mercoledì 22 settembre 2010

Novità sugli affari di Cosentino + un ripassino

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Ma sì, parliamo ancora una volta del miracolato, colui per il quale dopo le leggi ad personam è stato fatto il voto ad camorram.
Del resto, i FAVORI vanno ricambiati, no?
Leggete questo articolo de l'Espresso, e ovviamente divulgate!


Nella discarica c'è Cosentino
di Gianluca Di Feo e Claudio Pappaianni

Gli incontri al ministero con Nucara, quello che sta facendo campagna acquisti per B. I messaggi di Martusciello, che ora sta all'Agcom. E la regia del leader campano del Pdl. Così un pentito descrive minacce e affari.

Rifiuti, camorra e politica: il triangolo del potere più sporco che ha dominato la Campania per oltre un decennio. Piccoli traffici e grandi politici, che hanno manovrato gli enti sul territorio per saziare tutti gli appetiti con un'ondata di denaro pubblico in nome dell'emergenza. E quando qualcuno si mostrava insofferente verso quei patti criminali, ecco che veniva chiamato a Roma: convocato direttamente ai piani alti dei ministeri per dirgli di «stare tranquillo».

A parlarne è un pentito che ha partecipato a quegli incontri: non riferisce racconti di altri, ma descrive quello che ha visto. Piero Amodio è stato commerciante ed esponente casertano del Partito repubblicano, una sigla storica schierata oggi con il centrodestra: un colletto bianco che si è spesso sporcato le mani con la camorra. Nel suo verbale, depositato pochi giorni fa dalla Procura di Napoli, compaiono alcuni nomi chiave dell'ultima stagione politica. Si parla di Francesco Nucara, il segretario repubblicano incaricato da Silvio Berlusconi di fare campagna acquisti tra i parlamentari dell'opposizione. E viene citato Antonio Martusciello, insediato due mesi fa dal governo al vertice strategico dell'Agcom, l'autorità delle comunicazioni.

Ma il regista di tutto, stando alle dichiarazioni di Amodio, è sempre Nicola Cosentino, coordinatore campano del Pdl, sotto accusa per i rapporti con la camorra e costretto alle dimissioni da sottosegretario dopo lo scandalo della P3. E proprio Cosentino in questi giorni è stato protagonista di un'altra dura contrapposizione tra finiani e altre schegge della compagine berlusconiana, quando la Camera è stata chiamata a votare sulla possibilità di usare nei processi le sue telefonate intercettate.

Davanti al pm Marco Del Gaudio invece Amodio ha ricostruito una serie di vicende del passato recente, avvenute prima del 2005 in uno dei più importanti consorzi casertani incaricati di domare la follia dei rifiuti. Lì c'è un imprenditore che poi scenderà in politica, Nicola Ferraro, che cerca di risolvere i suoi problemi a spese della collettività: vuol far inglobare una sua società nella struttura pubblica, scaricando così debiti per un paio di miliardi di lire. Un'operazione complessa, che richiede sostegni a sinistra e a destra, con il ruolo attivo della camorra: Ferraro viene descritto come uomo degli Schiavone e dei Bidognetti, le due più feroci famiglie casalesi.

Ma secondo Amodio a qualcuno questa manovra non va giù: «All'interno del consorzio c'era Carmine Bevilacqua, responsabile regionale del Partito repubblicano, che voleva far uscire tutta questa "schifezza" ed infatti aveva minacciato più volte Nicola Cosentino che avrebbe scritto tutto all'Antimafia per far capire questa situazione. Al che un giorno Bevilacqua fu chiamato da Francesco Nucara, viceministro dell'Ambiente, e andammo direttamente a Roma. Io andai con lui perché ero del Partito repubblicano, ero amico di Bevilacqua e di Nucara. Anche Bevilacqua è stato minacciato qualche volta, gli hanno messo le mani addosso, lo volevano picchiare, ma lui non ha mai denunciato niente: lo volevano allontanare perché stava dando troppi problemi». Il summit nella capitale avrebbe avuto un unico scopo: «Al ministero di via Cristoforo Colombo, Nucara disse a Bevilacqua di stare tranquillo. A me disse di seguire bene Bevilacqua, di farlo stare tranquillo e farlo allontanare un po' da questa situazione perché aveva preso accordi con Antonio Martusciello, che all'epoca era un altro viceministro di Forza Italia, e dovevano lasciare le cose come stavano: non voleva sapere di cosa si trattava ma non doveva dare fastidio».

In questo affaire Ferraro - che poi sarebbe diventato consigliere regionale nella maggioranza di Antonio Bassolino e leader casertano dell'Udeur di Clemente Mastella - avrebbe dovuto conquistare il consenso dei sindaci di centrosinistra. Mentre a Cosentino toccava mettere d'accordo la destra: «Il presidente del consorzio Franco Cundari ha avuto pressioni tramite Nicola Cosentino e Cosentino è quello che lo ha messo lì: il consorzio, il presidente, e tutti i consiglieri messi all'interno erano stati nominati esclusivamente da Nicola Cosentino di Forza Italia». Tutto però era strettamente vigilato dalla camorra, il cui appoggio era indispensabile per concludere l'operazione: chi non era d'accordo doveva vedersela sia con i boss di partito, sia con quelli che sparano. Amodio parla di minacce fatte arrivare agli amministratori non allineati, che ricevevano visite a casa degli uomini del clan. In cambio i padrini moltiplicavano i guadagni: non la solita mazzetta del 5 per cento, imposta su tutto il territorio, ma una fetta molto più alta. Sintetizza il pentito: «Il gruppo Bidognetti e il gruppo Schiavone avrebbero convinto, anche con minacce, l'avvocato Cundari e lo Scialdone che erano sostanzialmente contrari, ricevendone in cambio un 15 per cento sull'ammontare dei compensi spettanti al Ferraro, oltre alla percentuale fissa di estorsione del 5 per cento da riconoscere ai clan delle singole zone». Alla fine anche ai politici si cercava di regalare una poltrona di consolazione, con stipendi da 120-140 mila l'euro l'anno, in modo da non lasciare pericolosi rancori.

Insomma, tutti felici e contenti. Tanto per fare i soldi bastava ingrassare i costi a carico del Commissariato di governo. Amodio elenca i comuni campani che grazie all'emergenza rifiuti facevano figurare spese doppie: «In pochi mesi passavano da 1.400 milioni di lire a 2 miliardi e 700 milioni. La raccolta può aumentare del doppio se il numero degli abitanti è sempre uguale? Praticamente erano tutte fatture gonfiate per fare entrare dentro quanti più soldi possibili». E il pentito ricorda gli appalti da 150-160 mila euro regalati dal consorzio ai clan più feroci, che poi dividevano la torta con i politici locali. Tanto «non è che si faceva veramente la pulizia dei cassonetti o quando mai si è fatta la pulizia dei tombini? Non si sono mai puliti, però i soldi venivano dati e venivano dati unicamente per fare favori a persone che erano vicine ai sindaci e a cui hanno fatto le campagne elettorali».
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In seconda battuta rimetto un vecchio articolo senpre de l'Espresso, che nel 2008 già citava i pentiti che accusavano Cosentino di essere un camorrista, da lì l'indagine e la richiesta (negata oggi) di usare le intercettazioni nel procedimento.


Clan nel governo
di Emiliano Fittipaldi e Gianluca Di Feo

"Era a disposizione dei casalesi". Così un pentito accusa Nicola Cosentino. E' il quinto collaboratore di giustizia a puntare il dito contro il sottosegretario all'economia. Che continua a rimanere al suo posto.

Durante la mia latitanza molto spesso mi sono incontrato con l'onorevole Nicola Cosentino. Egli stesso esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione... Quando dice 'nostra' Dario De Simone parla dei casalesi, la più feroce organizzazione criminale campana. De Simone è stato uno dei loro capi: revolver alla mano, accanto al padrino Francesco Bidognetti ha ucciso una decina di persone. Poi nel 1996 ha deciso di collaborare con i magistrati: le sue rivelazioni sono state determinanti per il maxiprocesso Spartacus. Per gli inquirenti è un 'pentito' fondamentale, per il resto del clan un condannato a morte. Quando fa il nome di Nicola Cosentino, i killer gli hanno appena assassinato il fratello e il cognato. Ma va avanti: "L'onorevole aveva avuto espressamente il nostro aiuto per le sue elezioni, era a disposizione per qualunque cosa noi gli avessimo potuto domandare. Se gli avessimo chiesto un certo tipo di lavoro pubblico, non esisteva che potesse rifiutarsi".

De Simone registra questa deposizione il 13 settembre 1996, dopo di lui altri quattro collaboratori di giustizia chiameranno in causa il politico di centrodestra, come ha riferito L'espresso nelle inchieste pubblicate nelle scorse settimane. All'epoca Cosentino era appena riuscito a entrare in parlamento, oggi è sottosegretario all'Economia del governo Berlusconi e coordinatore campano del Pdl. È indagato dalla Procura antimafia di Napoli, ma la sua posizione nell'esecutivo non è stata messa in discussione. Lo stesso Paese che si mobilita contro i piani camorristici per uccidere Roberto Saviano, non si scandalizza per la poltrona occupata da un politico di Casal di Principe che cinque diversi pentiti hanno indicato come "a disposizione dei casalesi". E lo hanno fatto in tempi non sospetti. Il primo verbale che lo accusa risale al settembre 1996, l'ultimo al primo aprile 2008: tutti prima di diventare un uomo-chiave del ministero di Berlusconi.

De Simone ricostruisce nel dettaglio anche i colloqui con il politico "dopo le elezioni e fino al momento del mio arresto": incontri tra un latitante ricercato per una raffica di omicidi e un assessore regionale. "Discutevamo della situazione che si è venuta a creare dopo la retata Spartacus. Cosentino mi tranquillizzava dicendo che la sola parola di Carmine Schiavone non poteva consentire una condanna definitiva e che pertanto, nell'eventualità del mio arresto, dopo un periodo di carcerazione preventiva sarei comunque uscito. Il Cosentino mi riferì che la vittoria della coalizione di Forza Italia avrebbe sicuramente comportato un alleggerimento della pressione nei nostri confronti e in particolare si riferiva alle disposizioni di legge sui collaboranti della giustizia. Ricordo anche che parlavamo degli orientamenti politici dei giudici che si occupavano delle nostre vicende, in particolare del dottor Greco e del dottor Cafiero che ritenevano particolarmente agguerriti nei nostri confronti. Arrivammo alla conclusione che l'affermazione di Forza Italia avrebbe potuto mutare la situazione, nel senso che i giudici di sinistra sarebbero stati ridimensionati e non avrebbero più avuto quel potere alla Procura di Napoli. Il Cosentino mi disse che bisognava stare attenti soprattutto in riferimento all'attività politica degli onorevoli Diana e Natale in quanto persone vicine all'onorevole Violante e che facevano pressioni affinché vi fosse un intervento costante nella zona da parte delle forze dell'ordine".

Un capitolo inquietante riguarda la dissociazione: l'ipotesi di concedere sconti ai mafiosi che prendevano le distanze dai clan, sul modello di quanto fatto durante il terrorismo. De Simone fa riferimento ai colloqui tra don Riboldi e il ministro Giovanni Conso del 1994. "È evidente che avevamo interesse che la dissociazione fosse valorizzata. In questo momento avremmo potuto fare sette o otto anni di carcere senza 41 bis e uscire puliti e continuare a curare le nostre attività". De Simone conclude la sua deposizione ribadendo: "Non ho mai ricevuto favori personali da Cosentino e non so se altri ne abbiano ottenuti, ma egli stesso esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione". Dodici anni dopo, quel politico di strada ne ha fatta tanta. Parlamentare, leader campano della coalizione di maggioranza, sottosegretario all'Economia con un ricco budget e deleghe delicatissime. Nonostante i sospetti, le inchieste della Procura e le relazioni pericolose Nicola 'o 'Mericano', come lo chiamano a Casal di Principe, resta inchiodato alla sua poltrona. Nel silenzio sempre più imbarazzato dei compagni di governo e degli alleati della maggioranza.

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