mercoledì 3 febbraio 2010

La storia e i retroscena di Boffo, Ruini e Littorio Feltri

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Bellissimo articolo di MICROMEGA, illuminante come al solito sulle vergogne e i maneggi di questa Italia dove l'ipocrisia e il malaffare imperano sovrani. E' un post molto lungo, ma vale davvero la pena leggerlo.


Mistero Boffo (ovvero l’ombra di Ruini)

‘Il nemico del mio nemico è mio amico’. È l’assunto che più di tutti ha influenzato il dibattito sull’affaire Boffo. A partire dalla stampa di centro-sinistra, che ha dipinto l’ex direttore del quotidiano dei vescovi come nuovo martire della libertà d’informazione. Ma la parabola di Dino Boffo è inscindibilmente legata all’ascesa e all’egemonia del cardinale Camillo Ruini e al ventennio di restaurazione della Chiesa italiana da lui condotto sotto il pontificato di Wojtyla prima
e di Ratzinger poi.

di Emilio Carnevali e Valerio Gigante, da MicroMega 5/2009

Nel delineare il compito e il profilo degli «intellettuali organici» che avrebbero dovuto costruire l’«egemonia» del «moderno Principe» (il Partito comunista), Antonio Gramsci indicava quale modello esemplare la Chiesa cattolica, la struttura amplissima ma coesa cui deve ispirarsi «ogni movimento culturale che tenda a sostituire il senso comune e le vecchie concezioni del mondo in generale».
Ciò che il pensatore comunista apprezzava di più dell’istituzione ecclesiastica era la sua straordinaria compattezza «intellettual-spirituale» prima ancora che organizzativa: «La forza delle religioni e soprattutto della Chiesa cattolica è consistita e consiste in ciò, che esse sentono energicamente la necessità dell’unione dottrinale di tutta la massa “religiosa” e lottano perché gli strati intellettualmente superiori non si stacchino da quelli inferiori. La Chiesa romana è stata sempre la più tenace nella lotta per impedire che “ufficialmente” si formino due religioni, quella degli “intellettuali” e quella delle “anime semplici”».
Ma a più di settant’anni di distanza da quando Gramsci scriveva queste note sui suoi Quaderni le cose sono molto cambiate all’interno della Chiesa. Nel quarto anno dell’era Ratzinger, quella compattezza che con grande lucidità era stata individuata quale elemento fondamentale della sua forza e capacità di radicamento sembra venire progressivamente meno nel cuore stesso del suo impero globale: l’Italia. La frattura non sembra però delinearsi solo lungo il discrimine fra «intellettuali» e «anime semplici», perché taglia la Chiesa in modo trasversale, lungo le crepe aperte da una secolarizzazione non più accolta e sfidata (come al tempo del Concilio), ma respinta e recepita in seguito a progressive capitolazioni, che non permettono una comprensione omogenea e «adattiva» delle novità imposte dai tempi e minano nel profondo la fondamentale uniformità spirituale del suo corpo bimillenario (il filosofo Pietro Prini ha parlato di uno scisma sommerso per descrivere uno dei più evidenti fenomeni connessi a questa spaccatura). Sul piano politico ne consegue un sorprendente e solo apparentemente contraddittorio intreccio di medioevaleggiante oscurantismo e di laicissimo disincanto che può dare vita a dispositivi di potere tanto raffinati quanto cinici, comunque molto distanti dalla sensibilità di quelle «anime semplici» che fino a poco tempo fa la Chiesa si era sempre preoccupata di tenere accanto a sé grazie alle «stecche del busto» dei suoi «intellettuali organici» e dei suoi corpi intermedi.
A ciò si aggiunga che queste crepe, questi segnali di crisi, hanno cominciato a intaccare anche la grande macchina dell’organizzazione. Le lotte fra le diverse consorterie del clero hanno caratterizzato la vita interna della Chiesa in tutti i secoli della sua storia. La fase di particolare debolezza nella quale i conflitti di oggi si consumano accresce considerevolmente i tratti di una crisi generale che non è il tema del presente lavoro e alla quale abbiamo potuto dedicare solo un fugace accenno.
Solo facendo riferimento a questa cornice più ampia è però possibile collocare nel modo giusto e osservare con la luce più appropriata anche gli ultimi fatti legati al cosiddetto «caso Boffo», il quale ha rivelato – come ha scritto Marco Politi su Repubblica raccogliendo gli umori dell’episcopato italiano il giorno dopo le dimissioni del direttore di Avvenire – «la mancanza di un polso fermo e di una strategia lungimirante in tutta la vicenda» da parte dei vertici della gerarchia ecclesiastica.
Così come è necessario fare riferimento a queste dinamiche tutte interne alla Chiesa cattolica per leggere nella giusta prospettiva il caso «politico» apertosi con le accuse del Giornale berlusconiano a Dino Boffo e le sue successive dimissioni. Il cliché – sostenuto anche da molti osservatori e testate giornalistiche di centro-sinistra – di un Boffo come nuovo martire della libertà di stampa, come «ultima vittima di Berlusconi» (per citare un titolo del New York Times molto ripreso dalla stampa italiana) ci appare infatti un po’ troppo riduttivo per almeno due ragioni.
La prima è che Boffo, come si cercherà di evidenziare in seguito, non è stato colpito solo dalla rappresaglia berlusconiana ma anche da una discreta sventagliata di «fuoco amico», senza la quale il siluro di Vittorio Feltri difficilmente sarebbe riuscito ad affondare la nave. La seconda è che, come ha detto Marco Travaglio, Boffo è una persona «abbastanza indifendibile». Travaglio ha espresso il suo giudizio sulla base degli elementi di carattere giudiziario che, nonostante tutto, sono emersi nel corso della vicenda. Noi cercheremo di farlo anche alla luce di considerazioni più ecclesiali e «politiche», non condividendo l’assunto ancora molto in voga a sinistra secondo il quale «il nemico del mio nemico è mio amico». Soprattutto quando questo assunto è tanto semplicistico da non farci vedere ciò che si sta movendo al di sopra delle teste dei nostri presunti «amici» e «nemici».

I fatti
Tutto ha inizio il 28 agosto scorso quando il Giornale – alla direzione del quale è da poco tornato Vittorio Feltri – titola in prima pagina: «Il supermoralista condannato per molestie». Nel sommario si chiarisce il bersaglio dell’iniziativa: «Dino Boffo, alla guida del giornale dei vescovi italiani e impegnato nell’accesa campagna di stampa contro i peccati del premier, intimidiva la moglie dell’uomo con il quale aveva una relazione». L’editoriale in prima pagina, a firma del neodirettore, esplicita – se ce ne fosse bisogno – il legame tra l’attacco a Boffo e gli scandali che negli ultimi mesi hanno coinvolto il presidente del Consiglio: «La Repubblica da tempo si dedica alla speleologia e scava nel privato del premier, e l’Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, ha pure messo mano al piccone per recuperare materiale adatto a creare una piattaforma su cui costruire una campagna moralistica contro Silvio Berlusconi, accusato di condurre un’esistenza dissoluta in contrasto con l’etica richiesta a una persona che ricopra cariche istituzionali». «Mai quanto nel presente periodo», sottolinea Feltri, «si sono visti in azione tanti moralisti, molti dei quali, per non dire quasi tutti, sono sprovvisti di titoli idonei. Ed è venuto il momento di smascherarli». Si comincia da Dino Boffo, che sarebbe in realtà «privo dei requisiti morali per fare il moralista o per recitarne la parte».
Il Giornale fa riferimento a un decreto penale di condanna per molestie emesso il 9 agosto del 2004 contro il direttore di Avvenire. Fra i documenti citati vi è anche un’informativa, presentata erroneamente dal quotidiano di Feltri come un atto giudiziario, in cui si legge che «Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla onde lasciasse libero il marito con il quale Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio, il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un’ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione».
In realtà, le carte processuali non fanno alcun riferimento ai comportamenti sessuali di Boffo. E non si tratta di patteggiamento, ma di un decreto di condanna per molestie, cui Boffo non si oppose accettando di pagare i 516 euro di ammenda alternativa ai sei mesi di reclusione che gli erano stati comminati. Il documento però esiste e viene reso pubblico il 1° settembre dalla cancelleria del Tribunale di Terni. Resta invece chiuso in archivio il resto del fascicolo del procedimento a carico del direttore di Avvenire, come disposto dal gip Pierluigi Panariello anche su richiesta dell’avvocato dello stesso Boffo. E già qui potrebbe sorgere una prima domanda: se Boffo è convinto che Il Giornale abbia semplicemente messo insieme un cumulo di calunnie, perché lui per primo non si è battuto affinché il fascicolo del procedimento fosse reso pubblico?
Subito dopo la pubblicazione della notizia sul Giornale si scatena il putiferio. «L’attacco al direttore di Avvenire è un fatto disgustoso e molto grave», afferma il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco. Dichiarazioni rese nella forma più solenne: Bagnasco le rilascia infatti con indosso i paramanti sacri poco prima di celebrare la messa per la festa del santuario della Madonna della Guardia e le immagini vengono trasmesse dal Tg1. «Rinnovo al dottor Boffo, direttore di Avvenire, tutta la stima e la fiducia mia personale e quella di tutti i vescovi italiani e delle Comunità cristiane».
Anche Berlusconi prende formalmente le distanze dal direttore del suo giornale e dichiara: «Il principio del rispetto della vita privata è sacro e deve valere sempre e comunque per tutti. Ho reagito con determinazione a quello che in questi mesi è stato fatto contro di me usando fantasiosi gossip che riguardavano la mia vita privata presentata in modo artefatto e inveritiero. Per le stesse ragioni di principio non posso assolutamente condividere ciò che pubblica oggi il Giornale nei confronti del direttore di Avvenire e me ne dissocio». Intanto però salta, dopo un comunicato della Santa Sede, l’incontro alla festa della Perdonanza tra il presidente del Consiglio e il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone.
Sulla non estraneità del capo del governo all’operazione – quantomeno al tipo di iniziative che si aspettava scegliendo Feltri come punta di lancia della sua «campagna d’autunno» – fuga ogni dubbio Fedele Confalonieri (uno dei pochi, veri amici fidati del premier) con un’intervista al Corriere della Sera (31-8-2009). «C’é chi ha voluto accendere il fuoco. E ora ci si lamenta se qualcun altro fa il suo mestiere di giornalista e pubblica notizie», dice il presidente di Mediaset citando fra l’altro il celebre proverbio «chi la fa... l’aspetti» come fondamento morale dell’operazione di rappresaglia. Feltri è per Confalonieri «un giornalista estremo, ma giornalista, che riporta come tanti altri notizie. Si dovrebbe fermare adesso perché non riguardano Berlusconi che in questi mesi è sembrato il bersaglio di tre palle e un soldo nel Luna Park? Quello al quale tutti possono sparare senza che nessuno chieda conto di niente? Sono tre mesi che si parla di “papi” e di “D’Addario”, che si continua a diffamarlo, poi arriva un fatto che non lo riguarda e improvvisamente c’è chi sui giornali scopre che non si può andare avanti così. Ma andiamo...». «Non mi fanno certo pena», aggiunge ancora Confalonieri, «quelli che hanno appiccato il fuoco, e non è stato Feltri, e che ora temono di bruciarsi».
Il protagonista della vicenda, Dino Boffo, parla di «killeraggio giornalistico allo stato puro» e di una storia «inverosimile, capziosa, assurda». Le telefonate a contenuto ingiurioso che sono state all’origine della denuncia presentata dalla signora di Terni furono effettuate, a detta di Boffo, da un suo collaboratore – un ragazzo già ospite della comunità di recupero di don Pierino Gelmini, successivamente deceduto – che si impossessava del suo cellulare spesso lasciato incustodito. È la stessa tesi che Boffo aveva sostenuto davanti ai giudici, i quali, però, non l’hanno evidentemente ritenuta attendibile.
Mentre i vertici della Cei sembrano fare quadrato attorno a Boffo, il direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian rilascia però un’intervista al Corriere nella quale emerge una linea ben diversa da quella appena indicata da Bagnasco. Già all’indomani dell’attacco del Giornale il quotidiano della Santa Sede aveva scelto di non intervenire nella vicenda né con articoli né con commenti. Ora, sul Corriere, Vian rivendica anche la scelta di non aver mai pubblicato «una riga» sulle «vicende private» di Silvio Berlusconi. Aggiunge poi che la cena tra Berlusconi e il cardinale Bertone è stata annullata con un gesto di «responsabilità istituzionale» concordato da entrambe le parti, ma «i rapporti tra le due sponde del Tevere sono eccellenti, come più volte è stato confermato». Poco dopo «scarica» Boffo criticando le – peraltro assai sparute – prese di posizione polemiche del direttore di Avvenire nei confronti del governo: «Non si è forse rivelato imprudente ed esagerato paragonare il naufragio degli eritrei alla Shoah, come ha suggerito una editorialista del quotidiano cattolico? Anche nel mondo ebraico, ferma restando la doverosa solidarietà di fronte a questa tragedia, sono state sollevate riserve su questa utilizzazione di fatto irrispettosa della Shoah. E come dare torto al ministro degli Esteri italiano quando ricorda che il suo governo è quello che ha soccorso più immigrati, mentre altri – penso per esempio a quello spagnolo – proprio sugli immigrati usano di norma una mano molto più dura? Mi sembra davvero un caso clamoroso, nei media, di due pesi e due misure».
Cominciano quindi le speculazioni sulla spaccatura fra i vertici della Cei e la Santa Sede, per arginare le quali scende in campo prima il portavoce del papa, padre Federico Lombardi («I tentativi di contrapporre la segreteria di Stato e la Conferenza episcopale non hanno consistenza»), poi lo stesso Benedetto XVI con una telefonata al cardinale Bagnasco in cui esprime «stima, gratitudine e apprezzamento per l’impegno della Conferenza episcopale e del suo presidente».
Padre Lombardi interviene ancora nei giorni successivi per rispondere direttamente a Vittorio Feltri, che aveva dichiarato a Radio Anch’io: «È vero che è girata anche una velina, e non dai servizi segreti, ma dalla gendarmeria vaticana». Secca la risposta del portavoce della Santa Sede: «Smentisco nel modo più categorico questa infondata affermazione: viene il sospetto che vi sia una intenzione di fomentare confusione diffondendo false accuse».
Ma il fronte pro Boffo all’interno della Chiesa è tutt’altro che compatto. Sempre sul Corriere della Sera un intellettuale influente come Vittorio Messori pubblica un articolo dal titolo «La prudenza mancata e le conseguenze di un danno enorme». Scrive Messori: «Come a tutti, nel milieu, pure a me, da tempo, giungevano voci su una comparizione davanti a un giudice di “Boffo dottor Dino, da Asolo” per una storia omosessuale. Ma perché a Terni? Perché, rispondevano con un sorrisetto malizioso, da quelle parti sta la comunità di don Gelmini, sul quale pure correvano voci e che fu poi ridotto allo stato laicale perché accusato di abusi pederastici. Seppi in seguito che alcuni avevano cercato di ottenere dal tribunale gli atti: documenti pubblici, secondo la legge, ma non concessi a tutela della reputazione dell’imputato. Ma neanche così, da cattolico, ero tranquillo. Prima o poi, c’è sempre qualcuno che (per avversione politica, per vendetta, per ricerca di scoop) porta alla luce i dossier imbarazzanti. È puntualmente avvenuto, con l’enorme danno d’immagine che paventavo, per la Chiesa, quale che sia lo svolgimento futuro della vicenda». Leggendo queste righe non si può certo dire che lo scrittore consideri quelle voci delle volgari illazioni di fonte alle quali difendere l’«innocente» Boffo in tutto e per tutto. Poco sotto Messori confessa il proprio «sconcerto per la condotta dei gerarchi ecclesiali da cui dipende il media-system cattolico». «Praticando la storia della Chiesa, ne ammiravo una costante: cardinali e vescovi hanno sempre accompagnato a ogni virtù quella della prudenza, vegliando occhiutamente per stornare i pericoli. Ci chiediamo che sia successo ora. In effetti, dopo la sentenza del 2004, la prudenza tradizionale avrebbe suggerito di chiedere al “condannato” di defilarsi, assumendo altre cariche, meno esposte a ricatti e a scandali». Messori conclude in modo che più esplicito non si può. «Se un giornale ha “sbattuto il mostro in prima pagina”, è perché cardinali e vescovi cui competeva non lo hanno destinato ad altri incarichi, lontani dalle aggressioni politiche».
Anche monsignore Rino Fisichella, rettore della Pontificia università lateranense, manda un suo segnale, ricollegandosi al discorso già accennato da Vian sulle critiche pronunciate da alcuni settori del mondo cattolico alle politiche sull’immigrazione del governo Berlusconi, critiche in parte e tra mille distinguo riprese dal giornale diretto da Dino Boffo. «Credo sia utile che gli uomini di Chiesa si astengano dall’intervenire continuamente sulle questioni italiane. Non vedo prelati che intervengono ad esempio sulla legge dell’immigrazione degli Stati Uniti, che è particolarmente restrittiva. Non vedo perché avvenga solo nei confronti dell’Italia». Naturalmente lo stesso discorso non deve però valere per altre questioni, come quelle del «fine-vita», sulle quali un intervento degli uomini di Chiesa è più che legittimo. Notiamo en passant che queste parole monsignor Fisichella le pronuncia intervenendo alla Summer School del Popolo della libertà a Frascati.
Solo il pomeriggio di martedì 2 settembre padre Lombardi dà la notizia di una telefonata del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, a Dino Boffo per offrirgli la propria solidarietà. Sono passati già 5 giorni da quel 28 agosto in cui il Giornale ha effettuato il primo affondo contro il direttore del quotidiano dei vescovi.
Intanto, proprio su Avvenire, vengono pubblicate pagine e pagine di lettere di sostegno al direttore. Il 3 settembre, nella rubrica «Il direttore risponde», Boffo pubblica un articolo intitolato «Dieci falsità: le deformazioni del Giornale e la realtà dei fatti». Lo stesso giorno, però, Boffo rassegna le sue dimissioni dalla direzione di Avvenire, da Sat2000 e dal circuito radiofonico Inblu: «Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora per giorni e giorni una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani», scrive Boffo in una lettera inviata al cardinale Bagnasco. «La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere».

Misteri da chiarire
Secondo alcune ricostruzioni la «nota informativa» che sarebbe all’origine dello scandalo (ma il decreto di condanna abbiamo visto essere un fatto sul quale non occorre cimentarsi in alcun tipo di speculazione) sarebbe frutto di un’iniziativa dei servizi segreti: «Dino Boffo», scrive Giuseppe D’Avanzo su Repubblica (4-9-2009), «è stato ucciso sulla pubblica piazza con una menzogna che non ha nulla a che fare – né di diritto né di rovescio – con il giornalismo, ma con una tecnica sovietica di disinformazione che altera il giornalismo in calunnia». «Il potere che ci governa», spiega ancora D’Avanzo, «ha messo in mano a chi dirige il Giornale del capo del governo – una sorta di autoalimentazione dell’alambicco venefico a uso politico – un foglio anonimo, redatto nel retrobottega di qualche burocrazia della sicurezza da un infedele servitore dello Stato».
Ma nel quadro tracciato da D’Avanzo è possibile inserire una serie di elementi che inducono qualche elemento di dubbio. È lo stesso quotidiano dei vescovi, infatti, che proprio nei giorni della tempesta accredita indirettamente una ricostruzione diversa, secondo la quale sarebbe stata una «manina» cardinalizia a passare a Feltri la famosa nota informativa: un piccolo «giallo nel giallo» che solo pochissimi osservatori notano nei giorni più caldi dell’affaire Boffo (il primo a segnalarlo è Giovanni Sarubbi, direttore del settimanale Dialogo, sul sito internet del periodico www.ildialogo.org).
Il 1° settembre Avvenire pubblica degli stralci di un articolo dell’ex giornalista dell’Espresso Pino Nicotri comparso il 31 agosto scorso sul sito www.giornalettismo.com. Il quotidiano dei vescovi lo presenta come «un documento interessante al fine di una ricostruzione della verità dei fatti», attribuendo dunque credibilità e autorevolezza all’autore dell’articolo e alla sua visione dell’intera vicenda. Ora: nella prima parte del suo scritto (quella pubblicata su Avvenire) Nicotri afferma di essersi imbattuto nell’estate del 2006 in «voci» e «segnalazioni» relative a una vicenda a sfondo sessuale che avrebbe coinvolto Dino Boffo. «Ho sempre ritenuto professionalmente doveroso», scrive Nicotri, «prima di sferrare una eventuale bastonata sulla testa di qualcuno, verificare le notizie con il diretto interessato, cioè con il destinatario della possibile bastonata. Così feci con Boffo». Il quale «spiegò tutto per filo e per segno, rispondendo anche a domande imbarazzanti che gli ponevo non senza anche un mio imbarazzo».
«Se Vittorio Feltri», aggiunge l’ex giornalista dell’Espresso sempre nella parte del suo intervento poi ripresa da Avvenire, «avesse verificato con il diretto interessato come ho fatto io nel 2006, avrebbe evitato la figura bestiale che ha fatto. Non sarebbe scivolato sulla buccia di banana che legittima eventuali “leggere impressioni” che lui sia davvero un amante del killeraggio giornalistico pro domo padronale, in questo caso berlusconiana». Fin qui la parte pubblicata dalla testata dei vescovi. Se però un lettore di Avvenire si fosse incuriosito e fosse andato sul sito www.gior­na­lettismo.com (il cui link veniva riportato anche dal quotidiano cattolico) per consultare la versione integrale, avrebbe trovato più di una sorpresa.
Nella seconda parte del suo intervento – che è lecito pensare sia stato interamente letto dal direttore di Avvenire prima di decidere di pubblicarne uno stralcio – Nicotri accusa infatti Feltri «di aver ridotto a una palpata di culo tutte le malefatte ultraventennali berlusconiane, comprese le mai da lui nominate leggi ad personam per pararsi il culo nei confronti della giustizia». «Peccato», aggiunge di seguito Nicotri, «anche perché Feltri se volesse potrebbe picchiare non duro, ma durissimo contro chi critica il suo lord protettore. Anziché prendersela con Boffo, potrebbe prendersela infatti direttamente con Tarcisio Bertone e Ratzinger: basterebbe chiedere loro perché nel giugno 2001 hanno firmato, e se è mai stato ritirato, l’ordine scritto a tutti i vescovi del mondo di nascondere alle autorità civili dei rispettivi paesi tutti i casi di membri pedofili del clero, preti, monache o frati che fossero. Con notevole danno a molti minorenni anche in Italia, come dimostra, tra vari altri, il caso – fatto sparire dalle cronache e dai tribunali – dell’ex parroco fiorentino Lelio Cantini e quello del numero uno dei Legionari di Cristo».
Poche ore dopo la pubblicazione sul suo sito di questo articolo, Nicotri ne pubblica un altro (anch’esso con data 31 agosto 2009) dal contenuto ancor più esplicito: «Problema: perché il Vittorio Feltri che a suo tempo difese a spada tratta l’indifendibile don Gelmini subissato di denunce per molestie sessuali dai ragazzi della sua comunità ora attacca violentemente Dino Boffo per una assoluta banalità come l’asserita storia gay con un altro adulto? Soluzione: Feltri attacca sì Boffo, ma si tratta di un attacco a nuora perché suocera intenda». In questo caso, scrive Nicotri, le suocere sono due: lo stesso papa Ratzinger e «il bel don George Gaenswein, astro chiacchierato dei bei salotti romani e da molto tempo assistente personale di papa Ratzinger, con il quale convive nell’appartamento del Palazzo Apostolico».
Dopo essersi esercitato su imbarazzanti scenari secondo i quali «si direbbe che in Vaticano stiano iniziando i giochi per la successione a Ratzinger, successione che vede favorito Tarcisio Bertone», il giornalista si avventura nell’azzardata ipotesi che «una “manina”, anzi una “manona” cardinalizia» abbia «passato a Feltri l’“informativa” e il documento giudiziario di Terni che sparla della nuora Boffo perché suocera Ratzi-George intenda».
Naturalmente Avvenire non pubblica questo secondo articolo di Nicotri. Eppure, proprio limitandosi a riportare sul quotidiano parte del primo, che difende la «nuora» Boffo dagli attacchi di Feltri, sembra volere invitare i lettori, suggerendo il link al sito di Nicotri, ad andarsi a leggere anche la parte dell’articolo riguardante la «suocera» Ratzinger-George. «Un documento», tiene a precisare Avvenire nella sua presentazione, «interessante al fine di una ricostruzione della verità dei fatti».
C’è poi la vicenda dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori – Ente fondatore e garante dell’Università cattolica del Sacro Cuore, ricostruita sul Corriere della Sera da Paolo Foschini. «È vero che a sparare è stato il Giornale della famiglia Berlusconi», ha scritto Foschini lo scorso 5 settembre. «Ma la pistola che alla fine ha fatto fuori Dino Boffo – l’Anonimo redatto in puro stile-servizi, tradotto dal Giornale in allegato giudiziario – aveva cominciato a circolare molto prima proprio là», al Toniolo, «ente la cui storia recente è quella di una guerra interna tra due anime di Chiesa che certamente sono state – e con buona probabilità tutt’ora sono – assai determinate a combattersi con forza. E con una frequenza di lettere anonime divenuta negli anni, secondo quanto sta emergendo, talmente consueta da non meravigliare quasi più i destinatari. Ora Boffo, che nel Toniolo siede tuttora tra i componenti del Comitato permanente di controllo, è stato il primo ad andarci di mezzo. Il timore di più d’uno, a questo punto, è che potrebbe non essere l’ultimo».
Le due anime cui Foschini fa riferimento sono quella «politica» degli «ex democristiani legati in qualche modo a stanze romane ecclesiastiche», ma «non appartenenti alla Cei», e guidati dal senatore Emilio Colombo e quella dei vescovi, guidati da Ruini e decisi a riprendersi le redini dell’ente che controlla oltre all’Università cattolica, il Policlinico Gemelli di Roma e la casa editrice Vita e Pensiero. Le prime informative atte a screditare i protagonisti della guerra interna al Comitato permanente che gestisce il Toniolo (all’interno del quale siede appunto, dal 2004, anche Dino Boffo, mandato lì dalla Cei di Ruini) risalgono al giugno del 2002, quando venne nominato rettore Lorenzo Osnaghi e il Corriere titolò: «Ruini batte Scalfaro, Lorenzo Osnaghi sarà rettore della Cattolica».
I documenti resi pubblici da Vittorio Feltri, inoltre, vengono recapitati anche ad alcuni vescovi nella primavera del 2009: il cardinale Dionigi Tettamanzi – come anche il vescovo di Firenze monsignor Giuseppe Betori – ha recentemente dichiarato di aver «ricevuto e cestinato subito nei mesi scorsi lettere anonime e diffamatorie contro Boffo arrivate nella curia milanese»; un’ulteriore «distribuzione» del dossier riguardante l’ex direttore di Avvenire è effettuata a maggio, in occasione dell’Assemblea generale della Cei, quando i documenti vengono fatti trovare a ciascun vescovo nel casellario presente nell’aula dell’assemblea. In quell’occasione a suscitare lo sconcerto dei vescovi non sono tanto le rivelazioni su Boffo (del quale da anni circolavano voci negli ambienti ecclesiastici), quanto la copertura di cui l’ex direttore di Avvenire godrebbe – secondo l’informativa – da parte di esponenti di primo piano della gerarchia quali Ruini, Tettamanzi e Betori. Anche il direttore editoriale dell’agenzia di informazione politico-religiosa Adista (rivista di area cattolico-progressista, da sempre critica rispetto alla gestione ruiniana della Chiesa italiana), Giovanni Avena, riceve prima dell’estate copia del dossier, da tre fonti diverse: un militante dell’associazionismo cattolico (probabilmente consigliato dal proprio vescovo) e due vescovi (l’uno all’insaputa dell’altro). Data però la segretezza della sentenza del tribunale di Terni e l’incerta provenienza dell’informativa che l’accompagnava, Adista decise di attendere ulteriori riscontri. In ogni caso, non c’è dubbio che ancora prima di arrivare sul tavolo del direttore del Giornale, il dossier su Boffo, se non è stato confezionato in ambiente ecclesiastico, è comunque circolato lungamente in quell’ambito.

Scontri al vertice
Altra chiave di lettura dell’affaire Boffo, complementare e non alternativa a quelle appena presentate, riguarda il crescente stato di tensione tra la segreteria di Stato vaticana e il cardinale Ruini, che dopo venti anni di strapotere in curia e ai vertici della Chiesa italiana continua, anche da «pensionato», a dirigere i rapporti della Chiesa con il mondo politico. Un atteggiamento che non piace affatto al cardinale Tarcisio Bertone, che vorrebbe fosse il Vaticano, e non la presidenza della Cei – egemonizzata da Ruini – a mantenere rapporti con il governo e le istituzioni italiane.
Un primo forte scontro tra i due si è consumato l’8 febbraio 2008, sull’Eurostar Roma-Bologna. Mancava qualche mese alle elezioni politiche. Su quel treno stava viaggiando Pier Ferdinando Casini. Il leader dell’Udc, che stava accompagnando la moglie a una visita medica, secondo il racconto fatto da Claudio Tito su Repubblica (9-2-2008) – sarebbe stato raggiunto da una telefonata di Gianni Letta che, in viva voce, lo avrebbe messo in comunicazione con Berlusconi e Fini. I due, che stavano mettendo a punto gli ultimi dettagli dell’intesa sulla lista unica che alle politiche avrebbe visto correre sotto un unico simbolo Forza Italia e Alleanza nazionale, dopo aver informato Casini dell’accordo, lo avrebbero invitato a dare la sua adesione, rinunciando a presentare il simbolo dell’Udc alle elezioni per confluire nel listone con Fi e An. «Io», avrebbe sbottato il capo dei centristi, «fino a ieri non avevo il minimo sentore di questo disegno. E ora venite a dirmi “o dentro o fuori”?». Indignato, Casini, avrebbe poi telefonato a Ruini. Il cardinale lo avrebbe tranquillizzato, sottolineando l’importanza di una presenza cattolica autonoma nello schieramento di centro-destra e garantendo il suo intervento per convincere Berlusconi e Fini ad accettare l’apparentamento tra la lista del Popolo della libertà e quella dell’Udc. Il giorno dopo (9-2-2008), proprio il direttore di Avvenire Dino Boffo illustrava la linea ruiniana ai microfoni del Tg1 delle 20 con una inquadratura che non ammetteva equivoci: Boffo parlava infatti da ponte S. Angelo, con vista sul Cupolone. Come a dire: la mia è la posizione della Chiesa: «Per gli umori che raccolgo in giro», disse infatti Boffo (le cui parole sono state riprese il giorno successivo dal suo giornale, l’Avvenire (10-2-2008), «è interesse dei cattolici, come credo sia interesse dello stesso polo di centro-destra, che sia salvaguardata la persistenza di un partito che fa direttamente riferimento alla dottrina sociale cristiana». Un intervento che acuì il malessere tra Bertone e Ruini e la diffidenza del cardinale Bertone per il direttore di Avvenire. Bertone utilizzò l’organo ufficioso del Vaticano, l’Osservatore Romano, per lanciare la sua controffensiva. Il giorno dell’anniversario dei Patti Lateranensi è tradizione che il quotidiano vaticano pubblichi un articolo per tracciare un bilancio dei rapporti tra Stato e Chiesa. Stesso titolo ogni anno, «11 febbraio», stessa collocazione, la spalla destra di prima pagina. Nessuna firma, a intendere che il contenuto del pezzo è concordato con la segreteria di Stato vaticana. Significativo quindi che l’11 febbraio 2008, alla fine dell’articolo, ci fosse una stoccata a Ruini e al suo entourage. «Appaiono assolutamente improprie, anzi senz’altro erronee le confusioni che non di rado si fanno, nella polemica politica e sui mass media, tra la Santa Sede e la Chiesa italiana; tra la Città del Vaticano, che rispetto all’Italia è uno Stato straniero, e l’episcopato italiano riunito nella Conferenza episcopale italiana; tra le istituzioni della Santa Sede o vaticane e le istituzioni della Chiesa italiana». Chiarissimo il senso: i rapporti tra Chiesa e Stato in Italia sono regolati da un Concordato stipulato non con la Cei, ma col Vaticano, ed è quest’ultimo, quindi (attraverso il segretario di Stato) a dover gestire questioni politiche che insorgessero circa le presenze e l’attività della Chiesa in Italia. Del resto l’intervista concessa da Dino Boffo al Tg1 non era sfuggita neanche a Famiglia Cristiana. «È la prima volta nella storia della seconda repubblica – scrisse il settimanale dei religiosi paolini (17-2-2008), che ha particolarmente patito lo strapotere ruiniano sui propri media – che un esponente riconducibile all’episcopato italiano, o più probabilmente a qualche suo esponente di rilievo, prende una posizione pubblica di questo genere».
A scanso di equivoci, resta, in ogni caso, la direttiva del cardinale Bertone contenuta nella lettera al successore di Ruini alla presidenza della Conferenza episcopale italiana Bagnasco: il 27 marzo 2007 il segretario di Stato invitava il capo della Cei a «riservare priorità all’evangelizzazione, alla catechesi dei giovani e degli adulti, a una recuperata e motivata disciplina del clero e a un impegno comune per la promozione specifica delle vocazioni al ministero presbiterale», facendo nel prosieguo della missiva intendere che era alla segreteria di Stato vaticana che spettava la gestione dei rapporti con la politica e i partiti. La lettera doveva restare personale. Ma veniva pubblicata sull’Osservatore Romano. Altro messaggio chiarissimo. Che però è restato in gran parte inascoltato.

Parabole mediatiche
Secondo la maggior parte dei quotidiani di centro-sinistra (Unità e Repubblica in testa), è l’ultimo di una lunga lista di rappresentanti dell’informazione indipendente attaccato dal presidente del Consiglio per la propria autonomia nei confronti del potere. Addirittura un antiberlusconiano, stando alle risposte date alle lettere dei suoi lettori pubblicate sui numeri agostani del quotidiano dei vescovi, ampiamente citate e commentate su tutta la stampa nazionale. Eppure, basta scavare un po’ nella biografia di Dino Boffo per capire che le cose non stanno esattamente in questi termini. Soprattutto perché quella di Dino Boffo è una parabola inscindibilmente legata all’ascesa e all’egemonia del cardinale Camillo Ruini ed al ventennio di restaurazione della Chiesa italiana da lui condotto sotto il pontificato di Wojtyla prima e di Ratzinger poi.
Boffo, veneto originario di Oné di Fonte, vicino Asolo, classe 1952, fu sin da giovane impegnato nell’Azione cattolica della sua diocesi, Treviso. A metà degli anni Settanta si trasferì a Roma e divenne responsabile nazionale dell’Azione cattolica ragazzi (negli anni in cui Rosy Bindi, sua acerrima oppositrice all’interno dell’associazione, era responsabile del settore giovani); quindi, nel 1977, segretario nazionale dell’Ac.
L’astro di Boffo cominciò però a brillare qualche anno dopo, all’inizio degli anni Ottanta. Godeva all’interno dell’Ac di un certo appeal, dovuto in parte alla giovane età, ma soprattutto alla capacità di giocare su diversi tavoli: Boffo raccoglieva infatti consensi in quella parte dell’associazione più legata a una visione tradizionale dell’Ac e del suo ruolo di semplice cinghia di trasmissione della gerarchia all’interno del laicato cattolico italiano, ma sapeva nel contempo anche presentare un’immagine «sociale» e progressista che pescava consensi anche in ambienti non conservatori di Azione cattolica (in un convegno delle presidenze diocesane di Ac del 1984 arrivò a indicare l’urgenza di togliere le scomuniche lanciate dalla Chiesa in quegli anni, ricordando l’emarginazione nella Chiesa italiana dei preti operai). Uno stile molto vicino a quello che negli stessi anni caratterizzava Comunione e liberazione, tanto spregiudicata e anticonformista nelle forme e nel linguaggio, quanto assolutamente conservatrice nei contenuti.
E infatti, dietro le aperture liberal, Boffo andava elaborando una strategia volta a combattere la linea di rinnovamento conciliare che cercava di farsi strada nell’Ac; in questo senso, Boffo cercava spazi di collaborazione proprio con Cl, la quale, a sua volta, non nascondeva di stimare Boffo e non trascurava occasione per invitarlo alle proprie manifestazioni. Del resto quando nel 1980 venne eletto consigliere nazionale, con 460 voti, Boffo era già vicino alle posizioni di Cl. Il settimanale ciellino Il Sabato, il 4 ottobre 1980, titolava infatti: «Eletto Boffo scoppia l’applauso».
Persa di poco la poltrona di presidente dell’Ac nel 1980, Boffo non si diede per vinto. Nel 1983 entrò tra i 15 membri del Consiglio di amministrazione di Avvenire, testata che iniziava ad avere una consistente presenza ciellina e filociellina al suo interno, aumentata nel corso degli anni Ottanta. Nel frattempo, consolidava il suo ruolo di leader della fronda interna all’Ac in opposizione alla presidenza di Alberto Monticone, che si muoveva in sintonia con le direttive conciliari e spingeva per una forte autonomia politica dei laici di Ac, leggeva la «scelta religiosa» – formulata da Vittorio Bachelet nel 1970 – nel senso di una maggiore indipendenza dell’associazione rispetto alla politica democristiana, che lasciasse ai laici una certa autonomia nell’azione sociale e politica. Quella di Monticone era una linea di disponibilità al dialogo e al confronto con la modernità e le culture laiche che cercava di vivere la laicità come ascolto dei segni dei tempi e la secolarizzazione come una sfida piuttosto che come una minaccia. Tutto il contrario dell’ala destra dell’Ac egemonizzata da Boffo, che poneva l’accento sulla dimensione «identitaria» e ricercava una forma di compromesso con i movimenti, specie con Comunione e liberazione e la sua linea di «presenza» più diretta nella società contemporanea e nella vita politica (cioè a fianco della Dc, ma la corrente di Boffo, i «Bulgari», si limitava a sottolineare la necessità di un maggior impegno politico dell’Ac, pescando qualche consenso anche nella sinistra dell’associazione). Una linea che si opponeva decisamente alla linea monticoniana della «mediazione» che vedeva l’Ac impegnata nella formazione alla politica, ma non schierata direttamente sulle questioni politiche.
Fu il II Convegno della Chiesa italiana sul tema «Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini», che si svolse a Loreto tra il 9 e il 13 aprile 1985, a cambiare per sempre i destini di Boffo.
Da quell’assise sembrava potesse uscire vincitrice quella parte di Chiesa ancora legata a una visione conciliare e in ascolto dei «segni dei tempi». Ma papa Wojtyla aveva un’idea diversa di Chiesa e intendeva far pesare in modo decisivo il suo punto di vista. Intuendone le doti, aveva affidato a Ruini la vicepresidenza del Comitato preparatorio dell’assemblea. In questo ruolo, Ruini riuscì in breve tempo a divenire il leader del think tank di esperti decisi a contrastare la linea conciliare della «scelta religiosa». Durante il convegno, il papa criticò apertamente la linea fin lì seguita dalla Cei. La visione «interventista» della Chiesa propria di Giovanni Paolo II, già manifestatasi nei riguardi dei paesi dell’Est europeo e dell’America Latina, mirava ora anche in Italia a una presenza più pervasiva della gerarchia ecclesiastica nella società e nella vita politica.
La linea conciliare, difesa da figure come quella del cardinale Anastasio Ballestrero (allora presidente della Cei), dal cardinale Carlo Maria Martini e dall’Ac di Alberto Monticone risultò alla fine minoritaria. E infatti un anno dopo, il 26 giugno 1986, Giovanni Paolo II nominò Poletti a succedere a Ballestrero, con Ruini segretario e in seguito (1991) presidente dei vescovi e vicario del papa per la diocesi di Roma.
A quel punto, mentre fuori e dentro l’Ac i rapporti di forza cambiavano rapidamente, Boffo diveniva per Ruini l’uomo in grado di guidare la battaglia «restauratrice» all’interno dell’associazione. A Monticone successe Raffaele Cananzi, che, pur non godendo del carisma del suo predecessore, cercò di mantenere la linea monticoniana. Ma troppe erano le pressioni che facevano capo al papa e alla nuova presidenza della Cei. Così, in quegli anni furono cambiati tutti gli assistenti nazionali, giudicati dalla gerarchia troppo permissivi rispetto alle «eresie» e ai fermenti presenti dentro l’Ac.

Il megafono del cardinale Ruini
All’inizio degli anni Novanta il processo di normalizzazione dell’Ac poteva dirsi compiuto. Così Boffo, alla fine degli anni Ottanta presidente dell’Ac di Treviso, vicedirettore e poi (dal 1989 al 1992) direttore del settimanale diocesano La vita del popolo, poteva dedicarsi a un’altra missione per conto del cardinale Ruini: quella di ricondurre tutto il variegato panorama dell’informazione cattolica sotto l’egida Cei. Primo tassello di questa impresa (dopo la nascita, nel 1989, del Sir, l’agenzia di stampa della Cei), il suo avvento alla direzione di Avvenire. Già vicedirettore «plenipotenziario» del quotidiano dal 1991, quando all’inizio del 1994 assunse formalmente la guida di Avvenire, Boffo non trovò ostacoli nel trasformare la voce dei vescovi nella voce del cardinal Ruini.
Negli anni successivi, fallito il tentativo di annettere la stampa paolina – attraverso il commissariamento della Società San Paolo che, oltre a essere una importante casa editrice, pubblica numerose riviste, la più famosa delle quali è senz’altro Famiglia Cristiana – il progetto sui media cattolici proseguì deciso con la nascita, nel 1998, di Sat2000, tv satellitare con una quarantina di emittenti locali che ritrasmettono i suoi programmi (dal giugno 2005 il canale è anche sul digitale terrestre). A dirigerla, ancora Dino Boffo. Proprietaria di Sat2000 è la fondazione no profit Comunicazione e cultura, che fa capo alla Cei e che possiede anche Blusat, network che opera nel settore radiofonico: Blusat produce e distribuisce i suoi programmi a un circuito che si chiama Inblu e che conta più di 200 emittenti sparse in tutta Italia. Queste radio alternano ai propri programmi quelli acquistati dalla Blusat, la cui ossatura è rappresentata dai radiogiornali prodotti da News Press (che dal 2003 è una Spa). A dirigere News Press sempre Dino Boffo, divenuto negli anni l’uomo forte di Ruini in tutto il settore delle telecomunicazioni. Boffo è inoltre segretario del­l’istituto Giuseppe Toniolo e, come abbiamo già visto, membro del Comitato permanente dell’ente, il cui compito è dettare le linee guida del­l’Università cattolica del Sacro Cuore. Un avamposto, insomma, di quel «progetto culturale» di presenza attiva della cultura cattolica nel mondo contemporaneo da sempre caro a Ruini.
Boffo divenne così sempre più potente: conosceva spesso in anticipo le nomine dei vescovi e succedeva che telefonasse per le congratulazioni di rito a coloro che stavano per essere nominati alla guida di qualche diocesi ancora prima che gli interessati fossero stati informati della loro promozione. Nonostante le copie effettivamente vendute di Avvenire siano sempre state poche, c’era l’otto per mille stornato con un’abile partita di giro dai fondi diocesani per ripianare il bilancio in rosso. E poi i contributi statali all’editoria e le migliaia di abbonamenti fatti sottoscrivere alle parrocchie.
Amico del segretario di Giovanni Paolo II Stanislao Dziwisz fin dai primi anni del pontificato wojtyliano – quando Boffo si offriva di ospitare gratuitamente i pellegrini polacchi e gli ospiti del papa nelle case di accoglienza dell’Azione cattolica – da direttore dell’Avvenire strinse solidi legami con un altro prelato assai vicino al cardinale Ruini: il cardinale Angelo Bagnasco, oggi strenuo difensore di Boffo di fronte alle accuse del Giornale e per diversi anni presidente del consiglio di amministrazione di Avvenire. Anche in virtù di questo «aggancio» Boffo è rimasto a presidiare la Conferenza episcopale per conto del cardinale Ruini, orientando anche la linea del suo successore Bagnasco.
Per tutte queste ragioni, all’interno della Cei è cresciuta in questi anni l’insofferenza nei confronti dello strapotere del tandem Ruini-Boffo. Di questo malessere, durante l’ultima Assemblea generale, svoltasi a maggio 2009, si è fatto interprete il vescovo di Lanciano-Ortona monsignor Carlo Ghidelli, presidente della Conferenza episcopale abruzzese-molisana: questi, nel suo intervento in assemblea, raccomandò alla presidenza di far sì che i testi da essa emanati (prolusione compresa) non fossero influenzati da elementi esterni alla Cei. Un modo vago ma sufficientemente chiaro di lamentare da parte di alcuni settori dell’episcopato qualche ingerenza di troppo da parte della direzione di Avvenire.
Nei suoi 15 anni alla direzione di Avvenire Dino Boffo, piuttosto che fare della testata la voce dei cattolici italiani, l’ha resa piuttosto cassa di risonanza del Ruini-pensiero.
Sulla questione della guerra in Iraq ad esempio. A partire dallo scoppio del conflitto, nel marzo 2003, Avvenire assunse via via toni sempre più distanti dal «mai più guerra» di Wojtyla e un atteggiamento di sostegno all’occupazione angloamericana dell’Iraq, in linea con quella parte della gerarchia (Ruini e Ratzinger in testa) che mettevano l’accento sulla necessità dello scontro di civiltà con l’islam. Del resto, ai funerali delle vittime dei 19 militari italiani a Nasiriyya, il 18 novembre del 2003, Ruini stesso, durante la sua omelia, disse: «Non fuggiremo davanti a loro [i terroristi], anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio». «Affidiamo [a Dio] tutti gli italiani, militari e civili, che sono in Iraq e in altri paesi per compiere una grande e nobile missione, e, con loro, questa nostra amata patria, la pace nel mondo e il rispetto per la vita umana».
Ma anche sui temi «etici» la posizione di Avvenire ha sposato pienamente quella della presidenza della Cei. Nel 2005, durante la massiccia campagna contro il referendum abrogativo della legge 40 sulla procreazione assistita, Boffo impegnò il suo quotidiano a fianco della creatura del cardinale Ruini, Scienza&Vita, in una intensissima campagna a favore del­l’astensione, ignorando totalmente le voci dei «cattolici adulti» che sostenevano la necessità del voto nonostante (o contro) le ingerenze della gerarchia.
Anche sul caso di Piergiorgio Welby (morto nel dicembre 2006 dopo che fu staccata la macchina che lo faceva respirare artificialmente) Avvenire difese a oltranza la linea della fermezza scelta da Ruini, sostenendo la decisione del cardinale vicario di negare i funerali religiosi a Welby e dando scarsissimo spazio a tutti quei settori del mondo cattolico che avevano assunto sulla vicenda una posizione più aperta (o meno intransigente) rispetto a quella della presidenza della Cei.
Nel luglio 2006 aveva nel frattempo chiuso frettolosamente i battenti la rubrica «Sul confine», curata da circa un anno da Gabriella Caramore, autrice e conduttrice della trasmissione di Radio3 Uomini e profeti. Boffo bloccò, poco prima che venisse pubblicato, un articolo della Caramore che poneva degli interrogativi rispetto al fine-vita e al tradizionale approccio dei cattolici alla questione, inducendo la Caramore a interrompere la collaborazione con il giornale.
Nei mesi scorsi, per il caso di Eluana Englaro, Avvenire ha rispolverato i toni da crociata. Appena diffusa la notizia della sua morte il 9 febbraio 2009, il sito www.avvenire.it titolava: «Eluana è morta: “giustizia” è fatta». Un’apertura così forte da attirare subito l’attenzione di agenzie e quotidiani, tanto da venire cambiata qualche ora dopo con un più neutro «Dio ora stringe la sua mano». Ma il colpo più violento Avvenire lo metteva a segno la mattina successiva, il 10 febbraio, quando sull’edizione cartacea del giornale veniva pubblicato un editoriale violentissimo del vicedirettore Marco Tarquinio (nominato direttore ad interim dopo le dimissioni di Boffo) dal titolo «Non morta, ma uccisa». Nell’articolo, Tarquinio chiedeva perdono «per ogni singola persona che ha contribuito a fermare il respiro e il cuore di una giovane donna che per mesi era stata ostinatamente raccontata, anzi sentenziata, come “già morta” e che morta non era», arrivando addirittura a paragonare il padre di Eluana, Beppino Englaro, a un «boia». Bisogna chiedere perdono, scriveva infatti Tarquinio, anche «ai nostri figli e alle nostre figlie», che a partire da ora rinunceranno, «forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia», con una chiara allusione al ruolo di tutore e interprete delle volontà della figlia svolto dal padre.

L’antiberlusconiano che difendeva Berlusconi
Anche sul versante politico la direzione di Dino Boffo è stata tutt’altro che al di sopra delle parti. Del resto, lo avrebbe candidamente confessato Boffo stesso, nel corso di una intervista al settimanale Chi concessa dopo le sue dimissioni. Un’intervista smentita dall’ex direttore di Avvenire, ma confermata dal direttore di Chi Alfonso Signorini: «La cosa più assurda», avrebbe dichiarato Boffo, «è che per 15 anni ho sempre sostenuto Berlusconi, il suo governo e molte sue linee politiche. Ho una formazione moderata, eppure in queste settimane sono diventato un’icona della sinistra. E pensare che sono entrato in rotta di collisione anche con Rosy Bindi perché non rappresentavo l’ala sinistra dei cattolici».
Il 18 aprile 2006, pochi giorni dopo la vittoria elettorale di Prodi alle politiche, un lettore scrisse al direttore per commentare i nuovi scenari politici: «Sarà dura rimediare ai guasti che il gruppo di potere di Berlusconi ha recato alle istituzioni: la vergogna delle leggi ad personam, lo stravolgimento dei princìpi costituzionali». E aggiunse: «Mi preoccupa anche la corsa farisaica a dichiararsi figli devoti della Chiesa». Boffo replicò irritato: «Il suo è un antiberlusconismo istintivo, totale, fazioso». Perché il nemico della Chiesa, secondo Boffo, era un altro. E il direttore di Avvenire lo indicava chiaramente: «Il fenomeno della secolarizzazione in Italia era partito assai prima che Berlusconi invadesse l’etere con le sue tv. Abbiamo dimenticato la vicenda del divorzio e dell’aborto? Si ricorda quel ragionamento sibillino e falsamente democratico che dilagò anche in casa nostra, nel mondo cattolico, secondo cui si diceva: “Io non divorzierò mai, ma perché devo togliere questa possibilità ad altri?”. Provi a pensare, amico caro, se l’inizio della crisi non fu piuttosto quello. Poi, certo, altro venne e fu la combustione generale».
Del resto, il quotidiano dei vescovi ha sempre sostenuto nella sostanza l’azione dell’esecutivo, sia nel periodo 2001-2006 sia nell’ultimo anno e mezzo (questioni etiche, sicurezza, giustizia, riforma Gelmini, testamento biologico, «missioni di pace», «laicità»). Anche sul tema dell’immigrazione le posizioni di Avvenire non sono quelle che i media hanno tratteggiato a partire dal famoso editoriale di Marina Corradi che paragonava le morti degli immigrati in mare aperto alla Shoah (v. Adista n. 86, 2009). Appena un anno fa, il 27 maggio 2008, rispondendo alla lettera indignata di un lettore contro il pacchetto sicurezza allora in fase di discussione, Boffo rispondeva: «Di razzismo sono stati tacciati, prima ancora che venissero resi noti, i provvedimenti del governo in materia di immigrazione clandestina e di ordine pubblico, forse pensando a chi oggi è in carica. Se ci fosse stata la compagine opposta su questo tema avrebbe ricevuto, quasi “a prescindere”, un trattamento contrario». Poche righe dopo Boffo rispolverava la litania degli «italiani brava gente»: «Mi pare strano che gli italiani», per indole, storia, e soprattutto coi fatti alla mano, «vengano accusati di “razzismo”». Dimenticando, tra l’altro, le leggi razziali del 1938, il direttore di Avvenire rilanciava, affermando che «nessuno può accusarci di sentimenti e di idee che non ci appartengono» perché la «solidarietà» e la «simpatia verso lo straniero, soprattutto se povero» sarebbe nientemeno che una «caratteristica atavica del popolo italiano».
Anche successivamente, da Avvenire nessuna particolare critica al pacchetto sicurezza. Anzi, il giorno dopo l’approvazione del provvedimento, un editoriale di Piero Chinellato (3-7-2009) parlava di una legge con luci e ombre, «senza infamia e senza lode». Ma la protesta del mondo cattolico nei confronti della legge montava, e non poteva più essere ignorata. Così, in un editoriale del giorno successivo, dal titolo: «Legge sbilanciata che già mostra crepe», lo stesso Chinellato tornava abbastanza sorprendentemente sui suoi passi e ricordava invece che la sicurezza «è esigenza imprescindibile», ma che essa «non si afferma a scapito dell’accoglienza». La legge approvata, scriveva Chinellato, inquieta per «i segnali di allarme sulle possibili derive xenofobe» e per i suoi «rischi di conseguenze inaccettabili».
Un discorso analogo lo si potrebbe fare per le dichiarazioni agostane di Boffo sul premier: negli ultimi anni la sua politica è stata sostanzialmente sempre sostenuta da Avvenire. La sua persona anche, finché è stato possibile. Poi, di fronte ai crescenti malumori del mondo cattolico, Boffo ha dovuto fare qualche rimbrotto allo stile di vita di Berlusconi. Anche per lasciare qualche traccia che la Chiesa non ha taciuto. Certo, basta paragonare le poche parole critiche nei confronti del premier alle martellanti insistenze su «radici cristiane», ora di religione cattolica, «valori non negoziabili» per intuire la diversa portata che nella Chiesa hanno certi temi. Ma nel caso la situazione politica dovesse precipitare la Chiesa quelle poche parole potrà sempre rivendicarle.

(3 febbraio 2010)


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