lunedì 30 novembre 2009

La mafia non esiste, Berlusconi e Dell’Utri invece sì

Ecco il testo dell'appuntamento del lunedì con Marco Travaglio e Passaparola. Dedicato a tutti quegli imbecilli che credono che la Mafia.... e quei due....

Testo:

Buongiorno a tutti. Sembra di essere ritornati a dieci o quindici anni fa, quando partirono le prime indagini sui rapporti mafia /politica a proposito degli ambienti berlusconiani. La caratteristica che accomuna quei tempi ai tempi di oggi, ai giorni di oggi, è che nessuno risponde mai sul merito delle questioni e si alzano sempre dei grandi polveroni, delle grandi parole d’ordine.

Chi sono i "pentiti"
Vi faccio qualche esempio: in questi giorni si sta cercando di rispondere alle nuove rivelazioni che, tra un attimo, vi riassumerò, con argomenti del tipo “ma questi pentiti sono gente che ha sciolto i bambini nell’acido, sono gente con venti ergastoli, sono gente che ha ammazzato per tutta la vita, sono dei mafiosi: come facciamo a fidarci di loro?”, in realtà non c’è nessun rapporto tra il fatto che uno abbia commesso dei gravissimi delitti e il fatto che racconti bugie. Possono esserci persone che raccontano bugie e non hanno commesso mai alcun delitto e persone che dicono la verità e che hanno passato la vita a delinquere: del resto, il fatto che il pentito dica la verità lo si verifica quando parla dei propri delitti, prima di fare i nomi dei suoi complici e dei suoi mandanti; di solito il pentito è uno che ha confessato i delitti di cui stiamo parlando e quindi sappiamo che ha commesso i delitti di cui stiamo parlando proprio perché l’ha detto lui e, grazie a quelle confessioni, è stato poi condannato a più ergastoli, anche se la legge consente ormai dei modici, prima erano molto più abbondanti, quando la legge la ispirò Falcone erano molto più abbondanti, sconti di pena e benefici carcerari.
Naturalmente a qualcuno potrà anche ripugnare il fatto che si vadano a sentire dei pentiti di mafia per sapere le cose di mafia: purtroppo non si è mai trovato nessun altro, se non i mafiosi, che fosse in grado di raccontare che cosa succede nella mafia, perché? Perché la mafia è una società segreta, gli affiliati hanno il vincolo della riservatezza assoluta, non possono neanche dire, ovviamente, in giro di essere mafiosi, non possono dirselo neanche tra loro, salvo alcune circostanze molto normate dalle regole mafiose e conseguentemente, per sapere qualcosa della mafia, bisogna sentire i mafiosi. Poi, naturalmente, bisogna verificare che dicano la verità, ma non è che uno, perché è mafioso, sia di per sé bugiardo e dopodiché in questi anni abbiamo visto centinaia, centinaia e centinaia di pentiti: di pentiti che hanno raccontato bugie ce ne sono pochissimi, quando leggete sui giornali “non dimentichiamo che i pentiti sono quelli che avevano detto che Andreotti aveva baciato Riina”, intanto è una truffa, perché Balduccio Di Maggio non disse che Andreotti aveva baciato Riina, aveva detto un’altra cosa, ossia che quando Andreotti entrò nella casa di Nino Salvo e incontro Riina, quest’ultimo gli si fece incontro e lo baciò sulla guancia, per cui è Riina che saluta con il bacio rituale Andreotti e non viceversa, ma in ogni caso non c’è scritto da nessuna parte che quella sia una bugia, non c’è nessuna delle sentenze Andreotti che dica che Balduccio Di Maggio mentiva, c’è semplicemente scritto che non sono stati trovati riscontri sufficienti per ritenere che quell’incontro, raccontato da Di Maggio, ci sia stato, ma non c’è scritto che ci sono le prove che non c’è stato, tant’è che nessuno, neanche uno dei 38 pentiti che accusavano Andreotti è mai stato incriminato per calunnia, cosa che sarebbe stata obbligatoria nel caso in cui i giudici avessero riscontrato che anche solo uno di quei 38 aveva mentito e del resto, come sapete e come purtroppo non sa Eugenio Scalfari, il quale ieri ha parlato di un processo che è finito in assoluzione in parte con formula piena e in parte con formula dubitativa. Non c’è nessuna assoluzione con formula piena nel processo Andreotti, Andreotti fu assolto con la vecchia insufficienza di prove in primo grado, in appello gli fu peggiorata la sentenza di primo grado, ribaltandone la parte del periodo fino al 1980 e lì fu dichiarato colpevole, ma prescritto per il reato commesso di associazione a delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980. Dopo il 1980 fu confermata l’assoluzione per insufficienza di prove, che era stata data in primo grado. La Cassazione confermò la sentenza d’appello, per cui so che è suggestivo dire “beh, ma quelli sono dei mafiosi che hanno sciolto i bambini nell’acido”: è vero, infatti è proprio per quello che sono dei testimoni privilegiati per raccontare quello che succede dentro la mafia, perché loro ne hanno fatto parte; certo, sarebbe bellissimo poter avere dei testimoni di mafia che hanno sempre fatto, nella loro vita, i frati francescani o le suore clarisse, ma purtroppo i frati francescani e le suore clarisse della mafia non sanno una mazza, perché non ne hanno mai fatto parte e conseguentemente è ovvio che, per sapere quello che succede in un’organizzazione criminale, bisogna sperare che qualcuno all’interno di quell’organizzazione criminale ce lo racconti. Del resto lo vedete, per qualunque delitto venga a essere commesso si vanno a cercare le persone più vicine alla vittima e, quando si scopre che c’è un’organizzazione criminale, si vanno a cercare tutte le persone che fanno parte di quell’organizzazione criminale, nella speranza che una di queste collabori con la giustizia. Se ci state attenti, la figura del pentito in realtà non esiste: chi è il pentito? Il pentito è un delinquente che, quando viene preso, ha due possibile strade, quando viene scoperto: la prima è negare tutto e tenere per sé i suoi segreti e coprire i suoi complici, i suoi capi e i suoi mandanti; l’altra è quella di rispondere alle domande dei magistrati e dire la verità, in tutti i Paesi del mondo chi risponde ai magistrati e dice la verità, ma non soltanto mafioso, anche membro di un’organizzazione dedita alle rapine, ai furti, all’immigrazione clandestina, al terrorismo etc., chi risponde e dice la verità ha delle attenuanti, dei premi, perché? Perché tutti gli Stati seri hanno tutto l’interesse a fare in modo che sempre più gente collabori con i giudici e con le forze dell’ordine, aiutando a scoprire anche gli altri personaggi o a scoprire gli altri reati che hai commesso, ma che i magistrati non sanno ancora che tu hai commesso. Per cui il pentito di mafia, come di terrorismo, non è una figura particolare: esiste in tutti i tipi di reati e in tutti i Paesi, c’è semplicemente, quando ti prendono, la possibilità o di mentire, di tacere e tenerti tutto dentro coprendo i tuoi complici, oppure collaborare. Se collabori è ovvio che lo Stato ti tratta meglio, dopo aver verificato che la tua collaborazione, ovviamente, è genuina: genuina non perché sei diventato buono, ma genuina perché hai detto la verità, poi se sei sempre stronzo come prima, oppure se sei diventato buono, quello allo Stato non deve interessare, allo Stato deve interessare se quello che hai detto è vero e per questo si vanno a fare i controlli.

Tante balle, poche risposte
Sentite dire tante stupidate in questi giorni: sentite dire, per esempio, che questa storia del concorso esterno in associazione mafiosa ce l’abbiamo solo noi etc., intanto abbiamo la mafia, abbiamo Cosa Nostra e gli altri Paesi non ce l’hanno, abbiamo la camorra e gli altri Paesi non ce l’hanno, abbiamo la ‘ndrangheta e gli altri Paesi non ce l’hanno, per cui è ovvio che ciascuno si occupa dei reati tipici del suo Paese. Certo in Danimarca non c’è il concorso esterno in associazione mafiosa, perché non c’è l’associazione mafiosa e conseguentemente non c’è nessuno che può concorrere, ma il concorso esterno in associazione mafiosa è un reato che la Corte di Cassazione ha già definito molto precisamente come il reato che viene commesso da quelle persone che non fanno parte permanentemente degli organici della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta ma che, pur facendo un altro mestiere, sono a disposizione non per fare una volta un favore, in quanto quello si chiama favoreggiamento, ma per essere sempre a disposizione dell’organizzazione per ogni evenienza e in qualunque momento. Questo è il concorso esterno in associazione mafiosa. E’ evidente che il buonsenso ci spiega e ci dice che è giusto che esista questo reato, perché altrimenti come viene punito il medico che, pur non essendo affiliato con il rito della punciuta, della santina, della scorza d’arancio etc., ogni volta che gli portano un latitante o un killer ferito lo cura, senza dire di averlo curato? Come definire il prete che celebra matrimoni, funerali, sacramenti vari alle famiglie dei latitanti? Come definire il poliziotto che avverte i mafiosi dei blitz, come faceva Bruno Contrada quando era a Palermo? Infatti è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Che dire del politico che, pur non essendo mafioso di suo, è al servizio della mafia, nel senso che ogni volta che la mafia ha bisogno di un appalto, di un favore, di un’agevolazione, di un certificato etc...? Pensate all’impiegato dell’anagrafe che fa i documenti e rilascia i certificati ai mafiosi latitanti, pensate all’imprenditore che dà i subappalti regolarmente: non sono mica organici alla mafia, stanno ciascuno a casa propria, fanno ciascuno il proprio lavoro e, quando Mamma Santissima chiama, picciotto risponde, ma non sono affiliati e quindi sarebbe assurdo condannarli per associazione, partecipazione all’associazione, questo è il concorso esterno: è una cosa normalissima. E’ ovvio che a nessuno verrebbe mai in mente di fare il processo a qualcuno perché ha incontrato un altro: adesso leggete sui giornali che per il concorso esterno, basta incontrare uno al bar, ma sono tutte stupidaggini; la Corte di Cassazione ha stabilito che il concorso esterno regge, fino alla Corte di Cassazione appunto, soltanto quando si dimostra che c’è un asservimento della persona che sta fuori dalla mafia della mafia, che c’è una serie di condotte protratte negli anni, non un solo episodio o due episodi, che sarebbero singoli favoreggiamenti e che c’è uno scambio, un do ut des: io politico, poliziotto, prete, magistrato colluso, imprenditore, impiegato etc., ti faccio quello che tu mi chiedi e tu, in cambio, mi dai quello che voglio io, come i voti nel caso del politico, dei soldi nel caso del medico a libro paga, o cose di questo genere. Questa è protezione dagli attentati che ti faccio io stesso, nel caso dell’impresario o dell’imprenditore, questo è il concorso esterno, che naturalmente era considerato fondamentale da Falcone e Borsellino, che infatti furono i padri del reato di concorso esterno, visto che ne definirono i contorni per la prima volta, a proposito della mafia, nella sentenza /ordinanza del processo Maxi Ter a Cosa Nostra nel luglio del 1987, per cui quando sentite che Falcone e Borsellino non avrebbero mai usato il concorso esterno, sono tutte stupidaggini, in quanto l’hanno teorizzato loro, anche se l’idea che una grande associazione criminale si serva di personaggi esterni a sua disposizione non è nuova, ci sono già sentenze della Corte di Cassazione addirittura nell’800, quando la Corte di Cassazione aveva sede a Palermo, che configurano il concorso esterno in brigantaggio, perché all’epoca c’era o lo chiamavano brigantaggio, anche se somigliava molto alla mafia.
Soprattutto in questi giorni sentite dire che c’è una giustizia a orologeria, cioè che ci sono questi pentiti e questi magistrati che, a un certo punto, si mettono d’accordo tutti nazionale per spodestare Berlusconi. Chi dice questo, oltre a essere totalmente in malafede - infatti chi è che lo dice? Berlusconi - non sa come avvengono gli interrogatori e come iniziano le collaborazioni con la giustizia dei mafiosi. Il mafioso, come tutti gli imputati di reati gravi, ovviamente all’inizio centellina le cose: perché? Perché sta iniziando a collaborare con quello che è stato il suo nemico storico, il mafioso viene allevato fin da piccolo a odiare lo Stato, essendo lui un affiliato all’Antistato e quindi, l’idea di collaborare con i cosiddetti sbirri anche psicologicamente è un trauma, per cui all’inizio è faticosissima la collaborazione, è faticosissimo confessare le proprie colpe, è superfaticosissimo fare i nomi dei propri capi, con i quali si è legati o da parentela di sangue, o da una sorta di osmosi, dopo aver fatto tutto ciò che si è fatto (omicidi, paura, terrore anche per sé, perché certamente chi fa la vita del latitante può essere scoperto da un momento all’altro) tutto in osmosi con la propria famiglia, cioè con il proprio clan mafioso. L’idea di dover fare i nomi di tutti i tuoi amici, di tutti i tuoi capi che ti hanno dato soldi, prestigio, uno status sociale etc. è molto traumatico, conseguentemente ci si arriva per gradi. A volte bisogna proprio cavargliele con le pinze, certe cose ai pentiti: perché? Perché comunque distaccarsi dal proprio ambiente è un po’ come per il pesce che, a un certo punto, esce dall’acqua: non è facile e, a un certo punto, si pone il problema dei livelli superiori, ossia delle coperture politiche. Ora immaginate quale pazzo suicida mafioso decide spontaneamente, mettendosi d’accordo con il magistrato, dice “adesso facciamo il nome di Berlusconi di Dell’Utri, così li buttiamo giù”, ma pensare che le cose vadano così significa non capire niente; il mafioso, prima di fare il nome di un uomo potente della politica o dell’economia, ci pensa milioni di volte e infatti da sempre abbiamo questa reticenza a parlare dei politici: perché? Perché il passato è maestro, la storia è maestra, almeno per i mafiosi: Buscetta, quando Falcone gli chiede dei politici, dice “non apriamo questa porta, perché altrimenti prenderanno per matto lei e ammazzeranno me, oppure prenderanno per matto me e ammazzeranno lei, perché finché faccio i nomi di tutti i miei pari grado e di tutti i miei sottoposti non fregherà niente a nessuno, arresterete qualche vecchio mafioso, qualche pecoraio, qualche killer, il giorno dopo verranno immediatamente sostituiti e nessuno ci farà caso, ma se mi metto a fare certi nomi cominceranno a dire che lei è politicizzato, che lei strumentalizza i pentiti, che lei fa giustizia a orologeria” e Falcone, con un concetto un po’ elastico dell’obbligatorietà dell’azione penale, accetta che Buscetta non faccia i nomi dei politici. Per altro, nello stesso periodo, interrogato da un giudice americano che non aveva l’obbligatorietà dell’azione penale, perché in America l’azione penale è discrezionale, Buscetta fece il nome di Andreotti già nell’83, cioè dieci anni prima che venisse fuori il nome di Andreotti nelle inchieste di Palermo, vivo Falcone. In ogni caso è sempre successo così: il pentito, prima di fare i nomi di politici ci pensa duemila volte, deve capire se il giudice è affidabile e deve capire, soprattutto, se il giudice è un pazzo scatenato che prende delle iniziative, o se ha un potere reale alle spalle, cioè lo Stato vuole veramente che io, mafioso, faccia quei nomi, oppure appena li faccio lo Stato mi viene addosso? Perché il mafioso i rapporti di potere li annusa molto bene e quindi, se di fronte a lui c’è un interlocutore forte, autorevole, prestigioso, anche mediaticamente importante come era Falcone quando interrogava Buscetta, Falcone era una star giustamente, per fortuna, Buscetta parlava e voleva parlare solo con Falcone e tutti volevano parlare solo con Falcone o con Borsellino poi, esattamente come a Milano i “pentiti” della politica e dell’economia ai tempi di tangentopoli volevano parlare con Di Pietro. Perché? Perché il criminale, colletto bianco o mafioso, avverte la calamita del potere e quindi dice, “se parlo con un giudice abbastanza intoccabile non mi succede niente, se parlo con un pivellino che viene qua, mi fa fare tutti i nomi e dopodiché il giorno dopo lo trasferiscono in Sardegna io cosa ci faccio? Rimango con il cerino in mano”.

Berlusconi, Dell'Utri, Spatuzza e i Graviano
Quindi figuratevi se Spatuzza o gli altri della cosca di Brancaccio, cioè del clan Graviano, sono andati così a cuor leggero davanti ai magistrati di Firenze, di Milano, di Palermo, di Caltanissetta a.. “sapete che c’è oggi? Oggi parliamo di Dell’Utri e di Berlusconi”, cioè del capo del governo e del suo braccio destro, ma non avviene così, avviene per gradi. Ecco perché il mafioso che collabora con la giustizia ha bisogno di un congruo periodo di tempo, perché è una nuova vita, è un nuovo modo di pensare, di porsi, sta facendo una cosa che mai avrebbe pensato di fare prima e quindi la stessa memoria non è che ti venga di colpo, hai lavorato 40 /50 anni per la mafia e come fai a ricordarti tutto subito? E’ chiaro che da cosa nasce cosa, da domanda nasce risposta: basta un qualcosa per farti ricordare e riportare alla mente un episodio, per cui stiamo parlando di un lavorio che dura da qualche mese, dove i magistrati, come abbiamo visto, registrano gli interrogatori, non è che facciano le cose.. fanno le domande che tutti farebbero in quel momento, per sapere chi diavolo suggerì a Riina l’omicidio di Borsellino e chi diavolo indicò a Bagarella e ai Graviano gli obiettivi strani, eccentrici all’apparenza di Maurizio Costanzo in Via Fauro, del padiglione di arte moderna e contemporanea in Via Palestro a Milano, delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni Laterano a Roma e, prima, della Torre dei Pulci vicina agli Uffizi, in Via dei Georgofili a Firenze. Questi sono gli argomenti, dopodiché Spatuzza che cosa fa? Quest’estate parla inizialmente di entità politiche, poi a furia di insistere dice anche chi erano e poi, ancora, dettaglia meglio ciò che gli dicevano i Graviano, perché lui personalmente non ha mai visto Berlusconi e Dell’Utri incontrare i Graviano, mentre dice di aver visto Schifani incontrare Graviano in un capannone di una fabbrica dove lui lavorava, era un lavoro di copertura. Allora racconta quello che gli dicevano Filippo e Giuseppe Graviano nei mesi delle stragi: se Spatuzza fosse uno mandato dalla sinistra - figuratevi se la sinistra è in grado di mandare qualcuno, tra l’altro! La sinistra non è in grado neanche di esistere! - Ma se fosse mandato da qualche potere occulto per fulminare Dell’Utri e Berlusconi, certamente racconterebbe di averli visti o di aver visto uno dei due, o di aver accompagnato i Graviano a incontrare Dell’Utri e Berlusconi, insomma fornirebbe degli elementi robusti che paff, ti danno la prova di un qualche incontro, tanto inventare per inventare inventatele bene le cose, se vuoi complottare. Invece no, Spatuzza non racconta niente di cose viste da lui: Spatuzza si ferma a quello che ha sentito dire da Graviano e dopodiché che cosa fanno i giudici? Vanno da altre persone che frequentavano Spatuzza per dire loro “ma a voi Spatuzza ha mai detto prima queste cose qua etc.?” e molte di queste dicono “sì, certo”, è così che stanno andando avanti le indagini, non c’è nessuna ombra di complotto, proprio perché ci sono magistrati che stanno indagando da 16 anni, 17 anni sulle stragi che continuano imperterriti a indagare sulle stragi, ben sapendo che c’è un lato B delle stragi che non è mai stato esplorato, perché nessuno ha mai voluto inoltrarvisi, o perché quei pochi collaboratori di giustizia che ci si erano inoltrati non bastavano, in quanto parlavano tutti de relata refero, cioè avevano sentito parlare i loro capi o i loro colleghi di certi ambienti, ma non erano in grado di portare degli elementi probanti sufficienti a giustificare un giudizio, ma molto lavoro era già stato fatto prima. Chi di voi ha letto “L’Odore dei Soldi” trova le requisitorie del giudice Tescaroli, ci sono le confessioni di Salvatore Cancemi, che tira in ballo per primo Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi, ci sono molti altri collaboratori di giustizia che corroborano, c’è la sentenza Dell’Utri, dove si parla anche del suo ruolo nel periodo delle stragi; c’è Giovanni Brusca che racconta molte cose delle trattative delle stragi, anche se a mio avviso non ha detto tutto, c’è molto di più nella testa di Brusca e questo dimostra ancora una volta la paura con cui i pentiti affrontano gli argomenti della politica, altro che buttare lì il cuore oltre l’ostacolo per cacciare via un governo! Semmai mentono per difetto, perché dicono molto meno di quello che sanno, anche perché se dici una cosa che sai e poi non si trovano i riscontri magari qualcuno potrebbe anche pensare che sei un calunniatore, mentre semplicemente sei una persona che ha detto una cosa che poi, anni dopo, non si è riusciti a dimostrare. Uno ha visto un tizio e come fa a dimostrare di averlo visto anni dopo?
Tenete presente che molto spesso il pentito, che viene dipinto come un fanfarone, un chiacchierone etc., in realtà dice molto meno sul tema mafia e politica di quello che sa, non molto di più, molto di meno, perché ha paura, giustamente ha paura: già solo per il fatto che, se mente, gli sterminano l’intera famiglia fino al terzo grado e poi vedete le campagne di stampa che si fanno contro i pentiti, non appena fanno certi nomi e questi non sono mica scemi, se non capiscono proprio che lo Stato vuole fare sul serio in certe indagini, col cavolo che fanno certi nomi!
Spatuzza che cosa dice? Spatuzza, in estrema sintesi, dice questo: dice che nel gennaio del 1994 i fratelli Graviano - che sono quelli che vengono incaricati di fare, nella primavera /estate del 93.. scusate, che sono stati incaricati di fare le stragi della primavera /estate del 93, stragi che quindi c’erano state sei mesi prima, perché qui siamo nel gennaio del 94, ebbene i fratelli Graviano - in un bar di Roma vicino al Parlamento gli dissero “tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo, ci siamo messi l’Italia nelle nostre mani”, dice Spatuzza, “mi fa il nome di Berlusconi, gli domando “ma quello di Canale Cinque?” e lui mi dà conferma, poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri”. Quando poi - guardate, siamo nel gennaio del 1994- il 26 gennaio del 1994 Berlusconi va in onda con il messaggio videoregistrato, dove annuncia la sua discesa in campo, “quando li vedo scendere in politica partecipando alle elezioni e vincendole, capisco che sono loro direttamente quelli su cui abbiamo puntato tutto” e allora Giuseppe Graviano gli dice “l’accordo è definitivamente preso, ritengo di poter escludere - dice Spatuzza - categoricamente, conoscendoli assai bene, che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci personalmente parlato”, questo è quello che dice Spatuzza, aggiungendo due cose. La prima cosa riguarda i soldi di Berlusconi: “i soldi di Berlusconi”, dice Spatuzza, “provenivano anche da Cosa Nostra” e lui si riferisce a investimenti piuttosto recenti rispetto alle stragi, cioè dei primi anni 90, che i Graviano avrebbero fatto a Milano e in Sardegna, infatti i Graviano nel 1993 spariscono da Palermo, nessuno sa più dove sono andati e poi si scopre che stanno stabilmente a Milano e d’estate, mentre scoppiano le bombe, stanno in Costa Smeralda, a poche centinaia di metri da una certa villa di un certo attuale Presidente del Consiglio. In quel periodo Spatuzza sostiene che i Graviano avevano investito dei soldi dentro le aziende del Cavaliere, tant’è che dice “seguivano la borsa, parlavano della Fininvest come fosse roba loro, come se fossero soldi loro”, questo dice Spatuzza. E poi dice un’altra cosa: dice che tre anni fa.. anzi, scusate, due anni fa i Graviano, con i quali lui parlò in carcere, perché erano tutti in galera in quanto furono arrestati il giorno dopo della discesa in campo di Berlusconi, il 27 gennaio a Milano, rimangono in galera quindici anni e, dopo quattordici anni di galera, dicono a Gaspare Spatuzza “qui o cambiano le cose, o arriva qualcosa per noi, oppure dobbiamo andare a parlare con i magistrati”. Capite che questa è una frase abbastanza interessante: perché? Perché in quella frase ci si dice che i Graviano stavano aspettando un qualche favore per alleviare le loro condizioni di carcerati in isolamento al 41 bis e che, se non si fossero risolte le loro faccende, avrebbero dovuto andare a parlare con i magistrati. Poi quello che succede lo sappiamo: a parlare con i magistrati ci va Spatuzza e, dietro di lui, arrivano altri tre membri della famiglia Graviano, cioè oggi abbiamo tutto il vertice del clan Graviano che collabora con i magistrati, tranne i capi supremi, cioè i fratelli Graviano, Filippo e Giuseppe Graviano. Abbiamo Gaspare Spatuzza, il quale dice appunto che, nel gennaio del 94, c’era stato l’accordo con Berlusconi e Dell’Utri e quindi non c’era più bisogno di fare il famoso attentato allo Stadio Olimpico, che avrebbe dovuto uccidere almeno cento Carabinieri, c’è Pietro Romeo, il quale dice “sì, è vero, risulta anche a me quello che dice Spatuzza, perché quando un giorno stavamo parlando di armi e altri argomenti seri e fu chiesto a Spatuzza se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi, Spatuzza rispose Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis”, poi c’è Salvatore Grigoli, l’assassino di Don Puglisi, uno dei killer prediletti della cosca dei Graviano, il quale dice “dalle informazioni datemi, le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti, Dell’Utri è il nome da me conosciuto quale contatto politico dei Graviano. Quello di Dell’Utri per me in quel momento era un nome conosciuto, ma neanche particolarmente importante. Quello che è certo è che me ne parlarono come del nostro contatto politico”. E poi l’ultimo membro dei Graviano che parla è Giuseppe Ciarramitaro: anzi, aveva già parlato prima di tutti gli altri, nel 96 e aveva detto più genericamente che “l’attacco allo Stato aveva degli obiettivi che venivano indicati da un politico e che, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe interessato a fare abolire il 41 bis. Quando Berlusconi divenne Presidente del Consiglio per la prima volta nell’organizzazione erano tutti contenti, perché si stava muovendo nel senso desiderato e si disse, in ambito di Cosa Nostra, che la proroga del 41 bis era una finta, in modo da eliminarlo definitivamente”.
Guardate, ci sono addirittura i boss irriducibili del clan Graviano che accettano di parlare con i giudici, anche se non sono pentiti: il mafioso non accetta, oppure non parla, invece questi accettano di parlare, come un certo Tutino e un certo.. anzi, il famoso, famigerato Lo Nigro. Quando Spatuzza viene messo a confronto con Lo Nigro quest’ultimo, invece di dirgli “infame, crasto”, come dicono i mafiosi ai pentiti, invece di fargli sparare alla famiglia gli dice “io ti rispetto” e è la stessa cosa che dicono Filippo e Giuseppe Graviano, che non smentiscono mai recisamente quello che dice Spatuzza, anzi gli dicono che lo rispettano. Sembra quasi che i Graviano abbiano mandato avanti i picciotti, Spatuzza e gli altri picciotti della cosca, per raccontare le prime cose e che loro si tengano defilati perché stanno ancora sperando che questo governo faccia qualcosa per loro, visto che da anni stanno dicendo “o fanno qualcosa per noi, o andiamo anche noi a parlare” e naturalmente, se andassero anche loro a parlare con i magistrati, evidentemente non si tratterebbe più di cose che hanno appreso da altri, de relata, ma si tratterebbe di cose che hanno fatto personalmente e potrebbero anche avere in mano qualche cartuccia, qualche carta, tant’è che Spatuzza dice che i Graviano “hanno il jolly in mano”, perché il jolly sarebbero quei famosi investimenti nelle società di Berlusconi. Naturalmente questo aspetto dei soldi e delle capitalizzazioni e dei finanziamenti alle società berlusconiane è un aspetto che avevamo già affrontato, ovviamente avevamo fatto il libro, “L’Odore dei Soldi”, che è stato anche ripubblicato recentemente e quindi troverete molti passaggi che qualche giornalista dell’ultima ora copia, senza neanche citare la fonte, insomma molte cose le sapevamo e le avevamo già dette in tempi non sospetti.

Cosa spaventa davvero Berlusconi
La cosa è interessante è quello che sta succedendo a Palermo e che ha raccontato Peter Gomez su Il Fatto Quotidiano: Don Vito e il consulente; io credo che, più che Spatuzza, a preoccupare il Cavaliere sia questo fronte, perché? Perché il figlio di Ciancimino sta portando in Italia le carte del padre, che erano nascoste in cassette di sicurezza in qualche paradiso fiscale e, nelle carte del padre, ci sono anche le bozze di un libro che il padre, quando è morto, stava scrivendo e lì, scrive Gomez - e mi fido di Peter Gomez - insieme a Marco Lillo “ci sarebbero elementi documentali sul ruolo che svolse negli anni 70 e 80 Ciancimino per portare capitali mafiosi dentro queste società di Milano o di Milano 2, Pancarasini, famiglie Buscemi, Bonura, Teresi, Bontate” e stiamo parlando dei famosi capitali di misteriosa origine, le famose valigie di contanti che andavano a ricapitalizzare certe società della finanziaria d’investimento Fininvest Srl. Se fosse vero che arrivano carte su quei soldi, è evidente che verrebbe riaperta a Palermo l’indagine per mafia e riciclaggio che era stata aperta a suo tempo non solo su Dell’Utri, ma anche su Berlusconi, che poi era stata archiviata, cioè congelata in attesa di elementi nuovi.
Sono elementi nuovi diretti documentali, quelli che può portare il figlio di Ciancimino, che sono in grado di fare riaprire quell’indagine e, se gli elementi fossero sostanziosi, potrebbero portare anche a un processo per quell’origine dei capitali, se quell’origine fosse finalmente nota, carte alla mano. Mentre invece per il momento Berlusconi, è chiaro, sarà probabilmente iscritto nel registro degli indagati anche per le indagini sulle stragi, se già non lo è, a Firenze come a Caltanissetta, ma non è quello il fronte dal quale gli possono derivare dei guai giudiziari seri, perché finora abbiamo molti mafiosi che parlano, ma tutti de relata: finché non collaborano i fratelli Graviano e non danno eventualmente qualche elemento oggettivo diretto o personale, su quel fronte lì il Cavaliere processi non ne avrà, riapriranno le indagini e poi i magistrati saranno costretti a archiviarle un’altra volta, mentre invece il fronte caldo è quello delle origini delle fortune di Berlusconi. Sono quei famosi capitali che il Cavaliere è talmente sicuro di aver messo lui che, quando i magistrati gli hanno chiesto chi gli avesse dato quei soldi, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Passate parola, continuate a leggere Il Fatto Quotidiano perché, anche questa settimana, ci saranno grosse novità su questi fronti e sabato non dimenticatevi la manifestazione a Roma, il No B. Day. Buona settimana, grazie.

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venerdì 27 novembre 2009

I pentiti accusano ancora Berlusconi: fra i mandanti delle Stragi del 1993

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Due più due fa quattro, si dice. Ma qui non è questione di due più due, qui le accuse a Berlusconi di essere uno dei mandanti delle stragi di Mafia dei primi anni '90 provengono non da uno o due pentiti... qua l'elenco si allunga, molti collaboratori di Giustizia stanno parlando, e si allungano le testimonianze, i dettagli, il materiale raccolto, le prove. Pare che non ci siano più dubbi sui rapporti fra Berlusconi, Dell'Utri, Forza Italia e la Mafia, ed è una schifezza.

Se i vari Feltri, Belpietro, Ferrara, Fede, Minzolini e tanti altri ancora stanno ancora con lui allora il disegno è chiarissimo: questa è una VERA organizzazione a delinquere, perchè io non credo a una adorazione del Capo così cieca da non vedere come stanno le cose. E il fatto che gli ex di AN, da Fini in poi, si stanno (loro che sono sempre stati giustizialisti, almeno fino a quando Berlusconi è "sceso in campo") finalmente allontanando, almeno in parte, da lui, la dice grossa.

Io ho le idee chiare, ma bisogna chiarirle anche a tutti quei dementi che avevano votato questa accolita di deliquenti, affinchè si vergognino e capiscano finalmente come stanno le cose da Craxi in avanti.


Mafia, perché i pentiti accusano Berlusconi
di ATTILIO BOLZONI e GIUSEPPE D'AVANZO

NELL'INCHIESTA sui mandanti delle stragi del 1993 estranei a Cosa Nostra entrano Autore 1 e Autore 2. Gli ultimi interrogatori della procura di Firenze hanno una particolarità. Tecnica, ma comprensibilissima. I primi testimoni sono stati ascoltati in un'inchiesta a "modello 44", "notizie di reato relative a ignoti". Gli ultimi, a "modello 21", dunque "a carico di noti". I pubblici ministeri, nei documenti, non svelano i nomi dei nuovi indagati. Chi sono Autore 1 e 2? Secondo le indiscrezioni pubblicate già nei giorni scorsi dai quotidiani vicini al governo, sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, la cui posizione era stata già archiviata il 3 maggio del 2002. Se così fosse, l'atto è dovuto. Non è un mistero (un migliaio di pagine sono state depositate, tre giorni fa, al processo di appello a Dell'Utri che si celebra a Palermo) che un nuovo testimone dell'accusa - Gaspare Spatuzza - indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa. Queste sono le "nuove" dai palazzi di giustizia, ma quel che si scorge è molto altro. L'intero fronte mafioso è minacciosamente in movimento. "La Cosa Nostra siciliana" si prepara a chiedere il conto a un Berlusconi che appare, a ragione, in tensione e sicuro che il peggio debba ancora venire.

Accade che, nella convinzione di "essere stata venduta" dopo "le trattative" degli anni Novanta, la famiglia di Brancaccio ha deciso di aggredire - in pubblico e servendosi di un processo - chi "non ha mantenuto gli impegni". Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo. O, come raccontano le "voci di dentro" di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell'Utri. Un'intimidazione che ha - pare - molto impaurito il senatore e patron di Publitalia. Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo. È il modo più semplice per dirlo. Perché di questo si tratta, del rendiconto finale e traumatico tra chi (Berlusconi) ha avuto troppo e chi (Cosa Nostra) ritiene di avere nelle mani soltanto polvere dopo molte promesse e infinita pazienza. Questo scorcio di 2009 finisce così per avere molti punti di contatto con il 1993 quando la Penisola è stata insanguinata dalle stragi: Roma, via Fauro (14 maggio); Firenze, via Georgofili (27 maggio); Milano, via Palestro (27 luglio); Roma, S. Giorgio al Velabro e S. Giovanni in Laterano (28 luglio); Roma, stadio Olimpico (23 gennaio 1994), attentato per fortuna fallito. Nel nostro tempo, non c'è tritolo e devastazione, ma l'annuncio di una "verità" che può essere più distruttiva di una bomba. Per lo Stato, per chi governa il Paese.

Per capire quel che accade, bisogna sapere un paio di cose. La famiglia mafiosa dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano di Brancaccio a Palermo è il nocciolo irriducibile - con i Corleonesi di Riina e Bagarella, con i Trapanesi di Matteo Messina Denaro (latitante) - di una Cosa nostra siciliana che oggi ha il suo "stato maggiore" in carcere e in libertà soltanto mischini senza risorse, senza influenza, senza affari, incapace anche di concludere uno sbarco di cocaina perché priva del denaro per acquistare un gommone. La seconda cosa che occorre ricordare è che gli "uomini d'onore" non hanno mai ammesso di essere un'"associazione" (Giovanni Bontate che, in un'aula di tribunale, usò con leggerezza il noi fu fatto secco appena libero).

I mafiosi non hanno mai accettato di discutere i fatti loro, anche soltanto di prendere in considerazione l'ipotesi di lasciar entrare uno sguardo estraneo negli affari della casa, figurarsi poi se gli occhi erano di magistrato. Apprezzati questi due requisiti "storici", si può comprendere meglio l'originalità di quanto accade, ora in questo momento, dentro Cosa Nostra. Tra Cosa Nostra e lo Stato (i pubblici ministeri). Tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell'Utri) che - a diritto o a torto, è tutto da dimostrare - i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i "carcerati" o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge; ceto politico disponibile, come nel passato, al dialogo e al compromesso con gli interessi mafiosi.

Sono novità che preparano una stagione nuova, incubano conflitti dolorosi e pericolosi. La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre - quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell'Utri - avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo che, in agosto, ha detto di voler "passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia".

È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure (Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano). Vogliono contribuire "alla verità". Lo dice, con le opportune prudenze, anche Giuseppe Graviano, "muto" da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli. Spiegano, ricordano. Chiariscono come nacque, e da chi, l'idea delle stragi che non "avevano il dna di Cosa Nostra" e che "si portarono dietro quei morti innocenti". Indicano l'"accordo politico" che le giustificò e le rese necessarie "per il bene della Cosa Nostra". I nomi di Berlusconi e Dell'Utri saltano fuori in questo snodo.

Gaspare Spatuzza, 18 giugno 2009, ricostruisce la vigilia dell'attentato all'Olimpico: "Giuseppe Graviano mi ha detto "che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili". A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c'è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell'Utri (...) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l'attentato all'Olimpico perché serve a dare il "colpo di grazia" e afferma: ormai "abbiamo il Paese nelle mani"".
Pietro Romeo, 30 settembre 2009: "... In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori".

Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: "Dalle informazioni datemi (...), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (...) Dell'Utri è il nome da me conosciuto (...), quale contatto politico dei Graviano (...) Quello di Dell'Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico". E' una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d'interrogatorio del 23 luglio 1996: "Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c'era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (...). Quando Berlusconi [è] stato presidente del Consiglio per la prima volta, nell'organizzazione erano tutti contenti, perché si stava muovendo nel senso desiderato e [si disse] che la proroga del 41 bis era stata solo per 'fintà in modo da eliminarlo del tutto alla scadenza".

Ci sarà, certo, chi dirà che non c'è nulla di nuovo. "Pentiti di mafia" che confermano testimonianza di altri "pentiti di mafia" ci sono stati ieri, ci sono oggi. La differenza, in questo caso, è come questi uomini che hanno saltato il fosso sono trattati dagli altri, da chi - in apparenza - resta ben saldo nelle sue convinzioni di mafioso, nel suo giuramento d'omertà. Li rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Non li considerano degli "infami". Accettano il dialogo con loro. Anche i più ostinati come Cosimo Lo Nigro e Vittorio Tutino.

Cosimo Lo Nigro, il 10 settembre del 2009, è seduto di fronte a Gaspare Spatuzza. Spatuzza gli dice che "ha gioito - oggi me ne vergogno - , ma ho gioito per Capaci perché quello [Falcone] rappresentava un nemico per Cosa Nostra... ma il nostro malessere inizia nel momento in cui ci spingiamo oltre (...) su Firenze, Roma, Milano...". Lo Nigro lo ascolta, senza contraddirlo. Spatuzza ricostruisce come andarono le cose durante la preparazione della strage all'Olimpico. Lo Nigro lo lascia concludere e gli dice: "Rispetto le tue scelte, ma ancora ti chiedo: sei sicuro di ciò che dici e delle tue scelte?". Vittorio Tutino accetta di essere interrogato dai Pm di Caltanissetta. Non fa scena muta. Parla. Il suo verbale d'interrogatorio deve essere interessante perché viene secretato.

Già queste mosse annunciano la nuova stagione, ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Sono i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro "batteria" fino a progettare la strage - per fortuna evitata per un inghippo nell'innesco dell'esplosivo - di un centinaio di carabinieri all'Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell'educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: "Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati". La frase è eloquente. C'è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l'impegno. Per cavarsi dall'angolo, c'è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi - estraneo all'organizzazione - si è tirato indietro. Accusarlo può essere considerato "un'infamia"?

Filippo Graviano, il 20 agosto 2009, accetta il confronto con Gaspare Spatuzza. C'è una sola questione da discutere. Quella frase. Ha detto che "se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati"? La smentita di Filippo Graviano è ambigua. In Sicilia dicono: a entri ed esci. Dice Filippo a Gaspare: "Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un'altra parte d'Italia". La premessa è utile al boss per negare ma con garbo: "Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno".

Filippo non ha timore di pronunciare per un boss parole tradizionalmente vietate, "legalità", "cercare magistrati". Si spinge anche a pronunciarne una, indicibile: "dissociazione". Dice, il 28 luglio 2009: "Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (...). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c'era il denaro. Oggi c'è la cultura, la conoscenza. (...) Io non rifarei le scelte che ho fatto".

Anche Giuseppe Graviano, 46 anni, il più duro, il più autorevole (i suoi lo chiamano "Madre natura" o "Mio padre"), incontra i magistrati, il 28 luglio 2008. E' la prima volta che risponde a una domanda dal tempo del suo arresto, il 27 gennaio 1993. Dice: "Io sono disposto a fare i confronti, con coloro che indico io e che ritengo sappiano la verità. Sono disposto a un confronto con Spatuzza ma cosa volete che sappia Spatuzza che non sa niente, faceva l'imbianchino, sarà ricattato da qualcuno". Sembra che alzi un muro e che il muro sia insuperabile, ma non è così. Quando gli tocca parlare delle stragi del 1993, ragiona: "Perché non mi avete fatto fare il confronto con i pentiti in aula, quando l'ho chiesto? Così una versione io, una versione loro e poi c'è il magistrato [che giudica]: voi ascoltavate e potevate decidere chi stava dicendo la verità. La verità, [soltanto] la verità di come sono andati i fatti.. . io vi volevo portare alla verità. E speriamo che esca la verità veramente. Ve ne accorgerete del danno che avete fatto. Se noi dobbiamo scoprire [la verità], io posso dare una mano d'aiuto. Io dico che uscirà fuori la verità delle cose. Trovate i veri colpevoli, i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, colletti grigi, colletti e sono sempre innocenti [questi, mentre] i poveri disgraziati...".

Gli chiedono i magistrati: "Lei sa che ci sono colletti bianchi implicati in queste storie?". Risponde: "Io non lo so. Poi stiamo a vedere se... qualcuno ha il desiderio di dirlo che lo sa benissimo... Ma io non posso dire la mia verità così. Perché non serve a niente. Invece, ve la faccio dire, io, [da] chi sa la verità".

Ora bisogna mettere in ordine quel che si intuisce nelle mosse di Cosa Nostra. I "pentiti" non sono maledetti da chi, in teoria, stanno tradendo. Al contrario, ricevono attestati di solidarietà, segnali di rispetto, addirittura cenni di condivisione per una scelta che alcuni non hanno ancora la forza di decidere. E' più che un'impressione: è come se chi offre piena collaborazione alla magistratura (Spatuzza, Romeo, Grigoli) abbia l'approvazione di chi governa la famiglia (Giuseppe e Filippo Graviano) e ancora oggi può essere considerato al vertice di un'organizzazione che, in carcere, custodisce l'intera memoria della sua storia, delle sue connessioni, degli intrecci indicibili e finora non detti, degli interessi segreti e protetti. In una formula, il peso di un ricatto che viene offerto con le parole e i ricordi delle "seconde file" in attesa che le "prime" possano valutare quel che accade, chi e come si muove.

Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto "la verità" delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. Dice Spatuzza: "I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo". Se a Milano - dice il testimone - Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.

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Sputtanate le principali bugie governative nei dibattiti sulla (anzi, contro la) giustizia

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Come sappiamo uno stuolo di politici e giornalisti dell'area PDL (per fare qualche esempio fra i più attivi: Feltri, Belpietro, Minzolini da una parte, Bocchino, Bonaiuti, Alfano e Ghedini dall'altra) sta operando una missione, la Missione Menzogna, in ogni contesto che dà loro spazio, dalle tv ai quotidiani, per rimbecillire gli italiani su tutto quello che riguarda la Magistratura, il suo rapporto con Berlusconi, e le riforme della stessa ad opera del Regime Delinquenziale che ci governa perchè tanti imbecilli lo hanno votato.

Marco Travaglio ha curato un piccolo manualetto di auto-difesa che è assolutamente necessario leggere bene e far girare per evitare di cascare nelle trappole menzognere che questi luridi servi ci piazzano ovunque ci giriamo.

Leggete con attenzione:


Travaglio: Bugiardi al talk show
Manualetto di autodifesa per il telespettatore contro le principali bugie governative nei dibattiti sulla (anzi, contro la) giustizia

di Marco Travaglio

1. "I processi sono lenti perché i magistrati italiani lavorano 4 ore al giorno".
I magistrati italiani vantano la più alta produttività d'Europa. Ogni anno ciascuno definisce in media 1.400 procedimenti: 4 al giorno (lavorativo). Secondo il rapporto 2008 della Commissione europea per l'efficienza della giustizia (Cepej), il giudice civile italiano di primo grado smaltisce 411,33 procedimenti civili all'anno e quello penale 181,09: il doppio dei francesi, spagnoli e portoghesi, il quintuplo dei tedeschi.

2. "I magistrati non pagano mai i loro errori".
In realtà, non godono di alcun tipo di immunità: se commettono un reato, finiscono sotto processo come ogni altro cittadino. Quando un giudice scopre un collega che ruba, lo arresta; quando si scopre un politico che ruba, i colleghi lo coprono (in 60 anni le Camere hanno sempre negato l'autorizzazione all'arresto di propri membri per mafia e corruzione). Per le infrazioni disciplinari, il Csm infligge molte più sanzioni di qualunque ordine professionale (quello degli Avvocati non ha ancora espulso Previti, a tre anni dalle condanne definitive per due corruzioni giudiziarie). Sempre secondo il Cepej, il nostro Csm nel 2006 ha aperto 92 procedimenti disciplinari e sanzionato 66 toghe, 7,5 ogni mille. In Francia solo 14 sanzioni disciplinari (0,5 su mille), in Germania 29 (1 su mille), in Spagna 24 (3,5 su mille).

3. "I processi a Berlusconi sono politici: gliene hanno aperti oltre cento, tutti dopo la sua discesa in campo".
Berlusconi ha subìto 16 processi e la magistratura si era occupata di lui anche prima del '94. Nel 1983 fu indagato dalla Guardia di Finanza per traffico di droga, indagine poi archiviata. Nel 1984 tre pretori sequestrarono gli impianti che consentivano alle reti Fininvest di trasmettere su scala nazionale in 'interconnessione', con l'effetto-diretta consentito solo alla Rai. Craxi sanò l'illegalità con due decreti ad personam. Nello stesso anno il giudice Renato Squillante interrogò Berlusconi, assistito da Previti, in un processo per antenne abusive, poi lo archiviò. Squillante aveva un conto in Svizzera comunicante con quelli di Previti e della Fininvest. Nel 1989 il Cavaliere giurò il falso al pretore di Verona a proposito della P2 e fu processato per falsa testimonianza, ma lo salvò l'amnistia del 1990. Quanto a Tangentopoli - come scrive il gip bresciano Carlo Bianchetti, archiviando una denuncia di Berlusconi contro il pool di Milano - "risulta dagli atti che le iniziative giudiziarie del pool Mani pulite verso il dottor Berlusconi e le sue aziende avevano preceduto, non seguito la sua discesa in campo.

Nel gennaio '94 la Procura di Milano aveva già avviato svariati procedimenti su di lui e/o le sue aziende". Berlusconi non è stato indagato perché era sceso in campo. È sceso in campo perché lo stavano indagando.

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giovedì 26 novembre 2009

Soffia nell'odio, Kaiser

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Assuefatti, inebetiti, in tanti, troppi, non ci indignamo più per certe sparate pronunciate da Silvio Berlusconi. Capita anche a me, lo confesso, tanto (penso) non cambierà mai. Poi mi rendo conto che se abbasso la guardia anche io sono guai... sì, sono guai: perchè troppa gente ha schifo (e forse sotto un certo punto di vista ha ragione) della politica, e allora non se ne occupa più, e non guarda più a cosa fanno i politici.

Discorsi come quello di Berlusconi riportato oggi da tutti i quotidiani fanno però saltare la santabarbara. Ma avete letto? Vi siete informati? Questo delinquente sparge odio a piene mani, soffia negli incendi che lui stesso ha appiccato, e poi fa la vittima... la vittima del giusto operato di una categoria, la Magistratura, che ha una cultura giuridica talmente superiore alla sua che ogni paragone è imbarazzante, che ha un senso della Giustizia e dello Stato, di rispetto delle regole che Lui non conosce, perchè sono aliene (queste regole, oltre a quelle del buonsenso e dell'onestà) al suo modo di concepire e poi vivere l'attività politica.


Berlusconi ha parlato nuovamente di una persecuzione giudiziaria nei suoi confronti, spiegando le ragioni che obbligano a metter mano alla riforma della giustizia. Perché, dice il premier, "è in atto un tentativo di far cadere il governo" condotto soprattutto dalla magistratura "che ha preso una deriva eversiva". Qualcuno ha riferito alle agenzie che il presidente del Consiglio ha parlato di "Paese sull'orlo della guerra civile". Dopo oltre un'ora è arrivata la smentita dell'ufficio stampa del Pdl: Berlusconi non ha mai usato quell'espressione. Come al solito prima lancia la pietra e poi ritira la mano.

La gravità di queste affermazioni è delinquenziale, ed è ancora più pericoloso il disegno che sta per perseguire con la riforma del "processo breve", che bloccherà circa 100.000 processi, con centinaia di migliaia di delinquenti che rimarranno impuniti per i reati che hanno commesso, e altrettanti saranno coloro che, subita l'ingiustizia da questi delinquenti, non otterranno giustizia. E tutto questo perchè Silvio Berlusconi vuole morti i processi che lo riguardano, il che significa che sa bene di essere colpevole e che sarà condannato.

Per salvare un delinquente se ne salvano altre centinaia di migliaia! E' una vergogna!

La seconda sparata poi ha riguardato i suoi alleati politici, che sono stati colpiti da un diktat impietoso: "Su ogni tema si decide a maggioranza e chi non è d'accordo occorre che si adegui. Chi non condivide è fuori". Peccato che nel PDL non si ragiona così: perchè o si fa come vuole lui (e qualche volta la Lega) oppure arriva la decapitazione. Il messaggio è chiaro: Fini e tutti gli altri che sono scontenti, magari per vergogna, dell'azione del capo e dei suoi desideri, saranno puniti. Ma magari! Magari facesse così: con tutti gli scontenti, i bisticci, le lotte, le pugnalate alle spalle, e poi le finte riappacificazioni, il PDL cadrebbe, e il tonfo sarebbe fantastico.

Berlusconi ha criticato anche l'informazione. In particolare la tv pubblica. "Ogni giorno vanno in onda sulla Rai, la televisione pubblica, processi contro il governo e la maggioranza. Questi processi devono finire". Che ce l'avesse con il servo Minzolini?

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mercoledì 25 novembre 2009

La Digos sputtana Il Giornale di Feltri: il volantino BR l'aveva scritto uno della redazione!

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Leggete questa notizia:

Volantino Br al Giornale: Digos, scritto da collaboratore interno, denunciato
25 Novembre 2009 12:08
GENOVA - Il volantino firmato BR recapitato ad un giornalista del "Giornale" era stato scritto da lui stesso. Lo hanno accertato gli agenti della Digos di Genova che hanno denunciato l'uomo per simulazione di reato e procurato allarme. La lettera minatoria era stata rinvenuta la settimana scorsa sotto la porta d'ingresso della redazione genovese del quotidiano. L'uomo avrebbe confessato di aver agito per far uscire allo scoperto una vicenda di minacce da parte di malavitosi e di nomadi della periferia genovese della quale lo stesso giornalista e la sua famiglia sarebbero stati oggetto nelle scorse settimane. (RCD)
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Ovviamente alla stupida scusa tirata fuori dal "giornalista" non crede nessuno. Annoveriamo quindi l'ennesima figuraccia che la testata gionalistica diretta da Littorio Feltri annovera nel suo palmarés. La creazione di un nemico che non c'è, di un allarme che non esiste, al solo scopo di mantenere alta la paura dei comunisti cattivi che se la prendono contro il giornale del Regime.

Ma che c'entrano i nomadi con le Brigate Rosse? Complimenti per l'accostamento, tipico dello "stile" di questo quotidiano!

La verità è venuta a galla. Mi chiedo: se fosse stato un giornalista di Repubblica, o dell'Unità, o del Fatto Quotidiano (non è nel loro stile, ma sforziamoci ad ipotizzare) a creare un caso del genere, sono sicuro che Feltri, accertata la truffa dalla Digos, avrebbe scritto un editoriale dei suoi, godendo come un riccio, e Belpietro (l'altro Squadrista della Penna al servizio di sua maestà) gli sarebbe corso in aiuto... invece sono sicuro che Littorio non dirà niente, e non rimarrà nascosto sotto la scrivania per la vergogna, come ogni persona civile farebbe.

RIDICOLI

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Nuova "priorità" indicata dal PDL per l'Italia: cancellare il Reato di "Concorso esterno in reati di Mafia", riguarda Previti e riguarderà Berlusconi

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Dell'Utri è stato travolto da montagne di prove, dichiarazioni di pentiti collaboratori di Giustizia, intercettazioni, testi scritti, e quant'altro, ed è sotto processo in Appello per il Reato di Concorso Esterno In Reati Di Mafia, e ora che i collaboratori di Giustizia indicano anche Berlusconi come mandante delle Stragi di Mafia del 1993, le priorità per noi italiani cambiano: è assolutamente necessario, come dice il PDL, cancellare questo reato.

Ma siamo sicuri che serva veramente a noi Italiani la cancellazione di una figura di Reato grazie alla quale sono stati mandati in galera assassini, trafficanti, spacciatori, insomma: tanti esponenti della Criminalità Organizzata? A noi Italiani interessa invece che i delinquenti vadano in carcere. E' quindi solo interesse di Dell'Utri e Berlusconi, oltre che di tanti loro "amici-baciamo-le-mani", che questa figura di reato venga cancellata.

Sembra Fantascienza, invece è la realtà. Chi scriverà questo ennesimo stupro del Diritto? Ghedini? Chi lo firmerà, Alfano? E Napolitano tirerà fuori le palle? Leggete QUI, io sono incazzato nero. Maledetti delinquenti!


E Berlusconi prepara un'altra mossa, via il concorso esterno in reati di mafia
di LIANA MILELLA

Sono rimasti impigliati nel processo breve. Già sanno che non gli potrà servire per le future accuse di mafia. Ma ci stanno dentro e ormai devono andare avanti. Sono costretti a dirsi, tra di loro, come hanno fatto ieri sera durante la riunione della consulta del Pdl per la giustizia: "Dobbiamo rassegnarci a vedere questa legge bocciata dalla Consulta". Amara constatazione che farà andare su tutte le furie il Cavaliere. Ma tant'è. Troppe, e ormai irrimediabili, le contraddizioni. Cercheranno di metterci mano, ma la partita è difficile. Per questo si concentrano su altro, su quella che definiscono "una strategia complessiva per salvare Berlusconi non solo dai processi di oggi, ma anche da quelli di domani".

È l'inizio di una battaglia lunga. Che parte con l'immunità parlamentare, che passa attraverso una legge interpretativa per fissare in modo certo le date di un reato e quindi della prescrizione, e finisce con una sortita che per la prima volta, nella sequenza delle 19 leggi ad personam per Berlusconi, previene un'incriminazione e un processo, quello (futuribile) per mafia.

Vogliono mettere mano al reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Quello per cui è sotto processo a Palermo Marcello Dell'Utri. Quello che all'inizio fu contestato a Giulio Andreotti. Quello che colpì (ma finì in un'assoluzione) il famoso giudice "ammazza sentenze" Corrado Carnevale. Quello che ha portato alla sbarra tanti politici nelle zone di mafia, camorra, 'ndrangheta. Un reato che in realtà non esiste, perché nel codice penale non c'è, ma che "vive" per le pronunce convergenti della Cassazione. Quindi un delitto assodato, consolidato, fermo nella storia del diritto.

Ma quel crimine adesso si avvia ad avere una macchia. Potrebbe essere utilizzato dalla procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze per indagare il presidente del Consiglio. E questo è davvero troppo. Quindi i consiglieri giuridici del premier si stanno muovendo in anticipo per terremotarlo. Ragionano tra di loro, giusto in queste ore, su dove sia meglio aggredirlo, se incidere sui termini della prescrizione, oppure se "normare" ex novo il delitto, ma con paletti tali da renderne l'applicazione difficilissima.
È l'operazione più a rischio che abbiano mai tentato. Ma è quella che "davvero serve al presidente", come vanno dicendo tra loro. Che scatenerà un nuovo e duro conflitto con i magistrati. Ma con una possibile imputazione per mafia è una battaglia che vale la pena giocare. Assieme, e stavolta con il pieno appoggio di Fini, i piediellini si stanno per buttare nell'avventura dell'immunità parlamentare, del pieno ritorno all'articolo 68, come lo scrissero nel '48 i padri costituenti. È di ieri, alla Camera, la nuova proposta dell'ex presidente della Provincia di Roma Silvano Moffa, un altro finiano che entra in scena. Nelle caselle di tutti i deputati ha depositato tre pagine, due di relazione e una di testo, che rimette in pista il vecchio articolo della Carta. A ieri sera aveva già raccolto quasi 150 adesioni tra quelli del suo partito. La proposta numero 2954 ha preso il via. Prima di depositarla Moffa ha chiesto, come rivela lui stesso, "il via libera di Fini". Che glielo ha dato. Dimostrando un'apertura verso il Cavaliere e le sue difficoltà con la giustizia.

A questo si lavora dietro le quinte. Sulla scena invece resta il processo breve a cui ormai bisogna mettere la pezza giusta, "almeno per fargli passare la firma del capo dello Stato", come dicevano ieri sera alla consulta pdl. Per questo il Guardasigilli Angelino Alfano continua a svenarsi per negare i dati negativi dell'impatto e ad affermare la razionalità della legge che "è buona anche se serve in due casi a Berlusconi". I tecnici, ancora stasera e sempre alla consulta, cercheranno di rappezzarla per tagliare via le incostituzionalità più clamorose come l'anomala lista dei reati e la regola sull'entrata in vigore. Più reati inclusi, valida per tutti i processi. Ma l'impatto schizzerà ancora più in alto rispetto ai dati forniti dal Csm e, proprio per questo, Napolitano potrebbe bloccarla.
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FATE QUALCOSA!

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martedì 24 novembre 2009

Le bugie scandalose del servo Alfano e le nuove accuse per le Stragi di Mafia a Berlusconi

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Due notizie importanti oggi. La prima è lo sputtanamento che riguarda Alfano, il quale ha dichiarato che le indagini cattive dei magistrati comunisti sul suo cliente che gli paga la parcella, Berlusconi, e che lo ha messo al Ministero per servirlo meglio, sono state tutte avviate dopo la "discesa in campo": ciò non è vero ed è qui dimostrato. La seconda notizia riguarda nuove dichiarazioni di un altro pentito di Mafia, un ennesimo collaboratore di Giustizia, l'ennesimo che apre il vaso di Pandora raccontando di Berlusconi e della sua partecipazione alle stragi di Mafia del 1993.

Una bomba, ovviamente, ma in questa Italia assuefatta e inebetita dalle bugie del Kaiser e dei suoi viscidi servi nei Ministeri, nel Parlamento, nella stampa e nella tv, la notizia rischia di passare inascoltata. Ma io la metto qui, a disposizione di tutti. Ovviamente leggete bene e divulgate, soprattutto all'estero, le malefatte di questa bieca accolita di delinquenti.


ALFANO CHE DICE LE BUGIE
Di Travaglio e Gomes

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, minacciato di sfratto da Silvio Berlusconi tre giorni fa in caso di mancata approvazione della legge che ammazza i suoi processi, comunica: “Nessuno è riuscito a rispondere alla domanda su come mai tutte le inchieste si sono concentrate su Berlusconi soltanto dal 1994 in poi, mai per fatti funzionali alla sua attività politica, ma per fatti che vanno dal 1994 a ritroso”.

Caro ministro, le rispondiamo noi. Primo: le inchieste su Berlusconi e le sue aziende sono iniziate ben prima del ‘94. Secondo: i processi attualmente in corso per la corruzione di Mills e per i fondi neri Mediaset riguardano reati successivi al ‘94 a ritroso, dunque nemmeno volendo i magistrati avrebbero potuto scoprirli e perseguirli prima che fossero commessi. Piccolo promemoria, a beneficio del cosiddetto Guardasigilli.

1979, 12 novembre. Massimo Maria Berruti, maggiore della Guardia di finanza, guida un’ispezione all’Edilnord Centri Residenziali e interroga Silvio Berlusconi su presunte irregolarità tributarie. Berlusconi, mentendo, sostiene di essere un “semplice consulente” Edilnord per la “progettazione e della direzione generale di Milano 2”. Invece è il proprietario della società. Berruti si beve tutto, e chiude l’ispezione. Nel 1980 si congeda e poi diventa un consulente Fininvest.

1983. La Guardia di Finanza di Milano mette sotto controllo i telefoni di Berlusconi per un presunto traffico di droga. L’indagine sarà poi archiviata.

1984, 24 maggio.Il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga Berlusconi, assistito dall’avvocato Previti e imputato “ai sensi dell'articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” (interruzione di pubblico servizio) per antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono con le frequenze radio della Protezione civile e dell'aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma Berlusconi nel 1985 è subito archiviato, gli altri nel ‘92: non potevano sapere che Squillante, Fininvest e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera.

1984,16 ottobre. Tre pretori sequestrano gli impianti che consentono a Canale5, Italia 1 e Rete4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi interviene con due “decreti Berlusconi”.

1988, 27 settembre. Berlusconi viene sentito dal pretore di Verona come parte offesa in un processo per diffamazione contro due giornalisti: “Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo. Mai pagato la quota di iscrizione”. Doppia bugia: si iscrisse nel 1978 (lo scandalo è del 1981) e pagò la quota. La Corte d’appello di Venezia spiega che è colpevole di falsa testimonianza, ma che il reato è coperto dall’amnistia del 1990.

1992, 4 maggio. Il pm Antonio Di Pietro firma un decreto di “acquisizione di documenti” sugli appalti della Coge di Parma, partecipata da Paolo Berlusconi. Il fascicolo è il 6380/91 su Mario Chiesa che il 17 febbraio ha dato il via a Mani Pulite. In Tangentopoli la famiglia Berlusconi entra subito.

1992, 21 maggio. Paolo Borsellino parla a due cronisti francesi di un’indagine in corso sui rapporti fra il boss Mangano, Dell’Utri e Berlusconi.

1992, 9 giugno. I giornali svelano che il dc Maurizio Prada accusa la Fininvest di una tangente da 150 milioni alla Dc. Fininvest “smentisce categoricamente”: solo sconti sugli spot. Anche il dc Gianstefano Frigerio parla di 150 milioni dati da Paolo Berlusconi per la discarica di Cerro.

1992, 15 settembre. Augusto Rezzonico, ex presidente delle Ferrovie Nord, racconta ai pm che in febbraio Dc e Psi hanno inserito nella legge sul codice della strada un emendamento per favorire la “Fininvest, unica depositaria del know how tecnico necessario” per il sistema di segnalazione elettronico “Auxilium” per le autostrade, “un business da 1.000 miliardi”. Poi aggiunge che il manager del gruppo Sergio Roncucci “ringraziò per l’emendamento e mi confermò l’impegno della Fininvest a contribuzioni alla Dc per il piacere ricevuto”.

1992, dicembre. Paolo Berlusconi indagato a Roma: avrebbe venduto immobili Edilnord a enti previdenziali a prezzi gonfiati in cambio di mazzette all’Ufficio tecnico erariale. Pagamenti per cui sarà poi considerato vittima di concussione.

1993, 15 gennaio. Paolo Berlusconi rinviato a giudizio con 34 persone i finanziamenti illeciti ai partiti legati alle discariche.

1993, 8 aprile. Gianni Letta, interrogato da Di Pietro, ammette di aver finanziato illegalmente con 70 milioni il segretario Psdi Antonio Cariglia: “La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino”. Lo salva l’amnistia del 1990.

1993, 18 maggio. Arrestato per corruzione Davide Giacalone,consulente del ministro delle Poste Oscar Mammì per la legge sulle tv, e poi consulente Fininvest per 600 milioni. Verrà assolto e in parte prescritto.

1993, 18 giugno. Arrestato Aldo Brancher, assistente di Fedele Confalonieri, per 300 milioni dati al Psi e 300 a Giovanni Marone, segretario del ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, in cambio di spot anti-Aids sulle reti Fininvest. Resterà tre mesi a San Vittore senz’aprire bocca. Poi diventerà deputato e viceministro.

1993, 23 giugno. Confalonieri e Brancher indagati a Milano per 300 milioni al Psi. I due usciranno indenni dall’inchiesta.

1993, settembre. La Procura di Torino indaga su un giro di false fatture nelle sponsorizzazioni sportive, che porterà al coinvolgimento di Publitalia e nel ‘95 all’arresto e alla condanna di Dell’Utri. Anche a Milano si scoprono fondi neri di Publitalia. Dell’Utri patteggerà la pena.

1993, 29 ottobre. Il pm romano Maria Cordova, che indaga su tangenti al ministero delle Poste, chiede al gip Augusta Iannini (moglie di Bruno Vespa) l’arresto di De Benedetti, Galliani e Letta. Ma la Iannini arresta solo De Benedetti e si spoglia delle altre due posizioni perché relative a amici di famiglia. I due, poi assolti, restano a piede libero. 1993, 25 novembre. Craxi trasmette un memoriale ai pm: “Gruppi economici (…) hanno certamente finanziato o agevolato i partiti politici e, anche personalmente, esponenti della classe politica. Da Fiat a Olivetti, da Montedison a Fininvest”.

1993, 4 dicembre. La Procura di Torino raccoglie le confessioni del presidente del Torino Calcio, Gianmauro Borsano, deputato Psi, travolto da un crac finanziario. Borsano dice che nel marzo ‘92 il vicepresidente del Milan, Galliani, gli versò 18 miliardi e mezzo più 10 miliardi in nero per il calciatore Lentini. La Procura trasmette il fascicolo a Milano per falso in bilancio e il 22 febbraio ‘94 ascolta Borsano e altri protagonisti. Il pool mette così il naso nei conti esteri Fininvest.

1993, 14 dicembre. Arrestati a Torino il sindaco Pds e quattro assessori di Grugliasco per tangenti sul megacentro commerciale Le Gru, costruito dalle coop rosse e gestito dalla francese Trema e da Standa (Fininvest). La Procura indaga Brancher (poi archiviato) e convoca come teste Berlusconi, che si presenterà solo il 19 aprile ‘94, dopo aver vinto le elezioni.

1993, dicembre. Salvatore Cancemi, primo boss pentito della Cupola,comincia a parlare al pm di Caltanissetta Ilda Boccassini dei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri, mafia e stragi.

1993, 20 dicembre. Il procuratore Borrelli dice al Corriere: “Sappiamo che certe coincidenze possono provocare sconquassi, ma che possiamo farci? Quelli che si vogliono candidare si guardino dentro. Se sono puliti, vadano avanti tranquilli. Ma chi sa di avere scheletri nell’armadio, vergogne del passato, apra l’armadio e si tiri da parte prima che arriviamo noi”.

1994, 26 gennaio. Silvio Berlusconi annuncia in tv, con un videomessaggio, il suo ingresso in politica perché “questo è il paese che amo”. In privato, confida a Montanelli e a Biagi: “Se non entro in politica, finisco in galera e fallisco per debiti”.


Un altro pentito accusa Berlusconi: "Ebbe un ruolo nelle stragi del '93"
di FRANCESCO VIVIANO

PALERMO - Un altro pentito di mafia chiama in causa il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E sostiene di avere appreso da un altro killer della sua cosca mafiosa, di un ruolo attivo dell'allora presidente di Fininvest nella strategia stragista del '93, con gli attentati a Roma, Firenze e Milano. È Pietro Romeo, artificiere della cosca mafiosa di Brancaccio che faceva capo ai boss Filippo e Giuseppe Graviano, autori delle stragi del '93 nel nord Italia, che interrogato dai pubblici ministeri di Firenze Crini e Nicolosi, conferma e rafforza le dichiarazioni dell'ultimo pentito di mafia, Gaspare Spatuzza, le cui rivelazioni sono state riversate nel processo d'appello in corso a Palermo nei confronti di Marcello Dell'Utri, imputato e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Romeo già condannato per la strage di via dei Georgofili e poi pentitosi, è stato "richiamato" dai pm di Firenze dopo le recentissime rivelazioni di Gaspare Spatuzza il quale ha tra l'altro dichiarato che il boss Giuseppe Graviano, secondo lui, avrebbe avuto anche rapporti "diretti" con Silvio Berlusconi che sarebbe tra i mandanti occulti delle stragi del '93.

L'interrogatorio di Romeo è del 30 settembre scorso ed era stato già sentito dai pm fiorentini nel giugno del '96. Allora Berlusconi e Dell'Utri erano finiti nel registro degli indagati. L'indagine fu poi archiviata, ma adesso è stata riaperta proprio sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza e delle ultime precisazioni di Pietro Romeo. "Spatuzza vi ha fatto il nome di Berlusconi, cioè qual è il motivo, il movente suo per fare questi attentati? Ne avete parlato? Giuliano (altro componente del commando stragista ndr) glielo ha detto?" chiedono i magistrati a Romeo. Ed il pentito conferma le precedenti dichiarazioni ed aggiunge: "Ricordo che Spatuzza rispose a Giuliano che il politico era Berlusconi. Non si trattava di una battuta. Stavamo parlando di armi in quel momento e di altri argomenti seri. Giuliano chiese se il politico dietro alle stragi fosse Andreotti o Berlusconi e Spatuzza rispose Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo esecutori".

Pietro Romeo conferma di avere appreso da Spatuzza e dagli altri artificieri della sua cosca che le stragi "venivano fatte per il 41 bis e che c'era un politico di Milano che aveva detto a Giuseppe Graviano di continuare a mettere le bombe. "Giuseppe Graviano - afferma Romeo sempre per averlo appreso dai suoi complici - aveva fatto questi discorsi, che si doveva fare attentati con bombe perché lo aveva detto un politico di farle. Il politico diceva di fare questi attentati a cose di valore storico artistico". E sempre stando a quanto aveva appreso da altri mafiosi e dallo stesso Gaspare Spatuzza, Romeo aggiunge che "era Giuseppe Graviano che andava a trovare il politico con il quale aveva i contatti". Adesso Pietro Romeo e Gaspare Spatuzza saranno interrogati anche dai magistrati delle Procure di Palermo e Caltanissetta che indagano sulle stragi e sulla "trattativa". Spatuzza sarà sentito, per la prima volta, pubblicamente, il 4 dicembre prossimo a Torino nel processo a Marcello Dell'Utri.

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lunedì 23 novembre 2009

Marcinkus: l'alto prelato della Chiesa che fece eliminare Papa Luciani, trafficava coi soldi e abusava delle ragazzine, fra cui Emanuela Orlandi

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Perchè Ratzinger non dice niente? Perchè non scomunica la buonanima di Marcinkus? Perchè la Chiesa Cattolica nasconde i REATI dei suoi componenti, soprattutto quelli a sfondo sessuale?


Marcinkus, americano di nascita, iscritto alla Massoneria a partire dal 1967, presidente della banca del Vaticano, l'IOR, nel 1973 Marcinkus fu interrogato da William Lynch, capo della Organised Crime and Racheteering section del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, e William Aronwald, vice capo della Strike Force del distretto Sud di New York, riguardo un caso di riciclaggio di denaro e obbligazioni false che partiva dalla mafia newyorkese e approdava in Vaticano, per un totale di 950 milioni di dollari e fu coinvolto nello scandalo del crack del Banco Ambrosiano, riuscendo ad evitare, grazie al passaporto diplomatico vaticano, il mandato di cattura emesso il 20 febbraio 1987 dal giudice istruttore del tribunale di Milano. Il nome di Marcinkus è citato anche in altri scandali, quali la morte di papa Giovanni Paolo I e la scomparsa di Emanuela Orlandi.

In rete è facile trovare articoli e citazioni... in rete, non nei giornali o nelle tv, chiuse dalla censura bigotta delle direzioni, ripassiamo un po'.

Il caso Luciani: divenuto Papa, riconosciuto come innovatore e rinnovatore, Luciani intendeva riportare la Chiesa cattolica agli ideali originari di umiltà e semplicità, operando riforme nello IOR e nella stessa Curia. Secondo Yallop ed il vaticanista Gianni Gennari, infatti, il Papa aveva con sé un taccuino, sparito poco dopo il ritrovamento del corpo, che conteneva un piano di ristrutturazione delle gerarchie ecclesiastiche (fra cui la sostituzione di Villot e Marcinkus).
Secondo questa tesi, la morte del papa, avvenuta nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1978, sarebbe avvenuta per avvelenamento.
A dar ulteriore adito all'ipotesi dell'avvelenamento, concorrono le rivelazioni del pentito Vincenzo Calcara rilasciate a Paolo Borsellino e pubblicate nel suo memoriale. Calcara scrive di un colloquio con l'imprenditore e politico mafioso Michele Lucchese (membro di una loggia massonica segreta, secondo Calcara) subito dopo l'attentato a Giovanni Paolo II (al quale i mafiosi partecipano indirettamente). Lucchese rivela a Calcara che Giovanni Paolo II stava perseguendo un disegno simile a quello di papa Luciani, il quale intendeva «rompere gli equilibri all'interno del Vaticano», attuando una redistribuzione dei beni della Banca Vaticana sostituendo i vertici dello IOR e della Segreteria di Stato (Marcinkus e Villot). Calcara parla così di una "congiura" di quattro cardinali (Jean-Marie Villot, Pasquale Macchi, Giovanni Benelli e un certo Gianvio) che, usando Marcinkus, avrebbero fatto uccidere il papa per mezzo di ingenti dosi di calmante, con l'aiuto del suo medico personale.
Calcara è già stato considerato attendibile, in merito ad altre dichiarazioni, dal tribunale di Roma, nona sezione penale, con sentenza del 6 giugno 2003.
Queste ipotesi non hanno avuto seguito per il momento, ma sussistono dubbi in merito, anche a causa del diniego delle autorità ecclesiastiche ad effettuare l'autopsia sul corpo.


Il caso Orlandi: altra vicenda poco chiara in qualche modo collegata alla figura di Marcinkus fu la scomparsa di Emanuela Orlandi. Per le telefonate di un uomo, che fu soprannominato l'Amerikano per la sua inflessione, nelle quali si proponeva lo scambio della stessa in cambio della libertà del terrorista Mehmet Ali Ağca, alcuni giornali dell'epoca additarono Paul Marcinkus. Questa ipotesi non ha avuto riscontri oggettivi.
Nel giugno 2008 uno dei supertestimoni del processo contro la banda della Magliana, Sabrina Minardi, ex compagna del boss Enrico De Pedis detto Renatino, ha rilasciato agli inquirenti dichiarazioni secondo cui Emanuela Orlandi sarebbe stata rapita dall'organizzazione criminale di De Pedis, tenuta in un'abitazione in via Antonio Pignatelli 13 a Roma, che ha «un sotterraneo immenso che arrivava quasi fino all'ospedale San Camillo» (la cui esistenza è stata confermata dagli inquirenti), poi uccisa e gettata in una betoniera a Torvaianica. La palazzina in questione sulla gianicolense sarebbe stata restaurata da Danilo Abbruciati, membro della banda della Magliana e vicino a Calvi (con il quale Marcinkus aveva contatti). Il rapimento sarebbe stato richiesto, secondo una confidenza fatta da De Pedis alla stessa Minardi, proprio da Mons. Marcinkus, «come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro». È la stessa Minardi ad ammettere di aver accompagnato in auto la ragazza dal bar del Gianicolo fino al benzinaio del Vaticano, dove ad attenderla stava un sacerdote a bordo di una Mercedes targata Città del Vaticano.
La Minardi ha altresì aggiunto di aver personalmente accompagnato ragazze compiacenti ad incontri privati col monsignore in via Porta Angelica.
Affiora anche il personaggio di Giulio Andreotti, presso il quale la testimone racconta di essere andata a cena due volte, assieme al compagno, a quel tempo già ricercato dalla polizia. La donna specifica però che Andreotti «non c'entra direttamente con Emanuela Orlandi, ma con monsignor Marcinkus sì».
Sebbene le dichiarazioni della Minardi siano state messe in dubbio a causa di alcune incongruenze temporali del verbale e, come da sua stessa ammissione, per aver fatto notevole abuso di sostanze stupefacenti, il ritrovamento, nell'agosto 2008, della BMW che la stessa Minardi ha raccontato di aver utilizzato per il trasporto di Emanuela Orlandi, rende le sue dichiarazioni sempre più credibili. L'auto, infatti, risulta appartenuta prima a Flavio Carboni (imprenditore indagato e poi assolto nel processo sulla morte di Roberto Calvi) e successivamente ad uno dei componenti della Banda della Magliana.

Queste sono le notizie riportate da Wikipedia, che raccoglie citazioni di ogni tipo da tanti giornali nel corso di questi anni, le ho riportate giusto per non dimenticare.

Notizia di oggi sono le nuove dichiarazioni della teste Sabrina Minardi. Riporto due articoli, leggete un pò.

La teste: Marcinkus la incontrava a Torvajanica 
di Giuseppe Vittori

«Marcikus venne a trovare la Orlandi nella casa di Torvajanica. Io sentii le urla di Emanuela ma De Pedis mi disse di farmi gli affari miei...». Sabrina Minardi torna ad accusare l’alto prelato, ex presidente dello Ior, e rivela anche un’altra delle prigioni dove la ragazza rapita il 23 giugno del 1983 nel centro di Roma venne tenuta segregata: una casa al mare, la stessa dove venne poi uccisa, chiusa in un sacco e gettata in una betoniera. Un racconto drammatico che conferma ancora una volta la tesi della donna secondo la quale Emanuela sarebbe stata sequestrata per ragioni sessuali.

La Minardi ha raccontato tutto in una intervista a Rai News 24. «Io stessa insieme a De Pedis e Sergio portai la ragazza nella casa al mare. Doveva restare solo un giorno ma è rimasta 15 notti assistita da una zia di De Pedis, Adelaide». L’ex donna di De Pedis che nei giorni scorsi è stata nuovamente ascoltata dalla Procura dice anche di aver sentito la voce di tale Mario, l’uomo che chiamò a casa Orlandi. «L'ho riconosciuto - ha spiegato - : ha la mia età, era ricco di famiglia. Un grande amico di Renatino, sono certa della sua identità». Non è la prima volta che la supertestimone chiama in causa monsignor Marcinkus. Già nella prima deposizione la donna aveva raccontato di aver portato più volte alcune ragazze in un appartamento di via di Porta Angelica dove erano messe a disposizione del prelato. Ha poi raccontato di aver accompagnato lei stessa Emanuela ad un appuntamento in Vaticano e che proprio in quell’occasione, vedendo questa ragazza un po’ su di giri, le aveva domandato il nome e lei, candidamente, aveva risposto Emanuela.

Sabrina Minardi ha mantenuto per anni questo segreto. Perché così le aveva detto di fare il suo uomo Renatino De Pedis («Se dimentichi quello che hai visto non ti succederà nulla»), sia per le minacce di incolumità alla figlia. Per trent’anni ha tenuto nascosto di sapere dove era segregata la ragazza. E anche quella frase pronunciata da Renatino che due anni fa ha troncato ogni speranza della famiglia: «Vedi quei due sacchi neri? Dentro c’è Emanuela».

La Procura le crede? Sembra proprio di sì. Soprattutto adesso che alcune incongruenze, date confuse, fatti che non riusciva a collocare bene nel tempo, sono scomparsi. Sabrina Minardi ha riconosciuto il fantomatico Mario e il riconoscimento ha avuto un riscontro. I magistrati sono riusciti ad ricostruire l’identità di tre sequestratori di Emanuela Orlandi. Uno di loro è il biondino che fece salire Emanuela nella Bmw grigia parcheggiata davanti al Senato. Un gregario della banda della Magliana, non un personaggio di primissimo piano, ma uno che conosceva bene Enrico De Pedis «Renatino», e i suoi segreti. Il suo curriculum racconta di rapine, estorsioni, ma mai di condanne per omicidi tant'è che ora è libero. Sarebbe questo l'identikit del telefonista che spiegò di chiamarsi Mario e che chiamò a casa di Emanuela Orlandi il 28 giugno del 1983, sei giorni dopo la scomparsa della figlia quindicenne del postino personale di papa Wojtyla, commesso della segreteria vaticana.

La supertestimone
di RORY CAPPELLI

TORNA a parlare di Emanuela Orlandi, Sabrina Minardi, la superteste scovata dalla Procura lo scorso anno. Davanti a un telecamera di Rai News 24, che ne riprende solo il braccio, il busto, una parte del mento, ricorda di nuovo, in un'intervista di Raffaella Notariale andata in onda ieri, il telefonista Mario, riconoscendone la voce, come se «l'avessi sentita ieri. Ci ho quasi la certezza che sia la persona che io penso: oggi potrebbe avere 55 anni». HA LA voce un po' impastata Sabrina Minardi, retaggio di anni di abuso di droga, è ingrassata a giudicare da quel poco che l'inquadratura riprende: parla di Marcinkus e di una sua visita nel covo di De Pedis di via Pignatelli (a Monteverde) dove era tenuta prigioniera la Orlandi. Racconta che quando era arrivato il monsignore la ragazza aveva iniziatoa urlare, ma «a me Renato disse di farmi gli affari miei e io non entrai». Spiega di aver voluto tentare di «far avere alla mamma di Emanuela una tomba. E non so se ci sono riuscita». E poi annuncia: «Non ho detto tutto ai magistrati: sto scrivendo un libro, dove racconto cose che si sanno e cose che non si sanno e di cui non si è mai parlato». Inizia ricordando di quando «Sergio portò Emanuela Orlandi all'Eur (dove c'era una casa della banda in cui si trovava spesso la Minardi): io ero lì con Renato. Credo che Sergio sia ancora vivo, ha la mia età. La portò da noi con l'Audi 80 bianca: ma poi Renatino mi chiese di ospitarla a Torvajanica, a casa di mia madre. Mi disse che si sarebbe trattato di una sola notte: alla fine si arrivò a 15 notti. Di Emanuela si occupava una parente di Renato, una certa Adelaide» continua la superteste. «Poi fu portata a via Pignatelli, a Monteverde, nei sotterranei. Quando l'ho rivista eravamo al Gianicolo: Sergio guidava. La portammo da un benzinaio del Vaticano, dove la prese un sacerdote». Quando finisce di parlare promette nuove rivelazioni, nuove sorprese, un nuovo capitolo, forse, di questa storia straziante e infinita.
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E adesso se vuole, il Papa può scomunicarmi, il Cardinale Ruini può dirmi che mi sbaglio e che mi devo fidare del suo Dio, i giornali della Multinazionale Chiesa possono sbattere la mia faccia in prima pagina, ma non potranno mai impedirmi di urlare ai quattro venti che Marcinkus era un assassino, un affarista e un maniaco sessuale, che la Chiesa è piena di alti prelati pedofili (Boston insegna), e che gli affari che questa Multinazionale fa con i politici della peggior feccia sono uno scandalo!

FATE GIRARE

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Capo di Stato e firme su provvedimenti assassini del Governo

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Luminosa come al solito la lettura di Marco Travaglio su un tema fondamentale per il nostro Stato Democratico... democratico? ah, non sapevo...!

Testo:
"Buongiorno a tutti. La giornata si apre con una bella intervista di Carlo Azeglio Ciampi a Repubblica, di cui però Repubblica, curiosamente, attutisce un po’ il peso, perché quest’intervista va tutta addosso all’attuale capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e chi l’ha rilasciata a Massimo Giannini? Il precedente capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi.

Ciampi conferma: il Presidente della Repubblica può non firmare

Adesso vi leggo questo passaggio e mi dite se vi viene in mente qualcosa: “ le riforme si fanno per i cittadini e non per i singoli, l’ho sempre pensato e oggi ne sono più che mai convinto: basta con le leggi ad personam, che non risolvono i problemi della gente e non aiutano il Paese a migliorare” e va beh, fin qua ci sono arrivati in tanti. Poi aggiunge, Ciampi, che è Senatore a vita e è il Presidente della Repubblica dal 99 al 2006 e che, quindi, di quelle leggi non per i cittadini ma per uno o per i suoi complici ne ha viste parecchie e qualcuna l’ha respinta: ricorderete che Ciampi respinse al mittente la Legge Gasparri numero uno, respinse al mittente l’ordinamento giudiziario Castelli, respinse al mittente la Legge Pecorella, quella che aboliva l’appello del Pubblico Ministero ma non dell’imputato e poi qualche altra frattaglia, ma insomma le cose più importanti furono quelle, quelle ad aziendam e ad Benlusconem o ad Berlusconum sono quelle tre lì, che lui ha respinto. Purtroppo non respinse la “ legge salva Rete Quattro”, anzi il decreto salva Rete Quattro, che portava la firma di Berlusconi, ossia di colui che beneficiava del decreto che salvava Rete Quattro perché altrimenti, entro una settimana - era il dicembre, il Natale del 2003 - secondo la sentenza della Corte Costituzionale Rete Quattro avrebbe dovuto essere spenta sull’analogico terrestre e mandata su satellite oppure, per rimanere accesa sull’analogico, avrebbe dovuto cambiare padrone, cioè essere venduta con un grave danno pubblicitario per Berlusconi, il quale invece ha continuato a introitare guadagni pubblicitari con una televisione che, senza quel decreto, era abusiva e che quel decreto ha legalizzato ex post, senza superare naturalmente i rilievi della Corte Costituzionale e poi della giustizia europea. Tenete presente che, se siete lì che tentate disperatamente di trafficare con questi aggeggi del digitale terrestre, lo dovete a Berlusconi e a Gasparri: bisognerebbe chiamarlo il digitale Berlusconi /Gasparri, non il digitale terrestre! Questa ciofeca, questa tecnologia medievale che non funziona, che vi si spegne davanti, che vi sgrana l’immagine e che ve la fa vedere a quadrettini come nelle parole crociate, quello si chiama digitale terrestre, ci è stato spacciato per la tecnologia del futuro e in realtà è molto peggio della tecnologia precedente e costa anche molto di più, per farvi vedere molto peggio, per cui pagate per vedere peggio di prima. Si chiama Gasparri /Berlusconi, stiamo pagando il conflitto d’interessi di Berlusconi e del suo valletto, del suo Cavalier servente Maurizio Gasparri, perché fu lui a raccontare a un Paese che si beve tutto e però anche a un capo dello Stato che avrebbe dovuto comportarsi diversamente, a mio avviso, che con la sua seconda versione della Legge Gasparri, seguita a quella prima che Ciampi aveva respinto al mittente, l’Italia avrebbe avuto entro il 2006 il digitale terrestre, siamo nel 2009 e ancora vediamo in che stato è ridotta quella tecnologia, entro il 2006 avremmo avuto il digitale terrestre, il quale ci avrebbe dato migliaia e migliaia di canali: avendo tutte quelle migliaia di canali, diceva questo signore, i tre di Berlusconi scompaiono e quindi non c’è più quella posizione dominante denunciata dalla Corte Costituzionale. Adesso andate a vedere di chi sono i canali, a parte quelli che trasmettono le vendite delle pentole o i porno shop notturni, per rendervi conto che molti di quei canali sono, ancora una volta, di Mediaset e conseguentemente questa truffa tecnologica del digitale terrestre è servita semplicemente per moltiplicare il monopolio privato di Mediaset e il duopolio Mediaset /RAI, che oggi sono praticamente la stessa cosa e in più non si vede più niente o si vede male e si paga (decoder, antennisti che devono continuamente venirti a casa a sintonizzare, conosco gente che per riuscire a vedere qualcosa deve sintonizzarsi su un sistema addirittura che porta un rimbalzo dalla Germania, perché tra Italia e Italia non si riesce a vedere nulla, è una cosa inaudita che stento anche a capire!), ma questo è il risultato di quella truffa che hanno dovuto mettere in piedi per bypassare, cioè per violare due sentenze della Corte Costituzionale e, purtroppo, il decreto ponte che consentiva a Rete Quattro di rimanere accesa, in attesa che Gasparri scrivesse la sua seconda porcheria, il decreto salva Rete Quattro appunto, Natale 2003, porta la firma di Ciampi, oltre che di Berlusconi e quindi anche Ciampi non è che abbia sempre respinto le cose che andavano respinte. Però qualcosa ha respinto: Gasparri uno, ordinamento giudiziario Castelli, Legge Pecorella sull’appello e, a questo punto, vediamo se questa frase, che è la frase clou dell’intervista, vi ricorda qualcosa o qualcuno. “ Non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale, ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione: se una legge non va non si firma e non si deve usare, come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione, che tanto se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta il Presidente è poi costretto a firmarla”, beh, qui non si nomina Napolitano, ma diciamo che è un ritratto perfetto e perfettamente somigliante, perché? Quale è l’unico Presidente della Repubblica che ha firmato tutte, diconsi tutte, le leggi che gli sono state portate alla promulgazione e tutti i decreti che gli sono stati portati alla promulgazione? Qualcuno dirà “ no, non ha firmato quello contro Eluana”: non è vero, non gli è mai stato portato, aveva fatto sapere prima che non l’avrebbe firmato e conseguentemente non glielo hanno portato, se ben ricordo, infatti Berlusconi si arrabbiò moltissimo, perché disse “ è possibile che Ciampi mi faccia sapere che non firmerà, mentre sono ancora qua in Consiglio dei Ministri che sto decidendo?”, quindi non stiamo parlando di una prassi regolare di un decreto che viene portato al capo dello Stato e quest’ultimo non ci mette.. stiamo parlando del capo dello Stato che fa sapere prima “ non me lo portare, perché sennò non lo firmo”. Da quel momento, quello che succede dopo è ininfluente, è ovvio: perché? Perché in ogni caso stiamo parlando di un decreto che riguardava il povero corpo, ormai senza vita autentica, di quella ragazza e non stiamo parlando certamente degli affari di Berlusconi. Quale è l’unico Presidente che ha firmato tutte le leggi fatte per o che potevano interessare Berlusconi in questi quindici anni, nei quali Berlusconi infesta la vita politica italiana? Non certo Scalfaro, che respinse delle leggi, non certo Ciampi, che respinse delle leggi, ma il Presidente attuale Giorgio Napolitano e Ciampi gli dice “ il capo dello Stato ha il potere della promulgazione, ma ha anche il potere della non promulgazione: se una legge non va non si firma e non si deve usare, come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione, che tanto se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta il Presidente è costretto a firmarla”. E’ già, ricorderete che quando un giorno stava nel sud, non ricordo se in Lucania e in Abruzzo, il capo dello Stato fu avvicinato da un cittadino che gli chiese “ non firmare”, oppure “ perché hai firmato?” e lui rispose, puntandogli il dito contro e redarguendolo - era un cittadino che stava facendo il suo mestiere di cittadino, ossia stava chiedendo conto all’autorità dell’uso del suo potere: potere che gli è conferito, ovviamente, dal popolo e quindi il popolo ha tutto il diritto di chiedere conto. Ebbene, il cittadino, che faceva il cittadino, fu redarguito - con quest’argomentazione, è successo pochissimi mesi fa: “ se non avessi firmato mi avrebbero rimandato la legge uguale e quindi, a quel punto, avrei dovuto firmarla”. Ciampi dice che questa scusa, che tanto se non la firmi te la rimandano indietro uguale e a quel punto la devi firmare, non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione: intanto, perché se c’è un articolo della Costituzione che dice espressamente che, se la legge non va, la rimandi indietro.. e guardate che ha ragione Ciampi, la Costituzione non dice se la legge è palesemente o manifestamente incostituzionale, dice che se la legge non va il Presidente la rimanda indietro con un messaggio motivato alle Camere. In secondo luogo, non solo perché c’è un articolo della Costituzione, ma anche perché tu non sei tenuto neanche a firmarla la seconda volta: se tu senti che la legge.. mettete il caso che facessero una legge che dice che in Parlamento votano soltanto i Deputati e i Senatori della maggioranza e quelli dell’opposizione non votano, mettete che la facciano con legge costituzionale, cioè che approvino con doppia lettura Camera /Senato, Camera /Senato e poi la sottopongano al referendum popolare confermativo, dove non c’è quorum e dove conta la maggioranza di quelli che vanno a votare: sarebbe perfetto, seguirebbero perfettamente la Costituzione per trasformare l’Italia in una dittatura anche di fatto. Sulla carta il capo dello Stato non avrebbe niente da eccepire, perché la Costituzione l’hanno cambiata con una legge costituzionale approvata due volte dalla Camera e due volte dal Senato con gli intervalli previsti dalla legge costituzionale, dall’articolo 138 e in più confermata dalla maggioranza dei cittadini che hanno votato al referendum, eppure il Presidente della Repubblica secondo voi potrebbe firmare una roba del genere? E’ evidente che il Presidente della Repubblica, se firmasse una roba del genere, commetterebbe un alto tradimento della Costituzione di cui è il custode, conseguentemente il Presidente della Repubblica dovrebbe fare qualcosa anche nel caso in cui venissero rispettate le procedure, ma venisse tradito lo spirito della Costituzione, o venisse approvata una legge anche costituzionale che contraddice un altro articolo della Costituzione. Lo stesso avverrebbe se volessero introdurre un’immunità come quella che ci viene raccontata: sapete che ci stanno dicendo che, per salvare Berlusconi dai processi, perché ormai non hanno più pudore e ci dicono che adesso bisogna salvare solo Berlusconi dai processi, lo dice Casini con la sua spudoratezza incredibile, con l’aria di quello che fa il mediatore e in realtà la sua una proposta golpista, lo dicono ormai i berlusconiani, che dicono “ sì, sì, certo, se ci trovate una soluzione che salva solo Berlusconi ritiriamo la legge che manda a morte decine di migliaia di processi”. Se fanno una legge anche costituzionale, che salva soltanto una persona, è incostituzionale anche se usano le procedure costituzionali, anche se ottenessero quella maggioranza dei due terzi che è necessaria per evitare il referendum costituzionale finale confermativo: perché? Perché una legge di impunità vedrebbe contrari gli stessi elettori di Berlusconi: basta guardare i sondaggi, i sondaggi de Il Corriere della Sera, non certamente de Il Fatto Quotidiano, o di Repubblica o de l’Unità, danno l’87% degli italiani contrari all’immunità, per cui vuole dire che sono contrari quasi tutti gli elettori di Berlusconi, per non parlare degli elettori leghisti. Neanche se ottenesse i due terzi del Parlamento e varasse una legge costituzionale di impunità il capo dello Stato sarebbe tenuto a firmarla: anzi, sarebbe obbligato a non firmarla, perché sarebbe in palese contraddizione con il principio di uguaglianza, altra cosa era l’articolo 68, che non prevedeva affatto l’immunità automatica per politici, parlamentari o, tantomeno, per i Ministri o il Presidente del Consiglio, che possono anche essere dei non parlamentari, dei tecnici. Ne abbiamo già avuti. Conseguentemente il capo dello Stato niente affatto è obbligato a firmare neanche la seconda volta: se la seconda volta la legge continua a essere incostituzionale, intanto se l’hanno un po’ cambiata rispetto alla prima lui può nuovamente mandarla indietro, perché non è più la prima, se gliela hanno già cambiata nella seconda versione e, se gliela rimandano indietro assolutamente identica alla prima, ma lui la ritiene in contrasto con la Costituzione, si può dimettere, aprendo una crisi drammatica come è giusto fare nel caso in cui una legge incostituzionale entra dentro della Costituzione.

Messaggio a nuora perché Napolitano intenda

Ma sentite che cosa dice ancora Ciampi: “ intanto non si promulghi la legge in prima lettura, la Costituzione prevede espressamente questa prerogativa presidenziale: la si usi, è un modo per lanciare un segnale forte a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica.” Io, Capo dello Stato, vi avverto tutti (Parlamento, governo e cittadini) che qui sta succedendo qualcosa di molto grave: io non firmo, con un messaggio motivato vi spiego il perché, metto in allerta la Corte Costituzionale, invece di metterla in imbarazzo con la mia firma la metto in allerta, dicendo “ guardate che me ne sono accorto anch’io, che per prassi ritengo che solo le leggi manifestamente incostituzionali non si debbano firmare, adesso questa non la firmo, pensate quanto è incostituzionale, se non la firmo neanche io che ho firmato tutto!”. Aggiunge, Ciampi, parlando della parola “ resistere”, stiamo parlando dell’ex governatore della Banca d’Italia, non di un rivoluzionario, di un tupamaro, di un no global, stiamo parlando di Ciampi, banchiere “ credo che, per chi ha a cuore le istituzioni, oggi l’unica regola da rispettare sia quella del quantum potest, fai ciò che puoi, arriva fino a dove puoi, prenditi tutti i poteri che hai, detto altrimenti resisti”, ricorda il “ resistere, resistere, resistere!” di Borrelli, questo è l’ex capo dello Stato, il quale dice chiaramente a Napolitano “ adesso basta!
Questa porcheria, che chiamano il processo breve e che in realtà è il processo morto, non firmarla!”. Naturalmente dobbiamo cercare di proteggerci da quest’ondata di balle che ci viene continuamente buttata addosso, da tutte le parti, per convincerci che è cosa buona e giusta fare questa legge: a volte mi chiedono “ ma perché a Annozero non intervieni, non dici questo, non dici quello?”, perché purtroppo la tecnica che questi signori usano da un lato è la caciara, la baraonda, per cui appena cerchi di dire qualcosa si mettono a urlare e succede la rissa e, nella rissa, anche chi ha ragione passa dalla parte del torto, ma soprattutto per un altro motivo, perché usano la tecnica di quella macchinetta che viene utilizzata da chi fa agonismo nel tennis; è quella macchinetta che spara palline da tutte le parti e il tennista le deve recuperare tutte, deve rispondere a tutte le palle: è chiaro che non ci riuscirà mai, l’importante è riuscire a prenderne un certo numero.

Sparapalle di governo

Questi sparano talmente tante palle che poi qualcuna rimane sempre in giro a rimbalzare e quindi che cosa dicono? Dicono che questa legge.. non sanno ancora quale, perché ci stanno lavorando, stanno taroccando, stanno infilando reati, togliendo reati, “aggiungo un anno al primo grado, ne tolgo uno alla Cassazione”, ma insomma devono sempre fare i conti con i processi a Berlusconi, che sono tra l’altro dei calcoli complicatissimi, uno perché non ci sono solo quelli per i reati passati, ma bisogna già tenere presenti anche i reati futuri, perché sapete come è fatto lui, insomma non è che si sia fermato, è seriale il ragazzo! Dall’altro lato, devono tenere presenti tutte le possibili incognite, tutte le possibili varianti e variabili: qui stiamo parlando di equazioni a più incognite, ci sono l’incognita Ciancimino, l’incognita Spatuzza, l’incognita fratelli Graviano, ora c’è pure l’allarme a Arcore, perché potrebbero pentirsi i fratelli Graviano: immaginate in quali altre famiglie, al di fuori di quella, c’è allarme se si pentono i fratelli Graviano, tutti dovrebbero essere contenti se si pentissero i Graviano, sono quelli che hanno fatto le stragi del 93 e un pezzo di quelle del 92, se si pentono magari ci raccontano chi glielo ha ordinato. C’è un’unica famiglia che è preoccupata dell’eventuale pentimento dei Graviano: sempre la stessa, chissà come mai!
Ma al di là di questo, ci sono tutte queste variabili: la variabile Mills, pensate se si incazza Mills, adesso che scopre che il suo processo può essere lungo, mentre quello di Berlusconi sarà brevissimo, tant’è che è già chiuso o cose di questo genere, c’è di tutto e sono lì che montano e smontano la legge, potrebbero farne un’altra, c’è Casini che offre delle soluzioni ponte e cose di questo genere, ma che cosa dicono per giustificare il salvacondotto, l’ennesimo a Berlusconi? Dicono che le indagini - l’ha detto ancora Alfano stamattina - su di lui sono iniziate nel 94, segno evidente che i giudici l’hanno fatto apposta, perché lui era entrato in politica e volevano bloccarlo; non è vero niente, abbiamo raccontato più volte come le indagini su Berlusconi e sulle sue aziende siano iniziate molto prima e come Berlusconi fosse già stato più volte oggetto di processi e indagini di giudici, che di solito Previti pagava e quindi le indagini finivano. Nessuno ricorda mai che Berlusconi, prima della discesa in campo, non aveva avuto conseguenze dai processi che aveva subito, perché Previti pagava i giudici o, in un caso, perché era arrivata l’amnistia, la famosa falsa testimonianza a Verona nel 1988. Poi dicono che i giudici che si occupano di lui sono politicizzati, nel frattempo raccontano che a occuparsi di lui sono stati mille giudici, mille giudici politicizzati a sinistra: sapete che in Italia i magistrati sono 10.000, se fosse vero che uno su dieci si è occupato di Berlusconi, cosa assolutamente folle, visto che la gran parte dei giudici non sta a Milano e neanche a Roma, ma stanno in posti dove Berlusconi non ha mai avuto occasione di commettere reati, ma anche se fosse vera una cosa del genere, sapete benissimo che le correnti di sinistra della magistratura rappresentano un’esigua minoranza, rispetto alle due grandi correnti che sono magistratura indipendente, che è quella conservatrice e unità per la costituzione, che è quella ultramoderata, che invece costituiscono la stragrande maggioranza dei magistrati anche organizzati. Allora raccontano che l’immunità c’è in tutto il mondo, tranne che da noi, vedi Chirac e continuano a fare i furbi, perché Chirac era il capo dello Stato e non il primo Ministro, è per questo che ha avuto sospeso il suo processo nei sette anni in cui è rimasto all’Eliseo e che processo era? L’altra sera ho sentito Quagliariello che diceva “ fatti gravissimi: camorra, mafia, corruzione di testimoni”, no, aveva fatto assumere, quando era Sindaco di Parigi, alla Mairie, ossia al Palazzo Municipale, alcuni funzionari del suo partito, l’Rpr, il partito gaullista, li aveva fatti pagare dal comune, mentre in realtà lavoravano per il partito, che è una cosa che da noi si fa comunemente sempre, tutti la fanno: pensate a quanti funzionari di partito ci sono a carico della Pubblica amministrazione e poi è ovvio che lavorano per il partito. Bene, lì non solo è reato, ma viene perseguito e, essendo reati ipotizzati, perché non sono ancora accertati, commessi nell’esercizio delle funzioni di Sindaco, rientrano in quei reati per i quali, se poi il Sindaco va a fare il capo dello Stato, vengono sospesi i processi relativi, che poi riprendono anni dopo, quando lui esce dall’Eliseo. Quindi non erano affatto fatti gravissimi e comunque riguardano uno che era Presidente della Repubblica, riguardano reati attinenti alle funzioni politico /amministrative, non riguardano certo il fatto che Chirac aveva molestato una ragazza, oppure aveva stirato con la macchina qualcuno, perché quelli sono fatti privati e non potrebbero essere coperti.
La cosa interessante è che anche noi, in Italia, abbiamo la stessa prassi costituzionale per il capo dello Stato e conseguentemente, quando dicono “ bisogna fare come in Francia”, non c’è bisogno di toccare niente, abbiamo già la protezione per il capo dello Stato e quindi non c’è bisogno di aggiungere niente, Berlusconi non c’entra niente perché non è capo dello Stato e non c’è Paese al mondo dove il capo del governo abbia delle protezioni: protezioni che sono riservate, appunto, al capo dello Stato e neanche a tutti i capi dello Stato, perché negli Stati Uniti sapete benissimo che non è così e ieri sera, se avete visto Report, gli inviati della Gabanelli hanno intervistato vari esperti di diritto parlamentare sulle immunità e, in tutti i Paesi dove andavano, la risposta alla domanda “ che succederebbe da voi se il Premier fosse indagato?” era regolarmente “ si dimetterebbe, gli subentrerebbe il vice, in alcuni Paesi, oppure si andrebbe alle elezioni anticipate e si produrre un altro Primo Ministro”. E poi c’era il caso degli Stati Uniti, dove appunto si ricordava quanto l’impeachment sia altamente probabile in un caso come quello di Berlusconi, anzi sicuro. E allora ci dicono che i magistrati in Italia lavorano poco, i processi sono lunghi, è intollerabile che i processi a Berlusconi durino da così tanto tempo e che, conseguentemente, questa legge del processo breve la fanno per abbreviare i tempi dei processi. Dopodiché il Ministro Alfano, senza rendersi conto di violentare la logica, se lui sapesse che cosa è la logica, dice che questa legge sul processo breve farebbe morire solo l’1% dei processi: capite che o è vero che in Italia il problema è la giustizia lumaca e che i processi sono lunghi e allora si può dire che fanno una legge per accorciarli, nel qual caso per accorciarli dovrebbero mettere soldi e strutture per dare modo a chi adesso non riesce a farli brevi di farli un po’ più brevi, oppure si dice che questa legge, che non mette una lira in più, un Euro in più e una struttura in più per dare modo agli operatori di fare più in fretta, a parità di durata di un processo, se lo ammazza il sesto anno è evidente che li ammazza quasi tutti. L’abbiamo detto, è stato lo stesso Alfano, in un momento di sincerità, a dire che i processi penali in Italia durano in media sette anni e mezzo: se non fai niente per abbreviarli e stabilisci che muoiano dopo il sesto anno e, in media, durano tutti sette anni e mezzo, in media non si fa più un processo fino alla fine, giusto? Invece lui dice “ no, solo l’1%”, ma allora non è vero che abbiamo i processi che durano in media sette anni e mezzo! Se riguarda, questa legge, soltanto l’1% dei processi, vuole dire che il 99% dei processi dura meno di sei anni e conseguentemente lui ha mentito, quando ha detto che durano in media sette anni e mezzo. Capite che di qua non si esce? Ci stanno prendendo per il culo!

Ci stanno prendendo per il culo

Ci sono dei magistrati, di cui uno si chiama Mario Morra e è un giudice del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che ha messo in giro una statistica: è andato a elaborare non dei dati della magistratura, ma i dati dell’ultimo rapporto, quello del 2008, del Cepey; che cosa è il Cepey? E’ il Centro Europeo per l’Efficienza della Giustizia e che cosa ha fatto questo Cepey? Ogni anno fa un rapporto di centinaia e centinaia di pagine, Commissione europea per l’efficienza della giustizia, rapporto di 350 pagine, a proposito di dati di tre anni fa, del 2006, sullo stato della giustizia nei vari Paesi europei. Adesso lo trovate, perché gira abbastanza su Internet, ma tra oggi e domani lo metteremo in rete sul sito antefatto.it e anche, ovviamente, sul nostro sito Voglio Scendere, e lo proporrò anche al blog di Beppe, perché? Perché è interessante: questo magistrato ha detto “ metto a disposizione dei colleghi alcuni dati per sapersi difendere, cifre alla mano, nei dibattiti televisivi dove ci rovesciano addosso una serie di bugie” e dice molto semplicemente questo: 1) è vero che i magistrati italiani lavorano poco, come dice Belpietro, quattro ore al giorno? Balla colossale, ogni magistrato definisce 1.400 processi all’anno, il che significa che, escluse le ferie e i giorni feriali, definisce quattro processi al giorno in media. Poi ci sarà qualcuno che fa meno e qualcuno che fa di più, ma comunque la media è molto alta, non c’è magistratura al mondo che definisca un numero così alto di processi, perché ne abbiamo di più di tutti gli altri Paesi del mondo. I magistrati in Italia non sono affatto troppi: sono 14, 8 ogni 100. 000 abitanti, in Austria sono 22, in Belgio sono 22, in Danimarca sono 17, in Francia sono esattamente quanti i nostri, in rapporto alla popolazione, 14, 8, in Germania sono il doppio, 30, in Grecia 33, in Olanda 17, in Norvegia 26, in Portogallo 30, l’unico Paese che ne ha meno è la Spagna, che però è uguale a noi, perché invece di 14, 8 ne ha 14, 6. L’Inghilterra, il Regno Unito, ne ha 11, 6, ma lì sapete che le indagini le fa la Polizia e il Pubblico Ministero non c’è, quindi in rapporto alla popolazione abbiamo il più basso numero di magistrati insieme alla Spagna e alla Francia. A questo punto, quanti sono i processi che i nostri magistrati, che sono i meno numerosi d’Europa, ricevono? Il più alto numero di processi: i processi civili che arrivano addosso ai magistrati civili in primo grado ogni anno sono 438 per ogni giudice; in Austria 67, da noi 438 processi civili di primo grado che arrivano ai giudici civili, conseguentemente abbiamo otto volte tanti i processi dell’Austria, che ne ha 62, due volte tanti quelli del Belgio, che ne ha 202, tre volte tanti quelli della Danimarca, che ne ha 175 per ogni magistrato civile, il doppio della Francia, che ne ha 224, quasi il decuplo della Germania, che ne ha 54 e avanti di questo passo, il doppio della Spagna, che ne ha 260.
Adesso vediamo quanti processi penali arrivano ai giudici: parliamo soltanto dei reati gravi, senza parlare di quelli lievi, quindi omicidi, rapine, estorsioni, reati sessuali e cose di questo genere; abbiamo il più alto numero di processi penali per reati gravi che arrivano a ogni giudice, perché ne arrivano 190 a ogni giudice penale italiano, mentre a fronte di 190 in Austria sono 16, in Belgio 27, in Danimarca 43, in Francia 80, in Germania 42, in Portogallo 63 e in Spagna 54, quindi abbiamo un numero spaventosamente alto, il più alto oltre al nostro è quello dell’Inghilterra, che ne ha 103 per ogni giudice, la metà dei nostri. Stiamo parlando di cifre spaventose, abbiamo meno giudici degli altri Paesi e abbiamo più cause civili e più cause penali, ma tante di più. Quanti processi in primo grado, tra civili e penali, smaltisce un giudice italiano? Un giudice italiano smaltisce in primo grado 411 processi civili, nel civile, nel penale 181 processi in un anno, lui da solo. Capite che sono tantissimi, perché i processi civili sono più di uno al giorno in primo grado, mentre quelli penali sono esattamente uno ogni due giorni, ovviamente senza contare le ferie etc., che è un dato enorme rispetto a tutti gli altri Paesi, dove si smaltisce meno della metà, per ogni giudice, dei processi. In Italia ogni giudice in media definisce un numero di procedimenti civili e penali che è il doppio dei colleghi francesi, spagnoli e portoghesi e sono il quintuplo dei processi smaltiti da ogni giudice in Germania.
Ultima cosa, dicono che i magistrati in Italia non pagano mai, perché vengono.. perché il Consiglio Superiore della Magistratura li assolve tutti, in quanto è corporativo: il Consiglio Superiore della Magistratura ha mille difetti e li abbiamo segnalati spesso, soprattutto perché punisce i magistrati sbagliati tipo la Forleo, De Magistris, la Procura di Salerno etc., a volte, ma in ogni caso non è vero che è poco severo; pensate soltanto che l’ordine degli Avvocati di Roma non ha ancora espulso Previti, tre anni dopo due condanne per corruzione giudiziaria e non c’è un ordine professionale che commini tante sentenze di condanna a varie sanzioni come quelle che applica ai propri membri il Consiglio Superiore della Magistratura che, nel 2006 - i dati sono sempre quelli di quell’organismo europeo - ha aperto 92 procedimenti disciplinari su 10.000 magistrati, quindi diciamo che un magistrato su cento viene messo sotto processo disciplinare ogni anno, che direi che è una media piuttosto altina, visto che non stiamo parlando di criminali comuni, è ovvio. Di questi 92 procedimenti disciplinari 66 portano a sanzioni, cioè viene punito il magistrato, molto spesso non risultano i magistrati puniti, perché si dimettono un attimo prima di essere puniti, altrimenti quel dato di 66 all’anno puniti aumenterebbe. Quanti sono quelli puniti negli altri Paesi? In Francia 14, in Germania 29, in Spagna 24 e, negli altri Paesi, hanno più giudici di noi: hanno più giudici di noi e ne puniscono di meno, conseguentemente non è vero che il nostro Consiglio Superiore della Magistratura va riformato, perché è troppo corporativo e i giudici non pagano mai, e stiamo parlando soltanto di infrazioni disciplinari, eh, perché il Consiglio Superiore della Magistratura mica si occupa dei reati dei magistrati, dei reati dei magistrati si occupano i magistrati. Dice “ eh, ma sono colleghi”: infatti, ogni volta che prendono un loro collega che ruba o che ha rapporti con la mafia, lo ficcano in galera. Ogni volta che viene preso un politico che ruba i suoi colleghi, invece di avviarlo alla galera, lo proteggono e vedrete come andrà a finire la votazione a proposito di Cosentino, per avere una prova di che cosa è il corporativismo di casta, anzi di cosca, rispetto al fatto che i giudici vengono continuamente inquisiti o addirittura arrestati ogni volta che un loro collega scopre che hanno commesso un reato. Il magistrato di Santa Maria Capua Vetere ha compilato questo manuale di autodifesa del magistrato nei dibattiti, però è un manuale di autodifesa anche per noi cittadini, per tutelarci dalle bugie che ci rovesciano addosso e per riuscire a ragionare avendo dei dati certi. Concludo, segnalandovi due cose: una è che molti mi hanno chiesto che fine ha fatto l’Odore dei Soldi, è stato ripubblicato dagli editori riuniti e quindi lo trovate con gli aggiornamenti; questa invece è un’iniziativa che speriamo incontri il favore di qualcuno, è una specie di diario politico del 2009, fatto con immagini, filmati e brani del nostro Passaparola, per ripercorrere quello che è successo in questo 2009. Per chi è interessato ci sono tutte le istruzioni sul blog di Beppe e anche sui nostri blog, per come fare a averlo. Continuate a leggere Il Fatto Quotidiano, questa settimana ci saranno novità anche sul caso Schifani e passate parola!"

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