venerdì 29 luglio 2011

Due cosine sul Processo Lungo

.
Leggi ad personam: vergogna infinita. A Berlusconi e ai suoi colletti bianchi non interessa se centinaia di migliaia di processi moriranno con la prescrizione, e quindi se centinaia di migliaia di persone offese da ogni tipo di reato non avranno giustizia. A Berlusconi interessa solo evitare la condanna. Non illudiamoci, con l'età che ha non ci andrà mai in galera, ma almeno la soddisfazione di vederlo soccombere...

Ecco un'analisi, l'ennesima, su questa porcheria normativa, che si pone in antinomia con la Costituzione e il nostro Ordinamento Giuridico, e anche contro i dettati dell'Unione Europea.



Processo lungo: una legge contro il diritto
di Domenico Gallo

Dopo l’ennesima fiducia sull’ennesima riforma della procedura penale confezionata nell’interesse di un imputato eccellente, molti si sbracceranno a denunciare il ricorso di un’altra legge ad personam. Però tale denunzia rischia di non cogliere nel segno e di non turbare più un’opinione pubblica, ormai tanto assuefatta alla legislazione ad personam, da non considerarla più inaccettabile. In effetti non bisogna sottovalutare il messaggio con cui i media del regime fanno trangugiare all’opinione pubblica le leggi “ad personam”. Cioè che tali normative, anche se favoriscono l’imputato Berlusconi e gli uomini della sua Corte, perseguitati da ingiusti accanimenti giudiziari, rispondono ad un interesse pubblico, in quanto introducono elementi di razionalizzazione delle regole e di tutela degli interessi della generalità dei cittadini.

E’ questa la menzogna, essenziale per la tenuta della favola del Paese dei balocchi nell’immaginario collettivo, contro la quale bisogna fare chiarezza.
Generalmente in qualunque Paese civile, i Governi, si sforzano di rendere più efficiente l’operato delle amministrazioni pubbliche ed i servizi che il settore pubblico deve garantire ai cittadini. Tuttavia quando è in gioco il diritto alla libertà dei cittadini, allora l’esigenza di efficienza dell’azione repressiva della polizia e della magistratura si scontra con l’esigenza di tutelare i diritti inviolabili del cittadino che ha il diritto di preservare la sua libertà ed i suoi beni anche a fronte dell’interesse punitivo dello Stato. Il punto di equilibrio fra il doveroso intervento dello Stato per reprimere i comportamenti antisociali ed i diritti del cittadino coinvolto in fatti di rilievo penale è rappresentato dal giusto processo. Nessuno può essere punito (e quindi subire delle limitazioni alle sua libertà) se la sua responsabilità non viene accertata, nel rispetto di procedure rigorose, da un giudice imparziale ed indipendente da ogni altro potere.

La questione che la legge sul processo lungo pone, come tutte le altre norme “ad personam” approvate od in gestazione in Parlamento, attiene proprio al funzionamento delle procedure. Vale a dire se la macchina giudiziaria che produce il processo penale debba funzionare per pervenire al suo sbocco naturale (l’accertamento della verità di un fatto reato e l’irrogazione delle pene di giustizia ai responsabili), ovvero se debba essere intralciata nel suo funzionamento, in modo da rendere vana l’azione dei pubblici poteri che mira a contrastare la criminalità.

Quella approvata dal Senato con il voto di fiducia, non è una disciplina che mira a rendere più “giusto” il processo, né mira a rafforzare le garanzie dell’imputato nel processo. E’ una normativa che non ha altro significato e scopo se non quello di ingolfare il funzionamento della macchina del processo penale per impedire che il processo arrivi al suo sbocco naturale: la giustizia. Ciò vale soprattutto per i reati dei colletti bianchi (che dopo mafia e terrorismo sono quelli più dannosi per la società) che usufruiscono di ridotti termini di prescrizione. Cancellando il potere del giudice di escludere le prove che sono manifestamente superflue o irrilevanti, il dibattimento penale diventerà un inutile spreco di tempo e di denaro e potrà essere allungato all’infinito, fin quando la prescrizione porrà fine alla farsa.

Inoltre, se alla fine, dopo un travagliato percorso giudiziario dei fatti di rilevanza penale saranno accertati con sentenza passata in giudicato, la sentenza non potrà essere utilizzata da altri giudici per accertare i medesimi fatti con riferimento ad altro imputato e bisognerà ricominciare tutto d’accapo.
Il processo penale è una risorsa delicata e costosa, ma nello Stato di diritto non c’è un altro sistema per il contrasto alla criminalità, funzione essenziale per garantire la convivenza pacifica fra tutti i consociati.
E’ mai possibile che nel Paese dei balocchi in cui ci hanno ridotto, Governo e maggioranza si sbraccino a buttare della sabbia negli ingranaggi del processo penale per bloccarne il funzionamento? Altro che leggi ad personam, questa è la legge di Mackie Messer!
.

Fra le Regioni, la Casta più ricca è quella Sarda. Cifre e misteri


Consiglio vivamente a tutti gli amici lettori di questo blog l'acquisto de L'Espresso di questa settimana, il n. 30 del 28 luglio 2011, titolato "Gli intoccabili", il quale in copertina presenta una foto di Lupi che abbraccia un tronfio Scilipoti. Lo so: fa ribrezzo, ma fate uno sforzo. Ne vale la pena acquistarlo per un motivo in più rispetto ai tanti per i quali davvero vale (e infatti io sono abbonato da anni): c'è una bella indagine sui privilegi e gli stipendi e rimborsi d'oro che noi cittadini paghiamo ai politici.

In questo blog l'anno scorso (e quindi quando non era ancora scoppiata la rivolta online contro i privilegi della Casta) avevamo dato conto dei dati riguardanti i consiglieri della Regione Sardegna, commentando i dati presi dal sito della Regione stessa (fra l'altro da novembre 2010 a oggi nella pagina indicata ci sono vari cambiamenti: alcune voci sono sparite...). Ma ora che l'Espresso punta bene il dito sulla questione è bene ritornarci, perché tutti i cittadini sardi devono sapere una bella porcheria: e cioé che i consiglieri regionali della nostra bella terra sono quelli che hanno lo stipendio più alto in tutto il paese!

La foto qui a fianco è presa da pag. 42 de l'Espresso e mostra come la Sardegna sia al top in quanto a denari sonanti che dalle nostre tasse volano nelle capienti tasche dei consiglieri regionali. E ovviamente lo stipendio più alto per i presidenti di Consiglio e Giunta riguarda sempre la Sardegna.

Ma è bene andare a sfrucugliare i dati.

Anzitutto c'è l'indennità consiliare, la quale al netto delle ritenute previdenziali (€ 627,31), della quota contributiva per l'assegno vitalizio (€ 1.404,44), dell'addizionale regionale all'Irpef (€ 81,79) e della ritenuta fiscale (€ 3.187,14), è pari a € 4.062,23 (vale a dire: € 9.362,91 euro sul nostro groppone).

Poi c'è l'indennità di carica, è cioé quanto si aggiunge mensilmente all'indennità consiliare per chi ricopre le seguenti cariche:

Presidente del Consiglio: € 3.288,63 netta (al lordo: € 5.769,53)
Vice Presidente del Consiglio: € 2.192,42 netta (al lordo: € 3.846,35)
Questore: € 2.196,22 netta (al lordo: € 3.853,01)
Segretario del Consiglio: € 1.568,73 netta (al lordo: € 2.752,15)
Presidente di Commissione: € 1.568,73 netta (al lordo: € 2.752,15)
Vice Presidente di Commissione: € 392,18 netta, poverino... (al lordo: € 688,04).

Ancora, ecco la diaria, e cioé quanto viene riconosciuto per le spese di soggiorno a Cagliari: € 4.003,11 al mese, la quale aumenta del 30% e cioé di € € 1.200, se il consilgiere abita a più di 35km da Cagliari.

Poi c'è un gettone annuale: a ogni consigliere regionale compete un rimborso forfettario annuo, erogato in tre rate, di € 9.362,91 per "spese di documentazione, aggiornamento, stampa e strumentazioni tecnologiche" (mi chiedo se i controlli sono accurati su questa cosa).

E' previsto il rimborso sulle spese per le Missioni (per esempio, quando uno va a Roma a conferire col Governo).

Un altro emolumento che riceve il consigliere è l'assegno di fine mandato (come se non si fosse messo in tasca abbastanza nel corso della legislatura), il quale è pari, per il quinquennio della legislatura, ad una mensilità per ogni anno di esercizio delle funzioni. Ma qui il sito della Regione non spiega se questo calcolo venga fatto sulla sola indennità consiliare, oppure riguardi tutto: in tal caso questo assegno sarebbe decisamente elevato (avranno ritenuto opportuno non informarci, onde evitare rivolte?).

E infine la più grande porcheria: l'assegno vitalizio! Il consigliere riceve il vitalizio a partire dal 65° anno di età. Il limite di età diminuisce fino al 60° anno di età in relazione agli anni di mandato svolti oltre la prima legislatura. L'importo dell'assegno varia da un minimo del 25 per cento a un massimo dell'80 per cento dell'indennità consiliare (ma: netta o lorda?), a seconda degli anni di mandato. Per 5 anni, il 25%. Per 10 anni il 38%. Per 15 anni il 53%. Per 20 anni il 68%. Per 25 anni il 75,50%. Per 30 e oltre anni l'80%.

Davvero una bella pensione, alla faccia dei 3-400 euro che molti anziani portano a casa dopo interminabili file alle Poste, vero?

Come dicevo sopra, nel sito della Regione sono sparite alcune voci, per esempio il riferimento ai €3.352,00 versati ai consiglieri per "spese di segreteria e rapporto eletti/elettori". E' stata davvero cancellata questa porcheria che aveva lo scopo di mantenere a suon di cene e pranzi e inviti l'elettorato sorridente o invece è solo nascosta? E ancora, si parlava di biglietti gratis per spettacoli ed eventi culturali, 12 viaggi gratis all'anno solo in Europa, altri ancora in Italia, che vengono gentilmente regalati anche ai familiari. Spariti pure questi? Come ci si può fidare?

In ogni caso... E' davvero una schifezza che in una delle regioni col più alto tasso di disoccupazione e quindi più povera d'Italia, i politici eletti in Regione (ma vogliamo parlare anche delle Province o dei grandi Comuni?) prendano tutti questi soldi, addirittura fino a diventare i più pagati del paese intero! E' indecoroso che a fronte di emigrazioni di massa di giovani verso il nord Italia o verso il nord Europa, chi viene eletto in Regione prenda in un solo mese più di quanto un precario prende in un anno! E' indecente che a questi politici venga anche riconosciuta una pensione d'oro quando i precari di oggi non riceveranno niente dall'INPS domani!

La Sardegna è la terra povera che paga gli stipendi ricchi ai suoi politici.

Ora è sempre più chiaro perché all'interno degli stessi partiti i commilitoni si scannino anche fra di loro per una buona collocazione nelle liste elettorali, si pugnalino alle spalle diffamandosi a distanza, attacchino i vertici del partito scatenando infernali lotte che nuociono agli stessi partiti di appartenenza (vedi quanto successo all'interno dell'IDV da quando sono entrati gli ex socialisti): la poltrona alla Regione Sardegna vale tanto oro quanto puzza (e non: pesa).

E allora, di fronte all'aumento della disoccupazione e non solo fra i giovani, di fronte alla chiusura di sempre più attività commerciali e artigianali, coi pastori e i caseifici in rivolta, tutti alla canna del gas... sarebbe il caso che in Regione gli oltre 80 che vivono nella bambagia si mettano la mano sulla coscienza e abbassino questa quantità di oro che si mettono in tasca, sempre se ce l'hanno una coscienza. Io ne dubito.

giovedì 28 luglio 2011

Il biglietto da visita di Nitto Palma: per salvare Silvio mette pastoie alla Giustizia


Lì per quello, e niente altro, come Alfano prima di lui: la protezione del Padrone dalla toghe "rosse". Nitto Palma entra in gioco come Guarda-Padrone (e non Sigilli) con la presentazione della Fiducia alla legge truffa sull'allungamento dei processi, leggiucola che darà in mano agli avvocati dei ricchi e dei delinquenti (in politica sono la stessa cosa) un potente strumento per far durare un'eternità i processi, contribuendo ad azzoppare e rallentare la Giustizia. L'operato della Magistratura va sostenuto con nuovi fondi (dalla carta per le fotocopie alla benzina per le pattuglie della Forza Pubblica) ed agevolato con nuove assunzioni di magistrati. Questa legge invece incasina tutto, e solo perché Silvio Berlusconi non vuole andare in carcere (non ci andrà mai, è vecchio) o meglio: non vuole perdere.

Più si sbattono per lui più è rinvigorita e confermata l'intuizione di milioni e milioni di italiani sulla sua colpevolezza: il vento sta cambiando per questo motivo.

Un Guardasigilli di fronte ad una legge così anti-Giustizia protesterebbe urlando il proprio sdegno, il Guardapadrone sta zitto, firma e sbatte la fiducia in faccia al parlamento.



Giustizia, governo mette fiducia al Senato sulla legge “allunga processi”

dal Fatto Quotidiano

Se ci fossero stati dei dubbi sul nuovo corso sulla Giustizia dettato dall’arrivo di Nitto Palma a Via Arenula, ci ha pensato il governo a sgombrare il campo. Tutto resta come prima, con buona pace delle prime dichiarazioni del neo ministro: “Basta scontri politica – magistratura”. E invece immediatamente il giorno dopo, l’esecutivo ha posto la fiducia sul cosiddetto “processo lungo” in discussione al Senato. Lo ha annunciato nell’aula di Palazzo Madama il ministro per i rapporti con il Parlamento, Elio Vito. Come prima conseguenza, la seduta è stata immediatamente sospesa per permettere la convocazione della conferenza dei capigruppo.

Come seconda, e a questo punto scontata conseguenza, l’opposizione è insorta contro quello che l’Idv Felice Belisario ha definito un comportamento “banditesco”: ”Il governo si appresta a chiedere la fiducia su un atto d’iniziativa parlamentare, come l’ allunga-ammazzaprocessi. Questo comportamento banditesco dell’esecutivo, che insulta gli italiani fregandosene del loro voto del 12 e 13 giugno, rappresenta la mortificazione totale del nostro ordinamento giuridico”.

“Mi chiedo se questo sia il primo atto del ministro Palma”, ha fatto eco il deputato del Pd Enrico Franceschini: “Il giorno dopo che le parti sociali hanno chiesto un cambio di passo per affrontare la crisi il governo ha risposto mettendo la fiducia al Senato sul ddl ‘allunga processì che serve solo al presidente del Consiglio”.

La seduta è poi ripresa – giusto il tempo di richiamare in aula il presidente Schifani che era stato sostituito da Rosi Mauro – nel peggiore dei climi possibili. Luigi Zanda (Pd) ha esordito secco: “Siamo in un regime”, mentre la capogruppo Anna Finocchiaro ha tirato in ballo il neo ministro della Giustizia: “Il governo si assume la graveresponsabilità di mettere la fiducia su un provvedimento di natura parlamentare come quello sul processo lungo ed è necessario che il neoministro della Giustizia Nitto Palma venga subito in Senato a spiegare il perché”. Già, perché mettere la fiducia su una legge che come effetto collaterale rende di fatto impossibile portare a sentenza i procedimenti in cui il premier è imputato?

Forse proprio per quello. Del resto, reclama il presidente dell’Anm Palamara, “processo lungo significa non arrivare mai a sentenza”. Arriverà invece, e anche molto presto, il voto di fiducia. Alle 16.30 di oggi ci sarà nell’Aula del Senato il dibattito, che proseguirà fino alle 20.30. E da domattina alle 9 ci saranno le dichiarazioni di voto e dalle 10 la ‘chiama’ per il voto. Per il premier, dopo tutti i mal di pancia leghisti, e dopo il voto su Papa, sarà un metro della fedeltà leghista e probabilmente una rivincità sui riottosi in camicia verde. Il testo di partenza, del resto, è quello presentato da Carolina Lussana, leghista doc. E la Lega, una volta bloccati tutti gli emendamenti con la fiducia, non si sogna certo di fare cadere il governo.

Ancora su Nitto Palma: Gladio, e mattanze fasciste


Stamane abbiamo commentato le prime notizie reperite in rete su Nitto Palma, Guardasigilli nuovo di zecca, direttamente dal sito dell'Espresso. Ora linkiamo e scriviamo per intero questo articolo di Micromega, buoni brividi a tutti...

Nitto Palma, il protettore dei “fascisti del terzo millennio”

Il nuovo Guardasigilli non è solo l’amico di Previti pronto a gettarsi nel fuoco per salvare Berlusconi, ma in un recente passato ha difeso i “neri” di Blocco Studentesco per gli scontri a Roma con gli studenti dell’Onda e i centri sociali, durante le contestazioni alla riforma Gelmini.

di Giacomo Russo Spena

Magistrato in aspettativa, amico storico di Previti, “insabbiatore” del caso Gladio e convinto difensore dell’immunità parlamentare. In queste ore si traccia il curriculum di Nitto Palma, nuovo Guardasigilli fresco di giuramento da Napolitano, e si ipotizzano già le sue prime mosse sul “processo lungo” e su altri provvedimenti per salvare dai guai giudiziari il premier Berlusconi. Insomma, la solita prassi “ad personam” che spetta ad un inquilino di via Arenula sotto un governo del Cavaliere.

Ma pochi si ricordano che Nitto Palma - che prima di diventare ministro della Giustizia, ha avuto un lungo passato da sottogretario agli Interni - come uomo del Viminale ha riferito alla Camera sugli scontri a piazza Navona del 29 ottobre 2008 tra i “fascisti del Terzo millennio” di Blocco Studentesco (parte giovanile del movimento della destra radicale Casa Pound Italia) e gli studenti dell’Onda. Quel giorno si votava al Senato l’approvazione finale della nefasta legge Gelmini e sotto Palazzo Madama andava in atto prima una “cinghiamattanza” (danza rituale di Casa Pound nonchè canzone degli ZetaZeroAlfa) dei giovani di Blocco su studenti e attivisti dei Cobas e poi, qualche ora dopo, una reazione generale dell’Onda (con centri sociali), determinata “a cacciare i fascisti dalla piazza”: quasi mezz’ora di fronteggiamento dove Blocco tirava fuori dal proprio camioncino delle mazze e gli studenti dell’Onda lanciavano oggetti (sedie e tavolini dei bar) con la polizia ferma a guardare lo spettacolo.

Sull’accaduto qualche giorno dopo accorreva in Parlamento Nitto Palma a spiegare la sua versione dei fatti: "Gli scontri più duri dell’altro ieri sono stati avviati da un gruppo di circa 400-500 giovani dei collettivi universitari e della sinistra antagonista che è venuto a contatto con gli esponenti di Blocco Studentesco". Intanto mentre parlava alla Camera, numerosi video dimostravano come l’inizio degli “attriti” sorgono la mattina, quando tra l’altro due persone vicine ai Cobas finiranno all’ospedale per i colpi di cinghia. Da chi inflitti? Per Nitto Palma non è lecito saperlo. Anzi: quel giorno c’erano un centinaio di persone del Blocco con un camioncino. "È usuale - sottolineava il nuovo Guardasigilli - che durante le manifestazioni i mezzi con altoparlanti raggiungano piazza Navona” e, a suo vedere, “l’interposizione del personale di polizia in abiti civili ha evitato possibili tafferugli la mattina, in questo frangente il personale di polizia non ha udito cori apologetici del fascismo, ma slogan contrapposti". Pensa se le forze dell’ordine non avessero fatto da cuscinetto: invece di due persone all’ospedale la cinghiamattanza avrebbe provocato forse una carneficina! I video, ovviamente, smentiscono Palma. Ma andiamo oltre.

Nel riferire alla Camera l’allora sottosegretario si soffermava poi nell’aggressione di circa 400-500 persone appartenenti a collettivi universitari e alla sinistra antagonista agli esponenti del Blocco, “in numero molto minore, questi si sono schierati e hanno preso bastoni dal camioncino, mentre i ragazzi dei collettivi sono avanzati venendo a contatto. Le forze dell’ordine hanno quindi separato i contendenti". Ondata di indignazione generale. Su facebook si creava un gruppo che richiedeva le sue dimissioni. Gli unici ad esultare erano i “fascisti del Terzo millennio”: “Dal governo finalmente un po’ di chiarezza. Ha confermato l'ingresso in piazza Navona di 400-500 membri dei collettivi antifascisti ed il loro attacco a circa 40 studenti del Blocco. Bene anche che sia stato chiarito come fosse normale che un nostro camioncino con amplificazione fosse presente in una manifestazione pubblica. Non siamo d'accordo sul definire corretto il comportamento delle forze dell'ordine, quel corteo armato non doveva entrare in piazza Navona", affermava a caldo Alberto Palladino, uno dei responsabili del Blocco Studentesco.

Solo il 6 novembre, costretto ad una seconda informativa, Nitto Palma ritrattava in parte. Perchè da “aggressione dei collettivi di sinistra” si passava a rissa tra opposti estremismi (fascisti-comunisti), sottolineando sempre che “l’operato delle forze dell’ordine è stato equilibrato e prudente, teso a tutelare la libertà di espressione e la sicurezza pubblica”. Eppure rimane il dubbio sull’atteggiamento della polizia in piazza: sembra abbia fatto di tutto per far scoppiare il delirio, prima rimanendo inerme di fronte alla cinghiamattanza di quelli di Blocco poi, inspiegabilmente, scansandosi e facendo arrivare a contatto un mini corteo di studenti e centri sociali inferociti con Blocco e pronti a cacciarli dalla piazza. Su questo Palma con ci darà spiegazioni, come su tante altre cose (che ci facevano ad esempio le mazze sul camioncino dei fascisti del Terzo Millennio?). Se pur minori, le perle di Palma vanno ricordate tutte e non solo quelle riferite alla Giustizia. Diamo a Nitto ciò che è di Nitto.

Il nuovo Guardasigilli? Concime per leggi ad impunitatem


In un momento nel quale il paese sta scoprendo che Mani Pulite non era terminata negli anni '90, grazie a tutte le rivelazioni e le montagne di prove raccolte sulle corruzioni a grappolo che legano grande imprenditoria, criminalità organizzata e politica, l'ascesa di Francesco Nitto Palma al Ministero della Giustizia ha il sapore dello schiaffo in faccia dato a tutti i cittadini appartenenti alla Società Civile.

Sempre più politici vivono nell'oro, coperti di soldi pagati con le nostre tasse, e si arricchiscono con mazzette allungate sottobanco dalle imprese che prendono appalti pubblici, imprese facilmente in mano a Mafia, 'Ndrangheta, Camorra e Comunione e Liberazione. Sempre più politici stanno comodamente seduti nella bambagia delle poltrone d'oro e girano con auto blu, volano con voli di Stato e hanno tutto gratis (pagato da noi).

In questo momento di totale sfacelo, con la classe politica passata al setaccio dalla Magistratura (che sta solo facendo il proprio dovere, altro che "scontro"), una persona come Nitto Palma cade come il cacio sui maccheroni nella corsa all'impunità della Casta e del suo ducetto lampadato e sessuomane.

Nitto Palma, come rivela L'Espresso, è amico di vecchia data di Cesare Previti, andava a trovarlo quando costui era ai domiciliari, ed era entrato da subito in Forza Italia abbandonando la toga: aveva fiutato l'affare, pregustando il lauto banchetto della politica. A Montecitorio si fece redattore di un emendamento che avrebbe imposto la sospensione dei processi per tutti i parlamentari, fino a fine mandato e con effetto retroattivo, cercando quindi di ripristinare totalmente l'immunità parlamentare che dopo Mani Pulite era stata cancellata a grande richiesta dei cittadini dal Parlamento. Ma non cercò di tutelare solo i delinquenti fra i politici, egli infatti si adoperò per non far tagliare gli stipendi ai senatori tutti (onesti e non), ricevendo benedizioni bipartisan. Oggi le sue presenze al Senato sono meno del 15%: dev'essere pagato troppo bene con lo stipendio d'oro da Senatore per provare a farsi forza ed andare in assemblea, cerchiamo di capirlo!

Può allora questa persona considerarsi affidabile come Guardasigilli?

Proprio in questo momento il team di colletti bianchi di Sua Emittenza si sta adoperando in Parlamento e al Governo non per rimettere in piedi il paese (com'è consueto), bensì per trovare il gingillo normativo che salvi definitivamente dal carcere il Padrone: infatti la legge allunga-processi (ennesimo monstrum antinomico rispetto al nostro Ordinamento Giuridico) è messa sotto il voto di fiducia, perché il Kaiser ha fretta di dare questo strumento palesemente dilatorio ai suoi avvocatuncoli per allungare all'infinito i processi che lo riguardano per arrivare alla prescrizione, e con ciò si sta facendo un grosso favore anche alla criminalità organizzata, che tanti rappresentanti ha dentro e fuori le istituzioni.

Napolitano tace, e firmerà anche questa nomina, proprio in questi giorni in cui sta dichiarando necessarie amnistie e indulti "perché le carceri sono piene".

Insomma, Berlusconi accelera il passo per staccare PM e Giudici, mostrando il dito medio. E il paese continua ad andare a rotoli.

domenica 24 luglio 2011

Casta. Loro nell'oro, noi nel fango

.
Giuro che vorrei davvero avere fra le mani Scilipoti e poi, a campione, un po' di suo "colleghi" della Casta, tutti là a non fare niente per noi, ma a vivere nell'oro.

'Così viviamo a scrocco'
di Emiliano Fittipaldi
Seconda puntata delle confessioni all'Espresso del parlamentare Carlo Monai. Che qui ci racconta come si entra gratis allo stadio e a teatro, come non si pagano le multe per eccesso di velocità e come si può incassare il gettone di presenza anche se si resta a casa: basta dire che ci si trovava a un convegno

Carlo Monai è il nostro Virgilio, che ha accettato di guidare l'"Espresso" nella selva di privilegi e benefit di cui gode la Casta.

Il suo viaggio riparte dai vantaggi economici per gestione dell'auto privata del deputato. «Abbiamo un pass per andare ovunque, e se prendiamo una multa per divieto di sosta o eccesso di velocità c'è l'ufficio "Centro servizi" dove possiamo chiedere agli addetti di fare ricorso al prefetto: se ci sono 'giustificate esigenze di servizio', la multa va a farsi benedire».

A Fiumicino un mese al parking silos "E" costa agli italiani 293 euro, ai parlamentari 50. «Anche in Friuli pagavo, grazie al tesserino da consigliere, poco più di 40 euro: se hai la tessera "Fly Very Good" la vita è davvero più facile», aggiunge ironico l'avvocato.

Un privilegio, quello del parcheggio gratis o quasi, che riguarda quasi tutti i consiglieri comunali d'Italia: a Milano, per esempio, i neoeletti beneficiano di alcuni posti gratuiti nel parcheggio di Linate, senza dimenticare la convenzione con il posteggio di piazza Meda, dietro Palazzo Marino. Inoltre, come ha ricordato Franco Vanni su "Repubblica Milano", l'Atm ai consiglieri fa uno sconto del 50 per cento sui mezzi pubblici, e dà un pass per mettersi gratis sulle strisce, blu o gialle che siano.

Se i parking a sbafo fanno aggrottare la fronte, è il capitolo "auto blu" quello che fa scandalizzare le masse. In Italia se ne contano 86 mila, secondo i dati del ministro Renato Brunetta, per un costo (tra autisti e parco macchine) superiore ai 3 miliardi di euro l'anno. Assessori, consiglieri, ministri, sottosegretari, funzionari di ogni livello sono i beneficiari principali. In Parlamento sarebbero appannaggio esclusivo dei presidenti dei gruppi, in tutto una ventina. Ma a queste vetture vanno aggiunte quelle dei servizi di scorta: in tutto sono 90, tra parlamentari e uomini di governo, più 21 tra sindaci e governatori regionali.

«Alcuni colleghi» racconta Monai «finiscono per avere l'auto blu dopo alcune minacce o presunte tali, arrivate in seguito a decisioni politiche discutibili: penso a Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, ex dell'Idv che sono passati con la maggioranza».

La casta non può fare a meno nemmeno dei voli blu, quelli effettuati con aerei di Stato: nell'ultima legislatura, rispetto a quella del governo Prodi, le ore di volo di ministri e sottosegretari sono cresciute del 154 per cento. «Mi hanno raccontato pure che i deputati chiedono un passaggio a qualche imprenditore che possiede un aereo privato», dice il deputato: «Questa è una delle cose più deprecabili, perché non bisogna mai essere ricattabili».

Ma tant'è, la vita della casta è una vita a scrocco. Ci si fa l'abitudine. Il nostro Virgilio ci mostra la tessera del Coni, che dà accesso a quasi tutte le manifestazioni sportive. «Quando ero consigliere in Friuli, se volevi assistere ai match dell'Udinese o della Triestina bastava segnalare i desiderata alla società, che hanno interesse a mantenere buoni i rapporti con la politica. Il posto è assicurato». In tribuna vip, naturalmente.

I parlamentari possono usufruire anche di uno sconto per il Teatro dell'Opera di Roma e in alcuni musei, mentre a Trieste il nostro peone aveva sempre a disposizione un palchetto al Teatro Verdi.

I vantaggi non sono un'esclusiva romana. A Milano i consiglieri comunali possono chiedere il rimborso di pranzi di lavoro (e se mangiano in Consiglio, una cena gli costa 1,81 euro), hanno diritto a biglietti gratis per San Siro (partite o concerti), e due palchi riservati alla Scala per gli appassionati di lirica. Mentre i consiglieri regionali del Piemonte godono ancora dell'autocertificazione per fantomatici impegni durante sabati, domeniche e festivi: si può intascare il gettone di presenza (122,5 euro) anche in quei giorni di riposo, a patto che dicano (senza pezze d'appoggio) di aver partecipato a convegni ed eventi. In Sicilia e Campania la lista dei privilegi comprende di tutto. All'Ars dell'isola le missioni all'estero sono la norma, non l'eccezione (un deputato regionale, Giuseppe Gennuso, nel 2009 ha trascorso quasi tre giorni su quattro fuori dell'Assemblea), mentre fino a pochi mesi fa anche coloro che avevano finito il mandato continuavano a prendere un "aggiornamento professionale" di 6.400 euro annui. E se un deputato regionale morisse avrebbe diritto a un sussidio di 5 mila euro per le esequie.

Anche nella indebitatissima Campania s'è sfiorato il ridicolo. Lo scorso novembre una delibera è stata revocata prima che creasse una rivolta popolare: prevedeva che ogni consigliere potesse avere in ufficio televisione, tre poltrone in pelle, telepass e a scelta un computer fisso, un portatile o l'iPad. Il frigobar era invece appannaggio solo di presidenti, vice e capogruppo.

.

sabato 23 luglio 2011

Videoinchiesta G8 Genova. Nuova censura di Facebook. Ecco però i video


Ci risiamo. Ricordate cosa è successo ieri? Il social network della "libertà", Facebook, ha censurato tutti gli articoli dal blog del Fatto Quotidiano. Solo la marea di segnalazioni da parte degli utenti ha rimesso a posto la cosa, che continua a puzzare soprattutto ora che abbiamo riscontrato la stessa patetica censura al blog Informare Per Resistere, in un suo articolo riguardante la tonnara delle forze dell'ordine (ordine?, ah...) sui manifestanti.

L'articolo è questo: http://informarexresistere.fr/2011/07/22/la-videoinchiesta-sul-g8-dieci-anni-dopo-una-pagina-nera-di-storia-italiana/. Provate a linkarlo su Facebook, e avrete la sorpresa.

Nel frattempo credo sia necessario aiutare questo blog che fa Informazione, libera informazione, e metto qui tutto quel post. Anche se a me impongono il captcha per pubblicare il mio blog, spero non mi applichino la censura, altrimenti parte un esposto alla Procura della Repubblica.



La videoinchiesta sul G8, dieci anni dopo. Una pagina nera di storia italiana

di Informare per Resistere

Sono passati dieci anni dal G8 di Genova. Un evento da cui l’Italia si risvegliò con centinaia di feriti, le immagini forti degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, le vetrine rotte, una città messa a soqquadro, il blitz alla scuola Diaz, la “macelleria messicana” della caserma Bolzaneto. E un ragazzo morto, ucciso dalla mano di un carabiniere impaurito suo coetaneo, come ne “La guerra di Piero” di De Andrè. Troppe, anche, le incongruenze, le verità non raccontate, le impreparazioni di carabinieri e polizia. Un mistero italiano, una pagina oscura della storia recente del nostro Paese.

In occasione del decennale di questo evento, Diritto Di Critica vi propone la visione del documentario “Fare un golpe e farla franca” di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani. Qui il trailer del documento video e di seguito i link alle sette parti.















FONTE: http://www.dirittodicritica.com/2011/07/21/la-videoinchiesta-sul-g8-dieci-anni-dopo-una-pagina-nera-di-storia-italiana/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Dirittodicritica+%28Diritto+di+critica%29
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _

E visto che ci siete leggetevi anche questo: http://skywalkerboh.blogspot.com/2011/05/g8-genova-macellerie-e-regimi-maneggi-e.html

Poi questo: http://skywalkerboh.blogspot.com/2010/08/maroni-promuove-questore-mortola.html

Poi se vi va anche questo (passato poco in TV): http://skywalkerboh.blogspot.com/2010/05/violenze-al-g8-di-genova-ribaltate-in.html

Infine questo: http://skywalkerboh.blogspot.com/2010/03/marco-travaglio-oggi-sugli-abusi-delle.html

.

venerdì 22 luglio 2011

La censura (che puzza) di Facebook al Fatto Quotidiano

.
C'è davvero da inorridire. Facebook in passato si è già segnalata per vari aspetti poco edificanti, tipo: vendere i nostri dati per pubblicità, appropriarsi delle nostre foto che pubblichiamo e imponendo codici captcha obbligatori per linkare da certi siti e blog (generalmente contenenti materiale non certo filo-governativo, e cioé non filo-berlusconiano). Io stesso per linkare il mio blog ho avuto più di un problema e ho protestato più volte.

Chissà, se il direttore di facebook Italia non avesse cenato in compagnia del ministro dell'Interno Maroni (com'è successo varie volte a partire da un paio di anni fa) questi ceppi non esisterebbero.

Oggi c'è una novità: Facebook non permette di pubblicare articoli dal sito del Fatto Quotidiano.

Non ci credete? Provate anche voi. Io l'ho appena fatto ed è apparso questo avviso (vedi prima foto):

Ho cliccato su OK ed è apparso un form da compilare per spiegare a Facebook il perché il contenuto di quell'articolo che volevo linkare non era offensivo come era stato segnalato da chissà chi. E ho provato varie volte, con tanti articolo diversi: stessa sorte.

Ecco la seconda foto:

Niente di più semplice, ho scritto nella prima riga che volevo pubblicare un articolo di cronaca (così infatti era), nella seconda ho messo l'url che Facebook ha bloccato, e nella terza gli ho spiegato che il contenuto di quell'articolo non era offensivo.

La cosa puzza.

Su facebook generalmente un post viene bloccato quando riceve segnalazioni da più utenze, e non è detto che ciò accada automaticamente. La Sorveglianza di Facebook infatti secondo Statuto prima controlla il contenuto del post o pagina segnalata, poi eventualmente lo blocca se vìola la Dichiarazione dei Diritti e delle Responsabilità.

Ma io non penso che Facebook sia così scemo da bloccare dei link solo perché, che ne so, una gruppo di cretini magari pompati ad arte dal PDL, la Lega o qualcuno dei giornalacci di Berlusconi (Libero o Il Giornale) abbia avviato l'ennesima campagna di fango. Io credo che ci sia un accordo di Facebook con il Governo, magari estorto dal Governo, o magari forse no.

Riflettete un attimo... non puzza la cosa? Se penso che su Facebook ci sono montagne di pagine inneggianti al Duce e al Fascismo (le cui apologie, ricordiamolo, sono REATO) e nonostante varie segnalazioni non vengono cancellate, la cosa puzza, e tanto.

Provate anche voi, e sbloccate a suon di segnalazioni indicanti che è un errore questa grande porcheria, l'ennesima di Mr Zuckenberg, il quale proprio ora che sta partendo GooglePlus (al quale mi son iscritto, in lista d'attesa) non ha davvero interesse a realizzare queste cretinate... o no?

.

Ecco chi sono i delinquenti della politica italiana (Dossier)

.
Non so a voi, ma a me prudono le mani, e pure tantissimo. Certa gente, eletta in Parlamento o nei consigli regionali, ha pendenze passate e presenti con la Giustizia davvero scandalose. Repubblica ha preparato un dossier per farci conoscere bene questa gentaglia che vive nell'oro grazie alle nostre tasse.

Ecco a voi
IL PARLAMENTO DEGLI INQUISITI
Sono 84 i rappresentanti del popolo che hanno questioni aperte con la giustizia. Tra i reati ci sono quelli tipici della politica (corruzione, concussione ecc.), ma crescono quelli da legami con organizzazioni mafiose. Alcuni, invece, si portano dietro condanne legate agli anni di piombo, Il record in Sicilia

Tra condanne, prescrizioni e processi nei palazzi quanti guai giudiziari
di ENRICO DEL MERCATO, ANTONIO FRASCHILLA, EMANUELE LAURIA
Sembra di vivere nei primi anni Novanta quando, durante tangentopoli, fioccavano le richieste d'arresto sul tavolo della giunta per le autorizzazioni a procedere. Dall'inizio del 2011 sono state nove, compresa quella del Pdl Alfonso Papa (nella foto). Tra il 1992 e il 1994 furono 28. Ma l'elenco va oltre: 84 parlamentari oggi hanno pendenze con la giustizia

ROMA - Se non sono i numeri del parlamento di tangentopoli, poco ci manca. Quella che ha spedito in carcere il deputato del Pdl Alfonso Papa è stata la nona richiesta di arresto sul tavolo della giunta per le autorizzazioni a procedere dall'inizio della legislatura. Tra il 1992 e il 1994, gli anni in cui le inchieste dei pm terremotarono la Prima Repubblica, furono 28. Se però si scorre l'elenco di deputati e senatori attualmente in carica che hanno pendenze con la giustizia, allora si scopre che i numeri di oggi non sono poi così lontani da quelli della stagione di Mani Pulite. Tra Montecitorio e Palazzo Madama siedono, in questo momento, 84 parlamentari sotto inchiesta, già con sentenze di condanna sulle spalle, in attesa di processo oppure rinviati a giudizio. E tra questi, ben 34 risultano condannati per reati che vanno dalla diffamazione fino all'associazione mafiosa o per una cattiva gestione di fondi pubblici di cui ora devono rispondere di tasca propria. Altri nove legislatori sono stati beneficiati dalla prescrizione dei reati.

La lista. E' una lunga teoria che racconta un pezzetto di storia d'Italia. Un elenco nel quale si può trovare la radicale eletta nelle liste del Pd, Rita Bernardini, condannata per aver distribuito marijuana durante una manifestazione per la liberalizzazione delle droghe leggere (pena estinta con l'indulto), ma soprattutto un nutrito drappello di rappresentanti del popolo con ben più gravi condanne di primo e secondo grado sul groppone: c'è, per esempio, il ministro delle Riforme e leader della Lega Umberto Bossi (condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per finanziamento illecito nell'ambito dell'inchiesta sulla maxi-tangente Enimont) e c'è il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri che i giudici di Palermo hanno condannato in primo grado a nove anni, e in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Del resto, è proprio il Pdl - quello che il neo segretario Angelino Alfano ha dichiarato di voler trasformare nel "partito degli onesti" - il gruppo parlamentare con il maggior numero di eletti alle prese con vicende giudiziarie. E poi? Da chi è composta la poco lusinghiera classifica delle fedine penali sporche?

Il partito degli onesti. Un anno fa chi aveva provato a mettere in colonna i numeri degli inquisiti non era riuscito a contarne più di 24: oggi i parlamentari del Pdl nei guai con la giustizia sono 49. Più che raddoppiati. Ventinove alla Camera e 20 al Senato. Il drappello lo guida ovviamente Silvio Berlusconi, con sei processi in corso. Ma oltre al leader, a ministri in carica e non, a ex presidenti di Regione e coordinatori regionali, ci sono anche i peones dell'avviso di garanzia o del rinvio a giudizio. Giulio Camber è un senatore che nel 1994 ottenne 100 milioni di lire dalla banca Kreditna dicendo che poteva comprare i favori di pubblici ufficiali e evitare il commissariamento dell'istituto: condannato a otto mesi per millantato credito. Fabrizio Di Stefano, invece, è stato eletto in Abruzzo e proprio ad aprile scorso i magistrati hanno chiesto il suo rinvio a giudizio per corruzione nel processo che riguarda la realizzazione di un impianto di bioessicazione di rifiuti a Teramo. Claudio Fazzone, che siede anche lui a Palazzo Madama, ex presidente del consiglio regionale del Lazio è stato rinviato a giudizio per abuso d'ufficio: gli contestano di aver raccomandato, via lettera, alcuni suoi amici a un manager della Asl. A Montecitorio, invece, tra i banchi Pdl c'è Giorgio Simeoni rinviato a giudizio per truffa all'Ue nell'inchiesta sui corsi di formazione fantasma nella Regione Lazio. Per tacere, infine, del deputato Giancarlo Pittelli che, oltre a essere coinvolto nell'inchiesta sugli ostacoli posti alle indagini dell'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, deve rispondere in tribunale di lesioni e minacce dopo avere aggredito un suo collega avvocato. Spiccano, poi, l'ex comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale condannato in appello a 18 mesi per peculato (è accusato di essersi fatto arrivare un carico di spigole nel paesino trentino in cui era in vacanza) e Luigi Grillo condannato a un anno e 8 mesi per reati bancari.

E gli altri. Dal gruppo del Pd è appena uscito Alberto Tedesco, il senatore pugliese indagato per corruzione e salvato dagli arresti domiciliari grazie al voto di Palazzo Madama, ma l'elenco dei democratici sotto inchiesta o con condanne comprende comunque quattro senatori e sette deputati. Numeri che però raccontano di reati più lievi: l'accusa di diffamazione che pende sul capo del senatore Giuseppe Lumia, querelato dal suo ex addetto stampa, per esempio. Però fra i democratici c'è anche chi deve fare i conti con contestazioni più gravi: Antonio Luongo è stato rinviato a giudizio per corruzione nell'inchiesta su affari e politica a Potenza, mentre Maria Grazia Laganà - la vedova di Fortugno - è a processo per falso e abuso d'ufficio ai danni della Asl di Locri. Nino Papania, senatore siciliano, patteggiò nel 2002 una condanna a due mesi per aver scambiato regali con assunzioni. Ma anche la Lega che in questi giorni si lacera sulla questione morale annovera quattro deputati e due senatori inquisiti. L'Udc ne ha cinque. Per carità: il calcolo delle probabilità penalizza i gruppi parlamentari più numerosi. Sorprende invece l'alta incidenza di deputati e senatori con problemi giudiziari in formazioni più piccole: i "responsabili", per esempio, su 29 esponenti alla Camera contano un condannato (Lehner, diffamazione nei confronti del pool di Mani Pulite), un rinviato a giudizio per truffa (il piemontese Maurizio Grassano che venne arresto nel 2009 per una truffa al comune di Alessandria e che oggi è sotto processo) e due sui quali pende una richiesta di processo per mafia e camorra (il ministro Romano e il deputato campano Porfidia).


Tangenti, mafia e "peccati di gioventù" quei verdetti figli di un passato lontano
di ENRICO DEL MERCATO, ANTONIO FRASCHILLA, EMANUELE LAURIA
Nel background dei parlamentari italiani non c'è solo la stagione delle mazzette. Ma anche le collusioni con le organizzazioni criminali e la militanza durante la stagione delle lotte giovanili

ROMA - Vite onorevoli con il fiato degli inquirenti sul collo. E, per molti, con l'onta di una condanna già pronunciata. Chi sono? Alcuni verdetti sono figli della stagione di tangentopoli: al Senato, per esempio, nel gruppo misto siede ancora Antonio Del Pennino che ha patteggiato per la tangente Enimont. Del resto, la madre di tutte le tangenti ha lasciato in eredità condanne anche a Umberto Bossi, a Giorgio La Malfa, all'ex segretario del Psdi (oggi senatore del Pdl) Carlo Vizzini, che si è poi salvato con la prescrizione. Ma la scia di Tangentopoli è ben più lunga: Giampiero Cantoni, ex presidente della Bnl e altro senatore del Pdl, ha patteggiato nel '95 una condanna a due anni per concorso in corruzione e bancarotta fraudolenta.

Massimo Maria Berruti, ex consulente Fininvest, è stato condannato in appello a 2 anni e dieci nell'ambito del processo sui fondi neri del gruppo. Enzo Carra (nella foto), l'ex portavoce di Forlani che ai tempi di Tangentopoli finì in manette davanti alle telecamere, è stato condannato in via definitiva a 16 mesi per false dichiarazioni ai pm. Altre vicende si sono definite di recente: Aldo Brancher, per esempio, il 3 marzo è stato condannato in appello a 2 anni per appropriazione indebita e ricettazione, nell'ambito di un'inchiesta sulla scalata Bpi-Antonveneta che l'anno scorso lo costrinse a dimettersi da ministro. Il recordman, fra i condannati, è Giuseppe Ciarrapico, ex democristiano oggi nel Pdl, che conta quattro pronunce definitive a proprio carico: è stato sanzionato per aver violato la legge che "tutela il lavoro dei fanciulli e degli adolescenti" ma anche per il crac della casina Valadier. Sono le procure del Sud le più impegnate nelle indagini sui politici.

Mafia, camorra & c. C'è Marcello Dell'Utri che è stato condannato anche in appello per concorso esterno, ma l'elenco dei parlamentari sotto inchiesta per collusioni con le organizzazioni criminali è lungi dall'essersi esaurito. A Saverio Romano, leader del Pid e responsabile dell'Agricoltura, potrebbe toccare in sorte il poco onorevole record di essere il primo ministro della Repubblica a finire sotto processo per mafia. Un suo collega di schieramento, il deputato del Pdl e leader del partito in Campania, Nicola Cosentino, invece, sotto processo c'è già. È indagato per concorso esterno in associazione mafiosa anche il senatore Antonio D'Alì, tessera numero uno di Forza Italia a Trapani. Mentre la procura di Palermo ha da qualche mese messo sotto inchiesta il senatore Pdl Carlo Vizzini che, nell'indagine sul tesoro di Ciancimino, è chiamato in causa per corruzione aggravata dall'aver favorito Cosa nostra.

Peccati di gioventù. Nel background dei parlamentari non c'è solo la stagione delle mazzette. Il certificato penale di alcuni di loro è rimasto sporco dagli anni delle lotte giovanili. Marcello De Angelis, oggi deputato del Pdl e in passato militante dell'organizzazione di destra Terza posizione, è stato condannato a 5 anni e mezzo per sovversione e banda armata, tre dei quali scontati in carcere. L'ex missino Domenico Nania, che oggi è vicepresidente del Senato in quota Pdl, si porta appresso una condanna per lesioni volontarie emessa nel 1969 in seguito ad alcuni scontri con giovani comunisti. Nel gruppo parlamentare della Lega alla Camera siede invece Matteo Bragantini, condannato in appello nel 2008 per "propaganda di idee razziste".

Le mani in tasca ai condannati. Poi ci sono i reati portati in eredità dai parlamentari che in passato sono stati amministratori locali. Francesco Rutelli, ad esempio, è stato condannato dalla Corte dei Conti a risarcire il Comune di Roma per circa 60 mila euro per alcune consulenze da lui assegnate quando era sindaco. Il senatore dell'Mpa Giovanni Pistorio è stato chiamato dalla magistratura contabile a rispondere di un danno erariale di 50 mila euro per la propaganda anti-aviaria fatta quando ricopriva il ruolo di assessore alla Sanità in Sicilia. Ben più salato il conto presentato all'ex presidente della Croce Rossa Maurizio Scelli: 900 mila euro per irregolarità nell'acquisizione di servizi informatici. Può costare cara, nel senso proprio del termine, anche l'attività di ministro: la magistratura contabile ha condannato al pagamento di circa 100mila euro l'ex Guardasigilli Roberto Castelli (ora sottosegretario alle infrastrutture) per il danno procurato attraverso la stipula di due contratti di consulenza alla società Global Brain. Castelli, per lo meno, è stato chiamato a dividere la spesa con due suoi ex collaboratori. Fra i quali c'è un nome ricorrente, nelle cronache di questi giorni: quello di Alfonso Papa, che del ministro leghista fu vice capo di gabinetto.


La Sicilia dei record: uno su tre è indagato
di ENRICO DEL MERCATO, ANTONIO FRASCHILLA, EMANUELE LAURIA
Nell'Assemblea regionale 28 deputati su 90 hanno avuto o hanno ancora a che fare con la giustizia. L'ultimo della lista è Cateno De Luca. Arrestato dai Pm per "tentata concussione". Non mancano i condannati con sentenza definitiva

PALERMO - Uno su tre è indagato, sotto processo oppure è già stato condannato per reati che vanno dal peculato alla truffa, passando per associazione mafiosa e abusi d'ufficio vari. Un record, quello dell'Assemblea regionale siciliana, che vede 28 deputati su 90 nella poco onorevole lista di persone che hanno avuto o hanno ancora a che fare con la giustizia.

L'ultimo in ordine di tempo a essere finito agli arresti domiciliari è stato il deputato autonomista di Sicilia Vera, Cateno De Luca: i pm lo hanno arrestato per "tentata concussione" nella compravendita di un terreno nel suo Comune, Fiumedinisi, del quale è anche sindaco. A precedere De Luca, il Pid Fausto Fagone, finito in carcere per concorso in associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta Iblis: la stessa inchiesta che vede indagato il presidente della Regione Raffaele Lombardo e il deputato Giovanni Cristaudo.

Ma le cronache siciliane ormai settimanalmente raccontano di politici regionali coinvolti in inchieste giudiziarie: agli arresti domiciliari è finito pure Riccardo Minardo, esponente dell'Mpa accusato di truffa ai danni dello Stato e dell'Unione europea. In manette anche Gaspare Vitrano, parlamentare del Partito democratico arrestato mentre intascava una presunta tangente per il fotovoltaico. Tra gli scranni dell'Assemblea regionale non mancano poi i condannati con sentenza definitiva e quelli che per evitare lunghi processi hanno patteggiato la pena. In questo secondo elenco c'è a esempio il deputato e sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, che nel suo palmares vanta una non onorevole condanna definitiva per peculato: utilizzò l'autoblu fino in Puglia per partire in crociera con la moglie. Mentre Salvino Caputo, collega del Pdl che presiede la commissione Attività produttive, è stato condannato a due anni (pena sospesa) per abuso d'ufficio e falso ideologico in atto pubblico: secondo il Tribunale di Palermo, l'ex sindaco di Monreale nel 2004 avrebbe dispensato dal pagamento di multe automobilistiche un assessore e l'autista del vescovo.

Il Campione

La Galleria dei Pezzenti

.

giovedì 21 luglio 2011

Mentre il paese si impoverisce, la Casta sguazza nell'oro

.
Dove finiscono le nostre tasse? Leggete pure! Io resto sempre dell'idea che bisognerebbe andare là, un giorno in cui ci sono tutti, e fare giustizia sommaria, alzandoli a calci in culo fino a casa.

'Noi, onorevoli e nullafacenti'
di Emiliano Fittipaldi
Un parlamentare accompagna L'Espresso nei privilegi di Montecitorio. Ecco la prima puntata del suo racconto: dove ci spiega che si lavora pochissimo, si comprano auto scontate e per viaggiare si sceglie sempre Alitalia, che è la più cara, tanto paga lo Stato e così si accumulano punti per portare la famiglia in vacanza

Carlo Monai è l'unico, dopo sette tentativi andati a vuoto, che ha accettato di raccontare a "l'Espresso" com'è cambiata la sua vita da quando è entrato nella casta. E' un avvocato di Cividale del Friuli, ex consigliere regionale e oggi deputato dell'Idv al primo mandato parlamentare. Uno dei peones, a tutti gli effetti.

Uno coraggioso, direbbe qualcuno, visto che ha deciso di metterci la faccia e guidarci come novello Virgilio nella bolgia di indennità, vitalizi, doppi incarichi, regali, sconti e privilegi in cui sguazzano politici di ogni risma. Un paradiso per pochi, un inferno per le tasche dei contribuenti italiani, stressati da quattro anni di crisi economica e da una Finanziaria lacrime e sangue che chiederà ulteriori sacrifici. «Per tutti, ma non per noi», chiarisce Monai. «I costi della politica sono stati ridotti di pochissimo, e alcuni sprechi sono immorali. Non possiamo chiedere rinunce agli elettori se per primi non tagliamo franchigie e sperperi».

L'incontro è al bar La Caffettiera, martedì mattina, davanti a Montecitorio. Difficile ottenere un appuntamento di lunedì. «Noi siamo a Roma da martedì al giovedì sera», spiega. «Ma in questa legislatura pare che stiamo facendo peggio che mai: spesso lavoriamo due giorni a settimana, e il mercoledì già torniamo a casa. Nel 2010 e nel 2011 l'aula non è mai stata convocata di venerdì. Le sembra possibile?».

Anche in commissione l'assenteismo è da record. «Su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola. Io credo che lo stipendio che prendiamo sia giusto, ma a condizione che l'impegno sia reale. Se il mio studio fosse aperto quanto la Camera, avrei davvero pochi clienti».

La busta paga di Monai è identica a quella dei suoi colleghi: l'indennità netta è di 5.486,58 euro, a cui bisogna aggiungere una diaria di 3.503,11 euro. Per ogni giorno di assenza la voce viene decurtata di 206 euro, ma solo per le sedute in cui si svolgono le votazioni. E se quel giorno hai proprio altro da fare, poco male: basta essere presenti anche a una votazione su tre, e il gettone di presenza è assicurato ugualmente. Lo stipendio è arricchito con il rimborso spese forfettario per garantire il rapporto tra l'eletto e il suo collegio (3.690 euro al mese), e gli emolumenti che coprono le uscite per trasporti, spese di viaggio e telefoni (altri 1.500 all'incirca). In tutto, oltre 14 mila euro al mese netti. Ai quali molti suoi colleghi con galloni possono aggiungere altre indennità di carica.

Monai inizia il suo viaggio. «Non bisogna essere demagogici. Parliamo solo di fatti. Partiamo dagli assistenti parlamentari: molti non li hanno. Visto che le spese non vanno documentate, preferiscono intascarsi altri 3.690 euro destinati ai portaborse e fare tutto da soli. Altri colleghi per risparmiare si mettono insieme e ne pagano uno che fa il triplo lavoro».

Ecco così svelata la sproporzione tra il numero dei deputati (630) e i contratti in corso per i segretari (230). «Non c'è più tanto nero come qualche anno fa. Anche un altro mito va sfatato: la Camera non ci regala cellulari, come molti credono, ma ogni deputato può avere altri 3.098 euro l'anno per pagare le telefonate. La Telecom ci offre poi dei contratti, chiamati "Tim Top Business Class", destinati a deputati e senatori. Per i computer? Abbiamo un plafond di altri 1.500 euro». Anche quand'era in consiglio regionale del Friuli le telefonate non erano un problema: «La Regione copriva tutto. Se non ti fai scrupoli puoi spendere quanto vuoi. Lo sa che lì c'è pure un indennizzo forfettario per l'utilizzo della propria macchina? Per chi vive fuori Trieste, 1.800 euro in più al mese. Tutti prendevano il treno regionale, e si intascavano la differenza». Portandosi a casa solo grazie a questa voce lo stipendio di un operaio specializzato.

Già. I trasporti gratis sono un must dei politici. Monai elenca i vantaggi di cui può usufruire. «Il precario che su Internet ha svelato gli sconti che ci fa la Peugeot s'è dimenticato che anche altre case offrono benefit simili: ho ricevuto offerte dalla Fiat, dalla Mercedes, dalla Renault. Dal 10 al 25 per cento in meno. Credo che lo facciano per una questione di marketing».

Ogni parlamentare ha una tessera che gli consente di non pagare l'autostrada, i treni e gli aerei (sempre prima classe) e le navi, in modo da potersi spostare liberamente sul territorio nazionale. «Tutto gratis, anche se devo andare al compleanno della nonna», chiosa l'onorevole. «Dovrebbero essere pagati solo i viaggi legati al nostro incarico pubblico».

Oltre a questi soldi è previsto un ulteriore rimborso mensile per taxi e varie che va, a secondo della distanza tra l'abitazione e l'aeroporto, da 1.007 a 1.331 euro al mese. Questa è una cosa nota. Pochi sanno però che quasi tutti i deputati, per comprare i biglietti aerei, fanno riferimento esclusivamente all'agenzia americana (con sede in Minnesota) Carlson Wagonlit. «A loro noi chiediamo sempre di volare con Alitalia, che è la più cara di tutte. Nessuno ci vieterebbe, però, di scegliere compagnie low cost».

I politici se ne guardano bene: da un lato il prezzo di un biglietto low cost lo devi anticipare tu (mentre con Alitalia anticipa il Parlamento), dall'altro perderesti i punti per la carta fedeltà "Millemiglia". «I punti li giriamo a mogli e figli, ma in genere i deputati li usano per andare gratis all'estero: perché tranne qualche missione coordinata con il presidente della commissione», ragiona Monai, «i viaggi all'estero dobbiamo pagarceli di tasca nostra».

.

La patetica caccia al consenso di Berlusconi. Il libretto delle balle

.
Lo abbiamo sentito ieri: Berlusconi rilancia la palla perché sa che le elezioni sono vicine, con la Lega che si smarca dalle sue porcherie Sua Emittenza passa al contrattacco e pubblica l'ennesimo libercolo strapieno fino al colmo di panzane sull'operato del suo "goiverno". Ecco lo sputtanamento punto per punto. Buona lettura.

Governo, un'ondata di balle
di Silvia Cerami
Nessun ticket sulla sanità. Nessun aumento delle tasse. Nessuna speculazione sull'Italia. Sono alcune delle incredibili affermazioni che compaiono nel nuovo libretto di B. sui suoi tre anni di governo. Dove sono spariti (rispetto al 2010) gli abbracci con Gheddafi e gli elogi del nucleare. L'Espresso lo ha sbugiardato, riga per riga

Come ogni anno, prima delle vacanze, Silvio rende partecipe il Paese delle imprese del governo del fare. E così ecco arrivare l'atteso libretto "Tre anni dopo. Le realizzazioni del Governo Berlusconi".

L'anno scorso si intitolava "Due anni di governo Berlusconi".

Sono stati, ci spiega il nuovo libretto, tre anni di grandi riforme, dall'università alle pensioni, dalla giustizia civile al federalismo fiscale, senza dimenticare il contrasto all'evasione fiscale, la salvaguardia dei conti pubblici e poi le grandi opere, la criminalità organizzata, i rifiuti, il piano casa, i costi della politica, le missioni internazionali. Per comprendere i risultati encomiabili raggiunti, abbiamo provato a confrontare il testo 2011 con il libro dell'anno scorso. Ecco il risultato.

Manovra? Quale manovra?
Il volumetto dell'estate 2010 apriva con lo stato dell'economia: «A causa di non una, ma ben due crisi tutti i governi sono stati costretti a una manovra, ma poiché il nostro governo in questi due anni è riuscito a mantenere in buona salute i conti dello Stato, la manovra necessaria per rispettare gli accordi europei vale solo 24, 9 miliardi di euro in due anni. La stessa manovra ne costerà 100 in Francia, 60 in Germania, 50 in Spagna», si diceva. E come se non bastasse da noi «non ci sono aumenti di tasse, stipendi e pensioni restano immutati, nessuna riduzione degli investimenti per sanità, scuola e assistenza». Quest'anno il premier non fa accenno ad alcuna manovra, che invece è stata di 47,9 miliardi (quasi il doppio di quella dell'anno scorso, che doveva valere per due anni...) e che prevede diversi aumenti di tasse, dal ritorno dell'Irpef sulla casa alla reintroduzione dei ticket sanitari, per non parlare del taglio del welfare agli enti locali. Cose superflue, evidentemente, perché quest'anno ci si limita a vantarsi di «aver salvaguardato il sistema economico e produttivo del Paese». E' questo «il maggior risultato di questo Governo, il vanto di cui andiamo fieri», scrive e sottoscrive Silvio Berlusconi in persona.

Mai stato nuclearista
L'anno scorso la 'nuclear renaissance' era la svolta per il fabbisogno energetico del Paese. Ben due pagine di reattori e di spiegazioni sulla necessità del ritorno all'atomo. Nella versione 2011 cambia tutto. Al posto del ritorno all'atomo, c'è la sezione dedicata all'«amore e rispetto per l'ambiente», che vede trionfare pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Quanto al nucleare, «il governo ha approvato una moratoria per valutare le scelte migliori». Uno svoltone a 180 gradi rispetto all'esaltazione di 12 mesi fa, opportunamente dimenticata. A leggere il libretto di quest'anno sembra proprio che non sia mai stato nuclearista, Berlusconi, per carità.

I ticket a sua insaputa
Berlusconi rassicura: «Il governo non ha tagliato le prestazioni sanitarie e ha investito 4 miliardi di euro in più nella sanità, ha digitalizzato la sanità con medici in rete e certificati on line». Ma non solo, punto cardine per la salute è l' «abolizione dei ticket sanitari per il triennio 2009- 2011». Stampato a caratteri ben leggibili in entrambe le edizioni. Eppure qualcuno, di certo a sua insaputa, ha stabilito che occorrerà pagare 10 euro sulle ricette mediche e 25 sugli interventi del pronto soccorso in codice bianco.

Lo strano caso dei rifiuti in Campania.
Sotto il capitolo "Emergenze risolte" sottotitolo "Lo Stato è tornato a fare lo Stato" il volume edizione 2010 a pagina 38 non lasciava ombra di dubbio: «Rifiuti in Campania. Problema risolto. In soli 58 giorni il governo ha ripulito le strade di Napoli dall'immondizia». Nella versione 2011 i rifiuti ritornano con un nuovo capitoletto "La nuova emergenza rifiuti" sottotitolo "Causa inadempienza del Comune di Napoli, che non ha potenziato la raccolta differenziata, aperto nuove discariche e costruito il termovalorizzatore, c'è di nuovo l'emergenza rifiuti". In altre parole, nel 2010 il governo aveva deciso che la monnezza non c'era più, e se ne prendeva tutti i meriti. Nel 2011 si è arreso all'evidenza che la spazzatura c'è ancora, ma addossa le colpe ad altri. Si sorvola sul fatto che il responsabile del ciclo rifiuti nella provincia di Napoli è sempre lo stesso, nel 2010 come nel 2011: Luigi Cesaro, Pdl, uomo di Berlusconi e di Cosentino.

Mamma mi è sparito Gheddafi
In meno di un anno una vera metamorfosi. Abolite le foto con gli abbracci tra Berlusconi e Gheddafi, scomparso l'«accordo Italia-Libia per bloccare i clandestini», eliminata la sessione «fermare la clandestinità, sbarchi diminuiti del 90 per cento grazie ai pattugliamenti e ai rientri in Libia», cassata la pagina di mea culpa 1l'Italia è il primo Paese Italia che nel rapporto con una ex-colonia riconosce le proprie responsabilità». Tutto sparito, cancellato, sbianchettato. Nella versione 2011 Gheddafi non si vede più, sparito, sbianchettato. Quest'anno, la questione viene risolta con una foto di Berlusconi che stringe la mano a Obama, e il governo fa sapere di aver avuto «una posizione equilibrata in merito alla crisi libica» tanto da essersi «attivato sin dall'inizio con i partner internazionali per una soluzione».

Sulle tasse meglio il copia incolla
Ma non sarebbe giusto dire che il libretto è tutto un cambiamento rispetto all'anno scorso. Sulle famiglie, ad esempio, il testo di quest'anno è quasi identico a quello dell'anno scorso: «Il governo Berlusconi ha affrontato la crisi scegliendo di proteggere il risparmio e il potere d'acquisto delle famiglie. A differenza di quanto avvenuto in altri Paesi, in Italia le tasse non sono aumentate e gli stipendi e le pensioni non hanno avuto nessuna decurtazione». Quello che è cambiato, in compenso, sono le misure in merito decise dal premier, di cui nel libretto non c'è traccia: ad esempio, i rincari del fisco locale per 10 milioni di italiani come risultato dell'effetto combinato dell'aumento dell'addizionale comunale Irpef e dell'aliquota provinciale sulle Rc auto. Merito dei decreti su fisco comunale, provinciale e regionale. In media i cittadini subiranno effetti che arrivano anche a 300,7 euro pro capite di aggravio (dati Cgia di Mestre). Niente: il libretto trova più comodo e veloce copiaincollare la versione dell'anno scorso. Nessun accenno nel volume nemmeno al balzello di 30 euro in più per ogni ricorso al giudice di pace, l'eliminazione della detrazione del 19 per cento per gli acquisti di abbonamenti ai trasporti pubblici locali e per le spese di aggiornamento degli insegnati, l'aumento dei pedaggi autostradali, dei biglietti di treni e aerei, il raddoppio dell'Iva sugli abbonamenti alle pay tv e l'aumento del canone Rai. Silenzio assoluto infine al taglio lineare del 5 per cento per il 2013 e del 20 per cento a partire dal 2014 che toccherà tutte le 483 agevolazioni fiscali, comprese quelle per le famiglie, incluse quelle in bella mostra sul libro del fare.

Maledetta rotativa
A volte la fretta fa brutti scherzi. E pur di mandare in tipografia il suo libretto prima che la gente andasse in vacanza, quest'anno il libretto riporta stampata una frase che appare tragicomica: «Il governo ha impegnato risorse in modo mirato, sostenendo i settori più esposti alla crisi e senza esporre l'Italia agli attacchi della speculazione internazionale». Purtroppo, mentre le rotative del Cavaliere giravano Milano si attestava come la peggior piazza borsistica d'Europa, gli operatori internazionali cancellavano ogni apertura di credito al governo italiano e lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi abbia superato di gran lunga i 300 punti.

Imprese, fallite pure serenamente
Le nostre imprese «possono essere serene», godendo di un fisco amico, di microcredito e fondi di sviluppo, del fondo salva-imprese di Mister PMI. E' quanto assicura la nuova versione del libretto berlusconiano. Peccato che nel 2010 in Italia siano state aperte 11 mila procedure fallimentari, il peggior risultato dal 2006. Stessa musica sull'occupazione. Il libretto 2011 assicura che «sono stati evitati centinaia di migliaia di licenziamenti e l'Italia ha retto meglio di tutti in Europa l'impatto della crisi sull'occupazione». Secondo l'Istat invece la disoccupazione giovanile in Italia è arrivata al 30 per cento, dieci punti in più rispetto a Eurolandia, con punte di inattività per le donne del Mezzogiorno quasi al 50 per cento .

E la Casta non c'è più
Estate 2010: «Meno sprechi, meno burocrazia, più sviluppo. Il nostro Stato costa troppo». Estate 2011: «Da dicembre 2008 sono stati cancellati ben 411.298 leggi e provvedimenti inutili e superati. Ridotti del 20 per cento il numero dei consiglieri provinciali, comunali e degli assessori. Tagliati i compensi dei consiglieri di circoscrizione e ridotti del 10 per cento quelli dei consiglieri comunali e provinciali". E' arrivato il tempo della responsabilità». Grazie a Silvio «eliminati gli enti inutili, ridotti gli stipendi dei politici, dei magistrati e degli alti dirigenti pubblici, tagliati i costi dei ministeri e il finanziamento ai partiti del 10 per cento, mille euro netti mese in meno a deputati e senatori e riduzione del 10 per cento delle 86 mila auto blu». Tagli sostanziali, degni di un Paese in crisi. Una vera risposta solidale da parte di chi ci amministra. Però in un solo anno, dal 2009 al 2010, il budget per pagare lo staff di palazzo Chigi è aumentato del 26 per cento superando i 27 milioni, gli aerei di Stato sono saliti da 494 a 507 ore mese, le spese per gli affitti degli uffici della presidenza del Consiglio sono aumentati da 10 a oltre 13 milioni. La Camera dei deputati ci costa tra indennità, diarie, rimborsi, affitti e ristoranti quasi un miliardo di euro e secondo uno studio della Uil, i costi della politica, diretti e indiretti, sono arrivati a 24,7 miliardi di euro. In tutto il Paese sta montando la rivolta contro gli sprechi della Casta, ma secondo Berlusconi, grazie al suo governo, la Casta non c'è più. In compenso la sua maggioranza ha bocciato i (pochi e futuri) tagli ai costi della politica che aveva previsto Tremonti, con un colpo di mano notturno che ha cancellato gli articoli in questione nella finanziaria.. Ma chissà perché, di questo voto del Pdl nel libretto non si parla.

La Salerno-Reggio? Quasi pronta, come sempre
«Per recuperare il trentennale ritardo infrastrutturale» sia il libretto dell'anno scorso sia quello di quest'anno assicurano che in Italia è tutto un lavorio di cantieri, e ovviamente è in corso (proprio come l'anno scorso) il completamento della Salerno-Reggio Calabria. Intanto si procede a larghe falcate verso il Ponte sullo Stretto, assicura Berlusconi: nessun accenno al fatto che 29 giugno la Commissione Europea ha infatti frantumato il grande sogno del Cavaliere. Il Ponte di Messina non si farà. Per Bruxelles la nuova rete di priorità prevede che l'ex Corridoio Berlino - Palermo non scenda più in Calabria, ma si fermi a Napoli e Bari.

Come va piano il Piano casa
Silvio, giovane palazzinaro, non rinuncia al suo primo amore. Il Piano Casa. Del resto si sa: «riparte l'edilizia, riparte l'economia». Già annunciato nel 2010, viene rilanciato quest'anno come «Piano città 2011: per rilanciare le aree degradate i proprietari di immobili residenziali potranno aumentare la volumetria del 20 per cento o del 10 per cento nel caso di immobili destinati ad altri usi». Tutto un annuncio, ma per ora si è stretto solo un accordo con le Regioni: di fatto ogni governatore decide autonomamente e nella migliore delle ipotesi si son viste misure per piccole ristrutturazioni.

A proposito di case: e l'Abruzzo?
Nel 2010 B. scriveva: «Attraverso il grande lavoro svolto dalla Protezione civile e la costante presenza e vigilanza del Presidente, il governo ha sollecitamente affrontato l'emergenza. Il 29 gennaio 2010 l'emergenza è finita». Si faceva quindi immortalare mentre consegnava le chiavi a una signora abruzzese In Abruzzo a distanza di più di due anni ci sono oltre 37 mila persone assistite, di cui 13 mila beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione e oltre 1.300 ancora ospitate in strutture ricettive e caserme. La metà dei terremotati denuncia l'assenza di servizi essenziali, l'ospedale de l'Aquila è in stato d'abbandono e il centro storico è rimasto zona rossa, una specie di Pompei abbandonata da tutti.

Rilanciare il sud
Una questione nazionale. Non c'è volume celebrativo senza Piano per il Sud. In versione 2010 prevedeva di «sconfiggere la criminalità organizzata, affrontare l'emergenza rifiuti, istituire la Banca del Sud e dare il via alle grandi opere».

L'unica banda è quella musicale
In versione 2011 ritornano tutti gli annunci dell'anno scorso, a cui viene aggiunto un nuovo totem: la «banda larga» di Internet «in tutto il Meridione». E qui siamo veramente all'incredibile, visto che l'Italia è l'unico Paese del G8 privo di un'agenda digitale, al ventunesimo posto nell'Unione europea per penetrazione della Rete, superata (in percentuale sulla popolazione) perfino da Polonia, Repubblica Ceca, Cipro e Ungheria, oltre che da Germania, Francia, Spagna, Irlanda e Regno Unito (dati Internet World Stats). E ancora: la velocità della nostra banda larga è paragonabile a quella dell'Ucraina (rapporto delle università Oxford-Oviedo ) mentre nella graduatoria annuale del Broadband Quality Index siamo al trentottesimo posto sui 66 paesi analizzati con una qualità di connessione che è pari a 28,1 punti su una scala da zero a 100: lontano da quei 50 punti considerati indispensabili per utilizzare in modo soddisfacente le applicazioni che si affermeranno nei prossimi 3-5 anni. E in questo quadro, i soldi per le infrastrutture digitali lasciati in eredità dalla precedente legislatura sono stati destinati ad altri usi e il piano frequenze ha privilegiato le televisioni a danno di Internet. In compenso l'AgCom, su mandato del governo, sta introducendo norme che disincentivano fortemente l'uso della Rete, con l'alibi della protezione del diritto d'autore.

E adesso passo alla storia
In conclusione Silvio chiosa fiducioso: «Quando si guarderà a questi anni di governo con animo meno acceso e mente più serena, non si potrà non riconoscere che siamo riusciti in una condizione quasi proibitiva a fare quello che altri Paesi non hanno avuto la capacità o la fortuna di riuscire a fare». Un passaggio che l'anno scorso mancava e quasi un inconscio affidarsi alla benevolenza dei posteri, visto che i contemporanei sono tanto ingrati. Del resto in dodici mesi il libretto si è ridotto da 80 a 60 pagine e quest'anno si trova soltanto sul sito del Pdl: non ne è prevista una spedizione postale agli italiani né una distribuzione ai gazebo del Pdl come l'anno scorso. Todo cambia, meglio consegnarsi alla storia.

.

Sassari, una fetta del PSI emigra in SEL. Nuova caccia al "feudo" come accadde nell'IDV?

.
Lo confesso: non mi fiderò mai del PSI. E' più forte di me, e la Storia insegna bene, anzi benissimo. Un partito che nacque sotto i migliori auspici e con le migliori intenzioni e ideologie ma poi è diventato la rampa di lancio di Mussolini, Craxi, Berlusconi e piduisti-massoni vari, mi lascia sempre l'amaro in bocca. Del resto quello che è successo (e succede) a partire da un paio di anni fa nell'IDV sassarese e sardo con l'ingresso di transfughi proprio dal PSI è ancora ben presente nella memoria (potete fare un ripasso QUI e QUI): l'ingresso nell 'IDV dei primi fuggiaschi del PSI aveva portato nel partito di Di Pietro una spaccatura insanabile, condita e circondata da ingiurie e diffamazioni da parte di alcuni fra i ragazzi del partito che avevano creduto al "rinnovamento" proposto dagli ultimi arrivati (e arrivisti) di turno.

Ma l'IDV un paio di anni fa era il partito sulla cresta dell'onda, il partito in espansione, in crescita, e chi si aveva fatto bene (o male) i suoi calcoli aveva scelto di cambiare casacca per accomodarsi in poltrone importanti, alla Regione e in qualche Provincia.

Ora invece è SEL il partito in crescita, quello che grazie al filosofare di Nichi Vendola piace a tutti, ergo alle prossime elezioni c'è una buona prospettiva di poltrone. Che succede quindi? Leggete QUI: trasmigrazione di massa di scontenti del PSI che nel partito non trovano più spazio per esprimersi, cuoricini. Leggete bene questo COMUNICATO di qualche settimana fa (1 luglio 2011): è pieno delle buone parole che bisogna far girare per non scontentare l'elettorato e fare le vittime.

Quindi vanno in SEL. Tutti. Se il partito di Vendola non fosse in espansione essi non lo prenderebbero neanche in considerazione. Ora invece vi entrano in gruppo, e siamo sicuri ch'esso diventerà il loro terreno di conquista, con la solita scusa del "governare bene per i cittadini", di farlo per noi amministrati.

Tornando all'IDV, la guerra di conquista non è ancora terminata. Siamo in attesa di vedere cosa succederà nei prossimi mesi per poterlo riportare ancora una volta qui. Una notizia va però data, perché è passata sotto silenzio e onestamente è una vergogna (riguarda anche SEL, fra l'altro). Il neo sindaco di un comune del territorio, Sennori, ha messo come suo vice uno del PDL (vi era dentro dai tempi di Forza Italia). Fermi, sì: avete letto bene... un sindaco IDV, Roberto Desini, ha messo uno del PDL, Salvatore Porru, come suo vice al Comune. Secondo fonti SEL Porru avrebbe posto come condizione per il sostegno reciproco in coalizione (nei peasini funziona a liste civiche, le quali sono però ovviamente proiezione dei partiti politici) l'esclusione di SEL, e Desini avrebbe detto sì. Vinte le elezioni, l'accordo è stato rispettato con l'insediamento. Lo stesso Desini aveva provato in precedenza a portare all'interno di IDV Porru, ma il partito ovviamente aveva risposto picche (l'IDV col PDL non ha niente a che spartire, ma questo per Desini forse non conta). Davvero indicativo, non trovate? Desini dal canto suo è ancora vicepresidente della Provincia, e lo sarà (ha giurato) fino a dicembre. Ogni commento su cosa comporta è superfluo, in termini di... ci siamo capiti.

Insomma, il PSI in Sardegna e soprattutto a Sassari ha sempre tanto da fare... Noi però teniamo alta la guardia.

.

domenica 17 luglio 2011

L'ex precario di Montecitorio che fa tremare i politici

.
15 anni di disonorato servizio da precario e poi il licenziamento. E allora scatta la vendetta, e inizia lo sputtanamento della Casta.

I segreti della Casta di Montecitorio.

Seguite il suo gruppo su Facebook.

O anche su Blogpsot.

E poi su Twitter.

Quando potrò lo ospiterò anche io, per l'Informazione: noi cittadini abbiamo il Diritto di sapere come viene sperperato il nostro denaro da questi delinquenti.

.

venerdì 15 luglio 2011

La storia del Lodo Mondadori: ecco perché Sua Emittenza deve pagare

.
Dossier de L'Espresso, assolutamente da leggere e far leggere. Corruzioni, minacce, avvocati che agiscono nell'ombra, e una scalata al controllo dell'informazione che guarda lontano. Ecco la storia (con interviste vecchie e nuove) di una schifosa vergogna che i vari Vespa, Fede, Minzolini, Feltri, Belpietro, Sallusti o chissà chi altri non vi racconteranno mai.

Lodo Mondadori: la storia vera
di Marco Travaglio
Strillano all'esproprio e parlano di sentenza politica. Ma i fatti sono lineari, chiari e certificati: Berlusconi si prese la casa editrice di Segrate corrompendo un giudice con i soldi di un conto estero. Tutto il resto è chiacchiera

E' piuttosto complicato spacciare la sentenza Mondadori per un caso politico. Perché tutti i fatti alla base del risarcimento di 560 milioni inflitto alla Fininvest dalla Corte d'appello di Milano risalgono a oltre vent'anni fa. Dunque ben prima che il Cavaliere entrasse in politica: tra il 1988 e il 1991.

Tutto comincia nel 1988, quando Silvio Berlusconi, piccolo azionista del gruppo editoriale, ne tenta la scalata. Carlo De Benedetti, che con la Cir controlla il pacchetto di maggioranza, resiste all'assalto e si accorda con gli eredi Mondadori-Formenton per acquistare il loro pacchetto azionario entro il 30 gennaio 1991. Poi però questi cambiano cavallo e nel novembre 1989 si alleano col Cavaliere. Il quale, il 25 gennaio 1990, diventa presidente del gruppo, assommando alle sue tre tv e al "Giornale" di Montanelli anche "Repubblica", "Panorama", "L'Espresso", "Epoca" e una dozzina di giornali locali Finegil, oltre al ramo libri. Sia l'Ingegnere sia il Cavaliere rivendicano il controllo del gruppo: così la "guerra di Segrate" viene affidata a un collegio di tre arbitri, scelti da De Benedetti, dai Formenton e dalla Cassazione.

Questi, il 20 giugno 1990, depositano il lodo che dà ragione alla Cir: la Mondadori è dell'Ingegnere e il Cavaliere deve lasciare la presidenza ai manager debenedettiani. Ma Berlusconi e i Formenton non si danno per vinti e impugnano il lodo davanti alla Corte d'appello civile di Roma, noto feudo di Cesare Previti.

La causa finisce alla I sezione civile, presieduta da Arnaldo Valente (che, secondo Stefania Ariosto, frequentava casa Previti). E, come giudice relatore ed estensore della sentenza, viene designato Vittorio Metta, anche lui intimo di Previti. La camera di consiglio si chiude il 14 gennaio 1991: mancano due settimane allo scadere del patto Berlusconi-Formenton. Dieci giorni dopo, il 24, la sentenza Metta viene resa pubblica: il Lodo è annullato, la Mondadori torna per sempre a Berlusconi. Ma è un segreto di Pulcinella: già un mese prima Bruno Pazzi, presidente andreottiano della Consob, l'aveva anticipata al legale dell'Ingegnere, Vittorio Ripa di Meana. Lo testimonierà De Benedetti al processo di Milano: "Correva voce che la sentenza era stata scritta a macchina nello studio dell'avvocato Acampora ed era costata 10 miliardi... Fu allora che sentii per la prima volta il nome di Previti, come persona vicina a Berlusconi e notoriamente molto introdotta negli uffici giudiziari romani".

A quel punto, però, interviene la politica. Preoccupato dallo strapotere mediatico di Berlusconi, dunque di Craxi, Giulio Andreotti impone ai duellanti una transazione dinanzi al suo fedelissimo Giuseppe Ciarrapico. Risultato: per chiudere la partita, il Cavaliere deve restituire "Repubblica", "l'Espresso" e i giornali Finegil alla Cir, mentre "Panorama", "Epoca" e il resto di Mondadori rimangono Fininvest.

Fin qui la storia pubblica della guerra di Segrate. Ma c'è anche un "dietro le quinte", scoperto dalla Procura di Milano durante le indagini bancarie nate dalle rivelazioni della Ariosto. Un mese dopo la sentenza che annulla il lodo, si mette in moto un fiume di denaro dai conti svizzeri della Fininvest a quelli di Previti e di altri due avvocati occulti del gruppo: Attilio Pacifico e Giovanni Acampora. Il 14 febbraio 1991 All Iberian (società offshore del comparto occulto della Fininvest) bonifica 2.732.868 dollari (3 miliardi di lire) sul conto svizzero "Mercier" di Previti. Di qui, il 26 febbraio, metà della somma (1 miliardo e mezzo) viene bonificata al conto "Careliza Trade" di Acampora. Il quale, il 1 ottobre, rigira 425 milioni a Previti, che li dirotta in due tranche (11 e 16 ottobre) sul conto "Pavoncella" di Pacifico. Questi, il 15 e 17 ottobre, preleva 400 milioni in contanti e li fa recapitare in Italia a un misterioso destinatario: secondo l'accusa, è il giudice Metta. Il quale, nei mesi successivi, spende altrettanti contanti per acquistare e ristrutturare un appartamento per la figlia Sabrina e comprare una Bmw nuova. Poi lascia la magistratura, diventa avvocato e, insieme a Sabrina, va a lavorare allo studio Previti.

Dopo varie sentenze altalenanti, nel 2007 la Cassazione condannerà Metta, Previti, Pacifico e Acampora per corruzione giudiziaria (Berlusconi invece s'è salvato grazie alla prescrizione, abbreviata dalla generosa concessione delle attenuanti generiche). Al processo di Milano, infatti, gli imputati raccontano un sacco di bugie, nel disperato tentativo di giustificare quell'enorme e tortuoso giro di denaro. Previti parla di "normali parcelle", ma in quel periodo non risulta aver svolto incarichi professionali che le spieghino. Metta estrae dal cilindro una fantomatica eredità, ma anche nel suo caso i conti e le date non tornano.

L'ex giudice aggiunge di aver conosciuto Previti solo nel '94, ma la Procura scopre dai tabulati che i due si telefonavano già nel 1992-93. La goccia che fa traboccare il vaso è l'incredibile tempistica della sentenza incriminata: dai registri della Corte d'appello di Roma si scopre che Metta depositò la motivazione dell'anti-lodo (168 pagine) il 15 gennaio 1991: appena un giorno dopo la camera di consiglio. Lui che, per sentenze molto più brevi, era noto per impiegare due-tre mesi di tempo. E' chiaro che il verdetto è stato scritto prima, e anche altrove: nella sentenza definitiva si legge che fu "dattiloscritto presso terzi estranei sconosciuti" e al di "fuori degli ambienti istituzionali", tant'è che al processo ne sono emerse "copie diverse dall'originale".

I giudici, oltre alle pene detentive per i condannati, stabiliscono anche il diritto della Cir a essere risarcita dalla Fininvest in sede civile per il "lucro cessante" e il "danno emergente" dello scippo Mondadori. Anche perché la Cassazione, pur prendendo atto della prescrizione per Berlusconi, sostiene che è "ragionevole" e "logico" che il mandante della tangente a Metta fosse lui: "La retribuzione del giudice corrotto è fatta nell'interesse e su incarico del corruttore". Cioè l'attuale presidente del Consiglio, che aveva "la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio".

Del resto "l'episodio delittuoso si svolse all'interno della "guerra di Segrate", combattuta per il controllo di noti ed influenti mezzi di informazione". Il solito utilizzatore finale.


Cesare era così amico dei giudici romani...
di Leo Sisti
Colloquio con Vittorio Dotti dall'Espresso del 22 gennaio 1998

«Non ho ispirato io le dichiarazioni di Stefania Ariosto su Cesare Previti. Avrebbero provocato la rottura dei miei rapporti professionali con Fininvest, il mio cliente più importante poiché contava per il 65-70 per cento del mio lavoro. Avrei dovuto trasformarmi in un complottardo per buttar via sedici anni come professionista di fiducia di Silvio Berlusconi?».

Vittorio Dotti, avvocato, ex vicepresidente della Camera, respinge le insinuazioni dell'ex ministro della Difesa sul suo ruolo occulto nell'inchiesta sulla corruzione al palazzo di giustizia di Roma. E con "L'Espresso" ricostruisce i suoi rapporti con l'ex fidanzata (il teste Omega), e con Previti, Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Lei occupa lo stesso studio di prima, a Milano, in piazza Diaz. Grandi spazi, lusso.

Non si direbbe che lei abbia perso il suo cliente più importante.
«Di quella tempesta ho risentito. Ma avevo altri clienti di rilievo, che sono rimasti. Due collaboratori se ne sono andati, ma per fattori esterni: erano cresciuti, volevano mettersi in proprio. In compenso sono arrivati i miei figli, un maschio e una femmina: si devono fare le ossa. Qui è la sala riunioni. A questo tavolo sedeva Berlusconi. Insieme facemmo le ore piccole sulla strategia da adottare per la Mondadori...».

Era la guerra con Carlo De Benedetti per il controllo di Segrate, fra il '90 e il '91. Uno dei giudici della Corte d'appello di Roma che consegnarono la Mondadori a Berlusconi era Vittorio Metta, che lasciò la magistratura nel '93 ed entrò come avvocato proprio nello studio Previti. Lei maneggiava codici e pandette, Previti prediligeva il lavoro di lobbying...
«Sono un avvocato che segue le cause da vicino, soltanto con le carte. Previti non aveva nemmeno la delega a rappresentare la Fininvest nelle cause romane. E poi, per la Mondadori, agivano i difensori dei gruppi Formenton e Mondadori. Mi limitai a seguire, per la Fininvest, gli aspetti civilistici milanesi della questione. Quando poi entrarono in scena i protagonisti del famoso lodo, cioè l'arbitrato tra le due squadre di avvocati, tutto cambiò: venne radicata a Roma la competenza della Corte d'appello, che poi annullò quel lodo».

Lei lavorava allo scoperto, Previti, senza incarichi ufficiali, dietro le quinte...
«Oggi posso dire: lui aveva i suoi metodi».

Possibile che non se ne sia accorto prima?
«Di voci su Previti ne correvano. Ma la vox populi si riferiva solo a rapporti di amicizia con alcuni magistrati romani».

Fra questi Filippo Verde, che nel 1986 annullò il contratto di cessione della Sme, finanziaria alimentare dell'Iri, a De Benedetti: nel '91 Previti lo omaggiò con mezzo miliardo proveniente dalla Fininvest. Sulla Sme lei è stato sentito dai magistrati di Milano ai primi di dicembre...
«Sì, ovviamente come testimone. Di quei soldi io non so nulla: ero soltanto il legale di Berlusconi nella cordata Iar, che comprendeva anche Barilla e Ferrero, promossa dal commercialista milanese Pompeo Locatelli che (per conto di Bettino Craxi, ndr) convinse Berlusconi a scendere in lizza contro De Benedetti. Come coordinatore stilai una lettera d'intenti, cioè la proposta di acquisire la Sme per 600 miliardi, contro una cifra di meno di 500 offerta dalla Buitoni di De Benedetti. Io di retroscena non ne conosco».

Che cosa pensa del no della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera all'arresto di Previti?
«Il Polo ha posto le sue condizioni all'Ulivo: volete le riforme costituzionali?, ha detto, allora rifiutate l'arresto di Previti».

Nell'entourage del cavaliere la ritengono il mandante della campagna anti-Previti: perciò è stato estromesso dalle liste di Forza Italia per le politiche del '96. Non sarebbe stato meglio per lei mettersi da parte subito?
«Ribadisco: io non ho ordito nessuna trama. Ritirandomi spontaneamente, avrei ammesso di sentirmi in colpa per qualcosa che non avevo commesso».

Qualcuno le ha dato del traditore...
«Soltanto la mamma di Berlusconi, e mi è dispiaciuto».

Previti ha sostenuto che lei sapeva delle dichiarazioni della Ariosto ai magistrati.
«Stupidaggini. Ho già spiegato che cosa è successo. Nel febbraio '95 Stefania venne invitata dalla Guardia di finanza a spiegare il suo ruolo in una storia di libretti al portatore della famiglia Berlusconi. Lei giocava al casinò. Era il 1990 e aveva bisogno di soldi, 200 milioni. Mi rivolsi all'amministrazione della Fininvest: potevano anticipare il pagamento di mie parcelle professionali future? Impossibile, senza emettere fatture. La cosa era possibile soltanto con i fondi personali di Berlusconi, cioè attraverso un libretto. Ebbi i soldi che girai a Stefania. In seguito, quando vennero saldati i miei compensi, restituii a Berlusconi lo stesso libretto, reintegrato della somma utilizzata. «Pochi mesi dopo, in luglio, Stefania comincia a collaborare con la Procura, presso la quale aveva denunciato alcuni cambisti del casinò di Campione. Un martedì, il 25 luglio, mi chiamano i pm di Milano: "Stefania Ariosto la vuole". Mi precipito e mi sento dire da lei: "Ho deposto contro Previti. Ora devo firmare il verbale, ma io ho chiesto la tua presenza. Che faccio, firmo?"».

Dunque, qualcosa sapeva.
«Sì, ma soltanto da quel momento e genericamente, senza dettagli, senza episodi. Io comunque, fissandola negli occhi, insistetti: "Se hai accusato qualcuno, te ne assumerai tutta la responsabilità". Stefania giurò: "Lo so, ma indietro non torno. Stai tranquillo, il tuo Berlusconi non lo tocco"».

Ma lei è proprio sicuro di non aver mai saputo nulla? In seguito anche lei è stato sentito tre volte: il 22 ottobre 1995, il 4 e l'8 marzo del '96. Tre verbali, segretati dal pool, dove lei viene definito con il nome in codice "Sigma".
«Soltanto alla fine di quell'ottobre ho intuito che Berlusconi poteva essere sfiorato».

Non avrebbe potuto informarlo?
«No, ero stato diffidato dai pm. Se l'avessi fatto, avrei commesso un reato».

Marcello Dell'Utri accusa: «Non immaginavo che Dotti sarebbe arrrivato dov'è arrivato».
«Io e Marcello siamo amici. L'ho conosciuto a Milano, alla Statale, nei primi anni Sessanta. Frequentavamo tutti e due la facoltà di Legge. Poi ci siamo persi di vista. Me lo sono ritrovato davanti molti anni dopo, nel 1979, quando mi telefonò in studio: "Ti ricordi di me? Sono Marcello. Ho bisogno di te, sono nei casini". Dopo aver lasciato Berlusconi, per un breve periodo era diventato amministratore delegato della Bresciano, un'impresa di costruzioni che faceva capo al finanziere siciliano Filippo Alberto Rapisarda. C'era stato poi un crac. E Dell'Utri cercava un legale, esperto di fallimenti, che lo aiutasse. Fu lui a presentarmi in seguito, verso il 1980, a Berlusconi».


Stefania Ariosto: 'Tutto cominciò sul Barbarossa'
di Roberto Di Caro
Previti si vantava di aver comprato i giudici. Dotti manovrava per farla deporre. Parla la teste Omega. Vent'anni dopo

Signore sorridenti tutte in polo a righe rosse e nere, Silvio Berlusconi in braghette e cappellino da marinaio, e Cesare Previti, Vittorio Dotti, Pino Leccisi: ci sono tutti i protagonisti della "guerra di Segrate" per il controllo della Mondadori, in quelle foto che "l'Espresso" pubblicò nel marzo '96. Le aveva scattate cinque anni prima, a bordo del "Barbarossa" di Previti in navigazione intorno alla Sardegna, Stefania Ariosto, allora fidanzata di Dotti. Nel '95 sarebbe diventata la "teste Omega" nel processo per la corruzione dei giudici romani: in quella crociera, dichiarò a verbale, "non si parlava d'altro che della questione Mondadori; Previti si vantò che la "guerra di Segrate" con De Benedetti non era stata vinta da Dotti, bensì da lui, comperando i magistrati. Sembrava di poter disporre di fondi illimitati alimentati, a suo dire, da Berlusconi". Fu l'avvio di una catena di indagini e di processi penali e civili: esito ultimo, la scorsa settimana, la sentenza d'appello che condanna Fininvest a risarcire Cir per 560 milioni di euro, che - ha annunciato l'avvocato di Berlusconi Niccolò Ghedini - saranno pagati cash e al più presto.

Dica la verità, Stefania, ha stappato lo champagne...
"Ma certo che ho brindato! Detesto l'ipocrisia. Cosa dovrei dire, che in fondo mi dispiace? Proprio per niente".

Da quelle foto sono passati vent'anni. Com'è cominciata? E che ruolo vi ebbe il suo fidanzato di allora Vittorio Dotti?
"Ah, neanche ne voglio più parlare. Quando sono diventata testimone nell'interesse dello Stato, Dotti è sparito nel nulla come il più ignobile degli uomini. Caduto nell'oblio, dopo aver tradito sia Berlusconi sia me".

Cioè? Che cosa intende?
"Dalle testimonianze che ha reso, mi sono formata la convinzione che lui, sapendo che io sapevo di Previti e della corruzione, abbia creato da leguleio le condizioni perché fossi io a tirare fuori il marcio".

A che scopo?
"Per far fuori Previti e prendersi lui il controllo degli affari legali della Fininvest, suppongo".

Allora una ricostruzione del genere non venne fuori. Come si svolsero i fatti?
"Tutto nacque dai libretti al portatore per 200 milioni con cui mi pagò un cassettone Luigi XVI e sei sedie: gli feci pure lo sconto, visto che dovevamo andare a vivere insieme! Ma quei soldi erano parte di un pagamento in nero della Mondadori".

E secondo lei Dotti lo fece apposta?
"Sta di fatto che qualche giorno dopo arrivò la Guardia di Finanza. Al colonnello che mi disse "Lei ha preso una mazzetta", io risposi infuriata: "Le mazzette è Previti a pagarle, ai giudici di Roma per vincere le cause!". Da allora gli eventi precipitarono. Fino alla sentenza di questi giorni".

Che lei vive come una sorta di risarcimento morale?
"Vede cosa può combinare una piccola donna come me... A che prezzo, però. Marina Berlusconi dichiara il suo "grande dolore" perché ora suo padre deve pagare: ah, i soldi, quanto fanno soffrire! Si accorgono di ciò che fanno solo quando vengono toccati sul quattrino. Ma io ho pagato un prezzo altissimo molto prima di loro, e per tutti questi anni. Ho dovuto difendermi da una campagna di diffamazione orchestrata dai suoi potenti media, giornali e tv. Nel 2001, in aula, processo lodo Mondadori, cominciai a vedere il giudice Carfì due, tre, sei volte, come moltiplicato. Persi conoscenza. Fui ricoverata in rianimazione per 25 giorni, al Sant'Anna di Como".

Poi però ha dato battaglia nei tribunali.
"Quasi 400 procedimenti ho instaurato: l'ultimo si è chiuso il 18 maggio di quest'anno con la condanna di Gigi Moncalvo e dell'onorevole Giancarlo Lehner per diffamazione aggravata nei miei confronti".

Le ha seguite di persona, quelle cause, vero?
"Con il mio avvocato Aldo Bissi, specchiata personalità. Però, sì, per capire con precisione che cosa mi stava succedendo, dopo quella in Sociologia mi sono anche presa una laurea in Giurisprudenza. Sono iscritta all'Ordine degli avvocati di Como".

Cioè ora esercita anche come avvocato?
"Seguo a volte qualche piccola causa. Ma è una professione troppo affollata".

Che vita conduce?
"Molto riservata. A bassissimo tono. Abito in un condominio immerso nel parco della Spina Verde, mi alzo alle cinque e mezzo, passeggio nei boschi con i miei due meravigliosi cani maremmani, alle nove sono in ufficio dal mio ex-marito Mario Margheritis: facciamo restauri e compravendite immobiliari, soprattutto ville. E seguo la parte legale dei suoi affari. Non ho pancia, non ho mai fatto interventi di chirurgia plastica, sono una donna in forma. E ancora più birichina di prima, dopo tutto quello che ho passato".

Le è mai passato per la mente di fare politica?
"Quando fu eletto Prodi la prima volta, Enrico Deaglio scrisse che io avevo spostato un sacco di voti. Non so se sia vero, ma insomma...".

.