giovedì 10 novembre 2011

La triste fine del maggiordomo di Sua Emittenza

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O forse è meglio dire: tragicomica...

La grande sfiga di Angelino
di Silvia Cerami
Mille giorni da ministro ad personam, cento da segretario farlocco del partito. Sempre a dire di sì, con la pazienza del galoppino, per poter sostituire un giorno il Capo in modo morbido e con il suo consenso. Fino alla beffa finale

«Quello che leggerete è un racconto. E' il mio racconto dei tre anni vissuti come ministro della Giustizia».

'La mafia uccide d'estate. Cosa significa fare il ministro della Giustizia in Italia'. Questo è il racconto di Angelino Alfano. L'editore è Mondadori, come si conviene al delfino designato dal Cav. «Se quel che emerge di me è troppo, mi scuso» scrive già nella premessa il mite Angelino. Lui, protagonista a sua insaputa si emoziona, ma non manca di snocciolare le cifre e i « tanti successi» per la sua «piccola croce», la difficile vita di un antimafioso siciliano. E di ministro ad personam.

La sfortuna, o forse la fortuna, ha voluto che il suo libro sia uscito proprio nel giorno della fine. Mille giorni da ministro, cento da segretario, un milione di tessere, il partito che implode e Angelino che sorride dalla copertina del libro e dalla sua pagina Facebook chiede ai suoi amici: «Mi suggerisci la tua canzone, voglio comporre la mia nuova playlist solo con le canzoni del cuore».

In questi mesi doveva dimostrare di essere un capo e invece è arrivato nella giornata decisiva, dove si sono scontrati i pesi massimi, come un peso piuma. L' «angelo di custode di Silvio» ha guardato defilato, e quasi inconsapevole, la resa del cavalier furioso asserragliato nel bunker.

«Il segretario di Berlusconi», come l'ha definito Pierluigi Bersani, quello telecomandato stile Ambra a 'Non è la Rai', accondiscendente e «servizievole», è un dolce veleno che piace a tutti. Amato da tutti proprio perché non conta. Umberto Bossi, nonostante le origini siciliane, l'ha candidato a Palazzo Chigi, quasi fosse un diversivo, e Silvio Berlusconi lo potrebbe candidare in caso di elezioni anticipate, proprio perché il partito sta oramai esplodendo.

Il candidato ideale, l'uomo dell'accordo, pronto nella sua scalata al potere a «sfondare sia a destra sia a sinistra», è sempre più simile alla sua caricatura negli 'Sgommati' Angelino, un democristiano rampante che rischia di essere candidato senza aver avuto il tempo di diventare un capo.

Angelino cattolico praticante, con accanto l'acqua di Lourdes e la moglie Tiziana «sempre presente, mai invadente, comunque paziente». Figlio di un fanfaniano, studi all'università Cattolica, militanza giovanile nei circoli cattolici democratici di 'Dialogo e rinnovamento' e forti legami con Comunione e Liberazione, è il successore gradito al mondo cattolico. Piace al Vaticano e alla Cei, ma anche alla Lega di Roberto Maroni, con cui condivide il principio della legalità e l'idea del 'partito degli onesti'.

Alfano moderato, mai sopra le righe nonostante le richieste di Berlusconi, ha costruito un buon rapporto con Giorgio Napolitano che gli riserva, come racconta nel suo libro, «cordialità e fare affettuoso» per la sua nomina a ministro della Giustizia, e va d'accordo soprattutto con il cattolico Pierferdinando Casini. «Non saremo separati in eterno» fa sapere Angelino. Tra i due cene, biglietti e telefonate quotidiane per un futuro senza Cavaliere.

Alfano l'erede della stirpe democristiana, folgorato dalla discesa dell'uomo che «aveva il sole in tasca», tende la mano a tutti, fa un passo avanti e uno indietro, media, rassicura.

Una strategia frutto di anni di studio. A vent'anni è consigliere comunale della Democrazia Cristiana, a venticinque è già eletto nell'assemblea regionale di Forza Italia. Nel 2001 sbarca a Montecitorio e da lì in poi scala le gerarchie. Con defezione. Sottovoce.

Fa il galoppino di Silvio, pur di fargli piacere tenta persino il trapianto di capelli, esegue ogni suo desiderio, dal lodo a lui intitolato alla riforma epocale della giustizia. Annuncia, proclama, accondiscende sempre, ma più spesso non fa. E intanto stringe legami. Apre il dialogo con l'opposizione, è amico di Saverio Romano, ma precisa sempre: «La mafia mi fa schifo».

Tutte le mattine, dopo aver letto con attenzione i giornali, in particolare gli editoriali di Mario Sechi e Francesco Verderami, porta a scuola i figli Cristiano e Federico, la stessa scuola dei figli di Italo Bocchino. Poi si chiude nel suo ufficio in via dell'Umiltà.

Qui Angelino, insieme al fidato segretario particolare Giovannantonio Macchiarola e alla portavoce Danila Subranni, incontra persone per risolvere problemi. Quaranta minuti ad appuntamento, non di più. Dicono sia dotato di un grande «senso dell'organizzazione». E poi poca vita mondana, la sera va a casa presto. Un appartamento nella palazzina dei Parioli di Salvatore Ligresti, dove risiedono anche l'ex dg Rai Mauro Masi, il ministro Renato Brunetta e le figlie di Cesare Geronzi.

Una strategia morbida, rassicurante che, secondo l'insegnamento democristiano, doveva portare all'atterraggio morbido, alla sostituzione dolce del capo, con le buone maniere e il suo consenso.

E invece Angelino si trova tra le mani il primo partito italiano ormai in rissa, parcellizzato e con troppi colonnelli. Un partito senza più un capo a cui far riferimento. Un partito in cui rimane lui, a spegnere la luce e chiudere la porta.

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