lunedì 4 ottobre 2010

Cronistoria e sistemazioni della Lega Ladrona: l'assalto alla diligenza

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Dicono che Roma è "ladrona", ma si infilano nelle istituzioni della Repubblica, nelle Società, dappertutto... peggio di un cancro. Il Dossier de l'Espresso.



TUTTA LA VERITA' SULLA LEGA
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Asl. Banche. Aeroporti. Autostrade. Comuni e Province. Rai, holding pubbliche e multiutilities.
Bossi e i suoi boiardi verdi conquistano tutti i posti che contano. Meglio della vecchia Dc. E pesano sempre di più nella maggioranza.

DI TOMMASO CERNO E LUCA PIANA (ha collaborato Mariaveronica Orrigoni)

Su una cosa Umberto Bossi ha ragione: l’acronimo Spqr è superato. Sono Padani Questi Romani, ormai, e sempre più numerose le poltrone che portano il vessillo del Sole delle Alpi. Mentre il Senatùr suona il solito disco contro la capitale ladrona, alzando il dito medio o etichettando come porci i suoi abitanti, il peso politico del Carroccio aumenta in Parlamento. E silenziosa avanza la discesa leghista oltre il Rubicone. Fino al Tevere: consigli di amministrazione, posti chiave in Rai e nei grandi enti pubblici, presidenze e nomine continue allargano la ragnatela verde passando per banche, fondazioni, aeroporti, autostrade, multiutilities, Asl e partecipate milionarie di Comuni e Province.

È la versione padana del “divide et impera”, l’allievo che sta superando perfino i maestri della vecchia Democrazia cristiana. Quella Lega che divide il Paese invocando il federalismo e poi impera grazie a un esercito di parenti, amici, trombati e ripescati. Sono loro, i nuovi boiardi del Carroccio lanciato nella battaglia fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, i veri vincitori. Perché fra i due litiganti, premier e presidente della Camera, entrambi sfiancati dalla bufera mediatica e dalla guerra politica, è l’Umberto che gode.

Il caso Unicredit, la banca decapitata grazie alla rivolta delle Fondazioni azioniste, è solo la punta di un iceberg. Forse il segnale del salto di qualità della “reconquista” leghista, che oggi può contare su una rete da far invidia a De Mita, Craxi e Fanfani. È tutto annotato a matita nelle agende dei big. Gli uomini nuovi, che tanto nuovi nei metodi non sono. Dal governatore veneto Luca Zaia a quello piemontese Roberto Cota, fino a Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti, passando per Roberto Maroni.

VOGLIAMO CREDITO.
Tra banche e dintorni, il debutto della Lega era stato disastroso, con il dissesto della Credieuronord, che contava fra i soci anche Bossi e la moglie: andò a rotoli fra prestiti allegri e indagini per riciclaggio. A dispetto di questi inizi, sulle banche ora la Lega Nord ha addirittura alzato il tiro. Ha potuto farlo grazie a due fattori: i successi elettorali e la posizione di forza dell’alleato di sempre, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quando la posta è importante, quando sono in ballo i colossi pubblici come Eni o Enel, è Tremonti a condurre il gioco.

Quando si tratta di poltrone lombarde, il ministro lavora di concerto con Giorgetti, braccio destro di Bossi per le questioni finanziarie. L’hanno fatto per la nomina di Massimo Ponzellini alla presidenza della Popolare di Milano. E si sono ripetuti nella spartizione dei posti nella Fondazione Cariplo, uno dei principali azionisti di Banca Intesa (ha il 4,68 per cento).

Appena si superano i confini della Lombardia, c’è spazio invece per altri padrini politici. Lo ha mostrato Gianna Gancia, presidente della Provincia di Cuneo, compagna di Calderoli. Appena si è liberato un posto nel consiglio generale della Fondazione CariCuneo (socia di un altro big del credito, Ubi Banca), vi ha piazzato una sua collaboratrice, Giovanna Tealdi, bruciando Guido Crosetto, uno dei boss del Pdl nel basso Piemonte. Il caso più eclatante è, però, quello della Fondazione Cariverona (vedi box a pag 40) protagonista del licenziamento del numero uno di Unicredit, Alessandro Profumo.

LA SANITA’ AFFONDA IN LAGUNA.
Una voragine nei bilanci fa vacillare il mito della sanità veneta. A scoperchiare la pentola, una lettera del direttore dell’Asl veneziana, Antonio Padoan, manager vicino al Pdl. Destinatario Domenico Mantoan, il neosegretario regionale alla Sanità che il governatore Luca Zaia ha scelto per mettere ordine nei conti, visto che ben l’80 per cento del bilancio è dirottato su ospedali e strutture di assistenza dopo il deficit di 101 milioni di euro registrato nel 2009 e il commissariamento affidato allo stesso Zaia. Nella lettera, intercettata da “Il Mattino di Padova”, Padoan denuncia come l’attività della Usl sia penalizzata dalla Regione che vieta di mettere a bilancio come attivo i 208 milioni di debiti ancora non ripianati dall’ente: "Tale credito non emerge dalla documentazione ufficiale in quanto la Regione con la nota del 26 aprile 2010 (Zaia si era appena insediato, ndr) ha intimato di non registrare tale valore tra i crediti". Una situazione in cui si troverebbero altre quattro o cinque aziende sanitarie venete, per un rosso che supererebbe così il miliardo di euro. La resa dei conti con il Pdl è dunque cominciata. Mentre Zaia annuncia un libro bianco, il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, da Cortina sventolava le tabelle sugli sprechi veronesi. Dove si parla di un rosso di 250 milioni dovuti ai venti ospedali scaligeri. Giorgio Sbrissa ha lasciato all’assessore alla Salute, Caterina Ferrero (Pdl), solo l’ordinaria amministrazione, fatta oggi soprattutto dei tagli imposti da Tremonti. Per sé invece, si è tenuto la regia della Città della Salute, come viene chiamato il previsto raddoppio dell’Ospedale Molinette. E si è dotato persino di un consulente ad hoc: Claudio Zanon, un dirigente del reparto di chirurgia della stessa struttura.

OBIETTIVO FIERA.
Più che all’interno, i nemici della Lega nella guerra delle poltrone si trovano fra gli alleati. Lo mostra l’assedio al presidente lombardo, Roberto Formigoni, costretto a cedere importanti porzioni di potere in vari settori, un tempo feudo esclusivo del movimento di Comunione e liberazione. I primi siluri al “presidente a vita”, come lo chiamano, sono arrivati sulla Fiera di Milano, dove oggi avanza Attilio Fontana, vicepresidente in quota Lega. Dopo le ultime elezioni regionali, poi, i successi leghisti si sono intensificati. A Lombardia Informatica, un colosso da 230 milioni di euro di ricavi, è arrivato come presidente Lorenzo Demartini, ex consigliere regionale con laurea in Scienze delle professioni sanitarie tecniche diagnostiche. Un altro leghista della prima ora, Paolo Besozzi, ha ottenuto la vice presidenza della Milano Serravalle, la società che gestisce l’autostrada per Genova, fulcro di appalti miliardari.

Preliminari, questi, che lasciano intuire come si giocherà la partita delle partite, la sanità, entro l’anno, quando verranno assegnati 45 posti da dirigente tra Asl e Aziende ospedaliere. Tre anni fa, al Carroccio ne andarono circa un quarto, mentre il Pdl - e la componente ciellina in particolare - intascò la maggioranza delle poltrone. Ora c’è la resa dei conti e la Lega che punta al raddoppio. Stesso clima in Piemonte.

LA CARICA DEGLI ZAIA BOYS.
Cosette di paese, fanno eco dal Veneto, dove ai vertici delle principali autostrade ci sono due presidenti di quelle province che Bossi sbraita da anni di voler abolire. E che invece sono ormai collaudati nominifici. Attilio Schnek guida la ricca provincia di Vicenza, quella che sui giornali finì più volte perché faceva, da sola, il prodotto interno lordo della Grecia. Caso vuole che sieda anche sulla poltrona più alta della Serenissima, la Brescia-Verona-Vicenza. Stessa sorte al trevigiano Leonardo Muraro, che da impiegato dell’Enel si buttò in politica e che oggi colleziona incarichi (è vicepresidente di Veneto Strade).

Va così nel feudo di Zaia, l’ex ministro delle Politiche agricole lanciato da Bossi per strappare il trono di Doge a Giancarlo Galan. E lui non s’è limitato a stravincere. Ha fatto in poche settimane piazza pulita dell’intera corte dogale, piazzando i suoi uomini nei posti di vertice della Regione. Da quelle parti c’è poi un assessore che fa sul serio. Nicola Cecconato, commercialista e tesoriere della Lega, ha festeggiato da poco la quattordicesima poltrona in contemporanea: è sindaco di Rai Trade e di Veneto Acque, supplente di Coniservizi, presidente del collegio sindacale di Ater Treviso e di AscoTlc, nonché revisore unico di Veneto Infrastrutture Servizi srl e dei comuni di San Biagio e Paese, presidente del collegio di revisori a Mogliano e chi più ne ha più ne metta. Gli è riuscito il gran colpo di strappare il record a un altro leghista, Leonardo Ambrogio Carioni, presidente della provincia di Como, dell’Unione delle province lombarde e di Sviluppo Sistema Fiere. E che se mai gli avanzasse tempo, non si preoccupa: ha pure un posto nel cda della Pedemontana veneta tanto cara a Bossi.

Che la rete padana funzioni, lo dimostrano perfino i concorsi. A Brescia, la Provincia guidata da Daniele Molgora, padano di nascita e di tessera, cercava otto funzionari a tempo indeterminato. E sei dei vincitori sono, caso vuole, di simpatie leghiste. Si passa da Sara Grumi, figlia di quel Guido assessore al Comune di Gavardo, a Katia Peli, nipote dell’assessore provinciale Aristide, bossiano di ferro. Silvia Ranieri, invece, non ha avuto bisogno di raccomandazioni da parenti. È direttamente lei la leghista: capogruppo al consiglio di Concesio.

L’INDUSTRIALE SALTA SUL CARROCCIO.
Imprenditori, industriali, professionisti di successo unitevi. Perché dirsi leghista va ormai di moda anche ai vertici delle associazioni di categoria e l’onda verde fra gli uomini d’affari è all’ordine del giorno come lo erano le insegne scudocrociate ai tempi di mamma Dc. In Veneto l’inno di Mameli è già da tempo sostituito dal “Va’ pensiero” in Camera di commercio come all’Unindustria: simpatie padane le ha Roberto Zuccato, potente presidente degli industriali vicentini, così come il neopresidente della Confindustria veneta, Andrea Tomat piace, ricambiando, ai bossiani. Pure a Veronafiere arriva un imprenditore gradito alla Lega come Ettore Riello, che assieme al collega Furio Bragagnolo, patron della Pasta Zara, non nasconde il gradimento per Bossi e i suoi. Stessa musica a Padova con l’industriale Francesco Peghin e il leader dei commercianti Fernando Zilio. In Piemonte lo diceva già l’avvocato Gianni Agnelli, che la Fiat sta necessariamente con chi è al governo.

Ma con il passare degli anni le cose si sono spinte più in là e c’è chi ha parlato di una vera e propria “love story” fra il presidente leghista Roberto Cota e i vertici della locale Confindustria. In particolare, con Gianfranco Carbonato e Mariella Enoc, numeri uno rispettivamente degli imprenditori torinesi e di quelli piemontesi. Un rapporto troppo stretto con la politica, tuttavia, non sempre giova. E la Enoc, titolare di un gruppo attivo nel campo della sanità privata, nonché vice-presidente della Fondazione Cariplo, lo ha sperimentato in prima persona. Nel luglio scorso, Cota l’ha voluta a capo di una commissione di esperti che avrebbe dovuto aiutarlo a "definire le linee strategiche" della sanità piemontese. Un incarico che le è costato un’ondata di critiche e ha sollevato polemiche pure sul conflitto d’interessi. Avanzata verde pure per Fabio Ravanelli, profumiere dei marchi Intesa e Breeze, che alla fine ce l’ha fatta a scalare i vertici di Unindustria Novara forte delle simpatie per il Carroccio di Cota, Calderoli e Giorgetti.

VOGLIA D’AUTONOMIA.
Il villaggio di Asterix, poi, si chiama Friuli Venezia Giulia. Là, nella terra autonomista dove il Carroccio piazzò il primo governatore della storia d’Italia, Piero Fontanini nel 1993, è ancora costui il luogotenente del Senatùr. E ha le idee chiare. Alla vicepresidenza della ricca concessionaria autostradale Autovie Venete ha sistemato Enzo Bortolotti, il sindaco sospeso dal municipio della piccola Azzano Decimo perché non pagava le multe al suo Comune. Oggi intasca lo stipendio della Spa che sta costruendo la terza corsia sull’A4, un lavoretto da 2 miliardi di euro, se basteranno. Alla Promotur, che promuove i pacchetti turistici è fresco di nomina Stefano Mazzolini, rampante leghista che in curriculum elenca una trombatura alle regionali e una dichiarazione falsa dei titoli di studio quando occupò, per pochi giorni, il vertice dell’Aiat di Tarvisio, a ridosso dei mondiali di sci. Rispunta pure Loreto Mestroni, l’ex assessore all’Ambiente che a un convegno spiegò che forse era meglio costruire due termovalorizzatori, perché così ci sarebbe stato un posto anche per Forza Italia. Oggi è, appunto, al vertice dell’Agenzia per l’energia.

MI MANDA COTA.
A Torino un berlusconiano della stazza di Galan non esiste, ma lo scontro Lega-Pdl non è certo meno aspro. L’uomo forte da quelle parti è il governatore Cota, che a spese dei contribuenti piemontesi s’è dotato di ben due portavoce, dal costo complessivo di oltre 200 mila euro l’anno: uno a Torino, uno nella capitale, per avere visibilità in quella "Roma ladrona" che i leghisti contestano, ma solo a parole. Cota si è così dimostrato un vero tattico delle poltrone. Cercando alleanze, come ha scritto il quotidiano on line “Lo Spiffero”, persino con l’opposizione, pur di non lasciare spazio agli altri. Ha lasciato al Pdl la presidenza della Finpiemonte, la finanziaria deputata a fare da intermediario per i mutui agevolati. A un suo simpatizzante, Paolo Marchioni, ha invece riservato la guida della Finpiemonte Partecipazioni, la vera macchina da soldi, una holding che possiede ben 33 partecipazioni diverse e che tiene i delicati rapporti con i privati, che spesso figurano come azionisti delle controllate.

BOIARDI DI PADANIA.
Pure mamma Rai, da un bel pezzo, si sposa con rito celtico. Senza scomodare il potente vicedirettore generale Antonio Marano, di cui le cronache padane sono zeppe, nell’odiata televisione di Stato spicca un conduttore (e vicedirettore di RaiDue) come Gianluigi Paragone. In squadra anche Milo Infante e il capo del centro produzioni milanese, Massimo Ferrario. Posticini, come ai bei tempi, che segnano il sorgere del sole delle Alpi sempre più presto al mattino. Non di solo etere vive Bossi, però. Né la lottizzazione si ferma certo a spa locali e aziende sanitarie. È nei colossi di Stato che il Carroccio entra sempre più a gamba tesa.

Gianfrancesco Tosi, ingegnere meccanico, è il presidente del Centro della Cultura Lombarda istituito dalla Regione, ma è anche seduto nel cda dell’Enel dal 2002. All’Inail c’è invece un altro leghista doc, Mario Fabio Sartori, mentre Zaia, già nella precedente vita da ministro, ha portato Dario Fruscio al vertice dell’Agea, l’agenzia che vigila sull’erogazione dei fondi comunitari per l’agricoltura. Risponde colpo su colpo Giorgetti, il quale ha sistemato quel Dario Galli che, non bastando la presidenza della provincia di Varese, siede anche in Finmeccanica. O ancora lo psicoterapeuta Roberto Cadonati, dottore esperto di dinamiche di coppia, finito nel cda di Cinecittà. Peccato che stavolta la trama sia: poltrone arraffate e cda lottizzati. Un film già visto.

VENETI E LOMBARDI DIVISI DALLE BANCHE.
A Verona stavolta l’amore non sboccia. Anzi è scontro fra leghisti veneti e big lombardi. Le scintille, mai ufficiali, sono arrivate dopo il caso Unicredit. Sembra proprio che a Verona, la coppia di amici-nemici costituita dal sindaco Flavio Tosi e dal governatore del Veneto Luca Zaia abbia monopolizzato le nomine nel consiglio generale della Fondazione Cariverona, azionista di Unicredit (ha il 4,98 per cento) diventando protagonista solitaria del blitz che ha portato al licenziamento del numero uno dell’istituto, Alessandro Profumo.

A metà settembre scadevano 25 consiglieri della Fondazione su 32: ben dieci fra i nominati sono in area Lega. Il curriculum? Un dettaglio: sono arrivati in Fondazione, tra gli altri, l’avvocato di Tosi e il titolare di un’agenzia di comunicazione. Al quartier generale milanese pare non sia troppo piaciuta, però, la sortita di Tosi, impegnato da mesi nella battaglia contro l’ad Profumo. Anche perché gli appetiti della Liga veneta sul colosso bancario hanno colto alla sprovvista i lumbard, indietro nelle nomine delle Fondazioni. E se il governatore Zaia, capita l’antifona, ha gettato acqua sul fuoco allineandosi alle cautele del Senatùr sul rischio della scalata libica, da Treviso lo sceriffo Giancarlo Gentilini ha invece affondato il colpo. E in qualche modo confermato la voglia di autonomia bancaria del Veneto, smentendo addirittura Bossi sui timori: "Le banche vanno dove ci sono i soldi, per cui benissimo andare in Libia", ha tagliato corto. Dietro le divisioni fra big padani, però, ci sono forse anche questioni più complesse. Nel giorno del licenziamento di Profumo, infatti, il fuoco alzato da Tremonti contro i leader delle Fondazioni di Verona e di Torino, potrebbe avere motivazioni più articolate. Lo suggerisce l’attacco alle Fondazioni stesse arrivato l’indomani da parte di Cesare Geronzi, presidente delle Generali e vecchio compagno di battaglie del ministro dell’Economia. Forse, nell’alta finanza, i giochi sono appena iniziati. E avere le Fondazioni in crisi di legittimazione, può servire a chi vuole avere il pallino in mano.

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