sabato 7 gennaio 2012

Cappellacci a processo? Tutto il suo padrone... Da Silvio a Ugo

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La notizia è di pochi giorni fa ma ha avuto una eco solo locale, quindi va fatta girare. Il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci, legatissimo a Silvio Berlusconi (primo atto della sua giunta: uccidere la legge salva-coste di Soru e liberalizzare gli abusi edilizi del suo padrone Silvio), è stato oggetto di una richiesta di rinvio a giudizio (con Verdini, Carboni, Dell'Utri e altri loschi tipacci) per la questione dell'eolico. Abbiamo già dato conto dei tanti giochi sporchi attuati dalla sua giunta (cercate nel blog), adesso arriviamo all'inizio della fine, all'epilogo. Come il suo padrone Silvio, anche Ugo timbra il tesserino! Massima diffusione oltre-Tirreno.

P3 ed eolico, chiesti venti rinvii a giudizio
da La Nuova Sardegna
Tra gli accusati Carboni, Dell'Utri, Verdini e Cappellacci. Il nucleo del sodalizio chiamato in causa dai pm anche per aver costituito un’associazione segreta

ROMA. La Procura ha firmato 20 richieste di rinvio a giudizio senza deludere le attese. Anche per il governatore Ugo Cappellacci, accusato solo di abuso d'ufficio. Marcello Dell'Utri, Denis Verdini e Flavio Carboni sono indicati come fondatori della P3 e rischiano il processo con l'accusa di aver creato e diretto una società segreta il cui scopo occulto era interferire nelle decisioni delle Alte corti per «aggiustare» i guai giudiziari di Silvio Berlusconi. Quel Cesare, come veniva chiamato, citato 19 volte nelle migliaia di pagine processuali, ma mai indagato e neppure interrogato.

Sotto accusa anche per l'eolico sporco in Sardegna, il siciliano Dell'Utri, fondatore di Forza Italia, il toscano Denis Verdini, ex coordinatore nazionale del Pdl, Flavio Carboni, l'amico che a Berlusconi ha fatto strada in Sardegna vendendogli ville e terreni a Porto Rotondo, l'uomo degli appalti eolici che diceva di poter vantare un patto di ferro con il presidente Cappellacci.

Ai «fondatori» si aggiungono altri indagati per i quali il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli hanno firmato ieri richieste per reati che vanno dalla violazione della legge Anselmi, all'associazione per delinquere, dalla corruzione all'abuso di ufficio, dalla diffamazione alla violenza privata, a seconda del ruolo svolto da ciascuno nel sodalizio segreto. In pista per questi scopi, secondo i magistrati, il sedicente giudice tributarista Pasquale Lombardi e l'ex assessore napoletano Arcangelo Martino, che poi si è pentito. Per l'ex premier «quattro pensio
nati sfigati», che però conoscevano un sacco di gente importante.

Come il presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, finito nei guai per aver manovrato l'assegnazione del Lodo Mondadori alle sezioni unite della Suprema Corte, in cambio di molte promesse su futuri incarichi. L'unico a cavarsela tra i sospettati illustri, l'ex sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, inizialmente indagato per appartenenza ad associazione segreta. L'ex magistrato aveva partecipato ad alcuni pranzi in casa Verdini in cui si discuteva del Lodo Alfano. Per lui i pm chiederanno l'archiviazione. Un ruolo nella salvezza di Caliendo l'ha avuta certo la linea di difesa dell'avvocato Paola Severino, oggi ministro della Giustizia.

Ma a pagare il prezzo più alto sono stati alcuni amministratori sardi e un nutrito gruppo di amici e parenti di Carboni. Caduta l'accusa di corruzione, a Ugo Cappellacci viene contestata la nomina di Ignazio Farris a direttore generale dell'Arpa Sardegna, «avvenuta in assenza di predeterminazione dei criteri oggettivi da seguirsi nella procedura, senza alcuna valutazione di merito comparativo e senza riguardo agli obiettivi della piena efficienza e del buon andamento della pubblica amministrazione, ma sulla base di un provvedimento arbitrario». Scopo dell'operazione, si legge nella richiesta di rinvio, «favorire interessi di Carboni, Verdini e Dell'Utri nella realizzazione, con modalità illecite, di un programma imprenditoriale avente a oggetto interventi nel risanamento ambientale, nelle bonifiche e nella messa in sicurezza delle aree minerarie dismesse, di proprietà... pubblica, esistenti in Sardegna e la realizzazione di impianti di produzione eolica».

Definitivamente usciti di scena invece l'ex assessore regionale all'Urbanistica Gabriele Asunis e l'ingegner Franco Piga, ex presidente dell'Autorità d'ambito, protagonista con Cappellacci di una famosa telefonata in cui alludendo alle pressioni di Verdini e Carboni, il governatore gridava: «È finita, da domani tiro giù la saracinesca così la smetteranno di rompere i coglioni». Non si è salvato invece Pinello Cossu, titolare dell'agenzia per l'ambiente Tea. Né il consulente di Carboni Marcello Garau. E neppure il direttore dell'agenzia Unicredit d'Iglesias nella quale la compagna del regista Carboni, Antonella Pau, aveva un conto su cui in realtà operava il deus ex machina a lei vicino. Anche la moglie dell'imprenditore è finita nei guai per alcuni conti a lei intestati al Credito cooperativo fiorentino, la banca toscana di Verdini, dove sono confluiti i 5 milioni e 800mila euro versati dagli imprenditori forlivesi Alessandro Fornari e Fabio Porcellini. Talmente interessati alle pale eoliche in Sardegna da tirare fuori i soldi prima ancora di avet sottoscritto un accordo.

Chiesto il rinvio a giudizio anche per il coordinatore regionale del Pdl Massimo Parisi, socio di Verdini, per gli 800 mila euro che dovevano saldare i debiti della Società editrice Toscana. Il Vice-Cesare Dell'Uri in definitiva ha incassato soltanto un paio di assegni per 150mila euro, anche se agli atti della P3 ci sono tracce del «regalo» da 10 milioni che Berlusconi gli ha fatto per aiutarlo a riparare i suoi debiti. Infine diffamazione e e violenza privata sono i reati contestati all'ex sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino e al sindaco di Pontecagnano Pasquale Sica, accusati di aver confezionato il dossier Caldoro per mettere fuori gioco il futuro governatore della Campania.


P3, le sottili trame nell'isola di Carboni e soci
da La Nuova Sardegna
Per l'eolico passa all'esame del gip il ruolo di Cappellacci, accusato di abuso d'ufficio

ROMA. C'è un passato che non passa nei misteri d'Italia. Di questo passato fa parte Flavio Carboni, l'eterno affarista. Ad onta dei 7 mesi trascorsi in carcere, dei by pass coronarici, dell'eterno sorriso, è lui il vero leader della P3. Il nome più ricorrente nelle 68mila pagine dell'inchiesta è il suo. Non c'è informativa, rapporto o interrogatorio da cui non emerga la sua abilità nel tessere l'immensa trama della «società segreta».

In un rapporto della Finanza del 18 maggio scorso si afferma che è «vero collettore dell'organizzazione.. il trait d'union tra i finanziatori, gli esponenti politici e gli appartenenti a enti e amministrazioni pubbliche della Regione Sardegna e politici di rilievo nazionale, nelle persone del senatore Dell'Utri e dell'onorevole Verdini». Invano il suo avvocato Renato Borzone si affanna a ricordare che Carboni fra dieci giorni compirà 80 anni: «Gli ultimi 30 segnati da arresti, processi da cui è uscito sempre assolto, come lo sarà anche stavolta se incontrerà un magistrato senza pregiudizi». Il suo prorompente dinamismo emerge dalle pagine processuali dove si parla di «un comitato d'affari», un «gruppo di potere», una «loggia piduista». Al centro c'è sempre lui. Quella volpe di Verdini nell'interrogatorio racconta: «Dalla confidenza dimostrata ritengo che Dell'Utri conoscesse Carboni da molto tempo anche se non conosco la natura dei loro rapporti».

L'amicizia con Dell'Utri coincide con l'inizio dei rapporti con Berlusconi, ai tempi di Olbia 2. Verdini precisa poi che Carboni gli era stato presentato da imprenditori toscani perché voleva diventare suo socio nella Società editrice toscana per aprire un nuovo giornale in Sardegna: «Il mese successivo ci fu un altro incontro al quale prese parte Dell'Utri che appoggiò la proposta editoriale». Al terzo, di fine estate, Flavio la butta lì: «Si rivolse a me e Dell'Utri per ottenere il nostro interessamento con Ugo Cappellacci, per sostenere la candidatura di tale Ignazio Farris alla carica di direttore dell'Arpas». La scalata prosegue in terra sarda.

Racconta Cappellacci: «Effettivamente l'indicazione per questa nomina venne dall'onorevole Verdini... sono stato oggetto di pressioni... per il rilascio dell'autorizzazione unica. Tali pressioni venivano trasferite a me da Verdini e qualche volta anche da Dell'Utri». La spiegazione offerta è convincente: Verdini teneva agli impianti eolici per risanare la situazione del suo Credito fiorentino. Quando parte l'inchiesta, oltre a Ignazio Farris, viene indagato Pinello Cossu (Udc), titolare di una società di bonifica. In una conversazione con lui, l'8 agosto 2009, Carboni rispondeva: «Sono società create ad hoc, sono milanesi... quelle che ha ordinato Verdini... non hanno una loro anzianità, una loro storia! Sono società create da amici che sai chi sono!» Questa la storia del viceré di Sardegna, la fine della P3 l'ha soltanto interrotta.

Intanto nuove reazioni e scontri a Cagliari. «I risvolti cupi e maleodoranti dell'attività della P3 non consentono ad alcuno di essere garantista ma impongono il massimo rigore e intransigenza»: questo il commento di Adriano Salis, capogruppo dell'Idv in consiglio regionale, che chiede le dimissioni del presidente. Poco dopo, per il Pdl, arriva la replica di Pietro Pittalis: «Salis è garantista a senso unico, solo col proprio schieramento politico. Invece dovrebbe riflettere: Cappellacci dimostrerà la sua estraneità».

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