reazione diversa. Gioè, roso dai sensi di colpa verso Cosa Nostra per essersi fatto cogliere nell’atto di commentare la strage e preoccupato del suo futuro, decise di farla finita e si tolse la vita in carcere (e i dubbi talvolta emersi su quel suicidio non hanno poi trovato conferma). La Barbera, subito dopo il “pentimento” di Di Matteo, iniziò anch’egli a collaborare ed aiutò così in modo decisivo a individuare e punire gli esecutori della strage. Del resto, lo stesso Santino Di Matteo, che fu il primo ad autoaccusarsi della strage, venne arrestato soprattutto sulla base dell’esito di quell’attività d’intercettazione, cosa che poi lo indusse a collaborare.

Riepilogando, tutto parte dall’intercettazione di via Ughetti, cui seguono la collaborazione di Santino Di Matteo, quella di La Barbera, fino a quella di Giovanni Brusca, colui il quale premette il pulsante del telecomando che azionò l’ordigno esplosivo di Capaci. Anche in questo caso, dunque, ancora una volta un’intercettazione ha fatto da sasso che ha scatenato una valanga. La valanga di collaborazioni sulla strage di Capaci da cui sono derivati arresti a centinaia, decine di processi, miriadi di ergastoli e condanne, sequestri e confische di interi patrimoni per svariati milioni di euro.

Le intercettazioni hanno avuto ruolo decisivo anche nella rivelazione di relazioni imbarazzanti sul delicato crinale dei rapporti collusivi fra mafia e politica, mafia e affari, mafia e istituzioni, sullo scivoloso terreno della contiguità mafiosa, livello al quale non sempre giungono le rivelazioni dei collaboratori, non al corrente delle relazioni più riservate che i capimafia preferiscono tenere per sé e non comunicare all’interno dell’organizzazione criminale se non quando indispensabile. Talune intercettazioni acquisite in processi come quelli al senatore Marcello Dell’Utri e al senatore Salvatore Cuffaro ne sono eloquenti esemplificazioni. Fra tutte, una delle più storiche è rimasta quella in cui Vittorio Mangano, il famoso stalliere di Arcore, parla di cavalli che devono essergli recapitati presso un hotel. Si tratta dell’intercettazione ricordata nella famosa intervista rilasciata nelle sue ultime settimane di vita da Paolo Borsellino, il quale, dopo aver definito Mangano “una delle teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia”, ed aver evidenziato che nelle telefonate intercettate col termine “cavalli” si alludeva a partite di eroina, commentò ironicamente “se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo”.

Per aiutare il lettore vorrei anche rammentargli che il Vittorio Mangano di cui parlava Borsellino in questa intervista è lo stesso mafioso definito eroe da Marcello Dell’Utri e perfino dallo stesso Presidente Berlusconi. Per non parlare delle intercettazioni degli anni ’80, acquisite nel processo Dell’Utri, relative a conversazioni telefoniche fra quest’ultimo e il mafioso Gaetano Cinà, o quando lo stesso Dell’Utri parla di Vittorio Mangano con Silvio Berlusconi. Ed ancora altre intercettazioni, di epoca più recente, fra cui quelle delle conversazioni telefoniche intrattenute dallo stesso Dell’Utri, ora con un collaboratore di giustizia per incontrarlo e - secondo l’accusa - per influire sulle sue dichiarazioni nel suo processo, ora con la sorella del trafficante di droga Vito Roberto Palazzolo che gli chiede un intervento per aiutarlo in alcuni problemi giudiziari. Il che dimostra che è un falso luogo comune presentare i più noti processi per fatti di mafia nei confronti di personaggi pubblici come fondati sulle sole dichiarazioni accusatorie di collaboratori di giustizia, in quanto molto del materiale probatorio è costituito invece da intercettazioni, il cui materiale d’accusa proviene dalla stessa voce dell’accusato, dalle sue stesse parole.

Non parliamo, poi, delle intercettazioni nei processi per reati finanziari o contro la pubblica amministrazione, materie nelle quali è oggi estremamente difficile disporre di prove testimoniali, sicché solo le intercettazioni consentono salti di qualità alle possibilità di approfondimento investigativo. Dalla famosa microspia del bar Mandara che registrava le conversazioni fra magistrati del processo Squillante a quelle più recenti fra Gianpiero Fiorani e il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio che hanno determinato le dimissioni di quest’ultimo, fino alle indagini su Calciopoli, Unipol, i ‘furbetti del quartierino’ e così via.

Non c’è indagine di rilievo su questo terreno, ormai, che non abbia nelle intercettazioni, telefoniche o ambientali, la parte più consistente della sua piattaforma probatoria. E pur senza confondere le intercettazioni vere e proprie con la mera acquisizione dei dati di traffico telefonico, i cosiddetti “tabulati” delle chiamate in entrata ed in uscita di una certa utenza telefonica, non si può tuttavia trascurare l’apporto conoscitivo, tutt’altro che indifferente, che questo tipo di ulteriore opportunità investigativa ha fornito a tantissime indagini di prim’ordine, da quelle per fatti di criminalità organizzata, mafiosa, terroristica e comune, a quelle per altri delitti.

Di recente sono tornati alla ribalta i tanti, troppi misteri attorno alla strage di via D’Amelio, ove un’autobomba della mafia (e probabilmente non solo mafia) fece saltare in aria Paolo Borsellino con i suoi agenti di scorta sotto casa dell’anziana madre che era andato a trovare. Ebbene, le piste principali battute in questi anni hanno a che fare proprio con tabulati ed intercettazioni. Dai tabulati sono emersi strani contatti con il Cerisdi, un centro studi che ha sede su Monte Pellegrino, la montagna che sovrasta Palermo, luogo ove sembra si trovasse una sorta di base operativa del Sisde, da dove si è perfino ipotizzato che potesse essere stato azionato il telecomando dell’autobomba di via D’Amelio, e tali contatti coinvolgevano anche un uomo legato alla mafia, dipendente di una società telefonica, a sua volta sospettato di avere messo illecitamente sotto controllo le utenze telefoniche in uso a Borsellino e ai suoi familiari, ed avere perciò intercettato le telefonate con le quali Borsellino aveva preannunziato alla madre la sua visita in via D’Amelio nel pomeriggio di quella maledetta domenica 19 luglio 1992. Per non parlare delle altre strane triangolazioni telefoniche fra personaggi, luoghi, ambienti, sospettati di essere coinvolti nella determinazione, organizzazione ed esecuzione della strage. Certo, è un peccato che proprio ora, che si sono aperti nuovi squarci di luce su una vicenda rimasta troppo a lungo nell’oscurità dei depistaggi, della verità occultata e della giustizia negata, non sia possibile acquisire i dati del traffico telefonico di quelle utenze che appaiono oggi di interesse investigativo, perché la normativa che tutela la privacy dei cittadini lo impedisce.

Peraltro, accanto alla storia delle grandi indagini, che hanno appassionato l’intero Paese e che tanti italiani conoscono, non va poi dimenticata l’utilità delle intercettazioni nella giustizia ordinaria, quella più vicina alla vita quotidiana del cittadino. Rievocando la mia esperienza personale, ricordo una miriade di casi giudiziari che hanno trovato soluzione grazie a intercettazioni telefoniche. Fra gli altri, c’è un caso di omicidio apparentemente irrisolto che mi è rimasto ben impresso, probabilmente perché capitatomi agli inizi della carriera, Pubblico Ministero alle prime armi nell’ufficio di Marsala il cui procuratore capo era Paolo Borsellino. Caso difficile e destinato ad affollare gli archivi giudiziari dei tanti omicidi senza colpevoli, specie nella terra dell’omertà e dell’impunità. Le modalità del delitto dicevano poco. La vittima, un benzinaio, era stato ucciso da un ignoto assassino che lo aveva atteso quando l’uomo si era recato, come ogni mattina, sul posto di lavoro per aprire la sua pompa di benzina e gli aveva sparato con un fucile. Un classico agguato che poteva far pensare ad un omicidio di mafia, magari destinato all’archiviazione. Diversamente dal solito, però, nella perquisizione nella pompa di benzina fu trovato qualcosa di interessante e inconsueto. Un biglietto, ove la vittima aveva annotato qualcosa in modo criptato, una sorta di crittogramma dalla cui decifrazione si ricavò una frase agghiacciante: “se mi uccidono è stato…” con l’indicazione di un cognome. Nel frattempo, una fonte anonima segnalò alla polizia una relazione extraconiugale fra la moglie della vittima ed un uomo che portava il cognome cripticamente indicato nel biglietto. Questi elementi consentirono di mettere sotto controllo il telefono della vedova e di intercettare una conversazione fra i due amanti clandestini dal tenore inequivocabile. Non so quale sia stato l’esito del processo perché io poi mi trasferii alla Procura di Palermo seguendovi Paolo Borsellino che, nel frattempo, vi era stato nominato procuratore aggiunto della direzione distrettuale antimafia, ma è certo che solo quell’intercettazione aprì uno spiraglio di luce su una vicenda buia e senza verità.

Detto per inciso, se il disegno di legge governativo oggi all’esame del Parlamento, fosse stato disciplina vigente all’epoca dei fatti, quell’intercettazione sarebbe stata impossibile, perché mancavano, prima dell’intercettazione, gli “evidenti indizi di colpevolezza” a carico dei due sospettati che il progetto di riforma prevede quale presupposto indefettibile per l’ammissibilità dell’intercettazione. Quello spiraglio di luce non si sarebbe mai aperto. Quanti altri ne rimarranno chiusi per sempre nel prossimo futuro? […]

E ricordo anche un altro episodio di quel mio primo periodo a Marsala, straordinario apprendistato al fianco di un fuoriclasse come Paolo Borsellino, il mio maestro. Si trattava di un’indagine per voto di scambio con l’incriminazione di un (allora) importante politico locale. Altri tempi, tempi in cui Mani Pulite era ancora lontana, lontana la debolezza della politica e la reazione popolare che accompagnò quella stagione. Erano le prime avvisaglie del disvelamento di un sistema che ancora una volta emerse spontaneamente dai “loro” discorsi, dalle conversazioni di faccendieri ed uomini politici. Roba da fare rizzare i capelli nell’Italia di quei tempi (che in seguito ne avrebbe viste molte di più e di peggio) tanto che Borsellino mi disse: “è roba da fare tremare i polsi, ma è il nostro dovere e bisogna andare sino in fondo!”. E così facemmo. Il principio cardine della nostra carta costituzionale, che fa tutti i cittadini eguali di fronte alla legge, anche quella penale, ce lo imponeva e così facemmo. Fu quella la nostra bussola, anche negli anni a seguire. È forse questo il vero problema? È forse per questo che da anni ormai, anno per anno, si succedono leggi che finiscono per (o meglio hanno proprio la finalità di) indebolire l’azione della magistratura, come il disegno di legge di controriforma delle intercettazioni? È forse per questo che ci si impegna ad estendere le zone di impunità, come le leggi che hanno ampliato prerogative ed immunità parlamentari e istituzionali, o quelle che hanno ristretto tempi e per l’acquisizione delle prove (intercettazioni e collaboratori) e per la chiusura dei processi (diminuendo i tempi per la prescrizione dei reati ed allungando i tempi del processo)? Voi che ne dite?
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Sono incazzato nero: provo schifo nell'apprendere che le Istituzioni invece di combattere la Mafia e basta, aprirono una trattativa chinando il capo, e sono ancora più incazzato perchè troppi politici ancora oggi esprimono e attuano nel loro operato quanto desidera la Mafia. E' una vergogna. Mi fa però ancora più schifo il fatto che tanta, troppa gente creda ancora nell'onestà di certi politici: è questa gente, o meglio gentaglia, assieme alla feccia che va a votare, che rovina la mia Patria e ci rende ridicoli all'estero.

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sabato 24 ottobre 2009

Mills, Berlusconi e i maneggi indecenti di Ghedini & co.

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Dal blog di Beppe Grillo, una luminosa analisi del giornalista Peter Gomez su come Berlusconi abbia corrotto Mills e su cosa stia facendo per passarla liscia.
Abbiamo già letto (online e su poca stampa, la TV come si sa tace) il testo della sentenza Mills e della sentenza del risarcimento alla CIR, ora analizziamo e ricordiamo bene alcune cose.



DA DIVULGARE, per capire e non dimenticare che chi ci governa è un delinquente!
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Molto più di 600.000 dollari

Sono Peter Gomez, un inviato de Il Fatto Quotidiano, il quotidiano che ormai da quasi un mese è nelle edicole di tutta Italia e, con Antonella Mascali, ho scritto un libro: Il Regalo di Berlusconi: comprare un testimone, vincere i processi e diventare premer, tutta la verità sul caso Mills. È un libro che nasce, ma un libro che non dovrebbe esistere in un Paese come questo, perché tutti gli italiani dovrebbero sapere esattamente di cosa racconta il processo Mills, il processo che Berlusconi ha tentato di bloccare con il Lodo Alfano. In realtà di questo processo si sa poco o niente, perché quotidiani e televisioni non l’hanno seguito e soprattutto tutti pensano che l’intera vicenda ruoti esclusivamente intorno alla famosa mazzetta da 600.000 dollari che Berlusconi avrebbe consegnato a Mills per dire il falso. Questo è vero, ma è anche non vero, i soldi che infatti Mills ha ricevuto da Berlusconi sono ben più di quei 600.000 dollari. I primi soldi che riceve Mills da Berlusconi risalgono al 1995, quando Silvio Berlusconi, dopo tre incontri a tu per tu, a faccia a faccia con il suo avvocato inglese, decide di versargli 10 miliardi di lire: perché? Berlusconi ha un problema in quel momento, sta quotando le sue aziende e ha addosso non solo la Guardia di finanza, i magistrati e l’Italia, ma anche il Garante per le televisioni. Il suo problema è che non deve fare risultare che, attraverso una serie di società off shore, lui ha controllato occultamente - e la legge non lo permetteva - l’intera o quasi proprietà di Telepiù, la mamma di Sky, la prima televisione criptata in Italia. Ebbene, Mills riceve da Berlusconi 10 miliardi estero su estero e si reca al fisco inglese dicendo: “le società off shore utilizzate in quest’operazione sono mie, non sono del Cavaliere”: questo a Berlusconi serve per evitare indagini anche da parte della Consob .

Carta canta: i documenti del processo

Il bello di questo processo è che nulla viene raccontato dai testimoni, tutto viene raccontato da carte: che le cose siano andate così rispetto a quei famosi 10 miliardi che sono l’inizio del tutto, risulta non dalle parole di qualche pentito, ma dai documenti del fisco inglese. Quando entrano quei soldi in Inghilterra David Mills si presenta, infatti, davanti agli ufficiali del fisco inglese, che vogliono sapere come sono andate le cose e dice esplicitamente: “sì, è vero, Berlusconi mi ha dato quei soldi dopo un incontro che abbiamo avuto in aprile faccia a faccia per evitare l’intervento del garante per le televisioni”. Documenti quindi, un processo esclusivamente documentale che non nasce nel 2000, quando verrà versata la mazzetta a Mills, ma nasce molti anni prima: nel 1991, nel mezzanino di una metropolitana di Milano; siamo in novembre, due uomini con passo veloce scendono le scale della metropolitana, sono due fiduciari di Bettino Craxi, uno di loro si chiama Tradati e è detto, nel Partito Socialista, il "cuoco" di Craxi, per anni è stato vicino a Bettino e gli ha aperto e gestito conti esteri su conti esteri. Quel giorno - lo sappiamo - Tradati telefonò a Craxi e lo avvertì che, sui suoi conti esteri, sul conto Northern Holding, sono arrivati non 10 miliardi di lire come gli aveva preannunciato Bettino, ma 15. Craxi esplode, racconterà Tradati, in una grossa risata e dice: “ce ne sono cinque di troppo, mandali indietro”: nasce da qui il processo Mills, perché per dieci anni la magistratura milanese cercherà di capire di chi sono quei soldi. Nel 1994, durante il processo Enimont, Tradati incomincia a collaborare con i magistrati e parla di tutti i versamenti ricevuti da Craxi, tranne quei 10 miliardi, che dice di non sapere chi li ha versati e di cui dice che sa solo che sono arrivati. Nel 1996 si incomincia a capire di chi sono quei soldi, quei soldi di cui Tradati non voleva parlare, anche perché dirà: “aveva paura di parlarne", non solo: "non lo sapevo". Erano soldi che arrivano da All Iberian, un grande conto estero gestito da una società delle isole del Canale di proprietà di Silvio Berlusconi.

Il segreto di Berlusconi

Del conto All Iberian non bisogna sapere niente, perché il conto All Iberian viene alimentato attraverso un ingegnoso sistema di cresta sui diritti televisivi: i film e i programmi televisivi che Mediaset, anzi la Fininvest comprava negli Stati Uniti non venivano comprati a prezzo esatto, questo ce lo dicono le carte; quello che costava 10 veniva comprato in Italia magari a 20 o a 30, si intermediava tra gli Stati Uniti e l’Italia una serie di società off shore, che facevano capo o a Berlusconi Silvio o a una serie di suoi prestanome e collaboratori, il prezzo veniva gonfiato e poi erano queste società off shore che vendevano in Italia, questo era il segreto di Berlusconi, il quale non doveva far sapere che rubava soldi al fisco e soldi alla sua società. Anche perché quei soldi finivano in gran parte, in quegli anni, su due altre società off shore, Century One e Universal One, due società particolari, due società tenute in mano da due trust.
Per anni non si sa di chi siano Century One e Universal One: quando partono le indagini sul caso Mills, finalmente nel 2003 si scopre chi sono i due proprietari, i due proprietari di Century One e di Universal sono i figli di Silvio Berlusconi, Marina e Piersilvio. I soldi e la cresta sui diritti finiscono sui loro conti, che però nessuno riuscirà mai a scoprire perché, prima che ci metta le mani la magistratura, arriva a Londra da David Mills, nelle società di David Mills un banchiere Svizzero, che si chiama Paolo Del Bue: è l’uomo più vicino alla famiglia Berlusconi. Si raccontano che ci sono dei prelievi di soldi che vengono infilati in capienti valige e quel denaro, quel tesoro, scompare, probabilmente alle Bahamas: c’è da chiedersi se oggi, con lo scudo fiscale, Berlusconi voglia fare rientrare anche quei soldi. Da una parte quindi evasione fiscale, dall’altra corruzione o finanziamento illecito, dall’altra ancora violazione delle regole del mercato: per questo viene pagato David Mills e per questo David Mills viene pagato nel 1995/1996. Da quel giorno Mills si trasforma in un testimone reticente e su cosa mente, in particolare? Su tante cose, una più importante di tutte: non dice di chi è la proprietà effettiva del gruppo di società estere della Fininvest non dichiarate al fisco. Nei suoi uffici viene infatti sequestrato un elenco di società, il cosiddetto Fininvest Group B, un lungo elenco di società off shore utilizzate per le operazioni più svariate.
Ve lo ricorderete tutti: il Cavaliere continua a ripeterci che nel 1994 ricevette un avviso di garanzia per le mazzette versate dal suo gruppo alla Guardia di finanza e sostiene, falsamente, che quell’avviso di garanzia lo mise fuori gioco e dire che è ancora più grave tutto questo, perché poi la Corte di Cassazione l’ha assolto. Ebbene, nella sentenza Mills, la sentenza che nessuno ha letto, la sentenza che io e Antonella Mascali alleghiamo al nostro libro: Il Regalo di Berlusconi, si dice con chiarezza che Berlusconi è stato assolto nel processo per corruzione alla Guardia di finanza in quanto Mills non ha detto che lui era il reale proprietario di quelle società off shore. Se Berlusconi fosse stato condannato, come meritava secondo i giudici che hanno condannato Mills, per quelle tangenti, oggi non sarebbe il Presidente del Consiglio.

Cosa accade senza più il Lodo Alfano

Silvio Berlusconi è molto preoccupato per quello che può accadere: nel nostro libro io e Antonella Mascali scrivevamo già una cosa che sta accadendo adesso, la preoccupazione di Berlusconi è tutta processuale; se Mills verrà condannato in via definitiva nei prossimi mesi, come potrebbe accadere, la sentenza contro di lui avrà valore di prova e Berlusconi si troverà di fronte a un grosso problema: un processo che potrebbe essere molto semplice, nonostante che lui voglia fare ricominciare il suo processo da capo e voglia sentire centinaia di testimoni. Il giudice potrebbe decidere di non farlo perché una sentenza passata in giudicato dice: “quella mazzetta c’è stata, sono stati i soldi Fininvest e bisogna solo stabilire se davvero tu hai dato l’ordine”. Per questo è già in preparazione l’ennesima legge ad personam. Nella riforma del Codice di procedura penale messa in cantiere dal ministro Alfano ben prima dell’intervento della Corte Costituzionale, è stato previsto che le sentenze passate in giudicato non abbiano più valore di prova.
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Come vedete quindi il team di avvocati che assiste Berlusconi, non solo gioca sporco nel corso dei processi, non solo corrompe i giudici, ma lavora anche (e questo lo fa in Parlamento) a creare quelle modifiche nei codici di rito che serviranno ad evitare la condanna al loro cliente-capo-stipendiatore: quello che aveva fondato Forza Italia con Marcello Dell'Utri.
Queste riforme vengono sempre fatte passare come utili alla celerità dei processi e altre scuse varie, ma hanno un solo scopo: fare evitare il carcere al peggiore politico-delinquente della storia d'Italia.

APRITE GLI OCCHI E PASSATE PAROLA, l'indifferenza è il peggiore peccato...

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venerdì 23 ottobre 2009

Nuova pioggia di prove su Dell'Utri (ma non solo) referente della Mafia

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Marcello Dell'Utri: condannato in primo grado a nove anni di reclusione, in corso il processo di Appello, e continuano a piovere quotidianamente testimonianze, dicharazioni, prove sui contatti fra la Mafia e Dell'Utri stesso, col nome di Silvio Berlusconi che appare qua e là.
I due (qui visibili in una foto particolarmente significativa) fondarono Forza Italia e subito vinsero 59 seggi su 60 in Sicilia (l'altro andò ad Alleanza Nazionale), finirono le stragi e... accadde quello che tanti pentiti (anche di clan diversi, che perciò avrebbero motivo di contraddirsi ma invece non accade) stanno raccontando: Dell'Utri in primis e i vertici di Forza Italia erano il partito della Mafia in Parlamento.

L'ennesimo articolo di cronaca giudiziaria che lo attesta è a firma di Aaron Pettinari di Antimafia Duemila, uno dei siti più attendibili e completi che fa il lavoro che le televisioni e quasi tutta la stampa non fanno.

A voi la lettura e le conclusioni da trarre:
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Nuove prove: ''Dell'Utri referente della mafia''
di Aaron Pettinari - 23 ottobre 2009

Palermo. Questa mattina il Procuratore generale di Palermo, Antonino Gatto, avrebbe dovuto concludere la propria requisitoria al processo di secondo grado che vede come imputato il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, per concorso esterno in associazione mafiosa.
Un documento ricevuto ieri ha però indotto il magistrato a chiedere la sospensione del dibattimento e la riapertura dell'istruttoria: il verbale dell'interrogatorio reso alla Procura palermitana dal pentito Gaspare Spatuzza lo scorso 6 ottobre. Il pg, che ha ritenuto rilevante e assolutamente necessaria la nuova prova, oltre alla sospensione, ha chiesto anche la possibilità di interrogare in aula Spatuzza ed i boss Giuseppe e Filippo Graviano. La corte d'appello di Palermo deciderà a riguardo la prossima settimana, il 30 ottobre.
All'istanza si è opposta la difesa di Dell'Utri che ha ccusato la procura "di forzare la situazione". Nel verbale, letto in aula in alcuni punti, emergono nuovi elementi di accusa a carico dell'imputato. Spatuzza non solo confermerebbe i contatti tra Dell'Utri e Cosa Nostra ma, nel suo racconto, lo collocherebbe, al pari del premier Silvio Berlusconi, come il referente politico della trattativa tra mafia e Stato che sarebbe durata almeno fino al 2003-2004. Ad informarlo del dialogo aperto tra pezzi delle istituzioni e mafiosi era stato, ha precisato nell'interrogatorio, un boss palermitano di spicco di cui Spatuzza era il braccio destro, Giuseppe Graviano. La prima volta che parlarono dell'argomento sarebbe stata dopo la strage di Firenze del '93, in un colloquio che i due ebbero a Campofelice di Roccella. ''Voglio precisare – è riportato nel verbale depositato oggi - che quell'incontro doveva essere finalizzato a programmare un attentato ai carabinieri da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perché si trattava di fare morti fuori dalla Sicilia. Graviano per rassicurarci ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati. In quel momento io compresi che c'era una trattativa e lo capii perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva". "Questa affermazione - ha aggiunto Spatuzza - mi fece intendere che c'era una trattativa che riguardava anche la politica. Da quel momento io dovevo organizzare l'attentato ai carabinieri ed in questo senso mi mossi. Io individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico". Il pentito fa riferimento al progetto di attentato da fare fuori dallo stadio romano in cui sarebbero potuti morire oltre 100 carabinieri, poi fallito. Il secondo incontro tra Graviano e Spatuzza, in cui si sarebbe parlato di rapporti tra mafia e politica è del gennaio del '94. I due si sarebbero visti nel bar Done, in via Veneto a Roma. ''Graviano – ha detto Spatuzza - era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro 'crasti' (cornuti, ndr) dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c'era di mezzo un nostro compaesano, Dell'Utri. Io non conoscevo Berlusconi e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell'Utri, non il nome. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l'espressione 'ci siamo messi il Paese nelle mani'". Dopo l'incontro Spatuzza ebbe il via libera per l'attentato all'Olimpico, che, secondo i pm, avrebbe dovuto riscaldare il clima della trattativa. La prova che la trattativa sarebbe proseguita fino al 2004 Spatuzza la evince da un colloquio avuto con Filippo Graviano, fratello di Giuseppe, nel 2004. I due ebbero un incontro nel carcere di Tolmezzo, in cui erano detenuti. "Graviano mi disse – ha spiegato - che si stava parlando di dissociazione, ma che noi non eravamo interessati. Nel 2004 ebbi un colloquio investigativo con Vigna, finalizzato alla mia collaborazione che, però, io esclusi. Tornato a Tolmezzo ne parlai con Graviano che mi disse: 'se non arriva niente da dove deve arrivare e' bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistratì". Secondo Spatuzza: "fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con Graviano, era in corso la trattativa. Questo il senso della frase di Graviano".
Nell'attesa di sapere quella che sarà la decisione della Corte d'Appello è chiaro che questi nuovi atti, quantomeno, sono meritevoli di approfondimento ed analisi. Oggi il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, intervenuto agli Stati Generali dell'Antimafia ha dichiarato che "Dopo 17 anni dalle stragi se non ci fosse stato un mafioso pentito che si fosse accusato della strage di Borsellino e il figlio di un ex mafioso, tutto sarebbe rimasto sepolto nell'oblio per sempre”. Spatuzza sta rilasciando rilevanti dichiarazioni alle Procure di Firenze, Milano, Palermo e Caltanissetta che sulle Stragi, sui mandanti esterni, sul rapporto mafia-politica stanno sviluppando importanti inchieste. 
Per la Corte d'appello, dopo il no (molto discutibile) all'interrogatorio di Massimo Ciancimino avvenuto lo scorso settembre, si presenta una nuova opportunità per accertare una verità. Accetteranno i verbali o sarà ancora una volta un'occasione mancata?

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Libertà di Stampa: l'Italia precipita...

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Un interessante spunto di Giuseppe Giulietti su Micromega, analizza lo sfacelo italiano sulla Libertà di Stampa, leggetelo e riflettete.
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In Italia “non c’è alcun problema per la libertà di informazione... la manifestazione del 3 ottobre è stata solo dannosa... chiunque parli di libertà a rischio è un anti italiano ….”, queste ed altre idiozie sono state serenamente scritte dai cerchiobottisti in servizio permanente effettivo in diverse redazioni italiane.

Sarà una casualità ma il loro “originale pensiero” coincide sempre e comunque con quello del Presidente del Consiglio–editore. Persino il “pestaggio mediatico” organizzato dai giornali di famiglia nei confronti del giudice Mesiano è stato, da costoro, derubricato ad uno spiacevole episodio di pessimo gusto.

Purtroppo per loro, le grandi agenzie internazionali che si occupano della libertà dei media non tengono in alcun conto le loro opinioni; e così quando devono stilare i rapporti internazionali si basano sui fatti, senza sudditanze nei confronti dei voleri di Berlusconi.

L’ultimo esempio è arrivato dalla tradizionale relazione redatta da Reporter Sans Frontieres e che ha retrocesso l’Italia al 49mo posto, conquistando così la maglia nera in Europa.

Sarà appena il caso di ricordare che i rapporti di questa organizzazione sono stati abbondantemente saccheggiati ed utilizzati, anche in Italia, nelle parti relative alla Cina, a Cuba, al Venezuela, ma sono quasi del tutto ignorate le parti relative alla situazione italiana.

Per queste ragioni ci sembra giusto offrire ai lettori di questo blog la lettura della scheda relativa all’Italia.

"[...] Stesso degrado della situazione riscontrato in Italia (49°) e in Bulgaria. In Italia – Paese con il punteggio peggiore tra i sei fondatori dell’UE – gli attacchi della criminalità organizzata che prende sistematicamente di mira i giornalisti, le pressioni del Cavaliere sui mezzi di comunicazione, il DDL sulle intercettazioni spiegano la nuova posizione del Paese nella classifica RSF."
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L'elenco esatto e la classifica sono nella pagina ufficiale dell'agenzia stessa: leggetela.

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giovedì 22 ottobre 2009

Il Popolo delle Agende Rosse

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Con grande orgoglio diffondo il link del sito creato dall'organizzazione delle Agende Rosse: http://www.ilpopolodelleagenderosse.it/

Il sito de “Il popolo delle agende rosse” nasce da un’idea di Sonia Alfano e del suo staff e vuole essere un progetto da condividere con tutti quei Resistenti che in questi anni sono alla ricerca di giustizia e verità sulle stragi di mafia.

Chi vuol collaborare al sito inviando articoli, foto, video può scrivere a popolodelleagenderosse@gmail.com

CONTIAMOCI! è un vero e proprio censimento per riuscire a dare un volto al popolo delle agende rosse e per creare una rete tra di noi che ci permetterà di collaborare in maniera proficua.

In cosa consiste “CONTIAMOCI!” ???
Consiste nel creare una mappa dei membri di questo popolo, di chi ha partecipato al 19 Luglio e/o al 26 Settembre o di chi, semplicemente, si sente vicino alla causa delle agende rosse.
Vi invitiamo, pertanto, a mandarci all’indirizzo popolodelleagenderosse@gmail.com , una vostra foto con l’agenda (preferibilmente di quelle in bianco e nero con l’agenda in rosso, ma se non vi fosse possibile va bene anche una a colori), i vostri dati (nome cognome indirizzo e-mail, e numero di telefono) e l’autorizzazione alla pubblicazione della foto.

I dati serviranno alla creazione di un database privato dello staff che verrà usato per comunicazioni inerenti alle iniziative del popolo delle agende rosse.

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E riporto il post odierno di Sonia Alfano:


LA TRATTATIVA (O LA RESA) DELLO STATO CON COSA NOSTRA

ottobre 22, 2009 3:54 pm

di Sonia Alfano


Ormai è certo che a partire dalla prima metà del 1992 (e sicuramente prima della strage di via D’Amelio) rappresentanti dello Stato trattarono con Cosa Nostra. Per molti anni, però, la trattativa fu seppellita dal silenzio omertoso dei protagonisti, mentre Cosa Nostra spargeva il sangue di vittime innocenti in Sicilia e poi nel resto d’Italia. A rompere il silenzio fu un mafioso, Giovanni Brusca. Solo dopo le sue rivelazioni, Mario Mori e Giuseppe Di Donno, ufficiali del R.o.s., ammisero davanti alla Corte d’assise di Firenze (nel processo per le stragi del 1993) di aver trattato con Vito Ciancimino, emissario di Cosa Nostra. Con la sentenza che inflisse molti ergastoli ai mafiosi responsabili delle stragi di Firenze, Milano e Roma, la Corte d’assise di Firenze spiegò che la trattativa fra il R.o.s. e Cosa Nostra aveva rafforzato la scelta stragista della mafia, come non si stanca di ricordare a tutti Giovanna Maggiani Chelli, presidente del comitato dei familiari delle vittime di via dei Georgofili.
Gli ufficiali del R.o.s., però, furono reticenti sugli obiettivi di quella trattativa e su chi fosse a conoscenza della loro scellerata attività. L’unico nome fatto al riguardo da Mario Mori è quello del generale Antonio Subranni, allora capo del R.o.s.. Si tratta dello stesso alto ufficiale che è ancora indagato per favoreggiamento di Bernardo Provenzano (per la mancata cattura del boss corleonese a Mezzojuso nel 1995) e che, secondo la vedova di Paolo Borsellino, era sospettato di contiguità mafiose dal magistrato ucciso il 19 luglio 1992. Purtroppo è anche il padre della portavoce ufficiale del Ministro della Giustizia Angelino Alfano, il quale ancora si ostina a fingere distrazione, come se sia impossibilitato a farsi rappresentare da persona diversa dalla figlia di un possibile favoreggiatore di Bernardo Provenzano. Le ragioni della trattativa sono emerse solo nell’ultimo anno, con le rivelazioni di Massimo Ciancimino alle Procure di Palermo e Caltanissetta. Cosa Nostra pretendeva la revisione delle condanne ai mafiosi, l’abrogazione delle leggi in materia di confisca dei beni e di collaboratori di giustizia, modifiche del processo penale, abolizione del 41 bis e chiusura delle carceri di massima sicurezza. Praticamente, il programma politico in materia di giustizia dell’attuale maggioranza di governo. Nell’accordo portato avanti con l’emissario di Bernardo Provenzano rientrava un ultimo punto: la cattura (consegna) di Totò Riina e la libertà di movimento del latitante Provenzano. È noto che Riina fu catturato dal R.o.s. (e il pentito Antonino Giuffrè ha confermato la tesi di Massimo Ciancimino: fu realmente Provenzano il regista della cattura di Riina) e che lo stesso Mario Mori ed il colonnello Mauro Obinu sono oggi imputati per la mancata cattura di Provenzano.
A fronte di tutto questo non può più farsi finta di niente: da una parte abbiamo numerose personalità politiche (alcune ancora in auge, come Nicola Mancino, vicepresidente del CSM) che perpetuano la loro smemoratezza su quel biennio infausto; dall’altro un organismo investigativo, il R.o.s. dei Carabinieri, che palesemente è stato coinvolto in attività ingiustificabili (e che è guidato ancora oggi dal generale Ganzer, imputato di gravissimi delitti innanzi al Tribunale di Milano); dall’altro, ancora, un Ministro della Giustizia (compagno di partito di Marcello Dell’Utri ed esponente di un partito che dei punti programmatici della trattativa si è fatto portatore in apposite proposte legislative) che si fa rappresentare dalla figlia di un protagonista della trattativa sospettato di collusioni con il principale artefice della strategia di accordi di Cosa Nostra con le istituzioni deviate.
È necessario che sia garantito ai magistrati delle Procure competenti alle indagini di poter procedere in totale autonomia e indipendenza perché individuino tutte le responsabilità degli scellerati protagonisti della trattativa. Ma ancor prima è necessario che la parte sana della politica e la società civile facciano sentire la loro voce perché tutti coloro che hanno avuto qualunque ruolo nel biennio stragista e trattativista di Cosa Nostra siano immediatamente allontanati dalla Istituzioni, in tutti i settori: politici, giudiziari o investigativi.

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