martedì 30 novembre 2010

La donna triste che uccide la Cultura. La bile di Berlusconi sulle proteste

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La Cultura è pericolosa, per le menti distorte che sostengono un Regime. Va calpestata, umiliata e infine uccisa. Solo così un Regime si vendica di chi pensa con la propria testa e quindi può esprimere dissenso.

Proteste dappertutto. Studenti, professori, ricercatori, comuni cittadini giovani e meno giovani: tutti uniti contro la distruzione della Cultura, contro lo scempio imposto a Scuola e Università. Sempre meno soldi, sempre più disoccupati nel settore, sempre più rovinate le fucine del libero pensiero. A colpi di maggioranza e senza accettare alcun dialogo con nessuno, il centro destra assesta un altra mazzata alla Camera, e ora lo stupro passa al Senato per essere completato.

"Gli studenti veri sono a casa a studiare", dice con la bile in bocca il nemico della Democrazia, e la ministra della D-Istruzione parla come al solito di "studenti strumentalizzati", senza entrare (non l'ha mai fatto) nel merito dell'assassinio che essa compie come braccio armato del Regime.

E' uno schifo: è così palese che questa maggioranza vuole distruggere il paese, che il cuore fa male, e tanto. Fa male soprattutto perché sono ancora tanti gli inebetiti imbecilli che credono alle parole di questi delinquenti eversori della nostra società civile e del nostro ordinamento giuridico.

Una considerazione infine su Gianfranco Fini: lo stesso Rauti anni fa non ne parlava per niente bene, Rauti! Beh, Fini ultimamente aveva fatto pensare che forse era cambiato, ora ha mostrato che chi ci ha creduto è stato davvero un fesso. Fli ha votato a favore di questo scempio. Fini è clownesco, patetico: fa la morale a Berlusconi, lui che ha votato le leggi ad personam per proteggerlo, lui che ha scritto la Bossi-Fini sull'immigrazione. Un giorno dice A, un giorno dice B, quasi a voler dimostrare che conta qualcosa. In realtà Fini (e Fli) è totalmente inaffidabile come partner e leader politico, pensa solo a se stesso, un vero camaleonte pieno di sé. Fare il presidente della Camera gli ha dato alla testa, ora pensa di essere chissà chi. Al giudizio della Storia Fini farà sempre una pessima figura: inaffidabile per la Democrazia, scostante, né carne né pesce. Una persona inutile, totalmente.


Ddl Gelmini, cariche della polizia a Roma. A Palermo irruzione nel Municipio
A Bologna escrementi in una sede del Pdl. A Milano scontri con i carabinieri. A Pisa bloccata la A/12. In tutta Italia si riaccende la protesta
da Il Fatto Quotidiano

A Roma le cariche della polizia, a Milano momenti di tensione. Occupate arterie cittadine, stazioni ferroviarie e autostrade. Una nuova giornata di proteste contro la riforma Gelmini che ha interessato tutte le maggiori città italiane, da nord a sud. A Palermo gli studenti hanno fatto irruzione nel municipio, a Bari hanno occupato il teatro Petruzzelli, a Firenze flash mob su ‘I funerali dell’Università’ e a Bologna è stata bloccata l’autostrada A14. In attesa del via libera della Camera dei deputati, le manifestazioni contro la riforma Gelmini non si fermano. Ecco gli aggiornamenti città per città.

Roma. Al grido di “Se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo l’eurostar” gli studenti hanno bloccato alcuni binari della stazione Termini. Una lunga giornata quella della Capitale che è iniziata nei pressi di piazza di Montecitorio dove si sono verificati scontri fra manifestanti e forze dell’ordine.

La cronaca. Il corteo di questa mattina aveva cercato di raggiungere la Camera dei deputati dove è in discussione la contestata riforma della scuola. Ma l’accesso alla piazza era completamente bloccato da due file di blindati e da decine di poliziotti in assetto antisommossa. A quel punto i dimostranti hanno lanciato uova di vernice e petardi contro i cordoni delle forze di polizia. Dopo le cariche, alcuni manifestanti si sono diretti verso piazza del Popolo, mentre altri hanno abbandonato il corteo. Secondo alcuni testimoni, durante gli scontri molti ragazzi sono stati colti da crisi di panico mente un manifestante è stato fermato dalla polizia. “E’ come Genova, violeremo la zona rossa”. Questo uno degli slogan urlati dai manifestanti mentre cercavano di avvicinarsi ai palazzi della politica. Solo dopo qualche ora la situazione è tornata tranquilla. Qualche ora prima un migliaio di giovani hanno riempito la scalinata del Campidoglio. Presenti centinaia di dimostranti degli istituti superiori della città, tra cui L’Ilaria Alpi, il Gassman, il Visconti e il Virgilio. Ma anche ricercatori e universitari, oltre a sindacalisti della Cgil. Gli slogan: “La nostra cultura a noi non fa paura”, “Come nasce la dittatura, con i tagli alla cultura“.

Palermo. Un migliaio di studenti ha fatto irruzione nel municipio durante la seduta del consiglio comunale che è stata subito sospesa. I manifestanti appartengono al Coordinamento studenti medi Palermo e delle Facoltà di Lettere e Filosofia e Scienze Occupate. Per loro il Comune è “simbolo della crisi di questo sistema politico, della rappresentanza e soprattutto del degrado nel quale versa la città”. Durante tutta la giornata il capoluogo siciliano è stato paralizzato dai cortei. Il centro storico, la zona dei palazzi della Regione e dell’Ars, le principali arterie commerciali, sono state percorse dai manifestanti che hanno realizzato il “blocchiamo tutto day”. Nel pomeriggio il corteo è uscito dal centro per andare a bloccare l’autostrada Palermo-Messina-Catania-Trapani.

Bologna. Gli studenti bolognesi hanno bloccato l’autostrada per poi dirigersi verso la stazione centrale. Ma ad aspettarli all’ingresso dello scalo ferroviario c’era un folto schieramento di polizia che ha impedito ai dimostranti di occupare i binari. In piazza Medaglie d’Oro sono volati degli oggetti e qualche manganellata. Ma l’episodio più eclatante si è verificato nella mattinata, quando alcuni giovani hanno rotto una vetrina della sede del Pdl di Via Santo Stefano per poi depositare all’interno dei locali una trentina di chili di escrementi. L’azione, secondo alcuni testimoni, sarebbe stata compiuta dai militanti dello Spazio sociale studentesco. Sempre durante la mattinata alcune migliaia di universitari e studenti medi è entrato, passando dal casello della Fiera, nel tratto cittadino dell’A14 e ha invaso entrambe le carreggiate. La circolazione era stata precedentemente deviata dalla polizia. Il lungo serpentone era partito dal centro della città. Poi ha deviato dai viali di circonvallazione su via Stalingrado per poi raggiungere gli uffici della Regione. Dalle torri di Kenzo Tange, la manifestazione si è diretta poi verso il casello. E, dopo un breve presidio, al grido di “blocchiamo tutto” è scattata l’invasione dell’autostrada.

Genova. Momenti di tensione, manganellate e brevi scontri con le forze dell’ordine anche nella città della Lanterna. Davanti alla Prefettura della città, i manifestanti hanno gridato “dimissioni”, “Berlusconi mafioso” e hanno lanciato oggetti, uova e fumogeni contro poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa. Alcuni tra gli organizzatori hanno cercato di riportare la calma, bloccando i manifestanti più esagitati, mentre le forze dell’ordine tiravano qualche manganellata ferendo un giovane. Dopo questi attimi di tensione, il corteo, che proveniva da piazza Caricamento, ha ripreso la strada verso piazza Corvetto. Tra gli slogan della protesta: “Contro la crisi del padrone lotta di classe rivoluzione” e “sciopero generale”.

Milano. Momenti di tensione anche nel capoluogo lombardo dove si sono registrati dei contatti fra i manifestanti e i carabinieri dopo che una parte del corteo si è staccata dalla manifestazione principale per tentare di raggiungere Palazzo Marino, sede dell’amministrazione comunale. L’episodio è avvenuto in Via dell’Orso, in pieno centro. Dopo quegli attimi gli studenti si sono diretti in via Manzoni, all’altezza di Montenapoleone, una delle strade del quadrilatero della moda. Manifestanti da una parte, carabinieri e polizia dall’altra, qualche momento di tensione ma niente scontri. Ai cortei di Milano hanno partecipato almeno 5mila gli studenti. Il corteo principale era partito da piazza Cairoli, attraversando il centro della città. Poi però si è separato in diversi spezzoni che hanno messo in difficoltà le forze dell’ordine. Dopo una breve occupazione delle stazioni Cadorna e Garibaldi e dopo il lancio di uova contro una sede distaccata dell’Università Cattolica, una parte degli studenti ha fronteggiato le forze di polizia in corso di Porta Romana, ma non si sono registrati scontri.

Torino. E’ da poco terminata l’occupazione delle due stazioni cittadine, Porta Nuova e Porta Susa. Ma la giornata è stata caratterizzata da vari momenti di tensione. Come a Milano il corteo principale si è diviso in due tronconi mandando in tilt le forze dell’ordine e il traffico della città. Il primo spezzone, composto da un centinaio di studenti ha bloccato uno dei più trafficati accessi alla tangenziale della città, in corso Regina Margherita. Il secondo si è invece diretto verso la stazione di Porta Nuova con lo scopo di bloccare il transito dei treni. Durante le proteste si sono registrati anche diversi momenti di tensione tra i manifestanti e gli automobilisti. Durante la mattinata alcune decine di studenti hanno fatto un blitz negli uffici del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca in via Pietro Micca. Prima hanno colpito il portone d’ingresso con un lancio di uova, poi sono riusciti a sfondarlo e sono saliti al secondo piano, dove si trovano gli uffici. Si sono fermati soltanto davanti ai vetri antiproiettile che proteggono i dipendenti del ministero.

Brescia. Scontri in piazza Loggia e nell’aula magna della facoltà di Economia e Commercio occupata. Intorno alle 10 di questa mattina il corteo degli studenti ha cercato di forzare il cordone di sicurezza che si trovava di fronte a palazzo Loggia, per entrare nella sede dell’amministrazione comunale. Ne sono nati dei tafferugli in cui i manifestanti hanno lanciato bottiglie contro le forze dell’ordine e gli agenti hanno fatto ricorso al manganello. Un giovane è stato fermato. Poco dopo, gli studenti si sono spostati nella facoltà di Economia dove attualmente si trovano.

Venezia. La terrazza (altana) di Palazzo Cappello che si affaccia sul Canal Grande è stata occupata da una ventina tra ricercatori, precari e studenti. Sulla facciata è stato steso lo striscione “Ddl gelmini no riforma sì”, scritto in rosso e blu come la vecchia matita per correggere i compiti in classe. Verso il tetto, invece, è comparsa su un lenzuolo bianco la scritta che recita “difendiamo la ricerca”. In terraferma, lungo il Corso del Popolo di Mestre, circa 200 studenti delle scuole medie superiori hanno sfilato con musica a tutto volume, slogan e striscioni. Tra le scritte “blocchiamo la riforma” e “rovinate la scuola, distruggete il futuro”.

Firenze. Un corteo di alcune centinaia di manifestanti, che in mattinata aveva cercato di bloccare l’austostrada senza riuscirvi, nel pomeriggio ha occupato il Ponte alla Vittoria, uno degli snodi principali del traffico cittadino. I contestatori hanno paralizzato il traffico causando code lunghissime lungo tutti i viali di circonvallazione. Il corteo era partito stamani dal Polo di Scienze sociali di Novoli. Intanto, davanti al rettorato di piazza San Marco sta andando in scena un flash mob su ‘I funerali dell’Università‘: un centinaio tra studenti e ricercatori vestiti con maschere mortuarie ha riempito i giardini della piazza di finte lapidi. I manifestanti dovrebbero presto recarsi alla vicina Facoltà di Lettere occupata.

Pisa. Oltre 5 mila universitari sfilano in corteo lungo la bretella che collega l’ Aurelia al casello di Pisa centro. Il lungo serpentone di giovani ha letteralmente paralizzato il traffico in uscita a Sud della città e si dirige ora verso il casello autostradale della A12. Gli stessi contestatori nel pomeriggio hanno occupato i binari della stazione, bloccando i treni in arrivo e in partenza. Questa mattina in migliaia, si parla di 7.000, hanno percorso in corteo i lungarni cittadini per protestare contro il disegno di legge di riforma universitaria. In più punti della città il traffico risulta paralizzato o fortemente rallentato a causa del lungo serpentone di manifestanti. Intanto, alcune centinaia di studenti medi superiori hanno raggiunto il Ponte delle Bocchette, alla periferia nord est della città bloccando una delle principali vie d’accesso.

L’Aquila. Prosegue, da ieri, l’occupazione in tre facoltà dell’Università dell’Aquila (Scienze, Ingegneria, Lettere e Filosofia); gli studenti hanno elaborato e condiviso un documento per mettere in evidenza i punti di criticità del Ddl Gelmini in discussione alla Camera. La piattaforma, discussa nel polo scientifico di Coppito, definisce “inaccettabili” i contenuti del Ddl riguardo alla governance degli atenei e contesta i tagli, “l’ingresso dei privati nei Cda accademici” o il ricorso al prestito d’onore. Le assemblee denunciano anche la difficile situazione del diritto allo studio nel capoluogo abruzzese, che vive ancora le difficoltà del post terremoto. Tante le adesioni, nonostante la neve caduta copiosa stanotte e le temperature rigide. Per la città dell’Aquila, l’occupazione di facoltà universitarie rappresenta un evento straordinario: gli ultimi episodi, ad eccezione di qualche caso sporadico, risalgono a quindici anni fa.

Napoli. Gli studenti di Scienze Politiche della Federico II di Napoli hanno esposto dal terrazzo del Palazzo Reale che affaccia su Piazza Plebiscito uno striscione con la scritta “c’è chi dice No”. Questa mattina il corteo era partito, da piazza del Gesù. Sacchetti di immondizia sono stati gettati davanti all’ingresso del palazzo della Provincia e il lunotto posteriore di un’auto della polizia sfondato dai dimostranti dinnanzi all’ingresso della Questura in via Medina. Mentre in via Chiatamone alcuni contestatori hanno lanciato vernice rossa contro l’insegna del Cepu. Lanci di uova, sacchetti d’immondizia e vernice rossa anche contro il portone della sede dell’Unione degli industriali di Napoli, in piazza dei Martiri.

Bari. “Gelmini cala il sipario”: è quanto scritto sullo striscione srotolato da un balcone del teatro Petruzzelli di Bari, da una delegazione di studenti dell’Università di Bari che ha occupato simbolicamente il Politeama. “Lo stesso striscione lo abbiamo srotolato ieri dall’interno del teatro Piccinni di Bari, ma alcuni esponenti del centrodestra al Comune lo ha strappato: sono ancora visibili – sottolineano – i lembi dello striscione che sventolano”. Fuori dal teatro Petruzzelli ci sono numerosi studenti e ricercatori baresi. “Eravamo partiti in 600 da centro città – dicono gli organizzatori – e poi ci siamo incontrati con altri gruppi di studenti del Campus al ponte di corso Cavour”, che successivamente, dopo poco, hanno liberato.

Catania. La stazione ferroviaria di Catania è rimasta bloccata per un’ora, dalle 11.20 alle 12.20. La circolazione ferroviaria è tornata alla normalità dopo che i manifestanti hanno abbandonato i binari. Il blocco del traffico, secondo quanto hanno comunicato le ferrovie dello Stato, ha causato ritardi medi di 25 minuti per due treni a lunga percorrenza.

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lunedì 29 novembre 2010

Gli scandali di 2 anni di governo Berlusconi


Bell'articolo de Il Fatto Quotidiano, che con amarezza fa osservare che da noi gli scandali sono alla luce del sole. Io tremo pensando che chissà quali sono quelli nascosti... Buona lettura, tenete fermo lo stomaco.


Oltre Wikileaks, da Bondi fino a Brancher. Tutti gli scandali del governo Berlusconi
In Italia non c'è bisogno di nuove rivelazioni internazionali. Qui tutti gli scandali, quelli vecchi e quelli nuovi, sono alla luce del sole

Le rivelazioni di Wikileaks sono l’ultimo graffio su una macchina che sembra pronta alla rottamazione. I problemi di Silvio Berlusconi non si limitano ai rapporti con gli americani che lo considerano un “inaffidabile e vanitoso” amico di Putin. Accanto al timore per il contenuto dei nuovi cablogrammi Usa che sarà reso noto nei prossimi giorni, il premier deve fare i conti con la quotidianità degli ultimi mesi: i rifiuti di Napoli, la ricostruzione mancata dell’Aquila, l’Unione europea che proprio oggi ha richiesto una nuova manovra finanziaria se l’Italia non ridurrà al 3% il rapporto deficit/Pil entro il 2012 (ora la previsione è del 3,5%). Insomma, c’è poco da stare allegri. Anche perché, il 14 diccembre è alle porte. Quel giorno Berlusconi si troverà sotto un fuoco incrociato. Da una parte la Corte costituzionale che si esprimerà sulla legittimità del lodo Alfano, dall’altra la fiducia all’esecutivo a Camera e Senato. Ma non è tutto. Nelle ultime settimane, il Cavaliere si è dovuto pure adoperare per convincere il ministro Mara Carfagna a non dimettersi e a non lasciare il Pdl. Ha fronteggiato il caso Ruby, la giovane marocchina “salvata” con una telefonata alla questura quando lei era minorenne e ha dribblato le ultime rivelazioni di Nadia Macrì. Ovvio quindi che il presidente del Consiglio sia in affanno. Anche perché il suo esecutivo non sta meglio. I ministri o gli ex ministri nella bufera sono tanti. Il caso Bondi, che ha sistemato figlio ed ex marito della compagna e poi aiutato (creando persino un premio cinematografico ad hoc) l’attrice ballerina bulgare Michelle Bonev, è solo l’ultimo di una lunga serie. Dopo Scajola, a cui pagavano casa a sua insaputa, dopo Brancher, ministro per due settimane e dopo Michela Vittoria Brambilla che tra Aci e ministero ha sistemato la metà dei fedelissimi, nella corte di re Silvio l’aria ormai è da fine impero.

Ma ecco una guida ragionata e necessariamente breve ai protagonisti dei principali scandali degli ultimi mesi.

Aldo Brancher
Ministro per diciasette giorni. Tanto è durato il regno di Aldo Brancher al dicastero del Decentramento e della Sussidiarietà. Parabola discendente che termina il 28 luglio quando il tribunale di Milano condanna lo stesso Brancher a due anni di reclusione per ricettazione e appropriazione indebita nel processo con rito abbreviato per la vicenda Antonveneta. La sentenza dei giudici milanesi svela l’antefatto di una nomina subito definita ad personam. Si inizia il 18 giugno quando il presidente della Repubblica firma il decreto di nomina. Sei giorni dopo, il neo ministro invoca il legittimo impedimento e non si presenta in aula dove è indagato assieme alla moglie. I suoi legali parano le polemiche. Dicono che il loro assistito ha bisogno di tempo per riorganizzare il ministero. Niente tribunale, dunque. Il giorno dopo arriva la doccia fredda del Quirinale. Quel ministero, fa notare il Colle, è senza portafoglio. E dunque c’è ben poco da organizzare. Per il governo la situazione inizia a farsi insostenibile. Nella querelle entra anche il presidente della Camera. “Non voglio – spiega Gianfranco Fini – che nel mio partito e nel governo ci sia nemmeno il sospetto che c’è qualcuno che si vuol far nominare ministro perché non vuole andare in Tribunale”. E’ il primo di luglio. Un mese particolare per l’attuale leader di Fli. Da lì a poco, infatti, scoppierà l’affaire della casa di Montecarlo. Il cinque luglio, Brancher rompe gli indugi. Si presenta in aula e annuncia le sue dimissioni. Inizia e finisce così la storia dell’ex prete di Trichana (Belluno) che negli anni Ottanta molla la tonaca per seguire gli affari di Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri. Lui, l’unico ministro della storia repubblicana, reo confesso di aver pagato mazzette per conto della Fininvest. Capita negli anni Novanta, quando Tangentopoli travolge Napoli e il ministero della Sanità.

Gianni Letta
Abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa aggravata. Tanto vale perché il nome di Gianni Letta finisca sul registro degli indagati. La notizia sul sottosegretario alla Presidenza del consiglio deflagra alla fine di settembre del 2009. Le accuse nei suoi confronti sono legate a presunti favori a “La cacsina”, holding di cooperative vicina a Comunione e Liberazione. Si tratta di un appalto per un centro di assistenza per richiedenti asilo a Policoro, in provincia di Matera. L’indagine è partita dalla procura di Potenza (i primi accertamenti sono stati decisi dal pm Henry John Woodcock). Dopo un conflitto di attribuzione con Roma però, il fascicolo viene trasferito alla piccola procura di Lagonegro, in provincia di Potenza. Prima della carriera politica, Letta lavora alla Fininvest. Fa il vicepresidente. E come tale nel 1993 viene sentito solo come testimone dall’allora pm Antonio Di Pietro. Dice di aver dato un contributo al Psdi alla vigilia delle ultime elezioni europee del 1989. Il contributo sarebbe stato dato all’allora segretario Antonio Cariglia. Le indiscrezioni di quell’audizione finiscono sulle pagine dell’Espresso. Il settimanale scrive che ”i magistrati vogliono accertare se dietro quell’operazione si nasconda un reato di falso in bilancio, cioé se il versamento è stato regolarmente iscritto nei conti del gruppo Fininvest”. Pochi giorni dopo lo stesso Cariglia si reca dai magistrati di Milano per precisare: “Con Letta sono amico da tempo e, in una fase in cui i nostri rapporti con il PSI erano molto difficili, sapendo che la Fininvest aveva ottimi rapporti con il PSI, mi rivolsi a lui perché il PSDI avesse più spazio in televisione e non fosse discriminato”. Dopodiché in merito al versamento di una settantina di milioni di cui parla Letta, Cariglia chiarise: “Si è trattato di un contributo a titolo personale”.

Roberto Calderoli
Il ministro per la Semplificazione normativa finisce nell’inchiesta Antonveneta. A tirarlo in ballo è l’ex ad di Bpl e Bpi Giampiero Fiorani. Inizialmente, Calderoli viene indagato per appropriazione indebita. Accusa derubricata successivamente in ricettazione. E alla fine totalmente archiviata. In sostanza l’accusa ruota attorno alle dichiarazioni di Fiorani. Parole che coinvolgono anche Brancher. Secondo l’accusa gli indagati si sarebbero appropriati di somme di denaro grazie alla complicità di ex funzionari della vecchia Bpi con operazioni bancarie tra cui investimenti, disinvestimenti e fidi. Al centro c’è un interrogatorio di Fiorani che racconta di aver incontrato Brancher a Lodi e di avergli dato 200 milioni di euro. Denaro “che doveva dividere con Calderoli».

Renato Schifani
Non solo politica per il presidente del Senato Renato Schifani. Ci fu un tempo, infatti, in cui il politico Pdl faceva l’avvocato. Civilista. E non è un particolare di poco conto. Perché in tale veste ebbe, come cliente, Giovanni Bontate, fratello di Stefano, il principe di Villagrazia ucciso a Palermo nel 1981 e che poco prima di morire era salito a Milano per investire 20 miliardi di lire. Denaro dei clan, di cui però si sono perse le tracce. E sotto la Madonnina, stando a una fonte anonima citata dall’Espresso, Schifani ci veniva già a metà degli anni Ottanta per fare visita a Dell’Utri e al premier. Incontri cordiali in cui Berlusconi aveva il vezzo di chiamarlo “contabile”. Eletto nel collegio siciliano di Altofonte-Corleone, secondo il settimanale, Schifani, negli anni passati, giocò un ruolo decisivo mediando i rapporti tra i fratelli stragisti Filippo e Giuseppe Graviano, e il duo Berlusconi-Dell’Utri. La seconda carica dello Stato per tre volte è stato indagato e altrettante archiviato. Eppure le carte restano e come ha rivelato il Fatto, incastrano Schifani quantomeno a precise responsabilità politiche. A tirarlo in ballo è infatti il pentito Salvatore Lanzalaco per un appalto pilotato dalla mafia. Il sistema, come spiega il giornalista Lirio Abbate, era semplice: “Lo studio di progettazione di Lanzalaco preparava gli elaborati per le gare, i politici mettevano a disposizione i finanziamenti, le imprese si accordavano, la mafia eseguiva i subappalti”. Per Schifani, quindi, la situazione non è delle migliori. Con nuovi elementi d’accusa l’inchiesta potrebbe essere riaperta.

Sandro Bondi
Il ministro della Cultura si è rivelata una persona di cuore, disposta ad aiutare i “casi umani”, come li ha definiti, ma solo quelli della famiglia della compagna, Manuela Repetti. Ma si è speso anche per l’attrice ballerina bulgara Michelle Bonev, creandole, fra l’altro, un premio ad hoc alla mostra del cinema di Venezia. Dopo aver sistemato il figlio di Repetti, Fabrizio Indaco, si è impegnato per l’ex marito della donna, Roberto Indaco, riuscendo a individuare nella relazione di spesa del Fus 2009, in tempi di tagli selvaggi al settore, una consulenza da 25mila euro. “Si tratta di una vicenda molto dolorosa”, ha detto al riguardo chiedendo “rispetto” perché è una questione “del tutto personale e privata”. Pubblica, invece, la vicenda legata a Michelle Dragomira Bonev. Per l’amica “molto cara al presidente Berlusconi” il ministro Bondi ha inventato dal nulla, dando prova di infinita creatività, a una serata evento al Lido con presenza della collega di governo, Mara Carfagna, una targa premio, fotografi e comparse varie. In un turbine di smentite poi smentite e rismentite, il titolare della cultura ha scoperto, in pieno stile Scajola, di aver premiato un film fantasma: “Goodbye Mama”, che avrebbe dovuto consegnare Michelle Bonev al firmamento cinematografico internazionale, non l’ha visto nessuno. Né in Italia né in Bulgaria. Così come il cachet della serata: nessuno avrebbe pagato la trasferta della delegazione di 32 persone portate sulla laguna ad assistere alla farsa bondiana. Secondo il ministro ha pagato la Bulgaria, ma il portavoce del premier bulgaro smentisce: “Tutto a carico del ministero dei beni culturali italiani”. Bonev, per riconoscenza, è intervenuta nella bagarre di dichiarazioni: “Ho pagato tutto io”. O meglio, “il mio fidanzato”. Soggiorni a cinque stelle? Cene sontuose? Red carpet? A Sofia dubitano.

Venerdì il ministro della Cultura bulgaro, Vezhdi Rashidov, intervenendo telefonicamente a un programma televisivo (video sottotitolato), ha detto: “Il nostro viaggio al Lido? Ho un invito ufficiale del ministro Sandro Bondi” (ecco il documento). Poi il colpo di teatro. Una lettera protocollata del primo ministro bulgaro Borissov datata 30 agosto (ecco il documento), in cui addirittura le autorità bulgare dettano all’Italia le condizioni. “La tratta si deve svolgere in aereo: Sofia-Venezia-Sofia. Viaggio e alloggio saranno coperti da chi ci riceverà”. La questione sta diventando un caso diplomatico (leggi l’articolo), visto che ieri lo stesso Bondi è intervenuto per smentire l’omologo bulgaro. Così, dal film fantasma, emerge una sorta di telenovela. Con il finale ancora tutto da scrivere.

Claudio Scajola
Da ministro dell’Interno nel Berlusconi 2 vantava già un piccolo primato: il disastro organizzativo del G8 di Genova e la battuta “Marco Biagi era un rompicoglioni che voleva la scorta”. Fu solo la seconda che lo portò alle dimissioni. Ritornato in sella nell’ultimo esecutivo, si dimette per la seconda volta da ministro (questa volta per lo Sviluppo Economico) dopo lo scandalo cricca/Propaganda Fide, quando si scopre che il “mezzanino” vista Colosseo in cui il ministro vive è stato pagato in parte con 80 assegni circolari intestati all’architetto Zampolini per un totale di 900mila euro. Zampolini è il progettista vicino a Diego Anemone, imprenditore accusato di avere ottenuto diversi appalti dalla Protezione Civile in cambio di sostanziose mazzette, in forma di immobili a prezzi di comodo e ristrutturazioni non fatturate. L’inchiesta su Anemone trascina con sé molti nomi noti: il procuratore Achille Toro, il funzionario del ministero delle infrastrutture Ercole Incalza, l’ex ministro Pietro Lunardi, lo stesso capo della Protezione Civile Bertolaso. Il 4 maggio, Scajola lascia il posto di ministro, sostenendo di avere regolarmente pagato 600mila euro – con tanto di mutuo – per la casa e che il resto, se esiste, sia stato versato “a sua insaputa”.

Paolo Romani
Ha lavorato duro e alla fine è stato premiato con il ministero dello Sviluppo economico, come sostituto di Claudio Scajola. Romani del resto è uomo di fiducia di Silvio Berlusconi da decenni, per questo la titubanza del premier a nominarlo ha posticipato l’insediamento ufficiale per due mesi. Erano troppo amici, ma quando il Cavaliere ha avuto rassicurazioni di assoluta indipendenza da parte di Romani, ha sciolto le riserve. Romani del resto ministro lo era già da almeno da dieci anni, per gli amici è “il ministro delle tv”. Quelle di Berlusconi. Anche se, va detto, a Mediaset non ha mai lavorato. Ma per il Biscione ha sempre avuto buone idee. Nel 2005 è nominato sottosegretario alle Comunicazioni. Si allontana dalla capitale solo su incarico del Cavaliere per risolvere due vicende delicate: individuare un erede per guidare il partito in Lombardia, dove i ciellini di Formigoni creano qualche problema, e risolvere l’annosa e imbarazzante questione dell’area monzese della Cascinazza, di proprietà del fratello del premier. Questioni risolte, inutile dirlo, alla perfezione. Per il premier. Per meritocrazia è stato dunque nominato ministro. E si è messo alacremente al lavoro, recuperando i mesi in cui il dicastero è stato vacante. Ha persino individuato il modo per risanare una volta per tutte la Rai. Privatizzazione? No. Far pagare a tutti il canone della televisione pubblica. Il provvedimento, ha annunciato, potrebbe entrare nel milleproroghe: chi ha la corrente elettrica e paga regolarmente la bolletta dovrà versare anche il canone, a meno che non riesca a dimostrare di non possedere una televisione in casa. Ma si era già adoperato affinché l’agcom non divenisse “troppo imparziale”, bocciando gli emendamenti presentati da Futuro e Libertà che recepivano le direttive Europee.

Altero Matteoli
Il ministro dei trasporti, fra i vari meriti, ha anche quello di aver preso una posizione netta a nome del governo sullo scandalo dell’evasione discale attraverso i maxi-yacht. Contro i controlli “aggressivi” della Guardia di Finanza. “La Guardia di Finanza svolge il suo lavoro, ma se lo fa con un minimo di buonsenso è meglio perché in alcuni casi questo non c’è stato”. Gli uomini delle Fiamme Gialle presenti sudano freddo di fronte alla censura del ministro. Anzi, una vera e propria offesa: la Finanza avrebbe lavorato senza buon senso. E guarda caso proprio quando andava a perseguire i vip che non pagano le tasse. Un equivoco? No, Matteoli ci tiene a precisare il suo pensiero: “In alcuni porti – ha proseguito il ministro – si sono spaventati anche coloro che venivano da fuori Italia”. Si è poi scoperto che anche i figli di Matteoli erano finiti nei controlli “aggressivi” delle fiamme gialle. Matteoli ha liquidato tutto definendo “cazzate” i controlli, del resto il ministro ha avuto altre questioni più rilevanti da affrontare: il comune di Orbetello, dove è stato sindaco nel 2006, è finito nello scanner attento del tribunale di Napoli che, tra bancarotte e imprenditori di destra legati alla camorra, ha arrestato amici e conoscenti, movimentando parecchio la laguna dell’Argentario.

Michela Vittoria Brambilla
La rossa di Calolziocorte ama la libertà, negli spostamenti come nelle scelte di governo. Per questo da ministro del Turismo non si è fatta mancare i voli con gli elicotteri di Stato – ad esempio per andare ad incontrare il proprio comitato elettorale – e ha raggiunto il considerevole record negativo di 157mila euro di spese viaggi contro un budget di 27mila (anno 2009). E con la stessa libertà ha gestito le assunzioni nel suo dicastero. Almeno una decina di fedelissimi che la seguono in tutte le sue iniziative hanno trovato un lavoro nel ministero. Da Giorgio Medail, che la portò in televisione negli anni novanta, a Luca Moschini, passato direttamente dai circoli della libertà alla realizzazione dei siti ministeriali (e personali) della Brambilla. Più un intero staff di giornalisti e segretarie catapultato dai Promotori e dalla Tv della Libertà al “rilancio dell’immagine” turistica dell’Italia. Per non dire della gestione dell’Aci, nel cui Cda infila il compagno Eros Maggioni, il figlio del ministro La Russa, Geronimo (vicepresidente), e Massimiliano Ermolli. Quest’ultimo, figlio del più noto Bruno, fedelissimo del premier, da commissario dell’Automobile club è colui che gestisce il rinnovo del consiglio di amministrazione. Alle elezioni si presentano due liste. Il commissario Ermolli ne esclude una. Ammessa solo l’altra, in cui guardacaso lo stesso Ermolli è candidato.

Renato Brunetta
Il ministro che doveva rivoluzionare la pubblica amministrazione si è fatto notare, ad oggi, più per le sue (presunte) frequentazioni che per i famigerati tornelli da mettere nei tribunali. Alla fine di settembre il nome del ministro della Funzione pubblica entra (mai indagato) nelle inchieste sul parco delle 5 terre che mettono nei guai il responsabile Franco Bonanini e il sindaco di Riomaggiore, Gianluca Pasini. Di lui e del suo rustico nelle 5 terre gli indagati parlano spesso nelle conversazioni intercettate. Passano due mesi e il nome di Brunetta balza di nuovo agli onori della cronaca, tirato in ballo da Perla Genovesi, ex assistente parlamentare, finita in carcere per spaccio. Genovesi racconta di avere presentato al ministro la sua amica, la escort Nadia Macrì. Macrì a sua volta conferma e racconta di rapporti sessuali con il ministro, per 300 euro a incontro più alcuni gioielli. In cambio la ragazza, separata dal compagno e in difficoltà con l’affidamento del figlio, avrebbe ottenuto l’intercessione con l’avvocato Taormina. Brunetta smentisce gli incontri sessuali, ma conferma di avere conosciuto la ragazza grazie all’interessamento della Genovesi e di averla segnalata a Taormina.

La macchina del fango all'assalto di Assange (Wikileaks)

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Quando si sente parlare di "macchina del fango", subito si pensa alla tirata fatta nel corso della prima puntata di "Vieni via con me" da Roberto Saviano. Il riferimento agli strali di Feltri contro Boffo e Fini è immediato, ma Saviano parlava anche di se stesso, e di come Feltri (ora Sallusti in aggiunta), Belpietro e Fede (fra i tanti) hanno macinato e fomentato odio puro nei suoi confronti.

La stampa del Regime, nell'italico suolo, è sempre all'opera: ne sanno qualcosa i leader dell'opposizione (bersagli preferiti Di Pietro, Vendola e il segretario del PD di turno, man mano che cambia) ma anche diversi giornalisti, come i compianti Biagi e Montanelli e oggi soprattutto Travaglio e Santoro. Chi non la pensa come il Kaiser viene fatto oggetto di una campagna di insulti, odio, minacce e diffamazioni, condite di tanto in tanto da pura istigazione a delinquere (gli inviti a "pestare", Fede ne sa qualcosa, vedi il suo discorso sugli universitari che hanno assalito il Senato chiedendo le dimissioni del ducetto di Arcore).

Ma la macchina del fango lavora anche e soprattutto in sede di campagna elettorale, e qui l'Italia ha imparato davvero bene la lezione impartita dagli Stati Uniti d'America, dove ogni campagna elettorale è fatta, nel lato scuro della medaglia, di una ricerca certosina di storie infamanti sugli avversari di turno. Si scava nel passato e si gonfia ogni notizia che può gettare discredito sull'avversario del candidato che commissiona questo sciacallaggio. Quando non si trova niente da pompare, le nefandezze le si inventa: c'è sempre qualcuno che accetta di buona lena dei soldi freschi per andare a raccontare fazzoletto alla mano e lacrimuccia sugli occhi qualche brutta storia.


La macchina del fango ultimamente si è messa in moto contro il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, l'uomo che ha pubblicato piu’ 400mila documenti segreti del Pentagono sull’Iraq e altri 70.000 sull’Afghanistan, creando forte imbarazzo nella comunità internazionale su come le milizie di Bush prima e Obama poi, abbiano fatto innumerevoli stragi di civili e giornalisti (ricordate il famoso video? No? cliccate QUI), oltre che abusi su donne e bambini. La guerra è crudele, e nessuno ormai più crede alla "missione umanitaria": gli USA (e le aziende in cui la famiglia Bush era consocia con una miriade di Arabi, molti dei quali parenti di alcuni fra i responsabili dell'11 Settembre) volevano il petrolio e volevano muovere la macchina bellica, che rappresenta una grossa fetta dell'economia americana (i Bush sono anche consoci di società che producono armi, guarda caso fornitrici dell'esercito americano).

Torniamo ad Assange. Australiano, giornalista, ex hacker (ha già pagato il fio con la Giustizia, erano poche cose), usa server svedesi per appoggiare il suo sito (uno dei più cliccati dell'orbe terracqueo), e aveva chiesto anche un permesso di lavoro e residenza in Svezia, dove si trovano infatti i server di WikiLeaks, ma la sua richiesta e’ stata respinta il 18 ottobre. Come mai? La Svezia non vuole avere "imbarazzo" con gli Stati Uniti, e Assange ora vive nell'incubo, in continua fuga da tutti.

E' stato accusato di molestie e stupro, per un rapporto sessuale da lui avuto con due ragazze svedesi a Enkoping, e alcuni corteggiamenti un po' spinti avvenuti a Stoccolma. Ma qui la faccenda puzza, e tanto. Infatti in un primo momento il mandato di arresto per stupro nei suoi confronti era stato ritirato, il 20 agosto scorso, e ciò perché da una parte c'erano le accuse delle due ragazze, ma solo le loro parole (nessuna prova tangibile), e dall'altra la difesa di Assange, che tramite il suo avvocato aveva detto che i rapporti erano consenzienti. Quindi parole contro parole, e nessuna prova dello stupro, ecco perché quel mandato venne ritirato. Ora l'autorità giudiziaria svedese ha cambiato idea, e ha emesso nuovamente il mandato di arresto ma senza nuove prove, mentre per la questione delle molestie i magistrati hanno detto: "vogliamo sentirlo".

La cosa puzza, è chiaro. Dappertutto si sente parlare di pressioni degli USA contro la Svezia per assicurare alla giustizia americana (Guantanamo?) e non certo svedese Assange.

State certi che se Assange viene catturato, non sarà portato in Svezia, ma verrà nascosto negli USA.

Gli USA sono imbufaliti per la pubblicazione delle porcherie che hanno commesso in guerra (e non "missione di pace", sia chiaro ancora una volta), e stanno dicendo al mondo che quei dati erano coperti da segreto militare: il solito cappello di silenzio che uno Stato mette quando non vuole che i cittadini vengano a sapere le nefandezze, le cose scomode (al Governo). Eppure i cittadini hanno il pieno e insindacabile diritto di sapere cosa fa il proprio apparato statale, credo che su questo siamo tutti d'accordo, tranne chi è in malafede.

La cosa che la stampa e il governo USA hanno manipolato, confondendo le idee a tutti, è che Assange avrebbe pubblicato nel sito dati relativi alla sicurezza dello Stato americano. Ciò non è mai stato vero. Assange non ha mai comunicato l'ubicazione di località sensibili, o dati relativi alla sicurezza internazionale o nazionale (degli USA), ha sempre e solo pubblicato fatti, storie, testimonianze che il governo USA ha voluto tenere nascoste per un comodo ben intuibile. Non ha mai violato quindi la "sicurezza", non ha mai divulgato niente che mettesse a repentaglio la salute, la sicurezza di alcun cittadino. Ha solo fatto un giornalismo d'avanguardia, e per questo scomodo. Se poi dovesse cambiare, beh... allora cambieremo anche noi idea su di lui.

In questi giorni, e così arriviamo alla novità, non appena ha girato la voce che Wikileaks avrebbe pubblicato nuovi documenti (stavolta diplomatici), il governo USA ha subito messo le mani avanti, scrivendo una "lettera" che è apparsa sui maggiori giornali USA, con cui per bocca di Harold Koh, consigliere del Diaprtimento di Stato, ha dichiarato: "Tu minacci le vite di attivisti per i diritti umani, giornalisti e soldati e minacci operazioni internazionali in corso per contrastare la proliferazione nucleare e il terrorismo".

Assange dal canto suo, ben sapendo cosa sarebbe successo, aveva a sua volta scritto al Dipartimento di Stato USA, chiedendo chi davvero sarebbe stato danneggiato dalla pubblicazione di quei documenti, e cioé nessuna vita umana. La domanda era retorica, ovviamente, e sottintendeva che il vero danneggiato era il governo USA, che usa mezzi che facilmente sono illeciti per conseguire i propri obiettivi. Intanto il suo sito è costantemente attaccato da hackers "interessati" e su commissione (perché in rete invece è un eroe) e ogni tanto si blocca.

La macchina del fango non si ferma mai, ma neanche Assange. Forse la sua è una lotta contro i mulini a vento, forse un giorno sarà arrestato, e gli organi di stampa filo-governativi di sicuro ci racconteranno qualche brutta storia su di lui, per farci cambiare idea.

Per il momento però noi siamo con lui, e con la verità, perché abbiamo diritto di conoscerla, sempre.

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domenica 28 novembre 2010

Wikileaks e l'uomo triste, sessuomane e inetto

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Lo confesso: sono un po' deluso. Forse era troppo tesa l'atmosfera e si erano create aspettative su qualcosa di davvero grosso. Ciò perché Wikileaks ha pubblicato in questi anni tonnellate di documenti, sputtanando le stragi di innocenti fatte dagli USA all'estero e clamorose decisioni di politica economica a braccetto con la corruzione. Quindi quando si è saputo che qualcosa di nuovo avrebbe riguardato anche l'Italia, logico che si fremesse.


Oggi invece abbiamo la conferma (almeno per il momento, perchè i nuovi Files escono a rotazione) che quello che noi italiani sappiamo già è pure nei giudizi degli stati esteri su di noi. E facciamo la figura dei ridicoli, perché abbiamo a capo del governo Silvio Berlusconi.

Julien Assange sta pubblicando molti dati riguardanti le relazioni fra USA e gli altri stati, coi giudizi espressi dai suoi collaboratori sparsi per il mondo. Lo stesso Assange che è diventato un mito per tutti gli anarchici e anche per quanti vogliono informazione e non insabbiamenti, è stato accusato di uno stupro a danno di una ragazza che non si sa chi sia né cos'abbia raccontato... chiaro segnale che le alte sfere americane (e non solo) vogliono distruggerne l'immagine e quindi la credibilità attraverso una certosina opera da "macchina del fango" di stampo feltriano e belpietresco, per intenderci.

Cosa si dice almeno per il momento sull'Italia e su Berlusconi, allora?

Anzitutto che il segretario di Stato americano, Hillary Clinton (quella con le palle in famiglia), ha chiesto all’inizio di quest’anno alle ambasciate americane a Roma e Mosca informazioni su eventuali “investimenti personali” dei premier Silvio Berlusconi e Vladimir Putin che possano condizionare le politiche estere o economiche dei rispettivi paesi. Una scoperta dell'acqua calda per noi italiani, che sappiamo bene che non solo con Putin, ma anche con Gheddafi (e altri) Berlusconi maschera affari privati con riunioni di Stato (quindi pagate da noi contribuenti).

Pensate che sono ben 3.012 i rapporti segreti inviati dalle sedi diplomatiche italiane verso gli Usa.

Poi veniamo a sapere che il Segretario alla Difesa americano Robert Gates, ex capo della Cia, in visita da Franco Frattini lo scorso 8 febbraio, si è visto promettere da Frattini l'invio di nuove truppe italaine in Afghanistan... alla faccia del tanto sbandierato rientro delle nostre truppe ad ogni decesso di soldati italiani in terra straniera.

Ancora: ci sono altre notizie sui rapporti tra Putin e Berlusconi, sui “regali sontuosi” personali, sui vantaggiosi contratti energetici e su un “misterioso” intermediario russo-italiano. I diplomatici scrivono che Berlusconi “sembra sempre più il portavoce di Putin” in Europa e che mentre Putin può godere di una supremazia su tutte le figure pubbliche in Russia, Berlusconi è ostacolato da ingestibile burocrazia che spesso ignora i suoi editti.

Secondo queste informative la cosa che accomuna Putin e Berlusconi è lo stile autoritario e machista, che permette a Putin di relazionarsi perfettamente con il premier italiano. Questo rapporto provoca negli statunitensi una profonda diffidenza. Ma di Berlusconi si mettono in evidenza “le feste selvagge”. E’ “irresponsabile, vanesio e inefficace, come leader europeo moderno”, dice Elizabeth Dibble, agente diplomatico americano a Roma di Berlusconi. Un altro rapporto dalla Capitale segnala la debolezza “fisica e polica” di un leader la cui “inclinazione per le feste notturne e frequenti significa che non si riposa abbastanza”.

Poi infine ce n'è un po' per tutti i leader mondiali. I giornali che stanno pubblicando le notizie, perché hanno l'esclusiva, sono
The New York Times
The Guardian
Der Spiegel
Le Monde
El Paìs

Basta tenerli d'occhio!

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I reclutamenti hard Arcore/Certosa e la parentopoli di Bertolaso

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Due articoli su storie assolutamente indecenti catturano oggi l'attenzione dei lettori più attenti, quelli che non guardano la TV adesso e tutte le sue scellerate trasmissioni della domenica pomeriggio. Sono due storie che non sono poi tanto lontane l'una dall'altra e mostrano i due lati della medaglia di sterco che i potenti tirano in faccia alla meritocrazia.


L'Italia corre all'indietro: studiare non serve a niente, almeno nella mente dei potenti, darsi una preparazione neppure... per sedersi sulle fortunate poltrone bisogna se possibile essere di sesso femminile, e allora basta semplicemente prostituirsi a casa di qualche potente, oppure, maschio o femmina che si sia, basta avere il parente giusto sulla poltrona giusta. In ambedue i casi l'affare è fatto: e tanti inetti/e vengono sistemati in poltrone di potere a gestire aspetti fondamentali delle nostre vite. Che sappiano lavorare, poi, è un optional.

Ecco l'Italia delle mignotte al Governo e al Parlamento, e dei parenti o amici stretti alla Protezione (In-)Civile. Ecco lo schiaffo in faccia all'onestà, all'impegno, al lavoro, ma soprattutto allo studio. Chissà perché poi questo è il paese che sta distruggendo la Scuola Pubblica e l'Università (le fucine del libero arbitrio e della Cultura) a favore delle scuole private (dove regna l'ignoranza e il controllo delle menti).

Il disegno è chiaro: si vuole distruggere il paese e la sua coscienza, l'etica, la morale, col placet della Chiesa Cattolica, che ringrazia e incassa i suoi fetidi e grassi dividendi. Luttazzi aveva ragione: il nostro è un "paese di merda", e imbecilli siamo noi che votiamo questi delinquenti che pensano solo al proprio interesse privato.

A dire il vero io, che mai ho votato e mai voterò il centro-destra, e mai darò ascolto ai deliri della Chiesa Cattolica, mi sento vittima. Vittima di un sistema che annichilisce il bene comune in nome del bene personale, e crea miseria (economica e umana) dappertutto.

Repubblica (fra i pochi) oggi riporta le nuove dichiarazioni di Nadia Macrì, che racconta dei suoi incontri a pagamento con Berlusconi (sempre generoso con chi si "genuflette" - avendo la gonna - davanti ai suoi pantaloni) e disegna con estrema precisione i meccanismi per cui in questi anni sono state selezionate tante donne per i capricci sessuali del Kaiser. La ragazza a Sky TG 24 ha detto di aver partecipato a diverse "selezioni" per andare ad Arcore e alla Certosa, assieme a diverse ragazze, spessissimo minorenni, col diktat di non scambiare una parola fra di loro. Italiane, russe, brasiliane, tutte nello studio di Lele Mora a fare ora per aspettare di essere visionate da Emilio Fede, il quale sceglieva chi portare dal capo. Le più apprezzate venivano poi richiamate e potevano partecipare anche ad altri festini col premier, e suoi amici imprenditori, avvocati e notai. Le più fortunate ancora venivano candidate alle elezioni, le liste erano piene di queste ragazze che di politica non ne capivano niente.

A proposito: avete visto come tanti ma tanti politici del PDL stanno facendo a pezzi la "povera" Mara Carfagna? Italia che vai... donnette che trovi.

L'Espresso dal canto suo ha condotto una serrata indagine sulle ultime malefatte di Bertolaso, il quale poco prima di rimettere il mandato alla Protezione Civile, ha visto bene di rimpinzarla di parenti e amici, ovviamente poco esperti di questioni così delicate. E poveri noi se qualche terremoto o altra catastrofe naturale dovesse pioverci sul capo!

Il povero Bertolaso, ricordiamolo, è stato di recente sbugiardato (o meglio: sputtanato) in diretta TV da Marco Travaglio, per tutte le porcherie che lo hanno riguardato da capo della Protezione Civile. Il video eccolo qua, a futura memoria:



In trasmissione il malcapitato Bertolaso invece di replicare alle dichiarazioni di Travaglio ha fatto la vittima, ironizzando sul suo essere una specie di diavolo eccetera. Come al solito, chi viene messo di fronte alle sue responsabilità e ha l'animo sporco, paga dazio.

Torniamo però all'argomento di oggi e all'articolo de l'Espresso. Che ha fatto il prode Bertolaso prima di passare la mano? Mentre la pubblica amministrazione falcia i ranghi e il precariato diventa condizione di vita, negli uffici che dipendono da Palazzo Chigi c'è un'ondata di piena di assunzioni che garantisce lo stipendio per figli di magistrati e di prefetti, per mogli di sottosegretari e nipoti di cardinali.

L'organico della Protezione Civile con Bertolaso passa da 320 a più di 900 unità, tutte assunzioni a tempo indeterminato, senza concorso (quindi il Merito non c'entra niente, ovviamente), spalancando le porte degli uffici a figli, nipoti, familiari e amici dell'establishment istituzionale.

Alcuni nomi (come recita l'articolo de l'Espresso): Francesco Piermarini, l'ingegnere-cognato del sottosegretario Bertolaso, mandato tra i cantieri della Maddalena. Ma scorrendo la lista dei beneficiati si svela una rete di favori senza soluzione di continuità. Tra i primi ad essere stabilizzati, a metà di questo decennio, sono stati gli uomini della scorta di Francesco Rutelli in Campidoglio. Dieci "pizzardoni" passati senza semafori dalla polizia municipale di Roma al dipartimento di Palazzo Chigi. Dal fil rouge che lega il Giubileo alla Protezione civile spuntano anche tre supermanager del calibro di Agostino Miozzo, Marcello Fiori e Bernardo De Bernardinis. Facevano parte dell'unità di staff del Giubileo e, grazie al decreto rifiuti del 2008, entrano nel Gotha dei dirigenti generali della presidenza del Consiglio con norma ad personam, e un contratto da 180 mila euro l'anno. Ma sono stati ingaggiati anche ottuagenari che arrotondano la pensione grazie ai munifici gettoni delle emergenze: è il caso dell'83enne Domenico Rivelli, chiamato come "collaboratore per le problematiche amministrativo-contabili per i rifiuti a Napoli".

Storie vecchie, mentre con la stabilizzazione di fine mandato arriva Barbara Altomonte, moglie del sottosegretario Francesco Giro, docente di scuola superiore ed ora dirigente del Dipartimento. E non è certo un caso che in questa ondata la parte del leone la facciano uomini e donne legati a doppio filo con la Corte dei conti, ossia la magistratura che deve vigilare anche sulle spese della Protezione civile. Il tutto in una ipocrita logica di scambio.

Proprio nella "sezione di controllo" della Corte un magistrato e due funzionari possono vantare le assunzioni dei propri figli al Dipartimento: si tratta del giudice Rocco Colicchio, di Carmen Iannacone, addetta al controllo degli atti della presidenza del Consiglio, e della segretaria generale Gabriella Palmieri. Spazio anche a Marco Conti, figlio di un altro giudice contabile. Invece Giovanna Andreozzi è stata chiamata dopo il sisma dell'Aquila con l'incarico di direttore generale per vigilare sugli appalti: proviene dalla sezione campana della Corte, presieduta da Mario Sancetta, magistrato sfiorato da più di un sospetto nell'inchiesta sulla Cricca per le relazioni con Angelo Balducci, l'ex numero uno delle opere pubbliche. Tra l'altro, per la Andreozzi è stato attivato un servizio di navetta ad personam tra Roma Termini e gli uffici del Dipartimento.

Quanto alla magistratura, tra gli assunti c'è anche Giovanni De Siervo, figlio del vicepresidente della Consulta Ugo: era entrato come precario con l'ordinanza per l'esondazione del Sarno ora è fisso al reparto "relazioni con gli organismi internazionali". Con l'ultima chiamata per i fedelissimi di Bertolaso, arriva il posto definitivo per Carola Angioni, figlia del pluridecorato generale Franco, capo della missione italiana in Libano ed ex parlamentare Pd. Carola Angioni è entrata come collaboratrice per l'emergenza traffico di Napoli e, dopo essersi occupata di smog, è passata ordinanza dopo ordinanza ai temporali del Veneto, dedicandosi, nel frattempo a qualche puntata in Croazia come ambasciatrice del dipartimento. La legge offre certezza occupazionale anche a Marta Sica, figlia del vicesegretario generale di palazzo Chigi; alla nipote del cardinale Achille Silvestrini; alla figlia del prefetto Anna Maria D'Ascenzo, (ex capo del dipartimento dei vigili del fuoco) e a quella del colonnello Roberto Babusci (una volta responsabile del centro operativo aereo della Protezione civile).

A loro, infine vanno aggiunti altri parenti illustri, legati all'ex presidente Rai Ettore Bernabei, al sindacalista della presidenza del Consiglio Mario Ferrazzano e a Giuseppina Perozzi, capo del personale di palazzo Chigi. Una manifestazione di potere assoluto cui si oppongono i sindacati, con un ricorso contro i metodi selettivi di quest'ultima raffica di assunzioni che verrà discusso a febbraio prossimo di fronte al Tar del Lazio. Anche perché l'ultima ondata dei Bertolaso boys costerà ben otto milioni di euro, in gran parte sottratti ai fondi per l'Abruzzo terremotato.

E con questi ultimi nomi l'Espresso termina la sua paziente ricostruzione.

Che dire? In un paese normale la gente scenderebbe per le strade, metterebbe a ferro e fuoco tutto, ma proprio tutto. Oggi invece i sindacati sono molli (si spera che la nuova guida della CGIL mostri un po' di palle) e le uniche azioni degne di nota sono quelle dei giorni scorsi messe in atto da parte degli Universitari. L'Italia però dorme tranquilla, in larga parte senza capire che tutto crolla, e non mostra di sdegnarsi se non in una fetta della popolazione, quella che frequenta le rete, e guarda quelle poche trasmissioni che fanno informazione, le trasmissioni osteggiate dal cagnolino Masi e quelle che ricevono telefonate minacciose da anziani e tristi delinquenti sul viale del tramonto.

Abbiamo bisogno di una vera rivoluzione, ma anzitutto culturale, chi alza la mano? Inizio io: presente!

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mercoledì 24 novembre 2010

La disperazione degli universitari. Assedio a Palazzo Madama e Montecitorio

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Prendi un paese, una nazione da sempre culla della cultura, e vedi cosa può fare una maggioranza che cura gli interessi di un delinquente e dei componenti di una cricca di razzisti, corruttori, evasori fiscali. Questa maggioranza distrugge la cultura imbarbarendo i metodi di insegnamento e togliendo fondi allo stesso nelle scuole e nelle università, e così crea disoccupazione per produrre ignoranza. Il braccio vile e viscido di questa uccisione premeditata è la ministra Maria Stella Gelmini.

Oggi tanti giovani e meno giovani hanno scritto una pagina di storia del nostro paese. Hanno assalito Palazzo Madama, sede del Senato, Montecitorio, chiedendo le dimissioni del dittatore a gran voce, hanno combattuto con le Forza dell'Ordine, chiamate là a fare solo il loro dovere, e sono stati ricacciati indietro.

Quando un paese è in ginocchio e la sua economia è ferma, quando la disoccupazione cresce mentre i politici si arricchiscono, quando la gente capisce di non avere né un presente né tantomeno un futuro, perché i danni di questi scempi dureranno decenni, una molla scatta.

Chissà... magari siamo davvero alla rivoluzione, ai forconi.






REPUBBLICA:
Università, la protesta continua. Studenti assediano Palazzo Madama
Alcuni ragazzi hanno tentato di entrare al Senato. Fini: "Inaccettabile violenza". Schifani: "Intollerabile se protesta colpisce istituzioni". Prosegue alla Camera l'esame della riforma Gelmini, che domani dovrebbe avere il via libera

ROMA - Giornata di proteste, cortei occupazioni in tutta Italia contro la riforma dell'Università. Alcuni studenti, a Roma, nel corso della manifestazione, hanno superato le barriere di sicurezza, tentando di entrare a Palazzo Madama, sede del Senato, ma sono stati allontanati dalle forze dell'ordine, che hanno chiuso il portone. Durante l'invasione dell'atrio, una persona ha accusato un malore e i ragazzi sono stati trascinati e respinti all'esterno. Fuori da Palazzo Madama c'è stato lancio di fumogeni e uova 1 contro il portone. Il corteo si è diretto, poi, a palazzo Grazioli. "Dimissioni, andate a casa", hanno urlato gli studenti, bloccati a pochi metri dall'edificio dal cordone della polizia in tenuta anti-sommossa.

Proteste e manifestazioni in tante altre città: docenti e studenti sono saliti sui tetti delle facoltà a Torino, Perugia e Salerno. A Pisa traffico in tilt.

Studenti: "Contusi alcuni manifestanti". ''Alcuni manifestanti, forse più di una decina, sono rimasti contusi durante gli scontri con le forze dell'ordine in via di San Marcello'', hanno riferito alcuni ragazzi. Anche otto carabinieri sono rimasti feriti.

Due arresti e 27 denunce. Due arrestati e ventisette denunciati: è questo il bilancio dei disordini durante la manifestazione nella Capitale. Tra i denunciati otto hanno partecipato all'irruzione nell'atrio di Palazzo Madama. Sull'episodio sono in corso indagini della Digos per identificare eventuali altri responsabili del blitz al Senato e degli scontri nel centro di Roma.

Fini: "Inaccettabile violenza". L'attacco al Senato è stato un gesto "di inaccettabile violenza". Così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha commentato in una nota inviata a Renato Schifani, la protesta degli studenti a Palazzo Madama. ''Signor Presidente - scrive Fini - ho appreso con preoccupazione le notizie sui tumulti e gli incidenti avvenuti nel corso di una manifestazione di studenti svoltasi oggi davanti al Senato della Repubblica e che ha anche comportato il ferimento del Dottor Francesco Capelli, addetto alla Sicurezza del Palazzo''. ''Nel condannare con fermezza questo inaccettabile episodio di violenza e di intolleranza, che ha avuto come obiettivo una sede parlamentare, cuore della vita democratica del Paese, e gli uomini che in essa operano, desidero esprimere - conclude il presidente della Camera - la intensa solidarieta' mia personale e della Camera dei deputati, unitamente agli auguri di pronta guarigione al funzionario coinvolto negli scontri''.

Schifani: "Intollerabile se la protesta colpisce istituzioni". È con "grande amarezza" che il presidente dell'assemblea di palazzo Madama Renato Schifani ha preso la parola per riferire sui "gravi incidenti" avvenuti questa mattina di fronte all'ingresso principale del palazzo. La protesta è legittima, ha detto in sostanza, Schifani a patto che non sia violenta. Diventa "intollerabile" se colpisce le istituzioni che sono un patrimonio di tutti.

Scontri in centro. Gli studenti che si sono mossi verso Montecitorio, hanno tentato di forzare un cordone delle forze dell'ordine e sono stati respinti con i manganelli. I manifestanti hanno lanciato anche un petardo. Gli scontri sono avvenuti mentre nell'Aula della Camera era in corso l'esame della riforma dell'Università, che domani dovrebbe avere il via libera. Il leader del Partito democratico, Pier Luigi Bersani ha parlato con i ricercatori e gli studenti che da ieri sono sul tetto della facoltà di Architettura in piazza Borghese a Roma: ''Il ddl Gelmini è un disastro omeopatico, smantella l'università pezzo a pezzo'', ha detto, dopo essere salito sul tetto.

Il sit-in a Montecitorio. Un sit-in di protesta si è svolto davanti a Montecitorio contro il ddl Gelmini. Slogan contro il governo e striscioni con scritto 'Ridateci il nostro futuro', 'No ai tagli', 'Qui riposa in pace la scuola pubblica'. Ci sono bandiere e palloncini colorati della Flc Cgil. Una protesta che si accompagna a quella di questi giorni in molte città d'Italia con studenti e ricercatori che sono saliti sui tetti e hanno occupato scuole e facoltà. Tutto questo, spiega la Rete degli studenti, per ''gridare il nostro dissenso nei confronti di un ddl che distrugge l'università e la ricerca, che non pensa al futuro di noi studenti e del Paese''. ''Da Torino a Palermo passando per Milano, Firenze, Roma, Napoli e Catania - prosegue la Rete degli studenti - gli studenti occupano e autogestiscono scuole e facoltà. Il ddl Gelmini è una pietra tombale sull'università italiana che si inserisce in un'ottica generale di riforma della scuola e dell'università basata su tagli e privatizzazioni. Noi studenti non possiamo permettere che si giochi sul nostro futuro".

Occupata Giurisprudenza, salta inaugurazione anno accademico. "Gli studenti tornati in corteo alla Sapienza hanno occupato la facoltà di Giurisprudenza, dove si sarebbe dovuta tenere l'inaugurazione dell'anno accademico", hanno detto i Collettivi universitari. "La cerimonia è saltata, al suo posto c'è stata un'assemblea degli studenti che ora sono accerchiati dalla polizia e dalla questura universitaria- dice la nota-. Questa sera assemblea di studenti, ricercatori e di tutti coloro che vivono ogni giorno l'università per decidere le prossime tappe della mobilitazione".

Gelmini: "Studenti strumentalizzati dalla sinistra". "Gli studenti che contestano le riforme del governo rischiano di difendere i baroni, i privilegi e lo status quo. Alcuni studenti vengono strumentalizzati da esponenti politici della sinistra che oggi hanno deciso di inscenare una sceneggiata sui tetti delle università". Così in una nota il ministro dell'istruzione, Maria Stella Gelmini, commentando le mobilitazioni e l'intervento di alcuni politici dell'opposizione: "Bersani - prosegue la Gelmini - in questo modo dimostra poco rispetto nei confronti dell'Aula che in queste ore sta discutendo una riforma che rivoluziona l'università italiana. Ai leader della sinistra dico che non basta salire un'ora sul tetto per far dimenticare come la sinistra ha ridotto l'università pubblica in italia. Per anni la sinistra ha impedito, per motivi culturali, che nelle università venisse premiato il merito. Sono stati umiliati i migliori per promuovere parenti e amici. È da respingere - conclude - il tentativo maldestro di alcuni di addebitare al governo o ai tagli l'inefficienza del sistema universitario. I soldi invece ci sono sempre stati, ma sono stati usati per moltiplicare posti, corsi di laurea inutili e sedi distaccate non necessarie".

Protesta a oltranza. Le mobilitazioni continueranno anche nei prossimi giorni e sabato 27 novembre, in occasione della manifestazione nazionale della Cgil, gli studenti scenderanno di nuovo in piazza.

Flash mob a Firenze. Una lunga catena umana per circondare, in un simbolico abbraccio, il rettorato dell'Università di Firenze. Questo il 'flash mob' organizzato dal coordinamento dei ricercatori dell'ateneo fiorentino contro il disegno di legge Gelmini. Circa 100 i partecipanti che dopo aver anche attraversato, formando una catena umana, piazza San Marco, sono stati ricevuti dal rettore, professor Alberto Tesi. ''Vi sono vicino - ha detto il rettore Tesi - e anche voi dovete essere vicini all'universita'. È un momento difficile,
ognuno deve fare la propria parte''. Ieri il rettore aveva sottolineato la preoccupazione ''per le risorse promesse e poi accantonate negli ultimi passaggi parlamentari'' nel testo del ddl e aveva convocato per oggi un Senato accademico straordinario.

A Torino, Perugia, Sassari e Salerno ricercatori sui tetti. Anche a Torino prosegue la protesta. Gli studenti hanno occupato Palazzo Nuovo, sede delle Facoltà umanistiche. Da questa mattina alle 8 ci sono picchetti davanti agli ingressi che bloccano le entrate, mentre le lauree che si dovevano discutere sono state spostate in altre sedi universitarie. La notte scorsa è stato bloccato con catene ad opera del 'Fantasma dell'onda' l'ingresso della palazzina Einaudi, sede di Giurisprudenza e Scienze politiche. Infine, restano sul tetto di Palazzo Nuovo i ricercatori saliti nel pomeriggio di ieri e che hanno trascorso la notte attrezzati con coperte e sacchi a pelo. La protesta fanno sapere andrà avanti ad oltranza. A Perugia alcuni ricercatori sono saliti sul tetto della mensa dell'Università, in via Pascoli. Ed è ripresa stamani, anche sui tetti degli edifici dell'Università di Salerno, la protesta di professori, ricercatori e studenti. Circa una cinquantina di persone, sui tetti dell'edificio del campus di Fisciano, sta sfidando la pioggia e il freddo, "per opporsi in maniera visibile - dice Diego Barletta, uno dei ricercatori in protesta - all'approvazione di una riforma che non investe sull'università pubblica, non garantisce il diritto allo studio per tutti, concentra il potere decisionale delle università nelle mani di pochi e non offre giuste prospettive di carriera ai giovani studiosi".

Pisa, ponti bloccati, città in tilt. Un migliaio di studenti universitari ha occupato stamani i cinque principali ponti sull'Arno, situati nei pressi del centro storico di Pisa, paralizzando il traffico in tutta la città. L'azione rientra nella mobilitazione contro il ddl Gelmini ed è stata attuata da studenti di sette facoltà occupate (scienze, scienze politiche, lingue, lettere, giurisprudenza, ingegneria ed economia) e di altre facoltà dove sono in corso assemblee.

Siena: occupati binari della stazione. Circa 100 studenti hanno occupato i binari della stazione di Siena. Gli studenti hanno esposto uno striscione con scritto "Basta tagli all'università". Il transito dei treni è bloccato su tutti i binari.

Palermo, occupate 16 scuole. Sedici istituti superiori in 'stato d'agitazione' e la Facoltà di lettere e filosofia occupata dagli studenti a Palermo. Proseguono la protesta e l'ininterrotto volantinaggio degli studenti. Per domani indetta un'assemblea d'ateneo.




IL FATTO QUOTIDIANO:
Università, irruzione degli studenti in Senato. In tremila bloccano l’aeroporto di Pisa
Un poliziotto contuso per i tafferugli. Alla Camera discussione sugli emendamenti Fli con la Gelmini, per la quale ci sono risorse per finanziare l'università

Tensione altissima e scontri in pieno centro a Roma, dove questa mattina un gruppo di studenti ha tentato di entrare al Senato, lanciando uova contro il colonnato di palazzo Madama. Poco fa un altro gruppo di manifestanti, che si sono staccati da un corteo contro il ddl Gelmini, ha tentato di forzare un cordone di forze dell’ordine. La polizia li ha respinti usando i manganelli e gli studenti hanno risposto, a loro volta, lanciando petardi. A Pisa tremila studenti hanno eluso il servizio d’ordine dell’aeroporto invadendo le piste di atterraggio per alcuni minuti. Dopo si sono diretti verso la stazione per bloccare i binari.

A Roma il fatto più grave è quello accaduto in tarda mattinata, dove gli studenti hanno raggiunto il secondo portone d’ingresso del Senato, lanciando uova contro le vetrate. Molti di loro hanno sbattuto i pugni contro la vetrata del secondo ingresso, trattenuti dalle forze dell’ordine. I commessi del Senato, dopo non poche difficoltà, sono riusciti a chiudere il portone respingendo l’assalto, ma durante la calca il capo del presidio di polizia a palazzo Madama, Francesco Capelli, è stato colpito da malore. Ricoverato nell’infermeria del Senato, gli è stato riscontrato un trauma da schiacciamento, essendosi posto tra la folla degli studenti e il portone di ingresso su corso Rinascimento. All’ingresso del palazzo è arrivata la vice presidente del Senato, Rosi Mauro. “E’ uno scandalo quello che sta succedendo”, ha urlato la senatrice Mauro, riferendosi alla mancanza di controllo delle forze dell’ordine su corso Rinascimento, dove si si affaccia il portone principale.

I manifestanti che hanno cercato di fare irruzione sono stati trascinati e respinti all’esterno, dove altri studenti hanno lanciato fumogeni e uova contro il portone. Le forze dell’ordine sono schierate davanti all’ingresso del Senato in tenuta antisommossa. Una volta riunito, il gruppo è rientrato nel corteo che nel frattempo si era fermato a Piazza Madama. I manifestanti hanno poi cercato di bloccare il traffico. Il corteo prima dell’irruzione al Senato si era fermato davanti alla sede della Conferenza dei Rettori delle università italiane lanciando uova che hanno imbrattato anche il tricolore esposto fuori. Molti urlavano “i veri terroristi siete voi”. Al termine del pomeriggio le forze dell’ordine annunciavano l’arresto di due manifestanti e la denuncia di altri 27.

Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini è intervenuto con una nota: “Gli studenti che contestano le riforme del governo rischiano di difendere i baroni, i privilegi e lo status quo”. “Alcuni studenti – sostiene – vengono strumentalizzati da esponenti politici della sinistra che oggi hanno deciso di fare una sceneggiata sui tetti delle università”. Gelmini chiama in causa direttamente il capo dell’opposizione Pierluigi Bersani: “In questo modo Bersani si dimostra poco rispettoso nei confronti dell’aula che in queste ore sta discutendo una riforma che rivoluziona l’università italiana”. Il ministro si rivolge ai leader della sinistra, colpevoli secondo lei, di ”aver impedito, per motivi culturali, che nelle università venisse premiato il merito”: “A loro dico che non basta salire un’ora sul tetto per far dimenticare come la sinistra ha ridotto l’università pubblica in Italia. Sono stati umiliati i migliori per promuore parenti e amici”. Sarebbe quindi la sinistra, secondo il ministro ad aver alimentato il fenomeno del clientelismo: “E’ da respingere il tentativo maldestro di alcuni di addebitare al governo o ai tagli l’inefficienza del sistema universitario. I soldi invece – conclude – ci sono sempre stati, ma sono stati usati per moltiplicare posti, corsi di laurea inutili e sedi distaccate non necessarie”.

Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha definito “di gravità inaudita” quanto accaduto e ha rivolto un appello a tutti “ad abbassare i toni e a condannare episodi simili con fermezza, senza se e senza ma”. Poi ha fatto un appello alle forze dell’ordine, perché rafforzino la protezione dei palazzi istituzionali: “E’ preoccupante che dei giovani, che dovrebbero costituire la classe dirigente di domani, aggrediscano le istituzioni e quindi il cuore dello Stato”.

Daniele Capezzone ha detto che le proteste gli danno “un senso di pena profonda per questi segmenti di Italia più giovane allevati all’odio, al rancore, all’aggressione fisica verso ciò che è diverso da loro. Mettono in campo comportamenti da squadristi, e neanche se ne rendono conto”. Anche la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, ha dichiarato che “tutte le forme di violenza vanno isolate”.

La riforma dell’università è stata oggetto di una riunione alla Camera a cui hanno partecipato, tra gli altri, il ministro Gelmini e alcuni esponenti di Fli. Alla base del confronto la copertura finanziaria del provvedimento. Ma nel Pdl si teme che il clima si sia surriscaldato e che la richiesta di dimissioni di Fini avanzata da Berlusconi possa avere conseguenze sull’iter della riforma. “Purtroppo la situazione politica nazionale si sta ripercuotendo sul dibattito”, dice la relatrice del provvedimento, Paola Frassinetti. I finiani non hanno gradito lo stop ad alcuni emendamenti che avevano presentato: “Nessun ripensamento sulla legge, chiediamo solo un approfondimento” dice Antonino Lo Presti, esponente di Fli. Futuro e Libertà chiede il ritorno dell ddl Gelmini in Commissione: “Chiederemo un approfondimento, che il ddl Gelmini ritorni in Commissione. Vogliamo garanzie sulla copertura finanziaria”, aggiunge Lo Presti.

Rispetto a questa richiesta di Fli, il ministro dell’Istruzione Gelmini si è mostrata visibilmente irritata anche se non considera la partita chiusa e ci sarebbe un nuovo margine di trattativa con Futuro e Libertà: ”Stiamo lavorando per accogliere l’emendamento di Fli, ci stiamo avvicinando sul piano tecnico – ha detto la Gelmini -. Avremmo voluto più risorse, ma questa riforma ha fatto uno sforzo per accogliere le richieste”, comprese quelle di Futuro e Libertà per l’Italia. Secondo lei, è dovere del ministero “recuperare le risorse e finanziare l’università con canali consolidati”, anche se “bisogna trovare anche nuovi percorsi”. Tuttavia, Gelmini ritiene “che ci siano le risorse necessarie”.

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Mastella salvato dal Senato. Solo l'IDV contraria. La Legalità dov'è?

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Dire che sono imbestialito è davvero poco. Perché tutto ciò? Non è che quando era Guardasigilli ne ha scoperto un po' su tutti?


MASTELLA. ORA LA CASTA LO SALVA DAL PROCESSO
Le accuse: concussione, associazione a delinquere, truffa e peculato. Ma il Senato unito, meno l’Idv, ha detto “no”
di Marco Travaglio

Ricordate il processo a Clemente Mastella e famiglia (moglie, consuocero, cognato e mezza Udeur) per le lottizzazioni nelle Asl e negli enti pubblici della Campania, il mercato illegale degli appalti, la gestione allegra dei fondi pubblici al giornale Il Campanile con appartamenti romani incorporati? Bene, anzi male: il Parlamento ha deciso di abolirlo. Non Mastella: il processo. Venerdì, alla chetichella come si usa in questi casi, il Senato della Repubblica ha approvato per alzata di mano la proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere di sollevare un conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato dinanzi alla Consulta contro i giudici di Napoli che osano processare l’ex ministro della Giustizia del centrosinistra, ora eurodeputato di centrodestra, senza chiedere il permesso al Parlamento. Tutti d’accordo (Pdl, Lega, Udc, Pd), tranne l’Idv. Motivo: i reati contestati a Mastella nell’udienza preliminare in corso da mesi a Napoli sarebbero stati commessi nell’esercizio delle funzioni di Guardasigilli, dunque di natura ministeriale, dunque sottoposti alla giurisdizione del Tribunale dei ministri di Napoli, ma solo previa autorizzazione a procedere del Senato. I difensori di Mastella, nell’udienza di sabato, hanno subito chiesto al gip di sospendere tutto fino a quando la Corte costituzionale non si sarà pronunciata (fra un anno o due, visti i tempi biblici della Consulta). Se il gip dovesse accogliere l’istanza di rinvio sine die, il processo morirebbe lì, con prescrizione assicurata. E non solo per Mastella, ma anche per i suoi 50 coimputati, che hanno immediatamente fatto propria la richiesta dell’ex ministro, ritenendosi attratti per contagio dalla sua speciale immunità, peraltro sconosciuta alle leggi. La vicenda è talmente intricata che, se non se ne illustrano bene i passaggi, si rischia di non afferrare appieno la portata dello scandalo. L’inchiesta è quella avviata quattro anni fa dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, che nel gennaio 2008 fece arrestare fra gli altri la signora Mastella, Sandrina Lonardo, il consuocero dei coniugi, Carlo Camilleri e un bel pezzo di Udeur campana per vari e gravissimi reati, poi notificò un avviso di garanzia all’allora ministro della Giustizia, che colse la palla al balzo per rovesciare il governo Prodi, passando armi e bagagli al centrodestra. Intanto, per competenza, il fascicolo fu trasmesso a Napoli, dove il pm Francesco Curcio proseguì le indagini, scoprì altri reati e lo scorso anno chiese i rinvii a giudizio sui quali, fra breve, dovrebbe pronunciarsi il gip Eduardo De Gregorio. Mastella è accusato di ben nove episodi delittuosi: quattro concussioni, tre abusi d’ufficio, un’associazione per delinquere e un caso di truffa, peculato e appropriazione indebita.


1) Concussione: in combutta col consuocero Camilleri, leader dell’Udeur beneventana e con due assessori regionali, Mastella avrebbe costretto il governatore Antonio Bassolino ad “assicurare loro la nomina a Commissario dell’Area sviluppo industriale (Asi) di Benevento di una persona liberamente designata dal Mastella” per “compensare la mancata attribuzione al suo gruppo politico della carica di presidente dello Iacp di Benevento”; per coartare la volontà di Bassolino, i due assessori presero a disertare le riunioni di giunta e Mastella ad “attaccarlo strumentalmente sulla gestione dei rifiuti”.

2) Tentata concussione: Mastella e la moglie Sandrina (presidente del Consiglio regionale) avrebbero perpetrato una “costante intimidazione” e “denigrazione” contro Luigi Annunziata, direttore generale dell’ospedale San Sebastiano di Caserta per cacciarlo dal suo incarico, visto che rifiutava di “procacciare favori, appalti, posti, incarichi dirigenziali e primariati a membri dell’Udeur”.

3) Abuso d’ufficio e rivelazione di segreti d’ufficio: Mastella avrebbe “istigato” il presidente della III sezione del Tar Campania, Ugo De Maio, ad aggiustare una causa in camera di consiglio per favorire un suo protetto e svantaggiare un’altra persona.

4) Abuso d’ufficio: Mastella, assieme al solito Camilleri, avrebbe istigato un suo assessore regionale a favorire un suo raccomandato ai vertici della comunità montana del Taburno.

5) Concussione: Mastella avrebbe costretto il sindaco di Cerreto Sannita a nominare un amico dell’Udeur ad assessore ai Lavori pubblici e ad assegnare il progetto dell’area industriale allo studio ingegneristico del consuocero Camilleri, minacciando in caso contrario “il congelamento dei finanziamenti regionali destinati al Piano di insediamento produttivo di Cerreto”.

6) Abuso d'ufficio: Mastella, assieme al consuocero, al cognato Pasquale Giuditta e ad altri, avrebbe chiesto e ottenuto l’assunzione indebita all’Arpac di ben 158 raccomandati suoi e dell’Udeur, in barba alle regole sulle competenze professionali, “per coltivare interessi di natura politico clientelare”.

7) Tentata concussione: Mastella & C. avrebbero intimato al direttore generale dell’ospedale pediatrico Santobono di Napoli di nominare primario un loro amico a scopo esclusivamente “clientelare”; e, quando quello rifiutò, fu investito da un’interpellanza dell’Udeur in Consiglio regionale che lo dipingeva come un incapace e dunque costituiva una minaccia di “rimozione dall’incarico”.

8) Associazione per delinquere: Mastella, la moglie Sandra e altri avrebbero dato vita a “un’associazione per delinquere, operante prevalentemente nella regione Campania, finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti contro la Pubblica amministrazione e, soprattutto, all’acquisizione del controllo delle attività pubbliche di concorso e gare pubbliche bandite dagli Enti territoriali campani, attraverso la realizzazione di reati di falsità ideologica, turbata libertà degli incanti, corruzioni, abuso di ufficio e rilevazioni del segreto di ufficio... essendo capi e promotori del sodalizio Mastella Clemente, Camilleri Carlo e Lonardo Alessandrina”.

9) Peculato, truffa e appropriazione indebita: Mastella, “al fine di procurare ingiusto vantaggio patrimoniale ai suoi congiunti Mastella Elio e Mastella Pellegrino” (i figli, che “attraverso lo schermo societario costituito dalla società Campanile srl, senza averne titolo, acquistavano dalla Scip a prezzo più basso di quello di mercato, l’immobile in Roma Largo Arenula già di proprietà dell’Inail, utilizzando anche fondi pubblici destinati al sostentamento dell’editoria”), “si appropriava indebitamente dell’intero capitale sociale del detentore del logo della testata Il Campanile Nuovo” e sarebbe riuscito persino a truffare l’Inail.

Tutti questi reati, secondo la Procura di Napoli, Mastella li avrebbe commessi “agendo in qualità di Segretario Nazionale del partito politico Udeur”. Dunque, mai come ministro. Del resto, alcuni gli vengono contestati “fino al luglio 2009”, quando non era più ministro da un anno e mezzo. E altri prima che lo diventasse.

Che dice la legge sui reati commessi da un ministro? La risposta è nell’articolo 96 della Costituzione e nella legge costituzionale 1/1989 (che abolì la Commissione Inquirente), ma anche nella costante giurisprudenza della Cassazione: spetta al pm, titolare dell’azione penale, decidere se il reato commesso da chi fa il ministro è di natura “ministeriale” o ordinaria. Nel primo caso, il fascicolo passa al Tribunale dei ministri (una sezione ad hoc del Tribunale distrettuale), che però può procedere solo dopo aver avuto l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Nel secondo, si va avanti come in un normale processo.

Ma, fatta la legge, trovato l’inganno. Il 30 luglio scorso, la Camera (tutti d’accordo, tranne l’Idv) si costituisce in giudizio dinanzi alla Consulta contro i giudici di Livorno che stanno processando il ministro Altero Matteoli (Pdl) per favoreggiamento del prefetto: l’accusa è di averlo avvertito nel 2004 delle indagini e delle intercettazioni a suo carico per una brutta storia di abusi edilizi all’isola d’Elba.

Il caso Matteoli è un unicum: la Procura aveva ritenuto che il reato Matteoli l’avesse commesso in quanto (nel 2004) ministro dell’Ambiente, dunque che fosse di natura ministeriale. Ma il Tribunale dei ministri giudicò diversamente: derubricò il reato da ministeriale a comune e restituì il fascicolo al Tribunale ordinario. La Camera però decise che, prima di farlo, il Tribunale dei ministri dovesse informarla. E sollevò un conflitto di attribuzioni alla Consulta, che le diede ragione con una sentenza controversa (l’illustre consesso si spaccò a metà e il relatore si dimise per protesta): il Tribunale , prima di riprendere il processo, avrebbe dovuto chiedere il permesso a Montecitorio.

A quel punto la Camera, senza che nessuno gliel’avesse chiesta, negò l’autorizzazione a procedere contro Matteoli. Il Tribunale di Livorno sollevò a sua volta un conflitto alla Consulta contro la Camera per quell’obbrobrio giuridico. E il 30 luglio scorso la Camera si costituì in giudizio contro i giudici. Spalancando la strada al ritorno all’immunità automatica, almeno per i ministri, senza neppure cambiare la legge o la Costituzione. Venerdì 19 novembre, infatti, il Senato ha trascinato alla Consulta anche il Tribunale di Livorno per salvare Mastella e i suoi cari. Richiamandosi al precedente di Matteoli che, per quanto scandaloso, precedente non è perché è un caso totalmente diverso.

Per Matteoli la Procura (poi smentita dal Tribunale dei ministri) aveva ritenuto il reato “ministeriale”. Per Mastella nessuno ha mai ventilato un’ipotesi tanto assurda: né la Procura di Napoli, né tantomeno Mastella, che in due anni di indagini e udienza non ha mai eccepito nulla del genere. Del resto, basta leggere i capi d’imputazione: tutti fatti che, comunque li si voglia giudicare, riguardano Mastella come leader dell’Udeur, non certo come ministro della Giustizia.

I ministri della Giustizia non si occupano di Asl, Arpac, Aisi, comunità montane, assessori in piccoli comuni, giornali e alloggi di partito. Dunque non c’è motivo per cui la Procura o il Gip debbano investire il Tribunale dei ministri o il Senato.

Tutto fila liscio fino all’11 ottobre, quando nella fase finale della discussione in udienza preliminare, la difesa Mastella scopre all’improvviso la competenza del Tribunale dei ministri, invocando il precedente fasullo di Matteoli e sostenendo la ministerialità dei reati. Il Gip ovviamente risponde picche. A quel punto il Senato entra a piedi giunti nel processo e, col voto-inciucio di venerdì, tenta di mandarlo infumo, denunciando i giudici di Napoli alla Consulta e sostenendo che spetta al Parlamento e non ai magistrati stabilire la ministerialità o meno dei reati commessi da ministri ed ex ministri.

Il paradosso tragicomico è che, secondo la legge costituzionale 1/1989, il Parlamento “può negare l’autorizzazione a procedere” solo se il ministro inquisito “ha agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”. Ecco: forse lottizzare gli enti pubblici piazzando parenti e raccomandati, concutere pubblici ufficiali, pilotare appalti a fini clientelari, intascare soldi del finanziamento pubblico all’editoria o truffare l’Inail sono condotte tipiche di un ministro della Giustizia e vanno tutelate perché finalizzate a un “preminente interesse pubblico”. Nel qual caso, bloccare il processo a Mastella è poco: bisogna erigergli un monumento equestre.

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