martedì 20 dicembre 2011

Privilegio Chiesa: esenzioni, speculazioni, favori, miliardi in nero


E' inutile, non cambierà mai niente. La Chiesa (e Comunione e Liberazione) in Italia sono potenti quanto la criminalità organizzata. Entrambe non guardano i partiti per le loro ideologie, ma per quanto gli possono concedere, barattando appoggio per mantenere privilegi moralmente illeciti. Anche con Monti la Chiesa ha fatto l'affarone: può continuare a fare tonnellate di miliardi di euro nel nostro territorio nazionale senza pagare una cippa in tasse. Ecco un po' di spunti interessantissimi presi dal sito dell'Espresso. Massima diffusione.

"Lo Ior è stato per anni la cerniera tra il malaffare mafioso e quello politico. Ora promettono di bonificarlo. Ma non si è visto ancora niente"


Chiesa e finanza, è buio pesto

di Massimo Teodori

Il Vaticano è lo Stato più ricco del mondo. Ha uno sterminato patrimonio immobiliare, possiede una banca molto potente e può battere moneta. Ma si oppone a un censimento vero dei suoi beni. E alza una nebbia fitta su quali suoi edifici dovrebbero pagare l'Ici. Una cortina fumogena che parte da lontano e arriva fino al caso Sindona

Le ingenti somme che la Chiesa cattolica nelle sue molteplici articolazioni sottrae allo Stato italiano per evasione o per distorta interpretazione delle norme ICI e IRES non sono solo una questione contabile. Al momento non sappiamo quali delle oltre 100 mila strutture ecclesiastiche e paraecclesiastiche abbiano effettivamente diritto all'esenzione dalle tasse, e quante invece approfittino dell'ambiguità delle norme attraverso lo schermo delle cosiddette "opere di religione".

Molto più grave dell'aspetto contabile è l'inquinamento che certi comportaMEnti della Chiesa romana, o meglio dei suoi vertici ecclesiastici e vaticani, producono sulle regole del vivere civile della comunità nazionale.

Una storia antica. Basta ricordare che la scintilla della ribellione che portò alla riforma protestante fu generata dalla bolla di Leone X con cui nel 1514 si concedeva l'indulgenza in cambio di offerte di denaro. Ai giorni nostri accade che i vescovi italiani accordino la loro benevolenza a governi e partiti non solo in cambio delle cosiddette "leggi etiche", ma anche di vantaggi materiali come l'omissione delle tasse dovute. La recente storia dell'accumulazione delle finanze vaticane comincia da quella notte di fine anni Sessanta quando Paolo VI incontrò segretamente Michele Sindona per affidargli la gestione del "patrimonio di Pietro" (4,8 miliardi di dollari dell'epoca provenienti dall'Istituto Opere di Religione, Ior, e dall'Amministrazione della Santa Sede, Apsa) e il suo trasferimento sui mercati internazionali per sottrarli alla legislazione che aveva abolito l'esenzione fiscale per i dividendi sulle azioni in possesso del Vaticano. Il banchiere di Patti, già allora, era il fiduciario di Cosa Nostra di cui riciclava il danaro sporco, italiano e americano. Quando nel 1974 le autorità degli Stati Uniti dichiararono il fallimento delle banche sindoniane, il principe Spada affermò che in Vaticano nessuno conosceva le attività criminali di Sindona, facendo finta di ignorare che al vertice del sistema speculativo, insieme a Sindona, regnava monsignor Paul Marcinkus a cui il segretario di Stato Agostino Casaroli impedì di testimoniare nelle corti di giustizia.

Il Vaticano, per tutto quel che riguarda i soldi "bianchi" e "neri", si nasconde dietro la condizione speciale garantita dal Concordato stipulato del 1929 e rinnovato nel 1985 dal governo di Bettino Craxi. Lo Ior ha così potuto essere la cerniera del malaffare finanziario d'origine mafioso-criminale e politico-tangentizia, godendo dello status di unica banca al tempo stesso in-shore e off-shore, facilmente accessibile a Roma ma impenetrabile ai controlli nazionali e internazionali e agli interventi giudiziari. In forza di questa specialissima condizione ha reso servizi discreti al grande malaffare internazionale, agli affaristi italiani e a tutti coloro che vogliono sottrarsi alle leggi. Pochi oggi ricordano i tanti episodi oscuri di cui è stata protagonista la finanza vaticana: ad esempio, che gli eccellenti esportatori di valuta della famosa "lista dei 500" al momento del crac Sindona furono rimborsati grazie allo Ior e che la stessa lista fu sottratta al curatore fallimentare Giorgio Ambrosoli, fatto poi assassinare da Sindona; che il mandato di cattura spiccato nel 1987 per il crack Calvi contro i dirigenti vaticani Marcinkus, Pellegrino De Stroebel e Luigi Mennini trovò i cancelli di San Pietro sbarrati; che la tangente Enimont (93 miliardi) gestita da Luigi Bisignani, Carlo Sama e Sergio Cusani transitò dallo Ior verso il Lussemburgo, Ginevra e Lugano. E altri non riescono ancora a spiegarsi la ragione per cui è stato fatto erigere un sarcofago quasi papale nella basilica di Sant'Apollinare a Roma per il boss della Magliana Enrico de Pedis, e come mai Vito Ciancimino abbia potuto regolarmente depositare valigette piene di denaro mafioso nei sacri caveau vaticani. Perché lo Ior non ha libretti di assegni e accetta solo contante che può girare agli istituti finanziari di tutto il mondo?

"Occorrono molti finanziamenti per le opere di bene", sono soliti ripetere cardinali e pubblicisti clericali, pensando così di giustificare i maneggi dello Ior e le evasioni fiscali. Vorremmo tuttavia chiedere ai vertici ecclesiastici come sia compatibile la predicazione dei sacrifici e dei doveri verso la comunità con il via libera alle più disinvolte operazioni finanziarie che si consumano all'ombra del cupolone. Quando nel 1982 l'erede di Sindona, Roberto Calvi, cadde schiacciato dalla montagna di imbrogli internazionali lasciando un debito di 1.300 miliardi di lire, si scoprì che il capo dell'Ambrosiano non era altro che il socio-marionetta di Marcinkus, presidente dello Ior a cui Nino Andreatta, allora ministro del Tesoro, fece pagare in via transattiva 300 miliardi di lire per chiudere la partita senza ulteriori verifiche. Del resto non è un mistero che nelle casseforti segrete del Vaticano si custodiscano tesori di provenienza e destinazione inconfessabili come la miliardaria sedicente Fondazione Cardinale Spelmann riconducibile a Giulio Andreotti, o la fondazione intitolata a Augustus Jonas la cui unica firma autorizzata è quella di Luigi Bisignani, per non parlare della miriade dei fondi di grandissimi evasori fiscali italiani. Forse il governo Monti dovrebbe farci un pensiero.

Ogni volta che si solleva la questione dei finanziamenti illegali alla Chiesa e degli imbrogli degli enti para-ecclesiastici ai danni della collettività, gli esponenti cattolici e vaticani rispondono rispolverando il vecchio adagio secondo cui "si deve approfondire la materia" e che "se vi sono irregolarità saranno rimesse in ordine". L'esperienza insegna però che propositi di questo tenore nascondono spesso l'ipocrisia del rinvio per superare la bufera. Aspettiamo di vedere quale seguito abbia la dichiarazione del cardinal Tarcisio Bertone che, dopo giorni di tetragona difesa dello status quo da parte de "L'Avvenire", si è sbilanciato affermando che "l'Ici è un problema da studiare e approfondire". Quasi che non fossero passati anni dalla legge sull'Ici del 1992 che esonerava i fabbricati destinati esclusivamente all'esercizio di culto e dalle relative leggi Prodi (2006) e Berlusconi (2008); e non fosse stata investita perfino la Commissione europea che ha aperto un'indagine sull'esenzione dell'Ici concessa ai beni immobili della Chiesa. L'intenzione di "approfondire la materia dell'Ici" fa il paio con il tormentone della necessità di bonificare lo Ior. La nomina nel 2009 di Ettore Gotti Tedeschi, sostenitore della finanza etica, è stata presentata come una svolta per moralizzare l'ente vaticano, ma ancora una volta non se ne vedono gli effetti. Sembra che siano stati posti ostacoli all'inchiesta giudiziaria del pm Nello Rossi che si è mosso su segnalazione antiriciclaggio della Banca d'Italia per il transito dallo Ior alla Banca del Fucino e alla Jp Morgan di Francoforte di una grossa somma di cui non è chiara né la provenienza, né la destinazione, né l'origine. La storia della Chiesa senza scrupoli finanziari non è l'invenzione ideologica di laici anticlericali, ma la semplice lettura delle vicende d'Italia in cui il Vaticano, tramite l'8 per mille (1,2 miliardi di euro), l'Obolo di San Pietro, il patrimonio immobiliare e perfino il potere di battere moneta concesso dall'Unione europea, è ritenuto lo Stato più ricco del mondo.

Massimo Teodori, ex deputato del Partito Radicale di cui è fra i fondatori, ha scritto tra gli altri "Contro i clericali" (Longanesi) e "Risorgimento laico. Gli inganni clericali sull'Unità d'Italia" (Rubbettino)


Ici e Chiesa, le parole e i fatti

L'Espresso

Due firme dell'Espresso a confronto su uno dei temi più caldi di questi giorni: il vaticanista Sandro Magister e Stefano Livadiotti, autore del recente libro inchiesta 'I senza Dio'

Dal blog Settimo Cielo di Sandro Magister

Infuria l'attacco contro la Chiesa cattolica che non paga l'Ici. Ed è vero: per molti suoi immobili la Chiesa non la paga né la deve pagare. Non per un privilegio esclusivo, ma per una legge, la 504 del 30 dicembre 1992 (primo ministro Giuliano Amato), che, se oggi fosse fatta cadere, penalizzerebbe assieme alla Chiesa una schiera nutritissima di altre confessioni religiose, di organizzazioni di volontariato, di fondazioni, di Onlus, di Ong, di Pro loco, di patronati, di enti pubblIci territoriali, di aziende sanitarie, di istituti previdenziali, di associazioni sportive dilettantistiche, insomma di enti non commerciali.

La legge esenta tutti questi enti, compresi quelli che compongono la galassia della Chiesa cattolica, dal pagare l'Ici sugli immobili di loro proprietà "destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all'articolo 16, lettera a) della legge 20 maggio 1985 n. 222", ovvero le attività di religione o di culto.

Questo vuol dire, ad esempio:

– che una parrocchia di Milano non paga l'Ici per le aule di catechismo e l'oratorio, ma la paga per l'albergo che ha sulle Dolomiti, abbia o no questo al suo interno una cappella.
– che la Caritas di Roma non paga l'Ici per le sue mense per i poveri, né per l'ambulatorio alla Stazione Termini, né per l'ostello nel quale ospita i senza tetto. E ci vuole un bel coraggio a dire che così fa concorrenza sleale a ristoranti, hotel e ospedali.
– che la Chiesa valdese giustamente non paga l'Ici per il suo tempio di Piazza Cavour a Roma, né per le sale di riunione, né per l'adiacente facoltà di teologia. La paga, però, per la libreria che è a fianco del tempio.
– che la comunità ebraica di Roma non paga l'Ici per la Sinagoga, per il Museo, per le scuole. Ma la paga per gli edifIci di sua proprietà adibiti ad abitazioni o negozi.
– che l'Anffas, associazione che assiste 30 mila disabili, non paga l'Ici per ciascuno dei suoi oltre mille centri. Ma la paga per gli immobili di sua proprietà dati in affitto.
– che non va pagata l'Ici per l'ex convento che fa da quartier generale della comunità di Sant'Egidio, né per le sue case per anziani. Va pagata invece per il ristorante che la comunità gestisce a Trastevere.

Insomma, questo vuol dire che su case date in affitto, negozi, librerie, ristoranti, hotel, eccetera, di proprietà di un qualsiasi ente non commerciale, l'Ici già la si paga da un pezzo. Per legge. E da quest'obbligo la Chiesa cattolica non ha alcuna esenzione.

Tant'è vero che a Roma, dove Propaganda Fide e l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica possiedono un buon numero di palazzi, questi due enti vaticani "sono tra i primi se non i primi contribuenti Ici della capitale", testimonia Giuseppe Dalla Torre, presidente del tribunale dello Stato della Città del Vaticano e membro del consiglio direttivo dell'autorità di informazione finanziaria della Santa Sede.

Questo stabilisce la legge. Eppure i giornali e i giornalisti che danno prova di esserne a conoscenza si contano sulle dita di una mano sola.

E gli altri? Saranno anche grandi testate e grandi firme, ma se in una materia così elementare non si mostrano capaci di una minima verifica dei fatti, non fanno onore alla professione.

Come obnubilati dalla febbre della polemica, tutti costoro nemmeno sembrano capire che pretendere che la Chiesa cattolica paghi l'Ici anche per gli immobili su cui è esentata – cioè le chiese, i musei, le biblioteche, le scuole, gli oratori, le mense, i centri d'accoglienza, e simili – vuol dire punire l'immenso contributo dato alla vita dell'intera nazione non solo dalla Chiesa stessa ma anche da ebrei e da valdesi, da Caritas e da Emergency, da Telethon e da Amnesty International, insomma da tutti quegli enti non profit per i quali vige l'identica normativa.

Se l'esigenza numero uno dell'Italia è la crescita, tale multiforme, generosa, formidabile offerta di apporti non va penalizzata, ma sostenuta.

Le esenzioni dall'Ici previste dalla legge non sono denari in perdita. Sono risorse che ritornano moltiplicate allo Stato e alla società.

La replica di Stefano Livadiotti

Il tentativo di Sandro Magister di difendere la posizione della Chiesa sul fronte del pagamento (meglio dire: del non pagamento) dell'Ici, non sta in piedi. Vediamo.

Magister richiama la legge 504 del 30 dicembre 1992, che esenta gli enti non commerciali, comprese dunque la Chiesa, dal pagamento dell'imposta sugli immobili destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di religione o di culto. «Questo vuol dire», scrive il vaticanista, «che su case date in affitto, negozi, librerie, ristoranti, hotel, eccetera, di proprietà di un qualsiasi ente non commerciale, l'Ici già la si paga da un pezzo. Per legge. E da quest'obbligo la Chiesa cattolica non ha alcuna esenzione».

La seconda parte della sua affermazione è senz'altro vera: su questi beni la Chiesa non gode di alcuna esenzione. La prima parte, invece, non corrisponde a verità. Almeno, non sempre. Lo scorso settembre "l'Espresso" ha documentato, inoppugnabilmente e per primo, una serie di casi di enti-satellite della Chiesa nei confronti dei quali sono state avviate procedure di accertamento per il mancato versamento di imposte dovute su immobili destinati ad attività non di culto: dieci casi, citati a titolo di esempio dall'"Espresso", nel comune di Roma, che in un documento uffIciale (17 marzo 2009; numero di protocollo "Rc 3825"), scriveva: «Per quanto riguarda il mancato introito annuale per il Comune di Roma, il dato indicato nel consuntivo 2006 relativo all'esenzione Ici per gli enti ecclesiastIci proviene da stime effettuate dal Dipartimento II, che sono in corso di aggiornamento. A tali stime, che indicano in circa 25,5 milioni la perdita di gettito parziale per Ici ordinaria, va aggiunto il minor introito per arretrati, stimato in circa 8 milioni al momento dell'introduzione della nuova normativa».

Al contrario di quanto asserisce Magister, dunque, l'Ici non «la si paga». In questo senso, sì, «da un pezzo». Ed è questo il punto. Gli enti della Chiesa non versano, non sempre comunque, le tasse dovute sugli immobili adibiti ad uso commerciale e dunque in concorrenza (sleale) con privati che non godono degli stessi privilegi. Il mancato gettito annuo per il fisco, costretto a rifarsi sui contribuenti onesti, è stato quantificato tra i 700 milioni (Anci, Associazione dei comuni) e i 2,2 miliardi (Ares, Agenzia di ricerca economica e sociale). Il resto sono solo parole in libertà. Come quelle scagliate contro chi pretenderebbe di far pagare alla Chiesa l'Ici sulle parrocchie: una richiesta che neanche il più demente degli estremisti anticlericali si è mai sognato di avanzare.

Sostiene Magister che le polemiche da più parti lanciate in questi giorni nei confronti dell'atteggiamento elusivo, quando non evasivo, della Chiesa, sono semplicemente il frutto della disinformazione prodotta dall'ignoranza dei giornalisti, «obnubilati dalla febbre della polemica». Eppure sono gli stessi vertIci della Chiesa ad ammettere ora che il caso esiste. Ha cominciato il segretario di Stato, Tarcisio Bertone («problema da studiare»; mercoledì 7 dicembre), seguito a ruota dal presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco («se ci sono punti della legge da rivedere o da discutere, non ci sono pregiudiziali da parte nostra»; venerdì 9 dicembre 2011).

Affermazioni che hanno indotto il notista politico del "Corriere della Sera", il sempre puntuale Massimo Franco, a registrare un «cambio di linea da parte dei vescovi». Una vera e propria inversione a "U" ignorata anche dall'house organ dei vescovi "Avvenire" e imposta dal calendario. A breve, infatti, l'Unione europea dovrà stabilire se l'ambigua legge italiana, in base alla quale gli enti della Chiesa possono evitare di pagare l'Ici quando la presenza di un semplice altarino consente di qualificare come "non esclusivamente commerciale" la destinazione di un edifIcio, si configuri come un aiuto di Stato, vietato dalla normativa.

La stessa Ue dovrà inoltre prendere posizione sull'articolo 149 del Testo unico delle imposte sui redditi, che, con una logica imperscrutabile, conferisce a vita agli enti ecclesiastIci la qualifica (e i relativi benefIci fiscali) di enti non commerciali, indipendentemente dalla loro reale attività.


Quanto paghiamo per la Chiesa

di Mauro Munafò

L'esenzione da Ici e Ires. L'Irpef dei dipendenti vaticani. L'otto per mille, incluso quello di chi non sceglie di darlo alla Santa Sede. Lo stipendio degli insegnanti di religione. I finanziamenti alle scuole cattoliche. Perfino l'acqua e i depuratori del papa. Ecco, voce per voce, quali sarebbero i tagli 'sacrosanti'

Durante il week end la pagina Facebook 'Vaticano pagaci tu la manovra fiscale' ha superato di slancio le centodiecimila adesioni. Un "partito" che tuttavia non trova sponde o quasi nella politica: di tagliare i privilegi della Chiesa, ad esempio, non c'è traccia nella contromanovra che il Pd sta studiando in questi giorni. «Quello dei soldi Oltre Tevere è un tabù che nessuno ha intenzione di affrontare», scuote la testa Mario Staderini, segretario dei Radicali, che ha per primo lanciato la proposta di eliminare le esenzioni fiscali di cui godono gli enti ecclesiastici. «Si potrebbero recuperare 3 miliardi di euro all'anno senza neppure rivedere il Concordato», sostiene.

Ha ragione? Quantificare con precisione il "costo" della Chiesa Cattolica per lo Stato italiano è un'operazione quasi impossibile, che in parte si basa su dati certi e in altri casi solo su stime.

Se è infatti relativamente facile stabilire quali sono le spese principali a carico dello Stato italiano, trattandosi di fondi che restano nel bilancio, molto più complesso è stabilire quali sono i mancati introiti derivanti dalle agevolazioni fiscali cui hanno diritto gli enti ecclesiastici.

Per fare un po' di ordine è meglio dividere i capitoli.

Iniziamo analizzando le spese principali che lo Stato si accolla per gli enti ecclesiastici. In questa categoria si possono far rientrare i prelievi dell'Irpef diretti alla Conferenza Episcopale Italiana (l'otto per mille), i fondi per gli stipendi dei professori di religione cattolica nelle scuole, gli stipendi dei cappellani che svolgono funzioni per lo Stato italiano, i finanziamenti alle scuole paritarie e alle università private che in buona parte ruotano attorno alla Chiesa. Un pacchetto da circa 2,5-3 miliardi di euro l'anno, solo per lo Stato centrale. Altri capitoli di spesa, come la sanità, ricadono infatti nei bilanci regionali e non rientrano in questi conteggi.

La prima voce di spesa per lo Stato, e una delle più contestate, è l'otto per mille, ovvero la percentuale Irpef che il cittadino può destinare ad un credo religioso o lasciare allo Stato Italiano. Solo per la Chiesa Cattolica l'otto per mille ha fruttato nel 2011 la cifra record di un miliardo e 118 milioni di euro, circa l'85% dell'intera torta.

A essere contestati nell'otto per mille sono almeno tre aspetti: il metodo di ripartizione, la "mancata concorrenza" e l'ammontare dell'aliquota Irpef. A differenza delle altre tasse infatti, l'otto per mille di ogni contribuente non viene destinato al credo da lui scelto: la firma di ogni cittadino vale come un voto e influisce sulla ripartizione complessiva dei fondi. In questo modo, anche se non si firma, la destinazione dei fondi viene stabilita solo dai "votanti".

Questo meccanismo finisce per avvantaggiare la Chiesa Cattolica che, conquistando la maggioranza delle firme, riceve una grossa fetta anche dei finanziamenti senza destinazione. Il sistema è stato molto contestato dai Radicali e da associazioni come lo Uaar, che segnalano il completo monopolio cattolico per quanto riguarda gli spot pubblicitari: le confessioni più piccole non possono permettersi le campagne milionarie, mentre lo Stato non investe un centesimo sull'argomento, lasciando nei fatti il campo libero alla Chiesa Cattolica.

Un aspetto sottovalutato dell'otto per mille è però l'ammontare dell'aliquota di prelievo, che secondo la legge può essere ridefinita da una apposita commissione ogni tre anni. L'articolo 49 della legge 222/85, che ha istituto l'otto per mille, prevede che "Al termine di ogni triennio successivo al 1989, un'apposita commissione paritetica, nominata dall'autorità governativa e dalla Conferenza episcopale italiana, procede alla revisione dell'importo deducibile di cui all'articolo 46 e alla valutazione del gettito della quota IRPEF di cui all'articolo 47, al fine di predisporre eventuali modifiche".

Si tratta di un sistema di verifica pensato al momento del passaggio dall'assegno di Congrua (con cui lo Stato pagava fino agli anni ?€˜80 lo stipendio dei preti) al nuovo regime, che permette di rivedere i prelievi se questi si rivelano troppo bassi o troppo alti. "Abbiamo chiesto di accedere agli atti della commissione incaricata di valutare l'aliquota – spiega Mario Staderini – ma sulle relazioni è stato apposto il segreto di Stato, e anche il Tar del Lazio ha confermato che quei documenti devono restare riservati".

La prima voce di spesa per lo Stato, e una delle più contestate, è l'otto per mille, ovvero la percentuale Irpef che il cittadino può destinare ad un credo religioso o lasciare allo Stato Italiano. Solo per la Chiesa Cattolica l'otto per mille ha fruttato nel 2011 la cifra record di un miliardo e 118 milioni di euro, circa l'85% dell'intera torta.

A essere contestati nell'otto per mille sono almeno tre aspetti: il metodo di ripartizione, la "mancata concorrenza" e l'ammontare dell'aliquota Irpef. A differenza delle altre tasse infatti, l'otto per mille di ogni contribuente non viene destinato al credo da lui scelto: la firma di ogni cittadino vale come un voto e influisce sulla ripartizione complessiva dei fondi. In questo modo, anche se non si firma, la destinazione dei fondi viene stabilita solo dai "votanti".

Questo meccanismo finisce per avvantaggiare la Chiesa Cattolica che, conquistando la maggioranza delle firme, riceve una grossa fetta anche dei finanziamenti senza destinazione. Il sistema è stato molto contestato dai Radicali e da associazioni come lo Uaar, che segnalano il completo monopolio cattolico per quanto riguarda gli spot pubblicitari: le confessioni più piccole non possono permettersi le campagne milionarie, mentre lo Stato non investe un centesimo sull'argomento, lasciando nei fatti il campo libero alla Chiesa Cattolica.

Un aspetto sottovalutato dell'otto per mille è però l'ammontare dell'aliquota di prelievo, che secondo la legge può essere ridefinita da una apposita commissione ogni tre anni. L'articolo 49 della legge 222/85, che ha istituto l'otto per mille, prevede che "Al termine di ogni triennio successivo al 1989, un'apposita commissione paritetica, nominata dall'autorità governativa e dalla Conferenza episcopale italiana, procede alla revisione dell'importo deducibile di cui all'articolo 46 e alla valutazione del gettito della quota IRPEF di cui all'articolo 47, al fine di predisporre eventuali modifiche".

Su queste due righe sono state avanzate diverse interpretazioni, con strascichi che arrivano fino ai giorni nostri. Nonostante l'opposizione dei radicali, secondo cui l'adeguata dotazione di acqua significa che bisogna far arrivare i tubi al Vaticano e nient'altro, l'interpretazione vincente è che i costi dell'acqua siano a carico dello Stato, ma un discorso diverso vale per la depurazione e la gestione degli scarichi.

La questione è esplosa nel 1998, quando la romana Acea si è quotata in borsa ed ha chiesto al Vaticano di pagare una bolletta da 25 milioni di euro che, dopo diverse peripezie, è stata invece pagata dallo Stato.

Proprio lo Stato italiano dal 2005 versa anche 4 milioni di euro l'anno all'Acea per la depurazione, da sommarsi al costo dell'acqua stessa. Il costo totale della fornitura non è però esente da equivoci e la sua cifra complessiva tra depurazione, costo dell'acqua e dello smaltimento è finita di recente al centro di una polemica alimentata da una "gola profonda" del Pdl che sostiene, senza però presentare la documentazione, che questi costi ammontino a circa 50 milioni di euro l'anno.

Dopo aver passato in rassegna le voci di spesa dello Stato per il finanziamento della Chiesa Cattolica e delle sue attività, bisogna andare al capitolo dei mancati introiti, legati ai regimi fiscali privilegiati a cui hanno diritto alcuni stabili e fabbricati. Come affermato in precedenza, tanto le spese sono note ed evidenti nel bilancio dello Stato, quanto l'entità delle detrazioni è frutto di stime molto meno certe. Per chiarezza è quindi meglio dividere ogni voce e chiarire i riferimenti normativi, le critiche e il loro presunto costo per le casse statali.

Le due voci principali di detrazione fiscale a cui ha diritto la Chiesa, non in forma esclusiva, sono l'esenzione dall'Ici e la riduzione del 50 per cento dell'Ires, l'imposta sul reddito delle persone giuridiche (le società). Questi privilegi sono anche finiti nel mirino della
Commissione Europea che, dopo una denuncia dei deputati radicali, ha aperto nei confronti dell'Italia un procedimento per verificare se si tratta di aiuto di Stato o meno e il cui esito finale è atteso entro il 2012.

L'abbattimento del 50 per cento dell'Ires si applica agli enti di assistenza sociale e con fini di beneficenza ed istruzione, anche quando questi svolgono in parte attività commerciale: in questo caso però la normativa vuole che vengano distinte le fonti di reddito e sulla parte commerciale venga pagata l'intera tassa. Trattandosi inoltre di un'agevolazione nata negli anni '50 (e poi rivista varie volte), la Commissione europea ha deciso di farla rientrare tra gli aiuti di Stato esistenti, che possono essere annullati ma per cui non può esser richiesto il rimborso degli "arretrati".

Per quanto riguarda l'Ici (l'imposta comunale sugli immobili) la questione è più complessa e prevede diversi livelli. Innanzitutto la legge prevede l'esenzione totale per i luoghi di culto, ma la parte più contestata riguarda l'esenzione per le attività commerciali svolte nei locali di enti non commerciali (come quelli religiosi). Un'interpretazione della Cassazione del 2004 (la legge risale al 1992), giudicata troppo restrittiva dagli organi della Cei, ha stabilito come potessero accedere all'esenzione solo le strutture che non svolgessero alcuna attività commerciale: in poche parole l'Ici doveva essere corrisposta da tutti gli istituti che prevedevano un pagamento per le loro prestazioni, fossero esse mense per i poveri,alberghi per pellegrini o cliniche private. L'anno successivo, una legge del Governo Berlusconi ha cambiato le carte in tavola, stabilendo che l'esenzione Ici valesse anche in caso di attività commerciali: un regalo alla Chiesa che ha fatto scattare subito la denuncia alla Commissione europea per i suoi effetti sulla concorrenza.

A mettere una pezza alla situazione ci ha pensato il governo Prodi nel 2006, con l'introduzione di una nuova interpretazione della legge che prevede l'esenzione dell'Ici solo per chi svolge attività "non esclusivamente commerciale". Dalla diversa interpretazione di queste tre parole nascono buona parte degli attuali contenziosi tra chi sostiene che basti una cappella in un albergo per non pagare l'Ici e la Cei, che sostiene invece la bontà della norma e definisce "mistificazioni" gli articoli che affermano il contrario. Tanto per far capire quanto l'argomento sia caldo, un editoriale di Avvenire (il quotidiano della Cei) è tornato sull'argomento il 18 agosto scorso.

Delle detrazioni dalle tasse italiane usufruiscono poi tutti gli stabili di Città del Vaticano che godono dell'extra-territorialità e previsti dal Concordato. La somma di queste esenzioni, secondo una stima fornita dall'Anci e segnalata nel libro "La Questua" di Curzio Maltese, valeva nel 2007 tra gli 1,5 e i 2 miliardi di euro l'anno. Da quanto è emerso invece in un'interrogazione fatta dai radicali al Comune di Roma pochi anni fa, il costo dell'esenzione Ici per la sola capitale è di circa 25 milioni di euro l'anno.

Altra tassa risparmiate alla Chiesa, o sarebbe meglio dire ai suoi "dipendenti", è l'esenzione dell'Irpef per tutti i lavoratori della Santa Sede e della Città del Vaticano: almeno duemila persone tra giornali, radio, tribunali ecclesiastici, segreterie e congregazioni. Con il Concordato del 1984 è stato inoltre stabilita la possibilità di detrarre dalla dichiarazione dei redditi le donazioni fino alle vecchie due milioni di lire (poco meno di mille euro).

Il conto complessivo delle detrazioni, almeno sulla base delle stime, supera quindi agilmente i 3 miliardi di euro. Ma la politica non ci sente: «Togliere i fondi alla Chiesa italiana significa togliere il pane agli affamati», ha commentato Rocco Buttiglione dell'Udc. Compatto nella difesa dei privilegi ecclesiatici il Pdl. Poche le voci dissonanti nel Pd, partito la cui presideente Rosi Bindi ha chiuso la porta a ogni ipotesi di Pd di tassazione degli immobili del Vaticano, perché«la Chiesa è una grande ricchezza per la società italiana e le opere di carità della chiesa sono ancora più importanti per la crisi economica che sta mordendo le famiglie». Amen.


Santo Obolo, il Comune paga

di Mauro Munafò

Non ci sono solo i finanziamenti e le esenzioni a carico dello Stato. Ci sono anche le decine di milioni che ogni anno versano alla Chiesa gli enti locali. Ecco, in esclusiva, i casi documentati di sette città, da Milano a Roma, da Torino a Firenze

Che lo Stato italiano sia molto generoso con la Chiesa Cattolica non è un segreto: otto per mille, esenzione di Ici e Ires, fondi alle scuole paritarie, stipendi agli insegnanti di religione e ai cappellani militari sono solo alcune delle voci note. Quasi sconosciuta è invece la generosità dei singoli comuni verso le locali diocesi, che da questi ricevono ogni anno decine di milioni di euro attraverso una quota degli oneri di urbanizzazione secondaria: una torta che, secondo una stima prudente dell'Espresso, vale non meno di 70-80 milioni di euro in tutta Italia.

Per capire come funziona questo sistema serve fare un passo indietro. Ogni volta che un cittadino si appresta a edificare una struttura o a ristrutturarla, versa al Comune una serie di tasse, tra cui gli oneri per l'urbanizzazione primaria e secondaria. I primi sono legati a quei servizi per il funzionamento della struttura: dall'allacciamento alla rete fognaria a quello alla rete elettrica. Sono invece opere di urbanizzazione secondaria i servizi sociali indispensabili per una comunità: dagli asili nido ai mercati, dalle scuole agli uffici comunali, passando appunto per le chiese e gli edifici di culto.

Questo balzello sull'edilizia è una delle principali fonti di entrata per gli enti locali che però, nonostante i conti sempre più in rosso, devono anche dividere con gli enti religiosi. L'Espresso è andato allora a verificare nei bilanci dei più grandi comuni italiani a quanto ammontano questi fondi, in modo da poter stimare per la prima volta l'entità di questa spesa.

Il comune più generoso con la Chiesa risulta essere quello di Milano, che dal 2006 al 2010 ha versato alla curia meneghina quasi 15 milioni di euro e, nel solo 2010, ha sborsato 3 milioni e seicentomila euro. Un po' meno fondi arrivano invece dal Comune di Roma, che nel 2008 (ultimo anno di cui abbiamo ottenuto i dati) ha versato oltre 2 milioni e mezzo di euro. Più staccate le altre città, con Torino che dal 2006 ha versato 7 milioni e mezzo di euro (un milione nel 2010), Firenze quasi mezzo milione nel 2009, Bologna quasi 380mila euro nel 2010, Venezia 300mila euro nell'ultimo anno, Bari 269mila euro nel 2009, fino a Genova con 100mila euro nel 2010.

A stabilire la quota di oneri che ogni comune deve versare agli enti di culto sono le diverse leggi regionali, che nella gran parte dei casi specificano una percentuale degli oneri complessivi sotto la quale non è possibile scendere o, raramente, delegano ai consigli comunali la scelta di quanto destinare. La percentuale di oneri che va alle religioni oscilla di norma tra il 7 e il 9% delle tasse sull'urbanizzazione secondaria.

Non esistendo una normativa nazionale però, ogni regione decide da sola: si scopre così che quella più generosa è la "rossa" Toscana, che stabilisce per legge una quota non inferiore al 9% degli oneri agli edifici di culto. Lombardia e Veneto destinano l'8%, mentre Emilia-Romagna, Puglia e Liguria si fermano al 7%. Il Piemonte prevede invece che ogni consiglio comunale decida per sé, mentre la Campania non risulta avere destinato per legge una quota fissa degli oneri all'edilizia di culto, anche se la regione non manca di finanziare attraverso formule diverse questo settore (per cui nel 2006 ha stanziato 3 milioni di euro ).

Analizzando le varie leggi regionali si scopre poi che la definizione di "edifici di culto" può essere piuttosto estensiva. La Regione Lombardia ad esempio, all'articolo 73 della legge del 11/2005, specifica che tra le "attrezzature di interesse comune per fini religiosi" rientrano anche gli "immobili destinati all'abitazione dei ministri di culto", cioè le case dei preti.

Dando un'occhiata ai singoli bilanci poi, quando i i comuni forniscono il dettaglio delle voci, si viene a conoscenza di spese quantomeno originali. A Venezia sono stati erogati alla chiesa di San Giovanni Battista in Bragora 10mila euro per "ripristino parte lignea finestre, vetri piombati e protezioni antipiccioni", 30mila euro per il "campo da calcio del patronato di Santo Stefano protomartire", o 20mila euro per "adeguamento cucina e servizi igenici" del patronato di San Giuseppe.

La destinazione degli oneri di urbanizzazione secondaria non riguarda comunque solo la Chiesa Cattolica, ma tutte le confessioni in qualche modo presenti sul territorio. Dai bilanci consultati dall'Espresso emerge però come gli altri culti ricevano poche migliaia di euro del totale, mentre alla Chiesa sono riservati una percentuale tra il 95 e il 100% dei fondi destinati all'edilizia di culto. Fondi di cui, vale la pena sottolinearlo, gran parte dei cittadini non è eppure a conoscenza e che l'associazione Uaar sta cercando da alcuni anni di ricostruire nel dettaglio.

Ma oltre al danno economico per i comuni, sempre più a corto di fondi per garantire servizi ai cittadini, questi oneri hanno anche il sapore di una beffa. Si, perché quei 70 - 80 milioni di euro stimabili che vengono versati ogni anno dagli enti locali in realtà la Chiesa Cattolica, e la Cei nello specifico, potrebbero senza difficoltà recuperarli dalle proprie casseforti. E questo può essere dimostrato dando un'occhiata ai bilanci della Conferenza Episcopale Italiana.

Nel 2011 infatti, i vescovi hanno messo a bilancio oltre un miliardo e cento milioni di euro di entrate derivanti dall'otto per mille destinato alla Chiesa Cattolica. Di questo tesoro, 190 milioni di euro solo nell'ultimo anno sono stati destinati all'edilizia di culto: 120 milioni per le nuove costruzioni e 65 milioni per le ristrutturazioni. Cifre già superiori a quanto erogano i comuni direttamente quindi. Ma sul miliardo abbondante di entrate dall'otto per mille, la Cei nel 2011 ha anche previsto un accantonamento di 55 milioni di euro "a futura destinazione, per culto pastorale e carità", voci che al loro interno prevedono anche l'edilizia.

Utilizzando i fondi accantonati, la Chiesa potrebbe quindi fare a meno di quanto concessole dai Comuni e, magari con qualche altro sacrificio (costruire una decina di cappelle in meno), potrebbe provare a rinunciare anche a quei 50 milioni di euro aggiuntivi che finiscono nella ristrutturazione di beni ecclesiastici e vengono invece presi dall'otto per mille destinato allo Stato (come già scritto dall'Espresso).

Resta ora da capire se il presidente della Cei Angelo Bagnasco, disponibile a parlare di Ici, mostrerà "disponibilità" a rivedere anche questi privilegi.




Ici, paghi anche la Chiesa

L'Espresso

«Presidente Monti, Lei chiede pesanti sacrifici ai cittadini, ma senza toccare i privilegi della Casta e della Chiesa. Chiediamo al suo governo di abolirli affinché vengano mantenute le promesse di equità». L'appello di MicroMega

Secondo un calcolo di parte ammonterebbe a oltre sei miliardi di euro la cifra che ogni anno i contribuenti italiani spendono per finanziare in modo diretto o indiretto le attività della Chiesa Cattolica.

I privilegi del Vaticano sono stati più volte al centro di inchieste anche dell'Espresso, come questa sulla misteriosa cresta realizzata sugli stipendi dei sacerdoti, o questa che cerca di fare il punto sulla quantità di voci che, in una fase di sacrifici per tutti cittadini, potrebbero forse essere riviste.

Si tratta indubbiamente di una questione complessa, che sarebbe stolto affrontare in modo intollerante, e tuttavia sono sempre di più a chiedersi se almeno una parte dei privilegi del Vaticano e della Cei non possano essere messi in discussione.

A questo obiettivo punta l'appello lanciato dalla rivista MicroMega, che ha già raccolto oltre 50 mila adesioni: «Presidente Monti, Lei ha appena presentato una manovra "lacrime e sangue" in cui si chiedono pesanti sacrifici ai cittadini, tra le misure previste anche la reintroduzione dell'Ici (in futuro Imu). Eppure i privilegi della Casta e della Chiesa non vengono intaccati: rimane in vigore quella legge simoniaca approvata dal governo Berlusconi per cui il Vaticano è esente dal pagamento dell'Ici. Per questo chiediamo al suo governo, affinché vengano mantenute quelle promesse di equità nella manovra, di abolire questo ignobile privilegio».

Sulla stessa rivista, Barbara Spinelli spiega bene le ragioni di questo appello: «E' scandaloso che la Chiesa italiana chieda più equità nella manovra, e non sia sfiorata dal dubbio che anche lei debba contribuire ai sacrifici chiesti agli italiani, pagando come ciascuno l'Ici sugli immobili. Non dovrebbe neppure aspettare che il governo discuta la questione. Dovrebbe anticipare le mosse dell'esecutivo ed esigere – qui, subito – di essere tassata come lo sono tutti, di contribuire al risanamento italiano con una parte delle proprie ricchezze. Se non lo fa, non potrà esser chiamata Chiesa della povertà, Chiesa che assiste gli ultimi, i derelitti. Confermerà di essere una lobby come le altre, e anzi più potente delle altre: perché più ascoltata, perché – anche quando tace, proprio perché tace – più rumorosa» (Qui l'articolo completo: "Chiesa e Ici, un questione morale").

Chi lo desidera, oltre a firmare può condividere l'appello su Facebook e su Twitter.

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