venerdì 23 dicembre 2011

La politica europea solo per le banche, una vergogna

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Le banche prendono possesso dell'Europa in una maniera ancora più salda. Ora siamo totalmente schiavi di esse. L'unica cosa che conta per la UE, la BCE e da noi Monti, è che la gente metta per forza i propri soldi in banca, li investa in buoni statali, e tanti soldi continuino di conseguenza a volare dalle nostre tasche a quelle degli istituti di credito al servizio della speculazione. Il monstrum "debito pubblico" è il guinzaglio che vincola i paesi a questa politica delinquenziale creata in nome del dio danaro.

Questi loschi individui, Mario Monti compreso, sono talmente lontani dalla gente comune che non hanno capito una cosa: alla stragrande maggioranza dei cittadini europei non interessa pagare un debito pubblico che è stato creato ad arte dall'inettitudine della politica e dalla scaltrezza delle banche (BCE in primis), operare quindi solo per salvare il circuito internazionale del dio danaro è antietico e antisociale, e alla lunga antieconomico. Se le manovre economiche (come quella del governo Monti) prendono i soldi, già pochi, dalle tasche dei comuni cittadini che non ne hanno abbastanza per vivere, essi di conseguenza non ne avranno più da spendere, le attività economiche ristagneranno ancora di più e chiuderanno, quindi alla fine ne risentiranno anche le banche.

Non c'è bisogno di una laurea in economia per capire come vanno le cose: basta un minimo di buonsenso e di onestà intellettuale, quelle che i caporioni delle banche e di tanti governi non hanno. Siamo in crisi, siamo in recessione. Fra poco andremo per le strade a stanarli, uno per uno, e ci riprenderemo quello che ci spetta: questa è "equità sociale".

Mario Monti ieri ha detto: "Abbiamo rimesso a posto i conti dello stato, ora i cittadini investano in buoni del tesoro". Non ha capito niente. Sono sicuro che lui i suoi tanti soldi li investe altrove.

L'incredibile regalo alle banche
di Massimo Riva
Duemila miliardi di prestiti. A un tasso dell'1 per cento. Una decisione senza precedenti per volume di denaro e per condizioni di favore. Servirebbe per rilanciare l'economia. Ma non è accompagnata da nessuna misura per imporre agli istituti regole che impediscano nuovi tentativi di speculazione come quelli che hanno causato la crisi

La crisi del mercato creditizio deve essere molto grave. Non si spiegherebbe altrimenti la qualità e la quantità dei provvedimenti messi in campo in tutta fretta dai governi nazionali oltre che dalle autorità europee. In Italia, col decreto d'emergenza, si è deciso di concedere la garanzia dello Stato sulle obbligazioni che gli istituti emetteranno nei prossimi mesi per rimpinguare le loro casse. Una scelta pesante perché lo Stato non potrà non registrare l'onere di simili fideiussioni sul grande libro del debito pubblico.

In Europa si è fatto ancora di più. La banca centrale di Francoforte, infatti, offre fino a 2 mila miliardi di prestiti agli istituti dell'eurozona al tasso ufficiale vigente dell'uno per cento per una durata che può arrivare a 36 mesi. Il tutto accettando in garanzia vuoi titoli dei debiti sovrani (anche quelli più a rischio) vuoi obbligazioni emesse dalle banche medesime vuoi crediti adeguatamente cartolarizzati. Una decisione senza precedenti per volume di denaro e per condizioni di favore. Perciò l'unica spiegazione è che Mario Draghi e i suoi colleghi considerino la situazione davvero molto critica.

La storia, del resto, insegna che le banche - quando siano in seria difficoltà - dispongono di un oggettivo ed enorme potere di ricatto sull'intera filiera delle istituzioni politiche ed economiche. Il fallimento di un istituto di credito non secondario, infatti, ha conseguenze sistemiche pesantissime. Lo si è visto nel corso della depressione degli Anni Trenta del Novecento. Lo si è appena rivisto con il "default" di Lehman Brothers. Correre ai ripari per scongiurare il ripetersi di simili tragedie è, dunque, un imperativo categorico sia per le banche centrali sia per le autorità politiche.

Ciò non toglie che soprattutto la decisione di Francoforte costituisca un regalo davvero straordinario per i banchieri. Il conto è presto fatto: si prendono soldi all'1 per cento per tre anni dalla Bce e si comprano titoli di Stato italiani al 6 con pari scadenza da offrire in garanzia del prestito. Morale: si guadagna il 5 per cento senza correre rischio alcuno. A queste condizioni tutti saprebbero fare il banchiere, anche lo zio di Bonanni.

Si dice, però, che regalando alle banche questi profitti sicuri non si vuole soltanto evitare fallimenti a catena ma anche rimettere in moto il circuito virtuoso dei prestiti per nuovi investimenti produttivi. Questo scrupolo a favore del mondo delle imprese suona pregevole in una fase nella quale il rilancio della crescita è diventato anch'esso un imperativo categorico. Ma chi e come è in grado di asseverare che i maggiori profitti assicurati alle banche si tradurranno in finanziamenti all'economia reale?

Il recente "tsunami" finanziario è stato in larga misura provocato dalla spregiudicatezza con la quale molti banchieri hanno impiegato le loro risorse in spericolati azzardi su titoli tossici di varia natura. Autorità politiche e monetarie avevano promesso riforme epocali del sistema creditizio di cui però non s'è saputo più nulla. Il rischio che la storia delle speculazioni avventurose si ripeta rimane perciò intatto. Va ricordato che anche negli Anni Trenta governi e banche centrali corsero al soccorso degli istituti in crisi, ma ridisegnando l'architettura del mercato con nuove e più stringenti regole. Perché oggi no? La parola a Mario Draghi.

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