martedì 26 ottobre 2010

Belpietro e la fabbrica del fango: tutte le panzane sbugiardate

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Ormai Belpietro è una scheggia impazzita. Da quando si è reso conto che nessuno crede alla storiella dell'attentato (il comico Braida l'avrebbe raccontata meglio) ha perso ulteriormente la testa, e vaga nelle trasmissioni RAI e Mediaset per gettare fango e balle su Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano. Per fortuna a queste panzane e a questo odio è stato contrapposto lo spuXXanamento! Buona lettura.


Io libero, tu occupato (23 ottobre)
di Marco Travaglio

L’altra sera ad Annozero, fra una palla e l’altra, Belpietro è riuscito a dire che il Fatto perde copie. Vista l’attendibilità della fonte, ci siamo subito preoccupati e siamo andati a controllare. Nel primo anno di vita, abbiamo venduto in media 64.540 copie al giorno, più oltre 40 mila abbonamenti. Totale: 105 mila. Già nel 2009, anche se non era certo questo il nostro obiettivo, superavamo Libero che nell’agosto 2009-luglio 2010 sotto la direzione Belpietro (subentrato a Feltri l’estate scorsa) ha venduto 91.175 copie medie (dati Ads).

Siamo in calo? Al contrario: luglio 2010, 64.883 copie (abbonamenti esclusi), agosto 70.541, settembre 72.050. Chi ci mantiene? I lettori. Nei primi nove mesi 2010 abbiamo ricavato 21.186.140 euro tra vendite e abbonamenti e solo 418 mila euro di pubblicità. Contributi per l’editoria dalla Presidenza del Consiglio: zero. Dipendenti: 35 giornalisti e 5 non giornalisti. Vediamo ora Libero. Nella relazione al bilancio al 31 dicembre 2009, approvato dall’assemblea dei soci alla presenza del consigliere Belpietro, si ammette “la riduzione di 33 mila copie al giorno”. E si legge: vendite di settembre 2009, 78.406 copie (contro le 109 mila del luglio 2009, ultimo mese di Feltri); ottobre: 75.838 copie; novembre 71.032; dicembre 70.612. Nell’ottobre 2006 Feltri ne vendeva 153.991. Tre anni dopo, Belpietro è precipitato a meno della metà: 75.838. Da agosto 2009 a luglio 2010 Libero ha “tirato” (cioè stampato) – sempre secondo i dati Ads – 189.671 copie medie. Ma le rese, cioè le copie invendute che tornano indietro dalle edicole, sono una montagna: 82.488 copie. I contributi governativi infatti premiano gli spendaccioni, essendo basati sulle tirature lorde: più stampi, più spendi, più incassi e più distruggi carta al macero.

Filippo Facci attribuisce generosamente a Libero 100 mila copie, cioè la differenza fra tiratura e rese: 102.182 dall’estate 2009 a quella 2010. Ma quelle non sono le copie vendute in edicola (91.172), bensì quelle genericamente “diffuse”. Il dato include le copie cedute in blocco fuori edicola, a chissà chi (magari gli ospedali dell’editore Angelucci, enti, alberghi, treni) e chissà con quali sconti. Quelle vendute fuori edicola sono 17.841, di cui 14.185 “in blocco”. Il dato di Libero paragonabile al nostro di settembre 2010 (72.050 in edicola più 40 mila abbonati: 112 mila copie “vere”) è la misera cifra di 73.334 che l’Ads classifica come “vendita canali previsti dalla legge”.

Come si mantiene, allora, Libero? Grazie al contributo governativo: l’ultimo noto, nel 2008, era di 7,2 milioni di euro. E grazie alla pubblicità raccolta dalla concessionaria Visibilia dell’on. Daniela Santanchè (che ha appena lasciato il campo alla Publikompass, gruppo Fiat): 10,8 milioni. A Concita De Gregorio, direttore de L’Unità, che lamentava la distorsione del mercato pubblicitario che premia la concessionaria di Libero, Facci ha risposto sventolando le dure leggi del mercato: “L’Unità vende 42 mila copie, Libero supera le 100 mila: basterebbe questo a chiudere il discorso”.

In realtà ne apre due, di discorsi: quello delle copie e quello della pubblicità graziosamente concessa agli amici del governo da società statali, parastatali, concessionarie pubbliche, ministeri, aziende autonome ecc. Dal bilancio di Libero 2009 risulta che la raccolta pubblicitaria (10,8 milioni) è cresciuta del 26,5% (+2,3 milioni sul 2008), in un mercato dei quotidiani che flette del 18,6% (dato Nielsen) e a fronte di un crollo di copie vendute (per mascherarlo, il bilancio 2009 di Libero non riporta più i ricavi da vendita).

Morale della favola: il Fatto vende 40 mila copie più di Libero e chiude il suo bilancio in largo attivo senza un euro di fondi pubblici e con appena 400 mila euro di pubblicità. Libero vende 40 mila copie in meno e sta in piedi, con un organico più del doppio del nostro (98 dipendenti contro 40), grazie ai 10 milioni di pubblicità e ai 7 di fondi pubblici. Con quei soldi in più, noi potremmo creare un altro Fatto e assumere altri 100 giornalisti. Ma preferiamo restare così: piccoli e liberi.



Dopo il fango “Libero” passa alle balle (26 ottobre)
Il direttore Maurizio Belpietro dice di non ricevere finanziamenti pubblici, ma li chiede sempre
di Marco Lillo

Maurizio Belpietro, dopo aver mentito sulle vendite del nostro giornale giovedì scorso ad Annozero (“Il Fatto perde copie”), quando è stato preso in castagna da Marco Travaglio (vedi articolo precedente qui sopra) ne ha detta un’altra sui conti propri. Nel suo editoriale di domenica scorsa il direttore di Libero ha scritto: “Travaglio ha raccontato almeno un paio di balle. La prima è quella sul contributo pubblico, senza il quale secondo Travaglio Libero non starebbe in piedi…. Marco potrebbe agevolmente telefonare al dipartimento dell’editoria per scoprire che il nostro giornale non percepisce un euro di denaro pubblico dal 2007 e ciò nonostante sta in piedi senza problemi”.

Effettivamente al Dipartimento, ma anche agli amministratori della società editrice Libero che lo scrivono nel bilancio 2008, risulta che il quotidiano ha incassato 7,7 milioni nel dicembre 2008 (con riferimento ai conti del 2007) e ha iscritto nel bilancio di quell’anno una sopravvenienza di 1,2 milioni dovuta al maggiore incasso rispetto alla somma di 6,5 milioni prevista. Per smentire Belpietro, comunque, basta leggere Belpietro stesso. Nel 2008 quando dirigeva Panorama e dedicava un’inchiesta allo scandalo dei contributi pubblici, Belpietro scriveva un editoriale titolato “Perché dico basta ai giornali assistiti”. Dopo aver ricordato i 39 milioni incassati da Libero in sette anni, Belpietro aggiungeva: “Senza contributo pubblico forse i giornalisti si sforzerebbero di fare giornali migliori”.

Poi è arrivato a Libero, è diventato consigliere di una società che chiede una dozzina di milioni allo Stato, e ha cambiato idea. Sarà per colpa dei troppi contributi che il suo Libero, con la pancia piena corre poco e ha dimezzato le copie rispetto al glorioso 2006 di Feltri. La smentita più sonora alla balla di Belpietro (Libero sta in piedi senza soldi pubblici) arriva dal bilancio approvato dal consigliere di amministrazione Maurizio Belpietro, il 13 maggio scorso.
Nelle relazioni che accompagnano il bilancio si legge che Libero:
1) ha chiesto i contributi per il 2008 e il 2009 e li ha iscritti a bilancio per 6 milioni all’anno;
2) non ha ancora incassato un euro per il 2008 perché le carte non sembrano a posto alla Presidenza del Consiglio;
3) senza quei contributi, la società non sarebbe in equilibrio. Come tante società del sud, l’Editoriale Libero Spa ha bisogno dell’aiuto dello Stato per sopravvivere. La foto scattata dai suoi amministratori è impietosa: Libero da un anno aspetta con il cappello in mano davanti ai tecnici del Dipartimento dell’editoria che non vedono chiaro nella sua documentazione.

La società di revisione BDO ha certificato il bilancio con questa postilla; “L’equilibrio economico e finanziario della società è strettamente legato all’ottenimento dei contributi suddetti”. Anche l’amministratore nella sua relazione spiega: “Il contributo di competenza dell’esercizio 2008 non risulta ancora liquidato dal Dipartimento dell’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri. Il ritardo nella liquidazione è attribuibile ad alcune verifiche in corso relative al rispetto dei requisiti previsti dalla legge 250 del 1990 già da noi dimostrati in sede di istruttoria. La società ha fornito agli organi verificatori la piena collaborazione per accelerare l’iter di verifica… il ritardo nella liquidazione sta comunque segnando un peggioramento della posizione finanziaria che potrebbe, in caso di protrarsi dei termini di incasso, trasformarsi in uno stato di tensione finanziaria”.

Per avere un’idea di quanto sia importante il contributo per Libero, basti un dato: nel 2008 supera il totale del costo degli stipendi. Gli amministratori di Libero ammettono di aver risolto i problemi solo grazie ai soldi della famiglia Angelucci “con il supporto del socio unico Fondazione San Raffaele nei confronti dei quali già è iscritto tra i debiti del bilancio un’anticipazione finanziaria di oltre 5 milioni”.

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