lunedì 30 gennaio 2012

Laureati "sfigati" e politici incozzati: il caso Martone

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La sua tristissima uscita sui laureati "sfigati" ha fatto il giro del mondo, anche lui si è saputo rendere ridicolo come Berlusconi ma soprattutto ha reso ancora più ridicola l'Italia... già: quanti vedevano nel governo Monti un cambiamento, anche morale, cosa devono dire di Martone e quindi dell'Italia? Incozzi, signori, incozzi!

Martone, l'incontro con Dell'Utri
di Gianluca Di Feo
L'amico del padre dell'attuale viceministro (quello degli 'sfigati') andò dal potente senatore del Pdl per far sistemare il giovane. Lo ha detto, a verbale, Arcangelo Martino, imprenditore al centro dell'inchiesta sulla P3

«Mi sono ricordato che Martone sosteneva che attraverso il partito voleva dare una risposta lavorativa al figlio». Arcangelo Martino ha uno stile spiccio, spesso approssimativo. Del figlio di Martone dice che «fa il commercialista, una cosa del genere».

L'imprenditore è considerato uno dei pilastri della P3, la cricca che interveniva per pilotare le cause in Cassazione e in molti tribunali. Ma durante l'interrogatorio in carcere davanti ai pm romani ricostruisce in modo netto il principale interesse di Antonio Martone, all'epoca potente avvocato generale della Cassazione: sistemare il figlio, ossia Michel il giovane enfant prodige del governo Monti, pronto ad attaccare gli studenti fuori corso e le lauree tardive.

Il suo curriculum di professore ordinario a soli 29 anni era anche - stando ai verbali - nelle mani degli uomini della P3. Martino dichiara che assieme a Pasqualino Lombardi, l'altro protagonista dell'inchiesta P3, si sarebbero presentati a Marcello Dell'Utri chiedendo di intervenire in favore del ragazzo. Sarebbe stato Lombardi a sollecitare la raccomandazione, accompagnata dalla lista dei meriti accademici del giovane al senatore del Pdl. Ottenendo una risposta vaga: «Va be' vediamo».

Tanta premura per il rampollo non nasceva da una solidarietà amicale. L'interesse della P3 era chiaro: volevano che il padre intervenisse per sistemare la causa sul Lodo Mondadori, ossia il processo contro l'azienda di Silvio Berlusconi a cui era contestata un'evasione fiscale da circa 300 milioni, e sollecitasse un voto positivo della Consulta sul Lodo Alfano che garantiva l'immunità al premier. Due questioni strategiche per il Cavaliere che Pasqualino Lombardi e i suoi sodali volevano mettere a posto grazie all'aiuto di Martone, come spiegano ai magistrati.

Antonio Martone ha dichiarato di non avere mai chiesto raccomandazioni per il figlio. L'uomo ha lasciato la suprema corte dopo la diffusione delle intercettazioni su sui contatti con gli emissari della P3. Nunzia De Girolamo, parlamentare pdl, ha descritto la presenza dell'avvocato generale ai pranzi da Tullio dove ogni settimana Lombardi riuniva i suoi compagni di merende. «Ricordo che erano presenti il sottosegretario Caliendo e diversi magistrati. Tra loro Martone, Angelo Gargani e un magistrato del Tribunale dei ministri». Il geometra irpino Lombardi si mostra capace di grandi persuasioni, come ricostruisce la De Girolamo: «Ricordo anche che Martone diceva di volere andare via dalla Cassazione e che Lombardi non era d'accordo e cercava di convincerlo a restare. Diceva che stava bene lì, che era un punto di riferimento lì. Martone insisteva dicendo che voleva fare altre esperienze e che preferiva andare da Brunetta».

Proprio da Brunetta era poi venuto il primo incarico di consulente da 40 mila euro l'anno per Michel Martone, mentre al padre andavano ruoli direttivi. Ma Lombardi e Martino si impegnavano per trovare «attraverso il partito una risposta lavorativa» migliore per il professore in erba. Che due anni esatti dopo l'incontro tra Lombardi e Dell'Utri per trovargli un posto «attraverso il partito» è arrivato al governo Monti.

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venerdì 27 gennaio 2012

Il Vaticano che bara col Fisco e il Codice Penale

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E figuriamoci, ma come: poverini!

L’altro Vaticano: truffe, furti nelle ville pontificie e fatture contraffatte
di Marco Lillo
In una lettera inedita al cardinal Bertone, monsignor Viganò accusa alti prelati e giornalisti. Una vera e propria lista nera: Marco Simeon, dirigente Rai "molto vicino al segretario di Stato", monsignor Nicolini reo di "comportamenti amministrativi riprovevoli". E poi le "calunnie" ordite a suo danno, secondo il prelato, dal Giornale di Sallusti

Furti nelle ville pontificie coperti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini. E poi fatture contraffatte all’Università Lateranense a conoscenza addirittura dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per l’evangelizzazione. E ancora: interessi del monsignore in una società che fa affari con il Vaticano ed è inadempiente per 2,2 milioni di euro. Ammanchi per centinaia di migliaia di euro all’Apsa – rivelati dal suo stesso presidente – e frodi all’Osservatore, rivelate da don Elio Torregiani, ex direttore generale del giornale. C’è tutto questo nella lettera che Il Fatto pubblica oggi. I toni e i contenuti sono sconvolgenti per i credenti che hanno apprezzato gli appelli del Papa. “Maria ci dia il coraggio di dire no alla corruzione, ai guadagni disonesti e all’egoismo” aveva detto nel giorno dell’Immacolata del 2006 Ratzinger.

EPPURE il Papa non ha esitato a sacrificare l’uomo che aveva preso alla lettera quelle parole: Carlo Maria Viganò, l’arcivescovo ingenuo ma onesto, approdato alla guida dell’ente che controlla le gare e gli appalti del Vaticano. La lettera di Viganò è diretta a “Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Città del Vaticano”, praticamente al primo ministro del Vaticano. Quando scrive a Bertone è l’8 maggio del 2011, Viganò è ancora il segretario generale del Governatorato. Ed è proprio dopo questa lettera inedita, e non dopo quella del 27 marzo già mostrata in tv da Gli intoccabili, che Viganò viene fatto fuori. La7 si è occupata mercoledì scorso della lotta di potere che ha portato alla promozione-rimozione di Viganò a Nunzio apostolico negli Usa. L’arcivescovo-rinnovatore aveva trovato nel 2009 una perdita di 8 milioni di euro e aveva lasciato al Governatorato nel 2010 un guadagno di 22 milioni (34 milioni secondo altri calcoli). Nonostante ciò è stato fatto fuori da Bertone grazie all’appoggio del Papa e del Giornale di Berlusconi. A questa faida vaticana è stata dedicata buona parte della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi che, nonostante lo scoop, si è fermata al 3, 4 % di ascolto. In due ore sono sfilati anche il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, un uomo del Vaticano in Rai, Marco Simeon e il vice di Viganò al Governatorato, monsignor Corbellini. Sono state poste molte domande sulle lettere scritte prima e dopo ma non su quella dell’ 8 maggio che è sfuggita agli Intoccabili. Peccato perché proprio in questa lettera si trovano storie inedite che coinvolgono nella parte di testimoni o vittime di accuse anche diffamanti, gli ospiti di Nuzzi.


E PECCATO anche perché nella lettera ci sono molte risposte (di Viganò ovviamente) ai quesiti posti da Nuzzi. Tipo: chi è la fonte del Giornale che ha scatenato la polemica tra Viganò e i suoi detrattori? Oppure: perché Viganò è stato cacciato? Probabilmente dopo la lettera che pubblichiamo sotto era impossibile per il Papa mantenere Viganò al suo posto. Il segretario del Governatorato non scriveva solo di false fatture e ammanchi milionari. Non lanciava solo accuse diffamatorie sulle tendenze sessuali dei suoi nemici ma soprattutto metteva nero su bianco i risultati di una vera e propria inchiesta di controspionaggio dentro le mura leonine. E non solo spiattellava i risultati, (tipo: la fonte del Giornale è monsignore Nicolini che vuole prendere il mio posto. O peggio: Monsignor Nicolini ha contraffatto fatture e defraudato il Vaticano) ma sosteneva che le sue fonti erano personaggi di primissimo livello come don Torregiani, monsignor Fisichella e monsignor Calcagno.

Infine minacciava: “I comportamenti di Nicolini oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità sono perseguibili come reati, sia nell’ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale”. Una minaccia ancora valida nonostante l’oceano separi l’arcivescovo dalla Procura. Anche perché il telefonino di Viganò continua a squillare a vuoto.

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Teppismo in udienza: i colletti bianchi di Berlusconi all'attacco

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Quasi mai a contestare nel merito, praticamente sempre a piazzare tagliole procedurali per arrivare disperatamente alla tanto agognata prescrizione. Gli strumenti pro-delinquenti creati e firmati in Parlamento e al Governo dagli avvocatuncoli di Sua Emittenza permettono sempre il gioco sporco, i delinquenti posso così combattere l'accertamento della verità e l'operato della Giustizia con ogni tattica da essi stessi architettata. Ecco come si guadagnano l'osso ancora oggi i foraggiati di lusso. Evviva le parcelle, evviva la mancanza di coscienza. Ogni mezzo uomo ha un prezzo: per alcuni basta poco, per altri ci vuole tanto. E poi alla fine il consueto vittimismo alla Mario Merola, e la commedia dei pagliacci si completa. Ecco le patetiche novità della coppia Ghedini-Longo, buona lettura.

Caso Ruby, Longo e Ghedini lasciano l’aula. Processo Mills, Berlusconi ricusa i giudici
dal Fatto Quotidiano

Silvio Berlusconi ricusa i giudici milanesi del processo Mills, in cui l’ex premier è accusato di corruzione in atti giudiziari. I difensori del leader del Pdl hanno depositato pochi minuti fa l’atto controfirmato dall’ex presidente del Consiglio. Alla base della richiesta ci sarebbe, tra gli altri argomenti, il taglio di 3 testi deciso dal tribunale ieri sera. Con la ricusazione in corso, comunque, il processo non si ferma fino alla sentenza quando, secondo la giurisprudenza comune, i tribunali congelano il procedimento e attendono l’esito della ricusazione. A valutare le lamentele dell’imputato Silvio Berlusconi sarà la Corte d’appello di Milano, la cui pronuncia finale è comunque ricorribile in cassazione.

Intanto, l’ex presidente del Consiglio potrebbe comparire in aula il prossimo 31 gennaio per rendere dichiarazioni spontanee. Attesa anche per l’intervento della consulente tecnica della difesa, Claudia Tavernari. La successiva udienza il 3 febbraio, riservata alle eventuali conclusioni della Tavernari e all’ultima parte della deposizione di David Mills. Nell’udienza del 6 febbraio sarà invece sentito l’armatore napoletano Diego Attanasio. Con la decisione dei giudici di tagliare tre testi della difesa, ci potrebbe quindi essere il tempo di arrivare a sentenza prima dello scadere dei termini della prescrizione, che è collocata dal 14 al 18 febbraio (sono diversi anche i conteggi fatti da accusa e difesa).

E il colpo di scena non è mancato nemmeno nel processo Ruby. Il Tribunale non accoglie il calendario delle udienze proposto dalla difesa di Berlusconi e gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo lasciano l’aula. Si è aperta così la nuova udienza del procedimento in cui Silvio Berlusconi è imputato per concussione e prostituzione minorile. I legali dell’ex presidente del Consiglio avevano chiesto ai giudici di annullare l’udienza già in calendario lunedì prossimo, 30 gennaio, e di rinviare quella già in agenda per il 10 febbraio perché Berlusconi dovrà comparire davanti al gup che celebra l’udienza preliminare del procedimento relativo al passaggio di mano dell’intercettazione tra Piero Fassino e Giovanni Consorte durante la mancata scalata alla Bnl, mentre il 10 febbraio i legali dell’ex capo del governo saranno impegnati a preparare l’arringa difensiva da pronunciare il giorno immediatamente successivo nell’aula del processo Mills.

Il collegio presieduto da Giulia Turri, però, non ha fornito una risposta nel merito, limitandosi a dire che la questione verrà affrontata a fine udienza. A quel punto Ghedini si è tolto la toga e, dopo aver nominato come proprio sostituto processuale l’avvocato Giorgio Perroni, ha lasciato l’aula. “Siamo indignati. E’ intollerabile il modo in cui viene trattata la difesa Berlusconi a Milano. Non è questo il modo di trattare gli avvocati”.

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Formigoni sta per saltare? - CL: la nuova Piovra

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Vi invito alla lettura di questi due articoli, molto illuminanti. Quello che tutti sappiamo è che da quelle parti se non hai il sostegno di Comunione e Liberazione e non fai affarri con la 'Ndrangheta (o la Mafia, Camorra, a seconda delle zone) non prendi voti e non vieni eletto. Chi vuole la poltrona deve costruirgli il sostegno, costi quel che costi, anche violare la Legge. E il vaso di Pandora viene scoperchiato... rivelando che la vera Piovra è CL.

Formigoni, il cerchio si stringe
di Paolo Biondani
Ecco i dossier in arrivo dalla Svizzera sugli uomini del presidente della Lombardia. Che smistavano mazzette nel segno di Comunione e Liberazione. Mentre, fra cosche e tangenti, gli arresti mettono in ginocchio la giunta regionale

Massimo Ponzoni, consigliere e sottosegretario regionale Pdl, straordinario collettore di voti per "il grande capo Formigoni" in Brianza, già assessore lombardo all'Ambiente e alla Protezione civile: arrestato dai magistrati di Monza per una valanga di tangenti urbanistiche e per due bancarotte immobiliari, con imprese svuotate per finanziare le campagne elettorali. Franco Nicoli Cristiani, ras del Pdl a Brescia, consigliere regionale e assessore all'Ecologia nelle prime giunte Formigoni: incarcerato dai giudici di Brescia e Milano subito dopo aver intascato una mazzetta di 100 mila euro (e ne aspettava altri 100 mila) per autorizzare una discarica fuorilegge di scorie d'amianto. Pierangelo Daccò, imprenditore-faccendiere internazionale di stretta osservanza ciellina, proprietario dello yacht di una delle tante vacanze gratuite del governatore lombardo: arrestato da altri magistrati milanesi per traffici milionari di fondi neri, prelevati dalle casse dell'indebitatissimo ospedale San Raffaele.

Tre nomi, tre inchieste che marcano solo alcuni dei passaggi più recenti delle tempeste giudiziarie che da mesi scuotono i vertici della Regione Lombardia. Imbullonato dal 1995 alla poltrona di presidente, Roberto Formigoni da Lecco, 64 anni, oggi è un politico assediato dagli scandali. Se n'è accorto anche Umberto Bossi ("Ormai ne arrestano uno al giorno") che ha rumorosamente minacciato di togliere l'appoggio della Lega e far crollare la giunta. A rischio di scatenare un regolamento di conti nel centrodestra in tutto il Nord. Forte del potere garantito dalla poderosa macchina del consenso targata Comunione e liberazione, il "celeste" governatore resta trincerato in cima al grattacielo più alto della metropoli (si è fatto costruire un apposito Pirellone-bis, naturalmente con soldi pubblici), ma mostra tutto il suo nervosismo gridando al complotto di inesistenti giudici comunisti, gli stessi che avevano chiesto il carcere per il suo sfidante di sinistra Filippo Penati. E per la prima volta dichiara che potrebbe non ripresentarsi nel 2015, con la malcelata speranza di ricompattare la sua base, superare la bufera e puntare su Roma. Gli scandali però si moltiplicano. Dalla sanità alle grandi opere, dai rifiuti alla mafia. Gli sviluppi delle tante inchieste aperte restano imprevedibili. E un colpo di scena inatteso, che "l'Espresso" è in grado di rivelare, arriva dalla Svizzera.

Pochi giorni fa i giudici elvetici hanno trasmesso ai pm milanesi nuovi documenti bancari, che sembrano quasi la fotografia di un peccato originale. Un sistema di conti esteri che per almeno un decennio, quello dell'ascesa e consacrazione del governatore lombardo, ha nascosto e custodito un fiume sotterraneo di finanziamenti che irrorava una specie di cupola di Cl. Soldi versati segretamente da aziende del gruppo Finmeccanica, compresa l'ormai famosa Selex (già Alenia), e dai petrolieri italiani coinvolti nello scandalo Oil for food (leggi). Ora le carte documentano che il conto più importante era gestito da due tesorieri ciellini. Almeno uno di loro, negli stessi anni, viveva vicino a Formigoni. Molto vicino. Praticamente sotto lo stesso tetto.

Via Dino Villani è una strada a gomito tra il centro e la periferia nord di Milano, a cinque minuti di macchina dalla Regione. L'immobile con le finiture più ricche è un palazzo a forma di "L", protetto da un alto muro di cinta che lascia intravedere solo il parco e i comignoli dei camini. "C'era anche una piscina", racconta un vicino.
Ma chi è il proprietario? E chi ci vive? A rispondere è un ex custode: "Era di Ligresti. Poi è diventato la villa del presidente Formigoni, che ha abitato qui per molti anni. Ora l'immobile è stato ristrutturato e diviso in appartamenti messi in vendita".

Le visure catastali documentano che il palazzo era ed è tuttora di proprietà dell'Immobiliare Costruzioni (Im.co), la scatola edilizia della famiglia Ligresti. La ristrutturazione, stando ai ricordi dei vicini, sarebbe partita poco dopo i primi articoli di stampa sul ruolo di tre amici di Formigoni nello scandalo Oil for food.

Finora si sapeva che gli assessori ciellini all'urbanistica milanese, da Maurizio Lupi in poi, facevano il possibile per aiutare i maxi-progetti del costruttore siciliano, che da re del mattone è nel frattempo diventato imperatore dei debiti. Ma si ignorava che negli stessi anni Formigoni in persona fosse, nella migliore delle ipotesi, inquilino di Ligresti. Visti gli autorevoli precedenti di Scajola e Tremonti, però, non si può escludere che lo fosse a sua insaputa. Anche perché quel palazzo non ospitava solo lui: almeno fino all'autunno 2006, quella era una casa-comunità dei Memores Domini, l'associazione che organizza i ciellini più devoti, quelli che convivono in gruppi chiusi che ricordano i "numerari" dell'Opus Dei o i "sigilli" di don Verzè.

Insieme a Formigoni, allo stesso indirizzo di via Villani 4 ha vissuto per anni Alberto Perego, un fiscalista milanese degli studi Sciumè e Interfield. Lo dichiara lui stesso, il 13 ottobre 2006, deponendo in procura come testimone nell'inchiesta Oil for food. Il pm gli chiede se per caso è lui a essersi intestato, per conto dei Memores, un deposito svizzero chiamato Paiolo: è il forziere dove tra il 1994 e il 2004 sono finiti, tra l'altro, 829 mila dollari versati dalle industrie militari del gruppo Finmeccanica. Perego conferma di far parte dei Memores, spiega che nella casa-comunità di Formigoni viveva anche il suo segretario Fabrizio Rota, ma smentisce qualsiasi pasticcio elvetico: "Non ho mai avuto conti esteri né alcun rapporto con Finmeccanica". Il pm Alfredo Robledo, sulla base di altri documenti e testimonianze, lo indaga per falsa testimonianza. Ora sta per aprirsi il processo. E la Svizzera, il 12 gennaio scorso, ha finalmente trasmesso il documento ufficiale con i nomi dei beneficiari del conto Paiolo, aperto nel lontano 1991, prima di Tangentopoli, alla Bsi di Chiasso.

Il primo titolare è proprio Alberto Perego. Ma la vera sorpresa è che il conto Paiolo, quello che ha custodito fino al 2004 i soldi di Finmeccanica poi travasati verso ignote destinazioni, ha anche un secondo contitolare. Un altro tesoriere occulto di Cl, secondo l'accusa. Che almeno per ora resta senza identità: le autorità svizzere hanno cancellato il suo nome dalle carte. E la procura di Milano non ha fatto una piega, perché rientra nelle regole del gioco: è il segno che si tratta di una persona che finora non è mai emersa nelle indagini italiane. Per cui ha diritto di restare protetta dal segreto bancario svizzero. Morale: nella saga dei conti esteri dell'aristocrazia ciellina, spunta un nuovo mister X delle tangenti bianche.
Sul governatore assediato, però, incombono emergenze giudiziarie più gravi del processo all'amico Perego, destinato a quasi sicura prescrizione.

Non a caso Formigoni, mentre è costretto a contare i suoi ex assessori arrestati (compreso Piergianni Prosperini, già condannato), ora ammette addirittura che forse fu "un errore" ricandidare Nicoli Cristiani, un berlusconiano sceso a patti con Cl senza farne parte, o Ponzoni, che però faceva comodo come recordman delle preferenze, tanto da riconquistare un posto in lista nel 2010, quando era già notoriamente indagato (oltre che intercettato con i suoi amici imprenditori della 'ndrangheta). Il governatore però non parla mai di mariuoli, mele marce o traditori. E non solo perché sa che molti degli attuali detenuti politici erano generosi anche con lui.

Come dimostrano le foto, scoperte da "l'Espresso", di Formigoni in costume da bagno sullo yacht di Daccò. O la testimonianza dell'imprenditore pentito che, per comprare "al presidente" un regalo da 12 mila euro, giura di essersi fatto accompagnare in gioielleria dal suo portaborse, in compagnia di Ponzoni.

Il problema più grave, come osserva Bossi con il consueto garbo, è che la lista degli indagati e arrestati continua ad allungarsi. E oltre ai personaggi più in vista comprende molti altri nomi di sicura obbedienza ciellina.

Qualche esempio? Antonino Brambilla, nominato assessore della Provincia di Monza nonostante la condanna definitiva di Tangentopoli (mazzette sui rifiuti ai tempi dell'emergenza discariche a Milano), è stato appena riarrestato come presunto complice di Ponzoni. Il vicedirettore dell'Arpa, l'agenzia regionale deputata a difendere i lombardi dagli inquinatori, dopo le manette sta vuotando il sacco sulle tangenti all'amianto di Nicoli Cristiani. Antonio Chiriaco, manager calabrese di cliniche lombarde, promosso direttore sanitario della ricchissima Asl di Pavia con nomina "fiduciaria" della giunta Formigoni, è in galera dal 2010 non per concorso esterno, ma come mafioso organico della 'ndrangheta. Rosanna Gariboldi, assessore del Pdl pavese fino al giorno dell'arresto e moglie del parlamentare Giancarlo Abelli, uno dei più potenti alleati del governatore, è stata già condannata a due anni di reclusione: riciclava sul suo conto a Montecarlo i fondi neri di Giuseppe Grossi, il re degli inceneritori targati centrodestra, scomparso per malattia mentre era indagato per colossali disinquinamenti-fantasma, con frodi fiscali e corruzioni da Milano a Sesto.

Ognuna di queste inchieste potrebbe far partire un effetto-valanga. E a questo punto molti altri imprenditori agganciati alla Compagnia delle Opere, il carro economico di Cl, ora temono le manette per tangenti ambientali o edilizie. Costruttori, disinquinatori e asfaltatori sono terrorizzati dalla scoperta che nelle inchieste sull'urbanistica regionale c'è almeno un pentito con i verbali coperti da "omissis". Mentre i fornitori sanitari sono impressionati dal vortice di fatture false, fondi neri e spese pazze emerso sullo sfondo delle rovine del San Raffaele, l'ospedale che per Formigoni era "il fiore all'occhiello della sanità lombarda". E che in realtà ha accumulato un passivo - scoperto solo dopo il suicidio del manager Mario Cal - di un miliardo e mezzo di euro. Anche se incassava la bellezza di 600 milioni all'anno di rimborsi sanitari pubblici, per tre quarti garantiti dagli amici ciellini della Regione Lombardia.

Va sottolineato che Formigoni in passato è sempre stato assolto e allo stato non risulta neppure indagato. Il suo nome però continua a ripetersi anche nelle indagini più spinose. Un esempio? Pierluca Locatelli, l'imprenditore che ha corrotto Nicoli Cristiani, nel novembre scorso cercava una raccomandazione per i primi maxi-appalti dell'Expo 2015. Intercettato, ne parla con un funzionario corrotto. Che gli riferisce di aver interessato "Paolo Alli", il sottosegretario ciellino che sta diventando il braccio destro di Formigoni. E com'è andata? "Il presidente ha dato l'ok", assicura il funzionario corrotto dell'Arpa. Per adesso sono soltanto parole. Intercettazioni che attendono riscontri. Ma in Regione Lombardia, dopo vent'anni di affari in libertà, con la crisi sembrano tornati i tempi di Mani Pulite.


Cl, tanti soldi in nome di Dio
di Roberto Di Caro e Luca Piana
Aziende. Appalti. Sanità. Politica. Ormai Comunione e Liberazione è una piovra affaristica che fa affari in tutta Italia. E con l'Expo, sarà un'altra cuccagna

Dall'ira di Comunione e liberazione non si salva nessuno. Neppure Silvio Berlusconi. Nel dicembre 2009 il premier aveva osato sostituire Luigi Roth, fedelissimo di Roberto Formigoni e da dieci anni presidente della Fondazione Fiera di Milano, con Giampiero Cantoni, imprenditore meccanico, docente alla Bocconi, tre volte senatore Pdl e soprattutto amico suo. Formigoni abbozza, fa buon viso a cattivo gioco, intanto prepara la sua vendetta. Fredda e spietata, come si conviene a un potere sicuro di sé.

Ci mette un anno esatto: il 10 novembre scorso spedisce in largo Domodossola, negli uffici della Fondazione, Pio Dario Vivone, avvocato del servizio giuridico della Regione Lombardia. Il suo mandato è spulciare tutte le carte, passare al setaccio i conti, valutare se scelte e investimenti della nuova gestione sono legittimi o meno: nei dieci anni di Roth il ciellino una cosa del genere non s'era mai vista. L'8 febbraio il gavettone è pronto: nelle 19 pagine di relazione finale, l'avvocato Vivone, dopo qualche apprezzamento di rito, piazza i suoi colpi. I costi di gestione: spropositati, in tempi di crisi. Il grattacielo per uffici nella nuova Fiera di Rho: 43 milioni buttati, nessuno lo affitta, è vuoto e verosimilmente tale resterà anche il prossimo anno. Il nuovo Centro congressi al Portello, pronto ad aprile: doveva costare 40 milioni, se ne sono andati 63,5. Da ultimo, l'affondo, sul punto dolentissimo dei terreni per l'Expo 2015, sui quali s'è consumata nei mesi scorsi la rottura col sindaco di Milano Letizia Moratti: la Fondazione li ha rivalutati nel suo bilancio, con la scusa che rivendendoli ci guadagnerà, ma come terreni agricoli non rendono un soldo, non verranno venduti per almeno 5 anni, e in ogni caso l'obiettivo della Fondazione dovrebbe essere la riuscita dell'Expo, non la speculazione edilizia come un Ricucci qualsiasi. Drastiche le conclusioni: tagliate i costi, vendete le controllate, Centro congressi e nuovi uffici fateli rendere o dismetteteli.

Capito come funziona? O gli affari li facciamo noi di Cl, o ti accordi con noi accontentandoti delle briciole. Se ti metti contro, fossi anche l'unto del Signore, prima o poi ti tagliamo le gambe. E se non ti possono distruggere, ostentatamente ti snobbano. Berlusconi, i ministri Roberto Maroni, Ferruccio Fazio e Maria Stella Gelmini, la Moratti, il cardinal Martini: c'erano tutti, il 14 marzo scorso, al San Raffaele a festeggiare i 90 anni di don Luigi Verzé. Tutti tranne Formigoni, memore forse di quando il fondatore dell'ospedale, prete col pallino degli affari, tentò di accreditarsi anche come erede di don Luigi Giussani, il fondatore, sfilando qualche adepto alla ditta Formigoni & Co. Si capisce, uno se le attacca al dito, queste cose. Ora, vedremo, la partita è tra Cl e la Lega, i due galli nel ricco pollaio del Nord. Un po' battagliano e un po' s'accordano, in un gioco che per il Carroccio si sta rivelando pericoloso, causa di liti, spaccature interne, liste contrapposte per i vertici Asl, persino una cacciata, quella di Alessandro Cè, ex capogruppo alla Camera, dal 2005 assessore lombardo alla Sanità, costretto a lasciare per aver denunciato che il tanto decantato modello sanitario lombardo "si basa su analisi e cifre manipolate e sull'occupazione sistematica del potere".

Per questo la chiamano "lobby di Dio", setta catto-affarista, Comunione e fatturazione, Commistione e lottizzazione. Sono una potenza. Come movimento ecclesiale, sono un esercito di 100 mila, forse 300 mila aderenti, i numeri sono segreti. Hanno una compattezza ideologica oggi rara, perché "alla radice del nostro modo di fare politica c'è un atteggiamento religioso", scriveva don Giussani, scomparso nel 2005. Hanno costruito una coesa macchina da guerra schierata in politica, nella pubblica amministrazione, nella sanità, nella scuola, nelle onlus. E nel business, naturalmente.

__img__La Compagnia delle Opere, il loro braccio operativo nell'economia, conta 34 mila aziende, per un fatturato annuo di 70 miliardi di euro: una volta e mezza la Fiat, per capirci, o un ventesimo dell'intero Pil nazionale. E' vero, quasi metà sono in Lombardia, culla del movimento e cuore del suo potere, esteso dal presidente della Regione fino al portiere di notte dell'ultima clinica. Ma nuove direttrici d'espansione sono il Veneto, l'Emilia-Romagna, la Sicilia, il Lazio: a Roma hanno ormai 1.500 iscritti, un seggio in Camera di commercio, il presidente dell'azienda dei trasporti Atac. E se i confini nazionali fossero troppo stretti, a fine giugno Matching, l'annuale fiera del business della Compagnia, si terrà per la prima volta fuori Italia, a Mosca: dove è di Cl l'arcivescovo, monsignor Paolo Pezzi.

Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. "Il giro d'affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire", sparò nell'ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, "e il nostro è un calcolo al ribasso". Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d'Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant'altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell'ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.

Il sostituto d'incasso
La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil ("I tre porcellini", come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D'Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l'1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all'anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell'Inps, parla di almeno un miliardo l'anno. Secondo quanto risulta a 'L'espresso', il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell'esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s'intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l'Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l'ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato parere contrario. E l'emendamento è colato a picco. Dall'ira di Comunione e liberazione non si salva nessuno. Neppure Silvio Berlusconi. Nel dicembre 2009 il premier aveva osato sostituire Luigi Roth, fedelissimo di Roberto Formigoni e da dieci anni presidente della Fondazione Fiera di Milano, con Giampiero Cantoni, imprenditore meccanico, docente alla Bocconi, tre volte senatore Pdl e soprattutto amico suo. Formigoni abbozza, fa buon viso a cattivo gioco, intanto prepara la sua vendetta. Fredda e spietata, come si conviene a un potere sicuro di sé.

Ci mette un anno esatto: il 10 novembre scorso spedisce in largo Domodossola, negli uffici della Fondazione, Pio Dario Vivone, avvocato del servizio giuridico della Regione Lombardia. Il suo mandato è spulciare tutte le carte, passare al setaccio i conti, valutare se scelte e investimenti della nuova gestione sono legittimi o meno: nei dieci anni di Roth il ciellino una cosa del genere non s'era mai vista. L'8 febbraio il gavettone è pronto: nelle 19 pagine di relazione finale, l'avvocato Vivone, dopo qualche apprezzamento di rito, piazza i suoi colpi. I costi di gestione: spropositati, in tempi di crisi. Il grattacielo per uffici nella nuova Fiera di Rho: 43 milioni buttati, nessuno lo affitta, è vuoto e verosimilmente tale resterà anche il prossimo anno. Il nuovo Centro congressi al Portello, pronto ad aprile: doveva costare 40 milioni, se ne sono andati 63,5. Da ultimo, l'affondo, sul punto dolentissimo dei terreni per l'Expo 2015, sui quali s'è consumata nei mesi scorsi la rottura col sindaco di Milano Letizia Moratti: la Fondazione li ha rivalutati nel suo bilancio, con la scusa che rivendendoli ci guadagnerà, ma come terreni agricoli non rendono un soldo, non verranno venduti per almeno 5 anni, e in ogni caso l'obiettivo della Fondazione dovrebbe essere la riuscita dell'Expo, non la speculazione edilizia come un Ricucci qualsiasi. Drastiche le conclusioni: tagliate i costi, vendete le controllate, Centro congressi e nuovi uffici fateli rendere o dismetteteli.

Capito come funziona? O gli affari li facciamo noi di Cl, o ti accordi con noi accontentandoti delle briciole. Se ti metti contro, fossi anche l'unto del Signore, prima o poi ti tagliamo le gambe. E se non ti possono distruggere, ostentatamente ti snobbano. Berlusconi, i ministri Roberto Maroni, Ferruccio Fazio e Maria Stella Gelmini, la Moratti, il cardinal Martini: c'erano tutti, il 14 marzo scorso, al San Raffaele a festeggiare i 90 anni di don Luigi Verzé. Tutti tranne Formigoni, memore forse di quando il fondatore dell'ospedale, prete col pallino degli affari, tentò di accreditarsi anche come erede di don Luigi Giussani, il fondatore, sfilando qualche adepto alla ditta Formigoni & Co. Si capisce, uno se le attacca al dito, queste cose. Ora, vedremo, la partita è tra Cl e la Lega, i due galli nel ricco pollaio del Nord. Un po' battagliano e un po' s'accordano, in un gioco che per il Carroccio si sta rivelando pericoloso, causa di liti, spaccature interne, liste contrapposte per i vertici Asl, persino una cacciata, quella di Alessandro Cè, ex capogruppo alla Camera, dal 2005 assessore lombardo alla Sanità, costretto a lasciare per aver denunciato che il tanto decantato modello sanitario lombardo "si basa su analisi e cifre manipolate e sull'occupazione sistematica del potere".

Per questo la chiamano "lobby di Dio", setta catto-affarista, Comunione e fatturazione, Commistione e lottizzazione. Sono una potenza. Come movimento ecclesiale, sono un esercito di 100 mila, forse 300 mila aderenti, i numeri sono segreti. Hanno una compattezza ideologica oggi rara, perché "alla radice del nostro modo di fare politica c'è un atteggiamento religioso", scriveva don Giussani, scomparso nel 2005. Hanno costruito una coesa macchina da guerra schierata in politica, nella pubblica amministrazione, nella sanità, nella scuola, nelle onlus. E nel business, naturalmente.

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giovedì 26 gennaio 2012

Lo scandalo dei 14,62€ sui certificati all'Anagrafe

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Possibile che nessuno se ne sia accorto?

Oggi ho letto che il ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi, a proposito del prossimo DL Semplificazioni, ha anticipato all’agenzia Ansa quelli che saranno i contenuti del decreto, a cominciare dalla semplificazione delle certificazioni. Lo scambio dei dati tra le amministrazioni per via telematica "consentirà di avere in tempi reali alcuni importanti atti: dal cambio di residenza alle trascrizioni degli atti di stato civile come il matrimonio e la nascita".

La cosa però è in larga parte già in vigore dal novembre scorso, grazie alla Legge n. 183, del novembre 2011, il così detto "Patto di stabilità" votato dal Parlamento poco prima che Berlusconi si dimettesse rimettendo il mandato nelle mani del presidente Napolitano.

Voglio augurarmi che fra queste "semplificazioni" di cui parla Patroni Griffi ce ne sia una che giudico davvero importante, perché quello che ha disposto la Legge di Stabilità in merito alle certificazioni è uno scippo vero e proprio alle tasche di molti contribuenti.

Mi riferisco alla disposizone che prevede il pagamento di ben 14,62€ per i certificati che si chiedono allo sportello dell'Anagrafe. Non lo sapevate? Il Patto di Stabilità ha sì disposto che fra amministrazioni è proibito lo scambio di certificati in cartaceo, perché ora avviene tutto per via digitale, e ciò fa risparmiare una bel po' di soldi allo Stato e agli enti pubblici; ha disposto poi anche una estensione della autocertificazione da parte dei titolari dei dati sensibili oggetto dei certificati (appunto i cittadini), che può essere effettuata anche nei confronti di istituzioni private (per es. banche); ma ha disposto anche che se un cittadino vuole il certificato cartaceo allo sportello, vuoi perché non ha il computer, vuoi perché non ha una macchina da scrivere, vuoi perché non sa scrivere bene a mano, ma soprattutto perché non sa come si redige un certificato, beh... adesso deve pagare 14,62€ per averlo! Quindi non più i pochi centesimi che si pagavano prima (a volte 26, in altri uffici 50), ora si pagano 14,62€. Intendiamoci: il bollo esisteva già, ma erano previste diverse esenzioni, tutte in una tabella molto ampia. Ora è praticamente generalizzato il pagamento.

La sorpresa l'ho avuta personalmente, ho fatto le mie verifiche, ed è tutto vero. All'anagrafe di Olbia addirittura mi hanno detto che la maggior parte delle persone che chiedono il certificato di Residenza (per vari fini) sono anziani che non hanno o non sanno come usare il computer, quasi tutte persone con poche centinaia di euro di pensione; stesso problema per quei disoccupati che hanno in tasca poco o niente: anche loro devono pagare 14,62€. E hanno aggiunto che provano grande tristezza nel vedere questi anziani o disoccupati che si lamentano ma poi devono privarsi di quei soldi, per loro preziosi per mangiare o per le medicine (sempre meno infatti sono quelle esentate).

Andate anche voi a fare una prova: chiedete, e vedrete la risposta.

In alcuni uffici Anagrafe si sono organizzati appendendo degli avvisi (nella foto quello visto all'Anagrafe di Arzachena, dove mi hanno parlato dello stesso imbarazzo). Il fatto è che gli uffici sono obbligati ad applicare questa novità normativa.

Capita quindi la porcheria? Lo Stato aiuta se stesso e gli altri enti pubblici con lo scambio telematico, così non spende una cippa, mentre i cittadini, la stragande maggioranza dei quali non sa scrivere un auto-certificato, devono foraggiare l'ente con 14,62€ a persona.

Questo è uno scandalo. Davvero un bel regalino, l'ultimo, da parte di Berlusconi! Scommettiamo che Monti non lo cambierà?

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lunedì 23 gennaio 2012

Breve ripasso sul Processo Mills, condannato per Corruzione

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La lotta sleale di Berlusconi per il tramite dei suoi "avvocati". Anni e anni di decreti legge e leggi incostituzionali, patetiche e contrarie ai principi fondanti il nostro Ordinamento Giuridico.

Mentre il Bel Paese è tutto concentrato sulla nave che scivola giù col suo carico di morte e inquinamento, mentre il neo premier Mario Monti smantella anche l'art. 1 della Costituzione annunciando la demolizione dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (che ne è la più importante attuazione), questa "distrazione di massa" mette in disparte una delle storie più vergognose nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica: la corruzione di Mills operata da Berlusconi. Condannato (ma dichiarato prescritto) l'avvocato Mills, uno dei tanti colletti bianchi che si sono svenduti al potere monetario del biscione, accertata quindi la corruzione, manca solo da condannare il corruttore, che le carte prcoessuali (passate in giudicato, quindi facenti stato di quanto successe a tutti gli effetti) indicano nel "cavaliere" Silvio Berlusconi.

L'ex ducetto lampadato e sessuomane ha dichiarato a più riprese in passato: "Non vedo l'ora di andare in udienza a difendermi da queste accuse infamanti ed infondate", peccato però che abbia dato ordine allo stuolo di colletti bianchi cui ingrassa la parcella di fare di tutto, in tribunale come al governo e in Parlamento, affinché i termini cadessero in prescrizione. Tutti coloro che hanno un minimo di cervello e buonsenso sanno bene che se uno si sbatte così c'è davvero puzza di colpevolezza: decenni di decreti legge e leggi, frequentemente anticostituzionali, hanno rallentato la macchina processuale, cercando di arrivare alla prescrizione. I vari Alfano, Ghedini eccetera hanno messo firma e faccia su proveddimenti legislativi vergognosi e patetici (frequentemente in contrasto col nostro Ordinamento Giuridico, quando non anche anticostituzionali), e hanno affrontato le telecamere di una RAI prona ai desideri del satrapo di Arcore per giustificare con panzane e arrampicamenti sugli specchi le balle del loro ricco foraggiatore e padrone. Ma non gli diamo mica la zappa in testa: la parcella va giustificata. I mezzi uomini hanno sempre un prezzo. Essi sono come i vari Scilipoti, Razzi, Pannella e tanti UDC e colleghi vari, alla ricerca dell'osso d'oro da acchiappare al volo. Buona lettura, e ricordate che bisogna tenere sempre la guardia alta.

Mills, tutte le mosse di Berlusconi contro un verdetto al fotofinish
In una corsa contro il tempo il tribunale ha fissato la sentenza per l'11 febbraio: 72 ore dopo i suoi effetti saranno annullati. Per evitare il giudizio il Cavaliere è ricorso prima allo scudo, poi, dopo la bocciatura della Consulta, al legittimo impedimento
di PIERO COLAPRICO e EMILIO RANDACIO

MILANO - Risuona tra i marmi del tribunale il lamento di Silvio Berlusconi: "A Milano processano solo me". Ma se il "processo Mills" è diventato questa tragicommedia bilingue, se è nata questa sequenza di udienze con traduttore, se c'è la corsa a ostacoli per arrivare a una sentenza, è perché Berlusconi, grazie ai suoi super-poteri, sinora era riuscito a farsi difendere sia dagli avvocati sia dal Parlamento. Secondo gli ultimi calcoli, forse si saprà se Berlusconi è colpevole o innocente, se ha corrotto o no un testimone, appena settantadue ore prima che su ogni parola cali la mannaia della prescrizione, che cancella le pene. I fatti sono questi, hanno la loro forza, e se qualcuno li vuole ascoltare, sono limpidi, e nella piena luce del sole.

Partono da una data che Berlusconi e Mills conoscono bene, il 18 luglio del 2004. David Mackenzie Donald Mills, avvocato, marito di un ministro, ha allora 60 anni. È uno stimato legale con studio nella City a Regent Street. Si occupa di patrimoni e di società off shore, cioè con la sede nei "paradisi" senza controlli, dove i ricchi, i mafiosi, gli evasori fiscali sono di casa. Mills ha ricevuto dalla procura di Milano un invito a comparire, l'accusa è riciclaggio. L'elegante avvocato, quel giorno di afa milanese, si presenta alle 14.45 al quarto piano della procura con a fianco il legale di fiducia, Federico Cecconi.

IL LUNGO INTERROGATORIO
Davanti ai pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo, comincia a spiegare
di essere "entrato in contatto con il gruppo Fininvest a metà degli anni '80". Cita "Massimo Maria Berruti", oggi esponente del Pdl, ex finanziere, incappato in più di una disavventura giudiziaria. Aggiunge come "l'incontro più importante" sia stato "con Livio Gironi (il tesoriere del gruppo Fininvest, ndr), che era direttamente legato a Silvio Berlusconi e che era - parole di Mills - l'uomo che amministrava il suo patrimonio personale". In tredici ore di faccia a faccia, i magistrati lo lasciano parlare, sornioni. Finché, poco dopo l'una di notte, offrono a Mills un colpo di scena.
Gli mostrano una lettera sequestrata a Londra. Porta la data del 2 febbraio precedente: è firmata da Mills e indirizzata al suo commercialista, Bob Drennan. Mills, riconoscendo la lettera, impallidisce: "Sono molto turbato a rileggerla", confessa. E smette di menare il can per l'aia: "A questo punto credo che, per quanto difficile, la cosa più giusta da fare sia spiegare il fatto con la massima chiarezza". Il fatto, dunque, secondo Mills.

LA CONFESSIONE
Mills racconta che s'è rivolto al suo commercialista per essere difeso da una contestazione del fisco inglese. E in Inghilterra, quando non ci si sa spiegare con gli agenti delle tasse, si può finire molto, molto male, anche radiati dalla professione. Mills davanti ai magistrati non esita più: "Sono stato ascoltato più volte in indagini e processi che riguardavano Silvio Berlusconi e il gruppo Fininvest e, pur non avendo mai detto il falso, ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile. E di mantenere una certa riservatezza sulle operazioni che ho compiuto per lui". Per Silvio Berlusconi.

E 600mila dollari gli arrivano come ringraziamento nel 1999. Nei mesi precedenti si erano infatti tenuti i processi aggiustati. Uno per le tangenti versate dai manager Fininvest per annacquare i controlli della Guardia di Finanza (intere squadre, come si sa, vennero travolte dall'inchiesta Mani pulite). L'altro per scoprire le operazioni illecite della società svizzera All Iberian, sempre berlusconiana. "Carlo Bernasconi (scomparso manager Fininvest, ndr), mi disse che Berlusconi a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e nei processi, aveva deciso di destinare a mio favore - questa l'autoaccusa nel cuore di una notte milanese - una somma". In nero, estero su estero, e il fisco inglese non molla.

LA SMENTITA
La procura chiede il rinvio a giudizio per il professionista inglese e per il suo "dante causa" italiano, e cioè Berlusconi. Mills, nel frattempo, si chiude nel totale mutismo, rotto solo dalla spedizione di un memoriale ai pm. Smentisce quello che avava confessato. Quei 600 mila dollari gli arrivano - assicura - da un altro suo cliente, l'armatore campano, Diego Attanasio. Era tanto lo stress da interrogatorio - il legale che lo ha assistito per tutte le 13 ore non ha mai contestato la correttezza dei magistrati - da fargli dire una cosa per l'altra, tutto qui.
Credergli? Non credergli? Il dibattimento, davanti alla decima sezione penale, prende il via il 13 marzo di cinque anni fa. E regge fino a quando Berlusconi, nell'aprile 2008, viene rieletto a Palazzo Chigi. Poi si frantuma. Perché tra i primi atti che il terzo esecutivo Berlusconi approva non c'è nulla che aiuti i cittadini ad ottenere una giustizia rapida ed efficiente, ma scatta invece il cosiddetto Lodo Alfano: bastano quattro frasi e le più alte cariche dello Stato ottengono l'immunità processuale. Moltissimi, tranne che nei partiti di centrodestra, ritengono la pseudoriforma delirante: fa sparire un principio sacrosanto in Italia, e cioè l'eguaglianza formale dei cittadini davanti alla legge.

Dopo appena un anno - il tempo minimo che ci vuole - la Consulta boccia Alfano, ma un risultato ad esclusivo beneficio di chi ora piange nel palazzo di Giustizia è stato ottenuto: nell'imbarazzante processo Mills, Berlusconi non c'è più. La sua posizione si è "pietrificata": in aula resta solo l'inglese. Il quale, sempre ammutolito, va incontro al suo destino. E viene condannato: sia in primo che in secondo grado. Tra gli innumerevoli testimoni, ascoltati in Italia o all'estero per rogatoria, c'è proprio l'armatore del suo alibi, Attanasio: "Mai ho dato o regalato o prestato 600 mila dollari a Mills, non ce ne sarebbe stato il motivo", dice. Lo stesso affermano ragionieri ed analisti di conti.

LA CONDANNA
Il 25 febbraio 2010 la Corte di Cassazione, a sezioni unite, riconosce la colpevolezza di Mills. Lo condanna a un risarcimento del danno pari a 250 mila euro, ma dichiara il reato prescritto. Troppo è il tempo passato. Se la sorte processuale di quello che possiamo chiamare un "testimone corrotto" è chiara, che cosa accade al presunto corruttore, che non è Attanasio, ma era e resta l'imputato Berlusconi?

"Non ho nemmeno mai incontrato Mills, lo giuro sui miei figli", attacca nelle tv e nelle piazze, ma agisce all'ombra del Parlamento: già digerita la sconfitta per il Lodo, la maggioranza rifà un'altra figuraccia introducendo il "legittimo impedimento", secondo cui chi ha impegni istituzionali può saltare le udienze del processo. Anche questa idea ad personam finisce davanti alla Corte Costituzionale, che la ridimensiona non poco.

LA CORSA
Ora che al governo ci sono Mario Monti e i "tecnici", ora che Berlusconi, sommerso dallo scandalo di Ruby Rubacuori e del bunga bunga, con la credibilità appannata, senza una maggioranza solida, ha dato le dimissioni, ora il dibattimento Mills può però correre davvero. Come una "corsa da formula uno", sfotte e critica l'ex ministro Alfano. Ma di quale corsa parliamo? L'avvocato inglese, che deve finalmente rispondere alle domande, si sente male, è il cuore. Sono stati chiamati a difesa testi e perditempo di ogni tipo. "Qualunque sentenza non avrà effetto", annuncia Berlusconi, mentre gli ultimi calcoli ricordano il fotofinish: se si dovesse rispettare il calendario fissato dal collegio presieduto da Francesca Vitale, la sentenza verrebbe emessa sabato 11 febbraio. Ossia, settantadue ore prima della prescrizione.
I berlusconiani amano parlare di persecuzione, ma è la regolarità dei processi il valore da difendere. Perché viene considerata - non solo da chi si occupa di processi, come i magistrati - una base della democrazia. Berlusconi ha avuto in questo campo altre disavventure pesanti, come raccontano le condanne per l'ex ministro e avvocato Cesare Previti, che ha comprato una sentenza pagando i giudici. Sono solo fatti. E se non fossero state approvate dalla sua maggioranza leggi dichiarate illegali e ingiuste, se non ci fosse stato un Parlamento così succube, il processo per Berlusconi sarebbe finito, come successo per Mills, nel 2010. Due anni fa. E anche questa contestazione non piace a chi rivuole il potere, e gli abusi del potere. La realtà è soltanto questa.

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lunedì 16 gennaio 2012

Francesco Schettino e la tragedia della Costa. Agghiacciante


Amici, leggete bene questo articolo e preparatevi ad inorridire. Credo che sia giusto dare questa "persona" in pasto ai parenti delle vittime.

Concordia, comandante nega l’avaria e fugge. E a lanciare il mayday è una passeggera

di Emiliano Liuzzi, Diego Pretini e Antonio Massari

La Procura di Grosseto accusa Francesco Schettino, capitano della Concordia, di avere abbandonato la nave molto prima che i passeggeri fossero tratti in salvo. Ilfattoquotidiano.it è in grado di ricostruire i movimenti e i contatti del comandante in fuga: "Lo chiamò la Capitaneria intimandogli di tornare a bordo, ma non ne volle sapere"

Si porterà per sempre appresso due nomi la tragedia dell’isola del Giglio: uno è Concordia, il nome della nave, l’altro è Schettino, nome di battesimo Francesco, campano, l’uomo fermato dai magistrati e ritenuto il responsabile numero uno di quanto accaduto venerdì notte: è stato lui, secondo la Procura, a dirottare la nave verso la costa, lui che si è avvicinato troppo, lui che ha abbandonato i passeggeri e l’equipaggio al loro destino.

Il fattoquotidiano.it è in grado di ricostruire tutto quanto avvenuto quella maledetta sera che, fino a oggi, ha restituito cinque cadaveri e un milione di incertezze.

Il mayday mai dato. “Costa Concordia, tutto ok?”. “Sì, Compamare Livorno, solo un guasto tecnico”. “Costa Concordia, siete sicuri che è un guasto tecnico. Sappiamo che a bordo ci sono i passeggeri con i giubbotti salvagente”. “Compamare, confermiamo: è un guasto tecnico”. E’ andata più o meno così, secondo le testimonianze raccolte dal Fatto.it e secondo le prime ricostruzioni della Guardia costiera, la conversazione tra la plancia di comando della Costa Concordia e la sala operativa della Capitaneria. Anzi, bisogna dire piuttosto tra la Capitaneria e la Concordia, visto che sono stati i militari della guardia costiera a chiamare la nave. Chissà quanto avrebbero atteso ancora a chiedere aiuto, se non fosse stato per una signora pratese a bordo.

L’allarme? Lanciato dalla passaggera. Atterrita, ha chiamato la figlia a casa, dicendo di trovarsi all’interno della nave, che si stava già inclinando, in un locale in cui era buio pesto e con addosso il giubbotto salvagente. La figlia ha chiamato la Capitaneria di Savona perché la madre aveva detto che era nel tratto tra Civitavecchia e il porto ligure, ma la sala operativa non sapeva niente. Così la telefonata successiva è stata ai carabinieri di Prato che hanno contattato i colleghi di Livorno. E hanno coinvolto la Capitaneria di Livorno che si è messa “a caccia” della nave Costa grazie al cosiddetto ‘Ais’ (Automatic Identification System), il sistema tecnologico di identificazione navale.

“Solo un guasto”. Dalla sala operativa livornese hanno dunque chiamato a bordo del Concordia. “Problemi?”, hanno chiesto. Dall’altra parte hanno risposto che era solo un guasto tecnico (e siamo già alle 22 passate, almeno un quarto d’ora dopo la collisione contro gli scogli secondo gli orari della Procura). Ma il militare della Capitaneria è vispo, sente che qualcosa non torna: un guasto tecnico e i passeggeri hanno il salvagente? Meglio chiarire: scusate, Concordia, ma allora perché i passeggeri hanno il giubbetto? Dall’altra parte, di nuovo la stessa risposta: confermiamo, guasto tecnico. Una risposta che hanno sentito anche i finanzieri della prima motovedetta arrivata in assoluto sul posto, appartenente al Reparto aeronavale delle fiamme gialle di Livorno. “All’inizio dalla nave hanno detto che si trattava di un guasto tecnico, senza specificare la natura – racconta il tenente colonnello Italo Spalvieri, comandante del reparto – Successivamente hanno chiesto all’equipaggio della motovedetta di poter agganciare un cavo in modo da essere trainati, ma era come chiedere a una formica di spostare un elefante”. Dopo circa 20 minuti, spiega Spalvieri, hanno dato l’ ‘abbandono nave’, il segnale per l’evacuazione.

La fuga. Schettino è tra i primi ad arrivare al Giglio, sulle banchine del porto. Lui e moltissimi membri dell’equipaggio. A bordo resta praticamente solo il primo commissario di bordo quello che, al contrario degli altri, farà il suo lavoro, verrà trasformato in eroe. Lui resta e aiuta i passeggeri a trasferirsi sulle scialuppe, ma gran parte del resto dell’equipaggio è già sulla terra ferma, in salvo. Il bar, l’unico del porto, il Caffè Ferraro, riapre la saracinesca per aiutare i naufraghi.

Schettino sale su un taxi. Tra le persone gigliesi, così si chiamano gli abitanti dell’isola, arriva sul molo anche un tassista. E’ a lui che il comandante, in abito bianco pronto per la cena di gala, si rivolge. “Mi porti lontano da qui”. “Comandante”, risponde il tassista, “io la posso portare a casa mia, questa d’inverno è un’isola deserta”. Così il tassista porta a casa il capitano e gli prepara un caffè.

Le telefonate dalla Capitaneria di porto di Livorno. Schettino, che è frastornato, ma non sotto choc, riceve tre telefonate in serie. E’ sempre la Capitaneria di porto di Livorno che lo chiama. L”ufficiale in servizio alla sala operativa non riesce a capire. “Come capitano, lei non è sulla nave?”. “No, non sono sulla nave e non ci torno”. Un’altra telefonata. “Capitano”, dice il funzionario di turno, “ordini superiori mi riferiscono di dire che lei deve tornare sulla sua nave”. “Non ci torno”. La terza telefonata, racconta il tassista, è concitata. Urlano da Livorno, urla Schettino. Sempre con le stesse ragioni. Il comandante a quel punto si fa accompagnare sulla banchina, ma sale sulla prima barca che lo porta a Porto Santo Stefano. Sulla nave non ci tornerà.

L’inchiesta e la disperata difesa. Il giorno successivo al naufragio, Schettino viene trattenuto nella caserma dei carabinieri di Orbetello. Quando il Procuratore riesce a ricostruire quello che è accaduto, senza neppure interrogarlo, ordina lo stato di fermo. Schettino viene trasferito nel carcere di Grosseto. Schettino (dopo la fuga appare improprio chiamarlo ancora comandante) continua a ripetere che la sua manovra è stata regolare, che gli scogli non erano segnalati da nessuna carta, che lui doveva passare da lì, a 100 metri dall’Isola del Giglio, distanza di sicurezza a malapena consentita per un pedalò.

Naufragio colposo, omicidio plurimo colposo, abbandono della nave. Ma secondo le fonti inquirenti, non è neppure la bontà delle sue intenzioni dal timone, anche se l’ordine di avvicinarsi all’isola lo ha dato lui in persona, per il consueto saluto di sirene: il punto è che Schettino ha abbandonato la nave a un’ora dall’incidente, lasciando a bordo i passeggeri e i suoi membri dell’equipaggio, in balia di un’organizzazione che alla fine, infatti, non c’è stata. Doveva essere lui – secondo il codice della navigazione e quello penale – a coordinare le operazioni di soccorso. Non poteva sparire nel nulla, pensare a salvarsi e lasciarsi alle spalle quel bestione di 282 metri che la compagnia di navigazione gli aveva affidato.

Le dichiarazioni del procuratore. E questo il nodo centrale dell’inchiesta. Il procuratore della Repubblica di Grosseto, Francesco Verusio dice che “il comandante ha abbandonato la nave quando c’erano ancora molti passeggeri da portare in salvo”, e “le operazioni di soccorso non sono state coordinate dal comandante”, ha detto. Un delitto imperdonabile per chi comanda una nave. “A questo punto - dice il procuratore capo – vogliamo capire chi si è assunto poi il compito di dirigere le operazioni di salvataggio, perché il comandante ha abbandonato la nave molte ore prima che si concludessero”. Sul numero di vittime il procuratore inizia a essere pessimista: “I morti per ora accertati sono cinque a questo punto, due turisti francesi e un membro dell’equipaggio peruviano oltre ai due anziani individuati nel pomeriggio”, ma “abbiamo gravi sospetti per altre cinque o sei persone. All’appello ne mancano una trentina – ha aggiunto – stiamo spuntando i loro nomi uno per uno dagli elenchi”, ma “non è facile dire con precisione quanti manchino all’appello”. Indiscrezioni, provenienti da fonti della Prefettura di Grosseto parlerebbero di 36 persone, delle quali 10 membri dell’equipaggio di nazionalità cinese e filippina, e 26 passeggeri. Ma anche questo dato è parziali. Fonti della Capitaneria ripetono che la lista definitiva non esiste. Esiste una lista, ma non è possibile sapere fino a questo momento quante fossero i membri dell’equipaggio, quelli che svolgono i lavori più umili, la lavanderia e la pulizia delle cucine e della nave. Filippini, molti, e cinesi.

La compagnia Costa dice che non ci sono lavori appaltati ad aziende esterne, fonti vicine agli inquirenti continuano a ripetere che invece è una possibilità che viene valutata.

Perché avvicinarsi all’isola? Il magistrato è riuscito a capirlo, alla fine. Schettino si è avvicinato al Giglio perché voleva salutare l’isola. Un codice campano, procidese per essere precisi, che impone l’inchino quando si passa dalle parti di un’isola. Una consuetudine, forse neppure così strana. Ma Schettino, venerdì, ha sbagliato i calcoli o fose si è abbandonato alla distrazione.

L’ordine di negare. Nei momenti successivi all’incidente l’ordine di Schettino è negare. Negare con i passeggeri e, come abbiamo visto, con la Capitaneria di porto: “Nessun incidente, solo un guasto tecnico”.

Le scatole nere. Ciò che è successo tra la comunicazione del presunto guasto tecnico e l’annuncio dell’abbandono nave verrà accertato con l’analisi delle scatole nere, già in Procura a Grosseto, che per le navi si chiamano ‘Voyage data recorder’ (che registra tutto cio’ che ‘fa’ la nave, compresi i movimenti prima e dopo l’impatto con lo scoglio) e ‘Voyage voice recorder’, che oltre a registrare le comunicazioni radio recupera anche le conversazioni all’interno della plancia di comando, una sorta di intercettazioni ambientali. “E qui – sorride un investigatore – se ne sentiranno delle belle”.

L’assicurazione sulla nave. Cinquecento milioni di dollari, secondo un broker genovese, è probabilmente il valore assicurativo di Costa Concordia. L’assicuratore è il gruppo statunitense Aon, leader mondiale nel settore del risk management e nell’intermediazione assicurativa e riassicurativa. Ma i 500 milioni di dollari riguardano soltanto la copertura della nave, scafo e macchina. Per la copertura assicurativa delle responsabilità dell’armatore, che comprendono risarcimenti ai passeggeri e all’equipaggio, eventuali danni all’ambiente, e rimozione del relitto, interviene il club inglese Protection&Indemnity Club, nel mondo dello shipping comunemente indicato come P&I. Nel caso di Costa Concordia interverrà la Standard. La nave, secondo gli esperti del settore, è totalmente irrecuperabile. Costa Crociere dovrà quindi fare eseguire la rimozione del relitto. Per asportare il carburante è stata ingaggiato l’olandese Smit International Group che, in Italia, lavora con l’azienda Neri di Livorno. I rappresentanti dei due gruppi sono già al Giglio in attesa di disposizioni della magistratura per poter operare. Non si sa quando. “Sicuramente”, spiegano, “sarà una corsa contro il tempo. Un cambiamento climatico e la nave, che ora è appoggiata su un fondale basso, potrebbe inabissarsi”. A pochi metri, infatti, il fondale scende fino a 70 metri: se dovesse alzarsi il venti di scirocco, come le previsioni dicono, la situazione potrebbe diventare irrecuperabile. E il danno ambientale di proporzioni senza precedenti.

domenica 15 gennaio 2012

Sassari, lo strappo del consigliere provinciale Arca e le panzane smascherate

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Poltrone, soldi e potere. Bassezze, storielle smascherate e figuracce.

Non ce l'hanno fatta, gli ex socialisti che erano confluiti nell'IDV per farne un loro feudo. E ora c'è una fuga verso altri lidi. Si pensava che la fuga fosse verso SEL, dove nel frattempo sono entrati in pompa magna tanti ex PSI (che hanno preceduto i loro transfughi verso l'IDV di qualche anno fa), invece la via di fuga dei socialisti entrati nell'IDV porta verso Sinistra Unita. Forse che i socialisti che li hanno preceduti in SEL gli hanno fatto terra bruciata attorno?

Un gran bel macello, ma mettiamo ordine.

Ecco anzitutto quello che era successo quando questi socialisti entrarono nell'IDV sassarese, in ordine:
I veleni del berlusconismo nell'IDV sardo
La spaccatura nell'IDV dei mancati golpisti e degli scontenti

E poi ancora la fuga di quelli che erano rimasti nel PSI ma poi son confluiti in SEL, sempre a Sassari:
Sassari, una fetta del PSI emigra in SEL. Nuova caccia al "feudo" come accadde nell'IDV?

E poi cos'è successo? Il vice presidente della Provincia di Sassari (e assessore) Roberto Desini, anche lui ex PSI confluito nell'IDV, si è candidato alle comunali a Sennori, le ha vinte, ha messo come suo vice uno che era stato prima in Forza Italia, poi nel PDL (avete letto bene...), infine a dicembre scorso si è dimesso (accordi interni al partito per accontentare e far finalmente calmare lo scalpitante ex segretario provinciale del partito) dagli incarichi in Provincia. La presidente Giudici ha dato un bello schiaffo all'IDV non nominando il neo assessore IDV alle Politiche per lo sviluppo economico e Sport Lino Mura anche suo vice, e qui si è scatenata nuovamente la bagarre. La motivazione della Giudici è che il neo assessore Mura sarebbe stato visto ai banchetti della raccolta delle firme per abolire le province, nell'IDV invece negano. La Giudici ha quindi scelto una motivazione che - anche se fosse vera - la mette in una pessima luce di fronte all'elettorato, perché la gente non la pensa come lei... basta con gli sprechi!

Daniele Arca, fido braccio destro di Daniele Cocco (quello dell'assalto alla carica di segretario regionale IDV di cui sopra), dopo che per le donne non ha mai fatto niente, ha suonato la carica per creare nuova confusione, e poi è andato via, probabilmente aprendo la via allo stesso Cocco in Sinistra Unita (in SEl probabilmente gli altri ex PSI non li vogliono, quella fuga pre elezioni regionali se l'hanno legata al dito da quel dì, anche se pare proprio che Cocco finirà lì).

Bisogna però precisare una cosa. Arca, eletto nel 2010 in Provincia, in questi due anni non ha mai e poi mai (come Desini, altro IDV entrato in Provincia) detto o fatto niente affinché nella commissione delle pari opportunità ci fosse una donna IDV. Si è guardato bene dal farlo, perché lui e Desini sono maschietti, avrebbe infatti dovuto cedere il passo, ma figuriamoci se rinunciava alla poltrona! L'idea, alla fazione cui lui aderisce, la fazione Cocco (quella del mancato assalto alla diligenza di cui sopra, vedi i link), è venuta solo dopo che il partito, stante l'elezione di Desini come sindaco di Sennori e quindi la dovuta rinuncia all'assessorato in Provincia (vice presidenza compresa come prevede lo Statuto del partito), aveva preso accordi per sotituire Desini con Mura. Mura agli ex PSI non è mai piaciuto (neanche al PD, Ganau gli ha fatto la guerra per non averlo al comune), e allora ecco l'idea per fare un po' di cagnara: parlare, dopo due anni di silenzio e totale disinteresse per le donne, di mettere una donna a quell'assessorato e quindi in commissione pari opportunità. L'errore marchiano di Arca è stato anzitutto quello di non seguire lo Statuto del partito: questo infatti prevede che queste proposte vengano fatte prima di tutto nella sede apposita, e cioé le riunioni del consiglio provinciale del partito, riunioni però cui Arca - seppure sempre convocato - non ha mai voluto partecipare; la forma da lui scelta fu quella dell'e-mail fatta girare ad arte in rete e presso la stampa. Quindi prima si doveva parlare nel partito, poi fare la proposta in Provincia. Nessuno di questi due passi dovuti è stato effettuato. E ora la disinformazione va alla grande, sia in rete che con le "note" pubblicate da Arca, che non si rende conto di fare brutte figure ad ogni passo che fa. Quindi mancato rispetto dello Statuto del partito, esattamente come successe negli assalti a Palomba quando a sferrare l'assalto fu Cocco e quanti lo sostenevano (Arca, Desini, Salis, Mariani fra i più importanti).

Ma è giusto far parlare gli interlocutori, iniziando da chi ha attaccato la musica, Arca, e finendo con chi, chiamato in causa, ha dovuto rispondere, smascherando la storiella.

Provincia: Arca abbandona l'Idv. Confluisce nel gruppo Sinistra Unita
da Sassarinotizie di Francesco Bellu

SASSARI. Dall'Idv a Sinistra Unita come indipendente. Lo strappo di Daniele Arca, consigliere provinciale di Benetutti, è ancora "fresco" e ha alla base dissidi di lunga data, rincarati da recenti disposizioni da parte di quello che ormai è il suo ex partito. Il gruppo politico nel quale è confluito comunque appoggia la giunta provinciale guidata da Alessandra Giudici. È lo stesso Arca a rimarcare questo aspetto: «Il mio sostegno alla Giudici non è in discussione, l'ho sottolineato anche durante la riunione di maggioranza nel momento in cui ho comunicato, in maniera ufficiale, la mia uscita da l'Idv per confluire nella Sinistra Unita».

Due sono gli aspetti che Arca rimarca per spiegare la sua decisione: il non aver accolto la sua proposta di portare a Palazzo Sciuti un vicepresidente donna e la nomina di Lino Mura come assessore alle Politiche per lo sviluppo economico e Sport. Mura è, infatti, subentrato a Roberto Desini che ha lasciato il proprio incarico in base agli accordi presi con il suo partito dopo la sua elezione a sindaco di Sennori. «La mia idea di nominare una vicepresidente alla Provincia non è stata nemmeno discussa all'interno del partito - sottolinea Arca -. In questo modo, il mio ruolo di consigliere viene sminuito, come che non venga preso minimamente in considerazione. Su Mura - dice -, i motivi sono invece politici. L'Idv ha appoggiato la nomina di una persona che non era nemmeno candidata, mentre gli accordi presi in precedenza erano ben diversi. Sarebbe stato più logico far subentrare o chi aveva avuto un numero di voti maggiore o chi era stato almeno candidato. - continua - E non dimentichiamoci poi che Mura si è sempre battuto per l'abolizione delle Province».

Se si fa la conta dei voti, Arca avrebbe potuto aspirare al ruolo di Mura, ma tiene a precisare di non essere uno "attaccato alla poltrona": «Io non rivendico nulla, la questione è un'altra. Il partito ha sempre preso decisioni senza discuterle, mancava la collegialità. Il loro è un comportamento anti-democratico». Certo ora la decisione di Arca potrebbe rendere più movimentanta la corsa alla vicepresidenza: l'Idv si ritrova con un consigliere in meno e la possibilità di avere più chance, in questo senso, si sono assottigliate. I giochi, insomma, sono apertissimi e il risultato tutt'altro che scontato.
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Ecco la replica dell'IDV sassarese, ma soprattutto delle donne dell'IDV: chiamate in causa, non le mandano certo a dire e fanno fare ad Arca una pessima figura.

«Solo frasi infondate e inaccettabili». L'Idv provinciale ribatte ad Arca
da Sassarinotizie di Francesco Bellu

SASSARI. In seguito allo strappo che ha portato il consigliere provinciale Daniele Arca ad abbandonare l'Italia dei Valori per confluire nel gruppo "Sinistra Unita", sono arrivate due note di stampa da parte del coordinatore di Sassari Andrea Idda e delle componenti del gruppo femminile che hanno voluto ribattere alle dichiarazioni rese dal consigliere di Benetutti e precisare alcuni aspetti. Riportiamo i due testi in maniera integrale.

«In merito alle notizie di stampa il coordinamento provinciale, all'unanimità, considera le dichiarazioni riportate relativamente alle giustificazioni addotte dal cosigliere provinciale Arca riguardanti la sua uscita dall'Idv conseguente passaggio ad altro partito sono unanimemente considerate dall'Idv provinciale di Sassari assolutamente infondate e pertanto inaccettabili. Il partito come è solito fare ha sempre preso le decisioni nelle dovute sedi interpellando gli organi provinciali preposti, di cui anche il sig. Arca faceva parte.

Il sig. Arca è sempre stato regolarmente convocato alle riunioni di coordinamento provinciale, alle quali non ha mai partecipato almeno dall'ultimo congresso in poi, dimostrando sempre estraneità e disinteresse verso il partito che avrebbe dovuto rappresentare nell'assise provinciale. È impensabile poter discutere qualsiasi proposta se questa non viene mai presentata nei luoghi deputati a tali atti e quando un componente di diritto del coordinamento è sempre assente, si autoesclude automaticamente e non può in nessun modo né rivendicare la discussione di proposte mai presentate, né tanto meno tentare di sminuire le decisioni ancorchè unanimi del coordinamento provinciale.

Al contrario riteniamo doveroso precisare, che tutte le proposte presentate nelle riunioni del coordinamento (unico organo decisionale) sono state approfondite e discusse. Tutte le decisioni prese hanno trovato un solido unanime e condiviso consenso degli organi di partito. Con questa precisazione riteniamo chiuso questo sgradevole capitolo. Il partito si occuperà ancora di più dei problemi veri del territorio e di tutta la Sardegna».


Cordialmente il coordinatore provinciale
Andrea Idda


«Quali componenti del gruppo femminile del Coordinamento provinciale di Italia dei Valori, vogliamo esprimere il nostro totale dissenso per quanto detto dal consigliere provinciale Daniele Arca.

Non ci risulta che il consigliere abbia mai espresso, all’interno del Coordinamento, la sua idea di candidare una donna quale vice presidente della Provincia, tra l’altro non lo abbiamo mai visto nelle riunioni che si svolgono settimanalmente. Solo dall’articolo abbiamo appreso la sua “brillante” idea.

Vogliamo chiarire che abbiamo sempre condiviso e votato democraticamente l’avvicendamento tra l’assessore-vicepresidente uscente Roberto Desini e l’ing. Lino Mura. E vogliamo, nel contempo, esprimere la nostra stima all’assessore Mura ricordando la sua onestà politica e l’impegno che ha sempre profuso all’interno del partito, lavorando per la sua costante crescita. Infine ricordiamo al consigliere Arca che il posto che oggi ricopre è il frutto del lavoro che, silenziosamente e costantemente, tanti di noi svolgono all’interno del partito I.D.V. senza nessun compenso e rimettendoci molto spesso dalle proprie tasche, che sono quelle di onesti cittadini che pagano le tasse e quindi, anche, il suo stipendio».


Rosa Lella, Maria Egle Chigine, Lily Simula, Giusy Piredda, Ada Spanedda, Leonarda Urgeghe, Irene Leoni e Giovanna Serra.

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venerdì 13 gennaio 2012

Lo schiaffo di Saviano a Cosentino


Bellissimo articolo.

Il patto scellerato

di ROBERTO SAVIANO

NON TIRI un sospiro di sollievo, Onorevole Cosentino, trattenga ancora il fiato. Non creda che questa congiura dell'omertà che si è frapposta tra lei e le richieste della magistratura, possa sottrarla dal dovere di rispondere di anni di potere politico esercitato in uno dei territori più corrotti del mondo occidentale. Non tiri un sospiro di sollievo, Onorevole Cosentino, perché quel fiato non dovrà usarlo solo per rispondere ai giudici. Il fiato che risparmierà lo deve usare per rispondere a chi ha visto come lei ha amministrato - e lo ha fatto nel peggiore dei modi possibile - la provincia di Caserta, plasmando una forma di contiguità, i tribunali diranno se giudiziaria ma sicuramente culturale, con la camorra.

Onorevole Cosentino, per quanto ancora con sicumera risponderà che le accuse contro di lei sono vacue accuse di collaboratori di giustizia tossicodipendenti. I pentiti non accusano nessuno, dovrebbe saperlo. I pentiti fanno dichiarazioni e confessioni; i pm ne riscontrano l'attendibilità ed è l'Antimafia a formulare l'accusa, non certo criminali o assassini. Lei, ribadisco, non è accusato da pentiti, lei è accusato dall'Antimafia di Napoli. Ma anche qualora i tribunali dovessero assolverla, lei per me non sarebbe innocente. E la sua colpevolezza ha poco a che fare con la fedina penale. La sua colpa è quella di avere, per anni, partecipato alla costruzione di un potere che si è alimentato di voti di scambio, della selezione dei politici e degli imprenditori peggiori, il cui unico talento era l'attitudine al servilismo, all'obbedienza, alla fame di ricchezza facile. Alla distruzione del territorio. La ritengo personalmente responsabile di aver preso decisioni che hanno devastato risorse pubbliche, impedito che nelle nostre terre la questione rifiuti fosse gestita in maniera adeguata. Io so chi è lei: ho visto il sistema che lei ha contribuito a produrre e a consolidare che consente lavoro solo agli amici e alle sue condizioni. Ho visto come pretendevate voti da chi non aveva altro da barattare che una "x" sulla scheda elettorale.

Sono nato e cresciuto nelle sue terre, Onorevole Cosentino, e so come si vincono le elezioni. So dei suoi interessi e con questo termine non intendo direttamente interessi economici, ma anche politici, quegli interessi che sono più remunerativi del danaro perché portano consenso e obbedienza. Interessi nella centrale di Sparanise, interessi nei centri commerciali, nell'edilizia, nei trasporti di carburante, so dei suoi interessi nel centro commerciale che si doveva edificare nell'Agro aversano e per cui lei, da quanto emerge dalle indagini, ha fatto da garante presso Unicredit per un imprenditore legato ad ambienti criminali.

Onorevole Cosentino, per anni ha taciuto sul clan dei casalesi e qualche comparsata ai convegni anticamorra o qualche fondo stanziato per impegni antimafia non possono giustificare le sue dichiarazioni su un presunto impegno antimafia nato quando le luci nazionali e internazionali erano accese sul suo territorio. Racconta che don Peppe Diana sia suo parente e continua a dire essere stato suo sostenitore politico. La prego di fermarsi e di non pronunciare più quel nome con tanta disinvoltura. È un uomo già infangato per anni, i cui assassini sono stati difesi dal suo collega di partito Gaetano Pecorella, peraltro presidente della commissione bicamerale sulle ecomafie e membro della Commissione Giustizia. Perché non è intervenuto a difendere la sua memoria quando l'Onorevole Pecorella dichiarava che il movente dell'omicidio di Don Diana "non era chiaro" gettando, a distanza di anni, ancora ombre su quella terribile morte? Come mai questo suo lungo silenzio, Onorevole Cosentino? Sono persuaso che lei sappia benissimo quanto conti questo silenzio. È il valore che ha trattato in queste ultime ore con i suoi alleati politici. È questo suo talento per il silenzio a proteggerla ora. E' scandaloso che in Parlamento si sia riformata una maggioranza che l'ha sottratta ai pubblici ministeri. Ma in questo caso nessuno, nemmeno Bossi - anche al prezzo di spaccare la Lega- poteva disubbidire agli ordini di un affannato Berlusconi.

Perché lei, Onorevole Cosentino, rappresenta la storia di Forza Italia in Campania e la storia del Pdl. E lei può raccontare, qualora si sentisse tradito dai suoi sodali, molto sulla gestione dei rifiuti, e sulle assegnazioni degli appalti in Campania. Può raccontare di come il centro sinistra con Bassolino, abbia vinto le elezioni con i voti di Caserta e come magicamente proprio a Caserta il governo di centro sinistra sia caduto due anni dopo. Lei sa tutto, Onorevole Cosentino, e proprio ciò che lei sa ha fatto tremare colleghi parlamentari non solo della sua parte politica. Sì perché lei in Campania è stato un uomo di "dialogo". Col centro sinistra ha spartito cariche e voti. Onorevole Cosentino, so che il fiato che la invito a risparmiare in questo momento lo vorrebbe usare come fece con Stefano Caldoro, suo rivale interno alla presidenza della Regione. Ha cercato di far pubblicare dati sulla sua vita privata. Ha cercato di trovare vecchi pentiti che potessero accusarlo di avere rapporti con le organizzazioni criminali. Pubblicamente lo abbracciava, e poi lanciava batterie di cronisti nel tentativo di produrre fango. Onorevole Cosentino, so che in queste ore sta pensando a quanti affari potrebbe perdere, all'affare che più degli altri in questo momento le sta a cuore. Più del centro commerciale mai costruito, più dei rifiuti, più del potere che ha avuto sul governo Berlusconi. Mi riferisco alla riconversione dell'ex aeroporto militare di Grazzanise in aeroporto civile. Si ricorda la morte tragica di Michele Orsi, ammazzato in pieno centro a Casal di Principe? Si ricorda la moglie di Orsi cosa disse? Disse che lei e Nicola Ferraro eravate interessati alla morte di suo marito. Anche in quel caso ci fu silenzio. Michele Orsi aveva deciso di collaborare con i magistrati e stava raccontando di come i rifiuti diventano soldi e poi voti e poi aziende e poi finanziamenti e poi potere.

Lei si è fatto forte per anni di un potere basato sull'intimidazione politica e mi riferisco al sistema delle discariche del Casertano che a un solo suo cenno avrebbero potuto essere chiuse perché la maggior parte dei sindaci di quel territorio erano stati eletti grazie al suo potere: il destino della monnezza a Napoli - cui tanto si era legato Berlusconi - era nelle sue mani. Onorevole Cosentino, non tiri un sospiro di sollievo, conservi il fiato perché le assicuro che c'è un'Italia che non dimenticherà ciò che ha fatto e che potrebbe fare. Non si senta privilegiato, non la sto accusando di essere il male assoluto, è solo uno dei tanti, ahimè l'ennesimo.

Lei per me non è innocente e non lo sarà mai perché la camorra che domina con potere monopolistico ha trovato in lei un interlocutore. Non aver mai portato avanti vere politiche di contrasto, vero sviluppo economico in condizioni di leale concorrenza e aver difeso la peggiore imprenditoria locale, è questo a non renderle l'innocenza che la Camera dei Deputati oggi le ha tributato con voto non palese. Onorevole Cosentino prenderà questo atto d'accusa come lo sfogo di una persona che la disprezza, può darsi sia così, ma veniamo dalla stessa terra, siamo cresciuti nello stesso territorio, abbiamo visto lo stesso sangue e abbiamo visto comandare le stesse persone, ma mai, come dice lei, siamo stati dalla stessa parte.

Aerei F-35, dopo La Russa anche il neo ministro della Difesa Di Paola mente


Tanti bei soldoni varranno pure una marea di panzane, no?

F-35, tutte le bugie del ministro

di Silvia Cerami

Di Paola parla di «diecimila posti di lavoro»: sono un quarto. Dice che è un «programma di valore elevato»: invece è obsoleto. E glissa sui costi: che non sono solo i 15 miliardi per comprare gli aerei, ma anche quelli (enormi) per mantenerli

«Un ripensamento, ma è un programma di elevato valore operativo che garantirà molti posti di lavoro». Con queste parole il neo ministro della Difesa, l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha risposto ad un'interrogazione in merito al controverso programma Joint Strike Fighter F-35.

Un programma che prevede l'acquisto di 131 cacciabombardieri a una cifra di 15 miliardi di euro e una risposta che, per Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca, esponenti della campagna 'Taglia le ali delle armi', «non è una notizia». Perché «ridurre di 20 o 30 velivoli non avrebbe senso», perché i 10 mila posti di lavoro di cui parla il ministro «sono stati smentiti dalla stessa Aeronautica Militare», perché i costi sono ben più alti e Di Paola continua a presentare «dati smentiti dallo stesso Pentagono».

Non solo F-35. Secondo Paolicelli e Vignarca, autori de 'Il caro armato', un testo che cerca di ricomporre un quadro coerente delle spese, degli affari e degli sprechi delle Forze Armate italiane, nel nostro Paese la spesa militare è poco trasparente, non si comprendono le modalità con cui vengono scelti i sistemi d'arma e troppo spesso emergono conflitti di interesse.

Il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha parlato di un ripensamento. Siete soddisfatti?
«No, noi chiediamo la cancellazione della partecipazione italiana al programma F-35. Ripensare era già nell'ordine delle cose, non mi sembra una notizia. Secondo la tabella di marcia, l'Italia avrebbe dovuto sottoscrivere il contratto a dicembre 2009, ma non l'ha ancora fatto. Il ripensamento c'è già stato, del resto il programma è fatto da nove Paesi e almeno cinque hanno avuto ripensamenti forti o hanno sospeso la partecipazione a causa del lievitare dei costi e dei ritardi. Ridurre di 20 o 30 velivoli non avrebbe senso e non avrebbe senso nemmeno per i militari. La versione più in dubbio infatti è la 'F-35 B', quella a decollo corto e atterraggio verticale che vorrebbero per la portaerei 'Cavour'. E' la versione più problematica del programma, tanto che l'anno scorso la Gran Bretagna ha deciso di ritirarsi».

Secondo le vostre analisi quali sono i costi già spesi e quali quelli a cui andiamo incontro? E con quali i ritorni industriali?
«Finora abbiamo partecipato alla fase di sviluppo e di pre-industrializzazione per un costo di 2 miliardi di euro, costo confermato dall'Aeronautica Militare. Oltre a questo occorre aggiungere 700 milioni di euro stanziati per costruire la struttura di Cameri, dove dovrebbero essere assemblati i velivoli e dove Alenia dovrebbe costruire l'ala sinistra del velivolo. Stimiamo poi in 15 miliardi, cifra che oramai tutti accettano e confermata dai documenti ufficiali statunitensi, i costi d'acquisto di 131 cacciabombardieri. A fronte dei 2,7 miliardi già spesi i ritorni di cui si è sentito parlare, a seconda delle stime, vanno dai 350 ai 570 milioni. Insomma un misero 20 per cento di rientro industriale, che se parametrato sui 15 miliardi che andremmo a spendere in caso di acquisto vorrebbe dire commesse per poco più di 3 miliardi di euro. Ma in un programma aeronautico, il costo vero è quello successivo, ossia quello di mantenimento, gestione e addestramento del personale. Un costo complessivo che uno studio del Parlamento canadese ha stimato in tre volte quello d'acquisto».

Vignarca, su 'Altreconomia' lei ha recentemente rivelato che non ci sono penali in caso di ritiro. Pensa che ci siano comunque altri interessi? Proprio Di Paola nel 2002 ha firmato la partecipazione al programma.
«Non penso che Di Paola abbia ritorni personali, ma di certo ha sposato il programma dall'inizio e lo sta difendendo ancora adesso, tirando dritto, come nella migliore tradizione militare. In Parlamento ha presentato una slide con i dati di dicembre 2010, non tenendo conto del report del Pentagono, capofila del progetto, che ha messo in luce i flop delle fasi di collaudo e i ritardi. Penso che un militare che ha seguito i programmi di armamento non può essere quello che oggi decide proprio sui programmi d'armamento».

Il ministro ha parlato in ogni caso «di un programma di elevato valore operativo che garantirà molti posti di lavoro, nell'ordine di 10 mila unità». Secondo i vostri studi è così?
«Un dato irreale e smentito da valutazioni sindacali, industriali e dalla stessa Aeronautica Militare. Il dato di 10 mila unità è riferito alle stime di otto anni fa, quando è partito il progetto. Alenia stessa parla di 2 mila persone occupate e l'Aeronautica di 600 nella fase standard. Inoltre è ovvio che se investo soldi porto anche lavoro, ma la domanda è se l'investimento è efficace. Con 15 miliardi di investimento si possono avere ben più di 2.600 posti di lavoro».

Cacciabombardieri come gli F-35 possono essere contrari ai principi della nostra Costituzione?
«Gli F-35 possono portare testate nucleari e questo vuol dire prima di tutto contravvenire al Trattato di non proliferazione nucleare che l'Italia ha firmato. Inoltre ci sembra che rispettare la Costituzione e ripudiare la guerra non significhi comprare armamenti d'attacco in grado di portare testate nucleari».

Nel 2011 il nostro Paese, secondo il bilancio della Difesa, ha speso oltre 20 miliardi all'anno in armamenti, a cui vanno aggiunti però altri 3 miliardi di euro iscritti nei bilanci di altri ministeri. E' vero che è molto difficile avere dati corretti e trasparenti sulla spesa?
«C'è un problema e lo ha riscontrato anche l'Istituto di ricerca internazionale SIPRI, che colloca nel 2010 l'Italia al decimo posto nel mondo per le spese militari, ma parla di stime e non di dati certi. Le spese per armamenti nel nostro Paese sono collocate ovunque, in qualsiasi provvedimento. In particolare oltre al bilancio della Difesa abbiamo un fondo per le spese delle missioni nel bilancio del ministero dell'Economia e poi le spese per i sistemi d'arma pluriennali a carico del ministero dello Sviluppo Economico. Per le missioni è stato appena approvato un decreto che prevede uno stanziamento di 1 miliardo e 400 milioni per il prossimo anno, 700 messi nella Legge di Stabilità e 700 nella manovra Monti. I soldi della Difesa diventano così il gioco delle tre carte. Quando fa comodo si leggono in un modo, altrimenti in un altro».

Oltre ai cacciabombardieri F-35, l'Italia ha investimenti per altri 40 miliardi. Quali altri interventi secondo voi sarebbe necessario apportare?
«Va rivista la modalità con cui vengono scelti i sistemi d'arma. Ad esempio la portaerei 'Cavour' sembra di fatto inutile, visto che l'unica missione che ha fatto è stata quella di Haiti. Chi l'ha scelta? C'era già la 'Garibaldi', che per le nostre funzioni poteva bastare. Bisogna evidenziare che il costo maggiore dei sistemi d'arma è la manutenzione e infatti non è casuale che fino a pochi anni fa per le missioni si spendeva circa 1 miliardo, mentre, da quando è arrivato il ministro Ignazio La Russa, siamo passati a 1 miliardo e mezzo».

Può spiegare meglio?
«Perché aumentando i fondi delle missioni ha ricavato dei soldi per la manutenzione e la movimentazione dei sistemi d'arma. Si fanno muovere degli strumenti militari anche se non sono utili. Emblematico in tal senso l'ultimo intervento in Libia, in cui si è spostata la 'Garibaldi', con i soldi della missione in Libia, per poi farla rientrare e far partire gli aerei da terra. Lo spostamento della 'Garibaldi' era inutile, ma abbiamo saputo che serviva per movimentare la nave, perché come tutte le macchine non può rimanere ferma».

Quindi non è chiaro perché vengono fatte certe scelte?
«Nessuno ha spiegato al Parlamento qual è il nostro modello di difesa. Anche recentemente è stato approvata la spesa di mezzo miliardo di euro in sistemi d'arma. Al Parlamento si chiede un parere, presentando costi iniziali sottostimati, e se non viene dato entro 60 giorni vige il silenzio-assenso. Spesso accade che si dica: '300 pezzi per l'azienda X, sovente italiana, non convengono e allora prendiamone 600'. Come se non si trattasse di spese ingenti. Molti militari poi, terminata la carriera, sono andati a finire nei Consigli di amministrazione di Finmeccanica o associati e qualche dubbio, rispetto al conflitto d'interesse e alle scelte che vengono fatte, è legittimo averlo».