mercoledì 1 dicembre 2010

Julian Assange, a difesa dell'informazione

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«Siamo un piccolo gruppo di attivisti libertari che lavora meglio dei grandi media. Verifichiamo tutte le informazioni e poi copriamo le tracce delle nostre fonti». Lunedì 13 dicembre alle ore 23.00, su Music box (Sky canale 703) andrà in onda la lunga intervista rilasciata nel luglio scorso dal fondatore del sito Wikileaks Julian Assange a Chris Anderson nell'ambito delle Ted Confernces, che Music Box trasmette tutte le sere, sottotitolate in italiano. Nell'intervista Assange parla del sito, delle ragioni che hanno spinto lui e il suo gruppo a crearlo, e delle motivazioni giornalistiche e politiche che vi sottostanno.

E' da segnare in agenda e da guardare assolutamente. In questi giorni Wikileaks ha messo in imbarazzo le diplomazie di diversi paesi, perché ha mostrato come fra leaders mondiali si vada avanti in maniera ipocrita: da una parte strette di mano e sorrisi, dall'altra lavori certosini dell'intelligence per carpire segreti, onde valutare l'affidabilità gli uni degli altri.

Per così poco, sì, per così poco adesso Assange è in una trappola di ferro: il suo paese natale, l'Australia, non lo vuole più, la Svezia ha cambiato idea su di lui, e i giornali allineati ai politici più importanti nel mondo guarda caso sparano a zero contro di lui. In Svezia addirittura è stato riemesso un mandato di cattura che mesi fa era stato ritirato per mancanza di prove, per la faccenda del presunto stupro di due 25enni che avevano passato qualche ora di divertimento con Assange. Fa davvero schifo leggere che gli USA non hanno aperto una procedura ufficiale con un mandato di arresto internazionale per la divulgazione dei dati tramite il sito Wikileaks, ma gli danno la caccia "in segreto" per conto proprio e contemporaneamente fingono di voler indagare su quel presunto stupro di due cittadine non americane.

La cosa puzza, e la gente è fessa, in quanto ben pilotata dalla disinformazione dei massmedia vicini alla politica americana. E siccome la politica americana ha nel suo seno i rappresentanti delle multinazionali delle armi (che non hanno gradito lo sputtanamento sulle stragi di civili e giornalisti da parte delle truppe USA) e delle banche (che guardano con terrore al mese prossimo: Assange ha confermato che una importante banca americana sarà sputtanata con documenti ufficiali), parte la macchina del fango e si dà la caccia a questo giornalista.

Queste cose, queste verità, ce le dobbiamo ben ficcare in testa, perché anche in Italia sta iniziando la procedura di diffamazione su commissione tramite gli organi di stampa vicini al premier Berlusconi, l'inaffidabile, l'inetto, il sessuomane (come dicono le informative chieste da Hillary Clinton, che oggi parla di "amicizia" col ducetto lampadato).

E allora ripassiamo da un articolo di qualche mese fa dell'Espresso la storia di Assange, se poi non bastasse, leggete anche QUI.


Julian, il terrore del Pentagono
di Stefania Maurizi
Nessuno sa dove viva, con chi lavori, quali contatti abbia. Ma poco prima che rivelasse al mondo le 92 mila pagine riservate sulla guerra in Afghanistan, ' L'espresso' era riuscito a incontrarlo. Parla Julian Assange, il fondatore di Wikileaks(06 luglio 2010)

Quando il telefono squilla è notte fonda. "Sono Daniel Schmitt di Wikileaks". Chiama da un cellulare tedesco. Ha in mano un file che riguarda faccende italiane e sta facendo alcune verifiche. ""L'espresso" può dare una mano?", chiede Schmitt.

I pirati di Wikileaks lavorano così. Si materializzano, colpiscono e spariscono, cambiando i numeri dei portatili e gli indirizzi di posta elettronica: tecnologia e spirito d'avventura. Dopo quel blitz notturno, il cellulare tedesco squilla a vuoto per mesi e l'unico filo diretto con loro è un'email su un provider belga e un numero di telefono svedese. Tutti li cercano: tutti vogliono sapere chi sono, dove si nascondono e come possono mettere a segno colpi come quello dell'aprile scorso, quando hanno diffuso in Rete un video che ha messo in ginocchio il Pentagono. "Collateral Murder", omicidio collaterale, uno dei documenti più choccanti sulla guerra in Iraq: le immagini di un elicottero americano che massacra civili inermi, tra cui due giornalisti della Reuters, scambiati per guerriglieri mentre l'equipaggio ride di gusto. Solo su YouTube, quel video è stato visto da più di 7 milioni di persone.

Una batosta per il governo Usa, che ha consacrato Wikileaks al ruolo di bandiera della libertà sul Web. Adesso Cia, Nsa e mille agenzie di intelligence gli danno la caccia. Perché temono nuove incursioni imminenti, nuovi documenti sull'Afghanistan, tali da mettere in crisi la propaganda buonista di Obama. E Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, è diventato il ricercato numero uno.
Dopo l'arresto di un soldato americano in Kuwait accusato di essere la talpa del video choc, Assenge è sparito dalla circolazione. Lo aspettavano per una serie di incontri negli States, ma lui non si è presentato: ogni recapito è risultato inutile, ogni numero spento. E quando si è diffusa la voce che sarebbe arrivato a Bruxelles, per un seminario al Parlamento europeo sulla libertà di espressione, i telefoni dell'ufficio stampa sono impazziti. Poi, finalmente, si è materializzato in un luogo simbolo: la sala "Anna Politkovskaja" dedicata alla giornalista assassinata in Russia. E ai reporter che gli chiedevano: "Ha paura?", lui, con voce ferma e priva di qualsiasi teatralità, ha risposto: "No, non ho paura. Dopo aver fatto alcune ricerche, mi sono convinto che in questa sede nessuno avrebbe interferito con la mia libertà". E altrove, non teme l'arresto? "Se qualcuno dovesse fare qualcosa del genere, sarebbe veramente assurdo. Questo è noto ad alto livello e quindi non è successo. Sarebbe visto in modo molto negativo dalla stampa internazionale e da una serie di istituzioni".

Trentanove anni, più o meno un metro e novanta di altezza, testa completamente canuta. Al suo arrivo a Bruxelles serpeggiava un dubbio maligno: ha un viso telegenico, vuole sfruttare la sua fama per recitare la parte del bel tenebroso imitando il protagonista del film Matrix? Ma lui respinge le telecamere: nonostante il clamore planetario, cerca di tenere un profilo basso. Julian Assange è di origini australiane, ha avuto un'educazione anticonformista e antiautoritaria, ha militato in un gruppo di hacker (gli "International Subversives"), rifugge i cellulari come Satana e non è chiaro dove viva esattamente.

Nel 2006 fonda Wikileaks (www.wikileaks.org) con un'idea semplice: sfruttare le potenzialità di Internet per creare un sito capace di far filtrare documenti scottanti in modo completamente anonimo, proteggendo le fonti e sfuggendo a qualunque censura, legale o illegale. Per mettere a punto la sua creatura, Assange fa il giro del mondo tra luminari di informatica, crittografia e sicurezza. Arriva a chiedere una mano anche a un vegliardo come Daniel Ellsberg, la gola profonda che nel 1971 fece filtrare i "Pentagon Papers": rapporti segretissimi sulla guerra del Vietnam, che crearono un enorme imbarazzo alla Casa Bianca e costarono l'arresto a Ellsberg. "Quello di Assange mi sembrava un progetto irrealizzabile", racconta a "L'espresso" Ellsberg: "Non riuscivo a capire come potesse proteggere l'anonimato delle fonti da potenze come la National Security Agency (Nsa) o l'Fbi. Ero diffidente al punto da pensare che Assange volesse creare un sistema proprio per incastrare le persone che si azzardassero a inviare documenti: temevo che la sua fosse un'operazione coperta della Cia. Ma poi, dopo aver visto il video e altri documenti che hanno pubblicato, ho cambiato idea".

Anche l'esperto inglese di software, Ben Laurie, che oggi lavora per Google e ha conosciuto Assange nella fase iniziale, ne parla così a "L'espresso": "Non conosco i dettagli di come opera Wikileaks, ma è una grande invenzione e Julian è una persona di grande talento e intelligenza". Comunque Wikileaks non si identifica con Assange, anche se, a parte il fondatore e un giornalista esperto di informatica, Daniel Schmitt, le identità degli altri membri non sono note. Nessuno può dire se il gruppo sia formato da centinaia o migliaia di attivisti in giro per i continenti.

Scoop e guai colossali per i pirati di Wikileaks arrivano subito. E in tre anni la leggenda diventa planetaria. Uno dei primi documenti che fanno filtrare è il regolamento del centro top secret di Guantanamo. Poi, a finire nel loro mirino è la Banca Julius Baer, un istituto privato di Zurigo, che ha uffici dalle isole Cayman fino a Milano e che è sbucato anche nell'inchiesta sulla cricca della Protezione civile: alla Julius Baer, infatti, sarebbe stato rintracciato un conto riconducibile ad Angelo Balducci. Nel 2008 Wikileaks pubblica una valanga di files su clienti della banca che si sarebbero macchiati di reati di evasione e riciclaggio alle isole Cayman. La reazione del colosso svizzero è immediata: arruola il più agguerrito studio legale americano specializzato in querele e ottiene un provvedimento giudiziario di chiusura del sito da una corte della California.

Problema risolto? Tutt'altro. Le pagine incriminate continuano ad essere accessibili da paesi come il Belgio o l'India e la sentenza scatena la reazione di una coalizione di ben 18 grandi associazioni, mobilitando anche i grandi giornali statunitensi. Vecchi e nuovi media fanno fronte comune, sostenendo il ricorso in tribunale. E vincono. La sentenza viene completamente ribaltata, Wikileaks torna on line e la banca batte in ritirata, rinunciando all'azione legale. Nella sentenza che annulla la chiusura del sito, il giudice prende atto che il bavaglio ha sortito "esattamente l'effetto contrario a quello voluto".

Dopo la Julius Baer, i pirati hanno preso di mira la multinazionale di trading petrolifero "Trafigura", accusata di aver scaricato in Costa d'Avorio rifiuti tossici che avrebbero fatto ammalare 30 mila persone. E poi ancora hanno abbordato Scientology e la massoneria. E hanno rivelato i massacri in Kenya, vincendo il "Media Award" 2009 di Amnesty International. Infine, è arrivato "Collateral Murder" sul massacro in Iraq.

Ora preparano un nuovo colpo: un nuovo video, ma stavolta sulle atrocità americane in Afghanistan. Quando sarà in rete? "Presto", ci spiega Assange: "Ma non so come potranno reagire questa volta...". E Bradley Manning? È preoccupato per il soldato americano arrestato in Kuwait con l'accusa di avervi fornito centinaia di files top secret? "Certo: è detenuto in Kuwait dall'esercito Usa, in condizioni di totale impossibilità di comunicare con l'esterno , né con la stampa né con noi. Gli hanno assegnato un avvocato delle forze armate che non ha mai risposto alle nostre richieste di informazioni. È assolutamente straordinario che lo tengano in cella senza avere formalizzato accuse specifiche". Chiaramente, non conferma che il militare sia la fonte né giudica del tutto credibile la storia di come sia stato incastrato da un hacker conosciuto sul Web in una sorta di contrappasso informatico: "Ci sono aspetti che non sono affatto credibili, altri che tornano con i fatti ufficiali".

L'arresto del soldato Manning pone un interrogativo: cosa cambierà nella fiducia degli informatori di Wikileaks? "Molto poco. Il nostro modo di gestire le fonti non è responsabile dell'arresto di Manning", replica Assange: "Se le accuse contro Manning sono vere, cioè se davvero Manning ha fatto l'errore di parlare a qualcuno all'esterno, noi ricorderemo alle fonti che, a quanto pare, non tutti i giornalisti hanno il nostro standard di protezione delle fonti e quindi devono stare attenti e controllare con chi hanno a che fare".

Anche Daniel Schmitt giura sulla protezione dell'anonimato: "È il risultato della sovrapposizione di più sistemi di tutela: dati trasmessi in modo criptato, traffico di copertura per rendere invisibile chi invia file, server che non conservano traccia di chi si collega, un sistema di acquisizione dei documenti che non raccoglie dati sensibili, tipo quelli che permettono di identificare chi ha lavorato per ultimo a un file". Ma basta tutto questo per garantire la certezza assoluta dell'anonimato? Steven Murdoch, esperto di "comunicazioni anonime" del laboratorio di informatica dell'università di Cambridge è cauto, ma anche ottimista: "Wikileaks fa un buon lavoro nel proteggere le fonti ma un margine di rischio esiste sempre". Non a caso, a chi ha in mano documenti veramente scottanti, Wikileaks non suggerisce la Rete, ma propone piuttosto un mix di tecnologie avveniristiche e sistemi vecchio stile: criptare il file, metterlo su un Cd o su una chiavetta Usb e spedirlo via posta ordinaria a uno degli indirizzi che l'organizzazione ha in giro per il mondo, seguendo le precauzioni raccomandate sul sito.

Il viaggio a Bruxelles è stato interpretato come il desiderio di trovare una sorta di protezione preventiva del Parlamento europeo, proprio in vista del nuovo scoop annunciato sull'Afghanistan, dove truppe italiane, francesi, tedesche, olandesi, danesi, svedesi, britanniche, polacche combattono sotto comando statunitense. "Prima di venire qui ho fatto parecchie ricerche e ho capito la situazione politica", spiega a "L'espresso". Poi ascolta la storia della legge bavaglio, che il governo Berlusconi sta preparando per ridurre la libertà di stampa in Italia. E un lampo di sfida gli attraversa lo sguardo. Censura? Bavaglio? Storie dell'era pre-Wikileaks.

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