giovedì 30 settembre 2010

Il ricatto sulla Giustizia e la "confessione" di Ghedini

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Due articoli da leggere con attenzione, nel primo una lucida analisi sulle strategie del comandante in capo sull'unica questione che gli interessa: l'impunità; nel secondo alcune affermazioni dell'avv. Ghedini, uno dei legali del premier che lavorano a leggi incostituzionali. Buona lettura.


Il ricatto sulla giustizia
di GIUSEPPE D'AVANZO

BERLUSCONI posa da liberale nei quasi 60 minuti del suo intervento. Come se davvero credesse nel liberalismo, nella pretesa di risolvere il "politico" con la discussione o immaginasse la politica come amicizia e competizione.

Come se davvero egli desiderasse "istituzioni che risolvono la concretezza e conflittualità sociale e politica nella rappresentanza parlamentare, nella produzione di leggi universali e astratte, nella separazione e nell'equilibrio dei poteri, nella differenza tra Stato e società". Come se non ci avesse dato modo di comprendere che la politica che ha in mente è l'esatto contrario: è decisione che crea confini, differenze, esclusioni; è opposizione radicale tra un amico e un nemico; è convinzione che l'unità passa attraverso la divisione e l'ordine attraverso il disordine. Più che politica, dunque, guerra e come tutte le guerre può concludersi soltanto con l'annientamento dell'altro.
Per comprendere quanto sia fasulla la Grande Recita dello Statista Saggio e Paziente, cui si è costretto o è stato costretto, si deve attendere che Berlusconi affronti il capitolo giustizia. A quel tasto suona sempre sincero nei suoi desideri. Non li nasconde nemmeno questa volta. Vuole disarmare Carta costituzionale, leggi, codici, tribunali, magistratura per cancellare "l'uso politico della giustizia" che, dice, "è stato e continua a essere un elemento di squilibrio tra ordini e poteri dello Stato". Quella bestia nera in toga deve essere resa innocua ed egli cambierà le regole "nell'interesse collettivo". Separazione delle carriere e Csm diviso in due, parità dell'accusa e della difesa che poi vuol dire pubblico ministero degradato ad avvocato dell'accusa e ridotto alla performance verbale con la polizia che - sotto il controllo del governo - investiga, raccoglie prove, decide quale indagine coltivare, con quali risorse e con quanta rapidità. Lo schema garantisce impunità pro se et suis e magari offre l'opportunità di colpire a morte l'avversario molesto o l'alleato dissidente, oggi aggrediti soltanto dal Barnum mediatico che possiede o influenza. Già potrebbe bastare per ripetere che Berlusconi è potere statale che, senza scrupoli e apertamente, protegge se stesso e i suoi interessi economici.

Ma non basta perché, come sempre, il Cavaliere propone un'alternativa del diavolo che, per molti, ha i caratteri dell'estorsione: o mi si garantisce l'immunità o distruggo la macchina giudiziaria. In nome della riduzione del danno, del "meno peggio", egli esige di incassare un utile privato: un'immunità che lo protegga dagli assalti possibili in futuro e un'impunità che imbavagli il giudice per gli affari oscuri del passato (la corruzione di un testimone che lo salva da condanne certe; l'appropriazione indebita, la frode fiscale nell'acquisto dei diritti televisivi) e impedisca ai tribunali di confermare accuse che renderebbero il Cavaliere moralmente incompatibile con l'ufficio governativo. Anzi, nell'occasione, Berlusconi annuncia come intende manipolare i quadri legali per fabbricarsi una legge che gli consenta di non risarcire chi (la Cir) si è visto scippare un'azienda (la Mondadori) grazie alla corruzione del giudice (Metta) che decise la controversia. Il risarcimento è stato fissato finora in 750 milioni di euro. Berlusconi imprenditore non ha alcuna voglia di pagarlo e il Berlusconi premier anticipa che "il governo presenterà a breve un piano straordinario per lo smaltimento dei processi delle cause civili pendenti". Che di straordinario in quel piano ci sia soltanto l'arroganza di chi trasforma il potere pubblico in affare privato sembra comprenderlo il capogruppo di Futuro e Libertà, Italo Bocchino. Che avverte: "Siamo favorevoli a smaltire le cause civili pendenti ma non saremo mai d'accordo con una legge che tolga la possibilità a un solo cittadino o a una sola azienda di questo Paese di avere la giustizia che aspetta dal suo giudice civile".

La Grande Recita dello Statista Saggio e Paziente, al capitolo giustizia, ci offre il piccolo Berlusconi di sempre, prigioniero del suo conflitto d'interesse, ossessionato dalla difesa di se stesso e della sua roba, incapace di declinare le ragioni e le priorità del Paese. È la conferma che il nodo che soffoca la politica italiana continuerà a essere nei prossimi mesi la giustizia. Non la giustizia di tutti, la giustizia per tutti, ma la giustizia che riguarda da vicino lui, che preoccupa personalmente lui, che minaccia il di lui preziosissimo patrimonio. Il presidente del Consiglio avrebbe potuto volare alto, come centinaia di migliaia di cittadini gli chiedevano. Avrebbe potuto semplicemente dire: mi farò processare perché, credo, che la legge sia uguale per tutti. Questa volontà è la migliore garanzia della mia affidabilità di capo di governo che non vuole schiacciare con le proprie personali pene la vita degli italiani e l'interesse nazionale. Semplici parole, discorso e impegno da "paese normale" che Berlusconi non può dire né immaginare. È una impossibilità che, mentre ci ripropone le mediocri ragioni del suo impegno pubblico, lo consegna e lo imprigiona con tutta evidenza in uno stato di minorità politica. Ora - anatra zoppa - dovrà chiedere il consenso e la comprensione dell'odiato alleato, Gianfranco Fini, per ottenere con una correzione provvisoria del legittimo impedimento, e poi con una riforma della Costituzione, l'immunità di cui ha bisogno come dell'aria che respira. Con due esiti paradossali. Berlusconi, che ha preparato la trappola che doveva liquidare per sempre il "traditore", ora deve tenerlo in vita se non vuole perire con lui. Per di più, la manovra non garantisce il buon risultato: Fini potrebbe dargli corda fino a quando non staccherà la spina del governo perché sarà pronto con il nuovo partito alle elezioni.



La confessione di Ghedini. "Mezza Italia mi odia la colpa è anche mia"
L'avvocato di Berlusconi: passo per il demonio, ma sono fragile. Mi chiedo: è giusto o sbagliato quello che sto facendo, è opportuno che gli sia sempre vicino?
di ANTONELLO CAPORALE

ROMA - Niccolò Ghedini è il sarto di fiducia di Silvio Berlusconi, cliente in doppiopetto. Lui cuce. In sedici anni - tra leggi, disegni di legge, decreti e semplici bozze - ha ricamato una ventina di provvedimenti. Otto hanno visto la luce, e sono leggi dello Stato. La sua virtù è non stancarsi mai. Notte e giorno, a Natale e Ferragosto. C'è sempre. Oggi è un imprevisto giorno di festa; si bighellona in Transatlantico nell'attesa del voto. Manca l'entusiasmo in giro, e anche il morale di Ghedini ne risente. "Anch'io infatti mi deprimo, sento il peso di una fatica che si fa sempre più dura. O pensa che non abbia momenti di fragilità? O non mi chieda: è giusto o sbagliato quello che sto facendo. E' opportuno o no che gli sia sempre vicino".

In effetti pare che non conosca altro domicilio, e non abbia altro in testa che far fuori i giudici. "Io sono il cattivo, il demonio, giusto? Un senza coscienza, uno che lo fa per soldi. Anzitutto non ho mai avuto bisogni di soldi, e la politica non me ne ha portati più di quelli che con le mie capacità sarei riuscito a guadagnare. E si chieda lei invece se davvero non c'è persecuzione, se e quanto i giudici hanno sbagliato con Berlusconi". La sua assomiglia a un'ossessione. "Io voglio bene a quell'uomo e penso sinceramente che sia vittima di azioni ingiuste, alcune volte dissennate della magistratura. E un passettino alla volta stiamo andando avanti, nella direzione di un processo più giusto ed equo".

Equo? Ci sono foto, quelle in cui è ritratto in toga con enormi faldoni sottobraccio, in cui Ghedini sembra proprio a un pipistrello. Un uccellaccio che fa da guardia al capo. La belva da sciogliere nell'arena di Annozero: lui contro tutti. Norme e cavilli, e memorie ribaltate. In nome del Capo, per il bene del Capo. "Non mi piace andare lì a rivestire quel ruolo, e non mi piace quel ring dove ti chiamano solo perché vogliono sbranarti. Ci vado, è un mio dovere, ma sento che soffia l'alito dell'odio, e in qualche modo anch'io lo alimento, certo. Con le parole, le rispostacce, i giudizi che devono essere dati subito. E devono essere trancianti. Percepisco la distanza che mi separa da tanta gente, quella che non tifa per la mia squadra. Ma non è una sensazione simpatica, io rifletto e mi chiedo anche: perché mi odiano tanto?".

Ah, se lo chiede pure? "Non sono così presuntuoso da non sapere che avrò qualche colpa, né così impassibile da non ritenere che mezza Italia giudica me un diavolo, un cattivo, un orco. Uno al servizio del potente, senza scrupoli, senza mezze misure. Questa dimensione, il cattivo, è difficile da sostenere. Io sono liberale e faccio politica perché penso di contribuire con le mie idee a rendere più civile e degna il nostro Paese". Permetta però che spesso autorizza a pensare che lei bari a volte e più dell'Italia abbia a cuore Lui. Sfacciatamente. "Sono convinto di quello che faccio. E sono persuaso di essere nel giusto. Libero di non credermi. I prezzolati alzano la bandiera a comando. Io no. Io ci credo davvero a quel che dico, per chi mi ha scambiato?".

Lei è l'avvocato di fiducia di Berlusconi. E fa politica in ragione di questa condizione. "Ne sono consapevole. Ma non ho mai avuto bisogno di vendere la mia coscienza o le mie idee. Sono un liberale che sta con un liberale. Punto. In famiglia si discute e ci si interroga su una notorietà che ti dipinge nel modo che non vorresti. E fa male accorgersene, fa male discutere di questo". La politica le ha permesso di dare pugnalate. "Alt. Penso di avere uno stile e anche un codice di comportamento. Non ha trovato me nell'isolotto di Santa Lucia, per esempio. Veda quanta varia umanità raccoglie il Transatlantico stamane. Ci sono virtù e ci sono miserie. Debolezze altrui e nostre. Io dico che bisognerebbe fermarsi, mettere un punto. Non travalicare confini che non sono riconducibili più alla lotta politica. Non devo dare insegnamenti agli altri, ma posso sicuramente decidere qual è il mio comportamento. E posso anche scegliere con chi accompagnarmi. Le dico di più: posso cercarmi colui al quale stringere la mano. C'è una ragione di partito che ti fa obbedire a delle scelte. È realpolitik. E poi però esiste la scelta individuale di rifiutare amicizie che non ti convincono, non ti intrigano. Mica devo stringere tutte le mani io? Persino nel mio partito le compagnie me le scelgo io, non si discute".

Nel corridoio è iniziata la conta ufficiosa degli entranti e degli uscenti. Il gruppetto dei liberaldemocratici, in tutto tre, si ammutina ai piedi della fontana, nel cortile di Montecitorio. "Non ci ha convinto, non votiamo. E basta pressioni!", esclama Italo Tanoni, il capo degli ammutinati dell'ultima ora. I cinque colleghi di "Io sud", zattera di fortuna nel mare magnum berlusconiano, sono invece vispi, felici. "Grande giornata, grandissimo discorso", dice Elio Belcastro.

Meglio cambiare strada, e non pensare. "Arrivederci".

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