giovedì 30 settembre 2010

La Russa ad Annozero. Squadrismo televisivo

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Ignazio la Russa o la rissa? Sto guardando Annozero, è quasi finito, e sono nervosissimo. Il ministro La Russa ha portato lo scompilgio in ogni discussione, prevaricando su tutti, su ogni argomento, ha interrotto tutti gli ospiti in sala quando parlavano, più volte, li ha canzonati, presi in giro, e anche insultati.

Niki Vendola, Della Valle, Travaglio, Santoro, i giornalisti inviati, i lavoratori in collegamento, il rappresentante della Polizia di Stato: tutti sono passati sotto il suo manganello.

Ignazio La Rissa è andato in trasmissione a fare lo squadrista e ha distribuito manganellate mediatiche a tutti, nessuno escluso. Ecco cos'è il dialogo per La Russa: non uno scambio di opinioni, ma un interrompere per canzonare ed insultare, una prevaricazione continua. Ha pure imposto a Santoro (che è il moderatore della discussione) di cosa parlare e quando, attuando lui proprio lo scellerato e illiberale disegno del vice-kaiser Masi.

Non c'è mai stata apparizione di un politico che si tingesse di elementi così negativi, così pienamente in antitesi con ogni regola di comune buonsenso ed educazione: concetti alieni a un uomo che è il vero erede del fascismo in Italia, e infatti è stato messo al Ministero della Difesa.

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Nuovo schiaffo del TAR alla Gelmini

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Ecco l'ennesima dimostrazione che la ministra della d-istruzione ha torto, e pure marcio:


Il Tar del Lazio conferma: la riduzione dell’orario negli istituti tecnici è illegittima
di Augusto Pozzoli

Ora gli istituti rischiano di dover rivoluzionare gli orari settimanali dalla seconda classe in poi, ripristinare i vecchi orari, rifare le cattedre e richiamare gli insegnanti che in seguito alla riforma Gelmini erano stati dichiarati in sovrannumero

Per la riforma Gelmini un colpo basso dal Consiglio di Stato: l’ordinanza del Tar del Lazio che aveva accolto un ricorso dello Snals contro la riduzione dell’orario scolastico nelle classi intermedie di istituti tecnici e professionali è stata confermata. Ora, ad anno scolastico avviato ormai in tutta Italia, le scuole rischiano di dover rivoluzionare tutti gli orari settimanali dalla seconda classe in poi, ripristinare i vecchi orari, rifare le cattedre e richiamare gli insegnanti che in seguito alla riforma erano stati dichiarati in sovrannumero.

Insomma per l’istruzione tecnica e professionale (in pratica la metà delle scuole superiori) si va verso un caos mai visto. Si paga in tal modo la fretta del ministro che, in risposta alle sollecitazioni di Tremonti che chiedeva alla scuola più sacrifici di quelli previsti dalla riforma, aveva anticipato i tagli di orari previsti per quest’anno solo alle prime classi anche alle classi successive. Lo Snals aveva impugnato il provvedimento perché privo, come vuole la legge, del parere necessario anche se non vincolante del Cnpi (Consiglio nazionale della pubblica istruzione). Il Tar del Lazio all’inizio di agosto aveva accolto il ricorso. Alla fine dello stesso mese si era pronunciato anche il Cnpi che a sua volta aveva bocciato l’allargamento della riforma.

La Gelmini però non aveva tenuto in considerazione queste valutazioni e aveva continuato imperterrita per la sua strada forse sperando che il consiglio di Stato a cui il ministero aveva fatto ricorso le avrebbe dato ragione. Se non altro per evitare che ad anno iniziato fosse costretta a sconvolgere l’attività della metà delle scuole superiori. Il ricorso ministeriale ora è stato respinto. Quali sono le conseguenze? Si calcola che dovranno essere ripristinate almeno 10 mila cattedre. Un’impresa titanica, perché comporta di far tornare nelle scuole che erano stati costretti ad abbandonare appunto 10 mila insegnanti e rimetterli in attività. E per gli studenti dalla seconda classe riprendere gli orari delle lezioni che valevano fino allo scorso anno scolastico. “Con questa ordinanza – si legge in un comunicato dello Snals – il Consiglio di Stato ha preso atto del parere del Consiglio nazionale della pubblica istruzione e ha ritenuto che l’amministrazione non possa “esimersi dal rideterminarsi sulla definizione dell’orario complessivo annuale delle lezioni delle seconde, terze e quarte classi degli istituti tecnici e delle seconde e terze classi degli istituti professionali”.

Il segretario generale dello Snals Marco Paolo Nigi ha espresso soddisfazione per la pronuncia del Consiglio di Stato, soprattutto per l’equilibrio dimostrato dai giudici di Palazzo Spada che hanno coniugato la necessità di mantenere nell’alveo della legittimità l’azione amministrativa con gli interessi di tutti i componenti della scuola a salvaguardia della qualità dell’offerta formativa”. Conseguenza certa: ora istituti tecnici e professionali sono nel panico. E non se la vedrà bene nemmeno la stessa Gelmini che, dopo l’intervento del Consiglio di Stato, sarà costretta a ridurre il gettito di risparmi forniti dalla scuola di alcuni milioni di euro.

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Ripassino sulle 64 società off-shore di Berlusconi


Visto che anche adesso in TV c'è chi lo nega, e cioé il Ministro La Russa ad Annozero: facciamo un ripassino, ok? Perché questi sono atti giudiziari, e sono incofutabili. A me chi spara balle in televisione sta sul . . . Ma del resto questo è il governo delle bugie, che su queste si regge per mantenere un consenso che se circolasse la verità crollerebbe in un minuto.


Il documento di consulenza della società di revisione che ha analizzato la galassia All Iberian

Ecco le società off-shore di Silvio Berlusconi. Kpmg: così la Fininvest amministrava il cosiddetto "comparto riservato"

di CARLO BONINI e PIERFRANCESCO FEDRIZZI

"L'ipotesi di fondi neri Fininvest è incoerente e del tutto fantasiosa. La posizione della Fininvest è soltanto quella di acquirente di diritti di utilizzazione di film, il cui corrispettivo è stato regolarmente pagato alle società venditrici e registrato nella contabilità come verificato dalla stessa società di revisione Kpmg, incaricata dalla Procura". Fininvest, Milano 6 Aprile 2001.

MILANO - La KPMG è società internazionale di revisione contabile importante. Centomila professionisti con uffici in 800 città e 155 paesi. Clienti di peso ed un antico blasone. "K" sta per Klynveld, "P" per Peat, "M" per Marwick, "G" per Goerdeler. Quattro lettere per altrettanti soci fondatori che con tre successive fusioni hanno trasformato in oltre un secolo di attività lo studiolo londinese aperto nel 1870 da William Barclay Peat in un gigante del modermo accounting, l'arte della certificazione di bilancio, la prova della trasparenza delle attività di impresa. In un prestigioso colosso che fattura 13 miliardi e 500 milioni di dollari, 27 mila miliardi di lire, circa il quadruplo dell'intero gruppo Fininvest (7.500 miliardi).

Il 23 gennaio, nella cancelleria del Tribunale penale di Milano, sono state depositate 800 pagine che di KPMG portano la firma. È l'analisi tecnico-contabile di sette anni di bilanci della galassia societaria Fininvest, dal 1989 al 1996. Un documento articolato e di complessa lettura. Che pone alcune domande e offre altrettante risposte sui conti del gruppo Fininvest. Un terreno su cui si gioca da tempo una doppia partita. L'inchiesta penale della Procura di Milano per sospetto falso in bilancio del gruppo per 1.550 miliardi (la cosiddetta inchiesta All Iberian, non ancora verificata in dibattimento). E la sfida sulla trasparenza e credibilità del leader del Polo. Il Silvio Berlusconi imprenditore, prima ancora che candidato alla guida del Paese.

Dell'incarto KPMG Repubblica è in possesso ed è in grado di documentare come e perché il gruppo Fininvest disegnò la sua contabilità in modo tale che una parte risultasse sommersa. Nascosta da un doppio registro in grado di movimentare nei 7 anni esaminati dalla perizia della KPMG una massa finanziaria di almeno 3 mila e 500 miliardi, 884 dei quali occultati su piazze off-shore. "Per alterare la rappresentazione della situazione economica, finanziaria e patrimoniale nel bilancio consolidato Fininvest", scrive KPMG.

Con una premessa. La perizia è il frutto di due anni e mezzo di lavoro (l'incarico della Procura di Milano è del 26 novembre '96) e se rafforza alcune "certezze" sconta tuttavia significative lacune. Avverte KPMG: la documentazione è incompleta, molti Paesi non hanno fornito informazioni. Dunque, Flavio Zappettini, Antonio Domenico Panizza e Stefano Fortunato - i tre consulenti della KPMG che firmano il lavoro - premettono una prudente "clausola di stile". "Ci esimiamo da ogni responsabilità circa l'effettiva corrispondenza dei documenti, verbali, relazioni alla realtà fattuale... Le nostre conclusioni hanno il valore di ipotesi sottoposte al vaglio dell'Autorità giudiziaria".

I DUE COMPARTI - La Fininvest operava attraverso due comparti societari. Il "Gruppo A" - ufficiale - e il "Gruppo B", riservato. Lo spiega l'avvocato inglese David Mills, il professionista londinese che ne costruì l'architettura: "Il Gruppo B è un'espressione utilizzata per differenziare le società ufficiali del gruppo A da quelle, pur controllate nello stesso modo dalla Fininvest, che non dovevano apparire come società del gruppo per essere tenute fuori dal bilancio consolidato. Un promemoria definiva le società del gruppo B "very discreet" (molto riservate), perché il collegamento con il gruppo Fininvest rimanesse segreto".

Ecco il primo assunto da verificare: se esisteva il Gruppo B, come era composto?

La KPMG individua 64 società off-shore su tre livelli. Al primo appartengono 29 sigle, distribuite geograficamente in quattro aree. "Ventuno società hanno sede nelle Isole Vergini inglesi, cinque nel Jersey, due alle Bahamas, una a Guernsey". E tra queste - la ricorderete - figura All Iberian. "Altre 13 società - anch'esse off-shore - formano il secondo livello. Si tratta di "controllate" da società del primo livello da cui non si distinguono né per funzioni, né per organizzazione societaria". Caratteristica comune anche alle 22 sigle del terzo ed ultimo livello. Chi tira le fila dell'intero comparto riservato è la CMM, "finanziaria costituita a Londra nel 1982 dallo studio legale Carnelutti" di cui David Mills è custode (il ruolo della CMM sarà poi ereditato dalla Edsaco). La circostanza sarebbe superflua se non fosse per la prima scoperta che suggerisce a KPMG. Le 64 società del comparto riservato sono "prive di organizzazione propria e dipendenti". Tutte. "I loro organi amministrativi sono formali", la loro "gestione amministrativa spetta ad altri e non a chi figura nei registri ufficiali delle società". A chi dunque spetta?

Ancora KPMG: "La gestione è a cura di amministratori e personale del gruppo Fininvest". I reali beneficiari (beneficial owner) sono "amministratori, dirigenti, consulenti o società del gruppo Fininvest". Dalla Fininvest "dipende quasi esclusivamente il loro finanziamento che avviene attraverso le medesime banche e società fiduciarie". Lo conferma ancora una volta David Mills: "Nel caso di All Iberian, come del resto nel caso di tutte le società del gruppo B della Fininvest (tranne la Horizon) il fiduciante era la Spa Fininvest che agiva per il tramite dei suoi dirigenti accreditati presso di noi... Tuttora le operazioni del cosiddetto gruppo All Iberian ltd vengono decise, gestite, dirette, organizzate dalla Fininvest Spa...".

Fissiamo un primo punto. Esisteva dunque un comparto riservato (64 società) del gruppo e lo amministrava di fatto la Fininvest Spa appoggiandosi ad una rete di banche e fiduciarie. "Società di Banca svizzera di Lugano (SBS), Barclays Bank Plc di Londra, Banco di santo Spirito di Milano, Banca della Svizzera Italiana di Lugano (BSI), Finter Bank & Trust di Nassau, Banque Internationale à Luxembourg, Citibank di Jersey, Midland Bank Plc. di Londra".

GLI UOMINI E GLI SCOPI - La struttura doveva assolvere ad un qualche funzione. Quale? I consulenti si interrogano sugli uomini che alle società del comparto B avevano accesso: Giorgio Vanoni, responsabile società estere di Fininvest, Alfredo Messina, direttore generale Fininvest, Alfonso Cefaliello, responsabile contabilità estera Fininvest, Giancarlo Foscale, vicepresidente Fininvest, Livio Gironi, direttore generale Fininvest e amministratore del patrimonio personale di Silvio Berlusconi, Ubaldo Livolsi, direttore finanziario Fininvest. Un elenco che porta KPMG ai vertici del gruppo.

I consulenti acquisiscono il testo di una lettera inviata a Giorgio Vanoni, responsabile delle società estere Fininvest. Un nome da ricordare perché - scrive KPMG - è lui il dirigente "che ha avuto il possesso delle azioni al portatore della maggioranza delle società del comparto riservato". A scrivergli è Gianni Cattaneo, consulente svizzero con procura ad agire sui conti bancari di All Iberian. Leggiamo: "All'inizio del 1990, Lei (Vanoni ndr.) mi chiese, in nome e per conto del gruppo Fininvest, di assumere la funzione di secondo firmatario degli ordini di bonifico emessi a debito dei conti di alcune società estere del gruppo (...) La richiesta mi venne giustificata con ragioni di sicurezza interna, con particolare riguardo all'importanza economica e strategica delle transazioni (...) Tutte le operazioni di bonifico ordinate furono da Lei personalmente autorizzate e vistate".

Ma se il denaro che affluiva nel comparto B, nella rete contabile riservata del Gruppo, era destinato a transazioni di "importanza strategica ed economica", di quali di queste transazioni KPMG è in grado di dare conto? Rispondono i consulenti: "Le società del gruppo B hanno operato principalmente nei seguenti settori:
a) televisione (controllo di quote delle reti di Tele+, Telecinco e compravendita di diritti tv con i gruppi Fininvest e Telecinco, attraverso le società Horizon, Pennine, Wincanton, C.I.T., Solidal, New Manhattan, All Iberian);
b) grande distribuzione (compravendita di azioni Ce.Dis e Standa attraverso le società Antares, Cedar Vale, Henwood, Marble, Marche, Crescent holding, New Manhattan) ed editoria (compravendita di azioni Mondadori, attraverso le medesime società)".
Il quadro sembra assumere una sua fisionomia. Ricapitoliamo: le 64 società del comparto riservato fanno direttamente capo a Fininvest. Da lei prendono ordini, in nome e per conto di Fininvest concludono transazioni in settori ritenuti strategici per il Gruppo. I loro bilanci sono invisibili, ma solo alla contabilità ufficiale, avendo su questi i dirigenti di Fininvest (alcuni di loro) pieno controllo. Domanda: perché?

Spiega KPMG: "La funzione del comparto riservato era:
1. Esercitare il controllo con interposta persona o fiduciari su quote di partecipazione in emittenti tv che le normative italiane ed estere non avrebbero permesso;
2. Alterare la rappresentazione del bilancio consolidato Fininvest;
3. Detenere quote di partecipazione in società quotate senza informare la Consob e le società partecipate;
4. Detenere quote di partecipazione in società non quotate italiane tramite interposta persona;
5. Erogare finanziamenti tramite terzi;
6. Effettuare pagamenti riservati a terzi;
7. Intermediare tra società del gruppo Fininvest l'acquisizione di diritti televisivi ed interporsi come fornitore di diritti tv;
8) Ricevere fondi da terzi per il finanziamento di operazioni effettuate da Fininvest per conto di terzi".

BERLUSCONI PRESIDENTE - Quanto di quel che accadeva nel comparto B era noto al proprietario di Fininvest? Silvio Berlusconi ha sempre smentito con forza di essere stato non solo il beneficiario o proprietario di quell'universo societario che KPMG descrive, ma di esser stato persino a conoscenza dell'esistenza di un architettura finanziaria di tal genere. Nella perizia KPMG, una circostanza almeno induce a dubitare. E' il primo dicembre 1994. Silvio Berlusconi si prepara a trascorrere i suoi ultimi giorni a Palazzo Chigi da Presidente del Consiglio. Nella galassia societaria Fininvest qualcosa si agita. Scrive KPMG: "Le società inglesi News & Sport Television ltd, Libra Communications ltd, Silvio Berlusconi Entertainment e Reteitalia ltd, appartenenti al gruppo Fininvest, vengono cedute a B. Sheibani". Ma la transazione presenta aspetti singolari. Leggiamo: "Sheibani ha sottoscritto all'acquisto una dichiarazione di aver agito per conto di un terzo, la cui identificazione è stata lasciata in bianco, nonché una opzione di acquisto sulle azioni in favore della Silvio Berlusconi Finanziaria". KPMG si basa su documenti originali trovati alla CMM e conclude: "Le vendite di azioni si devono ritenere fittizie". E a cosa sarebbero poi servite? "In seguito a queste cessioni, le società non sono state incluse nel bilancio consolidato del gruppo Fininvest del 1994".

FLUSSI FINANZIARI E "SPALLONAMENTO" - E' un altro passo, quello compiuto dai revisori di KPMG. La struttura di doppia contabilità - ecco il punto - doveva garantire l'invisibilità dei reali flussi finanziari di Fininvest. Le carte a disposizione della KPMG sono in grado di ricostruire solo parte del quadro. Ma per dare un'idea dell'ordine di grandezza delle cifre, dei suoi protagonisti, vale la pena soffermarsi su quella che la perizia definisce "operazione Mandato 500". Si trattò di un trasferimento di 74 miliardi e 700 milioni di lire in Svizzera tra l'aprile '91 e il gennaio '92, con accreditamento su All Iberian per la realizzazione di "operazioni riservate". Dell'identità dell'uomo che dispose almeno in parte quell'operazione, la KPMG è certa: "Il mandato di gestione è il numero 500 aperto da Silvio Berlusconi presso la Fiduciaria Orefici, ancorché l'operazione nel suo complesso abbia riguardato altri mandati di gestione fiduciaria conferiti da Silvio Berlusconi a vari intermediari". Ma il denaro - va detto - arrivò in Svizzera anche "con operazioni di spallonamento e di compensazione sul conto di All Iberian".

IL TRASFERIMENTO - Tra il 1989 e il 1996 - calcola KPMG - attraverso il comparto B furono stornati dai bilanci Fininvest 884 miliardi e 500 milioni. Cifre parziali, osservano i consulenti, figlie di una documentazione bancaria monca. E di un'ulteriore circostanza. Nel 1994, si avvia la smobilitazione del comparto riservato. Almeno in Europa. I flussi verso Svizzera e Lussemburgo si asciugano. Accade qualcosa. Cosa? Gli allegati della perizia KPMG una suggestione la forniscono. Non essendoci traccia di una dismissione definitiva della rete contabile parallela, i conti cui è stata appoggiata per sette anni migrano verso le Bahamas. A Nassau, in Norfolk House, a Frederick Street, ha sede la Finter Bank & Trust. Qui, su nuovi conti sarebbe affluita la ricchezza del fu comparto B. Ma questa è un'altra storia.
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Ecco, La Russa, come stanno le cose... se lo legga, e faccia una favore alla sua sicuramente bellissima faccia: in trasmissione non assuma atteggiamenti canzonatori nei confronti degli interlocutori, e quando parlano non li interrompa... non lo capisce che è patetico così?

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Novità sulla compravendita di parlamentari: Senato

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A voi:


AAA offronsi senatori prezzi modici
di Marco Travaglio

Ultimissime da Mediashopping.

1) Giovedì scorso, ad Annozero, il finiano Bocchino racconta che Valter Lavitola, il direttore dell’Avanti! che lui accusa per la patacca anti-Fini, “ci fu raccomandato da Berlusconi per una candidatura nel 2008 perché, insieme a Sica, l’aveva aiutato a far cadere il governo Prodi”.

2) Ernesto Sica è l’ex assessore campano del Pdl arrestato per lo scandalo P3: l’ex craxiano Arcangelo Martino, pure lui in carcere, parla di Sica ai pm romani sempre a proposito della compravendita di senatori del centrosinistra che nel 2008 propiziò la caduta di Prodi. Secondo Martino, Sica spinse un amico imprenditore a offrire denaro al diniano Giuseppe Scalera e ad altri senatori in bilico per passare con B.: poi avrebbe usato il proprio ruolo per ricattare B. in cambio della candidatura a governatore della Campania e, sfumata quella, per diventare assessore regionale della giunta Caldoro. “Sica – dice a verbale Martino – mi disse che conosceva bene Berlusconi e che aveva dormito a lungo a via del Plebiscito (Palazzo Grazioli, ndr) da cui era stato allontanato per gelosia da Bonaiuti e Ghedini. Disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi, in quanto egli si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore amico di Sica e ben conosciuto da Berlusconi a convincere previo esborso di ingenti somme di denaro, alcuni senatori del centrosinistra a votare contro Prodi. Mi fece i nomi di Andreotti e Scalera”. Martino avvertì Dell’Utri e Sica fu convocato da Verdini, che gli garantì una sistemazione: puntualmente Sica divenne assessore. Ma Verdini assicurò che il vero sponsor della nomina di Sica era B.. Strano. Visto che Martino racconta: “Berlusconi riteneva Sica un ricattatore. Più volte Sica mi annunciò una denuncia sulla corruzione dei senatori, ma non l’ha mai presentata”.

3) L’altroieri Repubblica ha scoperto che due ex parlamentari friulani, Marco Pottino e Albertino Gabana (nomen omen), hanno un contratto di lavoro “a progetto” con il gruppo Pdl alla Camera “fino al termine della XVI legislatura” per “120.516 euro annui lordi in 12 rate di 10.043”. Tanto quanto guadagna un parlamentare. E con soldi pubblici. Ma dei due preziosi “collaboratori”, a Montecitorio, non c’è traccia. Perché li pagano senza lavorare? Perché i due furono eletti l’uno deputato e l’altro senatore con la Lega, ma ben presto passarono al gruppo Misto e iniziarono a votare col centrosinistra. Finché, a fine 2007, B. avviò la compravendita di senatori per ribaltare Prodi: i due furono avvicinati dal forzista Elio Vito e passarono armi e bagagli al Pdl, votando contro il governo. Ma a patto – pretese Bossi – che non venissero rieletti. I due accettarono, ma a condizione di seguitare a guadagnare come se fossero parlamentari. Ora, queste tre vicende ricordano da vicino quelle che nel 2007 portarono la Procura di Napoli a indagare B. per istigazione alla corruzione di alcuni senatori, in base alle intercettazioni del “caso Saccà”. Il sistema era lo stesso ora descritto da Martino: un fedelissimo di B. contatta un imprenditore che offre denaro o altri vantaggi a un senatore dell’Unione. Così pareva aver fatto, tramite il commercialista Pilello, per agganciare il senatore Randazzo eletto in Oceania; e, tramite il produttore De Angelis e il commissario Agcom Innocenzi, per annettere Willer Bordon. Lo stesso copione usato, tramite Sica, per arpionare Scalera, che alla caduta di Prodi si astenne (al Senato equivale a voto contrario), mentre Dini votò contro. Poi un imprenditore amico di Sica donò 295 mila euro al partito diniano. La Procura di Roma, nel 2008, ha fatto archiviare l’inchiesta ereditata da Napoli perché mancava la prova delle promesse di “denaro o altre utilità” in cambio dei voltafaccia dei senatori. Ora però Martino e Repubblica portano elementi proprio sui soldi e Bocchino potrebbe forse portarne. Dunque la Procura di Roma, di fronte alle nuove notizie di reato, riaprirà l’inchiesta archiviata l’anno scorso su B. & C. O no?

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Sassari, dal PUC alle assunzioni: sospetti sul PD

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Per arrivare su, in alto, nel mondo della politica, devi scendere a compromessi: è inevitabile. Puoi essere la persona più onesta di questo mondo, ma purtroppo quel meccanismo ti prende e ti stritola. Succede allora che qualche altarino viene scoperto, e quello che pensa la gente può cambiare, perché prima o poi la gente apre gli occhi. Quello di cui parliamo oggi non è minimamente paragonabile alle berlusconate che succedono a Roma, ma ha comunque il suo lato negativo, oscuro, ed è giusto parlarne perché i partiti che battono sull'onestà come prima cosa (io concordo) devono però dare il buon esempio. E' importante precisare che stiamo parlando di indagini. Andiamo con ordine.

A gennaio (il 18) abbiamo avuto, qui a Sassari, una prima scossa: ciò quando in seguito alla denuncia di un imprenditore locale furono aperte delle indagini su alcuni abusi commessi dal sindaco Ganau e da alcuni consiglieri in riferimento all'approvazione del PUC (il piano urbanistico comunale). Ricordiamo che nel 2009 era stato sollevato il problema del "conflitto di interessi" ed era stato chiesto addirittura a tutti i consiglieri di dichiarare di non avere "alcun conflitto" per il voto che stavano esprimendo: il sospetto era che alcune regole del PUC riguardanti alcune zone della città e dell'hinterland erano state soggette a delle regole che favorivano ville, terreni e quant'altro (chi ha assistito alle riunioni del cosniglio o alle riprese televisive ricorderà).


Il caso più eclatante sicuramente fu questo: il consigliere Roberto Schirru, eletto col Progetto Sardegna di Soru e poi accolto nel PD (come il PD sta cercando di fare oggi con la lista civica Ora Sì), aveva protestato perché nell’adozione definitiva del Puc, nel luglio del 2009, la capogruppo del Pd Dolores Lai (cugina del segretario regionale del PD Silvio Lai) stava votando, con il sì al Puc, una decisione che la riguardava direttamente essendo lei comproprietaria di un terreno che con il Puc cambiava la destinazione d’uso e da terreno agricolo passava ad un uso residenziale turistico. Alcuni ettari in località San Francesco che improvvisamente diventavano se non d’oro, almeno d’argento. Un fatto noto e documentato con tanto di carte catastali e atti notarili e rilanciato da tutti gli organi di informazione.

L'inchiesta è ancora in corso perchè ha avuto una proroga di sei mesi. E con ogni probabilità Schirru è stato cacciato dal PD (fra l'altro all'ultimo momento - non lo volevano rieletto?) proprio per questo: non ha saputo resistere alle forzature stile prima Repubblica del PD e ha denunciato quello che non gli andava. Lo stesso Schirru scrisse due documenti fiume di protesta: un PRIMO estremamente analitico e critico, poi un SECONDO documento che inviò direttamente a Bersani.

Venendo a oggi, la notizia è che i vertici del PD a Sassari sono sotto indagine per Abuso d'Ufficio: Gianfranco Ganau e Alessandra Giudici, ripsettivamente sindaco di Sassari e presidentessa della Provincia omonima. Ma gli avvisi di garanzia firmati dal procuratore della Repubblica e notificati ieri dalla Guardia di Finanza sono ben 26!


Secondo il nucleo di polizia tributaria, Gianfranco Ganau e Alessandra Giudici, assieme a numerosi assessori comunali e provinciali delle giunte del 2007, avrebbero assunto tre dirigenti in modo irregolare. L'inchiesta è nata dalla denuncia di un funzionario che, venuto a sapere di un posto libero in Provincia, si era convinto di essere il candidato giusto. Le due amministrazioni, però, alla fine del 2007 avevano assunto tre persone, ripescandole da una graduatoria relativa a un concorso comunale del 2002. Il passaggio di personale tra i due enti era possibile grazie a una convenzione e ad alcune delibere. Tutti atti fatti "all'ultimo momento", poco prima del Natale del 2007.

Per la Provincia, oltre alla presidente Giudici, sono accusati di abuso d'ufficio e falso in atto pubblico, Marco di Gangi, Sergio Mundula, Franco Borghetto, Salvatore Marino, Giuseppe Ortu, Laura Paoni, Piero Nurchis, Bastianino Sanna, Giovanni Serra, Pinuccio Vacca, il dirigente Giovanni Antonio Solinas e il direttore generale Enzo Schintu; per il Comune, oltre al sindaco, sono accusati del solo reato di abuso d'ufficio, Salvatore Demontis, Luigi Lotto, Pier Paolo Panu, Stefano Perrone, Luciano Chessa, Valerio Meloni, Antonietta Duce, Michele Malanga, Angela Mameli, Raffale Tetti, Paolo Scanu, oltre al dirigente Mario Mura.

Come vediamo, niente di così allucinante come le accuse mosse al governatore della Regione Sardegna Ugo Cappellacci, o come le indagini per Mafia, Camorra, P3, massoneria eccetera che sono all'ordine del giorno per il governo Berlusconi e tanti dei suoi ministri e parlamentari, però è comunque spiacevole leggere queste cose. Non so cosa sia peggio: se le accuse relative al conflitto di interessi sull'approvazione del PUC o gli abusi d'ufficio e falsi in atto pubblico. Vediamo cosa salterà fuori.

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Schifani e la Mafia, novità

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Chi ci fossero da tempo sospetti sul passato del presidente del Senato Schifani è cosa arcinota. E' stato chiamato in causa dai pentiti (uno dei quali è Spatuzza, considerato attendibile da ben 3 Procure perchè ha fatto arrestare decine di malviventi) e sul paese grava più di un sospetto. Per fare un ripasso di cosa è successo in passato basta leggere QUI e QUI.

Anche oggi saltano fuori novità, secondo le quali l'ex avvocato sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Palermo per Concorso Esterno in Associazione Mafiosa, reato per il quale il senatore Dell'Utri (come lui legatissimo a Berlusconi) è stato condannato anche nell'ultimo grado di merito alla galera.

Leggiamo allora questo articolo:


Mafia, indagato Schifani
di Lirio Abbate

Il presidente del Senato nel registro degli indagati per concorso esterno. "Un atto dovuto" dei pm di Palermo dopo le parole di Spatuzza e del pentito Campanella.

L'ultima volta che il boss Filippo Graviano ha parlato a Gaspare Spatuzza dell'avvocato Renato Schifani, è stato nel carcere di Tolmezzo. Correva l'anno 2000 e i due mafiosi palermitani, passeggiando nel cortile del penitenziario, commentavano le immagini dell'allora senatore di Forza Italia apparse nei telegiornali: "Hai visto che carriera ha fatto l'avvocato di Pippo Cosenza?", chiedeva Graviano a Spatuzza nominando l'imprenditore del quartiere Brancaccio di Palermo che tra il '91 e il '92 aveva messo a disposizione del boss un capannone dove questi incontrava altri mafiosi e dove, appena uscito dagli arresti domiciliari, aveva creato il proprio ufficio di capomafia. In quegli anni il suo guardaspalle era Spatuzza, che oggi racconta ai magistrati quel che ricorda di quei contatti riservati, alcuni dei quali riguarderebbero anche il presidente del Senato che all'epoca era un avvocato: un esperto in diritto amministrativo e in urbanistica che aveva tra i suoi clienti molti mafiosi preoccupati che lo Stato mettesse le mani sui loro beni.

Di questa vicenda, che lega il nome di Graviano a quello di Schifani, Gaspare Spatuzza aveva già parlato con i pm di Firenze: gli investigatori della Dia l'avevano sintetizzata in una nota, depositata dalla procura generale nel processo d'appello in cui Marcello Dell'Utri è stato condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Quelle dichiarazioni non sono sfuggite ai pm di Palermo che per questo hanno voluto riascoltare il mafioso, in qualità di "dichiarante" e non come collaboratore di giustizia, visto che poco prima dell'estate non è stato ammesso al programma di protezione per i pentiti perché - come ha motivato il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano - avrebbe reso dichiarazioni sul conto di Dell'Utri e di Silvio Berlusconi oltre il limite dei sei mesi dal primo verbale imposto dalla legge (il provvedimento è stato impugnato dai suoi difensori e si attende la decisione del Tar). Eppure Spatuzza è ritenuto attendibile da tre procure oltre che dalla Direzione nazionale antimafia. L'interrogatorio è avvenuto il 20 settembre scorso, è durato oltre due ore e mezzo e ha riguardato gli incontri nel capannone di Brancaccio e il ruolo svolto nei primi anni Novanta dall'avvocato Schifani.

Il nome di Schifani è stato iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa: un atto dovuto, si dice in ambienti giudiziari. Già in passato il politico era stato indagato con l'accusa di partecipazione a Cosa nostra nell'ambito di inchieste su appalti pilotati dalla mafia a Palermo, e la sua posizione era poi stata archiviata. E anche in quel caso le principali accuse arrivavano da collaboratori di giustizia. Adesso, in seguito alle rivelazioni di Spatuzza e a quelle di un altro pentito, Francesco Campanella - il mafioso-politico che tra l'altro fornì una falsa carta d'identità a Bernardo Provenzano per consentirgli di farsi operare in Francia - i riflettori sono tornati ad accendersi su Schifani. Il verbale con le dichiarazioni del guardaspalle dei Graviano trasmesso dai magistrati di Firenze e un esposto presentato da Campanella proprio nei confronti del presidente del Senato hanno convinto i pm palermitani della necessità di esercitare l'obbligatorietà dell'azione penale. Il fascicolo che riguarda il presidente del Senato è stato aperto pochi mesi fa e gli interrogatori in corso hanno come oggetto il suo passato di avvocato civilista, i suoi rapporti con gli uomini dei Graviano e il suo presunto ruolo di collegamento fra lo stragista di Brancaccio e Dell'Utri nel periodo che ha preceduto la nascita di Forza Italia.

Spatuzza ha spiegato ai pm che il suo compito era proteggere Filippo Graviano e per questo, ogni volta che il boss si trovava nel capannone messogli a disposizione dall'imprenditore Cosenza (fino al 1992), sorvegliava l'ingresso per evitare o prevenire "brutte sorprese" al boss. E in molte di queste occasioni il dichiarante ammette davanti ai pm di Palermo di aver visto entrare Schifani, ma aggiunge di non aver partecipato ai colloqui del suo capo. Il volto di Schifani - racconta il dichiarante - gli divenne però familiare proprio per le numerose visite che l'avvocato palermitano faceva al capannone, e sempre in coincidenza con la presenza di Graviano. E gli inquirenti si chiedono: perché l'avvocato preferiva recarsi nella sede di lavoro del cliente (Pippo Cosenza, ndr.) anziché riceverlo nel proprio studio?

Una fonte, persona attendibile che conosce il presidente del Senato da oltre vent'anni e ne custodisce molti segreti, ha rivelato a "L'espresso" che molti anni fa lo accompagnò a vedere un capannone alla periferia di Palermo e che, giunti sul posto, l'avvocato si allontanò per parlare, in modo riservato, con qualcuno: "Fu uno strano sopralluogo perché Schifani non mi presentò nessuno e mi tenne lontano da quelle persone, di cui non ho visto il volto. Ho avuto l'impressione che avesse un appuntamento e volesse utilizzarmi come copertura", dice la fonte che ha chiesto a "L'espresso" la garanzia dell'anonimato. E aggiunge: "Incontri misteriosi, di cui non ha mai voluto parlare sono anche quelli della fine degli anni Ottanta a Milano: lo accompagnavo in macchina in centro e mi chiedeva di scendere prima del luogo in cui aveva appuntamento. Non mi diceva nulla di queste riunioni, nemmeno se si trattasse di clienti o meno. Ho la sensazione che potesse essere gente di Palermo con la quale non voleva far sapere di essere in contatto".

Secondo Spatuzza, l'avvocato Schifani potrebbe essere stato il tramite fra i Graviano, i capimafia autori delle stragi del 1993 a Roma, Milano e Firenze, e Dell'Utri. Come arriva a queste conclusioni? Sono fatti o deduzioni? Il dichiarante ha ricordato ai pm di Palermo che in quel periodo era stata avviata una trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato: i mafiosi erano alla ricerca di nuovi referenti politici dopo l'uccisione di Salvo Lima e stava per nascere la seconda Repubblica. E Giuseppe Graviano, fratello di Filippo, incontrando Spatuzza al bar Doney a Roma nel 1993, gli aveva confidato di avere raggiunto un accordo con Marcello Dell'Utri e Berlusconi. E aveva commentato: "Abbiamo il Paese nelle mani".

Spiega Spatuzza: "Quando in carcere Filippo Graviano, sorridendo, fa riferimento a Schifani, mi scatta automaticamente il collegamento tra i protagonisti di questa storia: penso alle visite a Brancaccio dell'avvocato di Pippo Cosenza, alle parole dei Graviano ("Abbiamo il Paese nelle mani") e al fatto che Schifani, entrato in politica, era rapidamente diventato uno dei berlusconiani più importanti, fino a ricoprire la seconda carica dello Stato". Supposizioni? Fatti? Deduzioni? Ai pm tocca adesso cercare eventuali riscontri alle affermazioni del dichiarante. Ed è quello che faranno nei prossimi giorni: si allunga l'elenco delle persone da ascoltare e altri nomi sarebbero stati aggiunti a quelli di Spatuzza e Campanella e dell'imprenditore Giovanni Costa, un ex cliente di Schifani, condannato a nove anni per riciclaggio di soldi provenienti da ambienti mafiosi.

Lette le indiscrezioni sulle dichiarazioni di Spatuzza, il presidente del Senato si è detto "indignato e sereno", ha sempre smentito ogni ipotesi di collusione con ambienti mafiosi ("Non ho mai avuto rapporti con Filippo Graviano, e non l'ho mai assistito professionalmente") e ha assicurato la "massima disponibilità con l'autorità giudiziaria qualora decidesse di occuparsi della questione".

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Ancora testimonianze sulla P3 e Berlusconi

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Una volta scoperchiato il vaso di Pandora (mai metafora fu più azzeccata e infatti usata dai giornali), è tutta una pioggia di rivelazioni, confessioni, testimonianze, ed emergono nuovo ed inquietanti retroscena. "Buona" lettura:


P3 Arcangelo Martino:“Sì, la De Girolamo doveva accompagnare Lombardi da B.”
L'imprenditore indagato parla del ruolo della onorevole: "Era alla riunione prima del voto sul Lodo Alfano". La deputata smentisce le rivelazioni. Al faccendiere sono stati concessi i domiciliari
di Rita Di Giovacchino

“Al’interno del partito a fare da tramite con Berlusconi erano Marcello Dell’Utri e Denis Verdini, in stretti rapporti soprattutto con Flavio Carboni. Pasquale Lombardo faceva invece riferimento a Gianni Letta, cui si rivolgeva spesso per ogni questione di suo interesse, per telefono o anche a Palazzo Chigi su appuntamento. Ma Lombardo, a quanto mi risulta, si incontrava anche con Berlusconi. Diceva che il premier aveva un credito nei suoi confronti. Una volta mi disse di accompagnarlo, ma io rifiutai”. Sarebbe questo uno dei passaggi più interessanti dell’ultimo interrogatorio di Arcangelo Martino, ascoltato per la seconda volta il 24 settembre scorso nel carcere di Regina Coeli dai pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli.

Incuriositi i magistrati gli hanno chiesto come mai non fosse interessato a quell’importante incontro con il premier e Martino, che ormai tutti considerano il pentito della P3, ha risposto in modo sprezzante: “Lombardi doveva essere accompagnato da Nunzia De Girolamo e a me non piace parlare di questioni politiche in presenza di una velina”. Ma l’onorevole De Girolamo non è una “velina”, risulta sia un deputato, hanno replicato i pm. “Lo so, ma per me resta una velina”, ha ribattuto l’indagato con un certo fastidio.

Naturalmente quando Martino parla di “partito” o “questioni politiche” si riferisce a quel groviglio di affari, raccomandazioni, aggiustamenti giudiziari che per la P3 erano pane quotidiano. Non sempre la sua testimonianza segue un filo logico. Il 22 agosto ha tentato il suicidio in carcere, il 2 settembre scorso ha perso la moglie, è profondamente prostrato. Anche per questo ieri mattina è tornato a casa, agli arresti domiciliari, benché il giudice del Riesame, Giovanni De Donato, non sia affatto convinto che abbia detto tutta la verità. Come scrive nel provvedimento di sole tre pagine: “Martino ha reso al pm dichiarazioni che lumeggiano alcuni fatti delittuosi in contestazione, ma ha eluso il proprio effettivo ruolo affermando di essere cinicamente strumentalizzato dal Lombardi”. Ma gli avvocati della difesa Giuseppe De Angelis e Simone Ciotti domani torneranno alla carica chiedendo l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare, i pm Capaldo e Sabelli hanno già dato parere favorevole. Anche tenuto conto che, proprio nell’ultimo interrogatorio, l’indagato non ha esitato a delineare il ruolo di vertice svolto da Berlusconi nella cosiddetta P3.

Ma per tornare alle indiscrezioni sull’ultimo interrogatorio, trapelate a fatica fonti investigative e giudiziarie, non è la prima volta che Martino coinvolge il nome di Nunzia De Girolamo nelle vicende della P3. Il 19 agosto scorso, durante il primo interrogatorio, aveva raccontato che la giovane deputata (considerata per la sua avvenenza la Carfagna del Sannio) aveva presenziato il 23 settembre 2009 a uno dei ricorrenti pranzi organizzati proprio da Lombardo presso Tullio, noto ristoratore romano. In quell’occasione, secondo Martino, erano presenti oltre a Carboni anche Caliendo, l’ex procuratore generale Antonio Martone, il capo degli ispettori Arcibaldo Miller, il deputato Renzo Lusetti, l’ex assessore campano Sica. Un giorno importante il 23 settembre, come sappiamo, per l’imminente decisione della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, ma anche per la questione del Lodo Mondandori su cui era chiamata a decidere la Corte di Cassazione. A suo dire Carbone doveva dare una mano. Tanto che Lombardo, a un certo punto, aveva abbandonato la tavolata dicendo di doversi recare a piazza Cavour. Era tornato un’ora e mezzo dopo affermando di aver ricevuto parole rassicuranti, in merito al fatto che il Lodo Mondadori sarebbe stato affidato alle Sezioni Unite come poi in effetti avvenuto.

Nunzia De Girolamo ha già smentito: “Non sono mai stata a pranzo con Lombardo. Il 23 ero in Aula a votare, non ho mai visto in vita mia né Martino, né Carboni, né Sica”. Ma un qualche interesse in tutta la vicenda la deputata campana, che ha sempre vantato grande feeling con il premier, in quel periodo l’aveva. Anche se per motivi diversi. Durante l’estate, mentre il caso Cosentino infuriava (a causa della richiesta di arresto avanzata dalla procura di Napoli) più volte era stata segnalata a vertici del Pdl. In un’occasione dichiarò di aver consigliato a Cosentino di dimettersi, a un certo punto circolò la voce che sarebbe stata lei a prenderne il posto a capo del Pdl campano. E a conferma della grande amicizia con Berlusconi ci sono quelle foto del 5 agosto 2009, che la vedono al pranzo che si tenne a Villa Certosa in occasione del compleanno della figlia Marina. Una festa in famiglia.

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Il ricatto sulla Giustizia e la "confessione" di Ghedini

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Due articoli da leggere con attenzione, nel primo una lucida analisi sulle strategie del comandante in capo sull'unica questione che gli interessa: l'impunità; nel secondo alcune affermazioni dell'avv. Ghedini, uno dei legali del premier che lavorano a leggi incostituzionali. Buona lettura.


Il ricatto sulla giustizia
di GIUSEPPE D'AVANZO

BERLUSCONI posa da liberale nei quasi 60 minuti del suo intervento. Come se davvero credesse nel liberalismo, nella pretesa di risolvere il "politico" con la discussione o immaginasse la politica come amicizia e competizione.

Come se davvero egli desiderasse "istituzioni che risolvono la concretezza e conflittualità sociale e politica nella rappresentanza parlamentare, nella produzione di leggi universali e astratte, nella separazione e nell'equilibrio dei poteri, nella differenza tra Stato e società". Come se non ci avesse dato modo di comprendere che la politica che ha in mente è l'esatto contrario: è decisione che crea confini, differenze, esclusioni; è opposizione radicale tra un amico e un nemico; è convinzione che l'unità passa attraverso la divisione e l'ordine attraverso il disordine. Più che politica, dunque, guerra e come tutte le guerre può concludersi soltanto con l'annientamento dell'altro.
Per comprendere quanto sia fasulla la Grande Recita dello Statista Saggio e Paziente, cui si è costretto o è stato costretto, si deve attendere che Berlusconi affronti il capitolo giustizia. A quel tasto suona sempre sincero nei suoi desideri. Non li nasconde nemmeno questa volta. Vuole disarmare Carta costituzionale, leggi, codici, tribunali, magistratura per cancellare "l'uso politico della giustizia" che, dice, "è stato e continua a essere un elemento di squilibrio tra ordini e poteri dello Stato". Quella bestia nera in toga deve essere resa innocua ed egli cambierà le regole "nell'interesse collettivo". Separazione delle carriere e Csm diviso in due, parità dell'accusa e della difesa che poi vuol dire pubblico ministero degradato ad avvocato dell'accusa e ridotto alla performance verbale con la polizia che - sotto il controllo del governo - investiga, raccoglie prove, decide quale indagine coltivare, con quali risorse e con quanta rapidità. Lo schema garantisce impunità pro se et suis e magari offre l'opportunità di colpire a morte l'avversario molesto o l'alleato dissidente, oggi aggrediti soltanto dal Barnum mediatico che possiede o influenza. Già potrebbe bastare per ripetere che Berlusconi è potere statale che, senza scrupoli e apertamente, protegge se stesso e i suoi interessi economici.

Ma non basta perché, come sempre, il Cavaliere propone un'alternativa del diavolo che, per molti, ha i caratteri dell'estorsione: o mi si garantisce l'immunità o distruggo la macchina giudiziaria. In nome della riduzione del danno, del "meno peggio", egli esige di incassare un utile privato: un'immunità che lo protegga dagli assalti possibili in futuro e un'impunità che imbavagli il giudice per gli affari oscuri del passato (la corruzione di un testimone che lo salva da condanne certe; l'appropriazione indebita, la frode fiscale nell'acquisto dei diritti televisivi) e impedisca ai tribunali di confermare accuse che renderebbero il Cavaliere moralmente incompatibile con l'ufficio governativo. Anzi, nell'occasione, Berlusconi annuncia come intende manipolare i quadri legali per fabbricarsi una legge che gli consenta di non risarcire chi (la Cir) si è visto scippare un'azienda (la Mondadori) grazie alla corruzione del giudice (Metta) che decise la controversia. Il risarcimento è stato fissato finora in 750 milioni di euro. Berlusconi imprenditore non ha alcuna voglia di pagarlo e il Berlusconi premier anticipa che "il governo presenterà a breve un piano straordinario per lo smaltimento dei processi delle cause civili pendenti". Che di straordinario in quel piano ci sia soltanto l'arroganza di chi trasforma il potere pubblico in affare privato sembra comprenderlo il capogruppo di Futuro e Libertà, Italo Bocchino. Che avverte: "Siamo favorevoli a smaltire le cause civili pendenti ma non saremo mai d'accordo con una legge che tolga la possibilità a un solo cittadino o a una sola azienda di questo Paese di avere la giustizia che aspetta dal suo giudice civile".

La Grande Recita dello Statista Saggio e Paziente, al capitolo giustizia, ci offre il piccolo Berlusconi di sempre, prigioniero del suo conflitto d'interesse, ossessionato dalla difesa di se stesso e della sua roba, incapace di declinare le ragioni e le priorità del Paese. È la conferma che il nodo che soffoca la politica italiana continuerà a essere nei prossimi mesi la giustizia. Non la giustizia di tutti, la giustizia per tutti, ma la giustizia che riguarda da vicino lui, che preoccupa personalmente lui, che minaccia il di lui preziosissimo patrimonio. Il presidente del Consiglio avrebbe potuto volare alto, come centinaia di migliaia di cittadini gli chiedevano. Avrebbe potuto semplicemente dire: mi farò processare perché, credo, che la legge sia uguale per tutti. Questa volontà è la migliore garanzia della mia affidabilità di capo di governo che non vuole schiacciare con le proprie personali pene la vita degli italiani e l'interesse nazionale. Semplici parole, discorso e impegno da "paese normale" che Berlusconi non può dire né immaginare. È una impossibilità che, mentre ci ripropone le mediocri ragioni del suo impegno pubblico, lo consegna e lo imprigiona con tutta evidenza in uno stato di minorità politica. Ora - anatra zoppa - dovrà chiedere il consenso e la comprensione dell'odiato alleato, Gianfranco Fini, per ottenere con una correzione provvisoria del legittimo impedimento, e poi con una riforma della Costituzione, l'immunità di cui ha bisogno come dell'aria che respira. Con due esiti paradossali. Berlusconi, che ha preparato la trappola che doveva liquidare per sempre il "traditore", ora deve tenerlo in vita se non vuole perire con lui. Per di più, la manovra non garantisce il buon risultato: Fini potrebbe dargli corda fino a quando non staccherà la spina del governo perché sarà pronto con il nuovo partito alle elezioni.



La confessione di Ghedini. "Mezza Italia mi odia la colpa è anche mia"
L'avvocato di Berlusconi: passo per il demonio, ma sono fragile. Mi chiedo: è giusto o sbagliato quello che sto facendo, è opportuno che gli sia sempre vicino?
di ANTONELLO CAPORALE

ROMA - Niccolò Ghedini è il sarto di fiducia di Silvio Berlusconi, cliente in doppiopetto. Lui cuce. In sedici anni - tra leggi, disegni di legge, decreti e semplici bozze - ha ricamato una ventina di provvedimenti. Otto hanno visto la luce, e sono leggi dello Stato. La sua virtù è non stancarsi mai. Notte e giorno, a Natale e Ferragosto. C'è sempre. Oggi è un imprevisto giorno di festa; si bighellona in Transatlantico nell'attesa del voto. Manca l'entusiasmo in giro, e anche il morale di Ghedini ne risente. "Anch'io infatti mi deprimo, sento il peso di una fatica che si fa sempre più dura. O pensa che non abbia momenti di fragilità? O non mi chieda: è giusto o sbagliato quello che sto facendo. E' opportuno o no che gli sia sempre vicino".

In effetti pare che non conosca altro domicilio, e non abbia altro in testa che far fuori i giudici. "Io sono il cattivo, il demonio, giusto? Un senza coscienza, uno che lo fa per soldi. Anzitutto non ho mai avuto bisogni di soldi, e la politica non me ne ha portati più di quelli che con le mie capacità sarei riuscito a guadagnare. E si chieda lei invece se davvero non c'è persecuzione, se e quanto i giudici hanno sbagliato con Berlusconi". La sua assomiglia a un'ossessione. "Io voglio bene a quell'uomo e penso sinceramente che sia vittima di azioni ingiuste, alcune volte dissennate della magistratura. E un passettino alla volta stiamo andando avanti, nella direzione di un processo più giusto ed equo".

Equo? Ci sono foto, quelle in cui è ritratto in toga con enormi faldoni sottobraccio, in cui Ghedini sembra proprio a un pipistrello. Un uccellaccio che fa da guardia al capo. La belva da sciogliere nell'arena di Annozero: lui contro tutti. Norme e cavilli, e memorie ribaltate. In nome del Capo, per il bene del Capo. "Non mi piace andare lì a rivestire quel ruolo, e non mi piace quel ring dove ti chiamano solo perché vogliono sbranarti. Ci vado, è un mio dovere, ma sento che soffia l'alito dell'odio, e in qualche modo anch'io lo alimento, certo. Con le parole, le rispostacce, i giudizi che devono essere dati subito. E devono essere trancianti. Percepisco la distanza che mi separa da tanta gente, quella che non tifa per la mia squadra. Ma non è una sensazione simpatica, io rifletto e mi chiedo anche: perché mi odiano tanto?".

Ah, se lo chiede pure? "Non sono così presuntuoso da non sapere che avrò qualche colpa, né così impassibile da non ritenere che mezza Italia giudica me un diavolo, un cattivo, un orco. Uno al servizio del potente, senza scrupoli, senza mezze misure. Questa dimensione, il cattivo, è difficile da sostenere. Io sono liberale e faccio politica perché penso di contribuire con le mie idee a rendere più civile e degna il nostro Paese". Permetta però che spesso autorizza a pensare che lei bari a volte e più dell'Italia abbia a cuore Lui. Sfacciatamente. "Sono convinto di quello che faccio. E sono persuaso di essere nel giusto. Libero di non credermi. I prezzolati alzano la bandiera a comando. Io no. Io ci credo davvero a quel che dico, per chi mi ha scambiato?".

Lei è l'avvocato di fiducia di Berlusconi. E fa politica in ragione di questa condizione. "Ne sono consapevole. Ma non ho mai avuto bisogno di vendere la mia coscienza o le mie idee. Sono un liberale che sta con un liberale. Punto. In famiglia si discute e ci si interroga su una notorietà che ti dipinge nel modo che non vorresti. E fa male accorgersene, fa male discutere di questo". La politica le ha permesso di dare pugnalate. "Alt. Penso di avere uno stile e anche un codice di comportamento. Non ha trovato me nell'isolotto di Santa Lucia, per esempio. Veda quanta varia umanità raccoglie il Transatlantico stamane. Ci sono virtù e ci sono miserie. Debolezze altrui e nostre. Io dico che bisognerebbe fermarsi, mettere un punto. Non travalicare confini che non sono riconducibili più alla lotta politica. Non devo dare insegnamenti agli altri, ma posso sicuramente decidere qual è il mio comportamento. E posso anche scegliere con chi accompagnarmi. Le dico di più: posso cercarmi colui al quale stringere la mano. C'è una ragione di partito che ti fa obbedire a delle scelte. È realpolitik. E poi però esiste la scelta individuale di rifiutare amicizie che non ti convincono, non ti intrigano. Mica devo stringere tutte le mani io? Persino nel mio partito le compagnie me le scelgo io, non si discute".

Nel corridoio è iniziata la conta ufficiosa degli entranti e degli uscenti. Il gruppetto dei liberaldemocratici, in tutto tre, si ammutina ai piedi della fontana, nel cortile di Montecitorio. "Non ci ha convinto, non votiamo. E basta pressioni!", esclama Italo Tanoni, il capo degli ammutinati dell'ultima ora. I cinque colleghi di "Io sud", zattera di fortuna nel mare magnum berlusconiano, sono invece vispi, felici. "Grande giornata, grandissimo discorso", dice Elio Belcastro.

Meglio cambiare strada, e non pensare. "Arrivederci".

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Massoneria? Loggia P2? No, peggio


Questa intervista si commenta da sola. Povera Italia...


Silvio il venerabile
In un libro un capo massone rivela: ha la sua loggia, ne fanno parte Previti e molti leader Pdl. Gioele Magaldi: "Le decisioni ufficiali del partito vengono prese in privato dagli affiliati e poi comunicate a tutti gli altri"

Dall’altro lato del pianeta massonico (…) si leva una voce che sembra dare corpo a una interpretazione molto più “forte” della P3: non si tratta di quattro sfigati (…). A sostenerlo è Gioele Magaldi, massone a capo di una nutrita corrente di dissidenti, il Grande Oriente Democratico (…) dietro di lui non meno di settemila massoni (…). Una pesante lettera aperta compare in Internet il 26 luglio, Magaldi invita il “fratello Berlusconi” a ritirare alcuni provvedimenti, in particolare il Lodo Alfano e il disegno di legge sulle intercettazioni (…) Un terremoto silenzioso. Dal premier nessuna risposta o smentita (…). La voce di Magaldi appare ferma, sicura. (…): “I rapporti di Berlusconi con la massoneria non sono mai cessati”. Ma prima fa una premessa: quello che fu scoperto nella casa di Gelli, l’elenco di 962 nomi più documenti, è solo una parte del materiale sulla P2. Il resto – secondo lui la parte più scottante – non è stato divulgato. (…) Materiale custodito in almeno quattro parti diverse, perché potrebbe avere “conseguenze piuttosto traumatiche”. (…)

E oggi, questa P3 in che rapporti sta con quella P2?
FormalmentelaP3èun’invenzione della stampa, non è una loggia regolarmente costituita all’interno del Grande Oriente d’Italia, a differenza di quanto era avvenuto per la P2. Ma sostanzialmente esiste, eccome.

Chi sta in cima?

Si dice ci sia Berlusconi, più giù Dell’Utri e ancora Verdini, Carboni, e poi gli altri, i Martino, i Lombardi. La manovalanza…

Berlusconi e la massoneria…

Non fu un fatto superficiale l’adesione di Berlusconi alla P2 di Gel-li, come tante volte si è sentito dire. Non è finita lì. Il suo interesse alla massoneria, al mondo dell’esoterismo e dell’iniziazione lo coinvolge da sempre in modo significativo. Lui, che aveva già fatto studi esoterici prima, viene iniziato ai riti massonici da Giordano Gamberini e Licio Gelli. Entrambi in rapporti organici e strutturati con la Cia. Tramite Flavio Carboni e Giuseppe Pisanu è stato in grandi e costanti rapporti con Armando Corona, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1982 al 1990. Poi, sempre tramite Carboni, Pisanu e Corona, è stato in rapporti stretti con lo scomparso presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Questo in gioventù, e poi?

Berlusconi è una sorta di maestro illuminato che, autonomamente, ha conquistato i gradi della sua successiva iniziazione. Ha frequentato direttamente il vertice, prima Gelli, poi il Gran Maestro Corona e altri del suo entourage. Non ha fatto vita di loggia,cessata la P2 non si è iscritto altrove. Ne ha fatta direttamente una sua…

In che senso?

Nei primi anni ’90 si dice che abbia ritenuto di aver compiuto il proprio percorso di formazione massonica in modo così adeguato da poter costituire un gruppo autonomo e indipendente (…). È una persona con un’altissima percezione di sé.

Che riconoscimento ha questa “loggia fatta in casa”, da parte delle altre logge?
Berlusconi ha rapporti con tutti gli ambienti internazionali massonici. Il problema è che oggi questi rapporti sono in crisi. È il suo problema più grande: la parte maggioritaria (…) ritiene che Berlusconi sia diventato un problema per l’Italia e non una soluzione. Perché non offre un progetto strategico che possa essere in linea con l’idea massonica della società. Non ha fatto le riforme strutturali e ha attentato alle libertà fondamentali di uno Stato democratico e occidentale.

Berlusconi a capo di un gruppo autonomo. Gli altri?

È una loggia di cui farebbero parte alcuni suoi stretti collaboratori. Gustavo Raffi mi raccontò dell’affiliazione di Cesare Previti, tramite una loggia romana.

Carboni, Confalonieri, Letta, Verdini? Magaldi sorride, non si esprime ma sembra annuire. Andiamo per esclusione: Bossi, Tremonti?

No.

Bondi?
Lo escludo categoricamente

[A un certo punto sembra sfuggirgli una precisazione, al nome di Dell’Utri lui specifica.]
C’è chi racconta che Marcello Dell’Utri e suo fratello siano molto, diciamo, affascinati dal milieu massonico e farebbero parte di questo ambito così riservato, costituito da Berlusconi (Marcello e Alberto Dell’Utri, quindi)

Berlusconi, Verdini, Dell’Utri… sembra un normale vertice di partito, con l’anomalia d’essere fatta in casa. Perché scandalizzarsi?

Non proprio un vertice di partito. Non se si usano i paramenti e i rituali della massoneria. Non se partecipano fratelli non appartenenti alle forze politiche ufficiali o provenienti da paesi stranieri. E, soprattutto, se ne sono esclusi altri protagonisti del Pdl.

Quindi il problema sta nella cabina di regia…
Il problema è se le decisioni vengano prese in organi ufficiali del partito Pdl o vengano prese altrove. Si dice che le riunioni avvengano in luoghi significativi nelle varie case del premier. Vi sarebbe un luogo, una loggia massonica fatta in casa da Berlusconi che pianifica le strategie più importanti in ambito politico, aziendale… su tutti i piani dei suoi interessi. È li che va cercata l’origine delle decisioni, di tutto ciò che poi tracima a diversi livelli. In questo modo le riunioni del Pdl sono svuotate di vero significato, perché non c’è una discussione, ma solo distribuzione di compiti e ordini imposti.

Ci sono persone all’interno della loggia che non fanno parte dell’entourage politico?
Direi di sì (…).

Massoni e partiti politici, quanti e dove?

Sono ovunque: nel Pdl, certo, ma in tutta la politica, anche Pd.

E nella Lega Nord?

Molti leghisti hanno il dente avvelenato perché sono stati rifiutati. (…) La massoneria ha molto caro il processo risorgimentale che ha portato all’Unità d’Italia. È interessante notare quanti leghisti di giorno suonano contro la massoneria e l’Unità e di notte vengono a chiederci di poter aderire…

Parlava di massoni dell’ex Forza Italia che sarebbero in dissenso con Berlusconi…
Quelli che ci hanno contattato sinora sono un gruppetto, ma il numero è significativo, quanto basta in questo periodo per far ballare la maggioranza.

Quindi: la P3 esiste, è una loggia massonica autonoma, creata e guidata da Silvio Berlusconi, si riunisce nelle sue case dove vengono svolti riti massonici, si sovrappone e sostituisce nelle decisioni ai vertici ufficiali e legittimi del Pdl, prende decisioni sulla politica nazionale come sugli affari privati del premier e comprende i membri dell’inchiesta che abbiamo fino ad ora raccontato.


*Autori del libro: “P3: tutta la verità” Editori Riuniti, 2010

mercoledì 29 settembre 2010

Altri due limpidi esempi di Lega (Nord) e PDL Ladroni

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Davvero c'è materiale a che Feltri scateni la guerra termonucleare globale, con le notizie che girano oggi, ma lo squadrista della penna non lo farà: la Lega è vicina al foraggiatore quindi va trattata bene, almeno fino a quando Bossi non scaricherà il Kaiser sempre più traballante, quel giorno allora salteranno fuori dossier come funghi dopo un temporale. Nel silenzio dei "giornalisti" al soldo del Regime, le notizie però girano lo stesso. Buona lettura.


Brunetta e quella casa pagata con i soldi dello Stato
di Tommaso Caldarelli

Arrestato il presidente dell’Ente Parco Cinque Terre, amico fraterno del ministro della Pubblica Amministrazione. Nell’incantevole cornice, il ministro comprò un rustico per quarantamila euro: meno di un sesto del suo valore di mercato. E, pare, con finanziamento pubblico.

“Chissà se “Il Giornale” si occuperà della casa di Brunetta alle Cinque Terre con il medesimo impegno profuso a Montecarlo”, scrive Gad Lerner nel suo blog. Già, perchè i presupposti per montare un bel putiferio ci sarebbero: Brunetta e quella casa pagata con i soldi dello Stato anche qui. D’altronde, la fattispecie è molto simile: abitazioni in luoghi immaginifici pagate ridicolmente al di sotto del loro valore di mercato. Qui siamo nelle Cinque Terre, paradiso incontaminato della verde Italia: e proprio qui, a Riomaggiore, Renato Brunetta ha comprato, solo un anno fa, un rustico vista mare, da ristrutturare: costo complessivo, 40.000 euro.

CASE PER TUTTI – Dopo gli scandali immobiliari di Claudio Scajola a via del Fagutale, vista Colosseo, e Gianfranco Fini-Giancarlo Tulliani a Boulevard Princesse Charlotte, vista periferia di Montecarlo, arriviamo al buen retiro di Brunetta, vista sul più bel Tirreno d’Italia. Non è stato facile rintracciare la cronaca originale che racconta l’emersione di questa compravendita tutta da verificare: e se è vero che Franco Bonanini, presidente dell’Ente Parco, è di Brunetta vecchio amico, tanto che il ministro oggi spende parole non parche per sostenerlo, probabilmente la loro amicizia subirà un duro colpo: perchè pare che l’inchiesta che oggi produce 900 pagine di ordinanza di custodia cautelare abbia preso le mosse proprio dagli accertamenti su Casa Brunetta. “Un rustico comprato dal ministro per quarantamila euro: questa la cifra rivelata dal presidente del Parco Franco Bonanini al Secolo XIX il 19 agosto scorso”, scriveva, tempo fa, sempre il giornale di Genova; “come ha rivelato l’indagine, quello è solo il valore dei lavori di ristrutturazione fatti eseguire dal precedente proprietario prima di consegnarlo al ministro. Il suo nome è Stefano Pecunia”. Dunque, un comportamento ben strano: di solito la casa si paga, e il venditore, se è magnanimo, si accolla la ristrutturazione. Qui avviene il contrario: si paga la ristrutturazione, e la casa viene regalata. Un vero affare, indubbiamente. Ma Pecunia si fa beccare dalla procura in “irregolarità edilizie”, e spiega: “Presto la casetta passerà di mano: c’è già stata la firma del compromesso e il compratore è proprio il ministro Brunetta”.

SOTTOCOSTO – Ora possiamo richiamare alla mente i tanti cronisti che sono andati in giro per Montecarlo a chiedere ad ogni agenzia immobiliare quanto poteva valere, a prezzo di mercato, un cinquanta metri quadri nel Principato: ebbene, vale lo stesso per la casa di Brunetta: “Secondo una stima di esperti del settore, un immobile di quelle dimensioni in quella zona potrebbe valere non meno di 300 mila euro”. Non solo, continuano da Genova: pare che l’importo della ristrutturazione, ovvero i soldi che Brunetta ha versato, sia stato addirittura sottostimato. “Come si proponenevano, Bonanini e il suo collaboratore”, ovvero un impiegato tecnico del comune di Riomaggiore, “di finanziare quei lavori”, si chiede il Secolo XIX? “Utilizzando anche i fondi pubblici derivanti dell’erogazione dal finanziamento al sito Canneto». Cioè finanziamenti per lavori che dovevano essere effettuati in una delle più incantevoli baie delle Cinque Terre. E che con la casa di Brunetta c’entravano poco“, è la risposta che danno i magistrati. Capito il giro? Il presidente Bonanini vuole ingraziarsi il ministro Brunetta perchè metta una buona parola con Angelino Alfano, in modo che mandi gli ispettori a mettere la mordacchia ai Pm che su di lui indagano; per questo regala una casa all’economista veneziano, chiedendogli un prezzo simbolico, peraltro in parte pagato dallo Stato - forse – magari con la scusa di dover mantenere intatto il patrimonio naturalistico – che però si è già, a parte, venduto.

LAVORA GRATIS – C’è un frammento di intercettazione che proverebbe tutto questo. “Giochi con i soldi di Brunetta e ha ragione. Chi glieli dà adesso?”, chiede il geom. Tarabugi, braccio destro di Bonanini; risponde l’arch.Vestito, in forza al comune: “Se va in porto quella fattura di Canneto…”. Già, tutto si sistema. E non solo: c’è anche la vittima, in mezzo al giro. Oltre che l’erario e i cittadini, s’intende: è il capocantiere che, ancor prima di aver visto i soldi di Brunetta, aveva iniziato a lavorare. Di tasca sua: “Quando gli agenti arrivano sul sentiero dei Santuari, vicino a quello di Montenero, trovano intento al lavoro l’edile Daniele Carpanese.Cosa dichiara? Spiega di essere intento ad eseguire la ristrutturazione del rustico di proprietà di Stefano Pecunia: «È in fase di ultimazione,mancano solo gli scarichi e alcune rifiniture». La polizia gli chiede se è già stato pagato. Lui risponde: «Ho effettuato lavori per circa 40mila euro, non ho alcun alcun contratto o computo metrico con il proprietario e non ho ricevuto alcun compenso. Ho persino anticipato sia le spese per i materiali, sia quelle dell’elicottero per trasportarli in cantiere, perché si trova in una zona particolarmente impervia». Scrivono i magistrati: «Quanto meno singolare sembra il fatto che Carpanese avesse dato il via ai relativi lavori senza sottoscrivere alcun contratto e senza un’apparente garanzia”; e singolare è proprio la parola giusta. Voi lavorereste gratis, con addirittura elicottero a carico? Per il ministro Brunetta evidentemente questo ed altro.
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Venezia. Tangente da 15mila euro: arrestato assessore della Lega Nord
In manette amministratore di San Michele al Tagliamento. Soldi dal presidente del Portogruaro Calcio. Espulso dal Carroccio
il gazzettino

VENEZIA (29 settembre) - Il piano lo aveva studiato bene e il telecomando per chiudere a distanza l'auto, dove poco prima erano stata messa una presunta "mazzetta" di 15.000 euro, non lo aveva tradito, ma a stopparlo ci ha pensato la Guardia di finanza. David Codognotto, 31 anni, consulente finanziario e assessore comunale della Lega Nord con delega per bilancio, tributi, sport e turismo a San Michele al Tagliamento (Venezia), è stato così arrestato in flagranza di reato. L'accusa è di concussione. Vittima della richiesta di una tangente il presidente del Portogruaro Calcio, società neo-promossa in serie B, il cui campo è in fase di adeguamento per le norme previste dal campionato costringendo la squadra granata a giocare a Udine. Pare che la vicenda sia legata proprio alla ristrutturazione.

Codognotto, leghista nella giunta guidata da un sindaco del Pdl (tre i leghisti eletti, di cui due assessori), avrebbe preteso una tangente per una sponsorizzazione-beneficio finanziario alla squadra locale. Il presidente Francesco Mio però si è rivolto alla Guardia di finanza di Portogruaro. I militari delle fiamme gialle hanno così tenuto sotto controllo l'assessore e avrebbero seguito le fasi della consegna del denaro da parte della vittima. Dagli uffici comunali Codognotto avrebbe dato le istruzioni riguardo alle modalità del pagamento che la vittima ha seguito senza fare obiezioni. Prima ha fatto fotocopiare le banconote ai finanzieri e poi si è diretto nel luogo concordato per consegnare la presunta tangente. Ha riposto, come da richiesta, la busta con i contanti richiesti dentro l'auto dell'assessore che l'aveva lasciata appositamente aperta. Codognotto controllava le fasi dalla finestra del Comune.

Una volta che il denaro era stato riposto sul cruscotto dell'auto, l'assessore, sempre dal proprio ufficio, si sarebbe preoccupato di mettere al sicuro il "bottino" azionando con il comando a distanza la chiusura centralizzata delle portiere. Pochi minuti dopo, è sceso, è entrato nell'auto, ha preso la busta e controllato che tutto fosse a posto. Ritenendo di essere al sicuro, ha girato la chiave per l'accensione, ma è stato circondato dalle fiamme gialle che dopo averlo fatto scendere lo hanno arrestato. Alla base della tangente, secondo quanto emerso dagli accertamenti, la promessa dell'assessore di adoperarsi per far prorogare la sponsorizzazione, evitandone la revoca. Le fiamme gialle sospettano che l'indagato possa aver chiesto altri favori sfruttando la sua carica pubblica.

Codognotto è stato immediatamente espulso dalla Lega Nord: lo ha detto il segretario veneto del Carroccio e sindaco di Treviso, Gian Paolo Gobbo, aggiungendo che l'episodio ha generato «grande amarezza». «Purtroppo - ha detto - il movimento della Lega è ormai così ampio da non doverci più sorprendere se all'interno troviamo di tanto in tanto anche elementi che sbagliano».
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n.d.r. secondo me l'hanno espulso perché la notizia è venuta fuori ma soprattutto ha girato, e poi perché questo fannullone si è fatto cogliere con le mani nel sacco, altrimenti sarebbe rimasto lì.

Voi che ne dite? Chi era "ladrona"?

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I sonori ceffoni di Antonio Di Pietro a Berlusconi (testo e video)

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Spesso storco il naso quando sento Di Pietro alzare troppo i toni, ma oggi sono d'accordo. Ecco il discorso che oggi il leader dell'Italia dei Valori ha pronunciato in faccia al delinquente in capo, vedere la sua faccia davvero non ha prezzo!


Testo

"Sig. presidente del Consiglio,
Lei è uno spregiudicato illusionista, anzi un pregiudicato illusionista che anche oggi ha raccontato un sacco di frottole agli italiani, descrivendo un’Italia che non c’è e proponendo azioni del Governo del tutto inesistenti e lontane dalla realtà.

Fuori da qui c’è un Paese reale che sta morendo di fame, di legalità e di democrazia e Lei è venuto qui in Parlamento a suonarci l’arpa della felicità come fece il suo predecessore Nerone mentre Roma bruciava.
Quella stessa Roma che anche oggi i barbari padani vogliono mandare al rogo, insieme alla bandiera e all’Unità d’Italia.
Sono sedici anni che racconta le stesse frottole, ma le uniche cose che ha saputo fare finora sono una miriade di leggi e provvedimenti per risolvere i suoi guai giudiziari o per sistemare i suoi affari personali.
Al massimo, ha pensato a qualche altro suo amico della cricca, assicurando a lui prebende illecite e impunità parlamentari, proprio come prevede il vangelo della P2, Cosentino, Dell’Utri e compagnia bella docet!
Anzi, no! Un’altra cosa lei è stato ed è bravissimo a fare, e lo ha dimostrato ancora una volta in questi giorni: comprare il consenso dei suoi alleati ed anche dei suoi avversari. I primi pagandoli letteralmente con moneta sonante, con incarichi istituzionali, con candidature e ricandidature di favore; i secondi ricattandoli con sistematiche azioni di dossieraggio e di killeraggio politico di cui lei è maestro.
Sì, perché Lei, sig. Berlusconi è un vero “maestro”: intendo dire un maestro della massoneria deviata, un piduista di primo e lungo corso, un precursore della collusione e della corruzione di Stato.
Anzi di più. Lei è l’inventore di una forma di corruzione di nuovo conio, più moderna e progredita: cambiare le leggi in modo da non far risultare più reato quel che prima lo era e in modo da non rendere più punibili coloro che prima potevano essere condannati.
Questa mattina, Lei si è gonfiato il petto ricordando un nobile principio liberale: “Ad ognuno deve essere consentito fare tutto tranne ciò che è vietato”.
Certo, ma chi, in Europa, ha scritto con il proprio sangue questo tassello di democrazia liberale non pensava affatto che un giorno si sarebbe trovato davanti ad un signorotto locale che avrebbe dichiarato “non vietato” tutto ciò che gli pareva e piaceva a lui e che non era la legge a governare il sistema ma doveva essere Lui a governare la legge.
Lei, sig. Berlusconi, non è un presidente del Consiglio ma è uno “stupratore della democrazia” che, dopo lo stupro, si è fatto una legge, anzi una ventina di leggi ad personam per non rispondere di stupro!
Lei non è, come alcuni l’hanno definito, uno dei tanti tentacoli della piovra.
Lei è la testa della piovra politica che in questi ultimi vent’anni si è appropriata delle istituzioni in modo antidemocratico e criminale per piegarle agli interessi personali suoi e dei suoi complici della setta massonica deviata di cui fa parte.
Lei, oggi, ci ha parlato della volontà del Governo di implementare la lotta alla corruzione, all’evasione fiscale, alla criminalità economica delle cricche.
E che fa si arresta da solo? O ha deciso di prendersi a schiaffi tutte le mattine appena si alza e si guarda allo specchio?
Lei si è impossessato e controlla il sistema bancario e finanziario del Paese.
Lei controlla le nomine degli organi di controllo che dovrebbero controllare il suo operato.
Lei fa il ministro dello Sviluppo Economico e, come tale, prende decisioni a favore del maggior imprenditore italiano, cioè Lei (e dico maggior imprenditore, non migliore come maggiore e non migliore è l’imprenditoria mafiosa).
A Lei non interessa nulla del bene comune perché si è messo a fare politica solo per sfuggire alla giustizia per i misfatti che ha commesso.
Non lo dico solo io. Lo ha detto pure il direttore generale delle sue aziende, Fedele Confalonieri, ammettendo pubblicamente che “se Berlusconi non fosse entrato in politica noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera”.
Lei si è impossessato dell’informazione pubblica e privata e la manipola in modo scientifico e criminale.
Un esempio? La casa di Montecarlo venduta da Alleanza nazionale. Lei e i suoi amici dell’informazione avete fatto finta di scandalizzarvi nell’apprendere che, dietro quella compravendita, c’è una società off-shore situata in un paradiso fiscale.
Ma si guardi allo specchio, imputato Berlusconi: Lei di società off-shore ne ha fatte ben 64 proprio per nascondere i proventi dei suoi reati societari e fiscali e per pagare tangenti ai politici e ai magistrati e lo ha fatto ricorrendo a quell’avvocato inglese David Mills, condannato per essere stato, a sua volta, da lei corrotto per mentire ai giudici e così permetterle di ottenere un’assoluzione comprata a suon di bigliettoni.
Già! Perché la magistratura che Lei ha corrotto: quella a Lei piace.
Invece, non le piace quella che vuole giudicarla per i suoi misfatti, tanto è vero che ora, al primo punto del suo ”vero programma”, quello di cui oggi non ha parlato, c’è la reiterazione del Lodo Alfano, cioè proprio di quella legge che deve assicurarle l’impunità per un reato gravissimo che lei ha commesso: la corruzione di giudici e testimoni.

Solo per questo fatto, Lei non meriterebbe un minuto in più di rappresentare il Governo italiano e se ancora riesce a starci è solo perché compra i voti ricattando quei parlamentari che si rassegnano a vivere vigliaccamente senza onore o senza coraggio!
Questo è il ritratto che noi dell’Italia dei Valori abbiamo di Lei, sig. Berlusconi!
E Lei, oggi, viene a chiederci la fiducia?
Lo chieda, ma non a noi.
Lo chieda a quelli che ha comprato o ricattato.
Lo chieda ai parlamentari di Futuro e Libertà che finalmente si sono resi conto con chi avevano e hanno a che fare ma non trovano, o non hanno ancora trovato, il coraggio di dissociarsi dal macigno immorale che Lei rappresenta.
Lo chieda al presidente Fini che nel suo discorso estivo a Mirabello ha detto esattamente (ed anzi di più) delle cose che sto dicendo io e ancora indugia a staccare la spina, passando, suo malgrado, da vittima a complice delle sue malefatte!
Lo chieda a tutta quella pletora di disperati che in questi giorni ha convocato a casa sua per offrire loro prebende o per minacciare imbarazzanti rivelazioni e che ora, abbagliati da improvvisa ricchezza o intimoriti dai dossieraggi che Lei ha architettato e commissionato, hanno deciso di vendere la loro anima e il loro onore dandole una fiducia che non merita!
Non lo chieda a noi che siamo stati primi a smascherare le sue reali e criminali intenzioni."

Video:



La fiducia è passata: il mercatino ha prodotto quello che il Kaiser desiderava... VERGOGNA!

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Il Piazzista e la Giustizia: dichiarazione di guerra alla Repubblica

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Quello che non è stato sottolineato riguardo alle parole di Berlusconi + Il tema Lodo Alfano costituzionale. Per riflettere bene e non farsi mettere il prosciutto sugli occhi.

Seguire il discorso di Berlusconi è stato un po' come assistere a una televendita: l'uomo davanti al microfono ha dispensato promesse, benedizioni, sorrisi, ammiccamenti e buone parole per tutti, si è autoincensato e ci è mancato solo che scoprisse il seno per allattare la platea inzuccherita dalle sue parole.

Non sono mancati i segnali a Casini, che ha perso 5 dei suoi deputati, e cioé quelli controllati dal pluricondannato per Mafia Totò Cuffaro: segno che l'UDC potrà essere comprato in blocco alle prossimne elezioni (marzo?). Non sono mancate le rassicurazioni alla Lega e alla sua secessione (mascherata da federalismo), nessun fulmine è stato lanciato al gruppo di Fini: per quello c'è Feltri (e Belpietro).

Alla fine è stato come se una nuvoletta fosse scesa dal cielo e avesse portato fra i puttini l'illuminato di Arcore.


Tutti contenti, quindi: il piazzista ha accontentato tutti. Pur di avere la fiducia (si vota alle 19:00) e "andare avanti a governare" (= evitare il carcere) il ducetto con l'aureola era/è disposto a tutto. Oggi le carezze, domani le bastonate. Saranno fatti bene i conti e chi ha "tradito" verrà fatto fuori, contateci.

Su una cosa però nessuno ha riflettuto. Leggete bene queste parole: "La politica ristabilisca il primato sulla giustizia. Essa e' un pilastro dello Stato. L'uso politico e' elemento di squilibrio". Questa frase si autodistrugge da sola. Ed è gravissima. Ora, noi sappiamo che secondo la Costituzione (art. 101) "I giudici sono soggetti soltanto alla legge" e "La giustizia è amministrata in nome del popolo". Dire allora che la politica deve ristabilire il primato sulla giustizia significa annuciare una specie di colpo di Stato. Già il linguaggio è sbagliato: non c'è da "ristabilire" un bel niente, perché la politica non deve comandare la magistratura (appunto: "I giudici sono soggetti soltanto alla legge"). Non è vero poi che la politica è un pilastro dello Stato: perché proprio la possibilità di avere dei governi tecnici (quindi apolitici) nega che siano i partiti (e quindi i loro leader) ad avere sempre il comando. Pilastro dello Stato sono le regole della Costituzione, non la politica (e cioé i politici). Quando poi il Kaiser dice "L'uso politico (lui intende della Giustizia) è elemento di squilbrio", tira la solita frecciata ai "giudici comunisti", ma in realtà è proprio LUI che vuole fare un uso politico della Giustizia, perché la sua "riforma" vuole assoggettare la magistratura inquirente all'esecutivo.

Questa è una piena dichiarazione di guerra alla Repubblica, alla Separazione dei Poteri: mi stupisce che nessun politico abbia commentato queste parole. Ma erano tutti così inebetiti? Hanno tutti commentato le altre parole di Berlusconi ma queste gravissime sulla Giustizia no! Ma chi ci sta all'opposizione?

Nel frattempo, per rendere più appetibile il Lodo Alfano costituzionale, arriva il cambiamento che consideravo scontato. Mi spiego: io non avevo creduto alla prima idea palesata dagli avvocatelli del Kaiser dell'applicare uno Scudo a tutti i membri dei ministeri, perché sarebbe stato un bel macello, anche e soprattutto perché fra loro sono tanti quelli che come il Kaiser sono sotto processo (alcuni in verità già condannati). Ecco allora che i furbi sgherri del ducetto lampadato fingono di fare un passo indietro: lo scudo varrà solo per il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio dei Ministri: quello che interessava a Berlusconi. Così è più facile che più parlamentari votino al fiducia stasera, chiaro? Loro sono sempre avanti... e gli altri ci cascano come pere cotte!

Impunità ad ogni costo: quest'uomo è disperato. La Lega è pronta alle nuove elezioni, il gruppo di Fini adesso ha il tempo di organizzarsi, nel frattempo dall'altra parte regna il pandemonio. Poveri noi...

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La P3 si sfalda: confessioni a 360°

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La invenerabile nuova loggia P3 (così chiamata dagli addetti ai lavori) si sta sfaldando. Sotto i colpi delle indagini giudiziarie, tutti portati a segno grazie alle intercettazioni dei discorsi di eversivi questi delinquenti (sì: sono proprio le loro voci mentre organizzano e dispongono attività eversiva contro il nostro ordinamento giuridico), i pesci piccoli e medio piccoli parlano e tirano giù quelli più grossi.

Lo fanno perchè sono stati incastrati, sono con le spalle al muro, e vivere all'interno delle carceri italiane, con le condizioni di estremo degrado in cui esse versano, per loro è insopportabile: hanno vissuto nel lusso e nella bambagia troppo a lungo per sopportare la galera (forse è per questo che il Kaiser la teme davvero).

Da un po' è il turno di Martino, che pur di ottenere i domiciliari sta facendo nomi e rilasciando confessioni che trovano pieno riscontro su quanto già acquisito agli atti dagli inquirenti. Il castello che sta venendo svelato sta per crollare,e manca solo di arrivare al vertice: Cesare, anche se generalmente è talmente furbo che ha sempre qualcuno che organizza per lui e si sporca le mani al posto suo, tanto mettendolo in qualche ministero l'impunità è assicurata.

Buona lettura:


Martino chiama in causa Letta: "Lombardi spesso da lui per le nomine"
Nell'interrogatorio l'ex assessore rivela che il sottosegretario e Lombardi si conoscono da 15 anni e si incontravano il mercoledì. "De Girolamo il tramite per Berlusconi". Ok del gip ai domiciliari.
di CARLO BONINI

ROMA - Arcangelo Martino, "l'uomo che parla", il più fragile degli indagati nell'inchiesta P3, l'ex assessore socialista che nulla ha più da perdere perché ha già perso tutto - ha tentato il suicidio in cella dopo la morte della moglie - lascia dopo quasi tre mesi il carcere di Poggioreale per tornare nella sua casa di Napoli, che da oggi sarà, per ordine del gip Giovanni De Donato, la sua nuova prigione. Non recupera la libertà, nonostante il parere favorevole della Procura di Roma e come pure avevano chiesto i suoi avvocati Giuseppe De Santis e Simone Ciotti dello studio Lucente Corrias dopo il suo ultimo interrogatorio del 24 settembre. Guadagna gli arresti domiciliari per i quali, scrive il gip nella sua ordinanza, "viene prescritto un regime di controlli e vigilanza particolarmente intensi e scrupolosi" e che comunque torneranno ad essere domani oggetto di una nuova discussione del Riesame. La ragione - si legge nel provvedimento - è che questo ultrasessantenne emotivamente annichilito sembra aver convinto tutti meno il magistrato che avrebbe dovuto scarcerarlo. "Le dichiarazioni rese al pm il 19 agosto e il 24 settembre 2010 - scrive il gip - sono solo parzialmente veritiere e in buona parte elusive del reale ruolo svolto". Martino - osserva il gip - si dice "inconsapevolmente strumentalizzato da Pasquale Lombardi", mentre, al contrario, "come emerge dagli atti e dalle intercettazioni" sono "lui e Carboni a usare Lombardi come strumento". E ancora: "Martino, che pure non smentisce i suoi stretti rapporti con Flavio Carboni e Marcello Dell'Utri, tende tuttavia a configurare per Carboni il ruolo essenziale di tramite con Dell'Utri e Denis Verdini per scopi che chiarisce solo in parte".

Il gip avrà pure ragioni per dubitare. E tuttavia, come è documentato da nuovi significativi dettagli raccolti nell'interrogatorio del 19 agosto scorso, Martino sembra davvero aver vinto ogni reticenza. Nella sua deposizione (la cui sostanza è stata per altro ribadita e puntualizzata nell'interrogatorio del 24 settembre), c'è un convinto e insistito coinvolgimento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e dello stesso premier Silvio Berlusconi nel lavoro di interferenza o comunque nei tentativi di interferenza che i tre (Martino, Carboni e Lombardi) hanno svolto nel tempo sulla vicenda della pronuncia della Corte Costituzionale sul "lodo Alfano", sulla controversia fiscale Mondadori, sulle candidature a cariche elettive, sulle nomine di magistrati a incarichi direttivi. "Lombardi e Gianni Letta si conoscono da 15 anni - spiega Martino al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo - e avevano un rapporto di consuetudine. Capitava spesso che Lombardi lo chiamasse al telefono davanti a me. E so che, spesso, lo andava a trovare di persona. In genere il mercoledì, quando saliva a Roma. In un'occasione lo accompagnai a Palazzo Chigi, anche se rimasi ad attenderlo nell'anticamera". Di cosa parlavano i due? "Di magistrati?", chiede il pm. "No. Parlavano di nomine, di candidature di deputati, senatori, sottosegretari". Sicuramente, chiosa Martino, "Dell'Utri e Verdini ripetevano spesso che tutte le "soluzioni"" escogitate, "andavano sottoposte a Berlusconi". A cominciare dallo spostamento alle sezioni unite della Cassazione del contenzioso fiscale Mondadori. Mossa escogitata da Lombardi ("Ne parlammo una prima volta al ristorante da "Tullio". Lui si alzò e disse: vado a parlarne in Cassazione") e di cui - ricorda - "si discusse poi a casa di Verdini, concordando che lo spostamento della causa alle sezioni unite fosse un'ottima cosa, utile per prendere tempo in attesa che si provvedesse per legge".

Insomma, evapora la favola dei "pensionati sfigati". Soprattutto se è vero che ad un certo punto ai tre si aprono le porte del Presidente, per il quale, per altro, Martino e Lombardi pure avrebbero una richiesta. Che il loro sbattersi "per la causa" venga compensato con un seggio in Parlamento nella prossima legislatura. "Un giorno - racconta Martino - Lombardi mi chiese se volevo conoscere di persona il Presidente e accompagnarlo da lui". Non se ne fa nulla. O, almeno, non se ne fa nulla per Martino perché, dice, a lui non piace chi dovrebbe introdurli a Berlusconi. E' la 35enne deputata beneventana Nunzia De Girolamo, "la Carfagna del Sannio". La De Girolamo incontra Martino, Carboni e Lombardi "almeno tre volte", nel loro "ufficio", al tavolo del ristorante "da Tullio". Ma quando arriva il momento di essere ricevuti a palazzo Grazioli, Martino si tira indietro. "Io sono contrario a queste cose - dice al procuratore Capaldo - A queste belle donne che diventano ministre".

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