sabato 12 dicembre 2009

Spatuzza, Graviano, Dell'Utri, Berlusconi e . . . Minzolini

.
Che macello, vero? Mettiamo un po' di ordine, su... è assolutamente necessario farlo, se no qui con le bugie a raffica che sono sparate dagli organi di stampa del Regime rischiamo davvero di confonderci le idee, che è proprio quello che le male anime vogliono.

Partiamo dall'ultima becera uscita del podestà del TG1, quell'uomo pieno di fiele che corrisponde al nome di Minzolini, pronto a sparare giudizi e sentenze, invece di raccontare i fatti, che sarebbe il compito precipuo di chi fa giornalismo (ma Minzolini non fa giornalismo, lo si sa da quando volò ad Hammamet a mettere il microfono davanti al latitante Bettino Craxi, consentendogli di sparare menzogne a raffica su Mani Pulite e non solo). Minzolini ha usato ancora una volta il TG di RAIUNO per scopi privati, quelli suoi e del suo padrone, per esprimere giudizi menzogneri sulla questione Spatuzza/Graviano/Dell'Utri/Berlusconi. Le parole: "A chi sparava con la lupara fino a poco tempo fa, è stato permesso di sparare menzogne", "per sette giorni quelle balle - o 'minchiate' - sono andate in giro e hanno danneggiato l'immagine del presidente del Consiglio e quindi dell'Italia", e "Nel nostro sistema giudiziario c'è qualcosa di sbagliato. E' un dato di fatto. Lo si può dire in tanti modi, ma la cosa importante è che le polemiche di questi giorni sulle forme non facciano dimenticare la sostanza di questi problemi che impediscono al Paese di modernizzarsi e di guardare avanti, a partire dalla riforma della giustizia".


Minzolini quindi distingue tra 'mafiosi buoni' e 'mafiosi cattivi' (come fece anni fa Mike Bongiorno) a seconda che nelle loro dichiarazioni vi siano attacchi al presidente del Consiglio oppure no. La cosa più schifosa e penosa al tempo stesso è che Minzolini fà un autogol clamoroso: egli infatti non considera attendibili le dichiarazioni di un collaboratore di Giustizia, che ha aiutato e tanto la Magistratura (e quindi lo Stato) a raccogliere prove contro i mafiosi, mentre invece ritiene attendibili le dichiarazioni di un boss mafioso che con lo Stato non collabora, che è stato sputtanato da intercettazioni e documenti che attestano ch'egli parlò e frequentò e fece affari con Dell'Utri e la Fininvest, e che a differenza di Spatuzza non si pente per la gente che ha fatto uccidere e ha ucciso. Minzolini quindi conferma di stare dalla parte della Mafia: dolo più chiaro non esiste, e l'autogol è doppio perchè, lui che sostiene a viso aperto Berlusconi, in queste contraddizioni ci sta dando conferma di quanto emerso dalle prove raccolte in tanti processi. Il fido Minzolini infine ovviamente rilancia la necessità di riformare la Magistratura, ma non dove occorre (più magistrati, più fondi, più mezzi, anche alle forze dell'ordine) bensì dove interessa al suo padrone: troncare la Giustizia, lasciare in giro migliaia di delinquenti, lasciare senza giustizia migliaia di vittime di reati allucinanti, e tutto per garantire l'impunità a Berlusconi (che è lo scopo delle leggi ad personam del team di avvocati di Berlusconi che fanno "politica" fra le file del Pdl).

Si parlava di prove, di dichiarazioni intercettate, di documenti, insomma di una montagna di materiale che ha seppellito il fumo portato in udienza dai legali di Dell'Utri (che infatti era stato già condannato), facciamo un riassuntino: perché sia chiaro che Spatuzza non è il primo collaboratore di Giustizia che sputtana Dell'Utri, la Fininvest, Berlusconi e Forza Italia... ce ne sono stati altri prima, solo che la stampa e i TG del Regime sono stati ben diretti a tacere ciò che era scomodo, e ad alterare la realtà dei fatti che trapelavano da altre parti (e cioè le testate giornalistiche indipendenti: prima era così la redazione de La7, ora gira gira i paladini sono quelli de Il Fatto Quotidiano, che sputtana chi delinque, che sia di destra o di sinistra non fa differenza).

Ieri Il Fatto Quotidiano ha pubblicato dagli archivi delle camere di commercio di Palermo un documento importante (quindi non roba inventata). E’ il fascicolo camerale della New Trade System, una società che a metà dagli anni novanta era stata un partner privilegiato per la raccolta pubblicitaria della società “Pagine utili”, guidata proprio da Marcello Dell’Utri e che aspirava a diventare mandatario esclusivo per il sud Italia di Telepiù, la pay tv allora ancora controllata occultamente da Silvio Berlusconi.


Il documento va letto con attenzione perché il padrone della società era Fulvio Lima, un commercialista parente dell’onorevole Salvo Lima, poi processato nel 1999 per avere riciclato tre miliardi di lire dei fratelli Graviano. A rendere ancora più impressionante la scoperta è che in tempi non sospetti un’informativa della Direzione Investigativa Antimafia indicava Fulvio Lima (mai indagato per questo) come il canale attraverso il quale fluivano i capitali dei Graviano a Dell’Utri. Il documento risale al novembre del 1996 ma è stato depositato al processo dell’Utri venti giorni fa.

Due funzionari che indagano sulle bombe di mafia del 1993 scrivono di avere ricevuto una serie di informazioni da un indagato. Il confidente, terrorizzato, si era rifiutato di verbalizzare ma i funzionari, avevano messo nero su bianco le sue quattro rivelazioni:

1) aveva ascoltato due telefonate tra Filippo Graviano e Dell’Utri nelle quali si parlava di affari “consistenti” in Lombardia e Sardegna;
2) i fratelli Graviano gli avevano detto che “tramite Fulvio Lima trasferivano ingenti capitali a Dell’Utri”;
3) i fratelli trascorrevano la latitanza a Milano proprio per seguire i loro affari, nei quali era coinvolto anche il finanziere Rapisarda;
4) aveva accompagnato i Graviano al ristorante “L’assassino” di Milano per incontrare Dell’Utri.

Quindi al processo di appello sono slatate fuori altre prove sui rapporti fra i boss mafiosi e Dell'Utri, altro che stupidaggini! Ma Minzolini mica l'ha detto nel suo editoriale...


Il Fatto Quotidiano ha cercato di verificare le dichiarazioni del confidente scoprendo l’esistenza di una società che rafforza una di quelle lontane rivelazioni anonime. La società nasce nel 1986 con il nome di Nuova Sudgessi e si occupa di “estrazione e commercializzazione di solfato di calcio e dei pannelli di gesso per l’edilizia”. Il 12 aprile 1995 viene rilevata da Fulvio Lima (66 per cento delle quote) e da Giovanna Barresi (34 per cento) e cambia il nome (New Trade System) e amministratore unico: Nerio Tassinari.

Oggi Tassinari spiega (testuali parole): “ci occupavamo di cambi merci per la Promoservice del gruppo Publitalia (la concessionaria di Mediaset che raccoglie gli spot per le reti del Cavaliere ndr) ma”, aggiunge Tassinari, “non ricordo il ruolo di Lima. L’ho visto solo una volta”. Nell’oggetto sociale, dopo l’ingresso di Lima e amici, compare: “la rappresentanza nel campo della pubblicità su pagine utili affari e su pagine utili famiglia”. Il primo luglio del 1996 la New Trade System di Palermo apre un ufficio a Verona. Nella nota integrativa del bilancio si spiega: “la società ha stipulato un mandato di agenzia con la società Pagine Italia per la ricerca pubblicitaria sugli annuari Pagine Utili. Lo sviluppo dell’attività ha comportato la realizzazione di un ufficio in Verona, essendo la zona del Veneto e del Trentino quella di esclusiva competenza della società”.

La società era stata premiata anche “quale migliore agente promotore dell’anno”. Non solo. Prosegue la relazione: “è continuata nell’esercizio la collaborazione con ‘Telepiù pubblicità’”. Anche se era sfumato il grande affare: “non sono prevedibili particolari sviluppi riguardo alla stipula del contratti di agenzia in esclusiva per l’Italia meridionale per Telepiù”. Di lì a poco il controllo della pay-tv passerà dal Cavaliere a Vivendi. Mentre Pagine Utili sarà travolta dalle perdite e - per non appesantire la Mondadori, quotata in borsa - sarà assorbita dalla Fininvest, e poi ceduta nel 2002 alla Telecom.

Intanto Lima finisce nei guai per alcune vecchie operazioni del 1986-87 a Palermo. Nel 1999 lo rinviano a giudizio con l’accusa di avere riciclato 3,5 miliardi con un funzionario della Sicilcassa, Salvatore Cuccia. Cuccia chiede il patteggiamento. Lima ricusa i giudici e, dopo vari rinvii il 13 gennaio del 2003 spunta la prescrizione grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche.

Minzolini ovviamente non cita queste fonti documentali, queste dichiarazioni: lui deve seppellire la verità dei fatti, ad uso e consumo del kaiser. Ma la cosa non finisce qui! Infatti se torniamo alla questione: Spatuzza non è il solo collaboratore di Giustizia che ha parlato di Dell'Utri, Berlusconi e Cosa Nostra, allora possiamo acquisire (noi che non sapevamo niente perchè i verbali delle prove testimoniali e delle sentenze non sono stati mai pubblicati, almeno fino a questi giorni) altre dichiarazioni, tutte con riscontri precisi, che parlano chiarissimo.

Vediamole direttamente dal sito dell'Antimafia:

Dalle carte di quel processo in primo grado a Marcello Dell’Utri, con tanto di condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, emerge un rapporto consolidato, continuo, fin dai primi anni Settanta, cioè da quando Silvio Berlusconi, affiancato dai suoi più fidi collaboratori Marcello Dell’Utri e Felice Confalonieri, è solo un costruttore milanese che non si sogna ancora di buttarsi nel grande mondo delle televisioni e dell’editoria, e ancor meno della politica. Silvio è un giovane imprenditore di successo, in una Milano dove era approdata Cosa nostra, dove gli imprenditori erano diventati “vacche da mungere”, dove i rapimenti e le estorsioni erano cose di tutti i giorni, anche grazie alla consolidata presenza di Luciano Liggio e di gruppi di catanesi e messinesi. Dobbiamo, quindi, andare indietro nel tempo di almeno 35 anni per ricostruire una vicenda che da lì, dalla paura dei rapimenti, ci porterà all’oggi, alle accuse di Spatuzza e ai sospetti (già emersi negli anni Novanta sia a Firenze che a Caltanissetta) di un coinvolgimento di Berlusconi in una presunta trattativa. Con le stragi del 1992-93 a fare da “facilitatori” di un possibile accordo fra mafia e pezzi della politica e dello Stato. Si tratterebbe, perciò, di andare a vedere quale sarebbe stato, secondo le ricostruzioni fornite da numerosi pentiti e uomini d’onore, il primo incontro diretto fra uomini di Cosa nostra e l’allora costruttore lombardo Silvio Berlusconi.

[1]
Comincia a raccontare Gaspare Mutolo, amico di Liggio e Riina e boss dei quartieri Partanna e Mondello di Palermo, del clima che avrebbe portato Marcello Dell’Utri per conto di Silvio Berlusconi a contattare qualcuno in Sicilia, qualcuno che lo proteggesse dai rapimenti che in quel periodo (siamo negli anni Settanta) erano un fatto quasi quotidiano a Milano. L’obiettivo era diventato «l’uomo che aveva fatto la Milano 2», racconta Mutolo e spiega che «eravamo pronti diciamo… già c’era un gruppo di persone pronte per sequestrarlo. Non è che sono state parole così… eravamo là a Milano perché eravamo pronti da un momento all’altro che davano il via per sequestrare questa persona, che dopo io ho capito che era Berlusconi perché molto spesso la sera andava negli uffici che ci sono nella Milano 2 e questi battuti li aveva presi un certo Antonino Grado, un «uomo d’onore» della famiglia di Stefano Bontade, una persona che abitava là a Milano. Tutta assieme non se ne fece più niente, ma addirittura siamo rientrati tutti e mi ricordo che io non ho partito più per alcuni sequestri e dopo ho saputo così, insomma, che quell’impresario che aveva fatto la Milano 2 era Silvio Berlusconi, che era entrato in contatto con alcuni personaggi importanti in cui i mafiosi avevano il compito che investivano e questo Berlusconi era tranquillo, pacifico che non veniva più né minacciato e né… cioè che non correva più la minaccia che potesse essere sequestrato o lui o qualcuno dei suoi familiari».

[2]
E l’incontro, a quanto spiega un altro pentito, Antonino Galliano, la cui testimonianza è inserita anche lei nelle motivazioni della sentenza Dell’Utri, è diretto fra Silvio Berlusconi e Stefano Bontade che all’epoca era a capo della Commissione di Cosa nostra, ovvero a capo della mafia siciliana. «Quindi con Stefano Bontade fissano l’appuntamento a Milano e si… si recano a Milano il Tanino Cinà con Stefano Bontade e con Mimmo Teresi. A questo appuntamento vanno a trovare il Dell’Utri e il Berlusconi e mi dicono che c’erano anche altre persone; lo Stefano Bontade aveva ascoltato, diciamo, il problema e li rassicurò che non sarebbe successo più nulla e che per maggiore sicurezza avrebbe mandato un suo uomo nella…diciamo, per guardare le spalle alla famiglia Berlusconi, cioè nella villa di Arcore e gli manda, dicevano, il Vittorio Mangano, che era un esperto, diciamo, molto pratico di animali. Fece anche una precisazione il Tanino Cinà, disse che il signor Berlusconi rimase, diciamo, affascinato dalla figura di Stefano Bontade, che non si immaginava di avere a che fare con una persona così intelligente e così, diciamo, affascinevole, diciamo. Cioè… s’immaginava di avere a che fare con un uomo rozzo, cioè un mafioso tipico che… che si leggeva nei libri o si vedevano nei film a quei tempi. Quindi, quando poi, il Mangano prende servizio alla villa di Arcore, dopo poco tempo, per, diciamo, accattivarsi maggiormente la fiducia del Dottor Berlusconi, organizza un finto se, diciamo… un finto furto di quadri all’interno della villa e lui fa finta di adoperarsi per il recupero di questo maltolto». Così racconta Galliano, uomo d’onore del clan della Noce, in relazione a un incontro avvenuto nel 1975 nella sede della Edilnord, la società di Silvio Berlusconi costituita per edificare Milano 2. E poi prosegue: «Il Berlusconi, diciamo… dice allo Stefano Bontade che vuole fare un regalo… un regalo, diciamo, alla… diciamo a loro. E per questo, diciamo, incarica lo Stefano Bontade il Tanino Cinà. Il Tanino Cinà si reca, sin da quel momento, ogni… due volte l’anno per ritirare dei soldi nello studio di Marcello Dell’Utri. A quei tempi questi erano venticinque milioni a volta e quindi cinquanta milioni l’anno. Questi soldi poi lui, diciamo, lo Stefano… il Tanino Cinà li faceva avere allo Stefano Bontade; però questi soldi, quando succede la guerra di mafia e quindi lo Stefano Bontade viene ucciso, questi soldi il Tanino Cinà li consegna a Pippo Di Napoli, che a sua volta li faceva avere ad un uomo d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù, che è anche nipote di Tanino Cinà, Pippo Contorno».

[3]
Poi è la volta di Salvatore Cuccuzza, membro del mandamento di Porta Nuova retto proprio da Mangano “lo stalliere”, che spiega che «Mangano Vittorio aveva rapporti molto intimi con Stefano Bontade e con Rosario Riccobono che in quel periodo diciamo che erano molto in auge interno a “cosa nostra”, però il suo diretto capo era Pippo Calò. Avevano un rapporto buono, ma diciamo che Mangano essendo un tipo un po’ egocentrico preferiva l’amicizia anche di queste persone che andavano alla grande in quel periodo, quindi erano molto intimi con Bontade, con Inzerillo, con Riccobono». Amico quindi di quello che era, all’epoca, il Gotha di Cosa nostra prima della mattanza avviata da Totò Riina.

[4]
E poteva mancare il pentito Antonino Giuffrè, uno degli accusatori principali di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi? Certo che no. Anche lui ricorda perfettamente la circostanza che portò Dell’Utri a organizzare l’incontro fra Berlusconi e Bontade. « Sì, signor Presidente, vado un pochino a stento, perché sono discorsi molto vecchi e se ricordo bene, addirittura di questi discorsi ne ha parlato Michele Greco, cioè come le dicevo siamo nella metà degli anni Settanta e a Milano e nei dintorni vengono fatti molti sequestri da parte della mafia siciliana ed uno degli obiettivi cioè… ed appositamente il signor Berlusconi», racconta Giuffrè.
Quindi, Berlusconi era preoccupato di un possibile rapimento suo o di un suo familiare. Marcello Dell’Utri perciò si fa tramite, grazie a Gaetano Cinà, di un incontro con Stefano Bontade, incontro che sarebbe avvenuto nella sede della Edilnord. Qui si trova un accordo e Cosa nostra offre protezione, addirittura si parla di affari, di possibili costruzioni in Sicilia. A fare da “garante” della protezione di Silvio Berlusconi sarebbe stato individuato Vittorio Mangano. Questo il primo “approccio”. Poi la questione si fa ancora più complessa. Mangano è amico dei Graviano, in particolare c’è un patto fra il mandamento di Porta Nuova retto dallo “stalliere” e quello di Brancaccio retto dai Fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Spatuzza oggi racconta che addirittura i Graviano gli ordinarono di andare a dare “una controllata” al territorio di Mangano mentre questi era in carcere. Insomma i Graviano erano legati a Mangano, erano latitanti a Milano e non solo, si erano dimostrati interessati precedentemente anche a un altro affare che interessava Berlusconi, quello di Euromercato/Standa a Palermo. Si legge nella sentenza in primo grado a Dell’Utri che anche i Graviano intervenissero nell’affare. Quindi è improbabile che Dell’Utri non fosse a conoscenza di questa circostanza, come concludono i giudici.

C’è un passaggio, oggi, nel confronto fra Gaspare Spatuzza e il “ragioniere” Filippo Graviano avvenuto il 20 agosto scorso, un passaggio che forse anticipa se non un pentimento almeno una dissociazione da parte del più giovane dei due fratelli. Spatuzza si rivolge al suo ex capo: «Nessuno mi può dire (incompr.) perché non mi sto (incompr.) e non mi sto inventando niente». E Graviano gli risponde: «Assolutamente, vedi che io, dal primo momento, l’ho detto ai magistrati, oggi te l’ho detto davanti. Io non ho nulla contro le tue scelte». E Spatuzza insiste: «Nessuno mi può dire infame perché non sto infamando nessuno». E ancora Graviano: «Ma assolutamente». E visto che uno dei possibili “infamati” è proprio Filippo, è facile trarre delle conclusioni.

Tutto chiaro quindi, Amici? Avete ancora il prosciutto negli occhi? E' riuscito Minzolini a fregare anche voi?

FATE GIRARE!

.

Nessun commento:

Posta un commento