lunedì 14 febbraio 2011

Ogni mezzo uomo ha un prezzo, e ora si riscuote

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Il denaro compra tutto, tranne la vera gente.

Direi che la situazione si commenta da sola. Aggiungo solo che una settimana fa circa Il Fatto Quotidiano ha pubblicato la lettera di un tassista che ha accompagnato Scilipoti a una delle cene di Berlusconi, e lo ha visto uscire con dei regali.


Transfughi, in regalo l'auto blu
di Marco Damilano
Da Scilipoti alla Polidori, da Razzi alla Siliquini: i deputati che sono passati con Berlusconi adesso girano con autista e lampeggiante. E aspettano con ansia le 'loro' poltrone nel prossimo rimpasto di governo

C'è chi per un posto di governo è disposto a ripercorrere il Cammino di Santiago de Compostela, come i mendicanti medievali. È il caso dell'ex giornalista del Tg1 Francesco Pionati, oggi deputato dell'Alleanza di centro, l'Adc.

Ogni fine settimana il figlio dell'ex sindaco di Avellino riunisce i suoi aderenti in un'amena località religiosa: a Padova, presso la basilica di Sant'Antonio, a Cassino, sotto l'abbazia di San Benedetto. A una certa ora, miracolo, si materializza la voce di San Silvio, in collegamento telefonico con i discepoli pionatiani, puntualmente ripreso da tutti i tg della sera. Malignano che non di iscritti all'Adc si tratti, ma di autentici pellegrini arruolati per una giornata a basso costo e tutto compreso, visita al monastero-messa-pranzo al sacco-telefonata del presidente del Consiglio, ma l'importante è che tutto questo girovagare serva a consegnare a Pionati la tanto desiderata poltrona di sottosegretario. Altrimenti non resterà che andare a Lourdes.

Pionati è solo una delle tante anime in pena che soffrono in questi giorni di passione. Il Cavaliere li chiama la terza gamba della maggioranza, insieme a Pdl e Lega. Sono i 21 deputati del gruppo dei Responsabili. "Più disponibili che responsabili", corregge un collega. Formati da transfughi di ogni genere (c'è l'imprenditore ex veltroniano e l'operaio ex dipietrista, l'ex fascista e l'ex comunista), una babele di dialetti e di idiomi preferibilmente originari del regno delle Due Sicilie, decisivi per tenere in vita Berlusconi e la legislatura. La casella a sorpresa nelle grandi e infime manovre dei rimpasti e degli allargamenti prossimi venturi che devono consentire al governo di superare i passaggi più delicati: la ripresa dello scontro sulla giustizia, il federalismo, il tentativo di riportare il processo breve nell'aula di Montecitorio nelle prossime settimane e il vero match di cui già si vocifera, l'eventuale conflitto di attribuzione da sollevare con il tribunale di Milano sul processo Ruby.

All'ultima cena nell'abitazione romana di Silvio Berlusconi sono stati omaggiati di una cravatta e di un pacco dono preparato dai ragazzi della Comunità Incontro di don Pierino Gelmini. Ma la vera sorpresa li attendeva all'uscita, nel cortile di palazzo Grazioli. Arriva una macchina con lampeggiante e carica tutto felice l'ex Idv Domenico Scilipoti, detto "the Penguin", il Pinguino. Arriva un'altra vettura con sirena e prende in consegna Catia Polidori, l'ex finiana. Entrano altre berline e salgono a bordo Maria Grazia Siliquini (ex Futuro e Libertà) e Antonio Razzi (ex Italia dei Valori). Un carosello di autoblu degno delle Zil nere che segnalavano il saliscendi dei gerarchi nella nomenklatura brezneviana. Anche se la scorta, giustificata con le minacce ricevute dai transfughi dopo il passaggio nel campo berlusconiano, è solo il primo gradino. Verso il trionfale ingresso nel governo.

Nonostante le smentite di rito, nelle cucine berlusconiane stanno preparando il rimpasto. Per superare indenne la corsa a ostacoli delle prossime settimane a Berlusconi non bastano i 314-315 deputati finora racimolati. Bisogna allargare, anche perché il prezzo, le condizioni poste da ciascun componente del gruppo, diventa di giorno in giorno più esoso. "Per votare la fiducia a Sandro Bondi i due deputati sud-tirolesi pretendevano il parco dello Stelvio. Cosa vorranno per salvare Berlusconi dal processo: il Lombardo-Veneto?", sbotta un deputato del Pdl.

Ecco perché è diventata così importante la possibile new entry radicale, che vale da sola sei deputati alla Camera e consentirebbe al governo di superare la soglia di sicurezza. Berlusconi e Marco Pannella non hanno bisogno di mediatori, sono in ottimi rapporti da tempo immemorabile, al punto che di Giacinto detto Marco ministro con il centrodestra si parlò già nel 1994, e finì invece con la nomina di Emma Bonino alla Commissione europea.

La trattativa va avanti da più di due mesi: alla vigilia del voto della Camera del 14 dicembre, lo scontro frontale tra il premier e Gianfranco Fini, l'intesa si era quasi trovata su un documento con uno slogan ad effetto, sei riforme per sei deputati. Ma tra i sei punti di Pannella c'era qualcosa che suonava troppo simile a un'amnistia: utile anche a Berlusconi, probabilmente, ma la Lega non l'avrebbe gradita neppure per scherzo, e non se ne fece niente. Ora le danze si sono riaperte. Non ci sono poltrone per Pannella, se non il sogno di essere consacrato senatore a vita. Né rappresentano un problema le questioni etiche: sul testamento biologico il Pdl lascerà libertà di coscienza e amen.

In fibrillazione ci sono gli ex pannelliani approdati dalle parti di Arcore, Gaetano Quagliariello, Eugenia Roccella, Daniele Capezzone, ma se ne faranno una ragione. Il vero ostacolo, semmai, viene dall'ostilità di Emma Bonino, leale con il Pd con cui si è candidata appena un anno fa alla regione Lazio e contraria a fare patti con il Cavaliere.

Nonostante l'ira di Emma i colloqui Silvio-Marco non si sono mai interrotti e ruotano su due questioni. La riforma elettorale: consigliato da Mario Segni, suo partner ai tempi dei referendum elettorali dell'inizio degli anni Novanta, il leader radicale chiede la cancellazione del Porcellum e il ritorno dei collegi uninominali. Un maggioritario hard che - oltretutto - agli occhi del Cavaliere avrebbe il bel risultato di spazzare via il Terzo Polo, costretto se non vuole sparire a scegliere se stare di qua o di là, come successe nel '94 al centro di Segni e di Mino Martinazzoli.

La seconda condizione è la riforma della giustizia: un piano per le carceri, storica battaglia radicale, e in più la separazione delle carriere e una responsabilità civile dei giudici molto più punitiva dell'attuale. Musica per le orecchie del premier che in questi giorni ha valutato la possibilità di un clamoroso cambio al ministero di viale Arenula. Un tecnico, tipo l'ex componente laico del Csm Mario Patrono, al posto di Angelino Alfano. Molto più credibile un giurista appoggiato dai radicali per fare la sempre annunciata riforma della giustizia. Anche perché per Angelino si progetta un futuro di prima linea.

Ritorno al partito, ma da coordinatore unico. Riorganizzare le truppe del Pdl che nei sondaggi resta intorno al trenta per cento ma che da tre anni è affidato a un uomo macchina come Denis Verdini, di certo non un personaggio da spedire in tv a difendere l'operato del governo, oltre che già abbastanza inguaiato di suo in inchieste e ispezioni. Angelino, dunque, coordinatore unico, giovane e affidabile. E Guido Bertolaso, disoccupato di lusso dopo il suo addio alla Protezione civile, all'organizzazione, alla guida di una rete di presunti volontari (roba da coccolone per Maurizio Scelli, ex capo della Croce rossa, che nella scorsa legislatura coltivava identica ambizione).

Un ticket per rivitalizzare il Pdl. E per placare gli appetiti dei Responsabili. In testa alla lista c'è il siciliano ex Udc Francesco Saverio Romano (vedi box), in corsa per un ministero. E un pugno di poltrone in palio: il calabrese Aurelio Misiti vice-ministro alle Infrastrutture, il veneto Massimo Calearo vice-ministro al Commercio con l'estero, l'eterno dc Vincenzo Scotti ritornerebbe ministro (alle Politiche comunitarie) per svuotare il posto da sottosegretario al ministero degli Esteri. Per Pionati? Chissà: la Farnesina val bene un pellegrinaggio.

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