mercoledì 19 maggio 2010

La Mafia e il suo amico: il Governo



Mentre la Santanché (nella foto a destra in una famosa manifestazione di affetto alle proteste studentesche di qualche anno fa) difende la privacy dei mafiosi (nessuno l'ha destituita, siamo in Italia del resto), un'intervista bomba getta nuova luce su come il Governo parli tanto di risultati della lotta alla Mafia, appropriandosi davanti ai massmedia dei risultati del lavoro della Magistratura, e nel nascosto poi operi per favorirla. Non sono parole mie, leggete pure:

'LA POLITICA AIUTA LA MAFIA'

di Umberto Lucentini

"Dai palazzi del potere arrivano continui attacchi, tagli ai nostri mezzi e leggi che ci impediscono di indagare. Vogliono normalizzare e isolare la magistratura. Mentre le più alte istituzioni tacciono". La durissima accusa di Antonino Di Matteo (nella foto sotto), 49 anni, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia a Palermo.

"I provvedimenti e i comportamenti dei magistrati possono essere legittimamente criticati. Ma non possiamo però più tollerare l'offensiva sistematica e violenta nei nostri confronti. Molti degli esponenti politici che ogni 23 maggio e 19 luglio tentano di appropriarsi della memoria dei nostri morti, per i restanti giorni dell'anno spendono le loro migliori energie per isolare e denigrare quei magistrati che si ostinano a credere che la legge è veramente uguale per tutti. Le stesse ragioni per le quali in vita venivano isolati e denigrati Falcone e Borsellino". Diciotto anni dopo la strage di Capaci del 23 maggio del 1992 la magistratura è sempre sotto attacco. E Antonino Di Matteo, 49 anni, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, è una delle toghe in trincea che da un lato vede commemorare Giovanni Falcone o Paolo Borsellino e dall'altro sente che i magistrati sono tacciati di essere eversivi e politicamente orientati.
L'Anm di Palermo ha parlato di recente di "silenzi" da parte di esponenti delle istituzioni dopo gli ennesimi attacchi subiti dal premier Silvio Berlusconi...
"A fronte di attacchi spesso violenti e volgari ci saremmo aspettati una presa di distanza più chiara e decisa dalle altre istituzioni. Penso ad esempio al presidente della Repubblica nella qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura o allo stesso ministro della Giustizia. Non mi sembra che ciò sia avvenuto".

A Palermo, però, la società civile sembra risvegliarsi: vi sentite soli come lo furono Falcone e Borsellino nel '92?
"Non credo che nonostante qualche isolato fermento la società civile sia oggi attenta e vigile come, sull'onda dell'emozione e della rabbia, dimostrò di essere nell'immediato post-stragi. Ciò contribuisce ad alimentare un a pericolosa sensazione di isolamento ed una strisciante tendenza alla rassegnazione di fronte al tentativo, a mio parere evidente , di "normalizzare" l'azione della magistratura".

A Palermo ci sono delicate indagini in corso su collusioni tra servitori infedeli dello Stato e mafiosi: cosa si è scoperto finora? Ci sono processi che confermano patti o accordi tra boss e entità esterne?
"Non posso parlare nello specifico di indagini in corso se non per dire che si tratta di investigazioni per le quali impegneremo al massimo le nostre energie e le nostre assolutamente inadeguate risorse. Non si può pensare di voler sconfiggere la mafia senza recidere i rapporti che ha avuto e ha con settori importanti della politica e delle istituzioni. Lo Stato deve avere la forza, quando ne sussistono i presupposti, anche di processare sé stesso. Solo così potrà liberarsi definitivamente del potere di ricatto che, nelle mani di Cosa Nostra, costituisce la più micidiale della armi".

Il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, sta raccontando alle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze i suoi segreti sui contatti che il padre - potente sindaco Dc condannato per mafia - aveva con politici e istituzioni. Esponenti del centrodestra, come Maurizio Gasparri, sostengono che la magistratura di Palermo ha già definito "non credibile" Ciancimino. E' così?
"Molti, troppi, parlano senza conoscere nulla degli atti processuali. Al momento solo un tribunale, quello che ha processato l'onorevole Giovanni Mercadante, ha motivato con una sentenza le sue considerazioni sul teste Ciancimino che aveva ascoltato in pubblica udienza. Quella sentenza definisce Ciancimino "prezioso testimone diretto dei rapporti tra il padre Vito, Bernardo Provenzano, e esponenti del mondo politico e istituzionale". E ritiene "credibili e riscontrate le sue dichiarazioni in aula" in quel processo. L'onorevole Gasparri liquida troppo frettolosamente un argomento serio e delicato, e lo fa sulla base dell'ordinanza di una corte - quella che processa il senatore Marcello Dell'Utri - che non ha nemmeno ascoltato Ciancimino e non può valutare nel merito una prova che non ha ritenuto di assumere nel processo. Il motivo? La testimonianza non era ritenuta così assolutamente necessaria da interrompere la discussione finale in corso".

Le recenti catture di latitanti di primo piano in Cosa nostra, come Gianni Nicchi o Domenico Raccuglia, o le ultime indagini, hanno permesso di capire chi comanda, oggi, in Cosa nostra?
"L'esperienza dovrebbe indurci a non azzardare previsioni e giudizi, soprattutto in un momento storico come questo in cui l'asse del potere effettivo in Cosa nostra sembra essersi spostato dalle sue componenti militari - gli uomini d'onore organizzati gerarchicamente in famiglie e mandamenti - a quelle, ben più sottili menti economiche e finanziarie che stanno guidando la "legalizzazione" di Cosa Nostra attraverso il reinvestimento di enormi quantità di denaro in attività apparentemente pulite".

In Sicilia, da Addio pizzo a Confindustria, qualcosa si muove nella ribellione delle coscienze contro la mafia, tante volte auspicata da Falcone e Borsellino?
"Sì, qualcosa di significativo si muove. Molte incrostazioni però sono difficili da rimuovere. Lo dimostra l'ancora veramente irrisorio numero di grandi imprenditori e grossi commercianti che si espongono concretamente nel denunciare i loro estorsori".

Quale sarebbe, se c'è, l'asso nella manica per sconfiggere Cosa nostra?
"Più che di assi parlerei di sforzi seri e concreti per dotare magistratura e forze di polizia delle risorse che non hanno. Mi pare invece che si vada esattamente nella direzione contraria: smantellando l'incisività dello strumento investigativo più importante, le intercettazioni, lasciando sguarniti gli uffici di Procura più caldi, mortificando anche economicamente le aspettative di chi, magistrato o poliziotto, con sacrifici personali e familiari enormi, continua a volere rischiare in prima persona".


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