mercoledì 8 dicembre 2010

Svezia burattino degli USA: Assange in pericolo


Giù la maschera paraculi, tanto sapevamo tutto, lo avevamo capito. Altro che stupro (che non è stato contesato), qui Assange rischia la sepoltura stile Guantanamo, e ciò perché la Svezia, paese politicamente a livello ZERO, sta "trattando" con gli Stati Uniti d'America la consegna del fondatore di Wikileaks. Assange aveva capito tutto sin dal principio, e l'ha detto chiaro e tondo: si opporrà alla richiesta di estradizione fatta dalla Svezia all'Inghilterra perché ciò non significherà sentirlo per la faccenda del finto stupro (infatti fu un rapporto consensuale senza profilattico, quindi non uno stupro), ma metterlo nelle mani di chi ha perso credibilità sul piano della politica internazionale perché le proprie azioni sono state rivelate.

C'è da fare un distinguo però. Quando un giornalista riceve una soffiata, una possibile notizia, cosa fa? Prima la verifica e poi eventualmente la pubblica. Così fa un Travaglio (che infatti vince sempre le cause), così fa Assange (lo ha raccontato bene in più di una intervista). Quindi se ad Assange sono arrivati dei documenti ufficiali (ma secretati per comodo dagli stati), prima li ha verificati, poi li ha resi pubblici. Allora se bisogna cercare qualcuno con cui prendersela, questo va cercato in chi, lavorando nell'esercito USA, al Pentagono, o comunque negli uffici governativi in cui si gestiscono questi dati, ne ha fatto copia per darla alla stampa: pratica abbastanza diffusa, solo che il 99% dei giornalisti ha paura di pubblicare certe cose, il team di Wikilekas no, invece.

L'informazione è un diritto dei cittadini e un dovere dei giornalisti, e se l'immagine degli USA (o degli altri stati) è stata compromessa, come hanno detto piagnucolando, ciò non è per la pubblicazione di quei documenti, ma per il contenuto degli stessi: e cioé quanto ordinato da quei governi e messo in atto dagli esecutori. Sembra proprio la questione o meglio il casino che è successo in Italia con la pubblicazione delle intercettazioni con le voci di Dell'Utri, Berlusconi, Cosentino e tutti quegli altri politici che dialogavano con la criminalità organizzata. Essi si sono lamentati perché la pubblicazione delle intercettazioni ledeva la loro immagine, ma anche qui non è l'intercettazione ad aver creato per loro un danno d'immagine, quanto invece il contenuto delle loro parole, le loro condotte. Da qui il Bavaglio, con l'iter tanto travagliato alla Camera e al Senato (scommettiamo che ripartirà qualora il Kaiser dovesse ottenere la Fiducia?).

Per Wikileaks con gli USA è la stessa cosa: non è la pubblicazione di quei documenti diplomatici (o dei video sulle stragi di civili eseguite dalle truppe USA) a ledere la loro immagine, quanto invece il fatto che essi hanno tenuto quelle condotte! Chiaro? Non facciamoci infinocchiare... questi atteggiamenti minzoliniani non ci devono far intendere male la realtà delle cose.

Precisato questo, allego un bell'articolo sull'accordo Svezia-USA, con tutto quello che c'è di contorno. E rido: perché gli USA cancellando Assange non bloccheranno la pubblicazione delle notizie... guardino dentro ai propri uffici: se la fuga di notizie c'è, vuole dire che i dipendenti delle agenzie governative sono stufi di vedere il proprio stato fare una marea di porcherie: sono queste a ledere l'immagine degli USA nel mondo, non il fatto che vengano pubblicate... i cittadini del mondo (quelli con almeno un grammo di buonsenso) lo hanno capito bene.


Assange, "Svezia tratta su estradizione in Usa". Australia: "America responsabile per rivelazioni"

L'Indipendent: contatti segreti tra Stoccolma e Washington, gli svedesi smentiscono. Il governo di Canberra sostiene che dietro la fuga di notizie non ci sia il fondatore di WikiLeaks, arrestato ieri, ma il dipartimento di Stato. Folla davanti alla casa del figlio di Assange

da Repubblica

CANBERRA - Il governo australiano accusa: "sono gli Stati Uniti i responsabili della fuga di notizie di WikiLeaks, non il signor Assange", arrestato ieri a Londra. Lo dichiara il ministro degli Esteri, Kevin Rudd, secondo cui la vicenda solleva questioni sull'adeguatezza della sicurezza Usa sui cablogrammi. "Assange - ribadisce il ministro australiano - non è responsabile della diffusione non autorizzata di 250 mila documenti dalla rete Usa di comunicazioni diplomatiche. I responsabili sono gli Stati Uniti".

Stati Uniti che, scrive il quotidiano Independent citando fonti diplomatiche, hanno avviato discussioni informali con la Svezia sulla possibilità di consegnare il fondatore di WikiLeaks alla giustizia americana. Notizia smentita dal ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt. "Abbiamo un sistema giudiziario indipendente - ribatte Bildt, in visita a Belgrado - che agisce in modo indipendente secondo il diritto e che non ha nessun contatto con le autorità politiche svedesi o altre autorità". Ieri, mentre Assange veniva preso in consegna da Scotland Yard, il suo avvocato Mark Stephens prospettava il rischio di "forze occulte in azione" nel caso in cui il suo cliente sia estradato in Svezia.

Il ministro degli Esteri australiano Kevin Rudd garantisce che qualsiasi azione legale intrapresa in Australia contro Assange non sarà guidata da motivazioni politiche. "Siamo una nazione fondata sulla legge e come tale dobbiamo aspettare i rapporti della polizia federale australiana. Le decisioni saranno prese dai tribunali australiani. Queste sono decisioni legali e giudiziarie, non politiche, e così dovrebbe essere in qualsiasi altro Paese". Rudd spiega infine che l'Australia sta assicurando a Julian Assange "normale" assistenza consolare, come per tutti i cittadini australiani, in relazione alle sue udienze in tribunale a Londra sulla sua possibile estradizione in Svezia, dove il fondatore di WikiLeaks è ricercato per stupro e molestie sessuali su due donne (falso, n.d.r.). "Gli daremo presto una lettera - aggiunge Rudd - che spiega come forniremo le visite consolari e qualsiasi altro aiuto riguardante il suo benessere e i suoi diritti".

Assange: "Australia asservita agli Usa". Le parole del ministro degli Esteri suonano come una risposta alle accuse mosse al governo australiano da Julian Assange. Secondo il fondatore di WikiLeaks, il premier laburista Julia Gillard non lo difende perché non vuole che siano rivelate verità scomode sui suoi maneggi diplomatici e politici. Dopo la diffusione dei cablo della diplomazia Usa, Assange aveva scritto un articolo sul quotidiano The Australian del gruppo Murdoch, in cui aveva definito i poteri del governo australiano "pienamente asserviti agli Usa, se si tratta di cancellare il mio passaporto australiano o di spiare e perseguitare i sostenitori di WikiLeaks". "Ci si aspetterebbe - accusa Assange - che un premier australiano difenda i propri cittadini contro tali attacchi, ma finora da parte sua vi sono state solo accuse assolutamente infondate di illegalità".

Daniel Assange: "Mio padre, un audace". A Melbourne la polizia ha allontanato una folla che si era raccolta davanti a una casa dove credeva abitasse ancora Daniel Assange, figlio ventenne del fondatore di WikiLeaks. Saputo dell'assembramento, Daniel ha interrotto il silenzio via Twitter, per far sapere che non abita più da anni in quella casa, nel sobborgo di Carlton, tutt'ora presidiata dalla polizia. Daniel, designer di software e studente universitario, ha inoltre chiesto un "trattamento giusto" e non condizionato da obiettivi politici, augurandosi che l'arresto del padre in Gran Bretagna non sia il primo "passo verso l'estradizione negli Usa". Il figlio di Julian Assange ha ricevuto minacce di morte negli ultimi giorni.

La madre di Assange: "Gioco sporco". Anche la madre del fondatore di Wikileaks si dice preoccupata per le interferenze politiche nel procedimento contro il figlio. "Qui non si gioca correttamente" denuncia Christine Assange dalla sua casa nella Sunshine Coast australiana, dove si è rifugiata per evitare l'assalto dei giornalisti. "Julian è andato spontaneamente ad affrontare le accuse contro di lui - dichiara Christine al Sunshine Coast Daily - e loro l'hanno messo sul ring con le mani legate dietro la schiena".

Tunisia, la "quasi-mafia" di Ben Ali. Intanto, anche con Assange in carcere in Inghilterra, non si ferma il quotidiano flusso di rivelazioni che sta scuotendo la rete diplomatica americana. L'ultima riguarda l'ambasciatore americano a Tunisi, Robert F. Godec, autore di dispacci datati giugno 2008 e luglio 2009, pubblicati da WikiLeaks. Nel primo, l'ambasciatore denuncia la corruzione in Tunisia, soffermandosi poi sulla famiglia del presidente Ben Ali in un capitolo apposito. "E' spesso citata come il nexus (connessione) della corruzione tunisina - scrive Godec -. Definita come una quasi-mafia. Dire 'La Famiglia" basta per intendere a chi ti riferisci". Sulla stessa linea il secondo dispaccio, del luglio 2009. "Il problema: un regime sclerotico e una corruzione crescente", è il titolo di un paragrafo.

Tunisini da Guantanamo, scontro diplomatico. Riad Nasri e Adel Ben Mabrouk, i due tunisini provenienti dal carcere Usa di Guantanamo 'affidati' all'Italia e giunti a Milano il 30 novembre 2009, nel giugno di quell'anno furono al centro di un serrato confronto tra ambasciatori occidentali a Tunisi. Lo si legge in un altro dispaccio dell'ambasciatore Godec, che il 22 giugno del 2009 incontrò gli ambasciatori Kerll (Germania), Antonio D'Andria (Italia), Chris O'Connor (Gb), Serge Degallaix (Francia) e Bruno Picard (Canada). "L'ambasciatore italiano - si legge nel cable - dice che l'Italia ha avuto pochi problemi in passato con individui trasferiti in Tunisia. Perché il governo tunisino dovrebbe maltrattare o torturare i prigionieri trasferiti da Guantanamo?". Contro le certezze del legato italiano si espressero lo stesso Godec e l'ambasciatore canadese, affermando di avere in mano rapporti e prove di torture sui detenuti provenienti da Guantanamo nelle carceri tunisine.

Lockerbie, Gheddafi minacciò Londra. Il leader libico Muammar Gheddafi minacciò la Gran Bretagna di "enormi ripercussioni" se Abdel Basset al-Megrahi, il responsabile dell'attentato di Lockerbie, fosse morto nella prigione in cui era detenuto in Scozia. Lo affermano due nuovi cablogrammi diplomatici americani diffusi dal Guardian. "Senza tanti giri di parole, i libici hanno fatto sapere al governo di Sua Maestà che vi sarebbero enormi ripercussioni per le relazioni bilaterali fra Gran Bretagna e Libia" senza il rilascio in anticipo di al Megrahi, scrive il reggente dell'ambasciata americana a Londra, Richard LeBaron, nell'ottobre del 2008. Nel gennaio del 2009, l'ambasciatore americano a Tripoli, Gene Cretz, precisa che "minacce specifiche includono la cessazione immediata di qualsiasi transazione commerciale, la diminuzione di livello o il blocco delle relazioni politiche e proteste contro i siti ufficiali britannici". Cretz sottolinea che "il regime libico mantiene un approccio essenzialmente criminale". Al-Megrahi fu liberato dalle autorità giudiziarie scozzesi nell'agosto del 2009 per ragioni umanitarie, perché considerato in fin di vita. Decisione fortemente criticata dagli Stati Uniti.

Droga e prostitute per i reali sauditi. Eccessi di ogni genere si celano dietro il rigore religioso della famiglia reale saudita, secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche americane rivelate da Wikileaks riprese dal Guardian. Si racconta, per esempio, di una festa di Halloween organizzata lo scorso anno da un membro della famiglia reale, in cui andarono in fumo tutti i tabù della rigida morale islamica del regno wahabita. Nella villa super-sorvegliata di un facoltoso principe della famiglia al-Thunayan l'alcool scorreva a fiumi e non mancarono le prostitute. Il dispaccio, firmato dal console a Gedda, Martin Quinn, concludeva che "anche se in questo caso non ci sono testimoni diretti, l'uso di cocaina e l'hashish è consueto in questi ambienti sociali". Alla festa, da cui venne tenuta lontana la polizia religiosa grazie alla protezione della famiglia reale saudita, parteciparono circa 150 persone, uomini e donne, in gran parte tra i 20 e i 30 anni.

Siria a Iran: "Guerra a Israele, non contate su noi". Secondo informazioni raccolte in ambienti politici siriani dall'ambasciata Usa a Damasco, trapelate oggi attraverso Wikileaks e riprese dal giornale israeliano Yediot Ahronot, la Siria informò l'Iran di non essere disposta a farsi coinvolgere direttamente in una guerra con Israele in caso di attacco contro le installazioni nucleari di Teheran. Le informazioni sono contenute in un dispaccio riservato dell'ambasciata Usa datato 20 dicembre 2009. La posizione siriana sarebbe stata comunicata all'inizio di quello stesso mese a una delegazione iraniana giunta a Damasco con la sicurezza che l'attacco di Israele all'Iran "non è questione di se, ma di quando". Per tutta risposta, la leadership siriana avrebbe avvertito gli ospiti di non aspettarsi una partecipazione delle forze siriane, né delle milizie sciite libanesi di Hezbollah o degli islamico-radicali palestinesi di Hamas. L'Iran, pare sia stato il messaggio, "è forte abbastanza" per difendere il suo programma nucleare ed eventualmente combattere contro Israele. Non solo: la Siria avrebbe escluso anche una propria partecipazione in caso di nuova guerra in Libano fra gli israeliani e Hezbollah.

Usa: "Danneggiate relazioni diplomatiche". Toni e giudizi simili a quelli già rilevati in tantissime precedenti corrispondenze partite dalle ambasciate Usa per Washington pubblicate da Wikileaks. Rivelazione che ha danneggiato le relazioni statunitensi con i suoi alleati e cambierà il modo di agire degli individui e dei governi, come riconoscono oggi tanto il Pentagono che l'amministrazione americana. "Per qualche tempo, le relazioni diplomatiche saranno più complicate" spiega il portavoce del Dipartimento di Stato, P.J.Crowley, in un incontro con la stampa straniera. Il portavoce del Pentagono, colonnello David Lapan, in un briefing con la stampa dichiara che gli Usa hanno la sensazione di "un passo indietro" nelle relazioni internazionali, rivelato ad esempio dalla presenza di "un numero minore di diplomatici in incontri che di solito ne raccoglievano di più". "Sappiamo - dice il colonnello, aggiungendo un ulteriore dettaglio - che c'è stata almeno una riunione in cui si è chiesto che tutti i block-notes rimanessero all'esterno".

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