sabato 24 settembre 2011

Il Clero che ruba i soldi delle ricostruzioni post terremoto all'Aquila


Vorrei tanto avere un bel mitra carico... Speculare sulle disgrazie altrui è indecente.

Nelle tasche della Curia i soldi della ricostruzione

Così il vescovo D'Ercole raccomandava i progetti della Onlus "Solidarietà e sviluppo" che avrebbe truffato 12 milioni destinati al dopo sisma dal sottosegretario Giovanardi. Il gip chiede due arresti e scrive: occorrono altre indagini sul ruolo dei vescovi in questa storia

di GIUSEPPE CAPORALE

L'AQUILA - Il vescovo ausiliare dell'Aquila Giovanni D'Ercole si raccomandava al sottosegretario Carlo Giovanardi per ottenere i fondi del terremoto. Anzi, per farli ottenere ad una onlus ("Solidarietà e Sviluppo") fondata dalla stessa diocesi dell'Aquila, dietro la quale, secondo la Procura si nascondeva una truffa. Una truffa per sottrarre 12 milioni di euro dal bancomat miliardiario della ricostruzione dell'Aquila. Una truffa per la quale ieri sono state arrestate due persone (tra cui il segretario generale della Onlus, Fabrizio Traversi nominato proprio dai vertici della diocesi) e indagate altre tre (compreso il sindaco di San Demetrio dei Vestini, Silvano Cappellini). L'obiettivo era quello di ottenere i "fondi Giovanardi", quelli che il sottosegretario era riuscito ad accantonare nel "decreto Abruzzo" per la ricostruzione.

Fondi destinati a progetti "per la famiglia e per il sociale" sui quali ci fu uno scontro con il Comune dell'Aquila. Il sindaco Massimo Cialente riteneva che dovessero essere destinati in parte (circa tre) per ristrutturare un centro anziani (al quale, poi, vennero effettivamente assegnati) e a un'altra ristrutturazione (per nove milioni) di un complesso nel centro storico. Su questa fetta, invece, si erano accentrate le mire della fondazione di origine curiale "Solidarietà e Sviluppo" i cui progetti, però, risultarono non conformi alla normativa. Cialente lo disse pubblicamente e attaccò anche Giovanardi quando, nel luglio del 2010, sembrava che la onlus stesse riuscendo nei suoi intenti truffaldini. Proprio dalle affermazioni del sindaco è partita l'inchiesta.

Giovanardi risulta coinvolto in quanto i progetti della Onlus facevano riferimento al suo dipartimento della famiglia. Lo stesso senatore si lamentava pubblicamente del fatto che questi soldi che non venivano spesi. E il secondo arrestato, Gianfranco Cavaliere, è proprio un politico legato a Giovanardi. E così, dalle intercettazioni si scopre che mentre pubblicamente Giovanardi si lamentava dei ritardi della ricostruzione e dell'assegnazione dei fondi, al telefono invece si dava da fare per farli ottenere alla onlus della Curia. Come si evince da una intercettazione tra lo stesso vescovo D'Ercole e Giovanardi. "Volevo soltanto dirti questo: siccome è ovvio che con questo nostro progetto probabilmente daremo fastidio a qualcuno, faranno un po' di questioni. Mi raccomando: tieni la barra ferma..." chiede D'Ercole.

"Ma ti immagini! Ma io ho solo bisogno che voi... cioè, che chi mi può dare il disco verde che è il commissario di governo mi dica "spendi" e io vengo lì con i soldi cash..." risponde Giovanardi. E D'Ercole "Noi.. noi in settimana ti diamo tutti i progetti nostri, pronti".

Giovanardi: "E certo.. bravo.. altro che carriole o non carriole.. scusami, altro che popolo delle carriole. Ce l'ho qua i soldi... che alla fine... veramente una cosa incredibile. Comunque, io aspetto ancora un po', poi risollecito il commissario, se magari tramite Cavaliere (uno degli arrestati, ndr) che è qua e poi dico "amico, io ho polemizzato con il sindaco, ma a me non mi fa mica (..) lo schieramento politico, eh! Se devo polemizzare con uno del Pdl ci penso due secondi, ma proprio non me ne può fregare di meno". Da notare che proprio D'Ercole si farà fotografare con il popolo della carriole all'interno del centro storico, mentre con la pala cerca di rimuovere le macerie.

E Giovanardi a nome del dipartimento alla famiglia, nello stesso periodo, firmava anche una lettera di "congruità" per i progetti della Fondazione. Sollecitava poi anche il presidente della Provincia Antonio Del Corvo, affinché intervenisse. Ma l'appoggio del sottosegretario non era sufficiente, occorreva quello del commissario alla ricostruzione Gianni Chiodi - che seppure del Pdl - alla fine non appoggerà mai l'iniziativa. E la truffa così non andrà in porto. Eppure, i due arrestati avevano tentato in tutti i modi di raggiungere il loro obiettivo. Cavaliere al telefono parlava anche di come utilizzare i fondi del terremoto per la politica: "Perché l'associazione Democratici Cristiani è un'associazione per gestire i 5 milioni di euro, parte dei 5 milioni di euro che Carlo (Giovanardi, ndr) c'ha sulla Fondazione".

Scrive il giudice per le indagini preliminari Marco Billi nell'ordinanza di custodia cautelare: "Il senatore Giovanardi, da quanto risulta al momento, è stato sostanzialmente "utilizzato" dagli indagati, i quali hanno saputo fare leva sulla evidente volontà dello stesso di utilizzare i fondi, strumentalizzandone gli interventi di carattere politico nel tentativo di convogliare tutti o parte dei fondi sulla loro fondazione. Si è visto come al sottosegretario venissero fornite informazioni sull'evolversi della vicenda sapientamente filtrate e distorte, per spronarlo ad assumere atteggiamenti utili per il conseguimento dell'illecito fine prefissato. Si può in proposito ritenere che proprio lo stretto collegamento di Cavaliere con Gio vanardi (dovuto alla medesima matrice politica di riferimento) abbia fornito concrete possibilità operative agli indagati".

Molto più dure le considerazioni del Gip sul ruolo della Curia e sui due vescovi dell'Aquila: "Si ritiene, in ogni caso, che il ruolo dell'arcidiocesi (ed il particolare dei vescovi Molinari e D'Ercole) debba essere ulteriormente approfondito nell'ulteriore corso delle indagini preliminari, al fine di accertare il livello di consapevolezza che gli stessi hanno avuto degli effettivi propositi degli indagati. Sotto tale profilo, infatti, è da rilevare che tanto l'associazione Aquila Città Territorio quanto la Fondazione hanno la propria sede presso la Curia arcivescovile aquilana, che l'arcivescovo Molinari ha partecipato al la Fondazione fin dall'atto costitutivo e che Molinari e D'Ercole hanno partecipato personalmente all'incontro di Palazzo Chigi del 17.6.10 con il sottosegretario Giovanardi, Chiodi (commisario alla ricostruzione, ndr) De Matteis (vice presidente del consiglio regionale abruzzese, ndr) e Cialente (sindaco dell'Aquila, ndr)". Quindi, seppure allo stato i due vescovi non sono indagati, il Gip sul loro ruolo nella vicenda chiede indagini più approfondite.

Laconiche le considerazioni finali sul ruolo della stessa onlus della Curia da parte del giudice: "In nessuna di tali conversazioni si è potuto evidenziare un passaggio, un apprezzamento, una considerazione, una valutazione in ordine al merito dei progetti. I diversi progetti appaiono, infatti, considerati esclusivamente sulla base del relativo referente politico nonché sul grado di priorità che può essere loro riconosciuto in considerazione del possibile tornaconto economico e politico personale degli indagati. Manca, all'evidenza, una seppure generica e formale attenzione alle finalità concrete dei progetti, all'utilità per la popolazione, all'esigenza di creare una ragionata e consapevole scala di priorità delle esigenze, per utilizzare nel migliore modo possibile i fondi in esame. I diversi organi istituzionali coinvolti non sembrano operare in accordo tra loro né risulta esistente una struttura di raccordo tra gli stessi che possa comporre eventuali contrasti ed armonizzare le rispettive esigenze. Al contrario è evidente che tali organi operino in competizione tra loro ed il riferimento alla "guerra", seppure considerata politicamente, non appare troppo lontano dalla realtà".

venerdì 23 settembre 2011

I documenti di Rapisarda su Dell'Utri e la Mafia. Provenzano

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Per voi.

Perquisita la casa milanese di Rapisarda. Carte su rapporti tra Dell’Utri e Cosa nostra
Nella casa dell'ex socio del senatore del Pdl, morto poche settimane fa, la Dia di Palermo ha sequestrato un memoriale e alcuni floppy disk sulla trattativa tra Stato e Mafia. La nuova iniziativa è legata alle ultime dichiarazioni del pentito Lo Verso
dal Fatto Quotidiano

Carte e floppy disk. Nella casa dell’ex socio di Marcello Dell’Utri, il Dipartimento investigativo anti-mafia (Dia) di Palermo ha trovato una serie di materiali “utili a far luce sui rapporti tra Stato e Mafia”. La perquisizione è stata disposta dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, dopo la morte di Filippo Alberto Rapisarda, il finanziere che faceva affari con Dell’Utri e ne diventò il suo principale accusatore. L’abitazione perquisita, a pochi passi dal Duomo, è la stessa dove Rapisarda si è spento meno di un mese fa. La stessa dove, nel 1994, è nato il primo club di Forza Italia. La Dia ha scoperto anche un memoriale scritto di pugno dallo stesso finanziere, il cui contenuto non è ancora noto.

I rapporti tra Rapisarda e Dell’Utri sono stati altalenanti: si interrompono una prima volta all’inizio degli anni ’80 quando il senatore del Pdl va a lavorare per Silvio Berlusconi, all’epoca solo un imprenditore, che non era ancora sceso in politica. E’ proprio durante il lavoro in Publitalia (di cui Dell’Utri è stato presidente), che Rapisarda dice di averlo visto parlare con due boss mafiosi: Stefano Bontate e Mimmo Teresi. Ma poi il finanziere torna a essere grande amico di Dell’Utri e gran sostenitore di Berlusconi. Nel 1998 un nuovo cambio di rotta, quando va a testimoniare al processo Dell’Utri. Quello per cui l’ex amico ha rimediato una condanna in secondo grado per mafia ed è in attesa del giudizio della Corte di Cassazione.

Lo spunto per l’iniziativa della Dia è arrivato dalle dichiarazioni del pentito Stefano Lo Verso, ex vivandiere di Bernardo Provenzano: il collaboratore di giustizia avrebbe appreso, proprio dal boss di Corleone, dei rapporti tra Dell’Utri e la mafia e avrebbe fatto dei riferimenti a Rapisarda nell’ambito della “trattativa”. Lo Verso sostiene che Provenzano gli avrebbe parlato degli accordi politici raggiunti dopo le stragi del ’92-’93 con Marcello Dell’Utri (vedi sotto), che “sostituì di fatto l’onorevole Lima” nei rapporti con la mafia. A conferma di questo, ci sono anche alcune vecchie carte sequestrate a Vito Ciancimino nel 1996, in cui l’ex sindaco mafioso di Palermo, in cella, scriveva della trattativa. Tra questi documenti, una lettera è stata depositata dal pm Nino Di Matteo al processo Mori, in corso a Palermo.


Il pentito Lo Verso: “Provenzano mi disse di un patto con Marcello Dell’Utri”
di Andrea Cottone

“Nel ’94 ho fatto votare Forza Italia”. Parola di Bernardo Provenzano, almeno per quanto racconta il pentito Stefano Lo Verso. Per un anno Lo Verso ha fatto da vivandiere al vecchio padrino corleonese, che gli avrebbe parlato degli accordi politici raggiunti dopo le stragi del ’92-’93 con Marcello Dell’Utri. I senatore, secondo il pentito, “sotituì di fatto l’onorevole Lima” nei rapporti con la mafia. Le sue rivelazioni sono state depositate al processo contro l’ex generale Mario Mori e l’ex colonnello Mauro Obinu, del Ros, per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.

Lo Verso racconta come, dopo aver avuto la rivelazione sulla vera identità di quella persona anziana che nascondeva in casa, ha cominciato ad avere paura: era troppo pericoloso tenere in casa l’uomo più ricercato d’Italia. Ma Provenzano, sempre secondo le dichiarazioni del pentito, l’avrebbe rassicurato: “Stai tranquillo, io sono protetto da politici e dalle autorità, in passato sono stato protetto da un potente dell’Arma”. E avrebbe aggiunto: “Non ti preoccupare a me non mi cerca nessuno”. Lo Verso sostiene di essere rimasto sorpreso da questa rivelazione e di avere pronunciato “con evidente stupore la parola carabinieri”. Raggelante la risposta di Provenzano: “Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”. La vicenda risalirebbe al gennaio del 1994.

Pochi mesi dopo, il luglio seguente, Lo Verso racconta che ormai tra i due era stato raggiunto un certo livello di confidenza e di reciproca fiducia. Così – sostiene Lo Verso – Provenzano gli avrebbe esposto quanto accaduto dopo le stragi. “Mi confidò – si legge nel verbale riassuntivo dell’interrogatorio del 6 luglio 2011 – che ‘Dell’Utri si mise in contatto con i miei uomini e sostituì di fatto l’onorevole Lima nei rapporti con la mafia. Per questo nel ’94 a seguito degli accordi che abbiamo raggiunto ho fatto votare Forza Italia’”. In quanto garante degli accordi e dei nuovi equilibri, a Provenzano sarebbe stata garantita una latitanza sicura. Questo secondo il resoconto di Lo Verso. Che non si sottrarrebbe a un confronto col vecchio padrino che, però, sembra aver poco tempo a disposizione a causa delle sue critiche condizioni di salute.

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venerdì 16 settembre 2011

Silvio-Nicole: crocifisso nel seno, "Dio ti benedica" e segno della croce

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Ratzinger? Bertone? Bagnasco? Ruini? "Contestualizzerete" anche questa porcheria?



(clicca sulla foto per ingrandire)

Corri, corri, governo di delinquenti: nessuno deve sapere le depravazioni di un maniaco che purtroppo ha la guida del paese perché le sue televisioni frullano il cervello alla gente comune! Corri, governo di delinquenti: la legge-scandalo sulle intercettazioni e sul bavaglio alla stampa deve passare, costi quel che costi... nessuno deve sapere niente. Berlusconi pochi giorni fa è andato da Napolitano a cercare di imporre un Decreto Legge che tarpasse le ali alla Giustizia e uccidesse la Stampa, ma ha incassato un no, perché per il presidente della Repubblica non ci sono i requisiti di necessità ed urgenza.

E subito saltano fuori nuove intercettazioni. Eravamo rimasti alle escort, cioé le prostitute, vestite da poliziotte e da infermiere, ora passiamo alla escort vestita da suora con tanto di crocifisso: cosa non si fa per un posto nel consiglio regionale della Lombardia!

Il Fatto Quotidiano di oggi racconta gli atti giudiziari relativi all'attività dei PM sul caso Tarantini-Lavitola e la presunta estorsione ai danni di Berlusconi (o è invece corruzione di Berlusconi ai loro danni? o tutte e due le cose?). Ecco una delle perle del Bunga Bunga: Nicole Minetti vestita da suora, che fa lo spettacolino nella sala col palo della lap dance, e Berlusconi le infila nel seno (nudo, come alcune testimoni avevano già raccontato, la Minetti stava così ai festini) un crocifisso, dicendole poi "Dio ti benedica" e facendosi il segno della croce.

Ora, già la povera Veronica Lario lo aveva urlato a chiare lettere: suo marito doveva essere aiutato. E' stato raccontato anche che varie volte in occasione di cenette a casa di Silvio le figlie, disgustate, si alzavano da tavola e scappavano da spettacolini poco edificanti. La solitudine del kaiser allora era stata ancora di più riempita da troiette che il fido Tarantini gli procurava, stando agli atti della Procura, per ottenere poi appalti importanti nel campo della Sanità. E ora siamo ai nuovi racconti di quelle scenette. Chissà cosa salterà fuori ancora.

E' scontato allora fare una domanda ai grandi moralizzatori d'Italia, quelli che "contestualizzano" ogni condotta penalmente rilevante di chi li aiuta economicamente e dà loro ragione sulle posizioni antiquate propinate alla brava gente allo scopo di controllarne le passioni. E la domanda è: signor Ratzinger, signori Bertone, Bagnasco, Ruini, "eminenze"... un crocifisso nel seno di una escort, un "Dio ti benedica" detto a una ragazzetta scaltra dopo uno spettacolino sexy, e soprattutto un segno della croce a suggello di una passione morbosa e sessuale non vi solletica? Voi che vi scagliate contro i gay per la loro "deviata condotta morale", non avete niente da dire?

Nella certezza che la risposta non ci sarà, getto lo stesso la pietra nello stagno.

Nel frattempo apprendiamo che Marysthell Garcia Polanco ha espresso il desiderio di fare anche lei la consigliera regionale. Ora si tratta di accertare se nel seno Berlusconi ha infilato anche a lei il crocifisso (o magari qualcos'altro).

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venerdì 9 settembre 2011

Il delinquente all'attacco della Giustizia: fiducia per il Bavaglio!

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Sempre più in basso, sempre più sozzo, come la feccia che risale il pozzo, esattamente come diceva anni fa il compianto Indro Montanelli. Berlusconi vede l'accelerazione del crollo del castello di corruzioni effettuate per silenziare i testimoni della sua indecente vita da pedopornografo e passa al contrattacco: il Bavaglio riparte in quarta e il governo metterà la Fiducia per forzarne il passaggio.

La Giustizia barcolla, e attorno cosa succederà? La Lega, spettatrice con tutto il PDL dell'ennesimo crollo nei sondaggi di gradimento degli italiani, è a un bivio: seguirà la recente linea del finto moralismo e bloccherà questo indecente provvedimento salva-delinquenti o invece affonderà col capitano? La barca fa acqua, infatti, e sta colando a picco vertiginosamente. La Chiesa che farà? Assisteremo all'ennesimo silenzio assenso salvo poi tardive tiratine d'orecchie post protesta popolare, o invece si schiererà finalmente e una volta per tutte a favore della decenza e della Giustizia?

Il caso Tarantini-Lavitola, con tutte le intercettazioni a rimorchio, parla chiaro: Berlusconi ha comprato il silenzio di chi gli portava le puttane ai festini, poi è stato ulteriormente ricattato e ha pagato di nuovo. Adesso è atteso a Napoli, ma che dirà ai PM? "Sì, mi ha ricattato, siccome mi portava le puttane mi ha chiesto tanti soldi per non sputtanarmi". Ma andiamo!

La faccenda puzza enormemente, anche e soprattutto perché Angelino Alfano ha mandato i suoi ispettori in loco, invadendo pericolosamente con questo atto che è pure intimidatorio le competenze di chi, a differenza sua, ha a cuore l'applicazione della Legge per tutti, indistintamente. Il maggiordomo del PDL, cioé di Berlusconi, quello che cita il giudice Falcone a sproposito in TV, ancora una volta presenta il conto a chi lavora nella Magistratura: chi tocca Berlusconi rischia grosso. E' un colpo di Stato continuo, che si consuma non in un atto solo, come storicamente è sempre successo (vedi Mussolini), ma invece si realizza giorno dopo giorno, sozzeria dopo sozzeria. E nel fango sguazzano i cortigiani della maggioranza e le alte sfere del Vaticano. Tutti alle prese col mantenimento del capo sulla poltrona, perché se crolla il capo cadranno tutti, e faranno il botto.

Il 20 settembre il Bavaglio tornerà in aula, e saranno scintille.

Ghedini nel frattempo urla al falso, mentre i giornali e i settimanali urlano a squarciagola la verità: Berlusconi ha detto a Lavitola di restare all'estero, e cioé latitante. Questo vuol dire che lo teme: Lavitola messo alle strette dai PM potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora.

Intanto il paese continua la sua caduta libera, in totale recessione economica, ma il Parlamento, ci possiamo giurare, avrà da pensare a Sua Delinquenza. Ma è davvero così difficile vivere onestamente?

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Tarantini: giù il velo, Ghedini!

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Compagni di merende prima, selvaggi accoltellatori alle spalle poi. Soldi per le feste, soldi per il silenzio. E un abile (?) burattinaio che grida allo scandalo quando il suo padrone/foraggiatore viene rivelato per quello che è. Ma prima o poi i nodi vengono al pettine. Ah, a proposito: quanti fra quelli che votarono Mavalà avranno il coraggio di rifarlo in futuro?

Tarantini: “Soldi per il silenzio sulle escort, Ghedini sapeva. Lavitola? Uno psicopatico”
di Enrico Fierro e Antonio Massari

Top secret. Dopo quattro ore di interrogatorio, la Procura di Napoli ha imposto il segreto totale sulle dichiarazioni di Tarantini. Approfondimenti e chiarimenti delle cose dette lo scorso tre settembre. Il giro di soldi, il ruolo degli avvocati, l’ossessione di B. sulla pubblicazione delle intercettazioni di Bari. In quella occasione Gianpi ha parlato della cassa straripante di bigliettoni dedicata a lui. Dell’andirivieni di ragionieri, commercialisti, avvocati semplici e avvocati parlamentari: tutti attorno a lui, imprenditore fallito, cocainomane, organizzatore di festini e gestore di una rete di escort. Tutti al suo servizio per espresso ordine del Sultano di Arcore.

L’onorevole Ghedini aveva un canale privilegiato”. Il 3 settembre, Tarantini tratteggia il ruolo del legale di B., “la persona in assoluto più vicina al presidente”. “Credo che quando Berlusconi faccia determinati conti o cose, Ghedini lo sappia. Vede un fogliettino, una nota, non so come gestiscono la contabilità, Berlusconi, ma vede la nota ha scritto duecento (mila, ndr) a Lavitola per Tarantini, o comunque a Ghedini che non è scemo dice: ‘Cavolo, fammi vedere qua i soldi dove stanno’”. È il buco nero dei 500 mila euro che Berlusconi assegna a Gianpi, ufficialmente per aiutarlo ad aprire un’attività imprenditoriale preferibilmente all’estero. Soldi in buona parte trattenuti da Lavitola, ma questa è un’altra storia. Di quella somma gli avvocati del premier sapevano tutto. Sapeva l’onorevole Ghedini, che presto dovrà dare chiarimenti ai magistrati napoletani, sapeva l’altro avvocato che Berlusconi mette a totale disposizione di Tarantini, Giorgio Perrone. È lo stesso legale a confermarlo nel suo interrogatorio. “Nel settembre 2010 mi chiamò Berlusconi e mi chiese di assumere la difesa di Tarantini. Subito dopo io chiamai Ghedini al quale comunicai tale circostanza…”.

Quindi è Berlusconi che nomina l’avvocato a Tarantini. Che interrogato si impappina, poi ammette: “Sì è Berlusconi che prende l’iniziativa perché è Quaranta (prima suo difensore, ndr), che chiede forse a Ghedini, forse è D’Ascola (altro legale del pool del Cavaliere, ndr) che consiglia a Quaranta Perrone”. Una girandola di principi del foro che ufficialmente Tarantini, da poco uscito dagli arresti domiciliari, senza un centesimo di euro in tasca, non riuscirà mai a pagare. Ma non è un problema, perché il Cavaliere vede e provvede. Perrone è premuroso, si preoccupa di quei 500 mila euro. “Mi sussurrò all’orecchio se io avessi ricevuto i 500 mila euro da Lavitola… lui l’aveva saputo da Ghedini”.

Cose compromettenti, questo è un Ruby-2
Ma perché tante attenzioni, cosa allarma in quel periodo Berlusconi? L’ossessione è sempre la stessa, ritardi, insabbiamenti, fughe di notizie a parte, alla Procura di Bari stanno per essere depositate tutte le intercettazioni con le brave ragazze che Tarantini portava in Sardegna e a Palazzo Grazioli. “Ci sono delle cose che lo compromettono (Berlusconi, ndr), perché vederlo di nuovo sui giornali con ragazze che… punto e a capo: Ruby due, certo che non è cosa piacevole per lui, la causa sono stato io”. Pentimenti postumi a parte – Tarantini ha lucrato per anni sui vizietti di Berlusconi – fa pensare il riferimento a Ruby, la minorenne marocchina protagonista di un altro scandalo. In quei summit particolari non c’erano solo escort alla D’Addario, “ma mogli di notai, imprenditori, gente nota, che avevano relazioni con me”. Tutte a Palazzo Grazioli, tutte al Bunga-Bunga.

Finisce il processo e muoio di fame
Tarantini respinge l’accusa di essere un ricattatore, lui Berlusconi lo adora, mai avrebbe pensato di ricattarlo. “Quello vi dimentica, quello vi abbandona, mi diceva Lavitola”, per Gianpi uno “psicopatico”. E allora si allarma, non vuole perdere “l’amor suo”. Quando i magistrati gli chiedono dell’incontro con Berlusconi ad Arcore, ma dopo aver “staccato le batterie dei cellulari” per non essere localizzati, gli vengono le lacrime agli occhi. “Non lo vedevo da due anni, credo mi sia anche commosso”. Scaccia i cattivi pensieri che il finto amico Lavitola gli mette in testa, decide che l’unico modo per conservare il rapporto con Silvio è tenere in vita l’incubo Bari. “Avevo paura, domani mattina finisce il rapporto e non so come vivere… domani mattina chiude il processo, questo qua intermediario (Lavitola, ndr) che è un mascalzone che mi ha rubato i soldi, finisce, io che faccio, muoio di fame?”. Finisce la bella vita, le vacanze a Cortina, la casa ai Parioli, i vestiti griffati e le cene a 200 euro a cranio. Gianpi Tarantini ha sempre vissuto di mala-politica. “Io sono Gianpaolo Tarantini, ho favorito la prostituzione, ho ricevuto cocaina e ho corrotto la Sanità in Puglia, purtroppo in Puglia lavorava la sinistra con quelli vicino a D’Alema”.

Il tesoretto: “È per una società off shore”
Cinquecentomila euro, più tremila a settimana per le spese, la casa ai Parioli pagata a prezzi stracciati: questo era il “tesoretto” destinato Gianpi. Soldi che transitavano anche attraverso società offshore. “Chiesi a Lavitola di organizzare questa benedetta società per far confluire i soldi. Io non volevo comparire per ragioni ovvie di indagine. Lui disse che avrebbe fatto tutto lui”, dice nell’interrogatorio. Ma come funzionava questo passaggio di danaro, chiedono i pm? “Lui (Lavitola, ndr) dice attraverso società offshore”. E il “transito” era da “Berlusconi a Lavitola”.

Il Cavaliere, secondo la ricostruzione di Gianpi, è categorico con Lavitola: “Io ti do i 500 mila euro, li dà a Valter e poi Valter li dà a te. Faccio un bonifico a Valter e li dà a te”. Nel suo interrogatorio Tarantini parla anche della Procura di Bari e degli incontri tra il procuratore Antonio Laudati e l’avvocato Quaranta. Il tema è sempre il deposito di tutti gli atti del processo escort. Dopo l’incontro Quaranta “mi dice – fa mettere a verbale Tarantini – che è vero che c’è l’avviso di conclusione, che gli è stato consegnato (Laudati, ndr), in quanto coordinatore delle mie indagini. Nicola mi dice che mi vuole incontrare e mi dice che in queste intercettazioni Laudati gli dice che… ma fanno dei commenti più di gossip che…”.

Il favoreggiamento ci sta tutto, eccome
Il pm vuole saperne di più, cercare di capire qual è stato il ruolo degli avvocati nel rapporto con la Procura: “Ce li dica, sono importanti”. Tarantini: “Sono dei commenti più di gossip che legati all’indagine stessa. Perché dice: ‘Nei cosi si dice che tu gli hai regalato il maglione, che tu…’ Laudati a Nicola: ‘Ma come fa un personaggio come Berlusconi ad accettare regali da uno sfigato come Tarantini, che bisogno ha? Questo sostanzialmente dice Laudati”. Secondo Tarantini, il magistrato si sarebbe lasciato andare anche a valutazioni sul processo: “Dice: ‘Là il favoreggiamento (della prostituzione, ndr) ci sta tutto, ci sta tutto! Altro che non ci sta”. Chi lo dice, chi è che parla, chiedono ancora i pubblici ministeri. “Laudati”, risponde secco Tarantini. “Quaranta non parla più con i pm, parla solo con Laudati in quanto coordinatore delle mie indagini”. L’avvocato chiede notizie al procuratore: “Dottore, ma è vero quello che sta uscendo sui giornali? Tutto sto casino, sto pandemonio? (…) E Laudati risponde: “Sì, è vero, mi è arrivato questo coso, ma che cosa ha combinato? Questi sono pazzi!”.

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Porcellum e Province: l'ambiguità del PD sassarese (e non solo)

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E' ripartita la corsa dell'IDV di Antonio Di Pietro. Un referendum, per abolire la legge elettorale firmata da Calderoli (il porcellum) e fare almeno un passo indietro al mattarellum (che fa ugualmente schifo ma almeno ci lascia il Voto), e poi una legge di iniziativa popolare per l'abolizione delle Province (non gli uffici, attenzione: il lavoro non lo perde nessuno, saltano solo le poltrone d'oro della politica).



Il Partito Democratico ancora una volta non ha perso l'occasione per dimostrare la propria ambiguità e si è presentato con una posizione davvero deprecabile. La corrente dalemiana (da Bersani, maggiordomo in pectore, in avanti), quella che ha il controllo del partito, non ha detto niente di niente sull'abolizione delle Province, e a livello locale, Sassari, il dettato è stato ben recepito e messo in atto dall'amministrazione comunale. Banchetti un po' dappertutto e qualche postazione negli uffici del Comune, ma solo per il referendum sul Porcellum... niente invece per la legge popolare sulle Province.

Il motivo è chiarissimo: le poltrone delle Province sono fantastiche: un ente quasi senza funzioni lavora poco, e gli stipendi (alti) hanno allora un valore doppio. Logico che un partito arretrato (per le posizioni che assume giorno dopo giorno sulle tematiche di rilievo per la società italiana) come il PD assumesse una posizione così furba. Il PD quindi si sta impegnando per un referendum che fa tanto figo e sta lasciando nascosta la legge popolare sulle Province. Questi poltronifici, aumentati negli ultimi anni per dare soldi e potere ai trombati alle altre elezioni, sono oro che cola dalle nostre misere tasche nelle loro grasse e capienti.

Davvero indecente questo PD: derise l'IDV per i 4 referenda di pochi mesi fa, salvo poi salire sul carro del vincitore, e ora si appropria di nuovo di un referendum che è nato per idea di Di Pietro e del suo partito (non per idea del PD), lasciando stare una legge che farà risparmiare dei soldi a noi contribuenti.

Devo dire che Ganau mi ha davvero deluso: è entrato perfettamente nelle logiche (chiamiamole così) del partito e ora è perfettamente incastrato in quel meccanismo da prima Repubblica che fa del PD un partito votato dalla popolazione per disperazione (diciamolo: oggi è sempre più così, il classico voto dato a sinistra per non darlo a destra, e soprattutto per non darlo a Berlusconi).

Io credo che un partito debba saper ascoltare il paese, per interpretarne i desideri e cercare di migliorare la condizione di vita di tutti, creando benessere. IL PD pensa troppo a se stesso... del resto finché un D'Alema o una Bindi continueranno ad averne in mano le redini per l'Italia non c'è scampo, e questo è solo il male minore (dall'altra parte infatti c'è il PDL con la Lega...).

Siamo davvero messi bene.

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giovedì 8 settembre 2011

Criminalità organizzata e Massoneria: Valter Lavitola, perfetto per Craxi prima, Berlusconi poi

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Ennesima storiaccia di quella parte della società italiana che non si può neanche lontanamente definire civile, ma solo feccia. Due articoli per rabbrividire e incazzarsi nei confronti di questo governaccio di delinquenti che tanti disinformati o di animo nero hanno votato alle scorse elezioni. Camorra, Massoneria e quant'altro di peggio. Da Craxi a Berlusconi, passando per Don Raffaele Cutolo.

Camorra, massoni e craxiani. Vita di un uomo detto Valterino
Il padre era lo psichiatra di Cutolo, lui cresce politicamente con Colucci e Cicchitto. La rivalità con Bisignani e il sogno di scalzarlo. L'iscrizione alla Loggia del Grande Oriente
di Fabrizio D'Esposito

Il papà di Valter Lavitola si chiamava Peppino ed era uno psichiatra. Aveva in cura don Raffaele Cutolo, il boss della Nuova camorra organizzata dichiarato incapace d’intendere e di volere. Quando l’impero della Nco iniziò a crollare, Cutolo fu trasferito nell’isolamento dell’Asinara. Sulla nave che lo portava in Sardegna ripeteva a se stesso: “Verranno gli amici a salvarmi, verranno da ogni dove, cielo, mare e terra”. Era il 1982 e il boss sperava di salvarsi ricattando la Dc coi segreti della trattativa per liberare il doroteo Ciro Cirillo, assessore regionale campano, rapito dalle Br: una triangolazione tra Servizi, politica e camorra coi terroristi. Ma la Balena Bianca mollò il capo della Nco e l’unico amico a presentarsi nel carcere sardo fu il professore Giuseppe Lavitola detto Peppino. Lo psichiatra ascoltò Cutolo, che minacciava di suicidarsi se la Dc non avesse rispettato i patti. Poi andò a riferire al potente capo democristiano Antonio Gava, figlio di Silvio, che rispose: “Peppino, pure tu hai fatto politica e ti sei servito, come me, di questa gente. Io l’ho fatto come già faceva mio padre”. E Cutolo venne lasciato al suo destino. L’episodio lo racconta lo stesso Lavitola senior all’Antimafia di Luciano Violante.

All’epoca della trasferta sarda del padre, Valter è un ragazzo di sedici anni che rimane folgorato dalle tenebre del potere, quell’enorme zona grigia intessuta di ricatti, segreti, cinismo. La famiglia Lavitola vive in Lucania. Il papà è democristiano ma lui sceglie i socialisti. Si fa presto a dirsi craxiani, però. Il primo vero riferimento di Valterino, come viene chiamato, è un deputato pugliese del Psi, eletto alla Camera per la prima volta nel 1987. Si tratta di Francesco Colucci detto Ciccio. Lui e il fratello Michele controllano una delle tante correnti del Psi. Portano voti, con ogni mezzo. Ciccio Colucci, nel 1994, sarà il primo condannato in Italia per voto di scambio. Solo in primo grado, però. Assolto successivamente. Lavitola junior, di Colucci, è l’assistente parlamentare. La frequentazione di Montecitorio gli allarga gli orizzonti. I suoi amici raccontano con perfidia che “se non lo conosci, Valter la prima volta ti fa un’impressione notevole”.

Nel Psi si lega anche a Fabrizio Cicchitto, attuale capogruppo del Pdl alla Camera. I due sono veri “compagni e fratelli”. Ossia socialisti e massoni. Cicchitto è stato nella P2, e pure Lavitola è attratto da grembiuli e compassi. Un mensile, La voce delle voci, ha scritto che Lavitola figura al numero 13.462 dell’elenco degli iscritti del Grande Oriente d’Italia (Goi) di Gustavo Raffi, la maggiore obbedienza massonica nel nostro Paese. Altri esperti, invece, hanno precisato che il numero sarebbe il 13.048 su 26.411 affiliati. Come che sia, ecco cosa ha messo in rete il sito del God di Gioele Magaldi, frangia dissidente e democratica del Goi: “Aldo Chiarle, ultranovantenne 33° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato, Gran Maestro Onorario del Goi, grande estimatore del Fratello Silvio Berlusconi, grande amico e grande elettore del Gran Maestro Gustavo Raffi, patrono del Fratello Massone Valter Lavitola – a sua volta grande amico del Fratello Massone Silvio Berlusconi – che insieme a Chiarle dirige e gestisce l’Avanti”.

Già l’Avanti. Il rampante faccendiere lucano è attivissimo nel backstage del potere. Fa politica ma è anche giornalista ed editore. Nel 1997, mette le mani sull’antica testata socialista e lo riporta in edicola coi finanziamenti pubblici. Craxi ci scriverà con lo pseudonimo di Edmond Dantes. Dopo il duemila, il quotidiano diventa l’organo dell’anima liberalsocialista di Forza Italia. Ci sono le firme di vecchi amici come Cicchitto e Colucci (oggi senatore questore del Pdl alla sua nona legislatura) e di altri berlusconiani: Brunetta, Boniver, Straquadanio, Cazzola, Lehner. Poi, l’anziano massone Chiarle. Che scrive: “Non ho avuto la fortuna di conoscere il primo direttore dell’Avanti, il socialista e massone Loenida Bissolati, morto a Roma nel 1920 e non l’ho potuto abbracciare e salutare chiamandolo compagno e fratello, come faccio con l’attuale direttore Valter Lavitola”.

Con la gestione dell’Avanti, Lavitola rinsalda un’amicizia fondamentale nella sua resistibile ascesa. Quella con un napoletano spregiudicato e tondo di nome Sergio De Gregorio. I due hanno preso casa al Parco dei Fiori, speculazione sulla collina di Positano che finì in un processo per camorra. Lavitola e De Gregorio viaggiano insieme. Il secondo è più scaltro in politica. Tenta la scalata alla regione Campania, nel 2005, con la Nuova Dc di Rotondi ma gli va male. Un anno dopo trasloca nell’Italia dei Valori e centra l’obiettivo alle elezioni politiche: senatore. Tempo qualche mese e De Gregorio riapproda a destra, con Berlusconi. I rapporti con Antonio Di Pietro restano buoni: è il cugino di Lavitola, Antonio detto Tonino (beneficiario di parte dei soldi di provenienza berlusconiana, secondo i pm di Napoli), a mettere su la redazione del quotidiano dell’Idv. La sede dell’Editrice Mediterranea è in un appartamento in via della Vite a Roma di proprietà della Propaganda Fide. La storia è nei verbali della cricca di Anemone, Balducci e Zampolini. Come De Gregorio, anche Lavitola tenta l’ingresso diretto in politica. Alle elezioni europee del 2004, Valter Lavitola si candida con Forza Italia. Cicchitto gira il sud a fare comizi. Non basta. Con 51.283 voti, l’ambizioso socialista di destra non riesce ad a farsi eleggere a Strasburgo. In compenso, continua a tessere rapporti.

Da editore penetra nella lobby dei giornali di piazza Mignanelli, dove ha sede anche l’ufficio di Gigi Bisignani, il faccendiere della P4 amico di Gianni Letta. È il gruppo di stampatori e politici che controlla i giornali finanziati dallo Stato. In questo periodo conosce anche Mauro Masi, l’ex dg della Rai allora a Palazzo Chigi. Lavitola, racconta chi lo conosce, lavora per scalzare Bisignani dal ruolo di consigliere del Principe. Come emerge anche dalle telefonate intercettate con Berlusconi. “Bisignani è uno stronzo”, dice Lavitola. I legami con la P4 però sono vari. Per esempio: la raccomandazione al maresciallo La Monica, amico di Alfonso Papa, per l’Aise e la casa a Roma per Tarantini, procurata da un armatore legato a Papa. La prima volta che il nome di Lavitola finisce in prima pagina è nell’estate del 2010: il viaggio carioca di B. con serate di lap dance. Il quarantenne lucano si accredita come rappresentante di Palazzo Chigi. Poi l’affaire di Montecarlo, con la patacca di Santa Lucia. L’arrivo alla corte del Cavaliere è riuscito. Ma l’amicizia con il pugliese Tarantini rovina tutto. Lavitola oggi è a Panama. Dagospia ha scritto che è stato visto a Procida fino al 21 agosto. Una fonte al Fatto dice che era a Roma il 29 agosto, nella sua casa di Ponte Milvio. Poi la fuga. Voleva diventare il nuovo Bisignani, è rimasto Valter Lavitola.



E B. disse a Lavitola: Non tornare
di Lirio Abbate
Il faccendiere chiamò il premier dalla Bulgaria dopo la fuga di notizie e chiese: mi presento ai giudici? "No, resta all'estero". Ecco l'ultima telefonata tra i due prima della latitanza

Il faccendiere Valter Lavitola suda freddo, non tanto per il caldo di Sofia in cui si trova il 24 agosto, ma per le notizie che apprende dai siti Web che rilanciano lo scoop di "Panorama", il settimanale della Mondadori.

Ha appena scoperto che contro di lui c'è un'inchiesta pesantissima della procura di Napoli: lo accusano di estorsione nei confronti del presidente del Consiglio. E quell'articolo è pieno di dettagli giudiziari: ci sono particolari sulle intercettazioni dei dialoghi tra lui e Giampaolo Tarantini, il Giampi che nel 2008 portava prostitute e amiche a casa del Cavaliere. Nell'indagine è coinvolta anche la moglie di Giampi, Angela Devenuto, che gli amici più intimi chiamano "Ninni" o "Nicla".

La donna ha una relazione con Lavitola nata tra i fornelli di casa del faccendiere, mentre lui le cucinava il coniglio. Oggi Lavitola è diventato lepre in fuga per il mondo, mentre i coniugi Tarantini sono stati arrestati. E la sua latitanza è cominciata, forse per coincidenza, dopo aver parlato al telefono proprio il 24 agosto scorso con Silvio Berlusconi, che già in quel momento sembra essere a conoscenza - come lo erano i giornalisti del settimanale mondadoriano - del lavoro riservato dei pm napoletani e della richiesta di arresto che avevano presentato al gip Amelia Primavera.

Il faccendiere è a Sofia per concludere affari per conto di Finmeccanica ma si rende subito conto del pericolo. Per questo si attacca al telefono e comincia a comporre ripetutamente il numero di Marinella Brambilla, la storica assistente personale del premier. Dall'inchiesta emerge come la Brambilla conosca perfettamente lo stretto rapporto che lega Lavitola al Cavaliere. La donna spiega che "lui" è impegnatissimo tra crisi economica e turbolenze politiche: non può rispondere. Lavitola dalla Bulgaria però insiste e, preso dall'ansia per le notizie che rimbalzano su tutti i media, continua a chiamare. E dopo vari tentativi, gli passano al telefono Silvio Berlusconi.

Il premier si mostra calmo, la voce è serena: rassicura Lavitola, spiega che tutto sarà chiarito e gli dice di "stare tranquillo". A quel punto - come se fosse un'anticipazione della sua autodifesa - gli espone quella che sarà la linea: la stessa in parte pubblicata alcuni giorni dopo sullo stesso settimanale autore dello scoop sull'inchiesta. Berlusconi ricorda a Lavitola che attraverso lui ha "aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trovava e si trova in gravissime difficoltà economiche". E sottolinea: "Non ho nulla di cui pentirmi, non ho fatto nulla di illecito".

Da Sofia Lavitola sembra comprendere: capisce quale è la linea difensiva e concorda su questi punti. Appare però sconfortato e in qualche modo anche dispiaciuto per le intercettazioni. E' rammaricato per essere stato registrato mentre parlava con il premier. Lavitola, a quanto sembra, aveva assicurato a Berlusconi che le utenze panamensi usate per i loro dialoghi telefonici erano a prova di intercettazione e quindi sicure. Ma così con è stato. La Digos di Napoli è riuscita a captarle tutte su delega dei pm Piscitelli, Woodcock e Curcio. Il premier anche in questo caso mantiene un tono di voce calmo e risponde a Lavitola in modo sarcastico: "Te lo avevo detto che ci avrebbero intercettati".

A quel punto il faccendiere è "giudiziariamente" con le spalle al muro, e chiede consiglio al premier: "Che devo fare? Torno e chiarisco tutto?". Berlusconi risponde: "Resta dove sei". Il messaggio è chiaro, non richiede commenti. Già pochi mesi fa Lavitola si era rifugiato a Panama dopo avere saputo dell'arresto di Luigi Bisignani per l'inchiesta sulla P4: lui stesso ammette, parlando con la moglie di Tarantini, di avere responsabilità penali in questa storia collegata a Finmeccanica. E anche dopo la telefonata con Berlusconi i piani di viaggio dell'ex direttore dell'"Avanti" cambiano improvvisamente. Organizza la fuga, cercando la meta più ostica per la giustizia italiana: il Brasile. Lui aveva già in tasca un biglietto per Roma, destinato a non essere usato perché compra di corsa un volo per il Paese sudamericano scelto per trascorrere la latitanza.

La procura napoletana sostiene che lo scoop del settimanale di casa Berlusconi ha favorito gli indagati. E forse anche Berlusconi che in questa vicenda compare formalmente come parte offesa. Per il procuratore aggiunto Francesco Greco che coordina l'inchiesta, le indagini sono state "fortemente compromesse" proprio "dalla criminosa sottrazione di numerosi e rilevanti contenuti della richiesta di misura cautelare ad opera di ignoti a cui ha fatto seguito la pubblicazione degli stessi su alcuni giornali nazionali".

Secondo il procuratore capo, Giovandomenico Lepore pubblicare notizie del genere "è come avvisare l'indagato del suo arresto. Vogliamo andare fino in fondo perché è un fatto gravissimo e non è la prima volta che accade". I pm hanno aperto un fascicolo di indagine sulla fuga di notizie, in cui viene ipotizzato il favoreggiamento: la pubblicazione di ampi stralci della richiesta di custodia cautelare può aver agevolato gli indagati.

Lavitola ha evitato l'arresto ed è latitante ma resta il sospetto che dopo la diffusione della notizia molte persone abbiano potuto far sparire prove compromettenti. Tarantini e sua moglie hanno avuto il tempo di concordare una linea difensiva, tanto da stilare una memoria poi consegnata in carcere al giudice.

Insomma, tutti i protagonisti al momento della retata sapevano cosa dire; compreso Berlusconi, indicato come vittima di un'estorsione che lo ha portato a sborsare in un anno 850 mila euro. Soldi diretti ai coniugi Tarantini ma deviati in buona parte nelle casse di Lavitola, che ne ha intascati ben 400 mila. Per il faccendiere - ritenuto dagli inquirenti la mente del ricatto - la coppia rappresentava la gallina dalle uova d'oro che avrebbe permesso di mettere "con le spalle al muro" Berlusconi. E costringerlo a pagare per far tacere Tarantini su quelle serate nelle residenze romane e milanesi del premier allietate da prostitute ed amiche pronte a tutto. Insomma, un silenzio che vale oro.

Ora dalla latitanza Lavitola parla attraverso i giornali e annuncia che vuol tornare in Italia per farsi arrestare, ma prima lancia un messaggio: "Ho una famiglia da mantenere. Quando entrerò in cella come vivranno mia moglie e mio figlio?" Non è difficile ipotizzare che la domanda sia rivolta a qualcuno che ha già "aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trovava e si trova in gravissime difficoltà economiche".

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