venerdì 15 luglio 2011

La storia del Lodo Mondadori: ecco perché Sua Emittenza deve pagare

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Dossier de L'Espresso, assolutamente da leggere e far leggere. Corruzioni, minacce, avvocati che agiscono nell'ombra, e una scalata al controllo dell'informazione che guarda lontano. Ecco la storia (con interviste vecchie e nuove) di una schifosa vergogna che i vari Vespa, Fede, Minzolini, Feltri, Belpietro, Sallusti o chissà chi altri non vi racconteranno mai.

Lodo Mondadori: la storia vera
di Marco Travaglio
Strillano all'esproprio e parlano di sentenza politica. Ma i fatti sono lineari, chiari e certificati: Berlusconi si prese la casa editrice di Segrate corrompendo un giudice con i soldi di un conto estero. Tutto il resto è chiacchiera

E' piuttosto complicato spacciare la sentenza Mondadori per un caso politico. Perché tutti i fatti alla base del risarcimento di 560 milioni inflitto alla Fininvest dalla Corte d'appello di Milano risalgono a oltre vent'anni fa. Dunque ben prima che il Cavaliere entrasse in politica: tra il 1988 e il 1991.

Tutto comincia nel 1988, quando Silvio Berlusconi, piccolo azionista del gruppo editoriale, ne tenta la scalata. Carlo De Benedetti, che con la Cir controlla il pacchetto di maggioranza, resiste all'assalto e si accorda con gli eredi Mondadori-Formenton per acquistare il loro pacchetto azionario entro il 30 gennaio 1991. Poi però questi cambiano cavallo e nel novembre 1989 si alleano col Cavaliere. Il quale, il 25 gennaio 1990, diventa presidente del gruppo, assommando alle sue tre tv e al "Giornale" di Montanelli anche "Repubblica", "Panorama", "L'Espresso", "Epoca" e una dozzina di giornali locali Finegil, oltre al ramo libri. Sia l'Ingegnere sia il Cavaliere rivendicano il controllo del gruppo: così la "guerra di Segrate" viene affidata a un collegio di tre arbitri, scelti da De Benedetti, dai Formenton e dalla Cassazione.

Questi, il 20 giugno 1990, depositano il lodo che dà ragione alla Cir: la Mondadori è dell'Ingegnere e il Cavaliere deve lasciare la presidenza ai manager debenedettiani. Ma Berlusconi e i Formenton non si danno per vinti e impugnano il lodo davanti alla Corte d'appello civile di Roma, noto feudo di Cesare Previti.

La causa finisce alla I sezione civile, presieduta da Arnaldo Valente (che, secondo Stefania Ariosto, frequentava casa Previti). E, come giudice relatore ed estensore della sentenza, viene designato Vittorio Metta, anche lui intimo di Previti. La camera di consiglio si chiude il 14 gennaio 1991: mancano due settimane allo scadere del patto Berlusconi-Formenton. Dieci giorni dopo, il 24, la sentenza Metta viene resa pubblica: il Lodo è annullato, la Mondadori torna per sempre a Berlusconi. Ma è un segreto di Pulcinella: già un mese prima Bruno Pazzi, presidente andreottiano della Consob, l'aveva anticipata al legale dell'Ingegnere, Vittorio Ripa di Meana. Lo testimonierà De Benedetti al processo di Milano: "Correva voce che la sentenza era stata scritta a macchina nello studio dell'avvocato Acampora ed era costata 10 miliardi... Fu allora che sentii per la prima volta il nome di Previti, come persona vicina a Berlusconi e notoriamente molto introdotta negli uffici giudiziari romani".

A quel punto, però, interviene la politica. Preoccupato dallo strapotere mediatico di Berlusconi, dunque di Craxi, Giulio Andreotti impone ai duellanti una transazione dinanzi al suo fedelissimo Giuseppe Ciarrapico. Risultato: per chiudere la partita, il Cavaliere deve restituire "Repubblica", "l'Espresso" e i giornali Finegil alla Cir, mentre "Panorama", "Epoca" e il resto di Mondadori rimangono Fininvest.

Fin qui la storia pubblica della guerra di Segrate. Ma c'è anche un "dietro le quinte", scoperto dalla Procura di Milano durante le indagini bancarie nate dalle rivelazioni della Ariosto. Un mese dopo la sentenza che annulla il lodo, si mette in moto un fiume di denaro dai conti svizzeri della Fininvest a quelli di Previti e di altri due avvocati occulti del gruppo: Attilio Pacifico e Giovanni Acampora. Il 14 febbraio 1991 All Iberian (società offshore del comparto occulto della Fininvest) bonifica 2.732.868 dollari (3 miliardi di lire) sul conto svizzero "Mercier" di Previti. Di qui, il 26 febbraio, metà della somma (1 miliardo e mezzo) viene bonificata al conto "Careliza Trade" di Acampora. Il quale, il 1 ottobre, rigira 425 milioni a Previti, che li dirotta in due tranche (11 e 16 ottobre) sul conto "Pavoncella" di Pacifico. Questi, il 15 e 17 ottobre, preleva 400 milioni in contanti e li fa recapitare in Italia a un misterioso destinatario: secondo l'accusa, è il giudice Metta. Il quale, nei mesi successivi, spende altrettanti contanti per acquistare e ristrutturare un appartamento per la figlia Sabrina e comprare una Bmw nuova. Poi lascia la magistratura, diventa avvocato e, insieme a Sabrina, va a lavorare allo studio Previti.

Dopo varie sentenze altalenanti, nel 2007 la Cassazione condannerà Metta, Previti, Pacifico e Acampora per corruzione giudiziaria (Berlusconi invece s'è salvato grazie alla prescrizione, abbreviata dalla generosa concessione delle attenuanti generiche). Al processo di Milano, infatti, gli imputati raccontano un sacco di bugie, nel disperato tentativo di giustificare quell'enorme e tortuoso giro di denaro. Previti parla di "normali parcelle", ma in quel periodo non risulta aver svolto incarichi professionali che le spieghino. Metta estrae dal cilindro una fantomatica eredità, ma anche nel suo caso i conti e le date non tornano.

L'ex giudice aggiunge di aver conosciuto Previti solo nel '94, ma la Procura scopre dai tabulati che i due si telefonavano già nel 1992-93. La goccia che fa traboccare il vaso è l'incredibile tempistica della sentenza incriminata: dai registri della Corte d'appello di Roma si scopre che Metta depositò la motivazione dell'anti-lodo (168 pagine) il 15 gennaio 1991: appena un giorno dopo la camera di consiglio. Lui che, per sentenze molto più brevi, era noto per impiegare due-tre mesi di tempo. E' chiaro che il verdetto è stato scritto prima, e anche altrove: nella sentenza definitiva si legge che fu "dattiloscritto presso terzi estranei sconosciuti" e al di "fuori degli ambienti istituzionali", tant'è che al processo ne sono emerse "copie diverse dall'originale".

I giudici, oltre alle pene detentive per i condannati, stabiliscono anche il diritto della Cir a essere risarcita dalla Fininvest in sede civile per il "lucro cessante" e il "danno emergente" dello scippo Mondadori. Anche perché la Cassazione, pur prendendo atto della prescrizione per Berlusconi, sostiene che è "ragionevole" e "logico" che il mandante della tangente a Metta fosse lui: "La retribuzione del giudice corrotto è fatta nell'interesse e su incarico del corruttore". Cioè l'attuale presidente del Consiglio, che aveva "la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio".

Del resto "l'episodio delittuoso si svolse all'interno della "guerra di Segrate", combattuta per il controllo di noti ed influenti mezzi di informazione". Il solito utilizzatore finale.


Cesare era così amico dei giudici romani...
di Leo Sisti
Colloquio con Vittorio Dotti dall'Espresso del 22 gennaio 1998

«Non ho ispirato io le dichiarazioni di Stefania Ariosto su Cesare Previti. Avrebbero provocato la rottura dei miei rapporti professionali con Fininvest, il mio cliente più importante poiché contava per il 65-70 per cento del mio lavoro. Avrei dovuto trasformarmi in un complottardo per buttar via sedici anni come professionista di fiducia di Silvio Berlusconi?».

Vittorio Dotti, avvocato, ex vicepresidente della Camera, respinge le insinuazioni dell'ex ministro della Difesa sul suo ruolo occulto nell'inchiesta sulla corruzione al palazzo di giustizia di Roma. E con "L'Espresso" ricostruisce i suoi rapporti con l'ex fidanzata (il teste Omega), e con Previti, Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Lei occupa lo stesso studio di prima, a Milano, in piazza Diaz. Grandi spazi, lusso.

Non si direbbe che lei abbia perso il suo cliente più importante.
«Di quella tempesta ho risentito. Ma avevo altri clienti di rilievo, che sono rimasti. Due collaboratori se ne sono andati, ma per fattori esterni: erano cresciuti, volevano mettersi in proprio. In compenso sono arrivati i miei figli, un maschio e una femmina: si devono fare le ossa. Qui è la sala riunioni. A questo tavolo sedeva Berlusconi. Insieme facemmo le ore piccole sulla strategia da adottare per la Mondadori...».

Era la guerra con Carlo De Benedetti per il controllo di Segrate, fra il '90 e il '91. Uno dei giudici della Corte d'appello di Roma che consegnarono la Mondadori a Berlusconi era Vittorio Metta, che lasciò la magistratura nel '93 ed entrò come avvocato proprio nello studio Previti. Lei maneggiava codici e pandette, Previti prediligeva il lavoro di lobbying...
«Sono un avvocato che segue le cause da vicino, soltanto con le carte. Previti non aveva nemmeno la delega a rappresentare la Fininvest nelle cause romane. E poi, per la Mondadori, agivano i difensori dei gruppi Formenton e Mondadori. Mi limitai a seguire, per la Fininvest, gli aspetti civilistici milanesi della questione. Quando poi entrarono in scena i protagonisti del famoso lodo, cioè l'arbitrato tra le due squadre di avvocati, tutto cambiò: venne radicata a Roma la competenza della Corte d'appello, che poi annullò quel lodo».

Lei lavorava allo scoperto, Previti, senza incarichi ufficiali, dietro le quinte...
«Oggi posso dire: lui aveva i suoi metodi».

Possibile che non se ne sia accorto prima?
«Di voci su Previti ne correvano. Ma la vox populi si riferiva solo a rapporti di amicizia con alcuni magistrati romani».

Fra questi Filippo Verde, che nel 1986 annullò il contratto di cessione della Sme, finanziaria alimentare dell'Iri, a De Benedetti: nel '91 Previti lo omaggiò con mezzo miliardo proveniente dalla Fininvest. Sulla Sme lei è stato sentito dai magistrati di Milano ai primi di dicembre...
«Sì, ovviamente come testimone. Di quei soldi io non so nulla: ero soltanto il legale di Berlusconi nella cordata Iar, che comprendeva anche Barilla e Ferrero, promossa dal commercialista milanese Pompeo Locatelli che (per conto di Bettino Craxi, ndr) convinse Berlusconi a scendere in lizza contro De Benedetti. Come coordinatore stilai una lettera d'intenti, cioè la proposta di acquisire la Sme per 600 miliardi, contro una cifra di meno di 500 offerta dalla Buitoni di De Benedetti. Io di retroscena non ne conosco».

Che cosa pensa del no della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera all'arresto di Previti?
«Il Polo ha posto le sue condizioni all'Ulivo: volete le riforme costituzionali?, ha detto, allora rifiutate l'arresto di Previti».

Nell'entourage del cavaliere la ritengono il mandante della campagna anti-Previti: perciò è stato estromesso dalle liste di Forza Italia per le politiche del '96. Non sarebbe stato meglio per lei mettersi da parte subito?
«Ribadisco: io non ho ordito nessuna trama. Ritirandomi spontaneamente, avrei ammesso di sentirmi in colpa per qualcosa che non avevo commesso».

Qualcuno le ha dato del traditore...
«Soltanto la mamma di Berlusconi, e mi è dispiaciuto».

Previti ha sostenuto che lei sapeva delle dichiarazioni della Ariosto ai magistrati.
«Stupidaggini. Ho già spiegato che cosa è successo. Nel febbraio '95 Stefania venne invitata dalla Guardia di finanza a spiegare il suo ruolo in una storia di libretti al portatore della famiglia Berlusconi. Lei giocava al casinò. Era il 1990 e aveva bisogno di soldi, 200 milioni. Mi rivolsi all'amministrazione della Fininvest: potevano anticipare il pagamento di mie parcelle professionali future? Impossibile, senza emettere fatture. La cosa era possibile soltanto con i fondi personali di Berlusconi, cioè attraverso un libretto. Ebbi i soldi che girai a Stefania. In seguito, quando vennero saldati i miei compensi, restituii a Berlusconi lo stesso libretto, reintegrato della somma utilizzata. «Pochi mesi dopo, in luglio, Stefania comincia a collaborare con la Procura, presso la quale aveva denunciato alcuni cambisti del casinò di Campione. Un martedì, il 25 luglio, mi chiamano i pm di Milano: "Stefania Ariosto la vuole". Mi precipito e mi sento dire da lei: "Ho deposto contro Previti. Ora devo firmare il verbale, ma io ho chiesto la tua presenza. Che faccio, firmo?"».

Dunque, qualcosa sapeva.
«Sì, ma soltanto da quel momento e genericamente, senza dettagli, senza episodi. Io comunque, fissandola negli occhi, insistetti: "Se hai accusato qualcuno, te ne assumerai tutta la responsabilità". Stefania giurò: "Lo so, ma indietro non torno. Stai tranquillo, il tuo Berlusconi non lo tocco"».

Ma lei è proprio sicuro di non aver mai saputo nulla? In seguito anche lei è stato sentito tre volte: il 22 ottobre 1995, il 4 e l'8 marzo del '96. Tre verbali, segretati dal pool, dove lei viene definito con il nome in codice "Sigma".
«Soltanto alla fine di quell'ottobre ho intuito che Berlusconi poteva essere sfiorato».

Non avrebbe potuto informarlo?
«No, ero stato diffidato dai pm. Se l'avessi fatto, avrei commesso un reato».

Marcello Dell'Utri accusa: «Non immaginavo che Dotti sarebbe arrrivato dov'è arrivato».
«Io e Marcello siamo amici. L'ho conosciuto a Milano, alla Statale, nei primi anni Sessanta. Frequentavamo tutti e due la facoltà di Legge. Poi ci siamo persi di vista. Me lo sono ritrovato davanti molti anni dopo, nel 1979, quando mi telefonò in studio: "Ti ricordi di me? Sono Marcello. Ho bisogno di te, sono nei casini". Dopo aver lasciato Berlusconi, per un breve periodo era diventato amministratore delegato della Bresciano, un'impresa di costruzioni che faceva capo al finanziere siciliano Filippo Alberto Rapisarda. C'era stato poi un crac. E Dell'Utri cercava un legale, esperto di fallimenti, che lo aiutasse. Fu lui a presentarmi in seguito, verso il 1980, a Berlusconi».


Stefania Ariosto: 'Tutto cominciò sul Barbarossa'
di Roberto Di Caro
Previti si vantava di aver comprato i giudici. Dotti manovrava per farla deporre. Parla la teste Omega. Vent'anni dopo

Signore sorridenti tutte in polo a righe rosse e nere, Silvio Berlusconi in braghette e cappellino da marinaio, e Cesare Previti, Vittorio Dotti, Pino Leccisi: ci sono tutti i protagonisti della "guerra di Segrate" per il controllo della Mondadori, in quelle foto che "l'Espresso" pubblicò nel marzo '96. Le aveva scattate cinque anni prima, a bordo del "Barbarossa" di Previti in navigazione intorno alla Sardegna, Stefania Ariosto, allora fidanzata di Dotti. Nel '95 sarebbe diventata la "teste Omega" nel processo per la corruzione dei giudici romani: in quella crociera, dichiarò a verbale, "non si parlava d'altro che della questione Mondadori; Previti si vantò che la "guerra di Segrate" con De Benedetti non era stata vinta da Dotti, bensì da lui, comperando i magistrati. Sembrava di poter disporre di fondi illimitati alimentati, a suo dire, da Berlusconi". Fu l'avvio di una catena di indagini e di processi penali e civili: esito ultimo, la scorsa settimana, la sentenza d'appello che condanna Fininvest a risarcire Cir per 560 milioni di euro, che - ha annunciato l'avvocato di Berlusconi Niccolò Ghedini - saranno pagati cash e al più presto.

Dica la verità, Stefania, ha stappato lo champagne...
"Ma certo che ho brindato! Detesto l'ipocrisia. Cosa dovrei dire, che in fondo mi dispiace? Proprio per niente".

Da quelle foto sono passati vent'anni. Com'è cominciata? E che ruolo vi ebbe il suo fidanzato di allora Vittorio Dotti?
"Ah, neanche ne voglio più parlare. Quando sono diventata testimone nell'interesse dello Stato, Dotti è sparito nel nulla come il più ignobile degli uomini. Caduto nell'oblio, dopo aver tradito sia Berlusconi sia me".

Cioè? Che cosa intende?
"Dalle testimonianze che ha reso, mi sono formata la convinzione che lui, sapendo che io sapevo di Previti e della corruzione, abbia creato da leguleio le condizioni perché fossi io a tirare fuori il marcio".

A che scopo?
"Per far fuori Previti e prendersi lui il controllo degli affari legali della Fininvest, suppongo".

Allora una ricostruzione del genere non venne fuori. Come si svolsero i fatti?
"Tutto nacque dai libretti al portatore per 200 milioni con cui mi pagò un cassettone Luigi XVI e sei sedie: gli feci pure lo sconto, visto che dovevamo andare a vivere insieme! Ma quei soldi erano parte di un pagamento in nero della Mondadori".

E secondo lei Dotti lo fece apposta?
"Sta di fatto che qualche giorno dopo arrivò la Guardia di Finanza. Al colonnello che mi disse "Lei ha preso una mazzetta", io risposi infuriata: "Le mazzette è Previti a pagarle, ai giudici di Roma per vincere le cause!". Da allora gli eventi precipitarono. Fino alla sentenza di questi giorni".

Che lei vive come una sorta di risarcimento morale?
"Vede cosa può combinare una piccola donna come me... A che prezzo, però. Marina Berlusconi dichiara il suo "grande dolore" perché ora suo padre deve pagare: ah, i soldi, quanto fanno soffrire! Si accorgono di ciò che fanno solo quando vengono toccati sul quattrino. Ma io ho pagato un prezzo altissimo molto prima di loro, e per tutti questi anni. Ho dovuto difendermi da una campagna di diffamazione orchestrata dai suoi potenti media, giornali e tv. Nel 2001, in aula, processo lodo Mondadori, cominciai a vedere il giudice Carfì due, tre, sei volte, come moltiplicato. Persi conoscenza. Fui ricoverata in rianimazione per 25 giorni, al Sant'Anna di Como".

Poi però ha dato battaglia nei tribunali.
"Quasi 400 procedimenti ho instaurato: l'ultimo si è chiuso il 18 maggio di quest'anno con la condanna di Gigi Moncalvo e dell'onorevole Giancarlo Lehner per diffamazione aggravata nei miei confronti".

Le ha seguite di persona, quelle cause, vero?
"Con il mio avvocato Aldo Bissi, specchiata personalità. Però, sì, per capire con precisione che cosa mi stava succedendo, dopo quella in Sociologia mi sono anche presa una laurea in Giurisprudenza. Sono iscritta all'Ordine degli avvocati di Como".

Cioè ora esercita anche come avvocato?
"Seguo a volte qualche piccola causa. Ma è una professione troppo affollata".

Che vita conduce?
"Molto riservata. A bassissimo tono. Abito in un condominio immerso nel parco della Spina Verde, mi alzo alle cinque e mezzo, passeggio nei boschi con i miei due meravigliosi cani maremmani, alle nove sono in ufficio dal mio ex-marito Mario Margheritis: facciamo restauri e compravendite immobiliari, soprattutto ville. E seguo la parte legale dei suoi affari. Non ho pancia, non ho mai fatto interventi di chirurgia plastica, sono una donna in forma. E ancora più birichina di prima, dopo tutto quello che ho passato".

Le è mai passato per la mente di fare politica?
"Quando fu eletto Prodi la prima volta, Enrico Deaglio scrisse che io avevo spostato un sacco di voti. Non so se sia vero, ma insomma...".

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