mercoledì 17 novembre 2010

Il caso De Magistris e le rogne all'interno dell'IDV

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Il rinvio a giudizio dell'ex PM e ora eurodeputato (il più votato in Europa, ricordiamolo) De Magistris scuote a fondo le basi del partito. Antonio Di Pietro ricevette grosse critiche tempo fa quando decise di sostenere De Luca alle elezioni in Campania nonostante le sue noie giudiziarie ("Non c'è alternativa, guardate chi è candidato dall'altra parte", riferendosi al PDL), al congresso IDV di Roma lo stesso Di Pietro telefonò davanti alla platea degli iscritti a De Luca, il quale prese subito un treno e nel pomeriggio davanti alla platea stessa giurò che non si sarebbe mai avvalso di mezzucci di fuga dalla Giustizia, cosa che poi fece nel processo che lo riguardava. Da lì la rottura definitiva.


Ora scoppia il caso De Magistris, rinviato a giudizio per alcuni comportamenti messi in atto quando era PM: omissione di atti d’ufficio davanti al tribunale di Salerno. Nello specifico, si trattava di omissione di indagini su una presunta collusione tra magistrati di Lecce e di Potenza con ipotesi di reati che vanno dall’associazione per delinquere all’estorsione al favoreggiamento di banche che applicano tassi usurari. Indagini che gli erano state assegnate e richieste dal Gip. Ricordiamo che De Magistris fu combattuto, osteggiato, bloccato nella sua attività di PM perché nel registro degli indagati erano finiti altri PM e anche politici altolocati (chiedete a Mastella, allora Guardasigilli, che lo spostò altrove).

Ora in molti richiamano il codice etico del partito chiedendo le dimissioni del diretto interessato o almeno l'autosospensione fino a completamento della procedura. Su questa seconda ipotesi mi trovo d'accordo: oltre predicare bene, occorre anche razzolare altrettanto bene, e dare un esempio di correttezza rispetto alle regole del partito di appartenenza. Per non parlare del consenso in seno al proprio elettorato.

C'è un grande bisticcio all'interno dell'IDV fra Antonio Borghesi e Sonia Alfano, rispettivamente vicepresidente del Gruppo alla Camera ed eurodeputata: il primo chiede l'autosospensione di De Magistris, la seconda vuole l'ex PM al suo posto nonostante questo rinvio a giudizio.

Borghese parla di un precedente: "Per effetto dei tuoi attacchi (si riferisce a Sonia Alfano) un nostro ex parlamentare, Americo Porfidia, solo indagato e non come te rinviato a giudizio, e per fatti privati, è stato costretto ad autosospendersi dal partito passando al gruppo misto".

La Alfano replica: "Porfidia è iscritto nel registro degli indagati per estorsione, pure aggravata dal favoreggiamento della Camorra. Altro che fatti privati, la Camorra è Mafia, Borghesi, e lei omaggia Porfidia del titolo di ‘nostro’ deputato? Ma sarà il suo, non certo il mio deputato. A leggere Borghesi che si preoccupa del danno di immagine che subirà l’Italia dei Valori da questa vicenda è troppo, lui che viene da un partito razzista, xenofobo e secessionista come la Lega Nord, che si è dichiarato favorevole al rilevamento delle impronte digitali dei nomadi rom, anche per i bambini".

Sono parole pesanti, e la contesa pare solo all'inizio. Borghesi ha pubblicato una lettera molto forte sulla questione (chi volesse leggerla clicchi QUI).

Il partito dell'IDV, uno dei nuovi della seconda Repubblica, sta vivendo fasi di sviluppo molto travagliate anche per altre questioni. Quando sono cresciuti i consensi (in termini di voti alle elezioni) per l'operato del partito, è iniziata la corsa alle poltrone, e in tanti hanno fiutato l'affare decidendo di impegnarsi in politica (molti ex sindacalisti, i più affaroni di tutti) e tanti altri hanno abbandonato i partiti di provenienza per accasarsi nell'IDV, portando tanti voti, molti iscritti, e puntando alle poltrone in sede elettorale e in seno al partito. Il partito ha forse commesso un errore: aver lasciato la porta troppo aperta, invece di filtrare le richieste di iscrizione, e là sono iniziati i veri problemi.

Infatti i nuovi entrati, soprattutto quando provenienti da altri partiti, e quindi esperti di politica vecchia maniera (quella che non piace alla società civile), per intenderci quella politica dei maneggi tipica della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, che tanti delinquenti hanno regalato ai carceri e al PDL (ora anche all'IDV e all'UDC), dicevamo: i nuovi entrati hanno subito iniziato a ramificare la loro tela di controllo avviando l'assalto alla diligenza. Questo è capitato in diverse Regioni, e Antonio Di Pietro, che non è un fesso (magari ha mostrato ingenuità, accettando l'ingresso di cani e porci), ha deciso di mettere in atto un sistema di autotutela rimettendo a posto lo Statuto del partito, cosa che non è piaciuta a tanti dei nuovi (ma anche vecchi) iscritti interessati alle poltrone.

La modifica più rilevante dello Statuto riguarda i poteri in sede regionale: la figura del Segretario Regionale (prima si chiamava Coordinatore) è stata potenziata, riconoscendole poteri ampi e quasi illimitati sulle decisioni in seno a ogni partito locale, e Di Pietro ha fatto questa scelta precisa in modo che i Segretari Regionali (suoi diretti e fidati dipendenti) tutelino il partito dai cancri interni legati ai desideri espansionistici della vecchia politica da parte dei nuovi iscritti provenienti da altri partiti.

Da più parti sono piovute le critiche e le lamentele, e si è notato che guarda caso queste sono arrivate dai tanti in odore di trombatura a prossime tornate elettorali, o dai tanti al secondo mandato in ambito locale (in molti enti locali sono previste solo due legislature, da qui la paura di perdere i bei stipendi e le comode poltrone, e quindi il desiderio di farsi sistemare altrove: aziende sanitarie locali, aziende dei trasporti, e altro).

La cosa più allucinante è che in certe sedi locali (quindi Regioni) i provenienti da altri partiti hanno cercato con ogni mezzo (anche quello illecito della calunnia e della menzogna) di decapitare i fidati e onesti collaboratori di Di Pietro (fra cui anche valenti e stimati ex magistrati), ma per fortuna alla fine buonsenso e onestà hanno prevalso. All'interno del partito, e anche fuori, si sente parlare di politici entrati nell'IDV provenendo da altri partiti, e alcuni di costoro in sede di iscrizione annuale degli aderenti al partito, si sarebbero presentati nelle sedi del partito con elenchi di iscritti, nomi e cognomi anche messi a caso e parzialemte corretti rispetto all'anno precedente, con firme vergate dalla stessa mano (!!!) e questi elenchi sarebbero stati presentati dal maneggiatore di turno accompagnati da un cospicuo Assegno Bancario a copertura delle spese di iscrizione (!!!). Chiaro il concetto? Elenchi con firme false e relative spese di iscrizione coperte dal politico di turno, quando invece la procedura corretta prevede che ogni interessato all'iscrizione vada personalmente in una sede del partito a firmare lui (esibendo il suo documento di identità), pagando contestualmente di tasca propria le spese di iscrizione (pochi euro). Ma non finisce qui, gli stessi politici che avrebbero fatto ciò in sede di iscrizione, avrebbero fatto lo stesso ad alcuni congressi regionali per la scelta del Segretario Regionale con le deleghe al voto. Com'è il meccanismo? Per eleggere il Segretario Regionale occorrono i voti dei delegati (a maggioranza), e cioè di persone regolarmente iscritte al partito che hanno un foglio di delega con tre firme di altrettanti iscritti, e poi vanno a votare (da tre iscritti una delega = un voto, per semplificare), ebbene, anche qui sarebbe successa la stessa cosa, con firme per le deleghe vergate dalla stessa mano. E che dire di quanti, fra i consiglieri regionali e provinciali che hanno pagato coi soldi ricevuti dagli enti locali a titolo di "formazione personale" o di "cura dei rapporti con gli elettori" (in certe Regioni l'ente regala così ai consiglieri i soldi dei contribuenti...), hanno pagato spuntini, pranzi, cene, bevute, al solo scopo di una indecente campagna acquisti per sostenere le loro mire espansionistiche?

Non sono belle storie, eppure capitano in tutti i partiti, IDV inclusa. La brama di potere e denaro di certa gente, "professionista" della politica, porta a queste e altre condotte che rasentano l'illecito (ricordo che il falso nella firma è reato, però perseguibile solo a querela della parte offesa, che nel caso specifico non sa che ciò è avvenuto, ecco la furbata).

Di Pietro però non è fesso, e ha fatto delle precise modifiche allo Statuto proprio per bloccare questi maneggi. La risposta degli interessati e scontenti non si è fatta attendere: fango. Sì, un linguaggio scurrile fatto di accuse, diffamazioni, tutte parole gettate al vento senza che nessuno (anche quelli che attaccano i Segretari Regionali sul social network più frequentato in Italia, avendo essi creduto alle scaltre parole dei burattinai che furbescamente non si espongono) dicevamo: senza che nessuno abbia fornito uno straccio di prova, pur avendola millantata. Fra l'altro è da segnalare la creazione in uno di questi social network di un gruppo: "Italia dei veri valori", al quale "casualmente" sono iscritti alcuni dei burattinai di cui sopra e tanti, ma davvero tanti babbei che hanno creduto alle loro parole (invero ci sono anche delle brave persone). E ancora nei social network, quanti fra i comuni cittadini non iscritti al partito hanno partecipato a discussioni su questi argomenti, sono stati fatto oggetto degli stessi attacchi e insulti. Da più parti si è detto che il "berlusconismo" è diventato l'arma di questa gente: forse è davvero così.

Perché questi presunti paladini della Giustizia non sono allora andati a raccontare le loro verità ai giornali? Perché non hanno attivato le procedure di controllo all'interno del partito (per esempio: in sede di Congresso) previste dallo Statuto? Il motivo è semplice: verrebbero fuori i loro maneggi, le loro falsità. Ora questi sconfitti maneggiatori tremano: i nodi arriveranno presto al pettine, lo sanno bene. Andranno altrove? Forse: qualche partito che accetta iscritti "forti" (perché hanno tanti voti dalle loro clientele) c'è, e loro potranno riavviare l'assalto alla diligenza, perché i soldi e le poltrone sono il loro unico desiderio e scopo. Per essi considerare la politica un servizio è solo uno specchietto per le tante allodole che danno loro retta.

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