domenica 11 dicembre 2011

Il santo patrono della Mafia noto a tutti


Dell'Utri prima di tutti, già super condannato; Berlusconi e il suo stalliere; e ora iniziamo a perdere il conto di quanti - fra i mafiosi - fanno il nome di Schifani.

"La mafia? La protegge Schifano"

di Lirio Abbate

Due imprenditori palermitani collusi parlano dei fratelli Graviano. A un certo punto uno dice: "Sono appoggiati politicamente, molto in alto". E fa un nome. Che ricorda qualcuno

L'automobile in cui viaggiano due imprenditori collusi con la mafia passa davanti allo stadio di Palermo. Sono diretti ad un appuntamento con i nuovi capi delle famiglie della città. E' il 9 luglio, mancano pochi minuti a mezzogiorno quando Giovannello Li Causi, che si occupa del catering nell'impianto sportivo, si rivolge a Franco Conti, genero del padrino Antonino Vernengo. I due cominciano a parlare dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, gli ideatori delle stragi del 1993 a Roma, Milano e Firenze ed esecutori dell'attentato a Paolo Borsellino. La discussione punta sulle loro coperture e sugli affari dei due boss detenuti, in particolare su un'impresa di pulizia che - secondo Li Causi - loro avrebbero in pugno e che si sta aggiudicando appalti in tutta la Sicilia.

"Perché loro sono appoggiati politicamente", spiega Li Causi, che nelle scorse settimane è stato arrestato per mafia. L'imprenditore della ristorazione non sa di essere intercettato dai carabinieri, ma appena affronta questo tema abbassa di colpo il tono della voce. Poi sussurra: "Hanno un appoggio forte, ma forte, forte". Conti chiede chi è il politico tanto importante che protegge i Graviano e la loro ditta. E il suo interlocutore risponde senza esitazioni: "Schifano!". Il genero di Vernengo non commenta, incassa la risposta e mostra di avere capito. Non chiede chi possa essere questo politico "Schifano", il cui cognome ha una chiara assonanza con quello del presidente del Senato Renato Schifani. Conti e Li Causi non fanno altri riferimenti: entrambi sanno di chi si sta discutendo e infatti il dialogo prosegue spedito sulla questione delle "entrature politiche".

I pubblici ministeri hanno tentato di individuare con certezza chi è il politico in grado di dare un appoggio tre volte forte ai padrini di Brancaccio, i boss che hanno gestito l'attacco allo Stato del 1993. E per fugare ogni dubbio hanno affidato ai carabinieri un'indagine per identificare lo "Schifano" citato da Li Causi. Gli investigatori dell'Arma hanno riascoltato più volte la conversazione registrata in auto pochi mesi fa, cercando anche il più piccolo dettaglio, un particolare che li potesse aiutare a dare un nome e cognome al politico. Ma non sono riusciti ad andare oltre. Nei nastri si sente dire esplicitamente: "Schifano". La ricerca allora si è allargata alle liste dei politici locali e regionali, ma non vi è alcuno con questo nome. A qualche investigatore viene in mente che forse potrebbe trattarsi di Renato Schifani, che due collaboratori di giustizia indicano essere stato vicino proprio ai Graviano. Ma il nome pronunciato da Li Causi è chiaro: Schifano e non Schifani. Davanti ai giudici occorre essere precisi. E senza altri elementi, l'identificazione richiesta dalla procura si rivela negativa: nessuno Schifano è stato individuato fra i politici.

I magistrati acquisiscono le conclusioni dei carabinieri e - nonostante il dubbio resti irrisolto - le inseriscono nel fascicolo super segreto che riguarda il presidente Renato Schifani, anche se quella conversazione dello scorso luglio, ufficialmente, non è riferibile a lui. La seconda carica dello Stato, come ha rivelato un anno fa "l'Espresso", è iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli investigatori continuano a esaminare il passato del senatore, attivo a Palermo come avvocato esperto di urbanistica e procedure fallimentari, ma anche la sua attività politica nell'isola.

L'ultimo pentito ad averlo accusato è Stefano Lo Verso, che è stato il vivandiere del latitante Bernardo Provenzano fra il 2003 e il 2004. Il collaboratore riferisce le confidenze dell'ergastolano Nicola Mandalà, mafioso di Villabate, piccolo centro alle porte di Palermo: "Nel 2003 mi disse che con la politica non avevano problemi né a livello regionale né a livello nazionale, perché avevamo nelle mani l'amico e socio di suo padre Renato Schifani". Ma non è il solo parlamentare che Lo Verso ha indicato ai pm. Ha parlato anche del senatore Marcello Dell'Utri, di Salvatore Cuffaro e dell'ex ministro Saverio Romano.

Chi in precedenza aveva accusato Schifani di avere avuto contatti con i Graviano è stato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Spatuzza, ex sicario agli ordini dei boss di Brancaccio, ha descritto gli incarichi professionali svolti in passato dal presidente del Senato: attività risalenti al periodo in cui era solo un avvocato e si occupava di cause civili, in qualche caso legate anche ai patrimoni sequestrati ai mafiosi. Infine anche l'ex presidente del consiglio comunale di Villabate, Francesco Campanella, ora collaboratore di giustizia, ha dedicato alcuni verbali a Schifani. Il giovane politico affiliato al clan della sua cittadina e legato a Cuffaro e a Clemente Mastella, ha parlato delle consulenze assegnate all'avvocato palermitano qualificandole come forme di collusione. Il presidente Schifani ha sempre respinto queste accuse e alle rivelazioni dei pentiti ha risposto denunciandoli per calunnia.

Negli ultimi anni le inchieste di mafia portano alla luce intrecci con la politica sempre più stretti. E' accaduto anche nell'ultima operazione eseguita a Palermo da carabinieri e polizia di Stato in cui è stata scoperta la nuova cupola mafiosa. A un certo punto gli esponenti della cosca hanno un problema: devono aiutare un imprenditore a realizzare una pedana a forma di galeone sul lungomare di Barcarello. Ma la burocrazia li blocca. Allora uno dei presunti affiliati trova il canale giusto per poter sbloccare la licenza. E sostiene di avere la strada spianata per arrivare al capo di gabinetto dell'assessore regionale al Territorio grazie all'onorevole di Fli Nino Lo Presti, che non è indagato. I magistrati scrivono: "L'incontro era stato agevolato dall'onorevole". I pm nel provvedimento di arresto sottolineano che il deputato "cui si riferivano i due uomini veniva identificato e la vicenda veniva trattata separatamente". Accertamenti sull'esponente del movimento di Gianfranco Fini, dunque, sono ancora in corso.

Gli indagati, per ottenere il via libera dagli uffici amministrativi in favore di imprese amiche, si rivolgevano anche ad un deputato regionale, Alessandro Aricò, sempre di Fli. E poi bussavano alla porta pure del consigliere comunale Mimmo Russo, ex rappresentante del Mpa di Raffaele Lombardo, conosciuto a Palermo come un capo popolo.

Fra i componenti della nuova cupola c'è anche chi in passato ha fatto politica: si tratta del capomafia della zona "Tommaso Natale", Calogero Di Stefano, finito in cella durante il blitz dei carabinieri. Di Stefano è un pensionato dell'azienda municipale dei trasporti di Palermo, ma anche un cattolico praticante : in prima fila tra i devoti più assidui della confraternita Maria santissima Addolorata, era stato anche il responsabile del Movimento cristiano lavoratori, lo stesso ruolo ricoperto dall'architetto Giuseppe Liga, l'insospettabile professionista arrestato due anni fa perché accusato di essere il capomafia dello stesso quartiere. Il segno di come Cosa nostra riesca a rigenerarsi dopo ogni retata e la conferma dei suoi collegamenti con i politici.

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