mercoledì 29 giugno 2011

Il declino del Berlusconi "politico" e imprenditore

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"Caro" Silvio, sono finiti i tempi delle vacche grasse, i tempi in cui tutto quello che tu, novello Re Mida, toccavi diventava oro: ora quello che tocchi si guasta.

Amici, vi invito a leggere con estrema attenzione questo articolo tratto dall'ultimo numero de L'Espresso. Berlusconi è già al capolinea. Lui si rifiuta di accetarlo, perché non concepisce niente che non sia nei suoi desideri, ma è così. Il tracollo totale, il baratro che si apre, e lui vi scivola dentro portando con se "amici" e parenti. Circondato da tanti squali nella politica, personacce che succhiano le tette del potere, e intanto mordono per avere sempre qualcosa di più. Il consenso popolare scende in picchiata, infatti non si sente più parlare di sondaggi, la gente scappa dalle sue televisioni, abbandonando trasmissioni in cui tettone troiette lampadate e nerboruti senza cervello si insultano in siparietti inventati a regola d'arte, e l'azienda crolla.

Vi ricordate quando, un paio di settimane fa, Berlusconi diceva: "E come faccio a pagare la multa per Mondadori?". Ovviamente i soldi ce li ha, solo all'estero tramite società off-shore ne ha nascosti a palate, però quelli visibili si assottigliano... la Legge è scomoda, vero?

Come finirà questa caduta? Finirà alla Craxi, e cioé all'estero? Finirà alla Gardini, e cioé tragicamente? Nei miei desideri c'è che egli faccia la fame, come la sta facendo più della metà degli italiani, a causa della recessione economica che i suoi governi hanno prima creato e poi aggravato, impegnati com'erano a curare i suoi affari personali. Sappiamo che purtroppo non sarà così, ma vederlo sconfitto in tutto... quello sì che sarà bello. Tanto è già solo come un cane: può riempirsi la casa di tutte le troiette che vuole, quello non è né amore né amicizia.

E il boom di clienti di Sky, che Berlusconi con una legge porcata ha cercato di uccidere, parla chiaro.

Buona lettura.

Berlusconi giù, Mediaset ko
di Luca Piana
Il titolo in Borsa ha perso un quarto del suo valore da inizio anno. La controllata Endemol va a picco. La pay tv è in perdita. E gli spot sono svenduti. Il tramonto politico del Cavaliere coincide con quello delle sue tv?

Mai fidarsi degli alleati. Chissà se nei giorni scorsi Pier Silvio Berlusconi ha rivolto un pensiero critico al proprio socio John De Mol. Nelle ultime settimane, infatti, l'imprenditore olandese diventato ricco grazie al successo del "Grande Fratello" si è ritrovato al centro di un micidiale corto circuito.
Proprio mentre tiene banco la crisi finanziaria della sua storica casa di produzione, la Endemol, nella quale lui è oggi un semplice azionista assieme al gruppo Mediaset dei Berlusconi e alla banca Goldman Sachs, De Mol ha infatti piazzato un colpo di tutto rispetto. Un suo programma, "The Voice", è stato inserito nel palinsesto Rai per la prossima stagione.

Una novità che può dar filo da torcere a Mediaset: in Olanda il programma è partito forte, mentre negli Stati Uniti, dove gode della partecipazione di una star come la cantante Christina Aguilera, ha permesso al canale Nbc di triplicare i propri ascolti. Piccolo dettaglio: "The Voice" è una creatura di una nuova società personale di De Mol, la Talpa Media Holding, che il creativo produttore dirige operativamente giorno per giorno. E che, in Italia, ha ceduto i diritti del nuovo programma a un altro concorrente di Endemol e Mediaset, la Toro Produzioni.

Sono mesi difficili per Mediaset. In Borsa il titolo perde terreno (-24 per cento da inizio anno, a fronte di un indice Ftse Mib, quello dei principali titoli milanesi, quasi in pari), proseguendo una discesa iniziata a novembre, in coincidenza con i tremori della maggioranza del governo di Silvio Berlusconi. Al di là del contesto politico, le preoccupazioni degli investitori sembrano soprattutto legate alle difficoltà che sta incontrando nella trasformazione del proprio business. La prima è rappresentata dalla spinosa vicenda Endemol, nella quale la regina delle tivù italiane rischia di fare la fine del pollo da spennare. Quando nel 2007 Pier Silvio ne annunciò l'acquisto, la definì un passo fondamentale nell'internazionalizzazione del gruppo. Valutata 3,6 miliardi, dopo soli quattro anni Endemol rischia di non poter più rifondere i debiti fatti dai soci per comprarla, e caricati sulla società grazie a un meccanismo di leva finanziaria.

La seconda questione è legata al decollo della tivù a pagamento: il pareggio di bilancio, raggiunto per la prima volta a fine 2010, ha lasciato il posto quest'anno a una nuova perdita, in parte causata dagli investimenti per il lancio di nuovi canali. Tra i quali, è la novità delle novità, uno interamente dedicato alle notizie, atteso in autunno. Il terzo problema, infine, è il crollo degli spettatori della tivù tradizionale che, per la prima volta, inizia a ripercuotersi anche sulla pubblicità.

Quanto per Mediaset sia difficile cambiar pelle, lo racconta proprio il caso Endemol. Quando fu acquistata, Pier Silvio disse di aver messo le mani "sul più importante patrimonio creativo internazionale dell'intrattenimento". Endemol era il colosso dei format, i programmi che possono essere replicati in tutto il mondo. E, con il Grande Fratello, aveva cavalcato la rivoluzione dei "reality show", nei quali persone comuni sono messe alla prova in situazioni difficili.

Il vero reality, fatto di fortune improvvise e cadute fragorose, sembra però quello vissuto in questi anni dalla Endemol stessa. Per capire i fatti, bisogna tornare all'anno 2000, quando De Mol e il socio Johannes van den Ende, un impresario teatrale, vendettero una prima volta la loro società al colosso spagnolo Telefónica. Incassarono una cifra mostruosa: 5,5 miliardi, pagati in azioni. Pochi mesi dopo, tuttavia, il numero uno di Telefónica, Juan Villalonga, finì nel mirino del premier spagnolo José María Aznar, che lo accusò di insider trading e lo cacciò, non prima di avergli pagato una liquidazione milionaria. Nel giro di poco tempo, il gruppo realizzò che di Endemol non se ne faceva nulla. E decise di venderla. Lasciando il campo a Goldman Sachs, al ritorno di De Mol (attraverso il fondo Cyrte) e al gruppo Mediaset, che nell'avventura puntò 456 milioni: un investimento che, ora, è stato interamente svalutato.

Endemol sostiene che l'azienda va bene e che le difficoltà sono di natura finanziaria, legate ai forti debiti fatti dai nuovi soci per sostenere l'acquisizione (2,2 miliardi). I problemi sono però vari. Primo: durante i passaggi di proprietà, la società ha subito una vera fuga di autori. Secondo: De Mol le fa, di fatto, concorrenza. Terzo: Mediaset, che dà a Endemol il vantaggio di sperimentare i programmi sulle reti di casa, ha inanellato diversi insuccessi, da "Uno contro cento" a "Fifty-Fifty", oltre che il deterioramento di hit come il "Grande Fratello" o "Chi vuol essere milionario?".

E' su questo punto, dunque, che nella vicenda si insinua la più generale crisi delle reti tradizionali di Mediaset. I programmi lanciati nell'ultimo mese, da "Tamarreide" su Italia 1 a "La notte degli chef" su Canale 5, "hanno registrato al debutto ascolti inferiori alla media di rete, un risultato che in genere ne metterebbe in discussione la sopravvivenza", osserva Francesco Siliato dello Studio Frasi, che ha elaborato i dati sull'audience presentati sopra. Per l'esperto "mentre la Rai ha difeso un po' meglio la propria base di spettatori, quelli della tivù generalista, Mediaset ha perso terreno. E Italia 1, per limitarsi a un esempio, è diventata la quinta tivù italiana".

La questione è sfaccettata. Parte del pubblico si è riposizionato sui nuovi canali digitali e sulle pay tv, anche del gruppo Mediaset, che ha ottenuto alcuni buoni risultati. I clienti dei canali a pagamento sono 4,2 milioni, 2 dei quali abbonati, i più fedeli. Allo stesso tempo, però, da gennaio-marzo, di 300 mila nuove carte attivate, solo 44 mila erano legate a un abbonamento, le altre erano prepagate, le più volatili. E' come se Mediaset faticasse a fidelizzare i clienti, proprio mentre la concorrente satellitare Sky sembra aver riassorbito l'emorragia di abbonati che si erano riversati sulla meno cara Mediaset Premium. A marzo scorso Sky ha segnato il record di abbonati, 4,92 milioni.

Di fronte a questi dati, Pier Silvio non è stato fermo: da luglio sono previsti nuovi canali a pagamento (Crime e Cinema Comedy), mentre in autunno ne arriveranno altri gratuiti: Italia 2, tagliato sui giovani, e il canale di solo notizie affidato alla testata giornalistica interna, diretta da Mario Giordano. Lo sforzo, però, avrà un costo: il pareggio di bilancio raggiunto dalla pay-tv Mediaset rischia di essere una chimera. Il 2011 si chiuderà infatti in perdita, a causa degli investimenti necessari e dell'incremento dei diritti per trasmettere le partite di calcio.

Se lo sforzo non sarà vano, si vedrà. Nel frattempo bisognerà raschiare il fondo del barile, un fatto nuovo per un gruppo che conserva comunque utili consistenti. Lo suggeriscono i dati Nielsen sull'andamento della pubblicità da gennaio a aprile. Rispetto al primo quadrimestre 2010, Mediaset ha trasmesso il 25,6 per cento di spot in più sulle reti tradizionali, il 34,2 sulle digitali (la media fa +28,7 per cento). Nello stesso periodo, i ricavi sono aumentati del 38,9 per cento sul digitale, mentre sono diminuiti dell'1,6 sulle vecchie reti. La media è comunque in perdita, anche se di poco: lo 0,5 per cento. In pratica, Mediaset ha dovuto gonfiare i programmi di pubblicità, svendendola. Un segnale che l'epoca delle vacche grasse è finito. Anche per la tivù del premier.

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