giovedì 31 marzo 2011

Una nuova critica alla "riforma" uccidi-Giustizia

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Leggetelo attentamente, ok? La gentaglia che ha concepito questo abominio creatore di Impunità e punitivo dei giudici o non sa niente di Diritto, ma proprio niente, oppure conosce la Legge e sa lo scempio che ne verrà.... Cosa è peggio?

Rischio di distorsione delle decisioni
Ecco perché non va introdotta quella norma

dal Corriere della Sera
di PIETRO TRIMARCHI (professore emerito di Diritto civile all’Università Statale di Milano)

Nelle grandi democrazie con le quali siamo soliti confrontarci, il giudice non è asoggettato alle comuni regole della responsabilità civile. Se l'introduzione della responsabilità civile dovesse avere queste conseguenze si risolverebbe in grave danno.

Se in un sondaggio d’opinione si chiede se sia opportuno che il giudice sia tenuto a risarcire i danni che abbia cagionato con una decisione colpevolmente errata, i più risponderanno di sì. «Chi sbaglia, paga», sembra ovvio. Che il potere dei giudici, al pari di qualsiasi altro potere in uno Stato democratico, debba essere assoggettato a limiti, e che per renderli effettivi debbano essere istituiti contrappesi, controlli, rimedi, e, occorrendo, sanzioni efficaci, tutto questo è fuori di dubbio. A questo scopo possono operare in primo luogo e soprattutto una disciplina delle impugnazioni e del controllo dei provvedimenti giudiziari, la responsabilità penale per gli abusi, quella disciplinare per le mancanze e limiti alla carriera per le insufficienze: rimedi che certamente richiedono oggi di essere perfezionati e resi più efficienti.

Ma che la responsabilità personale del giudice per i danni (problema, si noti, diverso e indipendente dalla responsabilità dello Stato) costituisca uno strumento efficace e opportuno allo scopo, non è affatto ovvio. Anzi. Se ci si guarda intorno si osserva che, di regola, nelle grandi democrazie con le quali siamo soliti confrontarci il giudice non è assoggettato alle comuni regole di responsabilità civile per i danni cagionati da errori nell’esercizio delle sue funzioni decisorie: si va dall’immunità assoluta (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Israele), alla limitazione della responsabilità civile alle ipotesi di reato (Germania), o alla normale esclusione della responsabilità diretta nei confronti della parte danneggiata, alla quale è solo consentito di agire contro lo Stato, con una più o meno limitata possibilità di rivalsa dello Stato nei confronti del giudice (Francia, Paesi Bassi, Svizzera, e così la raccomandazione della «Carta Europea sullo Statuto dei Giudici, Strasburgo 1998» ).

Ciò deve indurre a riflessione. Si dice che non vi è ragione che i giudici non debbano rispondere dei propri errori allo stesso modo dei liberi professionisti e degli altri funzionari e dipendenti dello Stato (è il principio che si propone ora di sancire con una disposizione costituzionale) e che la minaccia della responsabilità civile varrà ad indurli a maggior cura e prudenza. Ma l’attività decisoria del giudice presenta caratteristiche che non consentono di assimilarla all’esercizio di altre funzioni e professioni, perché interviene a risolvere situazioni litigiose e perciò implica sempre e necessariamente un «danno» per la parte soccombente; inoltre deve basarsi su valutazioni di prove e interpretazioni giuridiche che, proprio perché si tratta di situazioni controverse, sono assai spesso soggette a discussione. Si può fortemente dubitare, poi, che la minaccia della responsabilità civile valga ad assicurare decisioni più giuste; è ragionevole temere, invece, che porti a una distorsione «difensiva» del processo decisorio. Viene qui alla mente il fenomeno della «medicina difensiva» , che si è constatato negli Stati Uniti come conseguenza di un eccessivo rigore della giurisprudenza in tema di responsabilità del medico.

La «medicina difensiva» consiste, per esempio, nel prescrivere sistematicamente radiografie, pur quando dovrebbero ragionevolmente considerarsi inutili, per non correre il benché minimo rischio di sentirsi rimproverare, con il senno del poi, di non averle prescritte; e poco importa che l’accumulo di radiazioni abbia alla lunga un effetto cancerogeno, perché la pratica impossibilità di ricostruire con certezza il rapporto causale esclude il rischio di incorrere in responsabilità. Se questa distorsione degli incentivi si manifesta occasionalmente anche in altre attività (è di frequente esperienza, per esempio, il comportamento inefficiente e ingiusto del burocrate che non fa quel che dovrebbe, perché non vuole «assumersi responsabilità»), nell’esercizio dell’attività giurisdizionale costituirebbe un pericolo quasi sempre presente.

In molte cause, infatti, le diverse decisioni che si presentano al giudice come alternative possibili non sono ugualmente idonee a cagionare un danno praticamente valutabile e quindi ad esporlo a un rischio di responsabilità civile: di conseguenza, la minaccia della responsabilità costituirebbe un peso gettato impropriamente su uno dei due piatti della bilancia della giustizia, con una distorsione del procedimento decisorio. Quest’asimmetria si presenta, in primo luogo, nel diritto penale. Solo con una sentenza di condanna e non con una di assoluzione, il giudice si potrebbe esporre ad un’azione di responsabilità civile; se dà la prevalenza ai propri interessi personali assolverà sempre, anche quando non dovrebbe. Ancora: se il giudice annulla una concessione edilizia cagiona un danno patrimoniale certo e facilmente quantificabile al proprietario del terreno; viceversa, respingendo la domanda di annullamento si può consentire un’offesa al paesaggio, ma difficilmente in questo caso si può temere di incorrere in una responsabilità civile per danni. E gli esempi si possono moltiplicare.

A parte ciò, è da attendersi che alcuni avvocati, portatori di una concezione più aggressiva e scomposta della professione, potrebbero ricorrere assai spesso all’azione di responsabilità civile, ripromettendosi un effetto terroristico. È possibile allora che alcuni giudici, più timidi e desiderosi di quieto vivere, siano portati più o meno consapevolmente a considerare con particolare riguardo le tesi sostenute da costoro, con il risultato, ancora una volta, di una distorsione del procedimento decisorio in un clima processuale degradato. Infine, la convinzione di aver trovato il rimedio e di avere così risolto il problema della qualità delle decisioni giudiziarie allontanerebbe dall’agenda legislativa la ricerca e l’attuazione di soluzioni più efficaci e opportune. Se l’introduzione di una responsabilità civile dovesse avere queste conseguenze, ad aggravamento degli altri mali della giustizia, e per giunta ogni ragionevole ripensamento correttivo dovesse trovare ostacolo nella rigidità di una norma costituzionale, quello che è proposto come un rimedio migliorativo si risolverebbe in grave danno per il paese.

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Il monte Taigeto leghista

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Siamo alle solite: il Nazismo della Lega Nord trova sempre nuovi modi per farsi notare. Ieri è stato il turno della deputata PD Ileana Argentin.

Gli appassionati di storia greca sanno bene cos'era il monte Taigeto: gli spartani vi abbandonavamo i bambini nati deformi, condannandoli a soccombere alle intemperie ed alle fiere. Questo perché lo spartano doveva essere perfetto, forte. La razza spartana non accettava membri deboli o deformi. Un Nazismo di prima ora coi fiocchi. Quindi i bambini nati con una malformazione venivano portati sul monte Taigeto e abbandonati. Una condanna a morte agghiacciante, figlia di un modo di pensare rozzo e antiquato.

A Roma c'era invece la rupe Tarpea (spesso si confonde, sbagliando), e cioé la parete rocciosa posta sul lato meridionale del Campidoglio a Roma, dalla quale venivano gettati i traditori condannati a morte, che in tal modo venivano simbolicamente espulsi dall'urbe. Essa veniva usata anche per condannare le persone che si rifiutavano alla testimonianza, visto che erano gli unici "oggetti" di prova essendo i contratti tutti in forma orale.

Le barbarie dei tempi andati però rivivono oggi in Italia, un paese che sta correndo veloce all'indietro, e che umilia i disabili in nome di una nuova forma di Nazismo. Si può andare in giro per rete, piena di notizie sconvolgenti: omosessuali, extracomunitari e disabili sono messi tutti sullo stesso piano. Ricordate il leghista Pietro Fontanini? "I disabili nella scuola ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici, più utile metterli su percorsi differenziati". Ma la rete è strapiena di sparate razziste di questo tipo.

Lo stesso razzismo è di tanti esponenti del PDL, che vanno a braccetto con la Lega. Pensate alla discriminazione operata in Sardegna dalla giunta Cappellacci col taglio di 25 milioni di euro per i contributi ai disabili, in meno 1000€ per ognuno, e le loro famiglie arrancano in mezzo a spese insostenibili per aiutare i propri cari. Ma si possono anche ricordare i pesantissimi tagli imposti dal ministro Maria Stella Gelmini, che hanno portato a una condanna risarcitoria pesantissima sancita dal Tribunale di La Spezia.

Chi va con la Lega impara a fare il leghista.


Ieri la deputata del PD Ileana Argentin è stata oggetto di un pesantissimo insulto proferito dal deputato leghista Massimo Polledri (nella foto). Durante il dibattito sul processo breve infatti la Argentin ha preso la parola per denunciare che un deputato del Pdl - Osvaldo Napoli - aveva intimato al suo assistente di non applaudire durante le sedute. Subito dopo un deputato della Lega, Massimo Polledri, ha urlato: "Falla stare zitta quell’handicappata del cazzo!" ed è stato costretto dal presidente Fini a chiederle scusa. Lei ha aggiunto: "Ricordo all'aula che io non posso muovere le mani, ma se non posso applaudire con le mie, lo faccio con le mani di chiunque". Fini ha invitato Polledri a chiedere scusa, e lui ha biasciacto: "Signor presidente non avevo capito il termine della discussione, per cui mi scuso con la collega che ha sicuramente ragione. Spero di aver riparato ad un iniziale torto fatto verbalmente". Poverino: non aveva capito "il termine della discussione"... Ma che giustificazione è, dopo un insulto razzista?.

L'istinto è più forte di ogni altra cosa: porta il sangue agli occhi e poi la lingua si muove da sola. Chissà... magari il prossimo disegno di legge preparato dalla Lega Nord consisterà nel costruire un monte Taigeto in ogni città, così da evitare, con opportune epurazioni preventive, che i disabili crescano, studino, prendano anche lauree e siano eletti al Parlamento.

E gli elettori leghisti che si professano cristiano cattolici che dicono? Già, che dite? Vi va bene questo razzismo? Voi usate le croci celtiche, che sono ismboli pagani, poi vi professate cristiano cattolici e difendete la Croce di Cristo, e ora che dite?

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La escort che impara dal cliente generoso: corruzione di testimoni?


Oplà:


Ruby, denaro alla teste

di Paolo Biondani

Un incontro da 'Giannino', due settimane fa, dove era insieme a Lele Mora. Poi l'offerta di soldi a Caterina Pasquino, personaggio cruciale nel processo a Berlusconi. Soltanto un 'risarcimento'?

Venerdì 18 marzo 2011, ristorante da Giannino. Nella saletta riservata c'è Lele Mora con un codazzo di bei ragazzi della sua scuderia. Allo stesso tavolo siede una diciottenne ormai famosa: Karima El Mahroug, detta Ruby Rubacuori. Mora è l'indagato-chiave nell'inchiesta sulle notti di sesso, gioielli e banconote a casa del presidente del Consiglio. Per la giustizia Ruby dovrebbe stare dall'altra parte della barricata: è parte offesa, cioè vittima del reato di prostituzione minorile per cui Mora è inquisito e Berlusconi è già a processo. Invece Lele e Ruby stanno cenando insieme, allegramente, nel ristorante milanese più citato negli atti dell'inchiesta come luogo di ritrovo di decine di Papi-girls e dei principali indagati, da Mora a Emilio Fede fino al premier.

Il locale è affollato, c'è perfino qualche giornalista. Agli occhi di tutti, la scelta di farsi vedere proprio lì, l'uno accanto all'altra, diventa un messaggio: Lele vuole far sapere che è ancora lui a controllare la ragazza marocchina che tra febbraio e maggio 2010, quando era minorenne, passava le notti ad Arcore e intascava migliaia di euro dal premier. Nella sala principale dello stesso ristorante sono sedute altre due donne che pochi riconoscono: Caterina Pasquino e Michelle Conceicao. Sono due testimoni cruciali nel processo a Berlusconi. Caterina è la ragazza italiana che aveva denunciato Ruby per furto: fu lei a chiamare la polizia, il 27 maggio 2010, provocandone il fermo in questura che ha fatto scoppiare lo scandalo.

Sentita come teste, ha fornito anche un riscontro fondamentale: "Ruby mi diceva che è stata spesso a casa del premier dove a suo dire ha cenato, ballato e fatto sesso con lui, il quale le dava molto denaro". Michelle è l'amica brasiliana che nella notte fatale del 27 maggio accolse in casa la minorenne marocchina, rilasciata dalla questura (e affidata a Nicole Minetti) grazie alla memorabile bugia raccontata dal premier ("� la nipote di Mubarak"). Sentita dai pm, Michelle ha detto meno di quel che sa, ma ha finito per confermare il fatto decisivo per il processo: "Dopo il rilascio in questura, Ruby mi confidò che si prostituiva per soldi. Cercai di avvertirla dei rischi e lei scoppiò a piangere".

Quel venerdì 18 Michelle e Caterina sono sbalordite nel rivedere Lele e Ruby insieme. E proprio in quel ristorante. Imbarazzate, escono dal locale, proprio mentre Ruby entra nella sala principale e gira tra i tavoli, facendosi notare. Quando le vede sotto i portici, dietro le vetrate, si precipita fuori, dove comincia a insultarle pesantemente. Michelle e Caterina temono una trappola: una provocazione studiata per screditarle, per inscenare una lite in pubblico, per indebolire le loro testimonianze facendole rileggere in chiave di rancori personali. Quindi si trattengono. Sono furibonde, ma non reagiscono. E se ne vanno.

Un paio di giorni dopo, Ruby torna alla carica, ma con una tattica opposta. Chiama Caterina Pasquino e le chiede scusa. Ricordando la vecchia amicizia, le propone un incontro. L'italiana è diffidente, ma alla fine accetta. E con sua grande sopresa si sente offrire per la prima volta un bel risarcimento da Ruby: non solo i 3 mila euro rubati, ma anche altri soldi, giustificati dal fatto che Caterina, per colpa dello scandalo, lamenta di aver perso la casa in affitto e vari contratti. Ora la trattativa è in dirittura d'arrivo: i rispettivi avvocati sono già al lavoro per formalizzare l'accordo.

Se Caterina dovesse accettare i soldi e ritirare la denuncia, per Ruby sparirebbe l'accusa di furto. Il risarcimento in discussione riguarda solo quel procedimento contro l'ex minorenne. L'imputato Berlusconi, in teoria, non c'entra nulla. Di fatto però l'incrocio tra i due casi crea un cortocircuito straordinario: in pratica Ruby è l'unica persona che, senza destare alcun sospetto, può liberamente pagare una testimone del processo al premier. E non una qualsiasi: proprio la denunciante che, fino a ieri, confermava di aver sentito l'allora minorenne vantarsi di aver fatto "sesso con il premier" in cambio di "molti soldi".

Il vero nome del "processo breve"? Colpo di Stato

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L'altra settimana a Ballarò il guardasigilli (o creaimpunità, che è meglio) Alfano ha cercato di fare lo splendido, citando a sproposito un testo di Falcone. A parte l'offesa alla memoria di Falcone, dovuta al fatto che le "riforme" della Giustizia di questa maggioranza stanno all'esatto opposto rispetto alla figura e all'attività di Falcone, Borsellino, e quanti sono stati trucidati dalla Mafia, perché creano ceppi all'attività di accertamento dei reati e alla punizione degli stessi, c'è da sottolineare che il ministro dell'Ingiustizia in realtà più che per il suo padrone sta lavorando per se stesso. E' voce di questi giorni, riportata da più giornali, che se il ducetto lampadato dovesse riuscire a prendere il posto di Napolitano, uno dei più accreditati suoi successori alla presidenza del Consiglio sarebbe proprio lui.


Angelino Alfano, come ogni avvocato marinato, usa le parole per dire tutto e il contrario di tutto, per cercare giustificazioni dove non ne esitono, e ha a buon cuore la sua immagine, oggi sdoganata come "candida" quando non lo è. Non lo è perché egli già nella sua pagina Fecbook cancella ogni commento lasciato dagli utenti che muovono una critica alla sua attività pestilenziale al Governo; non lo è perché da Guardasigilli egli non lavora per tutelare la Magistratura bensì per attaccarla, vilipenderla, umiliarla e minacciarla con l'invio di "ispettori" dove ravvisa un pericolo per il politico di turno; non lo è perché invece di fare la vera riforma di cui la Magistratura ha necessità, e cioé più fondi per le attività base dei giudici e pubblici ministeri (dai fogli per le fotocopie, alla manutenzione dei computer, oggi obsoleti e semi guasti, per fare due esempi lampanti dell'arretratezza in cui egli volutamente lascia questi importanti strumenti del lavoro dei magistrati), più assunzioni per gli uffici (pochi magistrati oggi gestiscono decine di migliaia di cause ognuno, da qui la lentezza della macchina Giustizia), più benzina per la polizia giudiziaria... egli invece interviene sulle norme del Diritto, mandando al camposanto centinaia di migliaia di processi per ogni tipo di reato, creando quindi seri danni e una palese ingiustizia ai danni delle persone offese dai reati, che attendono giustizia e non l'avranno mai. E tutto ciò perché occorre salvare il ducetto sessuomane.

Allora si passa da una finta di dialogo a un'accelerata delle norme che creano impunità, da proposte di legge a decreti legge (dove sta la "gravità ed urgenza" se si vuole favorire uno solo?) o all'uso della fiducia come forzatura istituzionale.

Il "buon" viso di Alfano è tutto a cattivo gioco: se accontenterà il padrone, salvandolo dai processi, avrà il meritato premio, la presidenza del Consiglio, un osso davvero dorato.

L'accelerata sul "processo breve" è giunta ieri con un golpe alla Camera. Mentre infatti le telecamere erano tutte puntate sulle false promesse di Sua Emittenza a Lampedusa (non ne realizzerà una, vedrete: è il suo marchio di fabbrica), Alfano con la maggioranza (erano tutti presenti, quindi c'era la premeditazione del golpe) ha votato e fatto passare di forza il cambio dell'elenco dell'ordine del giorno nei lavori, mettendo al primo posto l'Impunità del "processo breve". Un vero colpo di Stato.

"Non vedo l'ora di andare in udienza a difendermi". Quante volte Silvio Berlusconi ha usato queste parole nei momenti di pausa prima di una forzatura ad impunitatem in Parlamento? Il meccanismo è sempre lo stesso: quando arriva un processo il dittatore fa finta di mostrarsi disponibile, vengono pagate le claques (oggi l'osso che gli viene lanciato è 20€) per creare atmosfera davanti alle telecamere, e poi mentre Ghedini e Longo giocano a rinviare le udienze per arrivare alla prescrizione, questa viene ulteriormente accorciata. Lo fecero con la ex Cirielli, lo rifanno oggi col "processo breve", che manderà in vacanza i tre processi Mediatrade, Mediaset e soprattutto Mills. In quest'ultimo infatti era stata accertata la corruzione e fu dichiarato colpevole il corrotto, Mills (ma il reato fu dichiarato prescritto all'ultimo momento), egli venne condannato a risarcire 250 mila euro allo Stato. Ora manca la punizione del corruttore, e tutti sappiamo chi è. Salvate Silvio, vi ha messo in quelle belle e strapagte poltrone per quello, su!

Il "processo breve" è quindi l'illecita risposta del Governo all'attività lecita della Magistratura. Per il Ruby Gate c'è tempo: si sta già andando a colpi di richieste di proroga, fino a finte disponibilità per il solo lunedì che partoriscono automatici rinvii perché di punto in bianco Sua Emittenza ha a cuore i problemi del paese. Tutto ciò condito dalla solita panzana sulle toghe rosse, e sul fatto che Berlusconi sarebbe oggeto di attenzioni da parte della Giustizia solo da quando è "sceso in campo", notizia falsa perché già una da quindidicina di anni prima la Giustizia iniziava ad occuparsi di lui. Ma la gente va disinformata, perché il consenso popolare da estorcere con l'inganno è l'unica base che può permettere a questa masnada di delinquenti di stare in questo precario equilibrio. La gente non deve sapere come vanno le cose, altrimenti si incazza, com'è successo ieri davanti a Montecitorio (Vermilinguo-Minzolini guarda caso non ne ha parlato), e magari cambia idea.

Il processo breve regala uno sconto di sei mesi all'imputato Berlusconi, e dato che la difesa ha guarda caso trovato 19 testimoni da far ascoltare in udienza (parleranno di farfalle?), il PM De Pasquale non avrà neanche il tempo di fare la requisitoria, e sfumerà tutto. Repubblica lo racconta bene.

E' un colpo di Stato perenne: chi è forte e potente può delinquere, poi arriva subito qualche lodo incostituzionale che fa perdere un po' di tempo, e qualche altra leggina che cambia le regole del gioco, azzoppa la Giustizia e salva il Kaiser. In questo guazzabuglio di prescrizioni brevi, bavagli all'attività investigativa, riforme che asserviranno la magistratura inquirente al Parlamento e quant'altro, chi sorride (dopo il beneficiario principale) è la criminalità organizzata, largamente salvata e quindi ricompensata. Ma gli affari sono affari...

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Per chi volesse approfondire:

Processo breve e prescrizione, un po’ di chiarezza
da Barbara Indovina (è avvocato a Milano e docente a contratto presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di “Informatica per Giurisprudenza”)

Il ddl n. 1880 presentato per la prima volta il 12 novembre 2009 intitolato "Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi" - in attuazione dell'articolo 111 della Costituzione e dell'articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - approvato dal Senato della Repubblica il 20 gennaio 2010 è tornato ieri, dopo oltre un anno “di giacenza” dall’approvazione del primo ramo del Parlamento, alla Camera dei deputati per la discussione.

Il testo del provvedimento, profondamente modificato nella sostanza, passa all’esame dell’Assemblea con la relazione dell’onorevole Maurizio Paniz.

Innanzi tutto balza all’evidenza la disposizione di cui all’art. 3 che recita “modifiche all’art. 161 del codice penale”: a pochi anni dall’entrata in vigore della c.d. “legge Cirielli”, legge che ha radicalmente mutato l’istituto della prescrizione (ossia della causa di estinzione del reato per il decorrere di limiti temporali), il legislatore modifica ulteriormente le disposizioni circa i termini necessari per poter dichiarare prescritto un reato.

L’istituto dell’interruzione della prescrizione ossia, più semplicemente, dell’allungamento dei termini di prescrizione a seguito di determinati atti o fatti che ne interrompono la decorrenza, con la Legge Cirielli veniva differenziato a seconda della incensuratezza o meno del prevenuto: da un minimo di 1/4 per gli incensurati fino ad un aumento apri al doppio del temine ordinario per le persone dedite alla delinquenza.

Facciamo un esempio: il termine di prescrizione del reato di concussione (punito con pena da 4 a 12 anni) è pari al massimo della pena edittale ossia, nel nostro caso, 12 anni; orbene alla luce del disposto della Legge Cirielli l’interruzione della prescrizione (ad esempio provocata dalla pronuncia della Sentenza di primo grado) aumenta per il soggetto incensurato a 15 anni (12 anni più un quarto = 15 anni) mentre per il delinquente abituale tale termine sarà aumentato fino a 24 anni.

Orbene, l’emendamento proposto ieri consentirà aumenti differenti: in particolare per l’incensurato il tempo necessario a prescrivere non sarà più di 1/4 ma di 1/6 e, contestualmente, viene introdotto il “nuovo” aumento di 1/4 per i casi recidiva semplice (ossia per chi ha già commesso in precedenza un altro reato): quindi, riprendendo l’esempio poc’anzi fatto, in caso di imputazione per concussione il termine prescrizionale in caso di soggetto incensurato muterebbe da 15 anni (12 anni + 1/4 ovvero 3 anni) a 14 anni (12 anni + 1/6, ovvero 2 anni).

Stando così le cose sarà introdotta, quindi, la tanto contestata norma proposta dall’onorevole Paniz circa la ulteriore diminuzione dei termini prescrizionali per i soggetti incensurati: tale modifica processuale si applicherà ai processi per i quali, alla data di entrata in vigore della legge, non sia stata pronunciata sentenza di primo grado.

E’ il successivo art. 5 che è completamente difforme da quanto inizialmente presentato e lo si evince dalla lettura del titolo della norma che muta da “Estinzione del processo per violazione dei termini di durata ragionevoli” a “Durata ragionevole del processo e obbligo di segnalazione”.

Non più, quindi, l’introduzione del c.d. “processo breve” ma dell’obbligo di segnalazione in capo al dirigente dell’ufficio giudiziario di comunicare al Ministero della Giustizia e al procuratore generale presso la Corte di Cassazione circa la “lentezza” del giudice procedente ad emettere determinati provvedimenti:

- 3 anni dalla richiesta di giudizio del PM alla sentenza di primo grado

- 2 anni dalla sentenza di primo grado a quella di appello

- 1 anno e 6 mesi dalla sentenza di secondo Grado alla sentenza di Cassazione

- 1 anno dal provvedimento della Cassazione che demanda al Giudice di merito un nuovo giudizio.

Sparisce, quindi, la parte prevista nel testo approvato al senato un anno fa secondo la quale il decorso dei sopracitati termini avrebbe comportato l’estinzione del procedimento per violazione della durata ragionevole del processo: istituto, peraltro nuovo poiché l’estinzione del processo è propria del giudizio civile conoscendo il processo penale unicamente gli istituti dell’estinzione della pena e del reato.

In ogni caso, i termini indicati dal legislatore sono, allo stato, incompatibili con l’attuale lentezza della giustizia penale: la durata media di un processo penale in primo grado è, infatti, di circa tre anni e mezzo.

L’indicazione di termini che consentano di ritenere la durata del processo “adeguata” quantomeno agli standard europei e a quanto suggerito dalla Comunità Europea, è doverosa ma inefficace senza modifiche strutturali che intervengano alla base del problema della lentezza della giustizia e non successivamente con decadenze o sanzioni che pregiudicherebbero soltanto i diritti dei soggetti interessati.

Per le valutazioni finali dovremo attendere in ogni caso il testo che verrà approvato definitivamente specialmente in relazione alla durata del processo e alle conseguenze della mancata ottemperanza a quei termini definiti conformi ad un “giusto processo”: se la sanzione sarà, quindi, di tipo procedurale (con conseguente estinzione del processo) o soltanto “disciplinare” .

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mercoledì 30 marzo 2011

Ora e sempre Lega Ladrona. Soldini alla moglie di Bossi

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Altro che Roma ladrona. Non si sentono italiani e vanno a rubare gli stipendi principeschi, poi fra un affare e un maneggio, fra una sparata razzista e un po' di benzina sul fuoco, trovano anche il tempo di mettersi qualcosina di più in tasca.


Lega ladrona: la baby pensione della moglie di Bossi
Manuela Marrone riceve un vitalizio dall’età di 39 anni. Alla faccia degli sprechi
di Dario Ferri

Ne parla Mario Giordano nel suo libro Sanguisughe, lo riporta Luca Telese sul Fatto Quotidiano: Manuela Marrone, la moglie di Umberto Bossi, è una baby pensionata. Una di quelle contro cui la Lega, sempre critica con gli sprechi di Roma, si è scagliata di più. Scrive Telese:

La moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, riceve un trattamento previdenziale dal lontano 1992, da quando, cioè, alla tenera età di 39 anni, decideva di ritirarsi dall’insegnamento. Liberissima di farlo, ovviamente, dal punto di vista legale: un po’ meno da quello dell’opportunità politica, se è vero che suo marito tuona un giorno sì e l’altro pure contro i parassiti di Roma. E si sarebbe tentati quasi di non crederci, a questa storia, a questo ennesimo simbolo di incoerenza tra vizi privati e pubbliche virtù, se a raccontarcela non fosse un giornalista a cui tutto si può rimproverare ma non certo l’ostilità preconcetta alla Lega Nord e al suo leader. Eppure, nello scrivere il suo ultimo libro inchiesta (“Sanguisughe”, Mondadori, 18 euro, in uscita martedì prossimo), Mario Giordano deve essersi fatto una discreta collezione di nemici, se è vero che l’indice dei nomi di questo libro contiene personaggi noti e ignoti, di destra e di sinistra, gran commis e piccoli furbi, una vera e propria pletora di persone che a un certo punto della loro vita, anche se molto giovani, hanno deciso di vivere alle spalle della collettività e di chi lavora, approfittando dei tanti spifferi legislativi che il Palazzo ha generosamente concesso in questi anni.

Il libro di Giordano (sottotitolo: le pensioni d’oro che ci prosciugano le tasse) però ha un attacco folgorante:

La riproduzione dell’estratto conto di una pensione di 78 centesimi. Una incredibile “busta paga” autentica che nasce così: “Pensione lorda 402,12 euro, trattenute Irpef 106,64 euro, saldo Irpef 272.47, addizionale regionale 23.00, arrotondamento 0.78. Totale: 0.78”. Scrive Giordano: “Quando uno Stato si accanisce su una pensione minima di 402 euro (che è già una miseria) e la riduce a 0.78 centesimi (che è appunto un insulto) mentre lascia inalterati i supervitalizi dei parlamentari, il loro insindacabile diritto al cumulo, o gli assegni regalati a qualche burocrate d’oro, ebbene, noi non possiamo far finta di niente”. Allora, forse, si può leggere questo libro saltando da un assurdo all’altro . Dalla “pensione centesimale” a quella della signora Marrone in Bossi, che è – in Italia – non un caso isolato, ma una delle 495.000 persone, come racconta il direttore dell’agenzia NewsMediaset, “che ricevono da anni la pensione senza avere i capelli grigi e senza avere compiuto i sessant’anni di età”. Nel 1992, quando la Marrone aveva 39 anni, Bossi attaccava “la palude romana” e chiedeva di cambiare. “Come no? – chiosa Giordano – Il cambiamento, certo. E intanto la baby pensione, però”.

Poi Telese approfondisce il caso Marrone:

Seconda moglie di Bossi, siciliana d’appartenenza attraverso il nonno Calogero “che arrivò a Varese come impiegato dell’anagrafe e finì deportato nei lager nazisti, dopo aver aiutato molti ebrei a scappare” custodì Bossi nella convalescenza dopo l’ictus e favorì l’ascesa del figlio Renzo. “Fra le attività che ha seguito con più passione – annota Giordano – la scuola elementare Bosina, da lei medesima fondata nel 1998, ‘la scuola della tua terra ’, che educa i bambini attraverso la scoperta delle radici culturali, anche con racconti popolari, leggende, fiabe, filastrocche legate alle tradizioni locali. E sarà un caso che nelle pieghe della Finanziaria 2010, fra tanti tagli e sacrifici, sono stati trovati i soldi per dare un bel finanziamento, (800 mila euro) proprio alla Bosina?”. Tutto sembrerebbe fuorché un caso. La signora Bossi, d’altronde, ha molto tempo libero perché riceve un vitalizio regolarmente. “Aveva diritto a prendere i suoi 766,37 euro al 12 di ogni mese, ha diritto a percepire l’assegno, che in effetti incassa regolarmente da 18 anni, da quando suo figlio Renzo, il Trota, andava in triciclo, anziché andare in carrozza al consiglio regionale” (Già, perché se tra pensione, parlamento e Regione, se non ci fosse lo Stato assistenzialista, il reddito di casa Bossi passerebbe da quasi trecentomila euro a zero).

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Il Maresciallo non busserà più alla porta del P.M.

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La Riforma Epocale della Giustizia (d’ora in poi ci metto le maiuscole, se le merita proprio) avrà come effetto pratico proprio questo: non busserà più il Maresciallo, e nemmeno l’Ispettore, il Brigadiere, il Commissario, il Tenente, cioè nessun appartenente alle forze dell’ordine.

Finora l’autorità giudiziaria disponeva “direttamente” della polizia giudiziaria. Il nuovo art. 109 della Costituzione dice invece che i magistrati “dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla legge”. Ciò significa che con una semplice leggina si potrà deliberare che il Maresciallo farà le indagini per conto suo, che non sarà più tenuto a rispondere alle deleghe di indagine del P.M., che presenterà al P.M. un piatto pronto, prendere o lasciare.

Chi non conosce i meccanismi del procedimento penale si chiederà per quale motivo viene modificata in questa maniera la Costituzione. Sicuramente ci sarà qualcuno che in qualche salotto televisivo, fra un urlo e l’altro, dirà che i pubblici ministeri hanno esagerato disponendo della polizia giudiziaria “direttamente”. Basta con questo strapotere!

E certo: è noto a tutti che i supermercati sono pieni di marescialli che fanno la spesa per qualche P.M., che all’uscita delle scuole non si vedono altro che ispettori di polizia che aspettano i figli dei magistrati per portarli a casa…

I pubblici ministeri hanno esagerato, ma in cosa? Hanno esagerato nel fare le indagini? Ne hanno fatto troppe? O magari fra le migliaia di indagini preliminari che ogni P.M. fa nella sua carriera, ogni tanto, qua e là, ce n’è qualcuna particolarmente sgradita?

Quello delle indagini è un lavoro di organizzazione. Ogni P.M. tratta in media all’anno circa 2000 (duemila, lo scrivo in lettere prima che qualcuno pensi che sia un errore) notizie di reato. Su tutte queste si fanno le indagini; per molte si accerta che sono da archiviare e per le altre si va a giudizio. Un lavoro enorme: per questo il P.M. ha dei poteri di coordinamento che gli consentono di utilizzare qualunque forza di polizia presente sul territorio italiano.

Naturalmente c’è indagine e indagine: quelle per i reati più gravi sono accompagnate da frequenti riunioni e contatti con le forze di polizia. Fra il P.M. e la polizia giudiziaria c’è un continuo scambio di informazioni, di pareri sulle strategie di indagine. Uno scambio di esperienze, di professionalità, di umanità.

Così il Maresciallo bussa continuamente alla porta del P.M. o lo chiama spesso al telefono per avere un confronto e un conforto, per sentire le sue direttive. Il Maresciallo sa che avere il coordinamento del P.M. autonomo e indipendente è una garanzia non solo per il buon esito delle indagini ma anche per lui, sa cioè che nel caso si trovasse a sollevare il coperchio di qualche pentola puzzolente nessuno potrà bloccarlo perché c’è il P.M..

Con la Riforma Epocale tutto cambierà: il P.M. vedrà le indagini a cose fatte, soprattutto vedrà le indagini che altri e non lui decideranno di svolgere. Potrà forse ancora fare indagini in proprio, ma dovrà farle da solo oppure mettersi in coda.

Il Maresciallo non busserà più alla porta, se non per portare un bel pacchetto di indagine pronto. Il P.M. guarderà quel pacchetto con diffidenza perché non è roba fatta da lui. Magari gli verrà in mente di chiedere al Maresciallo se sa come mai non è ancora arrivato niente che riguardi quel signore che è da qualche giorno incatenato alla cancellata del tribunale, con al collo la scritta “vittima di usura”. Il Maresciallo lo guarderà imbarazzato e con un po’ di vergogna, cercherà di spiegargli che ultimamente si stanno occupando del grave problema della vendita di cd contraffatti sui nostri litorali, “sa, fra un po’ inizia l’estate”, e che insomma in fin dei conti non dipende da lui ma dal suo comandante.

Se al P.M., in un attacco di senso civico e di orgoglio, “porca miseria, sono pur sempre il P.M.!”, venisse in mente di cercare il Tenente o il Capitano o ancora più su il Colonnello si sentirebbe rispondere più o meno nella stessa maniera: ordini superiori, prima i cd e poi l’usura. Sarà più solo il P.M. e sarà più solo il Maresciallo, che dovrà obbedire alle sue gerarchie.

Il P.M. ora dispone “direttamente” della polizia giudiziaria per fare le indagini e per verificare che siano fatte nel pieno rispetto dei diritti di tutti, compresi quelli degli indagati, per assicurare a tutta la cittadinanza che nessuna indagine verrà bloccata da altri poteri dello Stato e che si lavorerà per ogni reato denunciato.

Un P.M. senza polizia giudiziaria è un leone senza denti, una pistola caricata ad acqua, il custode di un museo in cui il pezzo forte è la Giustizia, ma che non ha i mezzi e le forze per ripulirla dalla polvere e dalle ragnatele.



GIANNI CARIA magistrato

da: Movimento per la Giustizia

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Il Pubblico Ministero col cappello in mano

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La riforma epocale è finalmente arrivata, fra squilli di tromba, caute aperture e manifestazioni di indignazione. Verrà profondamente modificata la Costituzione e, si dice, finalmente avremo una giustizia che funziona. Si dice anche, lo dice il nostro premier, che con questa riforma i Pubblici Ministeri busseranno alla porta del Giudice con il cappello in mano.

Chi non è un tecnico del diritto si chiede come finora avvenivano gli incontri istituzionali fra P.M. e Giudice (che faceva il P.M.? Entrava senza bussare? Si stravaccava sulla poltrona mettendo i piedi sul tavolo? Raccontava al Giudice barzellette sconce?). Chi invece di mestiere interpreta le leggi e cerca di coglierne le conseguenze ha il compito di leggere la proposta con attenzione e senza pregiudizi...

Attualmente tutta la magistratura (giudici e pubblici ministeri) costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Non c’è separazione delle due carriere, ma divieti di passaggio da una funzione all’altra nell’ambito dello stesso distretto di Corte d’Appello.

Con la riforma le due carriere saranno separate. Due concorsi, due CSM. Se ci si fermasse a questo punto, se ne potrebbe discutere: la separazione (che non condivido) porta vantaggi e svantaggi, ma siamo ancora in un ambito accettabile.

Ma con la riforma non tutta la magistratura, ma solo i giudici “costituiscono un ordine autonomo e indipendente da ogni potere e sono soggetti soltanto alla legge”. Per il nuovo art. 104 Cost. invece “l’ufficio del pubblico ministero è organizzato secondo le norme dell’ordinamento giudiziario che ne assicurano l’autonomia e l’indipendenza”.

Ecco la differenza: i pubblici ministeri non saranno come ora “soggetti soltanto alla legge” ma sarà il Parlamento che con legge ordinaria riempirà di contenuto quel residuato di autonomia e indipendenza che rimane loro. Ergo, i pubblici ministeri saranno soggetti sia alla legge che ad altro.

Altra modifica: ora “il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”, cioè di procedere per ogni reato senza distinzione. Con la riforma, l’obbligo si eserciterà “secondo i criteri stabiliti dalla legge”.

Che accadrà? Il Parlamento potrà approvare norme che costringeranno il P.M. a procedere solo per alcuni reati e non per altri (immaginiamo, naturalmente per pura ipotesi, una maggioranza con un orientamento vagamente xenofobo che impone di occuparsi solo di reati commessi da stranieri) oppure che lo obbligheranno a informare il Ministro di ogni iniziativa penale presa. Il Ministro potrà interloquire sulle indagini, dire al P.M. di lasciare perdere un’inchiesta e di occuparsi di altro o contestargli che fare una certa indagine costa troppo.

Pensate a un Ministro che sa che un’indagine tocca un suo collega di partito: la farà continuare, dicendo bravo al P.M., o gli dirà che non è il caso?

Ecco allora il P.M., solo nella sua stanza e seppellito, come sempre, da fascicoli, che sente bussare alla porta: è un imprenditore che viene a denunciare che un pubblico amministratore pretende una tangente. Ora non gli si dice nulla: lui sa che indagheremo, senza guardare in faccia a nessuno. In futuro gli diremo “forse”, forse potrà avere giustizia: se il Parlamento quell’anno ha messo il reato di concussione fra le priorità, se il Ministro non pretenderà di essere informato, vanificando indagini a sorpresa, se non verranno inserite norme in base alle quali la Polizia Giudiziaria potrà infischiarsene delle direttive di indagine del P.M..

Diremo “forse” alle vittime di concussione, di usura, di violenza di ogni tipo, di disastri ambientali. Lo diremo soprattutto alle vittime deboli, che non hanno i mezzi per muovere l’opinione pubblica o per attivare qualche lobby parlamentare. Ci vergogneremo di non assicurare giustizia, e allora ci verrà un pensiero: “forse” chiedendo al Procuratore della Repubblica di telefonare al Procuratore Generale della Corte d’Appello perché telefoni al Procuratore Generale della Cassazione perché telefoni al Sottosegretario perché lo chieda al Ministro, “forse” potremo eccezionalmente fare un’indagine che non rientra fra le priorità.

Ecco. Ecco il P.M. con il cappello in mano. Ma non per andare dal Giudice, ma per chiedere ad altri poteri se per caso, solo per questa volta, se non disturbo, si possa fare un’eccezione e procedere con determinazione perché c’è una persona che vuole giustizia.

E allora mi chiedo se davvero si può volere un P.M. così. Anche ora il P.M. si toglie idealmente il cappello, si scopre la testa, non per chiedere ma per rispetto: lo fa di fronte alla Legge, di fronte alla Costituzione, di fronte a ogni cittadino (comunitario o extracomunitario) che ha davanti. E come ogni cittadino che si rispetti, lo fa davanti ai simboli dello Stato Italiano.



Gianni Caria

Magistrato

dal sito web del Movimento per la Giustizia

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sabato 26 marzo 2011

Tragica ovvietà. Il muso e la bile di Berlusconi a Bruxelles

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Quanta amarezza per Noi italiani sapere che non contiamo niente per colpa sua.

Abbiamo davvero un pagliaccio al governo. Un pagliaccio avviato sul viale del tramonto. Per carità: lo sapevamo, ma averne una conferma così agghiacciante fa male, non per lui, ma per noi cittadini. A Bruxelles si è appena svolto un importante meeting fra i vertici dei paesi della Comunità Europea in riferimento alla questione libica, e Berlusconi ancora una volta ha fatto fare una figuraccia all'Italia, raccogliendo solo quello che si merita... il niente.


Le cronache riferiscono del suo arrivo al vertice: muso lungo, livido in volto, non ha salutato nessuno e si è seduto sulla sua poltroncina leggendo non si sa che cosa in silenzio, ciò per evidenziare che non aveva interesse a dialogare sulla questione Gheddafi, e che era offeso (soprattutto con la Francia). Poi davanti ai cronisti ha iniziato a sparare a zero: "Questo è un vertice fatto di chiacchiere. Io sto zitto e aspetto il momento giusto per passare ai fatti", "Non avete ancora capito che governare è fare, non dichiarare" (fare cosa, Silvio? tenere il piede in due staffe come stai facendo tu?). Poi gli insulti a Sarkozy e Cameron, giusto per mantenere buoni i rapporti con loro: "Quei due fanno finta di non conoscere il nostro ruolo a Tripoli, non conoscono il diritto internazionale, le loro iniziative non vanno da nessuna parte".

Povero Berlusconi: abituato a riunioni farsa qui in Italia, dove chi vi è ammesso china il capo in segno di assenso e spesso con un chilo di vergogna sulle spalle; abituato a fare quello che gli pare, arraffare tutto e svillaneggiare tutti, non sopporta che altrove ciò non possa metterlo in atto. Perché all'estero, alla Comunità Europea come alla NATO o all'ONU, la platea non c'è, i cortigiani che gli danno retta per tornaconto personale non esistono.

Cosa può pretendere un leader di una coalizione retta sula razzismo, sulla corruzione, sulla ipocrisia della Chiesa? Cosa può pretendere uno che ha preso in giro tutti i leader del mondo (Obama compreso, "l'abbronzato"), e ha fatto amicizia coi più terribili dittatori che fingono - come lui - di essere democratici, i vari Gheddafi, Putin eccetera? Come può pensare, data la patetica figura che grazie a lui fa il nostro paese nel mondo, che d'improvviso a lui venga affidato un ruolo di rilievo nella questione libica? Nessuno considera importante il suo parere: era chiaro da settimane.

Non può essere affidabile, entrando nello specifico della questione, un leader che da solo firma un trattato con Gheddafi in cui (fra le altre porcherie) c'è l'impegno (preso in nome del paese) a non fare da base di appoggio ad operazioni militari, oltre che l'impegno a non intraprenderne, quando poi nei fatti non lo rispetta per niente questo trattato? Questo è ciò che sta succedendo.

Accontentare tutti, da buon piazzista qual é Berlusconi, porta ad entrare facilmente in contraddizione: e infatti egli prima si è dichiarato "amico" di Gheddafi, poi, non appena gli USA hanno lasciato intendere che appoggiano la risoluzione ONU, subito si è messo all'ombra del più forte. Coerenza: questa sconosciuta! Per forza allora i leader europei non lo consultano, non lo cercano neanche, e preferiscono dialogare con Frattini o La Russa. E Berlusconi si lamenta? "Mavalà!".

Come può essere affidabile nelle importanti decisioni di queste ore un politico di cui tutto il mondo sa che va a puttane nei suoi festini, e manda a puttane il paese, un politico che adotta provvedimenti legislativi che curano solo i propri interessi (oltre che quelli della cricca e della criminalità organizzata) e non quelli della generalità dei cittadini?

Lamentati pure quanto vuoi, Silvio: tu non conti niente. E purtroppo non contiamo niente anche noi: questo è il grave.

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Ghedini il protettore


Visto che l'avvocato Ghedini ha querelato Il Fatto Quotidiano perché si è documentato e ha pubblicato la notizia, a noi il compito di diffonderla per bene.


Ruby disse: il mio avvocato è Ghedini

Il fidanzato Luca Risso. Una schiera di legali. I milioni e l'ombra del Caimano. La rete di protezione che salva B. e vuole sabotare l'inchiesta

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La rete attorno a Ruby si stringe presto, quando ancora nessuno la conosce, mesi prima che scoppi lo scandalo della minorenne che rivela il bunga-bunga di Arcore. È una rete fatta di persone (l’impresario Lele Mora, l’avvocato Luca Giuliante, il “fidanzato” Luca Risso, la “consigliera ministeriale” Nicole Minetti) e di soldi, tanti soldi. E, sopra tutti, Niccolò Ghedini, che veglia silenzioso sulle sorti del presidente del Consiglio.

La rete di protezione e di contenimento scatta dopo la notte in questura, il 27 maggio 2010, quando a tirar fuori dai guai Ruby (ma soprattutto Silvio Berlusconi) viene mandata Nicole Minetti. Poi scattano Mora, Giuliante, Risso. Il culmine dell’“attività inquinatoria” è raggiunto nella notte del 6 ottobre 2010, quando Karima El Mahrough, in arte Ruby, viene “interrogata”, e non dai magistrati. Ora le carte depositate dalla procura di Milano rivelano chi l’ascolta, quella notte, e la interrompe quando arriva “alle scene hard con il Pr…”: l’avvocato Giuliante, alla presenza di Lele Mora, dell’“emissario di Lui” e di una donna che verbalizza.

Ma andiamo per ordine. L’avvocato Giuliante “protegge” Ruby già nel luglio 2010. Ecco che cosa scrivono in un loro rapporto del 31 luglio 2010 i responsabili della comunità genovese Kinderheim Sant’Ilario, dove Ruby aveva l’obbligo di risiedere: “Venerdì 23 luglio 2010, Karima esce e rientra in Kinderheim con l’avvocato Giuliante intorno alle ore 19 (…). Scaricano valigie con indumenti dalla macchina, le dà danari imprecisati e dice che nei bagagli c’è l’oro della ragazza. Karima viene ripetutamente invitata a consegnare i gioielli in Direzione per metterli in cassaforte, ma la ragazza tergiversa e non li consegna. Mette le valigie in camera e lascia gli indumenti sparsi per terra senza ordinarli nell’armadio. Rubi esce e non torna per la notte, rientra il 26/7 accompagnata dall’avvocato Giuliante intorno alle ore 21”.

Continua la relazione: “Precedentemente l’Avv. aveva telefonato assicurando il suo interessamento per riportare la ragazza. Karima sale in camera mentre le educatrici (…) sono con l’Avv. La ragazza dice di aver trovato la porta rotta e che sono spariti i suoi oggetti d’oro. L’Avvocato consola la ragazza dicendole che la signora Diana Mora glieli avrebbe ricomprati ancora più belli. (…) Karima (…) viene invitata a sporgere denuncia formale presso il comando dei Carabinieri di Nervi, nel pomeriggio alle ore 16 insieme alla responsabile. Karima esce dicendo di dover andare dall’estetista e che sarebbe venuta autonomamente dai Carabinieri. Non si presenta. Si presenta dai Carabinieri in data 29/7/10 e fa la sua denuncia”.

I responsabili della comunità notano una sorta di “conversione” verso la fine del mese: “Dal 27/7/10 non è più uscita di sera. Esce con una ragazza regolare. Chiede di poter cucinare il sushi per tutte le ragazze. Invece di andare al cinema, come consentito, ritorna con due film in cassetta, ‘per risparmiare’. Mostra alla responsabile le fotografie del suo fidanzato siciliano con il quale ha convissuto per quattro anni e dice che intendono sposarsi alla fine di novembre”.

La scena cambia in autunno. Ruby frequenta a Genova le discoteche Fellini e Albikokka e ha stretto un rapporto con Luca Risso, che le gestisce. “Se io vengo lì e lo sa qualcuno, son rovinato”. È il primo settembre 2010. Il caso Ruby scoppierà soltanto un mese e 26 giorni dopo. Ma Risso è già preoccupato. Karima El Mahrough, in arte Ruby, gli chiede di passare la notte con lei. “Se io vengo lì, e lo sa qualcuno, io perdo due milioni di euro”. Forse è preoccupato che lo venga a sapere la sua fidanzata, Serena, a cui ha intestato le sue proprietà. Ma Ruby lo rassicura: “Eh… dato che ho avuto una notizia non bella, ma bellissima… Visto che il mio caro Silvio mi darà altri soldi, te li posso anche dare due milioni di euro… Basta che la lasci, cazzo”. Luca frena: “No, non posso”. E Ruby, allora: “Scherzo… no, sto scherzando… No, non lo viene a sapere nessuno, non ti preoccupare”. Luca. “No Ruby, io ti giuro, io verrei, mi farebbe veramente piacere. Io ho paura però che tu poi tu mi scleri, tu ciocchi, tu lo dici a qualcuno”. Ruby: “Ma minchia, l’hai visto, sto cercando di cambiare in tutti i modi”. Luca: “Questo è vero, su questo son d’accordo, hai ragione questo è vero”. Ruby ride: “Grazie, ah meno male, dai ti sto aspettando, ciao”. Luca: “Arrivo tra un quarto d’ora, venti minuti”.

Ruby, all’inizio del settembre 2010, è dunque sicura che “il caro Silvio” le darà soldi, molti soldi. Otto giorni dopo, il 9 settembre, la ragazza chiede a Risso di portarla a Milano: deve riscuotere. “Lunedì… lunedì mi devi accompagna… Ahò! Mi fai parlare? Mi devi accompagnare”.Luca: “Dove?”. Ruby: “A Milano”. Luca: “A cosa fare?”. Ruby: “Eh, mi devono dare i soldi”. Luca: “Eh amore, io lunedì… A che ora?”. Ruby: “Lunediiiiii… l’importante è che sia dalla fascia delle otto del mattino fino alle cinque di pomeriggio. Hai tempo? L’ufficio della segreteria di Silvio è aperto in questo orario. deve dare 7 mila euro, sinceramente, e mi servono, perciò ci andiamo. E in treno non ci posso andare perché ci sono sempre i controllori, non voglio rischiare un cazzo”.

Intanto i “guardiani” di Ruby si danno da fare. Il 3 ottobre l’avvocato Giuliante chiede a Luca Risso di mandargli articoli di giornale su Ruby e s’informa se è stato citato anche Lele Mora. Due giorni dopo, Giuliante fissa a Risso un incontro da Lele Mora, per le ore 19 del giorno seguente: “Ciao Luca, domani alle 19 in viale Monza 9: se possibile ti chiederei di venire solo”. La mattina del 6 ottobre, Risso chiede di anticipare l’incontro alle ore 17. Ma poi arriva in viale Monza alle 17.45 e avvisa subito, Giuliante. Alle 18.47 Ruby chiama Luca Risso e gli dice di essere arrivata anche lei a Milano. Si danno appuntamento per andare insieme da Giuliante.

Scrivono gli investigatori: “Luca chiede a Ruby dove si trova e con chi e aggiunge di essere anche lui a Milano e che tra mezz’ora passa a prenderla. Ruby di essere con Sana in corso Buenos Aires e Luca le dice che l’amica non può stare con loro quindi deve farle prendere un treno e mandarla a casa. Ruby replica che Sana non lo farà e comunque lei sa tutto. Luca le chiede cosa sa e poi aggiunge che deve smetterla. Ruby dice che l’ha visto e a quel punto Luca, che pensava altre cose, si tranquillizza. Luca dice che questa sera si devono vedere con Giuliante. Si sente Ruby che parla in arabo. Poi Luca dice a Ruby di vedersi in piazzale Loreto all’inizio con via Monza”.

Si avviano così alla riunione cruciale. Raccontata in diretta da Risso, via sms e poi al telefono, alla sua fidanzata ufficiale, Serena. Alle 23.42 Risso scrive: “Io sono ancora qui… È sempre peggio quando ti racconterò (se potrò) ti renderai conto… Siamo solo a gennaio 2010 e in mezzo ci sono pezzi da 90”. Poi, alle 22.43, le spiega meglio al telefono. Risso: “Sono nel mezzo di un interrogatorio allucinante… Ti racconterò ma è pazzesco!”. Serena: “Stai attento… ricordati grano”.

Alle 23.47 Serena chiede, via sms: “Ma dove sei? Perche stanno interrogando Ruby? E perché tu ascolti tutto? C’è Lele o solo l’avvocato?”. Risso risponde: “C’è Lele, l’avv., Ruby, un emissario di Lui, una che verbalizza… Cmq tranquilla, è tutto molto tranquillo. Sono qui perché pensano che io sappia tutto”. Alle 12.39, Luca Risso chiama Serena. “Sono ancora qua. Ora sono sceso un attimino sotto, sono venuto a far due passi… Lei è su, che si son fermati un attimino perché siamo alle scene hard con il Pr… con con una… con la persona… Sì, si, guarda, ti racconterò tutto”. Serena: “Va bè, non dirmelo per telefono”. Luca: “No no, infatti, brava brava, perfetto”.

Il 22 ottobre, i pm Forno e Sangermano scrivono che a stare addosso a Ruby è anche Lele Mora: “I brani dialogici finora captati rendono evidente come la minore parte lesa Ruby sia oggetto di una frenetica attività di interessamento e pressione condotta nei suoi confronti da terzi, di cui uno degli epicentri è Mora Dario inteso Lele, ovvero il soggetto che si ipotizza possa averla indotta alla prostituzione. La natura di questa attività, la eventuale partecipazione ad ‘interrogatori’ della minore di soggetti controinteressati rispetto alla tutela delle ragioni della stessa (e rispetto alla tutela della stessa integrità morale della minore), quali l’indagato Lele Mora o imprecisati ‘emissari’ ivi inviati da terze persone, evidentemente preoccupate per il patrimonio di conoscenze detenuto dalla parte lesa, lascia ipotizzare che sia in atto una pregnante attività inquinatoria. Tale attività di inquinamento probatorio, di cui è ragionevole ipotizzare la sussistenza stante gli elementi sopra dedotti, influisce significativamente sulla veridicità delle dichiarazioni rese dalla minore a questa Autorità Giudiziaria; ciò perché, evidentemente, chi si attiva, nella ipotesi indiziaria quivi percorsa, per ‘inquinare’ la prova, è bene a conoscenza, sia del tenore delle dichiarazioni rese dalla minore a questa Autorità Giudiziaria, ovvero si preme su di lei per conoscerne il contenuto, sia del loro fondamento, atteso che in caso contrario, non sarebbe necessario assumere condotte così pregnanti nei confronti della sunnominata parte lesa”.

In agosto, Ruby continua a essere accudita da Giuliante e Mora. L’8 agosto parla con Diana, la figlia di Mora che ha già tentato di averla in affido, per “liberarla dalla comunità dove parla troppo. Ruby “riferisce alla Diana che Giuliante viene a prenderla il 18 con la Giulia e vanno a Portofino. Diana conferma l’appuntamento per il 18 o il 19, dipende da quello che dice Gugliante. Ruby dice alla Diana che tanto loro due si vedono mercoledì”.

Ruby: “Minchia ma mi sta rompendo i coglioni quelli del dottor Forno”. Diana: “Ancora?”. Ruby: “Minchia, torna il 18, cioè manco a Ferragosto ti fa stare bene questo giudice del cazzo ou, poi si chiude nella stanza dalle 8 fino alle 8, sembra che ci ha l’orario che è apposta per me fatto per lavorare quello, ou minkia non vedo l’ora che vada in pensione”. Diana: “Va be, dai, porta pazienza”. Ruby: “Ma poi non vuole arrivare a me, cioè lui il suo interesse non è arrivare a sapere cosa faccio io, lui vuole arrivare a colpire Silvio Berlusconi, che per lui è diventata una tragedia, e Lele Mora, capito?”.

A un’amica, Ruby il 26 ottobre confessa: “È venuto il mio avvocato, ha detto: Ruby, dobbiamo trovare una soluzione… è un caso che supera quello della D’Addario e della Letizia, perché tu eri proprio minorenne… Adesso siamo tutti preoccupatissimi”. E in un’altra conversazione: “Il mio caso è quello che spaventa più di tutti… Il mio avvocato se n’è appena andato… gli ho detto: io ho parlato con Silvio, gli ho detto che ne voglio uscire di almeno con qualcosa… cioè mi da 5 milioni”.

Ma alla fine entra in scena lui, Niccolò Ghedini. È l’avvocato di Silvio Berlusconi, ma Ruby lo considera anche il suo difensore. Lo dice apertamente a un collaboratore di Luca Risso, Marco Proverbio, che organizza “eventi” al Fellini. Ruby: “Ma guarda… guarda, tra lui e Raoul, li sto, li stooo, li sto io messa incaricati due avvocati, perchè io c’ho due avvocati migliori di Milano”.
Marco: “Ma va?”. Ruby spiega: “Uno è Dinoia, quello che era diii… l’avvocato di Di Pietro, e l’altro è Ghedini, che sarebbe anche l’avvocato diiii, di Silvio”.

di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali

venerdì 25 marzo 2011

L'ANM reagisce alle leggi pro-delinquenti e Alfano glissa

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Angelino Alfano, il guardasigilli che cancella dalla sua pagina Facebook i commenti non graditi (attenzione: non sto parlando di insulti, ma di critiche precise mosse da tanti utenti, spesso dei legali, tutte cancellate e senza risposta) oggi ha il suo bel da fare. Poverino, non ha mai un attimo di pace, lui che per la Giustizia non ha mai fatto niente, anzi qualcosa l'ha fatta: l'ha sempre attaccata quando si occupava del suo lampadato padrone e le ha mandato ispettori ministeriali quando essa si occupava di altri esponenti del PDL.


Oggi l'Associazione Nazionale Magistrati ha lanciato un grido di aiuto ma anche di accusa, mettendo in evidenza ancora una volta l'aspetto peculiare della legislazione in tema di Giustizia da parte del governo satrapico cui appartiene il guardasigilli. Esso consiste nel legiferare non per garantire e tutelare gli interessi di tutti i cittadini, ma solo di alcuni. Le leggi "ad personam" in materia penale si sono sprecate nel corso degli anni, i lodi dichiarati incostituzionali sono tornati al mittente con un sonoro ceffone. Ma non è solo una questione di leggi "ad personam", attenzione... Leggiamo con attenzione quanto dichiarato dall'ANM.

"La norma recente sulla prescrizione breve appare palesemente in contrasto con i principi costituzionali di eguaglianza e di ragionevolezza". Ma non solo. Le toghe puntano il dito anche contro il giro di vite sulla responsabilità dei giudici approvato in commissione giustizia alla Camera: "Nel giro di pochi giorni la maggioranza di governo ha dimostrato quale era il vero obiettivo dell'annunciata riforma epocale della giustizia, vale a dire risolvere situazioni legate a singole vicende processuali, direttamente con una norma sulla prescrizione e indirettamente con una modifica della legge sulla responsabilità civile dei magistrati punitiva e intimidatoria".

Ancora: "Gli unici processi che potranno essere portati a termine con questa norma saranno quelli nei confronti dei recidivi, mentre gli incensurati avranno ottime probabilità di restare tali per sempre". Secondo Luca Palamara, Antonello Ardituro e Giuseppe Cascini, presidente, vicepresidente e segretario dell'Associazione magistrati, "è impensabile che il processo per una truffa di milioni di euro nei confronti di un incensurato si estingua, mentre debba proseguire quello per una truffa da cinque euro commessa da una persona già condannata, magari anni prima, per altro reato". Da qui l'incostituzionalità, evidentissima, di questa porcheria.

"La prescrizione del reato è una sconfitta per tutti: per lo Stato che non riesce ad accertare la responsabilità dei reati; per le vittime che non ottengono giustizia per il torto subito; per l'imputato che, se innocente, non vuole la scappatoia della prescrizione, ma un'assoluzione nel merito".

"La modifica della legge sulla responsabilità civile appare talmente assurda e disorganica da potersi spiegare soltanto come atto di aggressione nei confronti della Magistratura, diretto ad influenzarne la serenità di giudizio". Per i vertici dell'associzione "l'interpretazione della legge e la valutazione del fatto e delle prove rappresentano il cuore dell'attività giudiziaria: pensare di sottoporre a censura tale attività con la generica e incomprensibile formula della 'manifesta violazione del diritto' è davvero irragionevole prima ancora che profondamente sbagliato".

Gli avvocati (anche loro scontenti) hanno annunciato 4 giorni di sciopero, oltre che un serie di manifestazioni e riunioni di protesta.

E l'avvocato Alfano che dice? Sposta il discorso sul denaro! Per Lui la "riforma" sta nel cambio di queste regole, non nell'aiutare gli organici con fondi, azzoppando tutti gli uffici in cui lavorano sempre meno magistrati. "Soldi non ce ne sono, la congiuntura internazionale e' complicata - ha detto Alfano - Chi mi chiede piu' soldi e piu' personale mi chiede la luna. Non sono cattivo io, e neanche lo e' Tremonti, semplicemente non ci sono soldi, e mica non ci sono solo in Italia ma anche in Europa. C'e' una congiuntura internazionale" e a fronte di questa situazione "ho riflettuto su come fare funzionare meglio la giustizia civile in Italia, cosa che significa contribuire al buon funzionamento dell'intero sistema".

E infatti la sua riforma imbastardisce tutte le regole, in pieno aiuto dei delinquenti su materie precise, propri quelle che toccano i politici e in primis il suo capo, che ha lanciato un sorriso alla Mafia nominando pochi giorni fa Romano come ministro, e che ora le fa un altro grosso favore con questa scellerata "riforma". Una schifezza totale.

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La RAI isola Minzolini e Masi. Finalmente la rivolta?

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Eh sì, la RAI alza la testa, stufa di essere castrata da gentaglia messa lì a rovinarla. Minzolini e Masi sono sempre più soli, travolti da scandali da essi stessi creati ad arte per distruggere l'informazione e per fare scendere lo share della trasmissioni, il tutto a vantaggio del padrone un osso lo getta sempre.

Minzolini, su cui la Guardia di Finanza sta indagando per un uso a quanto pare "creativo" di carte di credito intestate e quindi pagate dalla RAI, ora che il consiglio di redazione del TG1 cambia componenti, si vede totalmente sputtanato sul modo in cui ha pilotato le notizie nel telegiornale a uso e consumo della Propaganda: Alessandra Mancuso, Claudio Pistola e Alessandro Gaeta hanno presentato un “libro bianco” basato sulle segnalazioni dei colleghi sulle tecniche di disinformazione del direttore Augusto Minzolini dal giugno 2009 ad oggi.

Se volete scaricarlo cliccate QUI.

Masi invece è stato isolato da tutto il CDA della RAI nella sua illecita lotta contro Santoro, in una riunione del consiglio stsso che è stata bollente e che Garimberti ha pure dovuto sospendere. A volte pare che la Giustizia possa trionfare. Le altre marionette del Regime sono avvisate: la rivolta della Società Civile ha raggiunto la RAI, e sconfinerà dappertutto. A noi tutti il compito di unirci ad essa e salvare il paese dai delinquenti che lo stanno insozzando, succhiando e rovinando, col placet della Chiesa Cattolica e l'aiuto di Mafia, Camorra, 'Ndrangheta, Massoneria e Loggia P2, a quanto pare sempre viva e vegeta, visto che il "disegno di rinascita democratica" viene applicato con certosina cura da questi infimi ed abietti servi.

Ecco i due articoli: buona lettura e buona condivisione. Teniamo alta la guardia, ok?


La disinformazione del Tg1 in un libro bianco
dalla Redazione del Fatto Quotidiano

Nel giorno del passaggio delle consegne al nuovo comitato di redazione del Tg1, Alessandra Mancuso, Claudio Pistola e Alessandro Gaeta hanno presentato un “libro bianco” basato sulle segnalazioni dei colleghi sulle tecniche di disinformazione del direttore Augusto Minzolini dal giugno 2009 ad oggi. Notizie importanti che mancano, notizie di intrattenimento che si moltiplicano: “Vasetti per la pupù dei bambini”, “tornano di moda gli occhiali di Cavour.” Ieri i giornalisti del telegiornale di Raiuno hanno eletto il nuovo cdr: Simona Sala (82 voti), Attilio Romita (75) e Alessio Rocchi (64).

Ecco alcuni degli esempi riportati nel volume

6 luglio 2009 – Riferendosi chiaramente al caso escort a Palazzo Chigi, il Segretario generale della Cei (Conferenza dei vescovi), Monsignor Crociata: “il libertinaggio gaio e irresponsabile è un atto grave non un fatto privato” (praticamente l’identikit di Berlusconi). Il Tg delle 20 gli dedica ancora solo una notizia letta dal conduttore, la seguente: “lo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile a cui oggi si assiste e il disprezzo del pudore non devono far pensare che non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati, soprattutto quando sono implicati minori: lo ha detto il segretario della Cei, monsignor Crociata, ad una celebrazione in memoria di santa Maria Goretti”.

9 ottobre 2009 – (Già bocciato il Lodo Alfano) si apre il processo di Appello per David Mills, l’avvocato inglese condannato per corruzione per aver ricevuto 600 milioni da conti Fininvest. Processo di primo grado che si aprirà a carico di Berlusconi dopo la bocciatura del lodo Alfano.

Nel servizio del Tg1 si parla di Silvio Berlusconi (parere negativo alla sua testimonianza in aula), della condanna di Mills per il “presunto versamento di 600 milioni, ricompensa a rilasciare false dichiarazioni in due processi in cui era coinvolto il presidente del Consiglio”. Quali processi? Mai accennato che lo stesso processo si riaprirà in primo grado anche per Berlusconi.

28 ottobre 2010 – Su tutti i giornali articoli sulle Stragi e il pentito Spatuzza che riconosce uno 007. Il Tg1 dà una notizia alle 13.30. Nessuna alle 20.

Allo stesso modo solo alle 13.30 viene data la notizia (e nulla alle 20 della richiesta di 12 anni di reclusione per l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e 10 anni per l’ex numero due del servizio segreto Marco Mancini al processo d’appello a Milano sul sequestro di Abu Omar.

Alle 13.30 un servizio su Ruby: la vicenda sulle presunte dichiarazioni di una minorenne marocchina che ha raccontato di alcune cene nella residenza di Silvio Berlusconi. Vicenda per cui sarebbero indagati a Milano per l’ipotesi di favoreggiamento della prostituzione Lele mora ed Emilio Fede. In realtà un comizio della Santanchè, al Tg delle 20 viene così presentato dal conduttore: “Il caso di Ruby, una marocchina minorenne che avrebbe parlato di alcune feste nella residenza di Silvio Berlusconi. Sulla vicenda ci sarebbe un presunto coinvolgimento di Emilio Fede e Lele Mora”.

Nel servizio si parla del “presunto coinvolgimento di Palazzo Chigi (senza dire della telefonata giunta alla Questura di Milano per rilasciare la giovane marocchina fermata per furto) con il premier che replica con questa dichiarazione “sono una persona di buon cuore”. Non si dice che Fede è indagato: “Sul presunto coinvolgimento di Emilio Fede e Lele Mora, Fede replica così…estratto dal TG4.
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Masi furioso: il Cda lo lascia solo contro Santoro
di Antonio Massari e Carlo Tecce
Nervi tesi al Cda della televisione di Stato con il presidente Garimberti che ha dovuto sospendere la seduta per calmare il direttore generale che non ritirerà il ricorso che chiede la sospensione del reintegro del giornalista.

“Difendo la libertà editoriale dell’azienda”, ha urlato Mauro Masi, fumante in viso e con la cravatta più stretta del solito. Il direttore generale della Rai, in un consiglio di amministrazione teso come sempre, ieri ha provato a scaricare le proprie responsabilità nell’ennesimo “scontro” con Annozero e Michele Santoro.

E questa volta, lo scontro, è tutto giudiziario. Il motivo della tensione, infatti, è il ricorso che il direttore generale Rai – come anticipato dal Fatto Quotidiano – ha presentato in Corte di appello. Il ricorso mira a sospendere la sentenza che confermò, nel 2009, il reintegro di Michele Santoro. In attesa dell’ultimo e definitivo parere della Cassazione, se la Corte d’appello dovesse sospendere la sentenza, che consente a Santoro di dirigere Annozero, si creerebbero le condizioni per la sospensione del programma.

Di questo s’è discusso ieri nel consiglio d’amministrazione, e dopo l’urlo di Masi, mentre i consiglieri di maggioranza si guardavano disorientati, il presidente Paolo Garimberti ha deciso di sospendere la seduta per cinque minuti. Nel Cda Rai, nessuno sapeva che tra Masi e il presidente Garimberti, c’era stato un duro scambio di lettere. Garimberti contesta a Masi di aver tenuto all’oscuro il consiglio su quest’importante iniziativa legale contro Santoro.

In particolare, Garimberti contesta a Masi d’aver citato nel ricorso l’esposto firmato dal ministro Paolo Romani e indirizzato all’Agcom. Un esposto peraltro ignorato dalla stessa Autorità di garanzia che, infatti, ancora non ha aperto un’istruttoria. La tattica ricorda il “metodo Trani”, scoperto dall’inchiesta che svelò i rapporti stretti tra l’allora commissario Agcom, Giancarlo Innocenzi (poi dimessosi) e Silvio Berlusconi, con un ruolo attivo di Masi. I consiglieri d’opposizione Giorgio Van Straten e Nino Rizzo Nervo hanno sollevato il problema in Cda ed è stato proprio questo a scatenare la reazione di Masi. Oltre lo scontro Garimberti-Masi, però, l’opposizione non ha armi per costringere il dg a ritirare il ricorso, anche se lo Statuto aziendale prevede che la collocazione dei dipendenti sia materia esclusiva del Cda. E quindi il prossimo 4 aprile la Corte di appello si riunisce per discutere la singolare richiesta di Masi: annullare la sentenza che permette a Santoro di lavorare e garantisce la messa in onda di Annozero. Qualora Masi dovesse vincere, per il programma di Rai2 la fine sarebbe vicina.

Ieri i consiglieri hanno toccato un altro argomento sensibile per Masi: l’inchiesta della Procura di Roma sulle spese con la carta di credito Rai di Augusto Minzolini (almeno 68 mila euro in 14 mesi non motivati). Per il momento il fascicolo aperto, secondo il cosiddetto “modello 45”, è contro ignoti e quindi Minzolini non è indagato. Ma la Procura – che aspetta l’informativa della Guardia di Finanza – nel caso venisse individuato un illecito, potrebbe ipotizzare i reati di truffa, peculato e una violazione delle norme tributarie. Masi ripete di aver fatto il possibile sul caso Minzolini e, per la prima volta, ammette che il direttore del Tg1 potrebbe restituire la somma. Non l’ha mollato, anzi l’ha protetto criticando la confusione che crea la “governance aziendale”.

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giovedì 24 marzo 2011

Omofobia nazista: la Chiesa contro l'ONU


Questa Chiesa non mi rappresenta. Il mondo va avanti, la Chiesa va indietro, e semina razzismo e odio a piene mani. Questo è NAZISMO!


Il Vaticano: “Essere contro l’omosessualità è un diritto fondamentale”

da: Giornalettismo

L’ambasciatore della Santa Sede si oppone alla risoluzione Onu che mira a porre fine alle discriminazione e alle violenze contro la comunità LGBT

85 Paesi hanno sottoscritto alle Nazioni Unite la risoluzione per la fine della discriminazione e degli atti di violenza nei confronti della comunità LGBT. Il Vaticano però si oppone a questo testo dell’Onu, e l’ambasciatore della Santa Sede presso le Nazioni Unite ha attaccato pesantemente l’iniziative che mira a riconoscere la dignità e l’uguaglianza di chi ama persone dello stesso sesso.

ONU PER I GAY - Alle Nazioni Unite prosegue l’impegno per porre fine alla discriminazione contro l’omosessualità. Dopo la proposta di risoluzione firmata da 68 paesi, ieri a Ginevra alla Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite è stata depositata, da parte della Colombia, un’altra proposta di Risoluzione, che chiede di mettere fine alle violenze e discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere delle persone, sostenuta da 83 Stati”. Nel testo introdotto dal Paese sudamericano si esprime grande preoccupazione per le discriminazione della comunità LGBT in ogni regione del mondo. Le violazioni dei diritti umani nei loro confronti includono omicidi, stupri, torture e persecuzioni penali. La risoluzione riconosce come il tema dell’omosessualità sia visto con diverse sensibilità nelle varie società mondiali, ma evidenzia come la comunità mondiale si debba impegnare per porre fine alle discriminazioni di ogni minoranza. Il documento è stato appoggiato da tutti i grandi Stati europei e Nord e Sudamericani, mentre è stato snobbato dalle potenze con diritto di veto Russia e Cina. Particolarmente entusiasta la nota di Hillary Clinton, che ha fatto del riconoscimento dell’uguaglianza dei gay un obiettivo della politica estera americana. “I diritti per la comunità di LGBT sono diritti umani, e i diritti umani sono i diritti per la comunità LGBT”.

VATICANO SI SCHIERA CONTRO - Durante la presentazione del documento alcuni dei paesi firmatari hanno preannunciato di voler presentare il testo di una Risoluzione di condanna agli 80 paesi del mondo che perseguitano penalmente l’omosessualità”. L’Arcivescovo Silvano Tomasi dell’Osservatorio Permanente del Vaticano presente alle Nazioni Unite, ha invece attaccato chi vuole proporre la fine della discriminazione per i gay.

”La gente viene attaccata perché prende posizione contro le relazioni fra persone dello stesso sesso… quando esprimono dei pareri del tutto normali basati sulla natura umana vengono stigmatizzati, e ancor peggio, perseguitati e sviliti”. “Questi attacchi” ha proseguito l’arcivescovo “sono una chiara violazione dei diritti umani fondamentali e non possono essere giustificati in nessun caso…”. Questo vittimismo furbo vorrebbe far passare per martiri i carnefici. Nessuno nega il diritto alla libera opinione, ma quando si pretende di scendere nell’agone politico, ingerendo nelle legislazioni statali e condizionando le scelte politiche degli stati, si deve essere pronti a ricevere delle legittime critiche, senza invocare una “lesa maestà” che suona grottesca”.

Secondo l’ambasciatore del Vaticano gli Stati hanno il diritto di regolare certe pratiche sessuali e vietarne alcune per legge. Una posizione che va chiaramente contro lo spirito della risoluzione della Nazioni Unite.

Vile baratto dei "responsabili": sì al conflitto di attribuzioni perchè arriva la poltrona

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In questo blog l'abbiamo scritto sempre e continueremo a farlo: la coscienza va messa in cantina se si vuole partecipare alla grande abbuffata-circo del PDL. Ieri si è verificato un atto di una gravità impressionante, soprattutto perché le motivazioni di quanto è successo erano alla luce del sole, non c'è stato neanche un tentativo di intorbidire le acque.


Ma il popolo della rete è vigile ed attento, e il tam tam ha informato tutti: i "responsabili" che fanno parte della giunta per le autorizzazioni si sono presentati alla riunione in ritardo, ed esattamente solo dopo che Berlusconi ha sciolto le riserve su chi mettere al ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, salendo dal presidente Napolitano col nominativo di Saverio Romano. In quel momento i "responsabili" si sono magicamente materializzati alla riunione della giunta per le autorizzazioni e il loro voto è stato determinante per sollevare il conflitto di attribuzioni sui magistrati del Tribunale di Milano nel processo Ruby (da 9 contro 10 si è passati a 11 contro 10). Ora la palla passa alla Corte di Cassazione, e il processo prende un calcio in faccia.

Ricordate? "Non vedo l'ora di andare in udienza a difendermi e raccontare la mia verità!", come se la verità avesse molte facce, quando invece essa è una sola.

Napolitano ha espresso forti dubbi. Prima a Berlusconi, poi con un comunicato ufficiale del Colle in cui ritiene di dover "assumere informazioni" sul procedimenti a carico di Romano: uno per concorso in associazione mafiosa, un altro per corruzione con l’aggravante del metodo mafioso. Il neoministro si è detto "dispiaciuto dalla nota del Colle, non sono mai stato imputato", ha sottolineato. Ma la replica del Colle non è fatta attendere: pur non commentando le affermazioni di Romano, Napolitano invita a una lettura "più attenta" della nota "nella quale non viene attribuita la qualificazione di 'imputato'". Un modo per sottolineare come il Quirinale non si senta chiamato in causa dalle frasi del neoministro. Ma soprattutto per dimostrare che Romano ha fatto la vittima e poteva pure stare zitto.

Per tenere il piede in due staffe, il Capo dello Stato ha espresso "riserve sulla ipotesi di nomina dal punto di vista dell’opportunita’ politico-istituzionale", prosegue la nota. "A seguito della odierna formalizzazione della proposta da parte del Presidente del consiglio, il Presidente della Repubblica ha proceduto alla nomina non ravvisando impedimenti giuridico-formali che ne giustificassero un diniego. Egli ha in pari tempo auspicato che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l’effettiva posizione del ministro".

Chi è Saverio Romano potete leggerlo QUI e sui nuovi procedimenti potete leggere QUI. Forse questa nomina ha un altro aspetto da considerare: i ministri sono praticamente intoccabili, e Romano rischiava grosso col Tribunale, da qui la nomina.

Comunque sono tutti contenti: Romano per la poltrona, Berlusconi per il conflitto di attribuzioni, i "responsabili" per aver iniziato ad incassare i dividendi. La politica della maggioranza e dei "responsabili" è un vile baratto, dove ognuno pensa ai propri interessi in barba alle esigenze del paese. Uno scambio di favori fa piacere e comodo a tutti questi burattini del circo Italia. Ma non è stata solo una festa, infatti li squali si sono subito azzuffati: il gruppo, secondo quanto letto, si è riunito per festeggiare l'ingresso di Romano nell'esecutivo. Ma da parte di alcuni deputati sarebbe partita la richiesta delle promesse nuovo nomine: "Ora è arrivato il tempo per la nomina dei sottosegretari". E' a questo punto che sarebbero emerse le contrapposizioni tra le varie componenti del gruppo: i Popolari dell'Italia di domani, fedeli a Romano, avrebbero rinnovato l'interesse per alcuni "incarichi di responsabilità" ma la richiesta sarebbe stata giudicata "eccessiva" dai presenti. A quel punto si sarebbe scatenata la 'bagarre': Pid contro il resto dei gruppi.

Benvenuti al circo Italia: sete di potere e denaro, maneggi, affari, impunità, corruzione, e nel frattempo il paese va a rotoli.

Altri due articoli interessanti dal sito dell'Antimafia:
Romano ministro dell'Agricoltura. La forzatura di Berlusconi in barba alle indagini per mafia
Rapporti Saverio Romano e mafia: inchiesta ancora aperta

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sabato 19 marzo 2011

Stupidario PDL sul nucleare

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Se l'argomento non fosse importante e grave, ci sarebbe da ridere. Alcuni fra i più furbi esponenti del PDL, capito che la gente non vuole il nucleare sotto casa, si lanciano (in questi ultimi anni) in iperboli comiche e patetiche. Da una parte l'esigenza di non far arrabbiare il capo, che ha fatto comprare all'Italia il know-how per le centrali dalla "amica" Francia (un know-how vecchio di decenni), dall'altra il non voler scontentare l'elettorato. Una follia, una lucida follia. Pietosi...


Viva le centrali, purché altrove
di Alessandro Capriccioli
Il centrodestra è compattamente a favore degli impianti atomici. Ma ogni suo esponente precisa: non nella regione dove vengo eletto io, per carità. Leggere le loro dichiarazioni per credere

I vincoli di compatibilità idrogeologica, sismica e tettonica non consentiranno mai all'Abruzzo di poter ospitare centrali nucleari. Ecco perché, pur non essendo aprioristicamente contrario, le centrali nucleari sul nostro territorio non potranno essere costruite.
(Giovanni Chiodi, governatore dell'Abruzzo, PdL, 18 maggio 2010)

Ritengo che nel Lazio non ci sia bisogno di nuove centrali.
(Renata Polverini, governatore del Lazio, PdL, 12 febbraio 2010)

Io credo che il Veneto abbia già dato per quanto riguarda il territorio, è delicatissimo per molte situazioni del sottosuolo, e credo anche che con le cave, con il rigassificatore, con la centrale a Porto Tolle il Veneto abbia già dato.
(Giampaolo Gobbo, sindaco di Treviso, Lega Nord, 23 dicembre 2009)

La centrale nucleare invece non si addice alla visione strategica di sviluppo del nostro territorio.
(Giuseppe Scopelliti, governatore della Calabria, PdL, 19 aprile 2010)

Con Renata Polverini già abbiamo espresso la volontà di non avere centrali nucleari nel Lazio, perché nella nostra regione c'è già autosufficienza energetica.
(Gianni Alemanno, sindaco di Roma, PdL, 14 marzo 2011)

Il nucleare è una buona tecnologia, ma se aggiungiamo anche gli aspetti sismici usciamo del tutto da una possibilità di una candidatura del Veneto a ospitare un sito. Il nucleare in mezzo al deserto o in una zona molto stabile ha un senso.
(Luca Zaia, governatore del Veneto, Lega Nord, 15 marzo 2011)

Le centrali nucleari che si fanno oggi danno grandi garanzie di sicurezza, superiori a quelle di molte industrie. Ciò detto, occorre individuare i siti giusti: la provincia di Mantova paga già un prezzo troppo alto sul fronte della produzione di energia.
(Nicola Sodano, sindaco di Mantova, PdL, 21 ottobre 2010)

Le condizioni morfologiche della Campania non lo consentono: decideranno gli esperti, ma non mi risulta che il governo pensi a una centrale da noi.
(Stefano Caldoro, governatore della Campania, PdL, 15 marzo 2011)

Il terremoto e lo tsunami ci confermano che non è piacevole creare centrali nucleari in aree sismiche, e noi lo siamo, quindi ribadisco che qui non ci sarebbero in ogni caso le condizioni.
(Renzo Tondo, governatore del Friuli Venezia Giulia, 16 marzo 2011)

In questo momento non c'è bisogno di centrali di nessun tipo in Lombardia, perché la regione ha raggiunto l'autosufficienza energetica.
(Roberto Formigoni, governatore della Lombardia, PdL, 20 ottobre 2010)

Per quello che riguarda il territorio pontino, come emerge dal piano energetico, è più che autosufficiente, per questo motivo, e anche in considerazione del fatto che abbiamo come provincia altre vocazioni, in primis quella turistica, non ritengo che nuove servitù debbano ricadere né su questo territorio né, tanto meno su questa popolazione.
(Armando Cusani, presidente della provincia di Latina, PdL, 29 maggio 2008)

Una centrale nucleare? In Molise non se ne parla proprio
(Angelo Michele Iorio, governatore del Molise, PdL, 30 novembre 2010)

Sono sulla linea del presidente Formigoni: no al nucleare in Lombardia. non abbiamo bisogno di impianti nucleari.
(Letizia Moratti, sindaco di Milano, PdL, 20 ottobre 2010)

Il Piemonte non è tra i possibili siti per una centrale atomica.
(Roberto Cota, governatore del Piemonte, Lega Nord, 16 marzo 2011)

Siamo una regione a rischio sismico. Costruire una centrale qui da noi sarebbe troppo pericoloso.
(Gianpaolo Bottacin, presidente della provincia di Belluno, Lega Nord, 16 marzo 2011)

La contrarietà al nucleare non è una scelta ideologica ma è la ferma volontà di imboccare un'altra strada: quella di un modello di sviluppo che punti sulla valorizzazione del paesaggio, sul turismo, sulle energie rinnovabili e sulla green economy.
(Ugo Cappellacci, governatore della Sardegna, PdL, 16 marzo 2011)

Credo che il territorio milanese sia talmente conurbato da non essere l'ideale per una centrale nucleare.
(Guido Podestà, presidente della provincia di milano, PdL, 18 ottobre 2010)

La Provincia, con deliberazione del Consiglio provinciale tenuto lo scorso 27 novembre, ha approvato una mozione per manifestare la propria contrarietà all'eventuale insediamento di un sito nucleare sul nostro territorio.
(Antonio Gabellone, presidente della provincia di Lecce, PdL, 18 gennaio 2010)

Sono fortemente preoccupato per la scelta di Mantova che è troppo vicina a Verona. La Regione del Veneto, con il suo presidente Zaia, ha già dato parere negativo alla possibilità di avere in Veneto una centrale nucleare: una centrale a due passi dall'Arena, per quanto in un'altra Regione, è dunque una decisione ridicola
(Giovanni Miozzi, presidente della provincia di Verona, PdL, 20 ottobre 2010)

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