venerdì 31 dicembre 2010

Wikileaks Story / part 3


Ed ecco infine la terza e ultima parte del documentario dell'emittente svedese Sky-Play.TV di cui ha l'esclusiva il Fatto Quotidiano. Buona visione:



“Caccia al soldato Assange” con le divisioni interne all’organizzazione, la caccia all’uomo scatenata dai governi di mezzo mondo, le accuse di stupro, l’ “ideologia” che muove il giornalista australiano.

giovedì 30 dicembre 2010

Wikileaks Story / part 2


Ecco la seconda parte del documentario dell'emittente svedese Sky-Play.TV di cui ha l'esclusiva il Fatto Quotidiano. Buona visione:



Parlano i giornalisti che hanno collaborato con Wikileaks, spazio all’incredibile testimonianza di Kristinn Hrafnsson, il primo giornalista a vedere i video sulla guerra in Iraq poi pubblicati in rete. In “Collateral Murder” un elicottero Apache fa strage di civili e poi si accanisce contro alcuni uomini che, passando di là con un furgone, si fermano ad assistere i feriti. Numerosi sono i video strazianti girati direttamente dall’esercito americano. E poi ancora le chat che incastrano Bradley Manning, il soldato Usa in carcere perché ritenuto la gola profonda di Wikileaks; e ancora il lavoro delle testate giornalistiche sui documenti “crudi”. Dice Iain Overton, giornalista dell’Indipendent: “Sappiamo che la guerra è un inferno. Questi documenti fanno proprio questo: mostrano l’inferno. Non nascondono la verità, non vengono illustrati da uno spin doctor dell’esercito in una sala con aria condizionata nella green zone”. A cura di Citati, Galeazzi, Mello. Traduzioni di Davide Ghilotti.

mercoledì 29 dicembre 2010

Sonoro schiaffo in faccia a Minzolini. E l'Italia esulta

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Era chiaro che sarebbe andata così: quando il direttore di una testata giornalistica pubblica caccia un dipendente per motivi politici e non professionali, a saltare dovrebbe essere la sua testa. Minzolini invece di dimettersi resterà lì: la Propaganda deve andare avanti. Però la Ferrario rientra nei ranghi del TG1, e vediamo ora cosa succederà. Noi intanto godiamo. Anche leggendo il livore del minzognere e i neurodeliri di quanti sono accorsi al suo capezzale: patetici.


Rai, il giudice del Lavoro: “Tiziana Ferrario deve essere reintegrata al Tg1″
Secondo il giudice del lavoro la conduttrice ha subito una "grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica"
da Il Fatto Quotidiano

Il tribunale di Roma sezione lavoro, giudice Marrocco, accogliendo il ricorso in via d’urgenza della giornalista Tiziana Ferrario (assistita dagli avvocati Domenico e Giovanni Nicola D’Amati), ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi. Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell’incarico di conduttrice del tg della rete ammiraglia una “grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell’opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini”.

Secondo il giudice Marrocco, “i provvedimenti che hanno riguardato la Ferrario sono stati adottati in contiguità temporale con la manifestazione, da parte della lavoratrice, del dissenso alla linea editoriale impressa al telegiornale dal nuovo direttore. Con l’adesione da parte sua alla protesta sollevata dal cdr e diretta a far applicare nel tg i principi di completezza e pluralismo nell’informazione. E, infine, con la mancata sottoscrizione da parte della stessa del documento di censura al cdr il 4 marzo scorso”. Questi provvedimenti, si legge nella motivazione, “sono stati antitetici rispetto a quelli adottati nei confronti dei colleghi di redazione che non avevano posto in essere le suddette condotte”. In particolare, “in merito alla rimozione dell’incarico di conduzione del Tg1, dichiaratamente collegata dal direttore del telegiornale all’intento di ringiovanire i volti del tg, risulta in atti che identica decisione non ha coinvolto due giornalisti in sostanza coetanei della ricorrente (Petruni e Romita), i quali, di contro, avevano sottoscritto il documento 4 marzo 2010 di sostegno alla linea editoriale”.

Soddisfatta Tiziana Ferrario, che considera la sentenza ”importante perché afferma il principio fondamentale che i poteri del direttore di una testata giornalistica sono limitati dalla legge: non ha infatti il diritto di emarginare o mettere i giornalisti della sua redazioni in condizione di non lavorare. Dunque una sentenza ancora più importante in quanto può rivelarsi utile a tutti coloro che hanno subito il mio stesso trattamento, da Paolo Di Giannantonio a Massimo De Strobel, da Raffaele Genah a Bruno Mobrici alla stessa Maria Luisa Busi, che con grande coraggio ha deciso di rinunciare alla conduzione del Tg1 perchè non riteneva di essere più nelle condizioni di svolgere con serenità la propria professione”.

Alla sentenza del giudice ribatte Minzolini: “Paolo Frajese ha condotto il Tg per sette anni, Bruno Vespa per cinque. Tiziana Ferrario invece lo ha condotto per 30 anni”. Nessuna discriminazione politica, quindi, per il direttore, secondo cui la decisione del tribunale “è assurda perché interviene in decisioni di fatto del direttore”.

A Minzolini esprime solidarietà il portavoce del Pdl Daniele Capezzone: “Se per caso, dopo circa sei lustri, il direttore del Tg1 decide di avvicendare alcuni conduttori e conduttrici, mi pare che la decisione possa essere rispettata. In un mondo in cui tutti siamo flessibili, solo i mezzibusti del Tg1 devono essere considerati intoccabili?”. Secondo il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto, “oramai è evidente che i giudici in Rai decidono larga parte degli organigrammi interni come dimostra non solo quest’ultimo episodio della Ferrario, ma anche storie precedenti. Il fatto singolare poi è che questi interventi avvengono solo quando a essere spostati sono giornalisti di sinistra”. Parla di “magistratura al servizio della sinistra” il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, che dice: ”Siamo alla follia. Spero che questa decisione venga considerata dalla Rai come merita: un proclama scritto su carta straccia. A quando sentenze che dicano quali notizie divulgare e quali no? Siamo alla protervia togata che sfocia nel ridicolo. In altri casi, Alfano ha inviato ispezioni. Qui servirebbe un controllo medico”.

Di tutt’altro avviso le opposizioni. Secondo il responsabile Cultura e Informazione del Pd, Matteo Orfini, ”la sentenza sul reintegro di Tiziana Ferrario certifica qualcosa che purtroppo era già evidente: al Tg1 ci sono discriminazioni politiche che mortificano professionalmente chi la pensa diversamente dal direttore”. Il capogruppo dell’Italia dei Valori in commissione di Vigilanza, Pancho Pardi, osserva: “Che la direzione di Minzolini fosse fallimentare, non lo attesta solo la sentenza del tribunale di Roma, ma anche e forse soprattutto il crollo dell’edizione del tg1 delle 20 nelle rilevazioni di un sondaggio commissionato proprio dalla Rai. Insomma non siamo lontani dalla realtà se definiamo la direzione di Minzolini la peggiore del servizio pubblico di tutti i tempi”.

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Wikileaks Story / part 1



Giusto per fare luce sulla vicenda Assange/Wikileaks, alterata a regola d'arte dai media vicini al governo USA, il Fatto Quotidiano ha preso l'esclusiva per trasmettere il Documentario della emittente svedese Svt-Plat.TV. Buona visione:



Wikirebels, di Jesper Huor e Bosse Lindquist. Comincia il racconto del camaleonte Assange, mai uguale a se stesso, in giro per il mondo e seguito per sei mesi dalle telecamere svedesi di Svt-Play tv. Julian lotta da tempo contro il “vecchio potere”, lui stesso racconta le sue prime iniziative hacker quando si faceva chiamare “Mendax”. Anche la Nasa tra i suoi obiettivi: viene indagato per degli attacchi informatici e, seppur assolto, si convince della necessità di portare avanti una battaglia a tutto campo per la trasparenza. Dalla creazione in Australia di una delle prime piattaforme per dibattiti online alla pubblicazione dei documenti riservati di Scientology, il passo che porta nel 2006 a Wikileaks è breve. Poi è uno scoop dopo l’altro. Dai documenti sulla sottrazione di denaro pubblico da parte del governo keniota, al manuale di detenzione nella prigione di Guantanamo; dalle prove che la multinazionale Trafigura ha inondato di rifiuti tossici la Costa d’Avorio alle mail private di Sarah Palin che incastrano la governatrice dell’Alaska mentre viola la legge sulla trasparenza. Comincia così l’epopea Wikileaks. A cura di Citati, Galeazzi, Mello. Traduzioni di Davide Ghilotti.

martedì 28 dicembre 2010

Ufficio di collocamento Brambilla

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Anche io voglio essere denunciato dalla minigonna senza vergogna, quindi pubblico volentieri questo articolo.


Michela “sistema” a spese vostre
di Luca Telese

Esplode il caso Brambilla. Il ministro, sotto inchiesta per “danno erariale”, attacca Il Fatto per aver dato conto della sua gestione delle nomine nel mistero e negli enti che da questo dipendono. Curioso. In qualsiasi paese del mondo un ministro che sotto il suo mandato vede il fidanzato approdare alla guida di un ente da lui controllato chiede scusa, si dimette o perlomeno esibisce il proprio imbarazzo. In qualsiasi paese del mondo, un ministro che nomina alla guida della “struttura di missione per il rilancio dell’Italia all’estero” un drappello di amici, ex dipendenti, ex datori di lavoro la maggior parte provenienti da un organo di partito (questo giornale l’ha definito con efficacia “ufficio di collocamento Brambilla”) chiede scusa o rimette il mandato. E persino in questa Italia, il ministro Michela Vittoria Brambilla, all’inizio si era presumibilmente vergognata, o contava di ridurre il danno limitando la diffusione mediatica della notizia.

Però poi qualcosa cambia. Dopo una risposta pubblica di Silvio Berlusconi che – interrogato sull’ascesa al ruolo di commissario Aci del suo fidanzato Eros Maggioni – nella conferenza stampa di fine anno la scaricava (“Sono casi spiacevoli: quando lei prende cento persone non può pretendere che ci siano cento santi…”), la Brambilla annunciava causa civile contro questo giornale. Questa risposta del Cavaliere deve essere costata a Berlusconi qualche scudisciata, se è vero che dopo 4 ore il premier, sempre sensibile alle richieste della “ministra salmonata”, ritratta con una nota ufficiale (“Le indicazioni esposte sono frutto di mere illazioni e personali supposizioni”).

E così, dopo due articoli del nostro quotidiano, dopo un delizioso capitoletto nel libro-inchiesta Tengo Famiglia (Aliberti) pubblicato due settimane fa dal giornalista di Panorama Carlo Puca (“Brambilla, la donna dell’Eros”), dopo una puntata di Report, e dopo l’avvio di una indagine della Corte dei conti, la Brambilla annuncia una “simbolica” richiesta di risarcimento (“solo” tre milioni di euro…) contro Il Fatto. Ne avevano scritto in molti. La nostra colpa? Raccontare per primi queste storie, e le altre che danno l’idea del Brambi-style: a partire dall’uso di elicotteri di Stato (anche per accorrere ad appuntamenti di partito) e atterrare in un’area non adeguatamente attrezzata (con relativo dispiego di mezzi di soccorso pagati dal contribuente) pur di consentire al ministro di arrivare vicina a casetta. La nostra colpa è aver chiesto conto al premier dell’elezione di Maggioni. Avvenuta in condizioni rocambolesche, visto che il commissario nominato all’Aci dalla ministra – Bruno Ermolli – aveva escluso per vizi formali la lista concorrente a quella del signor Maggioni (e sua) consentendole di gareggiare da sola e vincere per assenza di concorrenti (e dispiace). Jacopo Bini Smaghi, leader della lista esclusa, fa ricorso al Tar e si rivolge alle procure, ma intanto Maggioni (professione odontotecnico) resta nel Cda. Nel 2007 Michela disse: “Guadagno più di lui, ma sto ben attenta a non farne un campo di potere nella coppia”. Chissà oggi.

Quanto alla struttura di missione, la domanda non è arbitraria, visto che, come ha scritto Il Sole 24 Ore, “si ipotizza un danno erariale. La Procura del Lazio della Corte dei conti, guidata da Pasquale Iannantuono – scrive Il Sole – ha aperto l’istruttoria a seguito di notizie di stampa secondo cui oltre una decina di persone assunte presso il ministero come consulenti per il rilancio dell’immagine dell’Italia svolgerebbero attività di partito”. Infine, visto che alla comicità involontaria non c’è limite, la ministra ha solennemente annunciato che si sarebbe fatta difendere dall’Avvocatura di Stato, ravvisando negli articoli de Il Fatto un danno per il ministero.

Particolare grottesco, ma rivelatore: l’assunzione di una pattuglia di fedelissimi, e l’incredibile vicenda del compagno che approda al vertice della più importante sezione Aci d’Italia (Milano gestisce il business del gran premio di Monza, 50 milioni di euro), se provato, va considerato un danno della ministra all’immagine dello Stato. Non certo un danno causato da chi scrive la notizia allo Stato. Ma la Brambilla non deve avere chiaro il concetto di distinzione fra pubblico e privato. E così per difendere se stessa le viene istintivo pagare le spese legali con i soldi dei cittadini. Mica male per chi dichiarava spavalda: “Sono una che vive del suo. E a differenza degli altri politici, non ho chi mi paga la pagnotta. Sono libera, dico e faccio quel che voglio, lo ammetto: non dover accontentare nessuno è il mio lusso”.

Alla struttura di missione la Brambilla ha collocato Giorgio Medail, l’uomo che l’aveva assunta a Mediaset nel lontano 1989. E che lei stessa aveva collocato alla guida di una sua impresa (fallimentare) l’indimenticata “Tv delle libertà”. Uno stile di governo che ieri ha ispirato a una senatrice del Pd, Roberta Pinotti, una sacrosanta interrogazione: “A quale titolo viene utilizzata l’Avvocatura dello Stato per un contenzioso che riguarda un personaggio politico?”. Già, persino i vecchi democristianoni dei tempi d’oro, avevano un loro stile. Aggiunge la senatrice Pinotti: “Si tratta di una vicenda del tutto privata nella quale il ministro è accusato di aver concesso consulenze tramite il ministero del Turismo a persone che invece lavoravano per la televisione del Pdl. Di questo la stampa ha dato conto e se il ministro Brambilla ritiene di essere stata personalmente diffamata, nulla le impedisce di aprire un contenzioso affidandosi a un avvocato che l’assista. Ciò che non può fare è rivolgersi all’Avvocatura giustificando questo comportamento di protervia come lesa maestà all’immagine del ministero”. Una contraddizione chiara agli stessi dirigenti del ministero. Il giorno dopo il primo comunicato, il capo di gabinetto, Claudio Varrone, era costretto a correggere il tiro: “L’azione non è volta a tutelare l’immagine del ministro ma quella delle strutture ministeriali”. Ovvero. Un conto è l’immagine del ministro, un altro quella del ministero, e solo per queste (secondo la seconda versione) interverrebbe l’Avvocatura. La Brambilla, che a chi scrive era persino simpatica, disse di Dell’Utri e Tremonti: “Sono come le mestruazioni. All’inizio fanno male, poi, passano”. Lei invece resta. Per ora.

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La pressione indebita alla Corte Costituzionale e i calcoli di Berlusconi

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Dal 14 dicembre in poi il presidente del Consiglio ha ostentato non solo gioia ma anche tranquillità. Ottenuta la ridicola (per come è stata ottenuta) e prezzolata maggioranza alla Camera (al Senato i giochi erano già fatti da tempo), Berlusconi ha raggiunto il suo scopo: dare una spallata a Gianfranco Fini per poter dire "Ho vinto io e tu hai perso". L'UDC ha ripreso quindi il suo balletto dentro una vetrina stile Amsterdam, il PD si è bloccato sull'ennesimo "E ora che si fa?" e l'IDV è spaccato in due per la questione morale (e cioé: quelli che hanno fallito l'attacco a Di Pietro lo stanno accusando di non aver fatto bene "i controlli" nel partito - se li avesse fatti, da tempo questi contestatori sarebbero per strada, perché la questione riguarda loro, le classiche galline che cantano).


La tranquillità di Berlusconi passa anzitutto per la perenne campagna acquisti dei parlamentari, fra i quali ci sono coloro che hanno formato il gruppo dei "Responsabili" (mai termine fu più falso) e quanti altri saranno strappati agli altri partiti (FLI in testa) a suon di lusinghe allettanti. La vera questione, sottovalutata da troppi, è che in questa legislatura ci sono troppi "giovani" della politica, e quindi per essi è comodo continuare a prendere i bei stipendi e soprattutto riuscire a far maturare il minimo di presenze necessario per ottenere le pensioni d'oro che la politica si è auto-riconosicuta da anni, alla faccia della povertà dilagante che affligge il paese.

La tranquillità di Berlusconi però passa anche per le recenti aperture in ambito giudiziario relative alla decisione della Consulta sul Legittimo Impedimento: la legge della vergogna che gli consente di bloccare i processi in cui il carico probatorio a suo svantaggio è pesantissimo (soprattuto nel caso Mills, dov'è stata accertata la corruzione e conseguentemente condannato il corrotto, ora manca solo la condanna del corruttore).

A chi alludiamo? Repubblica ha pubblicato un articolo in cui vengono messe in chiaro le cose. La Corte Costituzionale ha tre vie davanti a sé: la prima azzera la legge per manifesta incostituzionalità, e quindi accoglie in pieno l'istanza dei giudici di Milano (documenti e Carta Costituzionale alla mano è l'opzione più corretta, anzi: l'unica plausibile ed onesta); la seconda ne riconosce solo un difetto parziale che può essere corretto (una salomonica mano tesa all'Esecutivo); la terza respinge la tesi dei magistrati e "santifica" la legge (creando lo Stato Assoluto e sancendo l'impunità totale di una persona - quello che vuole Berlusconi).

La Corte Costituzionale è sotto assedio, è qui che si stanno scaricando le pressioni (che dovrebbe avere Berlusconi). E' addosso ad essa che la stampa e le tv filo-berlusconiane stanno riversando finte preoccupazioni sulla governabilità del paese (la realtà è che il paese non è governato: la maggioranza pensa a salvare il capo e ai propri interessi di Casta), è su di essa che è stata scaricata una grossa patata bollente da un giudice famoso, che ha perso l'occasione per fare bella figura e stare zitto. Infatti tra i colleghi suscita forte sconcerto il fatto che uno di loro, l'ex ministro della Funzione pubblica Luigi Mazzella, famoso per aver invitato a cena il premier e il Guardasigilli Alfano prima della sentenza sul lodo della vergogna, abbia scritto una lettera, divenuta pubblica, in cui si pronuncia per il sì alla legge. I giudici della Corte commentano: "Così aumenta il nostro senso di solitudine e rischiano di rafforzarsi le pressioni dei nostri confronti".

E questo è proprio quello che vuole Berlusconi.

Tutti però pare non si siano accorti di una cosa. Gli italiani che sono stufi di avere come presidente del Consiglio uno che ha queste vicende giudiziarie, che pensa solo a se stesso eccetera, lo vogliono in carcere. Berlusconi però in carcere non ci finirà mai. Egli ha più di settanta anni, e se questo monstrum giuridico dovesse venire cancellato (com'è auspicabile e corretto costituzionalmente), egli non finirà sotto processo... una nuova porcata normativa sarà pronta, e il circo dei pagliacci si rimetterà in moto. Passaranno i mesi, che diventeranno anni, Berlusconi sarà rieletto, poi sarà troppo vecchio per vedersi sbattere in galera. E' proprio così, è inutile che ci prendiamo in giro. Tenete conto poi che anche nell'ipotesi più rosea per l'Italia (l'apertura delle porte del carcere per Sua Emittenza), ci sono sempre la oltre trenta case all'estero, le Hammamet di salvataggio.

Berlusconi lo sa, è per questo che è tranquillo. Per lui il problema non è andare in carcere o meno (perché sa che non ci finirà mai), ma vincere pure questa lotta: detesta perdere. E tutto ciò esattamente come per il voto sulla sfiducia del 14 dicembre: a lui interessava solo vincere contro Fini (e non contro il PD o l'IDV: sa bene che quelli si azzoppano da soli). La sentenza della Corte quindi ha un'importanza solo simbolica. A questo punto una domanda nasce spontanea: gli Scilipoti esistono solo in Parlamento oppure ne troveremo anche nella Consulta?

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venerdì 24 dicembre 2010

Il vero nemico del Centro-Sinistra. La vera palla al piede


Diversi anni fa Berlusconi disse che D'Alema era il leader ideale di una opposizione. Già questo lo dequalificava, ma leggete qui...


“La magistratura? La più grande minaccia per l’Italia”. Così D’Alema in un cablo Wikileaks

Le parole dell'ex premier ed ex ministro degli Esteri sono riportate dall'ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli in un dispaccio del 2008. Ma D'Alema smentisce di aver mai pronunciato quel "giudizio abnorme"

da: Il Fatto Quotidiano

Questa volta l’attacco ai giudici non arriva da Silvio Berlusconi. Ma da Massimo D’Alema, che però smentisce. Scrive l’ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli in un cablogramma targato Wikileaks e pubblicato da El Pais: ”Sebbene la magistratura italiana sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, l’ex premier ed ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha detto lo scorso hanno all’ambasciatore (Usa, ndr) che la magistratura è la più grande minaccia per lo Stato italiano”. Secondo D’Alema, però, quanto scritto nel dispaccio è frutto di un’incomprensione: “Accanto a osservazioni ovvie su fughe di notizie e intercettazioni – dice l’attuale presidente del Copasir – viene riportato un giudizio abnorme sulla magistratura che non ho mai pronunciato, che non corrisponde al mio pensiero e che evidentemente all’epoca è stato frutto di un fraintendimento tra l’ambasciatore Spogli e me”.

Nel dispaccio del 3 luglio 2008 intitolato “Berlusconi incontra forti turbolenze”, il paragrafo 7 è dedicato alla magistratura italiana, “per molti un sistema rotto”. Secondo l’ambasciatore americano, le intercettazioni telefoniche riguardanti le inchieste giudiziarie sono spesso pubblicate dalla stampa. E questa situazione crea “imbarazzo” e richiede una riforma del sistema giudiziario e delle intercettazioni. “La fonte all’interno della magistratura responsabile della fuga di notizie viene scoperta raramente”, continua l’ambasciatore Usa, che poi riporta il parere di D’Alema, secondo il quale la magistratura rappresenta “la più grande minaccia per lo Stato italiano”.

Spogli commenta: “Nonostante 15 anni di dibattiti sulla necessità di una riforma globale del sistema giudiziario, non sono stati fatti progressi significativi. Gli italiani, in linea di massima, considerano il loro sistema giudiziario rotto, forse non più riparabile, e hanno davvero poca fiducia sul fatto che garantisca realmente giustizia”.

martedì 21 dicembre 2010

Vicenda Calipari: lo scandalo insabbiamento Berlusconi-Fini. E la Verità?

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Morire in terra straniera perché si è servito lo Stato, e lo Stato ti abbandona, uccidendo la verità, bloccando la Giustizia, gettando fango anche sul tuo nome.


Calipari, Wikileaks: “Rapporto fu scritto per evitare indagini aggiuntive”
Secondo un cable del maggio 2005 scritto dall'ex ambasciatore Usa a Roma, Mel Sembler, il governo Berlusconi voleva "lasciarsi alle spalle" la vicenda e "bloccare i tentativi delle commissioni parlamentari di aprire inchieste"
da Il Fatto Quotidiano

Wikileaks torna a diffondere cablogrammi che coinvolgono anche l’Italia e costringe Palazzo Chigi a smentire. Secondo un dispaccio diffuso dal Guardian e siglato dall’ambasciatore Usa a Roma, Mel Sembler, del 3 maggio 2005, il rapporto italiano sulla morte di Nicola Calipari in Iraq, almeno nella parte che definiva l’uccisione non intenzionale, era costruito “specificatamente” ad evitare ulteriori inchieste della magistratura italiana. Inoltre, sempre secondo il cable, il governo Berlusconi voleva “lasciarsi alle spalle” la vicenda, che comunque non avrebbe “danneggiato” i rapporti bilaterali con Washington.

”Ancora una volta i resoconti di Wikileaks attribuiti all’ambasciatore americano in Italia corrono il rischio di accreditare posizioni, non solo mai assunte dal governo italiano, ma esattamente contrarie alla verità”, si legge in una nota diffusa da Palazzo Chigi. “Evidentemente, in quei resoconti si sono scambiati i desideri con la realtà, le domande con le risposte. E le valutazioni personali di diplomatici americani a Roma si sono trasformate in presunte “posizioni ufficiali” che il governo italiano non ha invece mai assunto – prosegue il comunicato – Inutili quindi, o strumentali, le polemiche su qualcosa che non esiste. I fatti e i documenti provano, del resto, il contrario di quanto afferma Wikileaks, e cioè la verità”. “Uno per tutti, la relazione con la quale il governo italiano si è dissociato dalle conclusioni dell’inchiesta americana sul caso Calipari. Basta questo per dimostrare come le presunte rivelazioni di Wikileaks siano, ancora una volta, assolutamente prive di fondamento; e, quindi, fuorvianti”, si legge alla fine della nota. il contenuto del comunicato sarebbe stata condivisa da Gianfranco Fini, allora ministro degli Esteri.

Ma il desiderio di non danneggiare i rapporti con l’amministrazione Bush è scritto nero su bianco nel dispaccio diplomatico: il governo italiano arrivò fino al blocco “dei tentativi delle commissioni parlamentari di aprire indagini” sulla morte di Calipari malgrado vi fossero già delle precise richieste delle opposizioni in proposito. La rivelazione è contenuta sempre nel cable del 3 maggio 2005 quando Sembler incontrò a Palazzo Chigi, Gianfranco Fini (all’epoca ministro degli Esteri), il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e il capo del Sismi Niccolò Pollari per discutere del rapporto italiano sulla vicenda.

Nello specifico, i vertici dell’ambasciata Usa furono convocati il 2 maggio 2005 dall’ufficio del premier Berlusconi per ricevere in anticipo il rapporto italiano sul caso Calipari. “Presenti all’incontro – riferisce il ‘cable’ siglato da Sembler – il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, il sottosegretario Gianni Letta, l’ambasciatore negli Usa Gianni Castellaneta, il capo del Sismi Niccolò Pollari, alcuni dei loro consiglieri, e due commissari, il diplomatico Cesare Ragaglini e il generale del Sismi Pierluigi Campregher. Berlusconi non era presente, e non sarà a Roma fino a domani”.

Il 5 maggio, il premier Berlusconi sarebbe intervenuto in Parlamento per discutere il rapporto: “Sarebbe meglio che il presidente George W. Bush lo chiamasse il giorno prima, in modo che lui possa dire in Parlamento di aver discusso la questione con il presidente”. Nel rapporto, notano gli americani, si afferma tra l’altro che “gli investigatori italiani non hanno trovato prove che l’omicidio è stato intenzionale: questo punto è stato ‘designed specifically’ (costruito specificatamente) per scoraggiare altre indagini della magistratura, visto che per la legge italiana possono aprire inchieste sulla morte di cittadini italiani all’estero, ma non in caso di omicidio non intenzionale”. Seguiva la nota: “I nostri contatti hanno messo in guardia che i magistrati italiani sono famigerati per forzare queste leggi ai loro scopi, quindi resta da verificare se la tattica del governo italiano avrà successo”.

Il Parlamento italiano ”riapra” il caso Calipari dopo le rivelazioni di WikiLeaks sull’atteggiamento del governo italiano attraverso una commissione parlamentare d’inchiesta. E’ l’auspicio espresso da Giuliana Sgrena. “Solo il Parlamento può riaprire il caso e rendere onore alla memoria di un servitore dello Stato”, dice la giornalista del ‘Manifesto’ che il 4 marzo del 2005 si trovava con Nicola Calipari a bordo della Toyota Corolla sulla quale perse la vita il funzionario del Sismi.



Cablo Usa: rapporto su morte Calipari costruito per evitare altre inchieste
E' quanto si legge in un documento firmato dall'ambasciatore Usa in Italia, Mel Sembler, nel maggio 2005. Il governo Berlusconi voleva "lasciarsi alle spalle la vicenda". Giuliana Sgrena: "Ora commissione d'inchiesta". Rosa Calipari: "Rapporti con gli Usa messi davanti alla verità". Il governo replica: "Wikileaks è fuorviante"
da Repubblica

ROMA - Il rapporto italiano sulla morte di Nicola Calipari in Iraq, almeno nella parte che definiva l'uccisione del funzionario dei servizi da parte di un posto di blocco americano come "non intenzionale", era costruito allo scopo di evitare ulteriori inchieste della magistratura italiana. Lo si legge in un cable siglato dall'ambasciatore Usa a Roma, Mel Sembler, nel maggio 2005, diffuso dal Guardian, media partner di Wikileaks. Il governo Berlusconi, in serata, diffonde una nota per bollare come "fuorvianti" le "presunte rivelazioni" di Wikileaks.

Guardian: il cablo sul rapporto Calipari

SPECIALE: il database dei cablogrammi segreti

Il governo Berlusconi, si legge nel cablo diffuso dal Guardian, voleva "lasciarsi alle spalle" la vicenda, che comunque non avrebbe "danneggiato" i rapporti bilaterali con Washington e non avrebbe nuociuto all'impegno militare italiano in Iraq. Nicola Calipari fu ucciso la notte del 4 marzo 2005. L'agente era in un'auto dei servizi assieme alla giornalista Giuliana Sgrena, appena rilasciata dai suoi rapitori dopo una lunga mediazione. L'auto si dirigeva all'aeroporto di Bagdad quando dal check-point americano partirono alcuni colpi d'arma. Calipari fece scudo col suo corpo per difendere la giornalista e fu ucciso da un proiettile alla testa. Il soldato che sparò fu poi identificato in Mario Lozano, addetto alla mitragliatrice al posto di blocco.

Il cablo è datato 3 maggio 2005, il giorno dopo gli incontri a Palazzo Chigi tra l'ambasciatore Sembler e, tra gli altri, l'allora ministro degli Esteri Gianfranco Fini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e il capo del Sismi Niccolò Pollari, avvenuti poco prima della diffusione del rapporto italiano sulla morte di Calipari. Alla luce di quei colloqui, l'ambasciatore Sembler scriveva che il governo italiano "bloccherà i tentativi delle commissioni parlamentari di aprire indagini", malgrado vi siano già delle precise richieste delle opposizioni in proposito, sostenendo la tesi del "tragico incidente".

Nel rapporto, spiega il documento dell'ambasciata Usa a Roma, si afferma che "gli investigatori italiani non hanno trovato prove che l'omicidio sia stato intenzionale. Questo punto (del rapporto) è stato "designed specifically" - costruito appositamente - per scoraggiare altre indagini della magistratura, visto che per la legge italiana si possono aprire inchieste sulla morte di cittadini italiani all'estero, ma non in caso di omicidio non intenzionale".

Ma l'ambasciatore Sembler non considera "certo" il successo della strategia adottata dal governo italiano per chiudere così il caso Calipari. Perché, scrive tra parentesi, "i nostri contatti hanno messo in guardia che i magistrati italiani sono famigerati per piegare simili leggi ai loro scopi, quindi resta da verificare se la tattica del governo italiano avrà successo". "Il rapporto - scrive ancora Sembler - è stato scritto avendo i magistrati in mente".

L'ambasciatore americano a questo punto si produce in alcune "raccomandazioni". In particolare, consiglia a tutti i portavoce dell'amministrazione Usa di non soffermarsi a criticare "punto per punto" il rapporto italiano sul caso Calipari per difendere la ricostruzione americana dei fatti, perché si produrrebbero "conseguenze asimmetriche": se è improbabile che le critiche contenute nel rapporto italiano possano danneggiare il governo Usa, se l'esecutivo italiano dovesse apparire "sleale" di fronte alla pubblica opinione, o troppo accondiscendente verso gli Usa nel caso in questione, le conseguenze per il governo Berlusconi e per l'impegno italiano in Iraq "potrebbero essere severe".

Il 5 maggio, il premier Berlusconi sarebbe intervenuto in Parlamento per discutere il rapporto. "Sarebbe meglio - suggerisce Sembler - che il presidente George W. Bush lo chiamasse il giorno prima, in modo che lui possa dire in Parlamento di aver discusso la questione con il presidente". Inoltre, "il Dipartimento di Stato dovrebbe considerare una telefonata del Segretario di Stato (Condoleeza Rice) al vicepresidente Fini nei prossimi giorni per confermare che condividiamo il desiderio italiano di lasciarsi alle spalle l'incidente".

Governo: "Wikileaks fuorviante". In serata, il governo italiano diffonde un comunicato per sottolineare come "ancora una volta i resoconti di Wikileaks attribuiti all'ambasciatore americano in Italia corrono il rischio di accreditare posizioni, non solo mai assunte dal governo italiano, ma esattamente contrarie alla verità". "In quei resoconti - prosegue la nota di Palazzo Chigi - si sono scambiati i desideri con la realtà, le domande con le risposte. E le valutazioni personali di diplomatici americani a Roma si sono trasformate in presunte 'posizioni ufficiali' che il governo italiano non ha invece mai assunto. Inutili quindi, o strumentali, le polemiche su qualcosa che non esiste. I fatti e i documenti provano, del resto, il contrario di quanto afferma Wikileaks, e cioè la verità. Uno per tutti, la relazione con la quale il governo italiano si è dissociato dalle conclusioni dell'inchiesta americana sul caso Calipari. Basta questo per dimostrare come le presunte rivelazioni di Wikileaks siano, ancora una volta, assolutamente prive di fondamento; e, quindi, fuorvianti".

Rosa Calipari, moglie del funzionario del Sisde ucciso in Iraq, dice di "non essere stupita" dalle rivelazioni di Wikileaks. "E' la stessa sensazione - spiega la vicepresidente dei deputati del Pd - che ho provato leggendo, mezzora prima che fosse dato alla stampa, quelle pagine del rapporto italiano sulla morte di Nicola in cui si definiva l'uccisione 'non intenzionale'. Sì, il governo italiano voleva lasciarsi alle spalle il caso Calipari e mettere i rapporti bilaterali con l'America davanti alla verità. Naturalmente non so nulla di questo dispaccio inviato da Sembler".

Appreso del cablo diffuso dal Guardian, Giuliana Sgrena chiede al Parlamento italiano di riaprire il caso Calipari attraverso una commissione parlamentare d'inchiesta. "Solo il Parlamento - dice la giornalista all'Ansa - può riaprire il caso e rendere onore alla memoria di un servitore dello Stato". "Sapere che il caso Calipari è stato insabbiato dalle stesse persone che hanno celebrato Nicola come un eroe mi fa venire i brividi - aggiunge la giornalista -. Leggere i nomi di Fini, Letta, Pollari... Era immaginabile che le cose fossero andate più o meno così per la ragion di Stato, ma leggerle nero su bianco mi fa venire i brividi. Non riesco ad accettarlo neanche in nome della ragion di Stato. Non si può sacrificare così un servitore dello Stato, è un colpo terribile".

Sulla stessa linea Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza del Pd, che giudica "gravissime" le notizie secondo cui l'ambasciata americana riferiva a Washington che il governo Berlusconi avrebbe bloccato la richiesta delle opposizioni parlamentari di un'inchiesta sull'uccisione di Nicola Calipari. "Pretenderemo che il presidente del Consiglio riferisca al Parlamento" annuncia Fiano, perché "il nostro governo avrebbe omesso di fare fino in fondo il proprio dovere per accertare le cause dell'uccisione di un servitore dello Stato".

Per Ettore Rosato, deputato del Pd e componente del Copasir, "sono notizie agghiaccianti, vogliamo subito chiarimenti in Parlamento. Calipari è stato un servitore dello Stato, uno dei migliori uomini della nostra intelligence. Pensare che il governo Berlusconi abbia impedito di fare luce sulla sua morte è inquietante. Visto che Berlusconi non ha voluto presentarsi al Copasir, dica in Aula davanti al parlamento e al paese cosa è davvero avvenuto".

Il vicepresidente dei senatori Pd, Felice Casson, chiama in causa Ignazio La Russa. "E' urgente che il ministro della Difesa venga in Senato a riferire" e a "precisare tutti gli elementi a sua conoscenza sui rapporti inquinanti tra governo italiano e amministrazione Usa". "Ora si comprende benissimo - aggiunge Casson -il comportamento del governo Berlusconi all'epoca, assolutamente refrattario alla ricerca della verità e ad aiutare le indagini". "Accettando una limitazione della sovranità nazionale, il governo Berlusconi ha rifiutato verità e giustizia, oltre ad abdicare al suo ruolo di garante dell'autonomia nazionale".

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lunedì 20 dicembre 2010

Nuova manifestazione della Polizia ad Arcore. E ce n'è anche per Gasparri

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Credo che più di una persona si debba ricredere sui alcuni giudizi un po' troppo affrettati e generalisti espressi sulle forze dell'ordine. E' vero che siccome le gerarchie là sono rigide, è facile un'impronta destrosa nella mente di molti, ma è vero anche che nelle forze dell'ordine ci sono tante persone che hanno l'ideale di Giustizia impresso nel DNA.

Oggi la Polizia è tornata a manifestare davanti alla villa di Berlusconi ad Arcore a causa dei tagli pazzeschi che riguardano anche il loro settore, e interpellati sulle affermazioni gravissime di Gasparri relative al DASPO e agli arresti preventivi sui manifestanti, la loro risposta è stata limpida: "Cosa c’entrano il Daspo e gli arresti preventivi invocati da Gasparri? Manifestare è un diritto. Poi se noi scopriamo che qualcuno si è macchiato di qualche reato lo perseguiamo, punto".


I sindacati di polizia manifestano ad Arcore “Gasparri pericoloso, la piazza è un diritto”
Le sigle sindacali unite scendono in piazza per protestare contro i tagli al settore imposti dalla finanziaria. E sulle affermazioni del capogruppo Pdl attaccano: "Responsabilità sua se ci fossero nuovi scontri"
di Lorenzo Galeazzi e Franz Baraggino

“Cosa c’entrano il Daspo e gli arresti preventivi invocati da Gasparri? Manifestare è un diritto. Poi se noi scopriamo che qualcuno si è macchiato di qualche reato lo perseguiamo, punto”. Parola dei poliziotti che stamane sono tornati ad Arcore, davanti alla villa di Silvio Berlusconi, per protestare contro i tagli del governo al loro settore.

La rabbia è tanta, e questa volta sono i poliziotti a scendere in piazza. La quasi totalità delle sigle sindacali di polizia si è riunita davanti a villa San Martino, per protestare contro la manovra finanziaria e le promesse “mai mantenute” di questo governo. “Per il prossimo triennio i nostri salari non potranno superare quelli percepiti nel 2010”. E’ Alessandro Pisaniello del Siulp a chiarire quanto sia critica la situazione: “A fronte di una riduzione del personale da 106 a 96 mila unità, ogni poliziotto avrà più lavoro, ma una volta raggiunto il tetto del 2010 – spiega Pisaniello – straordinari, notti e missioni non verranno più remunerati”. E conclude: “Come se non bastasse, ai passaggi di qualifica non corrisponderà un equivalente adeguamento dello stipendio”.

Il contratto degli operatori di polizia per gli anni 2008 e 2009 è stato firmato lo scorso settembre, e nell’accordo era previsto anche il pagamento degli arretrati entro il mese di novembre. “Sono riusciti a non rispettare la loro stessa firma – attacca Maccari del Coisp – nonostante le parole di Maroni e l’emendamento col quale avevano promesso di difendere le nostre buste paga”. L’emendamento, fanno notare, è durato meno di un giorno, e altrettanto in fretta è stato cancellato. “E’ l’ennesimo volta faccia di un governo che non onora gli impegni – accusa Claudio Giardullo del Silp, che assicura: “Se non si mette mano alla finanziaria con norme specifiche, la nostra operatività sarà compromessa, e non potremo più garantire la sicurezza dei cittadini”.

Ma la manifestazione è anche l’occasione giusta per provare a capire cosa pensino i rappresentanti delle forze dell’ordine delle dichiarazioni incendiarie rilasciate da numerosi esponenti di Pdl e Lega a partire da martedì 14 dicembre, giorno dei disordini a Roma.

Il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano ha chiesto di estendere il Daspo, il provvedimento che tiene i tifosi violenti alla larga dagli stadi, anche ai manifestanti e Roberto Maroni, titolare del Viminale, ha giudicato la proposta così interessante da poter essere inserita nel pacchetto Sicurezza. Ma l’esponente che ha dato più fuoco alle polveri è sicuramente Maurizio Gasparri, il capogruppo del Pdl al Senato ha infatti invocato “arresti preventivi” e retate sullo stile di ciò che accadeva negli anni Settanta.

Per fortuna dai rappresentanti delle forze dell’ordine si è sollevato un coro di “no” e un invito ad abbassare i toni per non esacerbare gli animi, sia dei manifestanti sia degli stessi poliziotti che si trovano a fronteggiarli.

“La politica si deve rendere conto che il momento è molto delicato e va gestito con calma – dice Roberto Traverso, segretario Silp Cgil Genova – e ha l’obbligo di parlare alla testa della gente, non alla pancia”.

Anche l’idea di utilizzare i metodi per controllare le tifoserie e di applicarle alla piazza lascia molto perplessi gli agenti. Valentino Tosoni, segretario del Coisp Lombardia, da una vita si occupa di ordine pubblico. Ha iniziato a fronteggiare i manifestanti proprio in quel periodo in cui le parole di Gasparri vorrebbero farci tornare, gli anni Settanta. E solo nel 2010, fra stadi e manifestazioni politiche, ha fatto fra i 70 e gli 80 “interventi di Op”, come si dice in gergo. “Sappiamo bene che alle partite spesso e volentieri ci sono frange di tifosi che vogliono solo agitarsi e creare problemi, ma le manifestazioni di dissenso sono completamente un’altra cosa. Capita che al loro interno possano nascondersi anche dei violenti. Ma quelli sono solo dei delinquenti che non hanno niente a che vedere con chi protesta e vuole fare sentire la propria voce. Che è un diritto sancito dalla nostra Costituzione”. Insomma, anche per un vecchio lupo della piazza il Daspo e gli arresti preventivi non servono a niente.

L’opinione più diffusa fra gli agenti è che la politica stia strumentalmente scaricando sulle spalle delle forze di pubblica sicurezza una situazione incendiaria che lei stessa ha contribuito a creare. “Non vogliamo diventare l’obiettivo dei manifestanti più facinorosi solo perché alcuni politici soffiano sul fuoco”, dice Roberto Traverso, segretario Silp Cgil Genova. Continua Tosoni: “Noi prima che poliziotti siamo cittadini che vivono gli stessi disagi di chi manifesta e per giunta siamo costretti ad andare in piazza contro queste persone”.

Quello che bisogna fare ora è abbassare i toni, dicono all’unisono tutte le sigle sindacali, e l’unica “prevenzione” che spetta alla politica è risolvere i problemi: dall’occupazione per i più giovani ai rimedi per chi paga la crisi economica. “E invece cosa fa il governo? – chiede Daniele Tissone, segretario nazionale Silp Cgil – Pensa di poter risolvere le questioni con la polizia ma in realtà svia solo il problema”. In altre parole il Palazzo pensa di poter fronteggiare l’allarme sociale con un po’ più di ordine pubblico.

Nei prossimi giorni sono previste altre manifestazioni a Roma e nella altre principali città italiane e la parola d’ordine che gira, almeno fra gli agenti, è quella di stare tranquilli. “Dobbiamo renderci conto che la violenza è sempre una cosa orribile – continua Tissone – sia per chi la subisce e anche per chi la esercita, che siano celerini o manifestanti”.

“Al Signor Gasparri, che evoca provvedimenti della ex Legge reale in vigore negli anni Settanta chiediamo che la prossima volta venga a chiedere a noi quelli che sono gli strumenti da adottare per garantire la sicurezza nelle piazze”, dice Rocco Disogra segretario nazionale del Coisp. Ma quale sarebbe la maniera migliore di stare in piazza per le forze dell’ordine? Tissone non ha dubbi: “Il metodo Firenze. Ordine pubblico presente ma poco visibile. Si all’incontro e no allo scontro”. Il segretario fa riferimento al novembre 2001, quando, pochi mesi dopo le drammatiche giornate del G8 di Genova, i lavori del Social forum europeo nel capoluogo toscano furono accompagnati da una manifestazione oceanica. Allora il questore della città era Giuseppe De Donno che decise di fare tutto il contrario di ciò che le forze dell’ordine avevano fatto poco tempo prima a Genova. E la giornata del corteo, carica di tensione (era la prima volta che il “popolo di Genova” tornava in piazza dopo i fatti del G8 si trasformò in un’enorme festa. Nessun incidente, nessuna vetrina rotta o auto bruciata. Nonostante anche allora una certa politica irresponsabile soffiasse sul fuoco. Per dirla con le parole di Franco Maccari del Coisp: “Fin da ora ritengo l’onorevole Gasparri responsabile di qualunque incidente”. A dimostrazione di posizioni ben più concilianti rispetto a quelle della maggioranza di centro destra, è stato annunciato per il pomeriggio, a Roma, un incontro proposto dal Partito Democratico tra sindacati di polizia e studenti. “Quelli pacifici – precisa Maccari – perché manifestare è un diritto e la battaglia non deve essere tra studenti e forze dell’ordine. Due cose non servono: i black bloc e i Gasparri”.

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venerdì 17 dicembre 2010

Invenzione di accuse e tanto fango su Assange

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Un interessante articolo sulle ultime novità riguardanti il giornalista Julian Assange, fondatore di Wikileaks. Nessuno dei coda-di-paglia sputtanati da Wikileaks è ancora riuscito a inventarsi un'accusa credibile per teenrlo in carcere o consegnarlo a chi lo vuole sbattere a Guantanamo.


Assange, la Svezia lo insegue. "Usano campagne diffamatorie"
Secondo l'editore australiano, l'accusa di aggressione sessuale è un pretesto di Stoccolma per ottenere l'estradizione. L'Australia intanto stabilisce che non ha commesso reati secondo la legge locale. E intano Mr. Wikileaks si difende e rilancia: "Usano il fango, e non sarà l'ultimo tentativo. Continueremo a pubblicare segreti delle banche"
REPUBBLICA

ROMA - Julian Assange è stato appena liberato su cauzione, è in una villa di campagna nel Suffolk, 200 km a nordest di Londra. E le sue dichiarazioni non si fermano. E hanno l'aria di una difesa preventiva, come se già conoscesse le mosse di chi vuole bloccare lui e il fenomeno WikiLeaks. Secondo Assange, sarebbe in corso "una campagna diffamatoria molto ben riuscita e del tutto ingiustificata'' da parte della Svezia per riuscire a ottenerne l'estradizione.

La macchina del fango. Il fondatore di WikiLeaks è sempre più combattivo nel denunciare i tentativi di Stoccolma di perseguirlo, con l'imputazione per aggressioni sessuali. Queste le parole deI fondatore di Wikileaks:''La mia sensazione è che ci siano numerosi interessi diversi, personali, nazionali e internazionali, dietro alla procedura, che la incoraggiano. E i miei avvocati hanno detto che ci sarà un nuovo tentativo di diffamazione da un momento all'altro''. Qualche ora fa, Assange aveva dichiarato che gli era stata riportata dal suo avvocato negli Stati Uniti una voce in merito a un'accusa di spionaggio. Che, però, non è ancora stata confermata.

In Australia. Sul fronte australiano la situazione è ora tranquilla, dopo le valutazioni in merito alla possibilità che pubblicando materiale sensibile per gli Usa, Assange avesse commesso qualche reato anche secondo la legge locale. La polizia australiana ha stabilito che nè Wikileaks nè il suo fondatore, hanno commesso alcun crimine in Australia, pubblicando materiale riservato statunitense. Il materiale, secondo le autorità, "non ha dimostrato l'esistenza di eventuali reati su cui l'Australia avrebbe la competenza". Lo ha confermato il premier, Julia Gillard: "Abbiamo ottenuto la consulenza e il risultato è che non c'è stata alcuna violazione", ha spiegato ai reporter. E adesso il premier è sotto pressione: in un primo momento infatti la Gillard aveva qualificato le azioni di Assange come "illegali", pochi giorni dopo aveva in qualche modo alleggerito la critica, definendole comunque "gravemente irresponsabili". Ma durante la conferenza stampa odierna, dopo l'inchiesta della polizia federale australiana, ha dovuto attenuare i toni.

Domani. Assange sembra aver chiaro che l'attenzione sulla sua persona è alta, come quella sul suo sito. "Tutti questi attacchi ci hanno rafforzato", ha dichiarato recentemente. E intanto, secondo un "tweet" su Twitter della Bbc, Assange avrebbe anticipato le prossime mosse di WikiLeaks: "Continuerà a pubblicare informazioni sulle banche".

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giovedì 16 dicembre 2010

La Russa e l'immunità parlamentare per insultare liberamente

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Sto guardando Annozero. Oggi c'è La Russa, il ministro della Difesa. Come ogni volta che c'è, interrompe tutti, fa la paternale a Santoro, e stasera insulta un ragazzo che sta spiegando le ragioni della protesta studentesca.

Insulti a ripetizione: tanto ha l'immunità parlamentare. La Russa ha imparato bene la lezione berlusconiana, quindi delinque liberamente, tanto se un Magistrato chiede di procedere contro di lui per Ingiuria (un reato del Codice Penale) il Parlamento negherà l'autorizzazione a procedere, baluardo delle dittature.

Una domanda: ma La Russa gira con la scorta? Ci farei volentieri due chiacchiere...

Pagliaccio d'un fascista. E pure vigliacco, perché insulta sapendo che non verrà mai punito. Degno ministro delinquente di un governo di delinquenti. Fra l'altro da giovane lui il manganello poteva usarlo, lui sì. Oggi non si può fare niente.

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Dell'Utri, solo buoni affari: dopo la Mafia italiana, quella russa e la 'Ndrangheta

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Marcello Dell'Utri, condannato anche nel secondo e ultimo grado di merito al carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, è ancora a piede libero. Essendo un politico del governo, è intoccabile, come tutti gli altri delinquenti camorristi e mafiosi, piduisti e massoni, corruttori e corrotti, a cominciare dal capo, che ha tirato un sospiro di sollievo quando ha avuto come regalo di Natale dal nuovo presidente della Corte Costituzionale il rinvio a gennaio della decisione sull'Illegittimo Impedimento. Chissà se, come per il mese in più dalla mozione di sfiducia al voto di questa settimana, la campagna acquisti del dittatore realizzerà qualcosa di fruttuoso in questo mese anche presso la suprema corte delle leggi. Vedremo... ormai la caduta in basso del nostro paese pare inarrestabile.

Tornando sulla terra, l'Espresso di questa settimana pubblica una serie di intercettazioni e documenti relativi ai rapporti di Dell'Utri e Berlusconi con un latitante della 'Ndrangheta, che con la Mafia russa, i servizi segreti russi e Putin ha qualche buon affare petrolifero da gestire. Ricordo che tempo fa Saviano disse che la Camorra non ha preferenze politiche, guarda dove più gli conviene. Dell'Utri (e compagnia) similmente non ha preferenze per questa o quella criminalità organizzata: dove c'è da fare qualche buono e losco affare, lui ci si butta in pieno, gli piace così, tanto si sente intoccabile (e forse lo è).


Dell'Utri e l'oro nero di Putin
di Lirio Abbate e Paolo Biondani
Il braccio destro del Cavaliere protagonista del business petrolifero con la Russia. In affari con un calabrese ora latitante per mafia. E l'appoggio dei servizi segreti di Mosca. Ecco le intercettazioni esclusive

Tra l'Italia di Berlusconi e la Russia di Putin ora spuntano gli affari petroliferi di Marcello Dell'Utri. Braccio destro del Cavaliere fin dagli anni Settanta, il senatore del Pdl è il mediatore d'eccezione in compravendite di greggio e trattative per forniture di gas definite "colossali". Operazioni commerciali che vengono gestite attraverso una società energetica che ha sede in Svizzera, ma è controllata da un miliardario russo di origine ucraina: tra i suoi amministratori c'è un manager italiano, che Dell'Utri indica come il suo emissario, impartendogli istruzioni e direttive. Ma il dato più strabiliante è che questo business viene organizzato dal parlamentare berlusconiano, da poco condannato anche in appello per mafia a Palermo, accordandosi con un pregiudicato calabrese, emigrato in Venezuela per sfuggire a precedenti condanne per bancarotta, che ora è ricercato dai magistrati di Reggio Calabria che indagano nientemeno che sul clan Piromalli, la cosca della 'ndrangheta di Gioia Tauro.

A svelare questo assurdo intreccio tra petrolio, politica, mafia e affari è un faldone di intercettazioni internazionali finora inedite. Tra dicembre 2007 e aprile 2008 Dell'Utri parla a lungo al telefono con un certo Aldo Miccichè, ex politico della Dc calabrese trasferitosi in Sudamerica per sfuggire alla giustizia italiana. Miccichè viene intercettato perché ha rapporti strettissimi con la cosca mafiosa di Gioia Tauro, in particolare con Antonio Piromalli, oggi 38enne, che guida la famiglia dopo l'arresto del padre. L'inchiesta è delicata per molti motivi: gli appalti del porto stanno facendo scoppiare una guerra di mafia tra i Piromalli e i Molè, alleati "da cent'anni"; e il figlio del boss incarica Miccichè di muovere le sue conoscenze, tra massoneria e ministero della Giustizia, per far revocare il carcere duro (41 bis) al genitore. Miccichè parla anche di affari e politica: alla vigilia delle elezioni del 2008 garantisce a Dell'Utri di poter "bruciare e sostituire" migliaia di schede con i voti degli italiani all'estero. La polizia avverte subito il Viminale. E così, già due anni fa, i giornali pubblicano le prime intercettazioni, quelle sui progetti di frode elettorale. Gli affari petroliferi invece restano segreti.

Nel frattempo sono successe tante cose: nel luglio 2008 i magistrati hanno ordinato l'arresto di Miccichè, che da allora è latitante; i suoi amici del clan Piromalli sono stati incarcerati e condannati in primo grado; e nei processi l'accusa ha dovuto pubblicare anche le intercettazioni su gas e petrolio. Mentre i messaggi svelati da WikiLeaks hanno mostrato la preoccupazione degli Stati Uniti per i rapporti tra Berlusconi e Putin, con richieste ai diplomatici di scoprire i possibili interessi personali e i misteri degli accordi Eni-Gazprom. Ora "L'espresso" è in grado di fornire una prima risposta, documentata dalle chiamate dello stesso Dell'Utri. Che, essendo parlamentare, non è mai intercettabile direttamente, ma solo quando è al telefono con un intercettato per mafia.

La prima chiamata è del 14 dicembre 2007, ore 18.39. Dell'Utri dice di aver "ricevuto il fax" su un affare petrolifero. Miccichè gli fa notare che "Massimo è un ragazzo in gamba". E il senatore commenta: "Trovare persone valide è il mio mestiere". Chi è questo "ragazzo" reclutato da Dell'Utri? È Massimo De Caro, che ad appena 34 anni è vicepresidente della Avelar Energy (gruppo Renova), che ha sede in Svizzera ma appartiene all'undicesimo uomo più ricco della Russia, Viktor Vekselberg. La prima sorpresa è proprio questa: Dell'Utri ha un suo uomo al vertice di un colosso russo-elvetico dell'energia.
Le intercettazioni registrano tutte le fasi del primo affare: greggio venezuelano, che però è esportabile solo tramite triangolazioni con Mosca.

Il 29 dicembre proprio De Caro è al fianco di Dell'Utri mentre il senatore telefona a Miccichè, che lo saluta come "il miglior del mondo". Leggendo "una nota segretissima", il calabrese propone di acquistare greggio dalla compagnia venezuelana Pdvsa. Qui interviene De Caro: "Però la Russia... Gli conviene che a farla sia Viktor". Viktor è il nome del padrone della Avelar. Eppure, secondo Miccichè, l'affare dipende da Dell'Utri: "Io vado lì e dico: mi manda Picone, e quando dico Picone intendo Marcello... È un'operazione perfetta". Cosa c'entri la Russia con il greggio venezuelano, lo si capisce solo quando Dell'Utri tira in ballo un intermediario "che poi vende tutto a Gazprom", il gigante energetico controllato dagli uomini di Putin.

Le telefonate con il manager De Caro chiariscono anche le cifre di questo primo affare. Si tratta di vari tipi di petrolio: "Un milione di "crudo oriente" e tre milioni di "napo" ogni mese". Il calabrese Miccichè precisa che "il greggio parte per Mosca, ma poi in effetti va a Londra". E aggiunge che "il vero segreto è che bisogna dare 1,50 dollari al barile sottobanco" ai manager di Caracas. Solo questo "sottobanco", fatti i conti, vale "4,5 milioni di dollari al mese".

Miccichè però punta molto in alto. "Dopo il petrolio, cominciamo l'operazione gas, che è di un'importanza colossale... È l'operazione che stanno tentando la Germania, la Francia...". E Dell'Utri, elogiandolo, cita ancora i russi: "Perfetto... Può essere che Gazprom faccia da copertura".
Il 10 gennaio il calabrese di Caracas parla di una "seconda operazione petrolifera": stando alle intercettazioni, almeno "sei milioni di tonnellate metriche" di greggio russo, chiamato in gergo D2. Trattando l'affare con il solito Miccichè, il manager De Caro spiega che "Avelar non ha raffinerie", ma fa parte del gruppo Renova e quindi del consorzio russo Tnk-Bp, per cui potrà usare gli impianti di Mosca. C'è però un problema, annunciato da un avvocato italiano: la raffineria russa ha bisogno dello "svincolo dei servizi". E il 19 febbraio Avelar viene bocciata, perché gli 007 di Mosca sospettano che voglia "rivendere il petrolio a paesi ostili". Lo stop sembra insuperabile. Invece, per gli amici di Dell'Utri, si risolve in dieci giorni. Il 28 febbraio infatti Miccichè comunica al senatore lo sblocco del contratto con queste parole: "I russi hanno mollato, stasera dovremmo avere il via libera per il D2. Questo è un colpo grosso, ma ricordati che tutto deve passare attraverso di te, se no io non faccio niente". Dell'Utri: "Benissimo".

Come sia stato possibile superare così in fretta il veto dei servizi di Mosca, resta un mistero solo fino a quando scoppia una lite sui profitti dell'affare. Sentendosi dire dall'avvocato che "De Caro vuole prendersi tutti i meriti e i compensi", Miccichè diventa furibondo: "Farò intervenire direttamente Dell'Utri... perché chi ha messo lì Massimo è stato Marcello!". E di seguito aggiunge: "I rapporti con il russo sono di Marcello perché Berlusconi, allora, ha dato a lui questo rapporto, chiaro?". Come dire che De Caro è nella Avelar solo perché lo ha scelto Dell'Utri. E il senatore, a sua volta, può entrare nel business del petrolio solo perché lo ha voluto Berlusconi. Forte di un accordo personale con la Russia di Putin, mai rivelato, che sembra risalire al suo secondo governo (2001-2006), visto che nel 2007-2008 viene già rispettato.
Da notare che Miccichè, infuriato dopo lo stop dei servizi di Mosca, spiega al suo avvocato che "questo russo fa parte della catena di Putin", però "sta giocando con tutti, anche con Berlusconi e quindi con Marcello". E l'8 marzo 2008, quando protesta che "il ragazzo, De Caro, non si muove bene", Dell'Utri gli risponde così: "Per questo bisogna accreditarlo".

La Avelar, in tutti questi affari, fa solo da intermediario: compra, rivende all'estero e trattiene un guadagno. Le intercettazioni fanno pensare che tra gli acquirenti finali del petrolio ci fosse un gruppo americano con uffici a Los Angeles. Ed è alla fine di questo giro stesso di telefonate che Miccichè spiega al senatore come truccare "i cosiddetti voti di ritorno" degli italiani all'estero. Con Dell'Utri che risponde: "Chiarissimo".

Il 18 marzo anche l'affare D2 sembra chiuso: l'avvocato comunica che potranno usare quattro diverse raffinerie russe, ma "il massimo della produzione lo determinerà Gazprom". E il primo aprile De Caro annuncia di aver fissato "la prossima settimana l'appuntamento tra Marcello Dell'Utri e Igor Akhmerov", che è il manager numero uno della Avelar. Ma proprio alla vigilia dell'incontro tra i big, la nostra polizia non sente più nulla: una talpa ha avvisato gli indagati che "tutti i telefoni sono sotto controllo".

Le intercettazioni, quindi, non svelano altri dettagli o ulteriori affari. Per saperne di più, "L'espresso" ha interpellato De Caro, che nel frattempo ha lasciato la Avelar ed è diventato consulente ministeriale, mentre il gruppo Renova creava in Italia un impero nei parchi eolici e nelle bio-energie. Sugli affari con Dell'Utri nel 2008, però, oggi De Caro ricorda poco: non fa alcun cenno al greggio russo D2 e cita solo "due trattative tra Avelar e Pdvsa, una per il petrolio venezuelano, l'altra per commercializzare in Italia il loro gas", sostenendo che "non andarono in porto, perché Miccichè si vendeva come rappresentante della Pdvsa e invece non aveva alcun mandato".

Una versione che contrasta con quelle fornite proprio da Dell'Utri e Miccichè nel 2008, quando nessuno parlava della Avelar e il loro unico problema era smentire brogli elettorali. Dell'Utri spiegava così a "La Stampa" le sue telefonate al calabrese: "Lui in Venezuela si occupava di forniture di petrolio. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui conoscendo questi russi ho fatto da tramite... Non vedo dove sia la materia del contendere". E Miccichè, da Caracas, ribadiva al "Corriere": "Non ci siamo mai visti. C'eravamo sentiti via telefono alcuni mesi fa per un contratto di compravendita di petrolio. Io da una parte, alcuni suoi amici russi dall'altra e lui da trait d'union. Ho capito che avrebbe potuto portare a compimento il contratto. Cosa fatta magistralmente e con molta affettuosità".

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Scilipoti news: perfetto per il PDL

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Ogni giorno ne vengono fuori di cotte e di crude. Dopo la questione CEPU = Scuola Privata (pensate alla riforma Gelmini e fate due più due) in riferimento alla Polidori, leggiamo assieme le novità su uno dei tre voltagabbana del così detto "Movimento di Responsabilità Nazionale" (una bestemmia), Scilipoti. Dispiace solo che certa gentaglia de la prenda con Di Pietro: non è stato lui il protagonista di queste storie (certo: avrebbe potuto vigilare meglio...), infatti sta facendo fare pulizia.


Scilipoti e la palazzina abusiva in comproprietà con parenti della cosca
La storia sta scritta nelle 225 pagine della commissione interforze firmata nel 2005 dal viceprefetto di Messina. Un documento decisivo che portò allo scioglimento della giunta del comune di Terme Vigliatore di centrosinistra per infiltrazioni mafiose
di Gaetano Pecoraro

Un immobile abusivo in comproprietà con alcuni parenti di boss della ‘ndrangheta. E così dopo la vicenda dei sette immobili pignorati per far fronte a un debito da 200mila euro e un’accusa per produzione di documenti falsi, il curriculm di Domenico Scilipoti si arricchisce ulteriormente. Lui, già membro del Fuan (movimento di estrema destra), un passato da socialdemocratico, da pochi giorni ex deputato Idv che ha votato la fiducia al Cavaliere, nel casellario personale mette anche la vicenda di una palazzina di tre piani costruita abusivamente nel paesino di Terme Vigliatore, in provincia di Messina.

La storia che imbarazza il neoesponente del Movimento per la responsabilità nazionale, fondato con gli ex Pd Massimo Calearo e Bruno Cesario, sta scritta nero su bianco nelle 225 pagine della commissione prefettizia firmata nel 2005 dall’allora viceprefetto di Messina, Antonino Contarino. Una relazione che atterra sulla scrivania dell’allora ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu. Da qui al consiglio dei ministri, presieduto da Silvio Berlusconi, che emana nel dicembre 2005 il decreto di scioglimento della giunta di centrosinistra per infiltrazioni mafiose. Atto infine firmato del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Nel comune di Terme Vigliatore, Scilipoti ci arriva sotto i colori del Psdi. Prima da semplice consigliere, poi da assessore, fino a diventare vicesindaco nel 1986 e tornare, tra il 2003 e il 2005 semplice consigliere. Infine il salto nell’Idv con una prima candidatura al Senato nel 2006, senza conseguire l’elezione. A sceglierlo è il leader dell’Idv Antonio Di Pietro. Che poi lo ripresenta nel 2008. Lo stesso Di Pietro che in questi giorni ha presentato un esposto alla procura di Roma per la presunta compravendita in Parlamento. Tra gli altri ha denunciato anche Scilipoti. E ora a complicare le cose ci si mette anche la palazzina di via Stabilimento.

Ecco dunque i fatti. La struttura in questione viene costruita nel 1993. Due anni dopo, Carmela Cicero, moglie di Scilipoti, presenta un’istanza di sanatoria. E’ in questo momento che si scopre dell’altro. L’attuale parlamentare non è l’unico proprietario. Con lui anche Annunziato Stelitano, Lorenzo Stelitano e Giovanni Minnici. Tutti medici e tutti incensurati. Ma c’è un particolare e non di poco conto. Ecco cosa si legge nel report dei carabinieri confluito nella relazione prefettizia: “I tre hanno rapporti di parentela con una delle più importanti cosche della provincia di Reggio Calabria”. Si tratta del clan Zavettieri che conduce i propri affari criminali tra la Calabria e la Lombardia. I carabinieri, però, vanno oltre e annotano come la comproprietà evidenzi “i collegamenti tra Domenico Scilipoti”, nel 2002 anche assessore al Bilancio a Terme Vigliatore, “con personaggi appartenenti alle cosche reggine”.

L’episodio però non porta a nessun tipo di incriminazione. Scilipoti non riceverà mai un avviso di garanzia. Di presunta corruzione, invece, si parla nell’informativa Tsunami che dà una spinta decisiva al commissariamento del comune. Il documento viene redatto dai Carabinieri della compagnia di Barcellona P.G. “Per anni – annotano i militari – il comune di Terme Vigliatore è stato amministrato da un gruppo di persone che si associano stabilmente al fine di procurare a se stessi, parenti e soci ingiusti vantaggi patrimoniali in danno alla Pubblica amministrazione”. Sindaco, in quella fase, è Gennaro Nicolò, ma l’uomo forte secondo i carabinieri è un altro: Bartolo Cipriano, classe 1960, dirigente provinciale della Margherita, capogruppo di maggioranza in consiglio comunale e personaggio in “tentacolare posizione di snodo tra poteri economici famelici, poteri politici malati e poteri istituzionali deviati”. Cipriano, candidato trombato con il Pd nel 2008, è attualmente indagato per reati nella pubblica amministrazione. Mentre Nicolò, il settembre scorso è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio. Scilipoti invece è in Parlamento.

E il 14 dicembre, alla vigilia del voto, ha visto un gruppo di aderenti al forum anti-usura manifestare in suo favore con lunghi striscioni sui quali si leggeva: “Scilipoti uguale libertà”. Erano quasi tutti cingalesi. Non parlavano italiano. E, intervistati, da ilfattoquotidiano.it, alla domanda: “Conosce Scilipoti” ripondevano di no. Il sospetto è che se anche l’ex consigliere comunale di Terme Vigliatore non è stato pagato da nessuno per cambiare casacca, almeno lui o qualcun’altro ha pagato i bengalesi per manifestare in suo favore. Il deputato neoberlusconiano, del resto, il sud est asiatico lo conosce bene. E’ rettore per l’Italia della The open international university for complementary medicines: in altre parole agopuntura e pranoterapia. E a Colombo nel 1997 lo hanno persino nominato doctor of science, ovviamente honoris causae.

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martedì 14 dicembre 2010

La sconfitta di Fini, la salvezza di Berlusconi

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Quando il voto si fa duro, i corruttori iniziano a giocare.

Fini è lo sconfitto di oggi, più dei partiti di centro sinistra che da sempre si oppongono (per altro male) al Berlusconi. Non è riuscito a tenere unito il partito, e alleandosi con Casini e Rutelli ha fatto la figura dell'ameba. FLI si è spaccato, e fra astenuti e voti di volta-gabbana dell'ultimo momento ha mostrato la sua anima: l'anima da PDL, perché i deputati di FLI fino a pochi giorni fa erano del PDL, non scordiamolo. Non sono divenuti brave persone così, da un giorno all'altro.


Catia Polidori è cugina di Francesco Polidori, proprietario del CEPU e grande sponsor di Berlusconi sin dal 1994. In questi giorni non ha mai parlato, ha lasciato a Scilipoti e Razzi (i due ex IDV che si sono prostituiti al delinquente di Stato) le telecamere, ed è stata zitta. Qualche voce girava su di lei, ma è stata furba. Maria Grazia Siliquini invece ha parlato, e tanto, beccandosi fischi a profusione. Ricordiamo poi Massimo Calearo (ex PD), Bruno Cesario (idem), e Giampiero Catone (ex FLI) i quali come la Siliquini avevano già voltato gabbana apertamente.

I conti parevano fatti, addirittura la stesso Guzzanti aveva votato contro Berlusconi, lui che era stato uno dei suoi più fedeli sostenitori quando era direttore del suo giornale, eppure le sorpese arrivano sempre a tirarti lo schiaffo in faccia. Berlusconi era sicuro, e ha avuto ragione. Oggi annoveriamo mezzi uomini (come appunto Scilipoti e Razzi) e anche mezze donne, come Catia Polidori e Maria Grazia Siliquini, una bella ragazza e un'arzilla donna di mezza età che adesso meritano un posto di maggiore rilievo in mezzo alle escort che già siedono al Governo e in Parlamento.

FLI non è un partito affidabile. Ma questo lo si sapeva. Ci abbiamo sperato, presi dalla disperazione generale, ma era una speranza vana. Hanno sostenuto le leggi ad personam per un paio di lustri, poi si sono staccati tenendo i piedi in due staffe a volte votando a favore a volte contro le leggi presentate in Parlamento, e oggi questo neonato monstrum partitico rivela a pieno la sua vera faccia: un gruppo di finti moralisti e qualche volta-gabbana di mezza tacca.

Alcune cose particolari vanno segnalate. Anzitutto che Scilipoti non ha votato al primo appello: egli ha voluto vedere come andava la conta, cercando il modo meno visibile possibile per fare la sua porcata, puntualmente arrivata a sostegno dell'amico Berlusconi, e in pieno disaccordo col mandato elettorale di chi, per causa del "porcellum", votò il partito IDV (e non i parlamentari, come tutti i partiti) identificandosi nella linea dura contro il Kaiser. Ora l'elettore IDV vede che questo mezzo uomo (e come lui Razzi) lo ha tradito. Quale affidabilità avranno più Scilipoti e Razzi? Quale partito li sosterrà in futuro? Solo il PDL è così sozzo da accoglierli, ma non è detto che ciò avvenga: se hanno voltato gabbana una volta, lo possono fare di nuovo, a meno che non gli si dia una poltrona importante. Quando ha votato la Polidori si è scatenata una rissa fra ex PDL (appunto FLI) e PDL: si vede che sono fatti della stessa pasta.

I complimenti e i ringraziamenti alla Polidori, alla Siliquini, a Scilipoti, Razzi, Calearo, Catone, Cesario e quanti altri si hanno fatto i loro calcoli e interessi oggi arrivano dalla Mafia, dalla Camorra, dalla 'Ndrangheta, dalla nuova Loggia P2 (o P3, com'è stata ribattezzata), poi ancora da quei massoni che sono rimasti nell'ambito dei cortigiani di Berlusconi, ancora da tutti coloro che fanno parte della cricca (Verdini in primis, tanti atti giudiziari parlano chiaro) che speculano e mangiano su appalti, finanziamenti pubblici, nomine, arrivano poi da tutti gli inebetiti cittadini che adorano Silvio metre lui gliela mette dietro, e infine arrivano ovviamente anche da Berlusconi.

Berlusconi che ha volutamente evitato di guardare in faccia chi leggeva le dichiarazioni di voto, facendo finta di scrivere, mangiando e bevendo acqua, o sonnecchiando. Quando ha parlato Di Pietro è uscito dall'aula. Berlusconi non vuole perdere mai, e pur di non farlo ha fatto corrompere tutti: finanzieri, giudici, testimoni nei processi (sono tutte realtà emerse in sentenze, sia chiaro), e con ogni probabilità anche parlamentari, visto che in Procura a Roma non c'è andato solo Di Pietro a produrre documentazioni che lo provassero, ma anche un avvocato che era stato incaricato da non si sa chi del PDL di avvicinare i corruttibili e piazzare la mazzetta.


Fini ha perso, Berlusconi voleva questo: voleva dimostrare all'Italia che Fini è un traditore, che invece lui aveva ragione e quindi il Parlamento gli ha dato retta. Per lui contava solo questo, ed è stato l'assist perfetto per l'apertura della campagna elettorale, lanciata ufficiosamente dalla Lega Nord (lo avevano già in programma, sia chiaro) quando, pochi minuti dopo la votazione, ha chiesto le elezioni a gran voce.

Le ultime parole le voglio spendere sul patetico discorso letto da Cicchitto. L'onorevole (ma dicendolo penso a come lo diceva Totò) ne ha dette due che meriterebbero vendetta. Anzitutto la panzana preconfezionata che la Magistratura se l'è presa con Berlusconi solo dopo che è sceso in campo. Ora, ci sono fior di sentenze, atti giudiziari e decine e decine di articoli apparsi su quotidiani e settimanali italiani ed esteri che dimostrano il contrario, e la rete è piena di questi riferimenti. Ma l'arte del portavoce, si sa, è quella di educare il volgo con la menzogna. La seconda cosa mi ha fatto imbestialire ancora di più: "richiamo gli onorevoli colleghi al senso di responsabilità".

Ma vi pare che un politico del centro destra oggi possa richiamare alla responsabilità qualcuno? E' una bestemmia! Il PDL è l'accozzaglia dei mafiosi, camorristi, corruttori e corrotti, piduisti, massoni, evasori fiscali, diffamatori e calunniatori, e delinquenti di ogni sorta. Questi delinquenti hanno rovinato la politica e la società, e ora richiamano al senso di responsabilità gli altri?

Sempre citando Totò: ma mi faccia il piacere!

Intanto a Roma manifestanti provenuti da tutta Italia si stanno scontrando cone le forze dell'ordine: c'è per caso una guerra civile ai nastri di partenza?

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lunedì 13 dicembre 2010

L'Italia in rivolta per il voto di Sfiducia. Un'analisi amara

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Comunque vada oggi, ci vorranno decenni per rimettere a posto tutto. E ho come l'impressione che ancora non sia finita.

Da quando esiste la Repubblica, mai come in questo periodo la società è stata in subbuglio. Forse solo il 68' è stato più agitato. La recessione economica è tragica, i disoccupati aumentano, sempre più famiglie non riescono ad arrivare alla fine del mese, le aziende assumono in nero se no devono chiudere, e soprattutto la politica è sempre più lontana dai reali problemi del paese. Quando il dibattito politico è fatto di insulti e accuse, quando ci si occupa di fare festini porno, quando si lavora nelle alte stanze per fare i propri interessi e mettere più soldi in tasca possibile, magari con l'aiuto della criminalità organizzata e della Chiesa, non si lavora per il bene comune. E la gente prima o poi lo capisce.


L'economia è ferma e la gente è disperata, perché gli sfaceli prodotti dalla politica iniqua del governo, assieme all'incapacità della opposizione di creare un'alternativa credibile, hanno creato una situazione irissolvibile in un periodo anche medio: ci vorranno troppi anni per rimettere a posto le cose. Perché? Perché i partiti si spartiscono le poltrone senza metterci persone capaci e competenti: pensate a un Castelli (Lega Nord), ingegnere, che è stato fatto ministro della Giustizia (per fare un esempio macroscopico). Ma anche perché i partiti anche se mettono in certe poltrone persone competenti per la materia di cui si devono occupare, questi poi seguono logiche di partito e non lavorano davvero per un bene comune. Questa è la caratteristica di tutti ma prorio tutti i governi Berlusconi: persone poco comptetenti in poltrone spartite e lottizzate. Ma anche alcuni governi del centro-sinistra hanno avuto, anche se in misura minore, questa caratteristica.

La gente che non è babbea, quella che non si fa abbindolare dai TG pilotati, queste cose le sa vedere, e in larga parte ha deciso di disertare le urne. Non dimentichiamo che il dato davvero rilevante delle ultime tornate elettorali è la crescita dell'astensionsimo. Questo schifo che la gente prova per la politica però è cresciuto a dismisura, perché quest'ultimo governo del PDL non ha lavorato niente, non ha fatto niente per il paese, ma è passato attraverso spallate continue all'informazione, alla Giustizia, alla Cultura, insomma alle basi della Democrazia, curando solo ed esclusivamente gli interessi economici e penalistici del dittatore lampadato incazzato perenne, e poi in secondo luogo quelli dei tanti cortigiani portati ai ministeri. Persone come Verdini, Dell'Utri, Cosentino sono gli esempi più lampanti della disonestà, della delinquenza e della cafonaggine: la loro assoluta mancanza di rispetto per le regole, per le persone, è il più chiaro segnale di come questa maggioranza che ci ha governato fino ad oggi sia la parte peggiore della nostra società, perché ne esprime il lato più bieco e sozzo. Loro (e tutti gli altri compari dei partiti al governo) si giustificano parlando del "mandato popolare", come se esso una volta giunto gli permettesse di sfasciare tutto in nome del Dio Danaro.

Dicevamo: l'Italia si è stufata, e dopo i falsi attentati a Berlusconi, Belpietro, Fede, Capezzone, ora la gente si sta muovendo davvero per alzare la voce, e si sta rischiando qualcosa di davvero grave. Siamo quasi ai forconi, che sotto certi aspetti verso questa gentaglia sarebbero la meritata soluzione esiziale. La gente è stufa di Berlusconi e dei suoi guai giudiziari, è stufa di Tremonti e dei suoi calcoli sempre sbagliati (tanto paghiamo noi) oltre che del suo bloccare l'attività delle Camere "perché non c'è copertura fianziaria", è stufa della Gelmini e di come la sua "riforma" abbia rovinato l'insegnamento in Scuole Pubbliche (a vantaggio delle private) e Università, creando fra l'altro centinaia di migliaia di disoccupati, è stufa che al governo ci siano camorristi e mafiosi, piduisti e massoni, corrotti e corruttori, evasori fiscali e razzisti... insomma: la feccia della società.

E allora capita di tutto: la gente sale sui tetti, nelle gru, nelle torri, si chiude nelle ex carceri (vedi l'Asinara), si riversa per strada e urla la propria disperazione e rabbia, perché a fronte di stipendi e privilegi da Re Sole auto creati dai politici per se stessi, i cittadini si vedono abbandonati, perché sono abbandonati mentre i megafoni del regime dicono che va tutto bene quando non è MAI stato vero.

Ho letto due notizie (ma ce n'è a bizzeffe, basta guardarsi attorno). Oggi arriveranno a Roma centinaia di pullman da tutta Italia, pieni di studenti, disoccupati, terremotati, immigrati... un po' tutti vogliono arrivare al Parlamento e far capire a chiare lettere due cose: anzitutto che questo governo del NON fare un sonoro c...o deve cadere, e poi che chi prenderà la redini dovrà lavorare per il paese, e nient'altro. Oggi Roma sarà sotto copertura militare, lo sapevate? Cosa sarà fatto ai disperati che sfileranno nei cortei e cercheranno di arrivare a Montecitorio? Saranno caricati e picchiati? Da che parte sarà la forza pubblica?

Le botte (seconda notizia) ieri le ha rischiate il segretario della CISL, Bonanni, che speriamo abbia capito che se ne deve andare a casa: la gente è stufa di avere dei sindacati che fanno marchette con la politica e Confindustria.

Credo che da oggi chi sbaglia rischia grosso: gli italiani non perdoneranno più niente e nessuno. Quando si è disperati...

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Il destino del Paese in mano a mezzi uomini e danari sporchi

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OGNI MEZZO UOMO HA UN PREZZO


La corruzione. L'arma letale che ha fatto acquisire case editrici, che ha fatto acquistare giudici e testimoni, e che ora fa comprare il voto di mezzi uomini: essi, si sa, hanno un prezzo, e non hanno coscienza. Poi che gliene importa se tradiscono la linea del partito cui aderirono, che gliene importa se tradiscono "il mandato degli elettori", e che gliene frega se per mano loro il paese va a rotoli, in mano a chi ha distrutto l'economia curando solo i propri interessi e quelli una cricca da accontentare per ottenerne il sostegno.

L'Italia è peggio dei paesi sudamericani, peggio delle finte repubbliche dell'est europeo... la corruzione ha dilagato espandendo i suoi fetidi rami ovunque, avvelenando la società civile, in nome di un unico Dio: il Denaro, che accompagnato a due striscioline di potere piace assai a tutti, al popolo che butta i soldi per giocare al Superenalotto o per acquistare le card del digitale terrestre (in mano alla famiglia del ducetto lampadato e incazzoso), ai politici che una volta eletti si scordano che la politica sarebbe un servizio.

La cronaca di questi giorni si tinge di un colore molto simile a quello che c'è nel gabinetto prima di tirare la catena, e i finti uomini parlano di "responsabilità" nel proprio operato, e non accettano le più sacrosante critiche. Intanto gli scheletri escono dagli armadi e dipingono una quadro indecente e indecoroso, dove i colori sono quelli della disonestà, del finto sorriso, della corruzione. Ecco cosa è la politica italiana.

Ironia della sorte ha voluto poi che proprio dal partito che ha messo la "questione morale" davanti a tutto, il partito della più dura opposizione a Berlusconi e a tutto quello ch'egli rappresenta, siano venute fuori le storie più raccapriccianti. Antonio Razzi, deputato IDV eletto nella circoscrizione estera, e il suo mutuo da pagare. Mesi fa aveva denunciato un tentativo di compravendita da parte di emissari berlusconiani, sollevando un polverone che gli aveva garantito strali squadristi da parte della stampa filo-dittatura, ora è l'eroe della stessa stampa vicina a Berlusconi. Intanto viene fuori la storiella triste : "Il motivo della scelta di Razzi? L’ha spiegato lui stesso il 25 novembre durante una cena a Zurigo: Angelino Alfano gli ha garantito la rielezione e Franco Frattini gli ha permesso di segnalare un nome come prossimo Console onorario di Lucerna. Per questo a Razzi conveniva appoggiare Berlusconi. Anche perché Antonio Di Pietro gli aveva già dato il benservito a causa di un processo pendente". E allora basta una telefonata per risolvere il mistero di Antonio Razzi, oggi approdato a Noi Sud, che con il suo voto potrebbe salvare il governo di Silvio Berlusconi. E bastano dieci minuti di intervista con Massimo Pillera, l’ex portavoce di Razzi, per capire come dietro il mercato dei deputati si muova ormai l’intero esecutivo: dal ministro della Giustizia, fino a quello degli Esteri. Del resto Pillera chi sia Razzi, lo sa molto bene: "Ho girato un film sulla sua storia di operaio e quando è stato eletto gli ho fatto da chioccia, vista la totale inesperienza politica. Poi l’ho lasciato e sono tornato al mio lavoro di giornalista e direttore del settimanale svizzero ‘La Pagina’".

Secondo questo articolo Razzi si sarebbe appropriato di fondi stanziati dalla regione Abruzzo per la ricostruzione di un edificio, che poi invece sarebbe stata pagata da una compagnia di assicurazione svizzera. Da qui la denuncia e le noie giudiziarie che fecero giustamente infuriare Di Pietro e videro l'intervento di Alfano e Frattini.

Si è parlato poi di Scilipoti, a lungo, adirato perché Annozero ha scoperto gli altarini intervistando i suoi familiari (se la prenda con loro...), ed è stato irritante vederlo tutto contento circondato dalle telecamere mentre spiega le sue scellerate ragioni. Di Pietro sta facendo la spola con la Procura della Repubblica (purtroppo quella di Roma, assai vicina al Ministero), producendo documenti che proverebbero la compravendita, e un'indagine è stata aperta. Che poi un Cicchitto qualunque parli di "Gravi intromissioni", non conta. La corruzione dev'essere punita sempre, anche e soprattutto quando entra nel dibattito politico. Non dimentichiamo l'acquisto di quel senatore del PD che determinò due anni fa la caduta del governo Prodi, ok?

Il potere quindi conta più della militanza, ricordate anche i casi di Valerio Carrara e Sergio De Gregorio, sempre nell'IDV, tempo fa.

La questione però riguarda anche i due ex Pd Bruno Cesario e Massimo Calearo. O pensiamo ancora alle incertezze di Pannella e del suo gruppo, o alle tre deputate giunte alla fine della gravidanza, probabili assenti proprio domani, assieme!

Quale sarebbe l'àncora di (finta) salvezza per tutte queste persone? Quale sarebbe il filo d'erba dietro cui potrebbero nascondersi? Non recarsi al Parlamento, in modo da non votare né per la sfiducia, né per il regime. Ma ciò fa solo gli interessi di Berlusconi, perché l'astensione determina un ricalcolo del numero dei presenti e un cambiamento del quorum, il tutto a favore del kaiser di Arcore, il quale continua a proclamarsi sicuro che i numeri gli daranno ragione. Ma anche se Berlusconi vincesse per un pugno di voti (appunto: comprati), potrebbe poi governare? La risposta è NO, e lui lo sa. A cosa serve allora questo voto a Berlusconi? Semplicemente per dire: "avevo vinto di nuovo, avevo ragione Io e non Fini, ora andiamo a votare e spazziamoli via, perché mi/ci hanno tradito".

Questo voto sulla sfiducia quindi non serve a cacciare o confermare il governo, bensì serve a dare un forte assist alla campagna elettorale dell'una o dell'altra parte, perché quali che siano i numeri domani, non c'è possibilità di alcun governo, neppure tecnico, e solo le urne potranno far vedere cosa vuole davvero l'Italia. Quello che vuole disperatamente Berlusconi è chiaro: evitare il carcere.

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