domenica 27 novembre 2011

'Ndrangheta e Formigoni... sprofondo Nord


A Milano e in Lombardia se vuoi arrivare alle poltrone che contano non puoi prescindere dal cercare i due appoggi più forti nel territorio. Il primo è Comunione e Liberazione, che trova lavoro solo agli aficionados, i bigotti DOC, e sostiene chi poi può concretamente dare lavoro e denaro. Non è un mistero che Formigoni sia da tempo, e lo ammette lui stesso, un uomo di CL. Ma c'è un altro appoggio da avere assolutamente, e riguarda le tante ditte che riciclano il denaro sporco da attività illecite, e che proprio per questo spuntano prezzi migliori (e golose mazzette) per gli appalti di opere pubbliche. Avere anche l'appoggio della 'Ndrangheta è quindi il secondo passo fondamentale da compiere per raggiungere le poltrone d'oro del potere in terra lombarda. Ogni giorno che passa vede saltare fuori qualche nuova notizia sulle commistioni fra politica e criminalità organizzata, e quelle che prima erano solo voci, ora stanno diventando certezze. Buona lettura.

Formigoni e i colletti bianchi delle cosche. Ex assessore Oliverio: organizzai io la cena

di Fabio Abati

Il politico è stato assolto dall'accusa di corruzione. Il suo nome stava nella lista dei 119 imputati al processo Infinito. Oliverio conferma i suoi rapporti con Perego, accusato di concorso esterno, ribadendo di non conoscere i suoi rapporti con i boss

Il 4 aprile del 2009 Ivano Perego, l’imprenditore brianzolo alla sbarra al processo Infinito di Milano (rito ordinario ndr) con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, partecipò a Milano al convegno “La giornata della sussidiarietà”, organizzata dalla Compagnia delle opere. Presenti, tra gli altri, il governatore della Lombardia, Roberto Fomigoni, e Maurizio Lupi, deputato del Pdl. Nessuno di questi ultimi, naturalmente, è stato mai indagato o coinvolto nelle indagini della Dda, ma che al loro stesso tavolo sedette chi aveva fatto entrare nella sua azienda i clan della ‘ndrangheta, oltre ai magistrati, lo conferma anche Antonio Oliverio, ex assessore agli Affari generali, alla moda e al turismo della Provincia di Milano (giunta Penati), eletto nelle file dell’Udeur e in carica fino al 7 maggio del 2009.

Oliverio è stato di recente assolto dal procedimento in rito abbreviato, quello che qualche giorno fa ha comminato a 110 imputati quasi mille anni di carcere, confermando che il pericolo ‘ndrangheta a Milano è reale e molto forte. “Ha trionfato la verità” dice oggi l’ex assessore provinciale. “Io ero certo dei miei comportamenti – aggiunge – però avevo bisogno che anche gli altri si convincessero della totale mia estraneità. L’unico rammarico? Visto che in fase preliminare sono stato rivoltato come un calzino, ci si poteva anche convincere a non arrivare al mio rinvio a giudizio”.

Il pubblico ministero Alessandra Dolci, nella sua requisitoria al termine del processo in abbreviato, ha riconosciuto che per Oliverio non ricorrevano “gli elementi costitutivi del delitto di corruzione, non essendo sinceramente individuabile alcun atto contrario”. “È sostanzialmente una vicenda – ha aggiunto il Pm – per la quale è stato introdotto un reato a livello comunitario che si chiama ‘traffico di influenze’, normativa che non è stata ancora recepita dal Legislatore italiano”.

Oliverio, per la legge italiana quindi, esce a testa alta. In più ricorda l’assoluta sua buona fede nei rapporti che instaurò con Ivano Perego e il suo entourage. “Voglio ribadire – dice – che dal mio punto di vista avevo semplicemente a che fare con un giovane imprenditore brianzolo, rampollo di una nota famiglia della zona. Nient’altro! Io che cosa mai ne potevo sapere delle accuse che oggi gli vengono mosse?”. Lo stesso dicasi per Andrea Pavone, socio di Perego: “Di lui sapevo essere il direttore finanziario della ditta”, dice Oliverio.

Comunque sia, con l’aiuto dell’ex assessore la coppia Perego-Pavone riuscì ad accreditarsi presso la Compagnia delle opere, l’associazione imprenditoriale nata nel 1986 su iniziativa di Don Giussani, branca di Comunione e liberazione.

“Ma quale reato si compie a partecipare a questo tipo di incontri?”. Si chiede Oliverio, che poi aggiunge: “Io sono un consulente e mi occupavo di accompagnare questa azienda, al raggiungimento di un obiettivo, legato a un appalto pubblico che la Perego s’era aggiudicata (i lavori per l’ampliamento della Paullese ndr). Per cui tutto nella massima trasparenza.” “Nell’ambito di questo mio mandato, portare Perego ad un incontro della Compagnia delle opere con mille altri imprenditori e ad esserci, non mi sembra che abbiamo fatto nulla di particolarmente grave”.

All’epoca dei fatti, i carabinieri del Ros di Milano, organizzano un appostamento fuori dai locali dove si sta tenendo la Giornata della sussidiarietà. “Al termine della manifestazione – annotano nell’informativa consegnata ai magistrati – subito dopo essersi congedato da Oliverio, Perego si sente telefonicamente con Pavone ed in termini entusiastici lo informa, oltre che dell’esito della manifestazione, anche della presenza di politici di rilievo. “C’era qui Formigoni c’era qui… – dice Perego – Lupi… C’erano tutti… Io in pole position eh… Mi vedi in televisione, da una parte Oliverio, in pole position!”

La difesa di Ivano Perego, l’avvocato Marcello Elia di Milano, ha deciso di chiamare a testimoniare lo stesso Governatore della Lombardia e l’onorevole Lupi, oltre a Oliverio. I primi due dovrebbero dichiarare che Perego millantava la loro conoscenza, mentre il terzo confermare davanti ai giudici l’assoluta buona fede con cui ebbe a che fare con un imprenditore che ai suoi occhi era solo un ragazzo di buona famiglia.

“Proprio perché io sono di origini calabresi e faccio politica da trent’anni – dice Oliverio – sono sempre stato attento alle mie frequentazioni, ai miei comportamenti”. Oggi l’ex assessore ha un motivo di più per farlo, “anche perché – termina – proprio da un punto di vista politico vorrei tornare a guardarmi attorno. Cerco un posto nel movimento dei cattolici che sta per nascere. Ma vedremo”. Sarà pronto il grande centro milanese ad accogliere di nuovo Antonio Oliverio?

giovedì 24 novembre 2011

Ignazio La Russa e gli sprechi indecenti

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Assolutamente detestabile da ogni persona che abbia un minimo di intelligenza, buonsenso e cuore. Uno dei peggiori elementi in tutto il PDL, l'uomo volgare, irrispettoso e incapace. Ecco come ha gettato dalla finestra tanti nostri soldi.

Che bello spreco casa La Russa
di Laura Bastianetto
Migliaia di euro spesi dallo Stato per l'alloggio ministeriale. Usato saltuariamente dal figlio Geronimo. E mantenuto pulito e riscaldato, per la 'modica' cifra di 3mila euro al mese. A carico dei contribuenti, s'intende

Vista da fuori la palazzina non trasmette aria di esclusività. La posizione però è incantevole: le finestre affacciate sulle palme del chiostro di San Clemente, una basilica dal fascino medievale, e a poche centinaia di metri la mole del Colosseo. Siamo ai piedi del Celio, a qualche passo dai pini maestosi del parco di Colle Oppio: lì la Difesa dispone di una serie di case destinate a ospitare generali a tre stelle, grand'ammiragli e uomini di governo. E lì c'è anche l'alloggio riservato al ministro in carica, che dal 2008 è stato assegnato a Ignazio La Russa.

In realtà al parlamentare siculo-milanese quella zona non è mai piaciuta: preferisce Prati, il quartiere romano dove ha messo le tende da anni e infatti ha corteggiato invano un'altra dimora di rappresentanza della Marina con terrazze sul Tevere che però risulta occupato da un altissimo ufficiale.

La casa di piazza San Clemente gli è stata comunque assegnata, con un canone previsto pari a 171 euro mensili. Si tratta di duecento metri quadrati su due livelli, con tre camere al primo piano e due al secondo, più servizi, cucina e un salone per i pranzi di gala.

La Russa lì non è stato quasi mai visto: la sua scorta, che da protocollo prevede anche una staffetta dei motociclisti dei carabinieri, da mesi non viene notata. Mentre sembra che più volte vi abbia abitato il figlio Geronimo, che a soli 31 anni continua ad accumulare incarichi nei consigli di amministrazione del gruppo Ligresti, vecchio amico di famiglia, e nell'Automobile club milanese.

Vuoto o pieno, però, l'alloggio è costato ai contribuenti una cifra folle. Infatti il ministero si è occupato di mantenerlo lindo ed efficiente come richiede l'accoglienza di un ospite tanto illustre. E' stato pulito, riscaldato e dotato di personale per cucinare e servire a tavola. Per questo privilegio all inclusive si è speso dai 3 mila euro in su al mese.

Qualche esempio? A giugno 2010 ben 4156 euro, a luglio si è scesi a 3806 e ad agosto si è toccato il minimo di 3412, sempre comprensivi di Iva come da fattura. A novembre 2010 però c'è un preventivo record presentato alla Difesa: 5.687,76 euro più Iva. E l'elenco dei servizi graziosamente offerti al ministro è singolare: "Pulizia, riassetto di camere e di locali connessi nonché pasti, mensa e sguatteria". Un tempo come camerieri, maggiordomi e sguatteri si usavano i soldati di leva: ora invece tutto viene affidato a ditte private. A caro prezzo.

Non c'è nulla di illecito: tutto è perfettamente regolare. Altri ministri in passato hanno abitato nella stessa magione affacciata su uno splendido palazzetto settecentesco. Anche se La Russa nel 2009 ha dichiarato redditi superiori ai suoi colleghi dell'esecutivo - 374.461 euro, solo l'allora premier Silvio Berlusconi lo ha superato - come ministro ha avuto anche lui diritto all'alloggio di rappresentanza che può ovviamente ospitare i familiari.

Ma la questione dei benefit concessi con prodigalità da tutti i dicasteri dovrebbe essere subito affrontata dal nuovo governo. Solo la Difesa conta 47 Asir ossia "alloggi di servizio connesso con l'incarico, con annessi locali di rappresentanza" che servono per "pranzi o ricevimenti ufficiali nell'alloggio stesso". Forse in questi tempi di magra converrà rinunciare subito alle serate di gala e ai pied à terre tutto compreso.

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Il Gianni Letta che (non?) ti aspetti


Confesso che mi disturba molto leggere elogi smisurati bipartisan nei confronti del fido consigliere di Berlusconi. Chi vive vicino al satrapo di Arcore ha per forza le mani sporche, e le cose prima o poi vengono a galla. Ecco un buon inizio...

Letta e i farmaci d'oro

di Lirio Abbate

La Menarini sotto accusa per una truffa allo Stato da 860 milioni. Gonfiando i prezzi delle medicine. Grazie alla mediazione dell'ex sottosegretario. E ai doni ai politici pdl

Il potere in pillole: parlamentari, ministri e gran commis ben disposti a favorire l'azienda numero uno dei farmaci. Tanto poi paga lo Stato che - stando ai risultati dell'inchiesta - rimborsa le medicine con un prezzo gonfiato grazie a trucchi, lobby e tangenti: negli anni Ottanta c'era il divano imbottito di monete d'oro di Duilio Poggiolini mentre con il nuovo millennio si passa al salotto, quello della defunta Maria Angiolillo dove si poteva incontrare la Roma che conta.

Il cavaliere Alberto Aleotti, 88 anni e fino a due mesi fa patron della Menarini, secondo i pm aveva costruito un sistema di affari che sfruttava tutte le scorciatoie, dalle fatture "lievitate" attraverso passaggi fittizi nei paradisi fiscali fino alla corruzione. Così l'azienda per decenni avrebbe incassato dallo Stato rimborsi per la vendita di farmaci con un tariffario ritoccato per aumento. Escamotage studiati dal grande timoniere della Menarini, prima casa farmaceutica italiana e fra le più importanti al mondo, che solo a settembre ha lasciato la guida alla figlia Lucia.

L'importo totale della truffa allo Stato contestata finora è di 860 milioni di euro, accumulati grazie alla "cresta" su soli sette farmaci blockbuster del catalogo Menarini. Il calcolo sul resto è ancora in corso. Ma già ora la procura di Firenze è convinta di avere le prove per processare Aleotti insieme ai figli Lucia e Giovanni (accusati solo di riciclaggio), e altre 12 persone fra collaboratori della Menarini, manager e avvocati stranieri. Questo comitato avrebbe portato all'estero un tesoro pari a un miliardo e 200 milioni di euro: fondi sequestrati dai pm Luca Turco, Ettore Squillace e Giuseppina Mione.

Gli inquirenti credono che il pompaggio dei farmaci sia proseguito per trent'anni, e sarebbe ancora in corso. L'unico pericolo per questa fabbrica d'oro sarebbe arrivata quattro anni fa, quando le Regioni alle prese con la crisi hanno cominciato a preferire i farmaci generici rispetto a quelli brevettati. Allora Alberto Aleotti è sceso in campo con la figlia Lucia per creare una lobby anti-pillole low cost. La Menarini già nel 1995 aveva lanciato una campagna di stampa contro la politica del governo sul prezzo dei medicinali: gli Aleotti acquistarono pagine dei quotidiani minacciando di trasferire l'azienda in Germania. Invece la società non si è mai mossa da Firenze, continuando ad aumentare fatturati e moltiplicare sedi in tutto il mondo. In compenso molto vicino alla Germania, e precisamente in una banca di Vaduz in Liechtenstein, Aleotti ha nascosto un bel gruzzolo: 476 milioni di euro. Fondi fatti rientrare con lo scudo fiscale nel 2001. Un'operazione poi ripetuta due anni fa, sfruttando la norma del governo Berlusconi per "scudare" altri 1.300 milioni di euro subito investiti in polizze assicurative create su misura dalla filiale milanese dell'Ubs. E sono questi i soldi che la procura ha sequestrato, contestandone l'origine criminale: per i pm sono il frutto della truffa allo Stato.

Aleotti sapeva come creare consenso intorno alle sue iniziative. Nella campagna elettorale del 2008 ha finanziato con 400 mila euro 54 candidati del Pdl, tutti eletti: in media 7.400 euro a testa. Nel marzo 2009 il "cavalier Menarini" passa all'incasso e cerca di fare introdurre un emendamento che protegga gli utili della ditta dai tagli delle Regioni. Per questo si allea con una sua vecchia amica, Maria Angiolillo che - secondo le intercettazioni dei carabinieri del Nas - riesce a spalancare le porte degli uffici di ministri, parlamentari e in particolare del sottosegretario Gianni Letta.

Il patron della Menarini le dice al telefono: "Se ce la facciamo Maria, con il nostro grande ministro delle Attività industriali Scajola, la vita diventa diversa...". La regina dei salotti ribatte, profeticamente: "Magari, speriamo gli ultimi anni della mia vita". La signora sembra curare gli interessi della Menarini: "Speriamo bene per i brevetti. Ogni sera faccio una preghiera per il brevetto". Le speranze della donna, come ipotizzano gli investigatori, non sono riposte nella ricerca scientifica, ma in altro. Aleotti comprende il messaggio: "Io non dimenticherei, ricordatelo...".

Gli inquirenti ritengono che l'Angiolillo venisse ricompensata per il suo sostegno alla casa farmaceutica. In due delle telefonate intercettate sollecita Aleotti a consegnarle "libri", che per i carabinieri potrebbe invece essere una somma di denaro. E donna Maria avverte l'industriale: se non riceve i "libri", sarà costretta "a ritirarsi". Il rapporto d'affari tra i due viene anche confermato da Sergio Dompè, il presidente di Farmindustria ossia la Confindustria delle medicine, che interrogato come teste dai pm spiega: "Credo che ci fosse un contratto o una consulenza, un rapporto di parecchi anni per cui lei seguiva le pubbliche relazioni della Menarini a Roma".

E' grazie alla Angiolillo che Alberto Aleotti e sua figlia Lucia riescono a far pressioni sull'allora ministro Scajola, sul sottosegretario Letta, fino ad arrivare a Silvio Berlusconi. Ma gli fornisce anche altre entrature. Contro i controlli delle Fiamme Gialle, Maria Angiolillo informa la moglie di Alberto Aleotti che può far intervenire il capo di Stato Maggiore della Finanza, "così non lo tormentano più". Angiolillo dice che l'uomo che li può aiutare "si chiama Michele Adinolfi".

La questione chiave però è il prezzo dei farmaci. Grazie all'appoggio decisivo di Berlusconi, l'emendamento voluto da Aleotti passa al Senato. E' lo stesso premier che lo conferma al patron della Menarini durante una cena, rendendolo "felice". A presentare il cavillo che privilegia le medicine brevettate sui generici è stato il senatore Cesare Cursi, responsabile Salute del Pdl, imputato in questa inchiesta di corruzione. Nelle registrazioni Cursi sostiene di fare "quello che vogliono" gli Aleotti e gli investigatori lo indicano come persona al "loro servizio". La corruzione nasce, secondo i pm, quando la Menarini chiede improvvisamente alla moglie di Cursi, che è titolare di una piccola casa editrice, di stampare alcuni libri d'arte da distribuire come strenna natalizia. Per questi gadget l'azienda farmaceutica versa 164 mila euro, considerati dall'accusa una tangente mascherata.

Ma l'emendamento tanto sostenuto sembra fosse molto poco vantaggioso per la pubblica amministrazione: in un momento di crisi e di riduzione della spesa pubblica, la Ragioneria dello Stato e il ministro Giulio Tremonti lo bocciano. Tutto si ferma. E lo stop arriva in coincidenza con la morte di Maria Angiolillo, nell'ottobre 2009. Gli investigatori hanno comunque perquisito la sua celebre dimora di Trinità dei Monti, sequestrando documenti da cui potrebbero scaturire nuovi spunti d'indagine. I carabinieri in una informativa scrivono: "Sebbene in misura nettamente inferiore, la Angiolillo non aveva nulla da imparare dall'Aleotti, per quanto riguarda il sistema delle società di comodo, con ramificazioni in Vaduz e Liechtenstein e non è escluso che la sigla Etablissement Sepana, ancora in vita e amministrata da un defunto, sia un elemento collettore d'interessi economici tra i due".

Ma la famiglia Aleotti per sostenere il prezzo dei suoi prodotti aveva lanciato un'offensiva in grande stile: oltre Berlusconi, Letta, Scajola e Cursi dall'inchiesta emergono anche contatti e pressioni sui ministri Matteoli, Fitto, Sacconi, e la moglie di quest'ultimo Enrica Giorgetti, direttore generale di Farmindustria; sui sottosegretari Raffaele Lauro e Luigi Casero. Pressioni anche su Andrea Monorchio, ex ragioniere generale dello Stato; Massimo Goti, ex capo dipartimento allo Sviluppo economico; Mario Scino, avvocato dello Stato e coordinatore dell'ufficio legislativo e su Luigi Mastrobuono, capo di gabinetto dello stesso dicastero.

L'indagine conclusa ora però è solo la prima tranche di un'istruttoria destinata ad andare avanti a lungo. Pochi mesi fa in un appartamento di Lugano è stata scoperta la documentazione segreta della Menarini: una contabilità parallela degli ultimi quarant'anni, dalla quale si potrebbero scoprire ben altri tesori e investimenti nascosti. Ma non è tutto. Le perquisizioni hanno portato alla luce un documento importantissimo sugli accordi tra la holding fiorentina e la Bristol Myers Squibb, uno dei grandi colossi farmaceutici mondiali, al cui vertice da pochi mesi c'è Lamberto Andreotti, figlio del senatore a vita Giulio. Patti che prevedono la vendita dei principi attivi per le medicine non direttamente alla Menarini ma attraverso altre società, che fanno sempre capo ad Aleotti: in questo modo venivano creati fondi neri all'estero e fatto lievitare artificialmente il prezzo. Garantendo la salute dell'azienda più che quella dei cittadini.

lunedì 21 novembre 2011

La massoneria di Goldman Sachs


Lascio il titolo del Fatto Quotidiano, a voi la lettura.

La massoneria di Goldman Sachs

di Roberta Zunini
Monti, Draghi, Papademos e il “capitalismo di relazioni della banca d’affari Usa

Governatori dal capo cinto d’alloro finti inviati a redimere le corrotte province dell’Impero, sull’orlo della bancarotta, piuttosto che massoni tanto spietati quanto fedeli della “loggia americana Goldman Sachs”. Il neo establishment europeo, forte dell’ingresso di Mario Draghi, Mario Monti e Lucas Papademos alla testa rispettivamente della Banca centrale europea, del governo italiano e di quello greco, lascia perplessa la stampa internazionale. L’inglese Financial Times e il francese Le Monde, due giganti della stampa mainstream, hanno riportato alla luce il loro comune passato ai piani più alti della banca d’affari Goldman Sachs. Uno degli istituti bancari corresponsabili della crisi finanziaria mondiale scoppiata nel 2008. Per una volta il documentatissimo quotidiano francese vicino alla sinistra si trova d’accordo con i no-strani Giornale, Libero o il Manifesto.
Ecco allora una storia dettagliata e ragionata del “capitalismo di relazioni” – come lo definisce il corrispondente da Londra, Marc Roche – di cui la banca d’affari Goldman Sachs sarebbe l’apostolo in Europa. I crociati più agguerriti sarebbero per l’appunto il governatore della Bce, Draghi e i neo premier Monti e Papademos.

Il primo fu addirittura vicepresidente della Goldman Sachs International per l’Europa tra il 2002 e il 2005, con il compito ufficiale di occuparsi delle imprese dei paesi sovrani, ma corso in aiuto alla Grecia “camuffando i suoi conti grazie a prodotti finanziari swap”. Monti, dal 2005 a ieri consigliere internazionale di Goldman, sarebbe stato a lungo un “apritore di porte” con il compito di entrare nel cuore del potere europeo per difendere gli interessi di GS.
Dal catalogo Goldman, il neo premier aveva la missione di consigliare i vertici della banca su non meglio specificati “affari europei e i grandi dossier della politica mondiale”.

Papademos, già governatore della Banca centrale greca tra il ‘94 e il 2002, avrebbe invece giocato un ruolo importante con l’aiuto della Goldman nel nascondere i rovinosi conti pubblici ellenici. Ma la banca d’affari, al contrario degli istituti suoi concorrenti, non cerca di fare pressione sui deputati, sui ministri, insomma sugli esponenti delle compagini politiche europee, bensì cerca di mettere direttamente i suoi consiglieri o gli ex esponenti del suo vertice a capo delle Banche centrali o delle commissioni europee. Mario Monti è stato infatti a lungo commissario europeo.

Il loro compito è di raccogliere informazioni sulle operazioni che le Istituzioni europee stanno mettendo a punto e sulla politica dei tassi d’interesse in via di realizzazione da parte delle Banche centrali. Tutto ciò per avvantaggiare gli stessi soci della Goldman. La banca privata quindi usa i suoi uomini come api per impollinare esponenzialmente le istituzioni pubbliche e far fiorire governi compiacenti.

Noi paghiamo: loro volano gratis. Lo scandalo voli-blu del governo Berlusconi

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Altra tegola sulle nostre tasche. Il governo del fare, cioé del vivere nel lusso, viaggia gratis a spese nostre, e batte ogni record di ore di volo e soldi nostri spesi a sostegno dei sollazzi dei giullari del satrapo di Arcore. La maggior parte delle volte questi voli son serviti per questioni totalmente estranee all'attività di governo, e sarebbe il caso che la Corte dei Conti ora battesse cassa contro questi delinquenti che hanno succhiato e rubato l'impossibile, restando lontani da una crisi della quale non si sono minimamente occupati perché disinteressati. La delinquenza al governo, le spese folli, e il bilancio dello Stato che cola sempre più a picco, in un baratro senza fondo.

Voli blu, è spreco record
di Gianluca Di Feo
A parte i nuovi giocattoli del Cavaliere, ci sono più di trenta aerei a disposizione del governo, sempre a spese nostre. Hanno fatto 8.500 ore di volo nel 2010, il massimo di sempre: per soddisfare ogni capriccio di ministri, viceministri e sottosegretari. Ecco tutti i numeri della vergogna

Il regalo potrebbe venire consegnato a fine settembre, giusto in tempo per festeggiare il suo settantacinquesimo compleanno: un dono coi fiocchi, degno dell'anniversario speciale. Anche perché a pagarlo saranno tutti gli italiani, che hanno contribuito ad acquistare il nuovo elicottero presidenziale di Silvio Berlusconi. Alla faccia dei tagli e del rigore, sulla pista di Ciampino atterrerà uno sfavillante Agusta-Westland Aw-139 con interni in pelle e optional hi-tech: la nuova ammiraglia del trasporto di Stato. Un gioiello potente, silenzioso, sicuro e lussuoso che offre a cinque passeggeri il meglio del meglio, dall'aria condizionata agli schermi al plasma. E il Papi One non resterà solo: confermando la passione del Cavaliere per le gemelle emersa dall'inchiesta sul bunga bunga, nel giro di qualche mese sarà raggiunto da una seconda fuoriserie dei cieli. Un altro Aw-139, con lo stesso sfarzo e qualche poltrona in più per addolcire le trasferte di governo con lo staff di consiglieri (e spesso segretarie molto particolari). La coppia di macchine dovrebbe costare intorno ai 50 milioni di euro, ma il contratto è stato abilmente nascosto nei bilanci, come accade per tutta la contabilità dei jet di Stato diventati il privilegio supremo della politica.

Potersi imbarcare sugli aerei blu è lo status symbol numero uno, con la corsa di ministri e sottosegretari a prenotare decolli illimitati. Nel 2010 lo stormo che si occupa delle trasferte governative ha bruciato quasi 8.500 ore di volo, segnando un nuovo record dello spreco di denaro pubblico: è come se ci fosse stato un velivolo sempre in cielo, notte e giorno, senza sosta per un intero anno. Un viaggio ininterrotto lungo 365 giorni: quanto basta per andare su Marte e tornare indietro. Un paragone ridicolo? Anche i nostri politici spesso ordinano missioni assurde: «Per due volte un membro dell'esecutivo ha preteso un jet che lo portasse da Milano Linate a Milano Malpensa. Il Falcon è partito da Roma Ciampino, è atterrato a Linate per caricare l'autorità e ha compiuto la trasferta di cinque minuti per poi rientrare nella capitale. Una spesa senza senso solo per assecondare i capricci di un ministro», racconta a "l'Espresso" un alto ufficiale dell'Aeronautica.

La manovra che riesce meglio ai ministri è proprio quella che ogni weekend li fa atterrare accanto a casa. Mentre il costo di questi sfizi d'alta quota resta un mistero, protetto dai burocrati di casta. Il valore commerciale delle ore di volo - ossia quello che si pagherebbe per noleggiare gli stessi aerei da una compagnia privata - è di oltre 100 milioni di euro l'anno. Ma sull'amministrazione pubblica pesano soltanto carburante, ricambi e manutenzione per un totale che dovrebbe comunque superare i 60 milioni.

Non solo: i politici viaggiano due volte a sbafo. Palazzo Chigi si dimentica di rimborsare le somme spese dall'Aeronautica. E non si tratta di cifre secondarie: lo studio della Fondazione Icsa, il più importante think tank italiano di questioni strategiche, mostra un debito di ben 250 milioni di euro. L'analisi presentata dal generale Leonardo Tricarico, ex comandante dell'aviazione ed ex consigliere di Berlusconi, evidenzia come in un decennio la presidenza del Consiglio si sia lasciata alle spalle una montagna di quattrini anticipati dai militari per le trasferte ufficiali e le gite dell'esecutivo. Solo lo scorso anno l'Aeronautica si è accollata 25 milioni di euro per i viaggi a scrocco; nel 2009 sono stati 23 milioni e nel 2008 altri 20, quasi tutti sborsati dopo il ritorno di Silvio al potere. Il primato risale al vecchio esecutivo del Cavaliere, con i 30 milioni regalati nel 2004 per i decolli frenetici della campagna elettorale delle Europee che videro il trionfo del centrodestra.

Ma queste somme rappresentano soltanto una parte dello sperpero alimentato dagli habitué dei voli blu: sono l'extra dell'extra. Ogni dicembre la Difesa preventiva uno stanziamento molto frugale per l'anno successivo, assecondando i buoni propositi di Giulio Tremonti: per il 2011 sono stati ipotizzati 4 milioni. Una cifra beffarda, che basta appena per qualche mese di combustibile. Così a giugno si rifanno i calcoli e si cerca di ripianare le fatture per lo sfrecciare dei politici alati. Che sono più veloci dei fondi e si lasciano una scia di euro bruciati oltre tutti i limiti. Nel 2009 ci sono state 1.963 "missioni di Stato": più di cinque al giorno, includendo sabati e domeniche. Un attivismo impressionante, proseguito nel primo trimestre 2010 con altre 486 spedizioni. Impossibile decifrare quale sia stata la spesa globale: si ritiene che nell'ultimo decennio abbia superato di gran lunga gli 800 milioni.

Oltre ai dieci jet extralusso del 31 stormo (3 Airbus e 7 Falcon), vengono destinati ai voli dei sottosegretari e dei ministri quasi venti Piaggio P180, le "Ferrari dei cieli" con motori a turboelica. Invece quello degli elicotteri invece era un tasto dolente per i baroni volanti. Il vecchio Sikorsky presidenziale, con sobrie poltrone di pelle e interni di radica, a Silvio non piaceva proprio: troppo rumoroso, senza comfort, niente tv né musica. E' in servizio da oltre 25 anni e per quanto il presidente Obama usi lo stesso modello, il nostro premier non c'è mai voluto salire: va bene per il papa, come navetta tra il Vaticano e Castel Gandolfo, non per il Papi. E forse quell'icona della Madonna nel salotto di bordo che veglia sui passeggeri - voluta da Karol Wojtyla - non si addice all'allegra comitiva femminile che spesso accompagna il Cavaliere. Così Berlusconi è ricorso al "ghe pensi mi": ha continuato a volare con il suo elicottero privato, un Agusta Aw139 della flotta Fininvest, spazioso, comodoso e con gadget hi-tech. Il mezzo è del Biscione, ma dal 2008 le spese le ha pagate la presidenza del Consiglio, ossia i cittadini: ogni spostamento è diventato volo di Stato a carico nostro.

La questione però è stata affrontata e risolta, in gran segreto. Il governo ha comprato due Aw139 ancora più moderni, più lussuosi e più ricchi di optional di quello del Biscione. Tutto in silenzio, forse per non suscitare le ire di Tremonti. Un anno fa, il ministro Elio Vito, rispondendo ad alcune interrogazioni parlamentari presentate dopo un articolo de "l'Espresso" sull'aumento del budget per i voli blu, disse sibillinamente: «Di quei fondi, 31,3 milioni sono destinati a investimenti». Che significa? Mistero. Il bilancio della Difesa 2011 ha poi magnificato il taglio alle spese per le trasvolate ministeriali: «Ben 33 milioni in meno, con una riduzione del 90 per cento». Miracolo: la casta ha deciso di rimanere con i piedi per terra? Assolutamente no. La postilla mimetizzata in un allegato spiega l'arcano: «C'è un decremento a seguito del completamento del programma di acquisizione di due elicotteri per il trasporto di Stato». Ecco la risposta: nessuna economia, ma un investimento in benessere del premier. Il prezzo finale dovrebbe essere vicino ai 50 milioni, perché gli elicotteri avranno anche dotazioni speciali di sicurezza. Il primo andrà al premier, il secondo servirà anche per Benedetto XVI: saranno il Papi One e il Papa One. Ma a guadagnarci sarà soprattutto Silvio, che potrà vendere l'elicottero Fininvest: quando nel 2008 è tornato a Palazzo Chigi ha ceduto il suo Airbus personale, visto che quello presidenziale era più bello e totalmente gratuito. Tanto a pagare ci pensano i cittadini.

IL GENERALE CAMPORINI: OBBEDIAMO, MA CHE SPRECO
«In una vecchia legislatura i presidenti delle Camere erano entrambi milanesi, ma ogni lunedì mattina l'Aeronautica doveva mandare due aerei per portarli a Roma: uno decollava da Linate alle 7, l'altro alle 7.30. I due non gradivano viaggiare insieme e noi non potevamo davvero imporgli di farlo. Certo, così di sicuro non si economizzavano le risorse». Il generale Vincenzo Camporini ormai non si scandalizza più: nella sua vita d'ufficiale - prima pilota, poi comandante dell'Aeronautica e infine di tutte le forze armate - ha visto decollare migliaia di voli di Stato. «Mai però missioni che fossero formalmente illegittime. Quando riceviamo un ordine dalla presidenza del Consiglio noi militari dobbiamo solo obbedire. E anche l'imbarco di familiari o di altre persone, nel caso di decolli autorizzati, alla fine non rappresenta un aumento di costo. Il problema è soprattutto di opportunità: in un momento di crisi e di tagli ci sono molti voli che lasciano perplessi».

Il generale adesso ha presentato il dossier della Fondazione Icsa in cui si evidenziano i 250 milioni di euro spesi per queste missioni nell'ultimo decennio e mai pagati da Palazzo Chigi. «E' una situazione molto critica. Ci sono anni in cui all'Aeronautica viene rimborsato solo un quinto dei fondi usati per le trasferte del governo, ma quando viene chiesto di far partire un jet non possiamo dire di no e bisogna trovare le risorse. Così per fare volare i Falcon dei ministri dobbiamo tenere fermi gli aerei che poi vengono chiamati a svolgere missioni operative per la difesa dei confini o in Afghanistan o come in questi mesi in Libia: siamo costretti a rinunciare all'addestramento dei piloti o alla manutenzione dei velivoli». Camporini spiega che il carburante è il costo minore: gli aerei devono rispettare le revisioni programmate e hanno sempre un costo. «Ricordo che dopo le polemiche per la trasferta al Gran Premio di Monza di Rutelli e Mastella, i politici non volevano usare più l'Airbus presidenziale: era troppo vistoso e temevano scandali. Allora tutti chiedevano il più piccolo Falcon che non dava nell'occhio. Ma anche se restavano negli hangar, quegli Airbus erano un costo». Per l'alto ufficiale però questo è solo un capitolo di una situazione della Difesa che attende una riforma, razionalizzando tutto. «E rinunciando alle spese inopportune, soprattutto quando si può usare un volo Alitalia invece che il jet di Stato».

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Gli sperperi per il lusso di Sivlio? Li paghiamo noi: miliardi

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Oggi uso un titolo in perfetto stile feltriano-sallustiano, tanto il contenuto di quanto riportato da questi articoli riguarda proprio i miliardi di soldi nostri che sono stati spesi per il lusso di Sua Delinquenza. E' una vergogna, ma sono sicuro che i forzidioti adoratori del "presidente" diranno che non è vero, mentre il ducetto l'ha messa dietro anche a loro. Buona lettura.

Gli sprechi di Palazzo Silvio
di Emiliano Fittipaldi
Lo scorso anno la presidenza del Consiglio ha speso 4,7 miliardi. Con un aumento record tra staff, viaggi, show, indennità, mobili, jet e auto blu. Ecco la lista inedita

Mario Monti ha promesso "sacrifici". Ma ha detto pure che chi governa deve avere il coraggio di metter finalmente mano ai "privilegi". Da premier incaricato non ha specificato a chi o cosa si riferisse, ma è assai probabile che ce l'avesse con le lobby, le corporazioni, gli evasori fiscali e, soprattutto, con i politici e le loro prebende. "Monti non è uno stupido, e sa che se vuole far trangugiare l'amara medicina agli italiani, dovrà innanzitutto tagliare le franchigie e gli sperperi della Casta", chiedono in coro commentatori ed economisti.

Qualcuno consiglia l'abolizione immediata delle Provincie, altri puntano sul dimezzamento dei parlamentari, ma di sicuro il professore potrebbe cominciare a fare le grandi pulizie cominciando dalla sua nuova casa. Palazzo Chigi è infatti un mostro succhiasoldi, l'istituzione più costosa d'Italia: "l'Espresso" ha letto le spese (inedite) della presidenza del Consiglio del 2010, scoprendo che la corte di Silvio Berlusconi è costata oltre 4,7 miliardi di euro in 12 mesi, con un aumento del 46 per cento rispetto alle uscite registrate nel bilancio 2006.

La crescita può in parte essere spiegata con la decisione di Romano Prodi di trasferire alcune competenze sotto la presidenza del Consiglio (che così ha inglobato le politiche per lo Sport, per la Famiglia e la Gioventù), né bisogna dimenticare che una grande fetta dello stratosferico budget viene mangiata dagli interventi "attivi" dei vari dipartimenti, Protezione civile su tutti: nel 2010 l'emergenza per il terremoto in Abruzzo ha pesato sui conti per oltre 800 milioni di euro. Ma l'anno scorso - come, va detto, succedeva anche ai tempi dei governi di centrosinistra - una valanga di denaro è servita anche a far sopravvivere il Palazzo: centinaia di milioni di euro sono partiti per il funzionamento dell'ufficio del presidente Berlusconi e del sottosegretario Gianni Letta, dell'ufficio stampa retto da Paolo Bonaiuti e dei vari "servizi" controllati dal segretariato generale, senza dimenticare le strutture di diretta collaborazione e i dipartimenti guidati da sottosegretari e ministri senza portafoglio. Alla fiera degli sprechi hanno partecipato tutti.

Andiamo con ordine. Per il solo "funzionamento" di Palazzo Chigi nel 2010 lo Stato ha impegnato quasi mezzo miliardo di euro, che se ne vanno in stipendi ai dipendenti, indennità, missioni, affitti e comitati di ogni forma e specie. Eppure, nel maggio di un anno fa, in piena crisi economica, il Cavaliere aveva promesso solennemente di ridurre la spesa pubblica. "La spesa è ingente, capillare e non più sostenibile, soggetta a pessime gestioni e malversazioni". La colpa? "I governi consociativi" della Prima Repubblica e "il governo della sinistra" che avrebbe fatto esplodere i costi. Che fare, dunque? La ricetta migliore, spiegava l'ex capo del governo, è semplice: "Limare gli sprechi degli enti, dell'amministrazione pubblica e della politica".

Se l'ex presidente del Consiglio predicava bene, la sua presidenza del Consiglio ha razzolato male. Per fare un confronto tra le spese di Berlusconi e quelle dell'ultimo governo di centrosinistra basta prendere il bilancio del 2007, l'ultimo gestito da Prodi e il suo staff. Per il segretariato generale (l'ufficio comandato da Manlio Strano che gestisce le funzioni istituzionali, le spese di rappresentanza, i voli blu, la biblioteca di Palazzo Chigi e il servizio per "il raccordo organizzativo tra le varie strutture della Presidenza") nel 2010 la spesa corrente è arrivata a 631 milioni di euro, di cui 363 milioni inghiottiti dai costi fissi per stipendi e uffici vari. Sono cifre degne di una reggia imperiale, che non conoscono freni: così l'anno scorso per il funzionamento del segretariato il Cavaliere ha speso 80 milioni in più rispetto al 2007.

L'ufficio stampa di Palazzo Chigi, che già con Prodi costava mezzo milione l'anno, con il Cavaliere è schizzato a quota 645mila: i comunicati di Paolo Bonaiuti e dei vari collaboratori per diffondere il credo di "Silvio" e le opere del primo ministro ci sono costati in pratica 1.700 euro al giorno. Altri 81 mila euro sono finiti nell'acquisto di giornali, 77 mila per le pubblicazioni on line della Biblioteca Chigiana.

Ma è per le cerimonie di Silvio Berlusconi che vanno via milioni a go-go: la voce "spese di rappresentanza" nel 2007 superava di poco i 344 mila euro, nel 2010 è raddoppiata. Se le visite ufficiali di Prodi e dei suoi vicepremier Massimo D'Alema e Francesco Rutelli ci sono costate 1,4 milioni di euro, per i convegni e gli incontri del solo Berlusconi abbiamo pagato esattamente quattro volte di più: 5,6 milioni di euro, soldi pubblici usati - tra le altre cose - per i summit sotto la tenda di Gheddafi, le gite di Stato a Panama insieme all'amico Valter Lavitola, quella in Brasile dove il Cavaliere fu sollazzato con uno spettacolino di sei ballerine di lap-dance, i soggiorni in Russia nella dacia del sodale Vladimir Putin.

Le manifestazioni pubbliche che vedono Berlusconi protagonista sono organizzate dai suoi curatori d'immagine preferiti, tutti assunti nell'ufficio del presidente: tra loro Mario Catalano, ex scenografo di "Colpo Grosso", e Roberto Gasparotti che ha voluto nel suo staff anche Graziana Capone, la Papi-girl soprannominata l'Angiolina Jolie di Bari. Ai 5,6 milioni di euro spesi per l'ex premier bisogna aggiungere poi altri 6,8 milioni che Palazzo Chigi ha investito in "eventi anche di rilevanza istituzionale": all'inizio dell'anno scorso si sperava di contenere la cifra dentro i 2,5 milioni, poi ci si è lasciati prendere la mano e s'è triplicato l'esborso.

Andiamo avanti. La voce "missioni all'estero" di dirigenti e affini costa, tra indennità e rimborsi, 850 mila euro l'anno, a cui va sommata quella degli esperti esterni (976 mila), mentre i trasporti per le "missioni sul territorio nazionale" arrivano a 380 mila euro (nel 2007 si spendeva ancora di più). C'è poi un nugolo di comitati e strutture di missione che gravita da lustri attorno a Palazzo Chigi che, forse, potrebbero essere ridimensionati e, in certi casi, cancellati del tutto. Il commissario straordinario per "il territorio di Castelvolturno" costa 400 mila euro l'anno; la commissione per "l'accesso ai documenti amministrativi" 315 mila euro; il "comitato nazionale per manente per il microcredito" 1,8 milioni; il commissario per l'asse ferroviario Torino-Lione 163 mila euro (esisteva già nel 2007, e costava oltre un milione), mentre la strana voce per "i miglioramenti dei processi decisionali e dell'efficienza" vale ben 11 milioni e dentro potrebbe contenere - sospettano i maligni - di tutto e di più. C'è pure un comitato tecnico "per la promozione di iniziative volte al rafforzamento e dall'internazionalizzazione delle classi dirigenti del Paese": visti i risultati, sembrano 108 mila euro gettati al vento.

Il monte stipendi, ovviamente, è una delle voci più pesanti del bilancio. Il personale si è stratificato negli anni, e i riciclati voluti dai vari governi che si sono succeduti non si contano. I salari degli addetti alle sole segreterie di Berlusconi e Letta (quelli degli "estranei" alla pubblica amministrazione perché non vincitori di un concorso pubblico) toccano i 2,1 milioni di euro l'anno, a cui bisogna aggiungere 2,5 milioni di indennità. Un premio che viene garantito a tutti i fortunati chiamati a Palazzo Chigi, grazie al quale la busta paga base può lievitare di oltre un terzo. Una fetta del malloppo, inoltre, serve anche a pagare i "comandati", centinaia di persone prese in prestito da altre amministrazioni: dai ministeri al Consiglio di Stato, dai carabinieri alla Guardia di Finanza.

Il costo del personale interno è enorme. Le varie voci che compongono il capitolato di spesa sono tutte in crescita: il monte stipendi è passato dai 96 milioni del 2007 ai 129 dell'anno scorso, e nello stesso arco temporale gli oneri previdenziali sono aumentati di 10 milioni, mentre il misterioso "Fondo unico di presidenza" (arrivato a 52 milioni, che servono in parte a pagare indennità e straordinari e a promuovere non meglio specificati "reali e significativi miglioramenti dell'efficacia ed efficienza dei servizi istituzionali") è lievitato di altri 4 milioni. L'anno passato per "il benessere organizzativo e provvidenze" del personale e dei loro familiari abbiamo pagato 3,5 milioni di euro. Nel 2007 la voce si fermava a 49 mila euro. I dipendenti di Palazzo Chigi, d'altronde, sono davvero speciali: invece del solito Cral nel 2002 hanno fondato un circolo nautico, il Circolo Chigi, patrocinato dal Coni e dalla Fiv, a cui possono iscriversi solo loro, a patto che siano presentati da tre soci di cui un fondatore.

Monti potrebbe studiare anche come vengono spartite le auto blu: solo l'ufficio per "l'assegnazione delle autovetture per il servizio di tutela" ci costa 983 mila euro l'anno: ogni giorno 2.600 euro per garantire che l'ammiraglia con il lampeggiante sia pronta nel parcheggio. "Nel 2010 ogni capo di un ufficio e un dipartimento aveva diritto alla sua automobile e al suo autista personale, si tratta di decine di persone", racconta un dipendente della Camera: "Noi per i nostri dirigenti di auto blu ne abbiamo poche, una ventina, e le usiamo a rotazione".

A parte le polemiche tra caste e privilegiati di primo e secondo livello, Super Mario potrebbe anche spulciare la lista dei "Progetti guida per la lotta agli sprechi", che - sembra un ossimoro - hanno pesato sul bilancio 2010 per altri 340 mila euro senza dimostrare effetti di sorta. E non bisogna dimenticare le decine di strutture di missione, l'ufficio del Cerimoniale di Stato, quello del Consigliere militare, quello per le Onorificenze e l'Araldica. "Solo l'unità tecnica di missione per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia ha speso 8,3 milioni per varie opere ed interventi, ma per il suo funzionamento nel solo 2010 ne ha mangiati 407 mila", dicono ancora fonti di Palazzo Chigi. Che ricordano come Berlusconi abbia dilapidato in 12 mesi un milione e 66 mila euro per arredi di rappresentanza: come se nella dimora dei nobili toscani non abbondassero già arazzi, poltrone e statue.

Altri 3,7 milioni sono andati via per accontentare il premier nell'ampliamento, la ristrutturazione e restauro di diversi immobili. Il Cavaliere sembra anche fissato per la pulizia: se Prodi spendeva per lucidare i locali e ramazzare i giardini la bellezza di 8,9 milioni di euro l'anno, l'ex premier ne ha spazzati via 12,4. D'altronde, lo scorso maggio l'aveva detto: "Quelli della sinistra si lavano poco".

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domenica 20 novembre 2011

Pier Silvio alza la cresta in puro stile paterno

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La sua faccia mi provoca disgusto quasi quanto quella del padre. Il personaggio è sempre stato patetico: cultore dell'aspetto - come gli italiani inebetiti dalle trasmissioni Mediaset - e piglio da ducetto siculo. Pier Silvio ora intravede il rischio che il nuovo governo faccia finalmente quello che il centro destra (prono ai desideri del satrapo) e il centro sinistra (ostaggio del migliore Amico di Berlusconi: D'Alema) non hanno mai voluto realizzare, e cioé una onesta legge sul conflitto di interessi e una normativa onesta sulle frequenze televisive. L'azienda di famiglia, nata decenni fa coi soldi della banca del babbino di Silvio, banca fatta chiudere perché riciclava denaro sporco della Mafia, l'azienda che è stata sorretta da decenni di leggi ad aziendam, che se n'è infischiata dei dettati della CE (vedi la questione Rete4), che ha rincoglionito milioni e milioni di italiani spingendoli all'odio verso i "comunisti", portandoli ad una piattezza di giudizio, a una ignoranza crassa nella cultura generale, beh... l'azienda di "famigghia" può rischiare qualcosa... e allora dopo le minacce in stile mafioso di Sua Emittenza il satrapo di Arcore, ecco che "scende in campo" anche l'erede al trono, con lo stesso altezzoso e minaccioso atteggiamento di papà. E sono dolori. Neanche il racket del pizzo parla così bene. Marina è davvero in buona compagnia: mal (e non: buon) sangue non mente, peggio che nelle monarchie.

Pier Silvio Berlusconi detta le condizioni al governo. Obiettivo: salvare Mediaset
Il figlio dell'ex premier manda messaggi chiari al nuovo presidente del Consiglio. In sintesi: lasciate stare le televisioni di famiglia e tutto andrà bene. Sottinteso: toccatele e all’improvviso la base parlamentare del governo potrebbe dimostrarsi parecchio fragile
di Stefano Feltri

Nessun pasto è gratis, dicono gli economisti. E la massima funziona anche in politica. Chi pensava che dietro il fair play istituzionale di Silvio Berlusconi nei giorni della transizione dal suo governo a quello di Mario Monti ci fosse soltanto senso dello Stato e percezione della crisi, deve ricredersi. Sul Corriere della Sera di ieri, in un’intervista al vicedirettore Daniele Manca (interlocutore di fiducia per Marina Berlusconi, di solito), manda messaggi chiari al nuovo premier. In sintesi: lasciate stare Mediaset e tutto andrà bene. Sottinteso: toccate Mediaset e all’improvviso la base parlamentare del governo potrebbe dimostrarsi parecchio fragile. Visto che Monti è ancora poco abituato al linguaggio della politica attiva, almeno in Italia, gli può essere utile una traduzione.

SOLLIEVO. “Se devo essere sincero questo governo Monti per noi di Mediaset potrebbe rappresentare una boccata di ossigeno”. Traduzione: Mediaset conta che il governo non approfitti della debolezza di Berlusconi per fare una legge sul conflitto di interessi. E spera che l’andamento in Borsa del titolo non sia più condizionato dalle performance politiche del Cavaliere.

TIMORI. “Quello che temo è che in una situazione di mercato così delicata, una classe politica ideologica possa utilizzare trovate regolamentari per danneggiare un’industria italiana che si fa onore anche all’estero”. Traduzione: Caro Monti, non lasciare che quella piccola parte del Pd (con l’appoggio dell’Idv) che ancora si pone il problema del conflitto di interessi tenti qualche blitz in Parlamento.

SPOT. ”Ho letto dichiarazioni riferite a Mediaset in cui si sosteneva che non è normale avere il 30 per cento di ascolti e una quota più alta dei ricavi pubblicitari tv. A parte che i nostri ascolti sono intorno al 40 per cento nonostante tutta la nuova concorrenza, ma che ragionamento è?”. Traduzione: cari investitori pubblicitari, continuate a mantenere i vostri budget. Il fatto che Berlusconi non sia più a Palazzo Chigi non è una ragione sufficiente per tagliare le inserzioni.

BEAUTY CONTEST. A proposito delle frequenze digitali regalate dallo Stato, con la procedura del beauty contest ancora in corso, Pier Silvio dice: “Se ottenessimo quelle frequenze dovremmo cominciare a spendere mettendoci contenuti altrimenti sarebbe come non averle. E visto che siamo in giornata di paradossi ne segnalo un altro: se l’assegnazione delle frequenze dovesse avvenire con un’asta a rilanci, vorrei vedere quale operatore tv sarebbe disposto a partecipare davvero”. Traduzione: meglio, caro Monti, che non Le salti in mente di rimettere in discussione il gran regalo del beauty contest. Se dovesse decidere di fare un’asta, per fare cassa, sappia che Mediaset ha più soldi degli altri. E quindi il risultato finale potrebbe essere che il Biscione si pappa tutta la torta. Vale la pena rafforzare così tanto la posizione delle tv berlusconiane per i prossimi decenni in cambio di qualche miliardo?

PREZZO. “Spero solo che da ora Mediaset sia valutata realmente per i suoi meriti e i suoi errori, e non con il pregiudizio che tutto sia merito o colpa non di chi ci lavora, ma di qualcun altro”. Messaggio ai mercati. Sappiate, dice Pier Silvio, che oggi il titolo Mediaset è sottostimato perché sconta la fine del governo. Quindi correte a comprarlo finché è un buon affare.

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sabato 19 novembre 2011

Il più fannullone di tutti, che non è servito a niente


Ha passato questo scorcio di legislatura ad infestare trasmissioni televisive, tribune stampa, convegni e quanto altro portando il suo linguaggio volutamente spocchioso e offensivo. Si è vantato di aver compiuto miracoli, si è fatto odiare da tutti i dipendenti pubblici. In rete non si contano i video che lo mostrano all'opera mentre insulta ogni categoria di lavoratori, lui che ha avuto fino a pochi giorni fa 7 auto blu, lui che ha distrutto la pubblica amministrazione. Ecco qualche articolo che analizza da vicino quanto egli sia stato più che inutile, nocivo, per il bel paese. Nessuno lo rimpiangerà, se non chi ha avuto poltrone d'oro e auto gratis, ad iniziare dalla sua segretaria. Piccola storia dello sfacelo prodotto da un piccolo (e non per l'altezza, sia chiaro) uomo.

L'ultima di Brunetta
di Angela Camuso
Come presidente il sindaco che l'ha sposato. In consiglio uomini nei guai con la giustizia. Costi: 4,5 milioni l'anno. Ecco il Formez-bis voluto dal ministro

Ci sono buoni intenti e pessimi risultati. Con iniziative che dovrebbero rendere razionale la macchina pubblica e invece si trasformano in ulteriori mangiatoie di denaro. E la vicenda dei due Formez appare il simbolo di questi paradossi, anche perché nasce dalla volontà di Renato Brunetta, che della guerra agli sprechi ha fatto il suo slogan.

Il Formez è uno storico ente di formazione e selezione del personale pubblico impegnato soprattutto nel Mezzogiorno e diventato spesso sinonimo di carrozzone clientelare. Tre anni fa il ministro castiga-fannulloni ha deciso di creare un suo clone, Formez Italia, una spa che avrebbe dovuto svolgere la stessa missione ma con criteri privatistici: una botta di efficienza per risollevare il Sud dalla sua indolenza. Il primo problema sono le persone a cui è stato affidato il compito.

Alla presidenza è stato messo Secondo Amalfitano, geologo ed ex sindaco di Ravello. Difficile individuare nella sua carriera di amministratore della perla della Costiera i titoli per l'immane impresa di risvegliare il Meridione. Di sicuro è intimo di Brunetta, di cui la scorsa estate ha celebrato le nozze notturne e a cui ha concesso di trasformare il rustico in una villa di gran fascino.

Oggi come leader del Formez privatizzato Amalfitano riceve uno stipendio di tutto riguardo: fino a giugno 17 mila euro lordi al mese, diventati 20 mila da settembre in poi. Più un premio di produttività concesso a luglio di 70 mila euro. E come benefit un appartamento romano non lontano da piazza Barberini, in pieno centro, per gli spostamenti dalla sede operativa di Napoli a quella legale capitolina, in viale Carlo Marx, dove si reca due volte a settimana: metà del canone è a carico della vecchia società pubblica. Senza contare poi una carta di credito aziendale per le spese di rappresentanza, ovviamente a carico della privatissima spa.

Al suo fianco una figura a dir poco imbarazzante: Paolo Giovanni Bernini, un tempo consigliere del ministro Pietro Lunardi. Ossia il teorico della "convivenza con la mafia": un viatico niente male per chi deve indirizzare lo sviluppo virtuoso del Sud. Bernini nel 2005 fu interrogato per chiarire i suoi rapporti con il boss casalese Zagaria. Lui confermò di averlo incontrato ma disse candidamente che pensò di avere davanti un normale imprenditore. Una testimonianza che non ha rovinato la sua carriera politica: al Formez come consigliere d'amministrazione intascava in media 4 mila euro al mese, mentre la busta paga dello scorso ottobre ne prevede ben 7 mila. Ma Bernini, assessore del Comune di Parma, è stato arrestato, filmato mentre intascava una mazzetta sugli appalti delle mense scolastiche. Ora si discute delle sue possibili dimissioni, ma di fatto mantiene l'incarico dalla detenzione domiciliare.

Quanto a rinascita del Mezzogiorno il personaggio più illuminante è Salvatore detto Totò Castellaneta, avvocato di Fasano, in provincia di Bari e membro del collegio sindacale di Formez Spa. Intimo di Giampaolo Tarantini, è accusato insieme a lui di associazione a delinquere, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Perché, secondo la procura barese, Castellaneta avrebbe convinto Grazia Capone, meglio nota come l'Angiolina Jolie barese, a prostituirsi a palazzo Grazioli per allietare le notti del premier. Come abbia fatto a ottenere la nomina si può forse intuire dalle intercettazioni di quell'inchiesta.

Agli atti c'è un suo sms del febbraio 2009: "Mi vogliono fregare il collegio sindacale Formez domani vogliono fare il blitz, se riesci a far parlare lui a Brunetta ministro competente". Immediata la replica di Tarantini, all'epoca sodale delle nottate di Silvio Berlusconi: "Stasera parlo". Ma la nomina slitta e così il 15 marzo del 2009 Castellaneta torna alla carica, chiedendo a Tarantini, come annotano i finanzieri, "di interessare Raffaele (il ministro Fitto, ndr.) per la questione Formez che stava in scadenza". A lui va una paga di rispetto: 3.668 euro a luglio, 4 mila ad agosto di quest'anno.

Certo, nella compagine figurano anche professionisti di rilievo: oltre a Bernini, l'unico altro consigliere di amministrazione è Cesare Vaciago, il city manager torinese con studi ad Harvard e trascorsi da top in Montedison e Ferrovie. Mentre il direttore generale Marco Villani riveste lo stesso ruolo in entrambe le compagini, con un unico stipendio. Ma il paradosso delle due Formez resta difficile da sbrogliare. La spa brunettiana costa 4 milioni e mezzo di euro l'anno.

La natura privata, però, limita la sua attività a svolgere quei compiti che prima la pubblica Formez P. A. svolgeva in proprio: sostanzialmente un doppione a caro prezzo. Solo per la sede napoletana, a Pozzuoli, si spendono 243 mila euro al mese. La vecchia società "statale" invece è stata traslocata da Napoli alla capitale: come alternativa al trasferimento è stata offerta la possibilità di cambiare contratto e passare alle dipendenze del gemello privato. La maggior parte ha accettato, alcuni si sono rivolti al giudice del lavoro.

Formez Italia spa è nata per essere piccola - capitale di solo mezzo milione - e agile. Il 76 per cento delle azioni però è detenuta da Formez pubblica, che ne dirige e coordina le iniziative: un vincolo che va rispettato nel formulare ogni convenzione. E il 90 per cento delle attività "private" viene "subappaltato" dalla vecchia struttura, l'unica che a norma di legge può prendere commesse pubbliche per progetti con importo superiore a 20 mila euro. Sulle quali - paradosso nel paradosso - Formez Spa deve pagare l'Iva.

Il listino dei subappalti di quest'anno include il format "Vinca il migliore" un progetto di selezione del personale ad alta innovazione tecnologica; il Ripam di Napoli, "corso-concorsone" per il personale del Comune del capoluogo campano; il seminario per l'incremento del livello professionale dei dipendenti della Corte dei conti. Gli effetti della gestione privatistica in alcuni casi sono discutibili: per risparmiare si taglia sulla qualità. A Napoli il "corso concorsone" per il personale comunale è stato affidato a tutor che fino ad allora si erano occupati del protocollo. E per la lezione pratica degli operatori informatici si finì in un'aula senza computer.

I risparmi in questo caso sono virtuali e sembrano soprattutto un escamotage: il costo di quel progetto è stato di 610 mila euro, personale a parte, inclusi una quarantina di contratti di consulenza esterna. Formez può dire di avere speso di meno, perché le consulenze esterne sono pagate con lo stanziamento per il progetto e non pesano sul bilancio di Formez. Ma alla fine l'esborso di denaro pubblico non cambia. Più che una prassi virtuosa sembra un trucco. Che però permette ai Brunetta boys di fare bella figura e intascare i premi di produttività.


Stato digitale, il flop di Brunetta
di Alessandro Longo
Da tre anni il ministro promette di portare la pubblica amministrazione nel Web. Ma, come si è visto anche nel caso Istat, abbiamo ancora l'e -government peggiore d'Europa. Dove si salvano solo l'Inps e alcuni casi locali

Parlare via Internet con la pubblica amministrazione, per saltare code e risparmiare tempo. Volete provare? In bocca al lupo. Già, è anche questione di fortuna. Ad esempio, se fa brutto tempo ci saranno troppi utenti a casa attaccati al pc e quindi il servizio su Internet rischia di andare in panne. Lo sanno bene quelle centinaia di migliaia di persone che domenica 9 ottobre, la prima giornata fredda di questo autunno, hanno cercato di compilare on line il censimento Istat. Il servizio è andato a singhiozzo per colpa di un imprevisto eccesso di traffico. Lo ha ammesso la stessa Istat, aggiungendo che Telecom Italia avrebbe presto potenziato la rete (è il fornitore dell'infrastruttura informatica che regge il censimento on line).
Così è stato e il disservizio in fin dei conti non ha causato un danno reale agli utenti. E' però emblematico di una certa sfiducia, mista ad approssimazione, con cui a volte, in Italia, la cosa pubblica sposa i nuovi canali digitali. L'Istat aveva infatti chiesto a Telecom risorse per gestire fino a 250 mila utenti. Ma ci sono stati picchi di 750 mila. Per di più: il censimento on line funziona su un'applicazione che risiede nei computer Telecom; l'Istat gliel'ha consegnata solo un giorno prima del debutto del servizio, lasciando poco tempo per i test.

Per carità, non è sempre così traumatico il rapporto on line tra cittadino e Stato. Anzi, alcuni servizi digitali della Pa funzionano bene. Persino meglio che negli altri Paesi: per esempio il fisco e la previdenza. Altri invece vanno così così e altri ancora sono previsti solo sulla carta ma non sono mai partiti. è l'impervio e opaco mondo dell'e-government, termine con cui s'intende appunto quel mucchio di servizi della Pubblica amministrazione digitale.

E' subito evidente che nella categoria dei servizi mal (o per niente) funzionanti ci sono soprattutto quelli delle pubbliche amministrazioni locali. "Problema non di poco conto: è con i Comuni e le Regioni che i cittadini hanno rapporti più frequenti, nella propria vita quotidiana", dice Ernesto Belisario, avvocato esperto di e-government.

Così, nell'insieme, la macchina progettata e messa in moto dal ministro della Pubblica amministrazione e dell'Innovazione Renato Brunetta appare incompiuta (e lo sarà per qualche anno ancora). Un peccato, visto che la completa digitalizzazione delle Pa (centrali e locali) farebbe risparmiare 43 miliardi di euro l'anno allo Stato, secondo stime recenti del Politecnico di Milano. Si va avanti a tentativi, con qualche successo e qualche errore. E anche le cose che adesso funzionano meglio hanno avuto una storia travagliata.

E' simile a quello capitato all'Istat il problema che ha colpito il debutto dei certificati medici on line, a febbraio, anche questo spinto da Brunetta, dopo due anni di sperimentazione. Servizio zoppicante, polemiche dei medici di famiglia che segnalavano vari difetti e limiti. Così solo a settembre l'obbligo di fare certificati medici on line viene esteso dal governo anche a privati e aziende (prima era limitato ai dipendenti pubblici). Il ministero lo considera un successo: il 98 per cento dei certificati medici ora sarebbe in forma digitale. I passati problemi hanno lasciato un segno, però: un ritardo rispetto ai piani del ministro Brunetta. I certificati digitali prodotti sono stati finora 16 milioni, mentre l'obiettivo di Brunetta era quota 50 milioni in un anno (probabilmente sarà raggiunto nel 2012, salvo altri imprevisti).

E' ancora a metà del guado, invece, il servizio delle ricette mediche on line. Al centro, peraltro, di un incalzante carteggio tra il ministro della Pubblica amministrazione e quello dell'Economia Giulio Tremonti. Brunetta gli ha scritto più volte chiedendogli di fare, finalmente, il decreto attuativo necessario a rendere digitali le ricette mediche, come stabilito già un anno fa dal nuovo codice dell'amministrazione digitale: sarebbe un risparmio di 2 miliardi di euro per la Sanità. Tremonti alla fine gli ha risposto, la settimana scorsa, assicurando che il decreto è in arrivo. Adesso il medico inoltra la prescrizione via Internet alla farmacia, dove però il paziente deve portare ancora la ricetta cartacea. Il processo sarà tutto digitale entro settembre 2012, promette Brunetta.

La rivoluzione è incompiuta anche per i Cup (Centro prenotazione on line degli esami): ce l'hanno solo alcune Asl dell'Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia e Piemonte. Pochissime quelle che forniscono i referti on line: solo il 29 per cento (dati forniti dal ministero a "l'Espresso" e aggiornati a luglio 2011).
Durissimo è il giudizio degli esperti interpellati sulla Pec, la Posta elettronica certificata, che nelle mire del ministro doveva essere uno strumento cardine per dialogare con l'amministrazione pubblica e sul quale invece la stessa Amministrazione frena: "è poco utilizzato dalle Pa, tanto che adesso i cittadini sono arrivati a denunciarle per costringerle ad adottare la Pec", dice Guido Scorza, avvocato esperto di diritti digitali. Si riferisce a un ricorso vinto, a fine settembre, contro la Regione Basilicata da un gruppo di cittadini, con il movimento Radicali italiani e l'associazione Agorà digitale. La Regione ancora non si era dotata di Pec, anche se sarebbe obbligatorio da due anni. "Sono solo 13 le Regioni che hanno attivato le caselle di posta elettronica certificata e fra le assenze spicca la Lombardia", dice Fulvio Sarzana, avvocato specializzato nella materia. Sarzana e Scorza concordano nel denunciare un problema di base della Pec: Brunetta l'ha sdoppiata. C'è la Pec ordinaria e la Cec-Pac (Comunicazione elettronica certificata tra la Pa e il cittadino), che serve solo per i rapporti con la Pa. "Tanta confusione, invece di semplificare la vita al cittadino", dice Sarzana.

Per non parlare dei casi in cui la pubblica amministrazione in teoria ha la Pec ma non la sa usare, come denunciato, a fine settembre, da un'interrogazione parlamentare di Luigi Giuseppe Villani (Pdl) riguardo all'Ausl di Parma. Di fatto, sono 1,1 milioni i cittadini che hanno ottenuto la Pec, quando il governo contava di darne una a tutti gli italiani entro il 2010.
Forse funzionano meglio alcuni servizi che non sarebbero obbligatori: hanno aderito volontariamente al portale Scuolamia il 43 per cento dei 10 mila istituti scolastici nazionali (a fine agosto). Quasi raddoppiati in otto mesi. Il portale serve per i rapporti scuola-famiglia: comunicazioni varie, pagelle on line, invio di sms in caso di assenze.

Per trovare i migliori servizi e-government dobbiamo però abbandonare le periferie. "Le amministrazioni centrali hanno parecchi servizi efficienti, in certi casi pionieri in Europa", dice Michele Di Benedetti, curatore presso il Politecnico di Milano di studi sull'e-government. Anche se è frutto di processi cominciati già nelle scorse legislature. Per esempio, i pagamenti delle tasse, l'iscrizione all'Inps, i servizi per benefici sociali vari e numerose pratiche per le imprese. E' così che Brunetta può sventolare "risultati da primato europeo nell'e-government", citando studi recenti dell'Istat e di Capgemini. "Ma nessuno ha fatto analisi comparative europee sui servizi digitali delle Pa locali", dice Di Benedetti. Si sa che solo una netta minoranza di amministrazioni locali italiane rilascia certificati via Internet. Ancora meno sono quelle che permettono di pagare on line (multe, tasse): circa il 10 per cento nel 2010 secondo l'Istat e il Politecnico di Milano. Adottare sistemi di pagamento on line è il tallone d'Achille delle amministrazioni locali: lo riconoscono fonti dello stesso ministero, che per aiutarle sta lavorando con le banche per lanciare una piattaforma comune.

Gli enti locali però, talvolta, hanno anche buone pratiche. Per esempio, la Regione Friuli Venezia Giulia ha scelto di fornire ai propri cittadini un'unica tessera elettronica, la Carta regionale dei servizi, che è, al tempo stesso, codice fiscale, tessera sanitaria e tessera europea di assicurazione malattia. Il Comune di Perugia ha creato una banca dati web dei curricula professionali. Quasi tutte le Pa hanno adottato l'albo pretorio on line (con bandi, delibere). Insomma, l'e-government italiano funziona a macchia di leopardo, in modo disomogeneo. Ecco perché solo il 22,7 per cento degli italiani ha usato l'e-government nel 2010: quintultimo posto nell'Unione europea.

Risolvere il problema sarà la sfida dei prossimi anni. Nel frattempo, la rivoluzione digitale è per quei fortunati che abitano nei comuni e nelle regioni giuste. Gli altri facciano pure la coda.



Brunetta spende il doppio
di E. F.
Il ministro duplica una società di Stato, il Formez, con nuovi incarichi ben pagati per tutti. A iniziare dall'ex sindaco di Ravello, dove il titolare dell'Innovazione passa le sue vacanze

Tempi duri per Brunetta. Giorni fa sul sito Internet di Formez Italia, società che fa formazione agli impiegati pubblici, si poteva leggere - in una dispensa sui diritti costituzionali del Comune di Roma - che "non bisogna considerare uguali a noi le persone in condizioni inferiori alle nostre (handicappati)".

Il ministro si è irritato, anche perché la Spa di Stato è una sua creatura. Nell'agosto 2009 Brunetta ha infatti diviso il vecchio Formez: Formez Pa e la new entry FormezItalia. I maligni hanno parlato di inutile doppione. Se da un lato il vecchio cda del Formez è stato asciugato di qualche unità, FormezItalia ha un nuovo presidente, due nuovi consiglieri, un direttore generale e un collegio sindacale tutto suo. Brunetta ha fatto presidente (150 mila euro l'anno) Secondo Amalfitano. Un fedelissimo: è stato sindaco Pd di Ravello, dove il ministro ha casa. Poi il salto con Brunetta, come consulente, e ora organizzatore di concorsi. I concorsi si fanno, è vero. Peccato che il ministro abbia bloccato le assunzioni e ipotizzi futuri tagli-monstre nel settore pubblico.

venerdì 18 novembre 2011

Otto per mille e contributi al Clero. Alcune cosine


Siamo alle solite.

L'otto per mille e la Santa cresta

di Stefano Livadiotti

Grazie al contributo fiscale lo Stato italiano versa più di un miliardo l'anno per pagare gli stipendi dei preti. Per i quali però bastano 361 milioni. E le altre centinaia? In un'inchiesta, tutta la verità su business e privilegi del Vaticano. Ecco un'anticipazione

Trentunomila e 478 euro virgola qualcosa. E' la somma che lo Stato, quindi l'intera platea dei contribuenti, ha versato nel 2010 per il mantenimento di ognuno dei 33 mila e 896 sacerdoti in servizio attivo nelle diocesi del Paese. Il totale fa un miliardo e 67 milioni di euro, l'importo del cosiddetto 8 per mille (salito nel 2011 a un miliardo, 118 milioni, 677 mila, 543 euro e 49 centesimi). E l'assegno l'ha incassato la Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale. Che poi a ciascuno di quei preti ha girato direttamente solo 10.541 euro, un terzo di quanto ha stipato nei propri forzieri. L'espressione è un po' forte, ma i numeri sono numeri: e dicono che i vescovi fanno la cresta sullo stipendio dei loro sottoposti.

Wojtyla, si sa, non amava granché Agostino Casaroli. Considerava il suo segretario di Stato troppo amico dei regimi comunisti dell'Est. Quasi un propagandista. E per questo si scontrava spesso con lui. Invece avrebbe dovuto fargli un monumento equestre. Perché la revisione del Concordato che Casaroli trattò con l'allora premier italiano, Bettino Craxi (in sostituzione della "congrua", il salario di Stato garantito ai parroci), è stata di gran lunga il miglior affare che la Chiesa abbia portato a casa nella sua storia più recente. Funziona così. Un po' come in un gigantesco sondaggio d'opinione, ogni anno i contribuenti, mettendo una croce sull'apposita casella nella dichiarazione dei redditi, possono indicare come beneficiaria dell'8 per mille una delle confessioni firmatarie dell'intesa con lo Stato (o scegliere invece quest'ultimo).

Sulla base delle indicazioni effettivamente raccolte, viene poi diviso in percentuale non il solo ammontare versato da quanti hanno espresso una preferenza (il 40 per cento circa del totale), ma l'intero montepremi.

Al gruzzolo concorrono, cioè, anche i versamenti all'erario di coloro che, maggioranza assoluta, non hanno barrato un accidenti (quattrini che nella cattolicissima Spagna restano invece allo Stato). O che magari non hanno neanche mai sentito parlare del trappolone a suo tempo confezionato da Giulio Tremonti nelle vesti di consulente del governo. Il meccanismo, guarda caso, sembra ricalcato da quello scelto dai partiti per i rimborsi elettorali garantiti dal finanziamento pubblico. Il risultato dell'arzigogolo è facilmente intuibile. Anche perché perdere una sfida con lo Stato italiano davanti a una giuria popolare è matematicamente impossibile. Tanto più se lo stesso sedicente avversario ha stabilito regole che lo penalizzano in partenza. E ancor più se durante la gara cammina invece che correre (la Chiesa si affida a un gigante mondiale come la Saatchi & Saatchi per una martellante campagna pubblicitaria costata nel 2005 qualcosa come 9 milioni di euro, il triplo di quanto donato dai preti alle vittime dello tsunami; lo Stato risulta non pervenuto). Ma il vantaggio per la Chiesa va perfino al di là di quanto si possa intuire.

Per quantificarlo bisogna necessariamente affidarsi a dati un po' vecchiotti, per il semplice motivo che il ministero dell'Economia fornisce le statistiche sulle scelte effettive dei contribuenti solo alle confessioni religiose ammesse al beneficio. Non è però un problema, dal momento che le percentuali variano in maniera quasi impercettibile tra un anno e l'altro. Dunque: nel 2004 la Chiesa è stata scelta da una minoranza pari al 34,56 per cento dei contribuenti italiani. Ma lo stesso dato, calcolato invece sulla sola platea di quanti hanno ritenuto di dare un'indicazione sull'8 per mille, l'ha fatta schizzare di colpo, e miracolosamente, a una schiacciante maggioranza dell'87,25. Ed è quest'ultima la percentuale utilizzata per ripartire l'intera torta. Che è destinata inevitabilmente a crescere. Il suo valore, infatti, si aggancia ora alla variazione del Pil, cioè alla crescita economica, ora all'aumento della pressione fiscale. Quando non ai due elementi insieme.

Questo garantisce alla Chiesa di incassare sempre più quattrini, a prescindere dal consenso racimolato. E perfino quando questo scende in maniera vistosa. E' successo, per esempio, nelle dichiarazioni dei redditi del 2007 (incassate nel 2010: c'è uno sfasamento temporale di tre anni). Quell'anno, forse sulla scia dello scandalo pedofilia, il numero dei contribuenti che ha indicato come beneficiari Ratzinger & C. si è ridotto, secondo i calcoli degli stessi vescovi, di 95.104 unità.

Così, perfino la percentuale drogata di spettanza della Chiesa ha fatto registrare un passo indietro: dall'86,05 del 2006 (89,82 nel 2005) all'85,01 per cento. Ma, sorpresa, grazie al doppio traino di Pil e pressione fiscale, la Chiesa ha comunque incassato di più: 100 milioni di euro.

I conti della cresta sono presto fatti. Nel 1989, come ricorda la stessa Cei in un documento ufficiale intitolato "Otto per mille: destinazione e impieghi 1990- 2011", con la congrua la Chiesa prendeva 399 miliardi di lire (che nel 1990, nel primo anno con il nuovo sistema, diventarono 210 milioni di euro, perché nel totale furono inseriti anche 7 miliardi di lire di quattrini pubblici destinati alla nuova edilizia di culto). I coefficienti di rivalutazione dicono che oggi quella cifra equivarrebbe a 369,01 milioni. Per il 2011, secondo i calcoli più aggiornati, alla Chiesa spetta invece, come dicevamo, un miliardo, 118 milioni, 677 mila e 543 euro: più del triplo.

Ma per la Santa Casta l'affare è ancora più ghiotto di quanto già non appaia a prima vista. Nello stesso ventennio, infatti, l'importo complessivo delle paghe dei preti (addirittura diminuito di 20 milioni tondi tra il 2009 e il 2011) è cresciuto molto più lentamente: dai 145 milioni del 1990 ai 361 del 2011 (più 149 per cento). E così il margine, che rappresenta in questo caso il guadagno, o la cresta, della Chiesa è via via aumentato, passando dai 65 milioni iniziali ai 757.677.543 euro di quest'anno, con un incremento del 1.066 per cento. Chapeau. E dire che in un volantino distribuito dalla Cei nelle parrocchie, e intitolato "Aiuta tutti i sacerdoti", si sostiene che l'8 per mille «non basta» a mantenere i preti. I negoziatori della revisione concordataria del 1984, evidentemente consapevoli del papocchio che andavano allestendo, avevano previsto la possibilità di una revisione dell'aliquota: era stato insomma stabilito che l'8 per mille potesse diventare, per esempio, il sette o il nove, a seconda dell'andamento del suo gettito e delle spese reali della Chiesa.

Il compito di monitorare la situazione, e introdurre ogni tre anni gli aggiustamenti eventualmente necessari, era stato affidato, come nella migliore tradizione, a una commissione, l'ennesima. Fin da subito, se ne sono ovviamente perse le tracce. E chi, come quei rompiballe in servizio permanente effettivo dei radicali, ha chiesto notizie al riguardo si è sentito opporre il segreto di Stato. Addirittura. Un minimo di pudore da parte del governo nell'affrontare l'argomento è assolutamente comprensibile. Perché da sempre l'esecutivo di turno, non ritenendo ancora all'altezza il cadeau presentato annualmente alla gerarchia ecclesiastica, ci ha aggiunto dell'altro. Consegnando di fatto alla Chiesa anche una buona fetta della quota (striminzita, peraltro) di 8 per mille che gli veniva assegnata su indicazione dei contribuenti. Una forzatura sottolineata anche dalla Corte dei conti, che nel 2008 ha messo a punto una relazione sulla gestione dei fondi da parte dello Stato nel quinquennio 2001-2006 in cui si rilevavano «non poche incongruenze».

Una bacchettata di cui Berlusconi, troppo preoccupato a farsi perdonare dai preti certi eccessi di vitalità notturna, non ha tenuto alcun conto. Almeno a leggere le 17 pagine del decreto con cui sono stati ripartiti nel 2009 i 43.969.406 euro destinati dai contribuenti allo Stato in quota 8 per mille: 459 mila euro alla Pontificia università gregoriana di Roma, 500 mila al Fondo librario della Compagnia di Gesù, un milione e 146 mila alla diocesi di Cassano allo Ionio, 369 mila alla Confraternita di S. Maria della purità di Gallipoli... Alla fine, 10 milioni e 586 mila euro sono andati, in gran parte attraverso il Fondo beni culturali, a 26 immobili di enti-satellite del Vaticano. E altri 14 milioni e 692 mila euro sono stati destinati a soddisfare richieste (quasi tutte per opere ecclesiastiche) legate al terremoto abruzzese e curiosamente presentate ancor prima che il sisma si verificasse.

In sostanza, lo Stato ha girato al Vaticano più della metà dei soldi che i contribuenti gli avevano espressamente conferito. Resta da capire che strada prendano i soldi pubblici che ogni anno rimangono nelle casse della Cei dopo il pagamento degli stipendi ai sacerdoti. Nel 2011 (come del resto in tutti gli ultimi cinque anni, nel corso dei quali sono rimasti perfettamente invariati) gli interventi caritativi nel Terzo mondo hanno totalizzato 85 milioni, pari al 7,59 per cento dei soldi pubblici incassati dalla Cei.

Anche sommando a questi gli aiuti smistati in Italia, non si va oltre i 235 milioni, che vuol dire il 21 per cento del contributo statale alla Cei. Il tutto, ammesso e non concesso che tra queste iniziative abbia qualche senso includere «l'installazione di una radio cattolica nell'arcidiocesi di Mount Hagen, a Pasqua Nuova Guinea e a Puerto Esperanza, in Perù e la formazione per tecnici e animatori giornalisti della radio diocesana di Matadi, nella Repubblica democratica del Congo», citati a pagina 14 del dossier "Otto per mille. Destinazione ed impieghi 1990-2008" alla voce "Promozione umana", ma molto più simili a spese per la propaganda e il reclutamento. Oppure operazioni al limite del folklore sciupone come «la formazione all'uso e alla gestione di un sistema fotovoltaico per la ricarica della batteria di cellulari, laptop e lampade per creare microimprenditorialità in diversi paesi dell'Africa ». Laptop nella savana? Mah. Di tutto questo ben di Dio, agli uomini di Chiesa restano le briciole. Non alla nomenklatura, s'intende, che quella si tratta bene.

Il capo dei vescovi, Angelo Bagnasco, ovviamente, lo nega: «Per la nostra sussistenza basta in realtà poco», ha detto il 26 settembre 2011. Ma non è esattamente così, se nel solo 2007 i 20 cardinali di stanza a Roma sono costati oltre tre milioni di euro, come ha rivelato senza essere smentito il settimanale cattolico inglese "The Tablet" (del resto il giornale citava la sintesi di un rendiconto riservato della Prefettura per gli affari economici del Vaticano), e se è vero che nel 2010, come ha scritto "El Pais", la spesa per l'intera curia è stata di 102,5 milioni. Eppure non è certo ai papaveri vaticani che si riferiva "Famiglia Cristiana" quando, nel settembre del 2011, ha scolpito: «Mentre la nave affonda, i timonieri continuano a sollazzarsi».

giovedì 17 novembre 2011

Massoneria, Berlusconi, banche e Mario Monti. 3 articoli interessanti


Vi riporto alcuni articolo presi da un blog giornalistico, Il Corsivo Quotidiano. Questo team di giovani (il cui responsabile è uno dei blogger di L'Espresso-Repubblica) cerca di approfondire quello che i giornali comuni non toccano neanche da lontano. Ovviamente è da prendere con le pinze, però dato che in questi ultimi dieci giorni girano fin troppe voci su questo argomento, ho voluto cercare la fonte più ricca di informazioni attualmente presente in rete.


MARIO MONTI E LA MASSONERIA: UNA RELAZIONE PERICOLOSA PER L’ITALIA
Pubblicato il 14 novembre 2011 da Matteo Mainini

Nell’elenco dei 43 massoni italiani che abbiamo pubblicato qualche mese fa (elenco consultabile qui sotto, secondo articolo) il nome di Mario Monti c’era. Il nostro futuro premier, così ben voluto da tutti, é un massone. Ha preso parte alle riunioni segrete del gruppo Bildeberg numerose volte, fa parte della Commissione Trilaterale (la più potente loggia massonica del mondo) ed é membro della Golden Sachs, la più potente banca d’affari dell’intero pianeta, la grande burattinaia dell’intero mercato finanziario internazionale.

La massoneria gestisce l’intera speculazione finanziaria mondiale. La stessa speculazione che ha preso di mira l’Italia e che ci sta facendo sprofondare sempre di più nella recessione.

Mario Monti: Salvatore della Patria o massone doppiogiochista? Avrà più a cuore il suo Paese o la sua loggia massonica? Due interessi pericolosamente contrastanti che confluiscono inquietantemente nella figura del nostro nuovo Capo del Governo.

Il Capo del Governo uscente, l’unico imputato per la crisi economica, in realtà non é il principale artefice della recessione italiana. Lui e le sue fastidiose leggi ad personam, le sue crociate contro quei comunisti dei magistrati e la sua eccessiva fiducia nell’incompetenza reiterata di Tremonti hanno sicuramente contribuito al disastro economico italiano, ma non possono essere le uniche ragioni. La vera ragione della crisi é la massoneria mondiale. Una cricca di potenti, tanto ricchi da poter creare a piacimento crisi e risanamenti nei conti di una intera nazione. Sono loro che smuovono immense quantità di capitali, che mettono in moto ogni singolo meccanismo speculativo sul mercato finanziario. La morsa che hanno stretto su Gecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, ora sta soggiogando l’Italia. Il fatto che uno di questi massoni si trovi ora alla guida dell’Italia é una situazione davvero molto pericolosa, perchè a loro interessa il crack finanziario del nostro Paese e ora vedremo il perchè.

ANALIZZIAMO IL PROBLEMA:
In questi giorni, ogni volta che il governo prendeva una spallata e iniziava a vacillare pericolosamente, il mercato dava fiducia all’Italia e lo Spread si assestava. Di contro, ad ogni indizio che portava alla stabilità del governo, specie in concomitanza con le dichiarazioni pubbliche di resistenza del Cavaliere, lo Spread volava. É come se il mercato credesse nell’Italia ma non nel suo governo. É proprio questa la situazione: la massoneria mondiale non gradiva più Silvio Berlusconi. L’ex premier, che ha goduto per tutti gli anni dei suoi mandati dell’appoggio delle logge, era diventato scomodo. Ero uno ostacolo per la “conquista” dell’Italia.

Ecco le tre motivazioni per le quali la massoneria voleva silurare Berlusconi e vuole il tracollo totale della finanza italiana:

PUNTO PRIMO: La politica energetica italiana da’ molto fastidio ai confratelli anglo-ebraici-americani. Il cavaliere, per quanto criticabile sul tutti i fronti, è però riuscito a instaurare rapporti commerciali energetici con Libia e Russia. Ucciso Gheddafi è rimasta soltanto la Russia di Putin, l’E.N.I. é in difficoltà, nessun accordo con il nuovo governo libico é stato ancora intavolato. Attualmente, il 30% dell’E.N.I. è in mano pubblica. Un altro 20% lo possiedono gli investitori anglo-ebraici-statunitensi che tirano le fila del mercato globale e che vogliono mettere le loro avide mani, grazie alla crisi economica creata ad arte, sulle decine di miliardi che una maggiore proprietà dell’E.N.I significhebbe. Se l’Italia affonda, deve svendere le sue azioni. Se le svende, i grandi burattinai ci guadagnano.
PUNTO SECONDO: Con quasi 2500 tonnellate di oro, l’Italia possiede la terza maggior riserva di oro al mondo, dopo Stati Uniti e Germania. Il Fort Knox (precisamente 2.451,80 tonnellate) fa gola a molti. Mettere in ginocchio un paese con le tasche così piene d’oro é il sogno di ogni potente speculatore.
PUNTO TERZO: L’Italia é un paese con un importante patrimonio pubblico. Se l’Italia va male lo deve per forza svendere. I capitali stranieri sono voraci in termine di patrimoni pubblici. Ogni volta che un Paese va male, o é scosso da un accadimento che lo ha fortemente indebolito, gli avvoltoi sono lì, sempre pronti per nutrirsi di disgrazie (fonte: disinformazione.it).

FOCUS SUL PUNTO TERZO: In Italia una cosa simile é già accaduta nel 1992 e allora vinsero i massoni: a poche settimane dalla strage di Capaci (il 23 maggio 1992), esattamente il 2 giugno 1992 sul Britannia, il panfilo della Regina Elisabetta II, si organizzò un vero e proprio complotto ai danni dell’Italia. George Soros, Giulio Tremonti, il Direttore generale del Tesoro Mario Draghi, Il Presidente dell’IRI Romano Prodi, il Presidente dell’ENEL Franco Bernabé, il Governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi e il Ministro Beniamino Andreatta, svendettero il patrimonio pubblico ai capitali stranieri come Goldman Sachs, Barings, Warburg e Morgan Stanley. I nostri B.O.T. Vennero immediatamente declassati dalle agenzie di rating mondiali (indovinate un pò, tra l’altro, nelle mani di chi sono) e lo speculatore ungaro-ebraico George Soros, cercò di impossessarsi di 10.000 miliardi di lire della Banca d’Italia, speculando sterlina contro lira. Carlo Azeglio Ciampi, per “impedire”, diciamo così, tale speculazione, bruciò le riserve in valuta straniera: 48 miliardi di dollari. Ciampi, per questi suoi servigi sarà premiato con la Presidenza della Repubblica. Su George Soros indagarono le procure di Roma e Napoli, ma lo strapotere dei suoi amici massoni vinsero ancora una volta e tutte le accuse caddero nel vuoto. A seguito di questo attacco mirato alla lira, e della sua immediata svalutazione del 30% partì la più grande privatizzazione di Stato a prezzi stracciati (ENEL, ENI, Telecom, ecc.), per opera dei governi Amato (1992-1993) e Prodi (1996-1998). In quel caso la Massoneria si accontentò di una speculazione “mirata”, un colpo all’Italia che sarebbe stato molto lucroso ma non letale per il Bel Paese. Ciò che mi preoccupa é che i loro ingordi stomaci rumina soldi questa volta vogliano mangiare il più possibile, fino a spolpare tutta la carne, facendo affiorare dal sangue le ossa del povero scheletro italico.

SCOMDISSIME CONSIDERAZIONI FINALI:
Il buon Mario Monti é completamente invischiato con questa gente, ne fa parte, é uno di loro. La sua presenza su panfili reali e negli hotel di super lusso – in cui avvengono le riunioni del Gruppo Bildenberg (nel 2004 anche in Italia, a Stresa, sul Lago Maggiore) – sono documentate e comprovate. Questi avidi porci bramosi di denaro che perseguono biecamente il loro benessere, il loro arricchirsi, il loro lucrare sulla povera gente. Proprio quei porci che definiscono P.I.I.G.S. (anagramma della parola “porci” in inglese) i cinque paesi più in crisi dell’Unione Europea (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) anche se in realtà i veri artefici di questa situazione sono loro: Le loro macchinazioni, il loro prender di mira a turno un nuovo Paese dell’Unione, serve solo alle loro squallide speculazioni. I cosiddetti “Pigs”, i maiali, sono semplice carne da macello, da triturare per generare dei guadagni. Tutto ciò é possibile grazie alla moneta unica d’Europa. La nascita dell’Euro é stata la più grande speculazione massonica della storia. I maiali sono così stati messi in un grande recinto, dal quale é meglio individuabile il più vulnerabile, colui che offrirà meno resistenza alla propria macellazione (guarda caso, gli inglesi, gli europei più potenti nelle logge massoniche, non fanno parte della moneta unica. Il porcello inglese ingrassa fuori dal recinto).

Conosciuti tutti questi retroscena, sei ancora convinto che Mario Monti farà soltanto il bene dell’Italia? io ora ho tanta paura che voglia compiacere quei maiali dei suoi amici.
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ECCO I NOMI SEGRETI DEI 43 MASSONI ITALIANI
Pubblicato il 13 giugno 2011 da Matteo Mainini

L’elenco degli italiani che hanno partecipato almeno una volta al gruppo Bildeberg, la loggia massonica più potente al mondo, comprende 43 nomi. Di seguito il nome e il cognome dei soci e la carica che ricoprivano al momento della partecipazione alla lobby.

* AGNELLI GIOVANNI, Presidente Gruppo Fiat
* AGNELLI UMBERTO, Presidente Gruppo Fiat
* AMBROSETTI ALFREDO, Presidente Gruppo Ambrosetti
* BERNABE’ FRANCO, Ufficio italiano per la Ricostruzione nei Balcani
* BONINO EMMA, Membro della Commissione Europea
* CANTONI GIAMPIERO, Presidente BNL
* CARACCIOLO LUCIO, Direttore Limes
* CAVALCHINI LUIGI, Unione Europea
* CERETELLLI ADRIANA, Giornalista, Bruxelles
* CIPOLLETTA INNOCENZO, Direttore Generale Confindustria
* CITTADINI CESI GIANCARLO, Diplomatico USA
* DE BENEDETTI RODOLFO, CIR
* DE BORTOLI FERRUCCIO, RCS libri
* DE MICHELIS GIANNI, Ministro degli Affari Esteri
* DRAGHI MARIO, Direttore Min. Tesoro
* FRESCO PAOLO, Presidente Gruppo FIAT
* GALATERI GABRIELE, Mediobanca
* GIAVAZZI FRANCESCO, Dicente Economia Bocconi
* LA MALFA GIORGIO, Segretario nazionale PRI
* MARTELLI CLAUDIO, Deputato – Ministero Grazia e Giustizia
* MASERA RAINER, Direttore generale IMI
* MERLINI CESARE, Vicepresidente Council for the United States and Italy
* MONTI MARIO, Commissione Europea
* PADOA SCHIOPPA TOMMASO, BCE Banca Centrale Europea
* PASSERA CORRADO, Banca Intesa
* PRODI ROMANO, Presidente UE
* PROFUMO ALESSANDRO, Credito Italiano
* RIOTTA GIANNI, Editorialista La Stampa
* ROGNONI VIRGINIO, Ministero della Difesa
* ROMANO SERGIO, Editorialista La Stampa
* ROSSELLA CARLO, Editorialista La Stampa
* RUGGIERO RENATO, Vicepresidente Schroder Salomon Smith Barney
* SCARONI PAOLO, ENEL Spa
* SILVESTRI STEFANO, Istituto Affari Internazionali
* SINISCALCO DOMENICO, Direttore Generale Ministero Economia
* SPINELLI BARBARA, Corrispondente da Parigi – La Stampa
* STILLE UGO, Corriere della Sera
* TREMONTI GIULIO, Ministro dell’Economia
* TRONCHETTI PROVERA MARCO, Pirelli Spa
* VELTRONI VALTER, Editore L’Unità
* VISCO IGNAZIO, Banca d’Italia
* VITTORINO ANTONIO, Commissione Giustizia UE
* ZANNONI PAOLO, Manager gruppo FIAT

THE BILDEBERG STORY & BORGHEZIO DRAMA:
La loggia é nata nel 1954 con la prima riunione nell’hotel Bildeberg di Oosterbek, in Olanda. Sua maestà il principe Bernardo de Lippe, olandese, ex ufficiale delle SS, é stato il primo leader e ha guidato il gruppo per oltre 20 anni, fino al 1976. Dopo di lui si sono segretamente susseguiti diversi capi.

Ogni anno un gruppo di circa 130 delle personalità più potenti del mondo (banchieri, politici, rettori universitari, imprenditori…) si riuniscono negli hotel più lussuosi del mondo per discutere. Di che cosa discutano non lo sa nessuno. Si dice che decidano il destino economico dell’intero pianeta. Nessuna conferenza é mai stata registrata, nessun argomento trattato é mai stato reso noto, non c’è stata mai nessuna fuga di notizie.

Quest’anno il gruppo si é riunito al Suvretta House di Saint Moritz. Il sito francese Rue89 é riuscito a scovare la lista completa degli invitati al misterioso congresso massonico (lista consultabile QUI). Gli argomenti trattati sono rimasti completamente avvolti nel mistero anche questa volta.

Gli italiani presenti? Eccoli:

Italie

* Bernabè, Franco. CEO, Telecom lia SpA
* Elkann, John. Chairman, Fiat S.p.A.
* Monti, Mario. President, Univers Commerciale Luigi Bocconi
* Scaroni, Paolo. CEO, Eni S.p.A.
* Tremonti, Giulio. Minister of Economy and Finance

Il sempre composto Mario Borghezio.
Il gruppo Bildeberg é recentemente balzato agli onori della cronaca perché é stato il mandante di un pestaggio al leghista Borghezio. Loro non l’avevano invitato, ma all’onorevole non andava giù. Come un bambino delle elementari che non ci sta a non essere invitato alla festa di compleanno di un suo amichetto, ha iniziato a fare i capricci fuori dal Suvretta House perché voleva partecipare alla riunione. Ma dove vuoi andare se non ti hanno invitato? Ma soprattutto, davvero ti reputi meritevole di far parte dell loggia degli uomini più potenti del mondo? Fatto sta che quando il fare del leghista si é fatto un pò troppo sopra le righe, insistendo eccessivamente per poter essere ammesso alla sala del congresso, i ragazzotti della security, su unanime consiglio dei soci in riunione, l’hanno picchiato selvaggiamente. L’hanno letteralmente fatto allontanare a calci. Finalmente qualche certezza sul Bildeberg. Borghezio nell’elenco dei partecipanti non ci sarà mai.
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Ovviamente non poteva mancare anche un bel racconto sui rapporti di Silvio Berlusconi con la Massoneria stessa.



MASSONERIA: SEGRETI,CRIMINI, BUGIE E OVVIAMENTE SILVIO BERLUSCONI
Pubblicato il 22 giugno 2011 da Matteo Mainini

L’Italia e un malcostume radicato da anni. Massonerie, associazioni segrete e logge di potenti politici e industriali che tirano i fili del nostro paese. Un governo occulto che da sempre agisce nell’ombra, parallelamente agli Organi di Governo ufficiali, favorendo gli interessi dei membri, di fatto gli uomini più potenti d’Italia. Enel, Rai, Servizi Segreti, la stampa, Organi di Governo, Banche. I massoni italiani da sempre li controllano, li manipolano. Grande Oriente d’Italia, Propaganda Massonica, Propaganda 2 (meglio nota come P2) e di conseguenza P3 e P4 sono le grandi massonerie segrete che gestiscono l’Italia, fin dai primi giorni della sua nascita.

Il nostro premier, il re del malcostume, non poteva che esserne completamente invischiato: è un membro della P2 di Licio Gelli, la loggia più potente della storia d’Italia. Il numero di tessera della P2 assegnata al Cavalier Berlusconi è: tessera 1816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, data di affiliazione 26 gennaio 1978. In una famosa intervista (il video é qui a fianco) Licio Gelli racconta la cerimonia di investitura di Berlusconi, avvenuta a Roma, in via Condotti, in un lussuoso appartamento sopra la gioielleria Bulgari. Racconta inoltre di una grande cena-baccanale per festeggiare l’investitura. E via con il primo Bunga-Bunga della storia!



Il Cavaliere é stato inoltre definito “Cesare” della P3 da Arcangelo Martino, Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, arrestati questa estate in quanto membri della P3 con l’accusa di associazione a delinquere costituitasi nelle forme di Loggia segreta sul modello della P2, per la gestione sporca degli appalti pubblici per la costruzione di parchi eolici in Sardegna, per aver condizionato le candidature all’interno del Pdl per le elezioni regionali in Campania (mediante la creazione di un dossier per screditare il candidato Stefano Caldoro) e per aver manipolato l’attività delle istituzioni, mediante i contatti ancora da verificare con Vincenzo Carbone e Oscar Fiumara, rispettivamente ex primo Presidente della Corte di Cassazione ed ex Avvocato Generale dello Stato. Dalle intercettazioni telefoniche salta fuori spesso il nome di Cesare e di Vice-Cesare, i potenti capi della P3: i tre indagati affermarono che si trattava di Berlusconi e Dell’Utri.

I guai di Silvio nascono essenzialmente per via della sua appartenenza alla P2. Per quanto riguarda la P3, laconicamente definita dal premier “un manipolo di pensionati sfigati” sembra che il Cavaliere ne sia uscito pulito, impossibile definirne la sua effettiva appartenenza. Quando lo scandalo della P2 balzò agli onori della cronaca, (l’affascinante e contorta storia della P2 é consultabile qui) il Governo intervenì creando un’apposita legge, la numero 17 del 25 gennaio 1982. In questo modo si sciolse la P2 e si rese illegale il funzionamento di associazioni segrete con analoghe finalità, in attuazione del secondo comma dell’articolo 18 della Costituzione Italiana, che più genericamente proibisce le associazioni a scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.

Il giornalista e politico Massimo Teodori, membro della Commissione Parlamentare di Tina Anselmi, che creò questa legge, affermò: "La Loggia P2 non è stata un’organizzazione per delinquere esterna ai partiti ma interna alla classe dirigente. La posta in gioco per la P2 è stata il potere e il suo esercizio illegittimo e occulto con l’uso di ricatti, di rapine su larga scala, di attività eversive e di giganteschi imbrogli finanziari fino al ricorso alla eliminazione fisica".

La P2 fu oggetto d’indagine anche della Commissione Stragi per un presunto coinvolgimento in alcune stragi, tra cui il sequestro Aldo Moro (raccontato in questo nostro articolo) ma non portò a niente di rilevante a causa di continui ed innumerevoli depistaggi. Licio Gelli venne condannato il 23 novembre 1995 in via definitiva per ripetuti tentativi di depistaggio delle indagini sulla Strage di Bologna, sull’indagine di Aldo Moro e sulla Strage dell’Italicus.

Per Silvio, vedere il proprio nome affiancato ad una società segreta imputata dei peggiori reati della storia del nostro paese non poteva essere tollerato: ecco che, in uno dei suoi innumerevoli slanci di onnipotenza, affermò davanti ai giudici di non farne parte. Purtroppo per lui, nella relazione finale della Commissione Parlamentare di Tina Anselmi il nome “Sivio Berlusconi” compariva eccome:

* “…alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi) trovano appoggi e finanziamenti al di la’ di ogni merito creditizio…” Le due grandi banche, infatti, che danno credito a Berlusconi sono la Banca Nazionale del Lavoro e il Monte dei Paschi di Siena, dove durante gli anni ‘70 la P2 e’ piu’ attiva. Il Monte dei Paschi concede tra il ‘70 e il ‘79 70 miliardi di mutui fondiari a Berlusconi a tassi fra il 9 e il 9,5%.
* Il 10 Aprile 1978 Berlusconi inizia una collaborazione come editorialista sul maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, proprio quando la loggia P2 acquisisce, come dice la commissione parlamentare d’inchiesta “il controllo finanziario e gestionale del gruppo Rizzoli”.

Di conseguenza, nel 1990, la corte d’appello di Verona condanna Silvio Berlusconi con la seguente motivazione: “…Ritiene il collegio che le dichiarazioni dell’imputato non corrispondano a verita’”; in pratica viene accusato di aver mentito davanti ai giudici. Infatti Berlusconi dichiarò sotto giuramento che la sua adesione alla P2 avvenne poco prima del 1981 e non si tratto’ di vera e propria iscrizione, perche’ non accompagnata dal pagamento di una quote ufficiale di sottoscrizione. Tali asserzioni sono smentite:

* Dalle risultanze della commissione Anselmi (come appena detto)
* Dalle stesse dichiarazioni rese dal premier avanti al G.I. di Milano, e mai contestate, secondo cui la sua iscrizione alla P2 avvenne nei primi mesi del 1978.
* Dagli elenchi degli affiliati P2 (l’intero elenco é consultabile qui), sequestrati a Castiglion Fobocchi dove figura il nominativo del premier (numero di riferimento 625) e l’annotazione del versamento di lire 100.000 eseguito in contanti in data 5 maggio 1978, versamento la cui esistenza risulterebbe comprovata anche da un dattiloscritto proveniente dalla macchina da scrivere di proprieta’ di Gelli.

Nel 1989 c’era però stata un’amnistia che ha estinto il reato di falsa testimonianza sulla P2 del Cavaliere. Che fortuna però…una amnistia che gli ha salvato il didietro…! Sarà un caso o l’amnistia e’ stata voluta dalla P2?

Ultima considerazione su Berlusconi: Quando il re dei Bunga Bunga afferma di non essere mai stato condannato, a fronte dei numerosissimi processi che ha dovuto affrontare, dice una menzogna. É stato condannato e poi graziato. Quindi non ha nessun diritto di continuare a definirsi “perseguitato” dai magistrati o di andare a lamentarsi con Obama. C’è comunque da dare a Cesare ciò che é di Cesare, e mai proverbio fu più azzeccato (dato il suo nome in codice nella P3), le volte che é stato effettivamente assolto sono davvero tante. Che sia stato aiutato dalla Massoneria nelle sue innumerevoli assoluzioni? Oltre la P4 ci sono altre “cricche” segrete di burattinai che stanno agendo nell’ombra? Berlusconi ne fa parte? Il malcostume dei gruppi segreti che muovono gli interessi dell’Italia é ben radicato nel nostro Paese fin dall’800. La massoneria c’era allora come oggi (vedi indagine P4)…Di conseguenza affermare che, ad oggi, in Italia, esistano potenti lobby segrete che gestiscono il Paese, non appare di certo una bestemmia. Purtroppo però, gli interessi dei potenti spesso stridono con le esigenze reali del Paese.