domenica 5 dicembre 2010

Julian Assange, caccia all'uomo che rivela le verità


Povero Assange, povera Wikileaks. Oggi pubblicare notizie è pericoloso, oggi rivelare che il governo USA raccoglie dati sui ledaer "inaffidabili" è pericoloso, eppure è una di quelle verità che sappiamo tutti anche senza bisogno di pubblicazioni. E così Assange è trattato alla stregua di Bin Laden, se non peggio. Già, perché di Bin Laden non se ne parla più, dato che la sua famiglia ha partecipazioni azionarie nelle stesse multinazionali cui partecipa la famiglia Bush (e non solo), mentre invece di Assange si parla eccome, perché rivela i maneggi diplomatici del governo americano (e non solo). Eppure Assange non ha ordito massacri di innocenti, né mai con le sue rivelazioni ha messo in giro dati che potessero aiutare stragisti.

Proprio ieri in rete si leggevano i sospetti abilmente messi in giro dai giornalisti vicini ai gruppi di potere economico e quindi politico negli USA, che indicavano come la Cina potesse essere mandante e protettrice di Assange, e oggi è arrivata la smentita dal sito Wikileaks, che ci parla anche della Cina, come erano arrivate notizie sulla Russia in mano alla Mafia proprio quando si ipotizzava che Assange fosse "amico" dei russi.

Giorni fa parlavamo della macchina del fango, in moto per screditare Assange, e del nuovo mandato di arresto emesso dalle autorità giudiziarie svedesi per quella vecchia storia del presunto stupro e molestie, da tempo chiusa per mancanza di prove. Ridevamo (e continuiamo a farlo oggi) di questa finta preoccupazione per quella vicenda da parte degli USA, che vogliono solo l'arresto di Assange per avere l'estradizione e potergli tappare la bocca per sempre.

Quanto mi fanno pena questi politici! Pensino solo a lavorare onestamente, alla luce del sole, così non avranno niente da nascondere al mondo. E quanta pena mi fa la Clinton, che sta girando il mondo a perdere la faccia per un paese che da sempre ha fatto lo sceriffo, ovunque.

Al proposito vi invito a leggere e divulgare questo articolo contenente le dichiarazioni del legale di Assange.


L'avvocato: "La caccia ad Assange ha motivazioni politiche"

Secondo Stephens il mandato di cattura internazionale per stupro in Svezia è un pretesto per bloccare il fondatore del sito da cui sono partite le rivelazioni sull'attività diplomatica degli Usa. E si dice certo che verrà estradato in America

Repubblica

LONDRA - La caccia a Julian Assange, il fondatore del sito internet WikiLeaks ricercato dalla polizia svedese per una vicenda di stupro, "sembra" avere "motivazioni politiche". Lo ha denunciato da Londra uno dei suoi avvocati, Mark Stephens. Intervistato dalla Bbc, il legale dell'editore e attivista più controverso del pianeta, si è detto "inquieto per le motivazioni politiche che sembrano essere dietro" la vicenda.

Assange, cittadino australiano di 39 anni, è oggetto di un mandato di cattura internazionale emesso dall'Interpol su richiesta della Svezia per un presunto caso di violenza sessuale i cui sviluppi hanno coinciso con lo scandalo mondiale seguito alla pubblicazione su WikiLeaks dei carteggi riservati tra il dipartimento di Stato Usa e le ambasciate americane in centinaia di Paesi. Una coincidenza sospetta, secono l'avvocato di Assange, che attualmente si troverebbe in Gran Bretagna. Stephens si è detto certo che Assange sarà estradato negli Usa una volta nelle mani della polizia svedese.

L'avvocato ha ribadito che Assange ha tentato più volte di incontrare il procuratore svedese incaricato del suo dossier, ma invano. Per rafforzare la sua convinzione che, una volta arrestato in Svezia, il suo assistito sarebbe estradato negli Usa, Stephens ha sottolineato i legami tra Stoccolma e Washington, avendo la Svezia "messo a disposizione le sue risorse e le sue installazioni" per voli segreti della Cia organizzati a seguito degli attentati dell'11 settembre 2001 per trasportare sospettati di terrorismo e interrogarli all'estero.

Il legale ha quindi ricordato le "dichiarazioni bellicose" provenienti dagli Usa all'indirizzo di Assange. Come quelle di Robert Gibbs, portavoce della presidenza americana, secondo cui tanto Wikileaks quanto chi contribuisce alla sua diffusione di informazioni riservate sono "criminali", autori di "gravi violazioni della legge", una grave minaccia per quanti "conducono e aiutano" la politica estera americana. Sempre negli Usa, senatori repubblicani e indipendenti hanno annunciato per questa settimana la presentazione di una proposta di legge il cui obiettivo è di facilitare i ricorsi giuridici contro Wikileaks e Assange, non essendo il primo "un sito di informazione" e "non essendo il secondo un giornalista", secondo le parole del senatore repubblicano John Ensign.

Mentre a Washington si pensa a come arginare Wikileaks, la diffusione di nuovi file continua, grazie agli oltre 70 nuovi indirizzi web messi a disposizione da sostenitori del progetto di Julian Assange dopo il blocco del principale indirizzo Internet, wikileaks.org. In questo modo, hanno dichiarato i gestori delle piattaforme, sarà "impossibile bandire completamente Wikileaks da internet".

H. Clinton: sauditi "bancomat" del terrorismo. Il Guardian rilancia una comunicazione segreta pubblicata da Wikileaks in cui a Hillary Clinton viene attribuito un durissimo giudizio sull'Arabia Saudita: è lì che "si trovano i 'bancomat' del terrorismo". "Ancora molto deve essere fatto - si legge nel cablogramma del dicembre 2009, firmato dal segretario di Stato americano -. L'Arabia Saudita resta una base per il sostegno finanziario di al Qaeda, dei talebani, di Lashkar-e-Taiba (gruppo terroristico pachistano; ndr) e di altri gruppi terroristici". "I donatori in Arabia Saudita rappresentano la più significativa fonte di finanziamento per gruppi terroristici sunniti in tutto il mondo", sostiene ancora il capo della diplomazia Usa, lamentando che le autorità di Riad non fanno abbastanza per fermare questi flussi. La Clinton indica altri tre Paesi come fonte di risorse finanziarie per i terroristi: Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi. Nel rapporto, il segretario di Stato chiede ai diplomatici americani di raddoppiare i loro sforzi per fermare i trasferimenti di denaro dai Paesi del Golfo alle organizzazioni terroristiche in Pakistan e Afghanistan.

Al Qaeda voleva uccidere Bush a Pechino 2008. L'intelligence cinese mise in guardia gli Usa da un possibile attentato contro il presidente George W. Bush durante le Olimpiadi di Pechino del 2008. Lo si legge in un cable dall'ambasciata Usa a Pechino siglato dall'allora incaricato d'affari Dan Piccuta. Uno 007 cinese avvertì Washington che il numero due di Al Qaeda, al-Zawahiri, nel luglio 2008, aveva dato ordine a un gruppo di terroristi dell'Est Turkestan (come i nazionalisti uighuri chiamano la regione cinese dello Xinjiang) di compiere attentati in Cina durante le Olimpiadi. "I potenziali bersagli includono: il presidente e il segretario di Stato Usa, il premier e il ministro degli esteri Gb, le cerimonie di apertura e chiusura, i turisti VIP, il presidente afghano", si legge nel dispaccio. I terroristi erano "esperti con gli esplosivi" e potevano portare micro-bombe in molti modi. "Secondo l'intelligence cinese, i piani sono due: un gruppo è deputato a compiere attentati sul territorio e non avrà come bersagli gli americani o la sede dell'ambasciata". Nel corso del 2008, Pechino affermò di aver sventato diversi piani di attentato, sugli aerei piuttosto che contro gli atleti delle Olimpiadi, che portarono in un anno all'arresto di circa 1.300 persone per reati "relativi alla sicurezza" nello Xinjiang, dove si verificarono comunque numerosi attentati terroristici nel corso del mese olimpico. Una ventina uighuri, la minoranza musulmana della regione cinese, catturati lungo il confine afgano-pakistano ai primi Anni 2000 sono invece finiti a Guantanamo accusati di avere legami con al Qaida. Successivamente sono stati espulsi verso altri Paesi.

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