venerdì 30 dicembre 2011

Lo Stato biscazziere

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di Isidoro Aiello
Sassari 30.12.2011

Abbiamo appena appreso dai mass media, che sottolineavano con enfasi ed entusiasmo, la notizia che il gioco d’azzardo gestito dallo stato italiano nel 2011 ha avuto un giro d’affari di oltre 80 miliardi di euro, con un utile netto di circa 18 miliardi di euro ed un introito per il fisco di circa 9 miliardi di euro. Chi ha una concezione di Stato come gestore dei beni comuni, guidato dai principi della equa distribuzione del reddito, della salvaguardia dei beni, dell’uguaglianza dei cittadini che si riconoscono in regole fondate sull’etica e la solidarietà sociale, non può accettare che uno Stato incoraggi il gioco d’azzardo, lo propagandi e lo trasformi in una forma di tassazione occulta a danno dei cittadini più deboli che, sperando di costruire per sé e per i loro figli un futuro migliore, affidano i pochi risparmi alla dea bendata.
Senza considerare che il gioco d’azzardo può trasformarsi in comportamenti compulsavi patologici, che alcuni non riescono a controllare fino alla rovina di se stessi e delle proprie famiglie.
Uno stato etico dovrebbe contrastare il gioco d’azzardo, non trasformarsi in biscazziere! Ma cosa ci si può aspettare da uno stato che per oltre 30 anni è stato governato da uomini politici corrotti, spesso legati alla malavita organizzata e comunque avvezzi al malaffare? Uno Stato che specula su tutto, dalle pensioni, ai lavoratori, trasformati in persone spesso precarie e comunque sottoposte a regole vessatorie, che li rendono insicuri, riducendo il loro benessere psicologico, che per pagare debiti contratti, non per il bene dei cittadini , ma per le indegne speculazioni della casta dirigente, toglie ai poveri per continuare a garantire i ricchi, non ha più alcuna legittimazione a governare. E’ lo stato di Al Cappone, gestito con le sue stesse logiche!

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venerdì 23 dicembre 2011

Nuovo scandalo per il fratello di Angelino Alfano

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Povero Alfano: messo a fare il maggiordomo di Berlusconi, firmatario di leggi ad personam cancellate perché incostituzionali, mandato nelle televisioni per citare i testi del giudice Falcone a sproposito, baciatore incallito di boss mafiosi ai matrimoni dei parenti, ultimamente la sua stella (sul viale del tramonto appena issata su dal biscione) risplende ancora di meno perché la Magistratura sta aprendo gli armadi di famiglia, e da questi volano scheletri. Il fratello dell'uomo immagine del PDL è di nuovo nell'occhio del ciclone. Vediamo perché.

Laurea e concorso pubblico “taroccati”. Guai per il fratello di Angelino Alfano
di Giuseppe Pipitone
La squadra mobile di Palermo sequestra i documenti relativi alla nomina di Alessandro Alfano a segretario generale della Camera di Commercio di Trapani. L'ipotesi è che non avesse i titoli richiesti. Il caso si aggiunge all'inchiesta aperta sull'università del capoluogo siciliano

Laurea in economia e commercio fasulla e concorso pubblico per diventare segretario generale della Camera di Commercio di Trapani taroccato. E’ la pesante ipotesi accusatoria che gli inquirenti sollevano nei confronti di Alessandro Alfano, fratello minore di Angelino, segretario del Pdl.

Ieri gli agenti della sezione reati contro la pubblica amministrazione della squadra mobile di Palermo sono entrati negli uffici della Camera di Commercio trapanese per sequestrare il fascicolo del concorso vinto da Alfano junior nel 2010. E proprio stamattina il fratello dell’ex Guardasigilli si è dimesso dall’incarico al vertice della Camera di Commercio di Trapani.

All’inizio di dicembre Alfano era già finito tra i trenta indagati nell’inchiesta sugli esami comprati all’università di Palermo. L’indagine, che è coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Amelia Luise e Sergio Demontis, ha preso il via proprio nel capoluogo siciliano. Per l’esattezza negli uffici di segreteria della facoltà di Economia e Commercio. Dove conseguire la laurea era diventato semplicissimo. Bastava pagare, ovviamente in contanti, un’ impiegata della segreteria che in cambio inseriva nel database informatico dell’università esami mai sostenuti. E la laurea tanto agognata arrivava senza troppa fatica. L’indagine interna all’ateneo aveva già allontanato la dipendente infedele che aveva confermato di aver inserito nel sistema informatico esami fantasma in cambio di denaro.

Adesso però l’inchiesta della magistratura sta cercando di far luce sui complici della segretaria corrotta e soprattutto sui corruttori. Ovvero gli studenti che acquistavano gli esami anziché studiare e sostenerli come tutti gli altri. E nella rete della procura palermitana è finito anche Alessandro Alfano, laureato nel 2009 alla triennale d’Economia e Commercio, quando aveva già compiuto 34 anni.

Dal 2006 però, quando ancora non aveva conseguito il titolo di studio, Alfano era stato nominato segretario generale di Unioncamere Sicilia. Nel 2010 poi, dopo essersi finalmente laureato, il salto di qualità al vertice della Camera di Commercio di Trapani. Ben prima che si tenesse il regolare concorso pubblico, però, un esposto anonimo aveva incredibilmente predetto la vittoria del fratello dell’ex Ministro della Giustizia nella corsa alla segreteria generale. Nell’esposto si faceva anche riferimento al curriculum di Alfano Junior, tecnicamente insufficiente dato che il fratello del segretario del Pdl non avrebbe avuto alle spalle i cinque anni richiesti di esperienza dirigenziale, requisito fondamentale per partecipare alla corsa di segretario generale della Camera di Commercio trapanese.

Adesso il fascicolo del concorso è al vaglio degl’inquirenti. Che stanno anche cercando di capire quali esami Alessandro Alfano avrebbe sostenuto all’università e quali invece figurerebbero nel suo piano di studi, senza che sia presente in archivio alcuna copia del verbale o dello statino. Alfano junior ostenta serenità: “Le mie dimissioni – ha spiegato – sono un atto di rispetto nei confronti di chi indaga e della Camera di commercio di Trapani affinché questa vicenda non abbia ripercussioni sull’attività svolta dallo stesso ente. Non voglio che questa vicenda si possa prestare a strumentalizzazioni politiche e pertanto ho deciso di dimettermi. Ribadisco di aver regolarmente sostenuto gli esami all’università oggetto di verifica e a tal riguardo sono pronto a dare tutte le spiegazioni necessarie alla magistratura”.

Alfano è al momento indagato soltanto per frode informatica. Alcuni tra gli altri 29 ex studenti sono invece accusati anche di concorso in falso e corruzione, dato che sarebbero state trovate le prove dei pagamenti. Dal computer di Economia era possibile accedere anche ai database delle altre facoltà, e ogni tipo di esame avrebbe avuto il suo prezzo: fino tremila euro per quelli d’Economia, meno di mille per le materie di Scienze Politiche. Pagamenti rateali invece per gli esami d’Ingegneria.

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La politica europea solo per le banche, una vergogna

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Le banche prendono possesso dell'Europa in una maniera ancora più salda. Ora siamo totalmente schiavi di esse. L'unica cosa che conta per la UE, la BCE e da noi Monti, è che la gente metta per forza i propri soldi in banca, li investa in buoni statali, e tanti soldi continuino di conseguenza a volare dalle nostre tasche a quelle degli istituti di credito al servizio della speculazione. Il monstrum "debito pubblico" è il guinzaglio che vincola i paesi a questa politica delinquenziale creata in nome del dio danaro.

Questi loschi individui, Mario Monti compreso, sono talmente lontani dalla gente comune che non hanno capito una cosa: alla stragrande maggioranza dei cittadini europei non interessa pagare un debito pubblico che è stato creato ad arte dall'inettitudine della politica e dalla scaltrezza delle banche (BCE in primis), operare quindi solo per salvare il circuito internazionale del dio danaro è antietico e antisociale, e alla lunga antieconomico. Se le manovre economiche (come quella del governo Monti) prendono i soldi, già pochi, dalle tasche dei comuni cittadini che non ne hanno abbastanza per vivere, essi di conseguenza non ne avranno più da spendere, le attività economiche ristagneranno ancora di più e chiuderanno, quindi alla fine ne risentiranno anche le banche.

Non c'è bisogno di una laurea in economia per capire come vanno le cose: basta un minimo di buonsenso e di onestà intellettuale, quelle che i caporioni delle banche e di tanti governi non hanno. Siamo in crisi, siamo in recessione. Fra poco andremo per le strade a stanarli, uno per uno, e ci riprenderemo quello che ci spetta: questa è "equità sociale".

Mario Monti ieri ha detto: "Abbiamo rimesso a posto i conti dello stato, ora i cittadini investano in buoni del tesoro". Non ha capito niente. Sono sicuro che lui i suoi tanti soldi li investe altrove.

L'incredibile regalo alle banche
di Massimo Riva
Duemila miliardi di prestiti. A un tasso dell'1 per cento. Una decisione senza precedenti per volume di denaro e per condizioni di favore. Servirebbe per rilanciare l'economia. Ma non è accompagnata da nessuna misura per imporre agli istituti regole che impediscano nuovi tentativi di speculazione come quelli che hanno causato la crisi

La crisi del mercato creditizio deve essere molto grave. Non si spiegherebbe altrimenti la qualità e la quantità dei provvedimenti messi in campo in tutta fretta dai governi nazionali oltre che dalle autorità europee. In Italia, col decreto d'emergenza, si è deciso di concedere la garanzia dello Stato sulle obbligazioni che gli istituti emetteranno nei prossimi mesi per rimpinguare le loro casse. Una scelta pesante perché lo Stato non potrà non registrare l'onere di simili fideiussioni sul grande libro del debito pubblico.

In Europa si è fatto ancora di più. La banca centrale di Francoforte, infatti, offre fino a 2 mila miliardi di prestiti agli istituti dell'eurozona al tasso ufficiale vigente dell'uno per cento per una durata che può arrivare a 36 mesi. Il tutto accettando in garanzia vuoi titoli dei debiti sovrani (anche quelli più a rischio) vuoi obbligazioni emesse dalle banche medesime vuoi crediti adeguatamente cartolarizzati. Una decisione senza precedenti per volume di denaro e per condizioni di favore. Perciò l'unica spiegazione è che Mario Draghi e i suoi colleghi considerino la situazione davvero molto critica.

La storia, del resto, insegna che le banche - quando siano in seria difficoltà - dispongono di un oggettivo ed enorme potere di ricatto sull'intera filiera delle istituzioni politiche ed economiche. Il fallimento di un istituto di credito non secondario, infatti, ha conseguenze sistemiche pesantissime. Lo si è visto nel corso della depressione degli Anni Trenta del Novecento. Lo si è appena rivisto con il "default" di Lehman Brothers. Correre ai ripari per scongiurare il ripetersi di simili tragedie è, dunque, un imperativo categorico sia per le banche centrali sia per le autorità politiche.

Ciò non toglie che soprattutto la decisione di Francoforte costituisca un regalo davvero straordinario per i banchieri. Il conto è presto fatto: si prendono soldi all'1 per cento per tre anni dalla Bce e si comprano titoli di Stato italiani al 6 con pari scadenza da offrire in garanzia del prestito. Morale: si guadagna il 5 per cento senza correre rischio alcuno. A queste condizioni tutti saprebbero fare il banchiere, anche lo zio di Bonanni.

Si dice, però, che regalando alle banche questi profitti sicuri non si vuole soltanto evitare fallimenti a catena ma anche rimettere in moto il circuito virtuoso dei prestiti per nuovi investimenti produttivi. Questo scrupolo a favore del mondo delle imprese suona pregevole in una fase nella quale il rilancio della crescita è diventato anch'esso un imperativo categorico. Ma chi e come è in grado di asseverare che i maggiori profitti assicurati alle banche si tradurranno in finanziamenti all'economia reale?

Il recente "tsunami" finanziario è stato in larga misura provocato dalla spregiudicatezza con la quale molti banchieri hanno impiegato le loro risorse in spericolati azzardi su titoli tossici di varia natura. Autorità politiche e monetarie avevano promesso riforme epocali del sistema creditizio di cui però non s'è saputo più nulla. Il rischio che la storia delle speculazioni avventurose si ripeta rimane perciò intatto. Va ricordato che anche negli Anni Trenta governi e banche centrali corsero al soccorso degli istituti in crisi, ma ridisegnando l'architettura del mercato con nuove e più stringenti regole. Perché oggi no? La parola a Mario Draghi.

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giovedì 22 dicembre 2011

Regalo di Natale. La BCE presta 500 miliardi di euro alle banche

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di Isidoro Aiello
22.12.2011

Ieri la BCE ha immesso liquidità nel mercato, prestando 500 miliardi di euro alle banche europee al tasso dell’1% da restituire in 3 anni. A questo tasso le banche europee pagheranno interessi alla BCE annuali per 5 miliardi di euro. Le Banche a loro volta venderanno questo danaro ad un tasso oscillante tra il 6 ed il 7% in larga parte per acquistare il titoli di stato europei, incassando annualmente dai 30 ai 35 miliardi di euro.
Non vi sembra un bel regalo un guadagno da 25 a 30 miliardi di euro netti?
Non sarebbe stato meglio che la BCE acquistasse direttamente dagli stati indebitati i titoli con un tasso dell’!% in modo che il guadagno andasse a favore dei cittadini e delle classi sociali più sofferenti e tartassate dalle manovre di bilancio messe in atto dai governanti banchieri?
Non sarebbe stato meglio che una parte di questa liquidità venisse data alle banche a questo tasso così agevolato con il vincolo di fornire il credito alle attività produttive e stimolare in tal modo l’economia reale e lo sviluppo?

Tutte cose che un cittadino normale non riesce a capire ed a cui gli organi ufficiali e la propaganda non riescono a dare risposte credibili. Questa è una delle tante espressioni della tirannide subdola, messa in atto negli ultimi decenni dalla finanza internazionale, che le popolazioni continuano a subire passivamente.

I veri “Angeli dell’Apocalisse” sono i signori Draghi, Monti, Papademos, Geithner, cui si è aggiunto Luis de Guindos, ex presidente della Lehman Brother Spagna, appena nominato dal capo del governo Rajoy ministro dell’economia spagnola!!
Una presa di coscienza di massa ed un ribellione civile, in grado di opporsi efficacemente ad un sistema di potere internazionale non più tollerabile, non vi sembra un’opzione non più procrastinabile? E’ questo l’augurio che rivolgo a tutti voi per l’anno prossimo, sperando che si realizzi la profezia dei Maia che prevede, a fine 2012, l’inizio di un nuovo ciclo della storia dell’uomo.

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mercoledì 21 dicembre 2011

La porcheria di Cappellacci sui tirocini

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Ugo, ma la Sardegna non doveva "tornare a sorridere"?

Sardegna, tirocini da schiavi
di Mauro Munafò
La Regione offre ai giovani diplomati la straordinaria opportunità di pulire i bagni nei ristoranti o di scaricare merci pesanti per 500 euro lordi al mese, presso aziende private, per sei mesi. Naturalmente, con l'alibi della 'formazione'. E alla fine, l'assunzione vera è un'ipotesi

Vuoi fare le pulizie in un cinema? Prima devi fare un tirocinio di sei mesi pagato dalla regione e poi, se hai «finalizzato l'apprendimento di base delle procedure di intervento» e hai imparato «i principi della detergenza», puoi sperare di essere assunto.

E' di fronte a questo genere di annunci, a metà strada tra il ridicolo e l'offensivo, che si possono trovare i giovani diplomati e laureati sardi che vogliano approfittare dei voucher sponsorizzati dall'ente guidato da Ugo Cappellacci, la Regione Sardegna. L'ente ha infatti da poco investito dieci milioni di euro di soldi pubblici per finanziare 3.200 assegni per "Tirocini di formazione e orientamento". In questo modo ogni tirocinante ha diritto a sei stipendi da ben 500 euro lordi al mese, per una settimana di lavoro da 32 ore.

Alla presentazione dell'iniziativa sono state usate le parole di rito: «I voucher da un lato offrono l'opportunità di maturare esperienza in un'azienda a chi oggi è escluso dal mondo del lavoro», ha spiegato Cappellacci, «e dall'altro consentono all'impresa di verificare sul campo le capacità di chi svolge il tirocinio, che rappresenta una nuova porta di ingresso verso l'occupazione».

Ma a vederla nel dettaglio, questa porta d'ingresso verso l'occupazione non sembra troppo promettente. Anzi, sembra solo manodopera regalata alle aziende ad alto tasso di sfruttamento. Tra gli annunci consultabili sul sito di Sardegna Tirocini (che risponde all'agenzia regionale del lavoro) si possono infatti trovare richieste di ogni genere: per imprese di pulizie, per fare i magazzinieri, per servire in mensa e in pizzeria o per fare il commesso al supermercato. Quale sia l'aspetto "formativo" che la Regione finanzia non è dato saperlo, anche se sono le stesse aziende a provare a fornire una risposta.


L'impresa di pulizie "Caria Carmela" è ad esempio alla ricerca di un operaio con diploma: «Il tirocinio è finalizzato all'apprendimento di base per quanto riguarda le varie procedure di intervento del servizio di pulizia», si legge nell'annuncio, «mediante l'illustrazione dei seguenti argomenti: principi della detergenza; uso dei detergenti; metodi di lavaggio (sistemi manuali e meccanizzati); pulizia e sanitizzazione dei servizi igienici». Più che l'annuncio di una ditta di pulizie sembra una corso di chimica, e sul gruppo Facebook della Repubblica degli Stagisti questa perla non è passata inosservata.

Non sono da meno le ricerche di magazzinieri a cui viene richiesta «gestione magazzino attrezzature e mezzi, riordino attrezzature. Possibilmente capace utilizzo muletto». L'elenco di annunci avvilenti è però piuttosto lungo, con categorie come camerieri e commessi a guidare la classifica.

Se il livello degli annunci è già sufficiente a porre qualche interrogativo, basta poi leggere il bando dei voucher per peggiorare la propria opinione sull'iniziativa. Nel documento è infatti specificato, e non c'erano dubbi, che «il Soggetto Ospitante (l'azienda ndr) ha facoltà di stipulare un contratto di lavoro con il Tirocinante al termine dell'esperienza, pur non avendo alcun obbligo in tal senso». In poche parole, le società possono prendere per sei mesi un lavoratore, non pagarlo, e alla fine salutarlo con una stretta di mano. Dall'altra parte il tirocinante si vede pagato 500 euro lordi per un lavoro che, da contratto nazionale, può valerne anche il doppio, con la consapevolezza di stare utilizzando anche dei fondi pubblici.

La beffa di questo sistema è però la definizione che lo stesso bando dà del tirocinio, individuato come «un'opportunità per i Tirocinanti di acquisire competenze e conoscenze specifiche, tecniche, relazionali e trasversali tali da agevolare le scelte professionali e favorire l'ingresso o il reingresso nel mercato del lavoro». Imparare i principi della detergenza, nel 2012, è diventata un'opportunità da cogliere al volo.


'Cappellacci, ma non si vergogna?'
di Ida Farris
Dieci milioni di euro della Regione. Usati per regalare alle aziende manodopera per lavori pesanti a costo zero. Sfruttando i precari e beffando i contribuenti. Dopo l'articolo dell'Espresso, una ragazza sarda emigrata scrive (infuriata) al governatore

Caro Ugo,

le scrivo a proposito del nuovo bando Voucher TFO 2011. E lo faccio a nome di tutti quei giovani sardi, che illudendosi che un giorno forse si potranno permettere il lusso di vivere nella loro terra con un lavoro dignitoso, resistono e non scappano in cerca di un futuro. Già un futuro. Non migliore, ma un futuro. Cosa che stando in Sardegna non è assolutamente concesso neanche sperare.

E questo nuovo bando per la formazione sui «i principi della detergenza» e vari altri metodi per farsi sfruttare al prezzo di 500 euro lordi al mese (ho i brividi mentre lo scrivo) spazza via ogni barlume di speranza. Io non riesco più a sperare Signor Cappellacci. E come me sono in tanti a non poterselo più permettere.

Vivo a Bologna oramai da 11 anni e ogni volta che penso a Cagliari, al suo profumo di mare sotto i portici di via Roma mi viene una voglia matta di tornare in Sardegna. Ma questo sogno viene spietatamente spezzato dall'amara consapevolezza che questo non sarà mai possibile, né per me né tanto meno per tutti i giovani sardi laureandi, neolaureati e non che oggi hanno letto su Vanity Fair e sull'Espresso gli articoli che parlano del progetto per il quale la Regione Sardegna ha stanziato dieci milioni di Euro e che dovrebbe essere (parole sue) «un'opportunità per i Tirocinanti di acquisire competenze e conoscenze specifiche, tecniche, relazionali e trasversali tali da agevolare le scelte professionali e favorire l'ingresso o il reingresso nel mercato del lavoro».

Vorrei che, a questo punto della storia, spiegasse a noi sardi come dei tirocini come questi possano essere delle opportunità e non delle prese in giro e per giunta per niente convincenti. Avreste potuto trovare certamente degli stratagemmi un po' più credibili e onesti nei confronti di tutti i contribuenti. Perché questi 10.000.000 di Euro sono soldi pubblici!!

Io personalmente sono profondamente amareggiata e indignata, perché dopo tutto ci saranno tanti giovani sardi che a questi pseudo tirocini parteciperanno. Perché, si sa, per un disoccupato 500 euro, sottolineo lordi, sono sempre meglio di niente.

Sto pensando all'umiliazione e alla vergogna di una persona che ha studiato e dopo anni di contratti bestiali a progetto è costretto ad accettare queste condizioni da vomito.

Beh io credo che noi tutti ci meritiamo di meglio... uno sforzo in più per risollevare le sorti dell'economia sarda e dare una spinta al mondo del lavoro ormai stagnante andrebbe fatto, caro Presidente.

Continuo a sognare un mondo dove tutti i giovani scappino in massa e lascino voi a governare il niente... a cantarvela e ballarvela da soli. Perché è questo quello che vi meritate.

E soprattutto... che vergogna che si parli di noi non per comportamenti e traguardi virtuosi ma per questa atroce notizia, che oggi avrei preferito non leggere. E così credo in molti. A lei un augurio di un sereno 2012... augurio che non mi sento di fare invece a tutti i miei amici e conoscenti che restano e resistono...invano.

Cordialmente

Ida Farris

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martedì 20 dicembre 2011

Privilegio Chiesa: esenzioni, speculazioni, favori, miliardi in nero


E' inutile, non cambierà mai niente. La Chiesa (e Comunione e Liberazione) in Italia sono potenti quanto la criminalità organizzata. Entrambe non guardano i partiti per le loro ideologie, ma per quanto gli possono concedere, barattando appoggio per mantenere privilegi moralmente illeciti. Anche con Monti la Chiesa ha fatto l'affarone: può continuare a fare tonnellate di miliardi di euro nel nostro territorio nazionale senza pagare una cippa in tasse. Ecco un po' di spunti interessantissimi presi dal sito dell'Espresso. Massima diffusione.

"Lo Ior è stato per anni la cerniera tra il malaffare mafioso e quello politico. Ora promettono di bonificarlo. Ma non si è visto ancora niente"


Chiesa e finanza, è buio pesto

di Massimo Teodori

Il Vaticano è lo Stato più ricco del mondo. Ha uno sterminato patrimonio immobiliare, possiede una banca molto potente e può battere moneta. Ma si oppone a un censimento vero dei suoi beni. E alza una nebbia fitta su quali suoi edifici dovrebbero pagare l'Ici. Una cortina fumogena che parte da lontano e arriva fino al caso Sindona

Le ingenti somme che la Chiesa cattolica nelle sue molteplici articolazioni sottrae allo Stato italiano per evasione o per distorta interpretazione delle norme ICI e IRES non sono solo una questione contabile. Al momento non sappiamo quali delle oltre 100 mila strutture ecclesiastiche e paraecclesiastiche abbiano effettivamente diritto all'esenzione dalle tasse, e quante invece approfittino dell'ambiguità delle norme attraverso lo schermo delle cosiddette "opere di religione".

Molto più grave dell'aspetto contabile è l'inquinamento che certi comportaMEnti della Chiesa romana, o meglio dei suoi vertici ecclesiastici e vaticani, producono sulle regole del vivere civile della comunità nazionale.

Una storia antica. Basta ricordare che la scintilla della ribellione che portò alla riforma protestante fu generata dalla bolla di Leone X con cui nel 1514 si concedeva l'indulgenza in cambio di offerte di denaro. Ai giorni nostri accade che i vescovi italiani accordino la loro benevolenza a governi e partiti non solo in cambio delle cosiddette "leggi etiche", ma anche di vantaggi materiali come l'omissione delle tasse dovute. La recente storia dell'accumulazione delle finanze vaticane comincia da quella notte di fine anni Sessanta quando Paolo VI incontrò segretamente Michele Sindona per affidargli la gestione del "patrimonio di Pietro" (4,8 miliardi di dollari dell'epoca provenienti dall'Istituto Opere di Religione, Ior, e dall'Amministrazione della Santa Sede, Apsa) e il suo trasferimento sui mercati internazionali per sottrarli alla legislazione che aveva abolito l'esenzione fiscale per i dividendi sulle azioni in possesso del Vaticano. Il banchiere di Patti, già allora, era il fiduciario di Cosa Nostra di cui riciclava il danaro sporco, italiano e americano. Quando nel 1974 le autorità degli Stati Uniti dichiararono il fallimento delle banche sindoniane, il principe Spada affermò che in Vaticano nessuno conosceva le attività criminali di Sindona, facendo finta di ignorare che al vertice del sistema speculativo, insieme a Sindona, regnava monsignor Paul Marcinkus a cui il segretario di Stato Agostino Casaroli impedì di testimoniare nelle corti di giustizia.

Il Vaticano, per tutto quel che riguarda i soldi "bianchi" e "neri", si nasconde dietro la condizione speciale garantita dal Concordato stipulato del 1929 e rinnovato nel 1985 dal governo di Bettino Craxi. Lo Ior ha così potuto essere la cerniera del malaffare finanziario d'origine mafioso-criminale e politico-tangentizia, godendo dello status di unica banca al tempo stesso in-shore e off-shore, facilmente accessibile a Roma ma impenetrabile ai controlli nazionali e internazionali e agli interventi giudiziari. In forza di questa specialissima condizione ha reso servizi discreti al grande malaffare internazionale, agli affaristi italiani e a tutti coloro che vogliono sottrarsi alle leggi. Pochi oggi ricordano i tanti episodi oscuri di cui è stata protagonista la finanza vaticana: ad esempio, che gli eccellenti esportatori di valuta della famosa "lista dei 500" al momento del crac Sindona furono rimborsati grazie allo Ior e che la stessa lista fu sottratta al curatore fallimentare Giorgio Ambrosoli, fatto poi assassinare da Sindona; che il mandato di cattura spiccato nel 1987 per il crack Calvi contro i dirigenti vaticani Marcinkus, Pellegrino De Stroebel e Luigi Mennini trovò i cancelli di San Pietro sbarrati; che la tangente Enimont (93 miliardi) gestita da Luigi Bisignani, Carlo Sama e Sergio Cusani transitò dallo Ior verso il Lussemburgo, Ginevra e Lugano. E altri non riescono ancora a spiegarsi la ragione per cui è stato fatto erigere un sarcofago quasi papale nella basilica di Sant'Apollinare a Roma per il boss della Magliana Enrico de Pedis, e come mai Vito Ciancimino abbia potuto regolarmente depositare valigette piene di denaro mafioso nei sacri caveau vaticani. Perché lo Ior non ha libretti di assegni e accetta solo contante che può girare agli istituti finanziari di tutto il mondo?

"Occorrono molti finanziamenti per le opere di bene", sono soliti ripetere cardinali e pubblicisti clericali, pensando così di giustificare i maneggi dello Ior e le evasioni fiscali. Vorremmo tuttavia chiedere ai vertici ecclesiastici come sia compatibile la predicazione dei sacrifici e dei doveri verso la comunità con il via libera alle più disinvolte operazioni finanziarie che si consumano all'ombra del cupolone. Quando nel 1982 l'erede di Sindona, Roberto Calvi, cadde schiacciato dalla montagna di imbrogli internazionali lasciando un debito di 1.300 miliardi di lire, si scoprì che il capo dell'Ambrosiano non era altro che il socio-marionetta di Marcinkus, presidente dello Ior a cui Nino Andreatta, allora ministro del Tesoro, fece pagare in via transattiva 300 miliardi di lire per chiudere la partita senza ulteriori verifiche. Del resto non è un mistero che nelle casseforti segrete del Vaticano si custodiscano tesori di provenienza e destinazione inconfessabili come la miliardaria sedicente Fondazione Cardinale Spelmann riconducibile a Giulio Andreotti, o la fondazione intitolata a Augustus Jonas la cui unica firma autorizzata è quella di Luigi Bisignani, per non parlare della miriade dei fondi di grandissimi evasori fiscali italiani. Forse il governo Monti dovrebbe farci un pensiero.

Ogni volta che si solleva la questione dei finanziamenti illegali alla Chiesa e degli imbrogli degli enti para-ecclesiastici ai danni della collettività, gli esponenti cattolici e vaticani rispondono rispolverando il vecchio adagio secondo cui "si deve approfondire la materia" e che "se vi sono irregolarità saranno rimesse in ordine". L'esperienza insegna però che propositi di questo tenore nascondono spesso l'ipocrisia del rinvio per superare la bufera. Aspettiamo di vedere quale seguito abbia la dichiarazione del cardinal Tarcisio Bertone che, dopo giorni di tetragona difesa dello status quo da parte de "L'Avvenire", si è sbilanciato affermando che "l'Ici è un problema da studiare e approfondire". Quasi che non fossero passati anni dalla legge sull'Ici del 1992 che esonerava i fabbricati destinati esclusivamente all'esercizio di culto e dalle relative leggi Prodi (2006) e Berlusconi (2008); e non fosse stata investita perfino la Commissione europea che ha aperto un'indagine sull'esenzione dell'Ici concessa ai beni immobili della Chiesa. L'intenzione di "approfondire la materia dell'Ici" fa il paio con il tormentone della necessità di bonificare lo Ior. La nomina nel 2009 di Ettore Gotti Tedeschi, sostenitore della finanza etica, è stata presentata come una svolta per moralizzare l'ente vaticano, ma ancora una volta non se ne vedono gli effetti. Sembra che siano stati posti ostacoli all'inchiesta giudiziaria del pm Nello Rossi che si è mosso su segnalazione antiriciclaggio della Banca d'Italia per il transito dallo Ior alla Banca del Fucino e alla Jp Morgan di Francoforte di una grossa somma di cui non è chiara né la provenienza, né la destinazione, né l'origine. La storia della Chiesa senza scrupoli finanziari non è l'invenzione ideologica di laici anticlericali, ma la semplice lettura delle vicende d'Italia in cui il Vaticano, tramite l'8 per mille (1,2 miliardi di euro), l'Obolo di San Pietro, il patrimonio immobiliare e perfino il potere di battere moneta concesso dall'Unione europea, è ritenuto lo Stato più ricco del mondo.

Massimo Teodori, ex deputato del Partito Radicale di cui è fra i fondatori, ha scritto tra gli altri "Contro i clericali" (Longanesi) e "Risorgimento laico. Gli inganni clericali sull'Unità d'Italia" (Rubbettino)


Ici e Chiesa, le parole e i fatti

L'Espresso

Due firme dell'Espresso a confronto su uno dei temi più caldi di questi giorni: il vaticanista Sandro Magister e Stefano Livadiotti, autore del recente libro inchiesta 'I senza Dio'

Dal blog Settimo Cielo di Sandro Magister

Infuria l'attacco contro la Chiesa cattolica che non paga l'Ici. Ed è vero: per molti suoi immobili la Chiesa non la paga né la deve pagare. Non per un privilegio esclusivo, ma per una legge, la 504 del 30 dicembre 1992 (primo ministro Giuliano Amato), che, se oggi fosse fatta cadere, penalizzerebbe assieme alla Chiesa una schiera nutritissima di altre confessioni religiose, di organizzazioni di volontariato, di fondazioni, di Onlus, di Ong, di Pro loco, di patronati, di enti pubblIci territoriali, di aziende sanitarie, di istituti previdenziali, di associazioni sportive dilettantistiche, insomma di enti non commerciali.

La legge esenta tutti questi enti, compresi quelli che compongono la galassia della Chiesa cattolica, dal pagare l'Ici sugli immobili di loro proprietà "destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all'articolo 16, lettera a) della legge 20 maggio 1985 n. 222", ovvero le attività di religione o di culto.

Questo vuol dire, ad esempio:

– che una parrocchia di Milano non paga l'Ici per le aule di catechismo e l'oratorio, ma la paga per l'albergo che ha sulle Dolomiti, abbia o no questo al suo interno una cappella.
– che la Caritas di Roma non paga l'Ici per le sue mense per i poveri, né per l'ambulatorio alla Stazione Termini, né per l'ostello nel quale ospita i senza tetto. E ci vuole un bel coraggio a dire che così fa concorrenza sleale a ristoranti, hotel e ospedali.
– che la Chiesa valdese giustamente non paga l'Ici per il suo tempio di Piazza Cavour a Roma, né per le sale di riunione, né per l'adiacente facoltà di teologia. La paga, però, per la libreria che è a fianco del tempio.
– che la comunità ebraica di Roma non paga l'Ici per la Sinagoga, per il Museo, per le scuole. Ma la paga per gli edifIci di sua proprietà adibiti ad abitazioni o negozi.
– che l'Anffas, associazione che assiste 30 mila disabili, non paga l'Ici per ciascuno dei suoi oltre mille centri. Ma la paga per gli immobili di sua proprietà dati in affitto.
– che non va pagata l'Ici per l'ex convento che fa da quartier generale della comunità di Sant'Egidio, né per le sue case per anziani. Va pagata invece per il ristorante che la comunità gestisce a Trastevere.

Insomma, questo vuol dire che su case date in affitto, negozi, librerie, ristoranti, hotel, eccetera, di proprietà di un qualsiasi ente non commerciale, l'Ici già la si paga da un pezzo. Per legge. E da quest'obbligo la Chiesa cattolica non ha alcuna esenzione.

Tant'è vero che a Roma, dove Propaganda Fide e l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica possiedono un buon numero di palazzi, questi due enti vaticani "sono tra i primi se non i primi contribuenti Ici della capitale", testimonia Giuseppe Dalla Torre, presidente del tribunale dello Stato della Città del Vaticano e membro del consiglio direttivo dell'autorità di informazione finanziaria della Santa Sede.

Questo stabilisce la legge. Eppure i giornali e i giornalisti che danno prova di esserne a conoscenza si contano sulle dita di una mano sola.

E gli altri? Saranno anche grandi testate e grandi firme, ma se in una materia così elementare non si mostrano capaci di una minima verifica dei fatti, non fanno onore alla professione.

Come obnubilati dalla febbre della polemica, tutti costoro nemmeno sembrano capire che pretendere che la Chiesa cattolica paghi l'Ici anche per gli immobili su cui è esentata – cioè le chiese, i musei, le biblioteche, le scuole, gli oratori, le mense, i centri d'accoglienza, e simili – vuol dire punire l'immenso contributo dato alla vita dell'intera nazione non solo dalla Chiesa stessa ma anche da ebrei e da valdesi, da Caritas e da Emergency, da Telethon e da Amnesty International, insomma da tutti quegli enti non profit per i quali vige l'identica normativa.

Se l'esigenza numero uno dell'Italia è la crescita, tale multiforme, generosa, formidabile offerta di apporti non va penalizzata, ma sostenuta.

Le esenzioni dall'Ici previste dalla legge non sono denari in perdita. Sono risorse che ritornano moltiplicate allo Stato e alla società.

La replica di Stefano Livadiotti

Il tentativo di Sandro Magister di difendere la posizione della Chiesa sul fronte del pagamento (meglio dire: del non pagamento) dell'Ici, non sta in piedi. Vediamo.

Magister richiama la legge 504 del 30 dicembre 1992, che esenta gli enti non commerciali, comprese dunque la Chiesa, dal pagamento dell'imposta sugli immobili destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di religione o di culto. «Questo vuol dire», scrive il vaticanista, «che su case date in affitto, negozi, librerie, ristoranti, hotel, eccetera, di proprietà di un qualsiasi ente non commerciale, l'Ici già la si paga da un pezzo. Per legge. E da quest'obbligo la Chiesa cattolica non ha alcuna esenzione».

La seconda parte della sua affermazione è senz'altro vera: su questi beni la Chiesa non gode di alcuna esenzione. La prima parte, invece, non corrisponde a verità. Almeno, non sempre. Lo scorso settembre "l'Espresso" ha documentato, inoppugnabilmente e per primo, una serie di casi di enti-satellite della Chiesa nei confronti dei quali sono state avviate procedure di accertamento per il mancato versamento di imposte dovute su immobili destinati ad attività non di culto: dieci casi, citati a titolo di esempio dall'"Espresso", nel comune di Roma, che in un documento uffIciale (17 marzo 2009; numero di protocollo "Rc 3825"), scriveva: «Per quanto riguarda il mancato introito annuale per il Comune di Roma, il dato indicato nel consuntivo 2006 relativo all'esenzione Ici per gli enti ecclesiastIci proviene da stime effettuate dal Dipartimento II, che sono in corso di aggiornamento. A tali stime, che indicano in circa 25,5 milioni la perdita di gettito parziale per Ici ordinaria, va aggiunto il minor introito per arretrati, stimato in circa 8 milioni al momento dell'introduzione della nuova normativa».

Al contrario di quanto asserisce Magister, dunque, l'Ici non «la si paga». In questo senso, sì, «da un pezzo». Ed è questo il punto. Gli enti della Chiesa non versano, non sempre comunque, le tasse dovute sugli immobili adibiti ad uso commerciale e dunque in concorrenza (sleale) con privati che non godono degli stessi privilegi. Il mancato gettito annuo per il fisco, costretto a rifarsi sui contribuenti onesti, è stato quantificato tra i 700 milioni (Anci, Associazione dei comuni) e i 2,2 miliardi (Ares, Agenzia di ricerca economica e sociale). Il resto sono solo parole in libertà. Come quelle scagliate contro chi pretenderebbe di far pagare alla Chiesa l'Ici sulle parrocchie: una richiesta che neanche il più demente degli estremisti anticlericali si è mai sognato di avanzare.

Sostiene Magister che le polemiche da più parti lanciate in questi giorni nei confronti dell'atteggiamento elusivo, quando non evasivo, della Chiesa, sono semplicemente il frutto della disinformazione prodotta dall'ignoranza dei giornalisti, «obnubilati dalla febbre della polemica». Eppure sono gli stessi vertIci della Chiesa ad ammettere ora che il caso esiste. Ha cominciato il segretario di Stato, Tarcisio Bertone («problema da studiare»; mercoledì 7 dicembre), seguito a ruota dal presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco («se ci sono punti della legge da rivedere o da discutere, non ci sono pregiudiziali da parte nostra»; venerdì 9 dicembre 2011).

Affermazioni che hanno indotto il notista politico del "Corriere della Sera", il sempre puntuale Massimo Franco, a registrare un «cambio di linea da parte dei vescovi». Una vera e propria inversione a "U" ignorata anche dall'house organ dei vescovi "Avvenire" e imposta dal calendario. A breve, infatti, l'Unione europea dovrà stabilire se l'ambigua legge italiana, in base alla quale gli enti della Chiesa possono evitare di pagare l'Ici quando la presenza di un semplice altarino consente di qualificare come "non esclusivamente commerciale" la destinazione di un edifIcio, si configuri come un aiuto di Stato, vietato dalla normativa.

La stessa Ue dovrà inoltre prendere posizione sull'articolo 149 del Testo unico delle imposte sui redditi, che, con una logica imperscrutabile, conferisce a vita agli enti ecclesiastIci la qualifica (e i relativi benefIci fiscali) di enti non commerciali, indipendentemente dalla loro reale attività.


Quanto paghiamo per la Chiesa

di Mauro Munafò

L'esenzione da Ici e Ires. L'Irpef dei dipendenti vaticani. L'otto per mille, incluso quello di chi non sceglie di darlo alla Santa Sede. Lo stipendio degli insegnanti di religione. I finanziamenti alle scuole cattoliche. Perfino l'acqua e i depuratori del papa. Ecco, voce per voce, quali sarebbero i tagli 'sacrosanti'

Durante il week end la pagina Facebook 'Vaticano pagaci tu la manovra fiscale' ha superato di slancio le centodiecimila adesioni. Un "partito" che tuttavia non trova sponde o quasi nella politica: di tagliare i privilegi della Chiesa, ad esempio, non c'è traccia nella contromanovra che il Pd sta studiando in questi giorni. «Quello dei soldi Oltre Tevere è un tabù che nessuno ha intenzione di affrontare», scuote la testa Mario Staderini, segretario dei Radicali, che ha per primo lanciato la proposta di eliminare le esenzioni fiscali di cui godono gli enti ecclesiastici. «Si potrebbero recuperare 3 miliardi di euro all'anno senza neppure rivedere il Concordato», sostiene.

Ha ragione? Quantificare con precisione il "costo" della Chiesa Cattolica per lo Stato italiano è un'operazione quasi impossibile, che in parte si basa su dati certi e in altri casi solo su stime.

Se è infatti relativamente facile stabilire quali sono le spese principali a carico dello Stato italiano, trattandosi di fondi che restano nel bilancio, molto più complesso è stabilire quali sono i mancati introiti derivanti dalle agevolazioni fiscali cui hanno diritto gli enti ecclesiastici.

Per fare un po' di ordine è meglio dividere i capitoli.

Iniziamo analizzando le spese principali che lo Stato si accolla per gli enti ecclesiastici. In questa categoria si possono far rientrare i prelievi dell'Irpef diretti alla Conferenza Episcopale Italiana (l'otto per mille), i fondi per gli stipendi dei professori di religione cattolica nelle scuole, gli stipendi dei cappellani che svolgono funzioni per lo Stato italiano, i finanziamenti alle scuole paritarie e alle università private che in buona parte ruotano attorno alla Chiesa. Un pacchetto da circa 2,5-3 miliardi di euro l'anno, solo per lo Stato centrale. Altri capitoli di spesa, come la sanità, ricadono infatti nei bilanci regionali e non rientrano in questi conteggi.

La prima voce di spesa per lo Stato, e una delle più contestate, è l'otto per mille, ovvero la percentuale Irpef che il cittadino può destinare ad un credo religioso o lasciare allo Stato Italiano. Solo per la Chiesa Cattolica l'otto per mille ha fruttato nel 2011 la cifra record di un miliardo e 118 milioni di euro, circa l'85% dell'intera torta.

A essere contestati nell'otto per mille sono almeno tre aspetti: il metodo di ripartizione, la "mancata concorrenza" e l'ammontare dell'aliquota Irpef. A differenza delle altre tasse infatti, l'otto per mille di ogni contribuente non viene destinato al credo da lui scelto: la firma di ogni cittadino vale come un voto e influisce sulla ripartizione complessiva dei fondi. In questo modo, anche se non si firma, la destinazione dei fondi viene stabilita solo dai "votanti".

Questo meccanismo finisce per avvantaggiare la Chiesa Cattolica che, conquistando la maggioranza delle firme, riceve una grossa fetta anche dei finanziamenti senza destinazione. Il sistema è stato molto contestato dai Radicali e da associazioni come lo Uaar, che segnalano il completo monopolio cattolico per quanto riguarda gli spot pubblicitari: le confessioni più piccole non possono permettersi le campagne milionarie, mentre lo Stato non investe un centesimo sull'argomento, lasciando nei fatti il campo libero alla Chiesa Cattolica.

Un aspetto sottovalutato dell'otto per mille è però l'ammontare dell'aliquota di prelievo, che secondo la legge può essere ridefinita da una apposita commissione ogni tre anni. L'articolo 49 della legge 222/85, che ha istituto l'otto per mille, prevede che "Al termine di ogni triennio successivo al 1989, un'apposita commissione paritetica, nominata dall'autorità governativa e dalla Conferenza episcopale italiana, procede alla revisione dell'importo deducibile di cui all'articolo 46 e alla valutazione del gettito della quota IRPEF di cui all'articolo 47, al fine di predisporre eventuali modifiche".

Si tratta di un sistema di verifica pensato al momento del passaggio dall'assegno di Congrua (con cui lo Stato pagava fino agli anni ?€˜80 lo stipendio dei preti) al nuovo regime, che permette di rivedere i prelievi se questi si rivelano troppo bassi o troppo alti. "Abbiamo chiesto di accedere agli atti della commissione incaricata di valutare l'aliquota – spiega Mario Staderini – ma sulle relazioni è stato apposto il segreto di Stato, e anche il Tar del Lazio ha confermato che quei documenti devono restare riservati".

La prima voce di spesa per lo Stato, e una delle più contestate, è l'otto per mille, ovvero la percentuale Irpef che il cittadino può destinare ad un credo religioso o lasciare allo Stato Italiano. Solo per la Chiesa Cattolica l'otto per mille ha fruttato nel 2011 la cifra record di un miliardo e 118 milioni di euro, circa l'85% dell'intera torta.

A essere contestati nell'otto per mille sono almeno tre aspetti: il metodo di ripartizione, la "mancata concorrenza" e l'ammontare dell'aliquota Irpef. A differenza delle altre tasse infatti, l'otto per mille di ogni contribuente non viene destinato al credo da lui scelto: la firma di ogni cittadino vale come un voto e influisce sulla ripartizione complessiva dei fondi. In questo modo, anche se non si firma, la destinazione dei fondi viene stabilita solo dai "votanti".

Questo meccanismo finisce per avvantaggiare la Chiesa Cattolica che, conquistando la maggioranza delle firme, riceve una grossa fetta anche dei finanziamenti senza destinazione. Il sistema è stato molto contestato dai Radicali e da associazioni come lo Uaar, che segnalano il completo monopolio cattolico per quanto riguarda gli spot pubblicitari: le confessioni più piccole non possono permettersi le campagne milionarie, mentre lo Stato non investe un centesimo sull'argomento, lasciando nei fatti il campo libero alla Chiesa Cattolica.

Un aspetto sottovalutato dell'otto per mille è però l'ammontare dell'aliquota di prelievo, che secondo la legge può essere ridefinita da una apposita commissione ogni tre anni. L'articolo 49 della legge 222/85, che ha istituto l'otto per mille, prevede che "Al termine di ogni triennio successivo al 1989, un'apposita commissione paritetica, nominata dall'autorità governativa e dalla Conferenza episcopale italiana, procede alla revisione dell'importo deducibile di cui all'articolo 46 e alla valutazione del gettito della quota IRPEF di cui all'articolo 47, al fine di predisporre eventuali modifiche".

Su queste due righe sono state avanzate diverse interpretazioni, con strascichi che arrivano fino ai giorni nostri. Nonostante l'opposizione dei radicali, secondo cui l'adeguata dotazione di acqua significa che bisogna far arrivare i tubi al Vaticano e nient'altro, l'interpretazione vincente è che i costi dell'acqua siano a carico dello Stato, ma un discorso diverso vale per la depurazione e la gestione degli scarichi.

La questione è esplosa nel 1998, quando la romana Acea si è quotata in borsa ed ha chiesto al Vaticano di pagare una bolletta da 25 milioni di euro che, dopo diverse peripezie, è stata invece pagata dallo Stato.

Proprio lo Stato italiano dal 2005 versa anche 4 milioni di euro l'anno all'Acea per la depurazione, da sommarsi al costo dell'acqua stessa. Il costo totale della fornitura non è però esente da equivoci e la sua cifra complessiva tra depurazione, costo dell'acqua e dello smaltimento è finita di recente al centro di una polemica alimentata da una "gola profonda" del Pdl che sostiene, senza però presentare la documentazione, che questi costi ammontino a circa 50 milioni di euro l'anno.

Dopo aver passato in rassegna le voci di spesa dello Stato per il finanziamento della Chiesa Cattolica e delle sue attività, bisogna andare al capitolo dei mancati introiti, legati ai regimi fiscali privilegiati a cui hanno diritto alcuni stabili e fabbricati. Come affermato in precedenza, tanto le spese sono note ed evidenti nel bilancio dello Stato, quanto l'entità delle detrazioni è frutto di stime molto meno certe. Per chiarezza è quindi meglio dividere ogni voce e chiarire i riferimenti normativi, le critiche e il loro presunto costo per le casse statali.

Le due voci principali di detrazione fiscale a cui ha diritto la Chiesa, non in forma esclusiva, sono l'esenzione dall'Ici e la riduzione del 50 per cento dell'Ires, l'imposta sul reddito delle persone giuridiche (le società). Questi privilegi sono anche finiti nel mirino della
Commissione Europea che, dopo una denuncia dei deputati radicali, ha aperto nei confronti dell'Italia un procedimento per verificare se si tratta di aiuto di Stato o meno e il cui esito finale è atteso entro il 2012.

L'abbattimento del 50 per cento dell'Ires si applica agli enti di assistenza sociale e con fini di beneficenza ed istruzione, anche quando questi svolgono in parte attività commerciale: in questo caso però la normativa vuole che vengano distinte le fonti di reddito e sulla parte commerciale venga pagata l'intera tassa. Trattandosi inoltre di un'agevolazione nata negli anni '50 (e poi rivista varie volte), la Commissione europea ha deciso di farla rientrare tra gli aiuti di Stato esistenti, che possono essere annullati ma per cui non può esser richiesto il rimborso degli "arretrati".

Per quanto riguarda l'Ici (l'imposta comunale sugli immobili) la questione è più complessa e prevede diversi livelli. Innanzitutto la legge prevede l'esenzione totale per i luoghi di culto, ma la parte più contestata riguarda l'esenzione per le attività commerciali svolte nei locali di enti non commerciali (come quelli religiosi). Un'interpretazione della Cassazione del 2004 (la legge risale al 1992), giudicata troppo restrittiva dagli organi della Cei, ha stabilito come potessero accedere all'esenzione solo le strutture che non svolgessero alcuna attività commerciale: in poche parole l'Ici doveva essere corrisposta da tutti gli istituti che prevedevano un pagamento per le loro prestazioni, fossero esse mense per i poveri,alberghi per pellegrini o cliniche private. L'anno successivo, una legge del Governo Berlusconi ha cambiato le carte in tavola, stabilendo che l'esenzione Ici valesse anche in caso di attività commerciali: un regalo alla Chiesa che ha fatto scattare subito la denuncia alla Commissione europea per i suoi effetti sulla concorrenza.

A mettere una pezza alla situazione ci ha pensato il governo Prodi nel 2006, con l'introduzione di una nuova interpretazione della legge che prevede l'esenzione dell'Ici solo per chi svolge attività "non esclusivamente commerciale". Dalla diversa interpretazione di queste tre parole nascono buona parte degli attuali contenziosi tra chi sostiene che basti una cappella in un albergo per non pagare l'Ici e la Cei, che sostiene invece la bontà della norma e definisce "mistificazioni" gli articoli che affermano il contrario. Tanto per far capire quanto l'argomento sia caldo, un editoriale di Avvenire (il quotidiano della Cei) è tornato sull'argomento il 18 agosto scorso.

Delle detrazioni dalle tasse italiane usufruiscono poi tutti gli stabili di Città del Vaticano che godono dell'extra-territorialità e previsti dal Concordato. La somma di queste esenzioni, secondo una stima fornita dall'Anci e segnalata nel libro "La Questua" di Curzio Maltese, valeva nel 2007 tra gli 1,5 e i 2 miliardi di euro l'anno. Da quanto è emerso invece in un'interrogazione fatta dai radicali al Comune di Roma pochi anni fa, il costo dell'esenzione Ici per la sola capitale è di circa 25 milioni di euro l'anno.

Altra tassa risparmiate alla Chiesa, o sarebbe meglio dire ai suoi "dipendenti", è l'esenzione dell'Irpef per tutti i lavoratori della Santa Sede e della Città del Vaticano: almeno duemila persone tra giornali, radio, tribunali ecclesiastici, segreterie e congregazioni. Con il Concordato del 1984 è stato inoltre stabilita la possibilità di detrarre dalla dichiarazione dei redditi le donazioni fino alle vecchie due milioni di lire (poco meno di mille euro).

Il conto complessivo delle detrazioni, almeno sulla base delle stime, supera quindi agilmente i 3 miliardi di euro. Ma la politica non ci sente: «Togliere i fondi alla Chiesa italiana significa togliere il pane agli affamati», ha commentato Rocco Buttiglione dell'Udc. Compatto nella difesa dei privilegi ecclesiatici il Pdl. Poche le voci dissonanti nel Pd, partito la cui presideente Rosi Bindi ha chiuso la porta a ogni ipotesi di Pd di tassazione degli immobili del Vaticano, perché«la Chiesa è una grande ricchezza per la società italiana e le opere di carità della chiesa sono ancora più importanti per la crisi economica che sta mordendo le famiglie». Amen.


Santo Obolo, il Comune paga

di Mauro Munafò

Non ci sono solo i finanziamenti e le esenzioni a carico dello Stato. Ci sono anche le decine di milioni che ogni anno versano alla Chiesa gli enti locali. Ecco, in esclusiva, i casi documentati di sette città, da Milano a Roma, da Torino a Firenze

Che lo Stato italiano sia molto generoso con la Chiesa Cattolica non è un segreto: otto per mille, esenzione di Ici e Ires, fondi alle scuole paritarie, stipendi agli insegnanti di religione e ai cappellani militari sono solo alcune delle voci note. Quasi sconosciuta è invece la generosità dei singoli comuni verso le locali diocesi, che da questi ricevono ogni anno decine di milioni di euro attraverso una quota degli oneri di urbanizzazione secondaria: una torta che, secondo una stima prudente dell'Espresso, vale non meno di 70-80 milioni di euro in tutta Italia.

Per capire come funziona questo sistema serve fare un passo indietro. Ogni volta che un cittadino si appresta a edificare una struttura o a ristrutturarla, versa al Comune una serie di tasse, tra cui gli oneri per l'urbanizzazione primaria e secondaria. I primi sono legati a quei servizi per il funzionamento della struttura: dall'allacciamento alla rete fognaria a quello alla rete elettrica. Sono invece opere di urbanizzazione secondaria i servizi sociali indispensabili per una comunità: dagli asili nido ai mercati, dalle scuole agli uffici comunali, passando appunto per le chiese e gli edifici di culto.

Questo balzello sull'edilizia è una delle principali fonti di entrata per gli enti locali che però, nonostante i conti sempre più in rosso, devono anche dividere con gli enti religiosi. L'Espresso è andato allora a verificare nei bilanci dei più grandi comuni italiani a quanto ammontano questi fondi, in modo da poter stimare per la prima volta l'entità di questa spesa.

Il comune più generoso con la Chiesa risulta essere quello di Milano, che dal 2006 al 2010 ha versato alla curia meneghina quasi 15 milioni di euro e, nel solo 2010, ha sborsato 3 milioni e seicentomila euro. Un po' meno fondi arrivano invece dal Comune di Roma, che nel 2008 (ultimo anno di cui abbiamo ottenuto i dati) ha versato oltre 2 milioni e mezzo di euro. Più staccate le altre città, con Torino che dal 2006 ha versato 7 milioni e mezzo di euro (un milione nel 2010), Firenze quasi mezzo milione nel 2009, Bologna quasi 380mila euro nel 2010, Venezia 300mila euro nell'ultimo anno, Bari 269mila euro nel 2009, fino a Genova con 100mila euro nel 2010.

A stabilire la quota di oneri che ogni comune deve versare agli enti di culto sono le diverse leggi regionali, che nella gran parte dei casi specificano una percentuale degli oneri complessivi sotto la quale non è possibile scendere o, raramente, delegano ai consigli comunali la scelta di quanto destinare. La percentuale di oneri che va alle religioni oscilla di norma tra il 7 e il 9% delle tasse sull'urbanizzazione secondaria.

Non esistendo una normativa nazionale però, ogni regione decide da sola: si scopre così che quella più generosa è la "rossa" Toscana, che stabilisce per legge una quota non inferiore al 9% degli oneri agli edifici di culto. Lombardia e Veneto destinano l'8%, mentre Emilia-Romagna, Puglia e Liguria si fermano al 7%. Il Piemonte prevede invece che ogni consiglio comunale decida per sé, mentre la Campania non risulta avere destinato per legge una quota fissa degli oneri all'edilizia di culto, anche se la regione non manca di finanziare attraverso formule diverse questo settore (per cui nel 2006 ha stanziato 3 milioni di euro ).

Analizzando le varie leggi regionali si scopre poi che la definizione di "edifici di culto" può essere piuttosto estensiva. La Regione Lombardia ad esempio, all'articolo 73 della legge del 11/2005, specifica che tra le "attrezzature di interesse comune per fini religiosi" rientrano anche gli "immobili destinati all'abitazione dei ministri di culto", cioè le case dei preti.

Dando un'occhiata ai singoli bilanci poi, quando i i comuni forniscono il dettaglio delle voci, si viene a conoscenza di spese quantomeno originali. A Venezia sono stati erogati alla chiesa di San Giovanni Battista in Bragora 10mila euro per "ripristino parte lignea finestre, vetri piombati e protezioni antipiccioni", 30mila euro per il "campo da calcio del patronato di Santo Stefano protomartire", o 20mila euro per "adeguamento cucina e servizi igenici" del patronato di San Giuseppe.

La destinazione degli oneri di urbanizzazione secondaria non riguarda comunque solo la Chiesa Cattolica, ma tutte le confessioni in qualche modo presenti sul territorio. Dai bilanci consultati dall'Espresso emerge però come gli altri culti ricevano poche migliaia di euro del totale, mentre alla Chiesa sono riservati una percentuale tra il 95 e il 100% dei fondi destinati all'edilizia di culto. Fondi di cui, vale la pena sottolinearlo, gran parte dei cittadini non è eppure a conoscenza e che l'associazione Uaar sta cercando da alcuni anni di ricostruire nel dettaglio.

Ma oltre al danno economico per i comuni, sempre più a corto di fondi per garantire servizi ai cittadini, questi oneri hanno anche il sapore di una beffa. Si, perché quei 70 - 80 milioni di euro stimabili che vengono versati ogni anno dagli enti locali in realtà la Chiesa Cattolica, e la Cei nello specifico, potrebbero senza difficoltà recuperarli dalle proprie casseforti. E questo può essere dimostrato dando un'occhiata ai bilanci della Conferenza Episcopale Italiana.

Nel 2011 infatti, i vescovi hanno messo a bilancio oltre un miliardo e cento milioni di euro di entrate derivanti dall'otto per mille destinato alla Chiesa Cattolica. Di questo tesoro, 190 milioni di euro solo nell'ultimo anno sono stati destinati all'edilizia di culto: 120 milioni per le nuove costruzioni e 65 milioni per le ristrutturazioni. Cifre già superiori a quanto erogano i comuni direttamente quindi. Ma sul miliardo abbondante di entrate dall'otto per mille, la Cei nel 2011 ha anche previsto un accantonamento di 55 milioni di euro "a futura destinazione, per culto pastorale e carità", voci che al loro interno prevedono anche l'edilizia.

Utilizzando i fondi accantonati, la Chiesa potrebbe quindi fare a meno di quanto concessole dai Comuni e, magari con qualche altro sacrificio (costruire una decina di cappelle in meno), potrebbe provare a rinunciare anche a quei 50 milioni di euro aggiuntivi che finiscono nella ristrutturazione di beni ecclesiastici e vengono invece presi dall'otto per mille destinato allo Stato (come già scritto dall'Espresso).

Resta ora da capire se il presidente della Cei Angelo Bagnasco, disponibile a parlare di Ici, mostrerà "disponibilità" a rivedere anche questi privilegi.




Ici, paghi anche la Chiesa

L'Espresso

«Presidente Monti, Lei chiede pesanti sacrifici ai cittadini, ma senza toccare i privilegi della Casta e della Chiesa. Chiediamo al suo governo di abolirli affinché vengano mantenute le promesse di equità». L'appello di MicroMega

Secondo un calcolo di parte ammonterebbe a oltre sei miliardi di euro la cifra che ogni anno i contribuenti italiani spendono per finanziare in modo diretto o indiretto le attività della Chiesa Cattolica.

I privilegi del Vaticano sono stati più volte al centro di inchieste anche dell'Espresso, come questa sulla misteriosa cresta realizzata sugli stipendi dei sacerdoti, o questa che cerca di fare il punto sulla quantità di voci che, in una fase di sacrifici per tutti cittadini, potrebbero forse essere riviste.

Si tratta indubbiamente di una questione complessa, che sarebbe stolto affrontare in modo intollerante, e tuttavia sono sempre di più a chiedersi se almeno una parte dei privilegi del Vaticano e della Cei non possano essere messi in discussione.

A questo obiettivo punta l'appello lanciato dalla rivista MicroMega, che ha già raccolto oltre 50 mila adesioni: «Presidente Monti, Lei ha appena presentato una manovra "lacrime e sangue" in cui si chiedono pesanti sacrifici ai cittadini, tra le misure previste anche la reintroduzione dell'Ici (in futuro Imu). Eppure i privilegi della Casta e della Chiesa non vengono intaccati: rimane in vigore quella legge simoniaca approvata dal governo Berlusconi per cui il Vaticano è esente dal pagamento dell'Ici. Per questo chiediamo al suo governo, affinché vengano mantenute quelle promesse di equità nella manovra, di abolire questo ignobile privilegio».

Sulla stessa rivista, Barbara Spinelli spiega bene le ragioni di questo appello: «E' scandaloso che la Chiesa italiana chieda più equità nella manovra, e non sia sfiorata dal dubbio che anche lei debba contribuire ai sacrifici chiesti agli italiani, pagando come ciascuno l'Ici sugli immobili. Non dovrebbe neppure aspettare che il governo discuta la questione. Dovrebbe anticipare le mosse dell'esecutivo ed esigere – qui, subito – di essere tassata come lo sono tutti, di contribuire al risanamento italiano con una parte delle proprie ricchezze. Se non lo fa, non potrà esser chiamata Chiesa della povertà, Chiesa che assiste gli ultimi, i derelitti. Confermerà di essere una lobby come le altre, e anzi più potente delle altre: perché più ascoltata, perché – anche quando tace, proprio perché tace – più rumorosa» (Qui l'articolo completo: "Chiesa e Ici, un questione morale").

Chi lo desidera, oltre a firmare può condividere l'appello su Facebook e su Twitter.

lunedì 19 dicembre 2011

Ignoranza e paura: Volpe all'attacco di Crozza. Con sorpresa finale

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Ci sono persone a questo mondo che non si preoccupano di usare il cervello, ma applicano meccanicamente schemi in esso inculcati ad arte da altri. L'opium populi ha mietuto tante vittime sin da quando (e quindi dall'inizio) le religioni sono state create dall'uomo per via della sua superstizione. La superstizione, e tutto ciò che ne consegue, è figlia dell'ignoranza, e se viene alimentata la prima (per tenere a bada la seconda) il gioco è fatto, perché chi ci crede ha paura, e si fida dell'ipse dixit. Chi invece è scaltro se ne aprofitta e vive di rendita.

Lo sapeva bene la Chiesa cattolica (e altre confessioni religiose), che in ere oscure per sua volontà ha mantenuto il volgo ignorante, per muoverne più facilmente le passioni alimentando paure ataviche, combattendo la lettura dei libri e quindi la prima fucina del libero arbitrio (attività stigmatizzata nel "Nome della rosa" di Umberto Eco), e creando la Santa Inquisizione, istituzione che mandò a morire milioni di innocenti (soprattutto donne, chiamate "streghe"). Esattamente come fece poi in seguito e circa un secolo fa Adolf Hitler, quando fece bruciare tonnellate di libri imponendo al suo volk la lettura solo dei libri della propaganda (il "Mein kampf" su tutti), in modo da educare un nazione all'odio verso gli ebrei e poter realizzare l'Olocausto. Sono due esempi forti, ma sono la Storia: fatti inconfutabili.

Nella crescita dell'individuo, esperienze di vita, educazione parentale e un buon livello di cultura sono fondamentali.

In questo blog abbiamo in più di una occasione parlato di una persona vicina al Clero che dirige un blog, Pontifex, e che si chiama Bruno Volpe. Ecco, se volete un esempio di quanto letto sopra, potete entrare nel sito e leggere qua e là fra i vari post. Troverete tanto di quell'odio, razzismo, ignoranza da far impallidire chiunque.

L'esempio di oggi (ma sono invero tanti quelli che si possono fare) è quello di Maurizio Crozza, "reo" di aver toccato alcuni punti cari all'alto Clero (privilegi scandalosi) e di aver fatto una riuscitissima parodia dell'attuale Pontefice, Ratzinger. In un momento della nostra storia in cui sempre più gente è stufa che la Chiesa cattolica non paghi tasse, pur facendo una montagna di soldi con attività economiche d'ogni tipo (speculazione in Borsa compresa), c'è chi nel Clero continua ad arroccarsi su posizioni antiquate e moralmente illecite. In questo clima generale tanti esprimono sdegno per questo scandalo tutto e solo italiano, ma la TV e la rete devono tacere. Quindi se Crozza fa l'imitazione del papa egli va immediatamente attaccato con violenza. "Signor" Volpe, ma lei non è cristiano? Allora... perdoni, no?

Crozza fa l'imitazione di Monti che telefona a Ratzinger a Ballarò, e subito Volpe parte in quarta. Andate a leggere questi deliri:

CROZZA DERIDE IL PAPA, VERGOGNA RAI
CROZZA SI BURLA DEL PAPA. NON SAREBBE ORA DI SMETTERLA?
MONS. BERTOLDO: CROZZA QUANDO STARA' MALE, SI RICORDERA' DI AVER INSULTATO IL PAPA. TOCCO IL PAPA? E SE MI SUCCEDESSE QUALCOSA DI PESANTE?
GENOVA E NON SOLO: LA NATURA SI RIBELLA. I SEGNI DI DIO
e infine
CROZZA UMILIA E OFFENDE IL PAPA. FERMIAMOLO, E' PREDA DI IMPULSI SATANICI (nella foto Crozza a testa in giù!).

Davvero agghiacciante l'ignoranza e l'odio di questo che dovrebbe essere un cattolico particante, quindi una persona buona. Ma l'amore del suo Gesù dovè? "Diciamo basta alle uscite del guitto e gli chiediamo: la prossima volta faccia lo stesso con un Rabbino o un Imam così il secondo gli brucerà lo scenario e il primo gli scatenerà le orde dei riscossori di imposte."

E poi, ancora più agghiacciante la spiegazione "scientifica" del perché c'è stata l'inondazione a Genova: è la punizione di Dio perché Crozza fa l'imitazione del papa! Leggete: "Quando la natura e l'ambiente subiscono evidenti cambiamenti in peggio, alla fine accade l'inevitabile. Crediamo sempre di farla franca, e invece torniamo a fare i conti con lei ed a ravvivare inutili dibattiti nei quali, ipocritamente, tutti si gettano le colpe addosso. Dio, nella sua infinita bontà e misericordia, non manda il male, tuttavia lo permette. Questi avvenimenti sembrano davvero un castigo e il segno che la misura è colma." E la colpa di chi é? Di Crozza! "Una curiosità. Di quale città è il comico Crozza che aveva scherzato con i santi e la Madonna? Di Genova, naturalmente."

E' la stessa equazione applicata a Jovanotti. Come la morte di Francesco Pinna, l'operaio deceduto per il crollo del palco a Trieste, è dovuta secondo Volpe alla punizione di Dio per le affermazioni pro-condom del cantante, così l'inondazione di Genova è la punizione di Dio perché Crozza ha fatto Satira sul papa. Fra l'altro a causa di queste gravissime affermazioni di Volpe lo showman Fiorello (che aveva appena avuto come ospite Jovanotti nella sua trasmissione) gli aveva detto: "Fatti curare", e Volpe lo ha querelato...

Ma quanto è cattivo, il Dio di Bruno Volpe! Un comico fa Satira sul papa e subito Dio manda le cavallette, oops, scusate: l'inondazione a uccidere i concittadini di costui? E ancora: questo Dio, quindi cattivissimo, ammazza un giovane che lavora sul palco di un concerto, perché il cantante è a favore del profilattico? Allora, "signor" Volpe, ci spieghi: visto che c'è stato l'Olocausto, questo era per caso la punizione del suo Dio contro gli ebrei, dalla sua Chiesa vituperati nei millenni? Giustifica così anche questo, lei?

Fortunatamente Volpe però non è solo, c'è chi augura anche una morte infelice a Crozza, ed è un vescovo: tale Monsignor Arduino Bertoldo. Egli dice: "Quando sarà vecchio e prima di salutare questa vita o sarà ammalato, si ricorderà che un giorno aveva insultato il Papa. Dio non giudica, ma a volte qualche schiaffone capita". Ma come: Dio non giudica? Ma si contraddice con le sacre scritture che le sono state inculcate in quella testolina che si ritrova? Ancora: "Crozza, cambi idea, si converta. Gli ricordo che tutti quelli che come lui deridono il sacro e il Papa soffrono doppio e all'Inferno, come le dicevo, non ci sono panni tanto pesanti per coprirsi dal freddo della condanna. Bene o male, costui pagherà, se non rimedia, il fio di quello che combinato e da quanto sento, non è la prima volta. Chi si abbandona a queste azioni, peraltro, lo fa sempre su commissione". Su commissione? Ah, i comunisti quindi il demonio? Tutto quadra! Si attendono ora, dopo la condanna sancita da questo Bertoldo, anche quelle di Bertoldino e Cacasenno, così ridiamo ancora, eh!

Dopo l'imitazione di venerdì scorso a Italialand, Volpe riparte in quarta: "Di Crozza, ormai preda di impulsi satanici (perché come previsto dal Rituale Romano di Esorcismo, manifesta palese e prolungata avversione al Sacro), non ne possiamo più. Bisogna fermarlo con tutti i mezzi legali a nostra disposizione. Evidentemente, se ne è infischiato di un'alluvione." Ora è certo: il demonio si è impossessato di Maurizio Crozza, il quale va esorcizzato, perché non ha capito che l'alluvione di Genova era colpa sua e solo sua.

Non so se ridere o imbestialirmi di fronte a cotali manifestazioni di odio viscerale (l'esatta negazione dell'amore e carità cristiane che Volpe dovrebbe conoscere bene), di ignoranza, di arretratezza culturale. Volpe ha anche depositato una denuncia a carico di Crozza: "Il dottor Bruno Volpe, animatore del blog Pontifex comunica di aver denunciato all'Autorità Giudiziaria, depositando atto domenica sera preso la Stazione dei Carabinieri di Bari, il sig. Crozza, per l'imitazione di Papa Benedetto XVI nel corso della trasmissione Italialand. Nell'atto si ipotizza il reato di offesa a Capo di Stato estero." La pagliacciata quindi è completa.

Torniamo però un attimo indietro. In apertura abbiamo ricordato di come la Chiesa (e altri regimi) gradiscano l'ignoranza, perchè favorendo la superstizione, crea le basi per controllare le menti. Volpe di sicuro è contento che al ministero dell'Istruzione Mario Monti abbia messo un uomo di Bagnasco, Francesco Profumo, e sotto di lui una ciellina, Elena Ugolini, così la distruzione della Scuola Pubblica avviata dalla Moratti prima, e continuata dalla Gelmini poi, andrà avanti e resteranno invece i bei soldoni che sottratti alla Scuola Pubblica volano sulle già ricche tasche delle scuolette private, la maggior parte delle quali in mano alla Chiesa. Già: inculcare solo quello che è comodo, è importante, no?

"Signor" Volpe, un'ultima cosa. Lei è vittima e figlio della stessa ignoranza e delle stesse paure che alimenta nel suo blog, e certe sue affermazioni "bisogna fermarlo con ogni mezzo" rasentano l'istigazione a delinquere. E' quindi chiaro che non può capire la Satira: non ha gli strumenti per farlo. La Satira è manifestazione di Cultura, quella che lei e chi ragiona come lei avete sempre combattuto a causa di quanto vi è stato inculcato in testa. Ciò non giustifica però l'odio viscerale che lei sparge col suo blog nelle menti deboli che possono leggerlo. Lei non ha coscienza e non ha senso di responsabilità. Apra la sua mente alla conoscenza del "tutto" e non del "poco", e si arricchirà così tanto da vergognarsi di quanto ha scritto, non solo contro Crozza o Jovanotti, ma anche contro Vendola e gli omosessuali (e non solo, perché la lista è davvero lunga). Lo so che non mi ascolterà, forse denuncerà anche me, probabilmente dirà che anche io sono dominato dal demonio, ma sa: a differenza sua io non sono superstizioso, quindi non ci casco.

Visto che ci siamo, diamo conto di quanto si trova in rete su Bruno Volpe.

Anzitutto leggete questi tre articoli:
La Repubblica
La Gazzetta del Mezzogiorno
Corriere del Mezzogiorno

E poi leggete anche:
Arrestato per stalking Bruno Volpe, direttore di Pontifex?
Arrestato per stalking il direttore di Pontifex?
Pontifex: E’ la volta buona che l’hanno arrestato?
Più in generale: QUI.

Bruno, sei tu lo stalker arrestato a luglio? Visto che fai la morale a tutti in questo tuo modo così colorato, credo ci sia tanta gente che ti potrebbe dire tante cose...

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La storia degli italiani perbene

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di Isidoro Aiello
19.12.2011

Gli italiani tra i 50 e 60 anni dopo una vita di studi, di lavoro, di impegno civile, si trovano ad affrontare una realtà che non hanno voluto e per la quale non sentono di avere significative responsabilità, se non quella di appartenere ad una generazione che nei fatti ha fallito, visto che lascia ai giovani ed alle generazioni future una società fortemente degradata nei vuoi valori etici e nei rapporti tra cittadini ed istituzioni.
Gli italiani, nati nei primi anni del dopo guerra, hanno vissuto gli anni della ricostruzione, dell’impegno civile, delle lotte per modernizzare la società, che veniva da 20 anni di cultura fascista, con uno stato fortemente centralistico, formazione scolastica di tipo prevalentemente nozionistica e concezione autoritaria del rapporto docente studente.
La tutela dei lavoro dipendente era assai precaria, così come quella della salute, della sicurezza sul lavoro, delle garanzie sociali e dei diritti civili. Forze politiche e sindacali, movimenti culturali giovanili incluso il movimento studentesco, si attivarono in un clima di primavera sociale per ottenere il riconoscimento di diritti, libertà individuali e collettive, la laicizzazione dello stato fortemente clericale, l’uguaglianza nei diritti e nei doveri che favorissero lo scorrimento verticale delle diverse classi sociali.
Il tutto avvenne con forti resistenze opposte dai governanti, che dovevano garantire, avendo perso la guerra, l’appartenenza dell’Italia al blocco occidentale e gli interessi dei vincitori, in particolare modo quegli degli Stati Uniti. E’ il periodo degli opposti estremismi, dei servizi segreti deviati, che in realtà rispondevano alla CIA ed a qualche politico italiano al di fuori del controllo democratico del parlamento.
Il compromesso storico, proposto da due grandi statisti italiani, quali Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, i quali, avendo compreso la degenerazione etica ed il degrado incombente delle istituzioni italiane, tentavano di unire le forze sane e democratiche del centro-destra e della sinistra per trasformare l’Italia in una democrazia moderna, venne stroncato dall’omicidio di Moro ad opera delle brigate rosse, infiltrate da uomini dei servizi segreti così detti deviati.
L’italiano, fosse egli operaio, contadino, impiegato insegnante, studente, partecipava largamente a questi fermenti socio-culturali, e ciascuno forniva un contributo dialettico all’evoluzione della società. La maggioranza si impegnava, compiva il proprio dovere ed anche di più, cercava di produrre ricchezza e benessere per i propri figli e le generazioni future.
Il sogno di quelle generazioni veniva però annullato dalla degenerazione partitocratrica che, abusando del sacrificio e della operosità dei cittadini, si adoperava per infiltrare tutti i gangli delle istituzioni al fine di gestire un potere prevaricante, fatto di privilegi, corrotto e corruttore, produttore di caste e di clientele. Inciuci, accordi di potere tra maggioranza ed opposizione, commistione politica affari, gestione degli enti pubblici, sanità, trasporti e quant’altro, posta sotto il controllo politico ed assoggettata alla logica delle clientele e della spartizione, hanno privilegiato l’ascesa dei furbi, degli spregiudicati e degli incapaci, che saccheggiavano il bene pubblico a vantaggio della minoranza dei cittadini del malaffare.
L’infiltrazione della malavita organizzata negli apparati dello Stato anche a livelli assai elevati ne è stata l’inevitabile conseguenza. Lo Stato italiano, governato da rapaci di rango, ma anche da rubagalline, non poteva che cadere nella spirale del debito pubblico e dell’ipertassazione del lavoro prodotto dai cittadini perbene, con norme che nel contempo garantissero arricchimenti illeciti, evasione fiscale ed enormi privilegi al numero relativamente ristretto dei furbi che governavano l’Italia.
La Casta dei politici-malfattori, sostenuta da una informazione serva del regime, ha utilizzato ogni mezzo di persuasione occulta per affermare la propria legittimazione democratica attraverso un sistema elettorale asservito agli interessi del sistema.
Ora che la nazione è al fallimento, la solita casta al governo ed alla finta opposizione, dopo aver predisposto una operazione di finto rinnovamento, cambiando i volti, ma non la sostanza, con sfacciataggine inaudita e senza alcuna forma di decoro etico chiede agli italiani perbene di fare enormi sacrifici per ripagare il debito contratto dai malfattori a tutto loro vantaggio, con la minaccia che i cittadini perbene, ma non la casta, avrebbero subito le terribili conseguenze del fallimento dello stato.
Monti con il suo governo continua a proteggere le banche, i potentati industriali, gli evasori fiscali e tutti i malfattori, sostenuto in questa operazione dal nostro esimio Presidente, che scordandosi di avere militato nel PCI ai tempi di Berlinguer, assume le vesti del re Giovanni, che sostiene l’arrogante violenza dello sceriffo di Nottingham. Tutti gli italiani perbene, per non continuare a subire angherie di ogni tipo, soprusi ed intollerabili ingiustizie, devono smettere di aspettare Robin Hood od il ritorno di Re Riccardo, ma attivarsi con una mobilitazione di massa che consenta di scacciare i mercanti dal tempio della Nostra Patria.
E’ necessario pretendere elezioni subito, selezionare candidati sia di destra che di sinistra che non abbiano alcun legame con il regime attuale ed attuare una politica di giustizia sociale che faccia pagare il debito pubblico e lo sfascio morale e materiale dell’Italia a coloro che ne sono stati e continuano ad esserne i responsabili.

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Il dio mercato e i suoi profeti

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di Isidoro Aiello
14.12.2011

Il mondo cambia ed anche le divinità si adeguano. Esaminiamo quanto sta accadendo da alcuni anni nel mondo, ma in particolare gli ultimi avvenimenti politici europei, che sono il paradigma della nuova era teologica monoteista. Il Dio che ha imposto i suoi voleri nel mondo, scacciando vecchie divinità come il Dio del Vecchio e del Nuovo testamento od Allah, si chiama Mercato e come ogni Dio che si rispetti, per essere creduto dalle masse ed imporre la sua volontà, deve fare i miracoli, e di miracoli in questi ultimi mesi ne compie quotidianamente.
Naturalmente un Dio per essere tale deve essere trascendente ed avvalersi di profeti per fare affermare la propria volontà.
I profeti sono coloro che possono chiedere al loro Dio di manifestarsi con azioni appariscenti, che dimostrino la loro autenticità e l’autorità di cui sono stati investiti dalla Divinità. Ed i profeti in questo periodo sono particolarmente numerosi, Draghi, Monti, Passera, Fornero e Papademos, solo per citarne alcuni.
Gli Stati devono assumere una decisione proposta da un profeta ed ecco che il Dio Mercato minaccia gli infedeli di grandissime calamità, quali il crollo della Borsa, il Default, la Fame, le pestilenze non sono più attuali!
Quando i governanti (ma sono degni di questo nome?) impauriti accettano il volere del Dio, realizzato dai suoi profeti, arriva il miracolo: le Borse crescono, il Default si allontana, l’economia respira, la fame resta, ma questo è il sacrificio da pagare per acquietare questo Dio famelico!
Questo Dio trascendente, divenuto immanente, guida con saggezza gli accadimenti umani e pretende di essere adorato e servito con grande umiltà.
Guai a reprobi che si ostinano a credere nell’amore, nella giustizia, nel rispetto reciproco, nell’uguaglianza, nella salvaguardia della madre terra e di tutti gli esseri viventi che vi abitano! Il Dio Mercato è crudele e vendicativo: li annienterà tutti quando avrà affermato totalmente il Suo Volere.

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Lo sciopero è ancora uno strumento di lotta adeguato?

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di Isidoro Aiello
13.12.2011

Ieri abbiamo assistito ad uno sciopero di tre ore, indetto dai sindacati italiani più rappresentativi con motivazioni fortissime ed inconfutabili da chiunque conservi ancora un minimo di sensibilità democratica. Ciò nonostante l’adesione è stata certamente non adeguata alla gravità della situazione, che continua a colpire le classi più deboli e bisognose, mantenendo enormi privilegi a chi ne ha già tanti e ne abusa in modo del tutto spregiudicato e direi quasi sfacciato. C’è da chiedersi perché il malcontento ed anche la rabbia diffusa nella stragrande maggioranza dei cittadini, non solo italiani, non trovi canali di espressione democratici ed efficaci. Forse è necessario aggiornare gli strumenti della lotta sociale ai tempi che viviamo. Un giorno di sciopero nel settore pubblico e privato significa rinunciare ad un giorno di paga, e molte madri e padri di famiglia non se lo possono più permettere. Inoltre il movimento sindacale ha perduto credibilità e consenso perché in passato, per garantirsi le tessere, sosteneva i propri iscritti al di là di ogni decoro e contro il buon senso e l’etica comune, e perché molti sindacalisti vendevano gli interessi dei propri iscritti ai datori di lavoro per ottenere vantaggi personali. Oggi la gran parte dei sindacati appare alla gente come sostenitore occulto e fiancheggiatore del sistema, che sta creando una società di nuovi schiavi.
E’ necessario quindi che le organizzazioni sindacali si rinnovino e diano spazio a dirigenti con più fantasia e che siano realmente innovativi.
La prima proposta al riguardo è quella di rilanciare la solidarietà tra le diverse categorie sociali che subiscono le attuali politiche nazionali ed internazionali. Per ottenere ciò credo sia necessario indire giornate, che chiamerei non di sciopero, ma di mobilitazione e lotta ad oltranza. I lavoratori del settore pubblico e privato dovrebbero recarsi al lavoro, portando una fascia al braccio indicativa della protesta in atto e cercare, all’interno di comportamenti leciti, di rendere il meno produttivo possibile il proprio lavoro. Al contrario tutti i pensionati, i disoccupati, i giovani, i precari e le mamme e le casalinghe dovrebbero invadere le piazze per manifestare il proprio dissenso pacificamente, ma con la tenacia che smuove le montagne.
I sindacati, se ancora rappresentano gli interessi dei loro iscritti, i movimenti, le nuove aggregazioni politiche non compromesse con il potere, tutti i movimenti femminili, che appaiono oggi i più combattivi e determinati, i cittadini della rete, in una parole le autentiche forze sane e democratiche, dovrebbero farsi promotori di questo nuovo modo di condurre le battaglie per i diritti dei cittadini, autoconvocandosi nelle piazze e cercando di aggregare un sempre maggior numero di persone, ora rese tiepide ed indecise dal sistema. Naturalmente sarebbe necessario organizzare un servizio d’ordine interno molto efficace, che impedisca ai violenti od agli infiltrati dell’apparato statale di compiere atti che tendano a screditare questa forma di protesta civile.
Credo sia giunto il momento di fare proprio lo slogan proposto negli ultimi mesi con molto successo dalle donne “ SE NON ORA QUANDO ?” ed intraprendere tutti insieme una vera lotta per la Libertà e la Democrazia.

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