venerdì 27 gennaio 2012

Formigoni sta per saltare? - CL: la nuova Piovra

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Vi invito alla lettura di questi due articoli, molto illuminanti. Quello che tutti sappiamo è che da quelle parti se non hai il sostegno di Comunione e Liberazione e non fai affarri con la 'Ndrangheta (o la Mafia, Camorra, a seconda delle zone) non prendi voti e non vieni eletto. Chi vuole la poltrona deve costruirgli il sostegno, costi quel che costi, anche violare la Legge. E il vaso di Pandora viene scoperchiato... rivelando che la vera Piovra è CL.

Formigoni, il cerchio si stringe
di Paolo Biondani
Ecco i dossier in arrivo dalla Svizzera sugli uomini del presidente della Lombardia. Che smistavano mazzette nel segno di Comunione e Liberazione. Mentre, fra cosche e tangenti, gli arresti mettono in ginocchio la giunta regionale

Massimo Ponzoni, consigliere e sottosegretario regionale Pdl, straordinario collettore di voti per "il grande capo Formigoni" in Brianza, già assessore lombardo all'Ambiente e alla Protezione civile: arrestato dai magistrati di Monza per una valanga di tangenti urbanistiche e per due bancarotte immobiliari, con imprese svuotate per finanziare le campagne elettorali. Franco Nicoli Cristiani, ras del Pdl a Brescia, consigliere regionale e assessore all'Ecologia nelle prime giunte Formigoni: incarcerato dai giudici di Brescia e Milano subito dopo aver intascato una mazzetta di 100 mila euro (e ne aspettava altri 100 mila) per autorizzare una discarica fuorilegge di scorie d'amianto. Pierangelo Daccò, imprenditore-faccendiere internazionale di stretta osservanza ciellina, proprietario dello yacht di una delle tante vacanze gratuite del governatore lombardo: arrestato da altri magistrati milanesi per traffici milionari di fondi neri, prelevati dalle casse dell'indebitatissimo ospedale San Raffaele.

Tre nomi, tre inchieste che marcano solo alcuni dei passaggi più recenti delle tempeste giudiziarie che da mesi scuotono i vertici della Regione Lombardia. Imbullonato dal 1995 alla poltrona di presidente, Roberto Formigoni da Lecco, 64 anni, oggi è un politico assediato dagli scandali. Se n'è accorto anche Umberto Bossi ("Ormai ne arrestano uno al giorno") che ha rumorosamente minacciato di togliere l'appoggio della Lega e far crollare la giunta. A rischio di scatenare un regolamento di conti nel centrodestra in tutto il Nord. Forte del potere garantito dalla poderosa macchina del consenso targata Comunione e liberazione, il "celeste" governatore resta trincerato in cima al grattacielo più alto della metropoli (si è fatto costruire un apposito Pirellone-bis, naturalmente con soldi pubblici), ma mostra tutto il suo nervosismo gridando al complotto di inesistenti giudici comunisti, gli stessi che avevano chiesto il carcere per il suo sfidante di sinistra Filippo Penati. E per la prima volta dichiara che potrebbe non ripresentarsi nel 2015, con la malcelata speranza di ricompattare la sua base, superare la bufera e puntare su Roma. Gli scandali però si moltiplicano. Dalla sanità alle grandi opere, dai rifiuti alla mafia. Gli sviluppi delle tante inchieste aperte restano imprevedibili. E un colpo di scena inatteso, che "l'Espresso" è in grado di rivelare, arriva dalla Svizzera.

Pochi giorni fa i giudici elvetici hanno trasmesso ai pm milanesi nuovi documenti bancari, che sembrano quasi la fotografia di un peccato originale. Un sistema di conti esteri che per almeno un decennio, quello dell'ascesa e consacrazione del governatore lombardo, ha nascosto e custodito un fiume sotterraneo di finanziamenti che irrorava una specie di cupola di Cl. Soldi versati segretamente da aziende del gruppo Finmeccanica, compresa l'ormai famosa Selex (già Alenia), e dai petrolieri italiani coinvolti nello scandalo Oil for food (leggi). Ora le carte documentano che il conto più importante era gestito da due tesorieri ciellini. Almeno uno di loro, negli stessi anni, viveva vicino a Formigoni. Molto vicino. Praticamente sotto lo stesso tetto.

Via Dino Villani è una strada a gomito tra il centro e la periferia nord di Milano, a cinque minuti di macchina dalla Regione. L'immobile con le finiture più ricche è un palazzo a forma di "L", protetto da un alto muro di cinta che lascia intravedere solo il parco e i comignoli dei camini. "C'era anche una piscina", racconta un vicino.
Ma chi è il proprietario? E chi ci vive? A rispondere è un ex custode: "Era di Ligresti. Poi è diventato la villa del presidente Formigoni, che ha abitato qui per molti anni. Ora l'immobile è stato ristrutturato e diviso in appartamenti messi in vendita".

Le visure catastali documentano che il palazzo era ed è tuttora di proprietà dell'Immobiliare Costruzioni (Im.co), la scatola edilizia della famiglia Ligresti. La ristrutturazione, stando ai ricordi dei vicini, sarebbe partita poco dopo i primi articoli di stampa sul ruolo di tre amici di Formigoni nello scandalo Oil for food.

Finora si sapeva che gli assessori ciellini all'urbanistica milanese, da Maurizio Lupi in poi, facevano il possibile per aiutare i maxi-progetti del costruttore siciliano, che da re del mattone è nel frattempo diventato imperatore dei debiti. Ma si ignorava che negli stessi anni Formigoni in persona fosse, nella migliore delle ipotesi, inquilino di Ligresti. Visti gli autorevoli precedenti di Scajola e Tremonti, però, non si può escludere che lo fosse a sua insaputa. Anche perché quel palazzo non ospitava solo lui: almeno fino all'autunno 2006, quella era una casa-comunità dei Memores Domini, l'associazione che organizza i ciellini più devoti, quelli che convivono in gruppi chiusi che ricordano i "numerari" dell'Opus Dei o i "sigilli" di don Verzè.

Insieme a Formigoni, allo stesso indirizzo di via Villani 4 ha vissuto per anni Alberto Perego, un fiscalista milanese degli studi Sciumè e Interfield. Lo dichiara lui stesso, il 13 ottobre 2006, deponendo in procura come testimone nell'inchiesta Oil for food. Il pm gli chiede se per caso è lui a essersi intestato, per conto dei Memores, un deposito svizzero chiamato Paiolo: è il forziere dove tra il 1994 e il 2004 sono finiti, tra l'altro, 829 mila dollari versati dalle industrie militari del gruppo Finmeccanica. Perego conferma di far parte dei Memores, spiega che nella casa-comunità di Formigoni viveva anche il suo segretario Fabrizio Rota, ma smentisce qualsiasi pasticcio elvetico: "Non ho mai avuto conti esteri né alcun rapporto con Finmeccanica". Il pm Alfredo Robledo, sulla base di altri documenti e testimonianze, lo indaga per falsa testimonianza. Ora sta per aprirsi il processo. E la Svizzera, il 12 gennaio scorso, ha finalmente trasmesso il documento ufficiale con i nomi dei beneficiari del conto Paiolo, aperto nel lontano 1991, prima di Tangentopoli, alla Bsi di Chiasso.

Il primo titolare è proprio Alberto Perego. Ma la vera sorpresa è che il conto Paiolo, quello che ha custodito fino al 2004 i soldi di Finmeccanica poi travasati verso ignote destinazioni, ha anche un secondo contitolare. Un altro tesoriere occulto di Cl, secondo l'accusa. Che almeno per ora resta senza identità: le autorità svizzere hanno cancellato il suo nome dalle carte. E la procura di Milano non ha fatto una piega, perché rientra nelle regole del gioco: è il segno che si tratta di una persona che finora non è mai emersa nelle indagini italiane. Per cui ha diritto di restare protetta dal segreto bancario svizzero. Morale: nella saga dei conti esteri dell'aristocrazia ciellina, spunta un nuovo mister X delle tangenti bianche.
Sul governatore assediato, però, incombono emergenze giudiziarie più gravi del processo all'amico Perego, destinato a quasi sicura prescrizione.

Non a caso Formigoni, mentre è costretto a contare i suoi ex assessori arrestati (compreso Piergianni Prosperini, già condannato), ora ammette addirittura che forse fu "un errore" ricandidare Nicoli Cristiani, un berlusconiano sceso a patti con Cl senza farne parte, o Ponzoni, che però faceva comodo come recordman delle preferenze, tanto da riconquistare un posto in lista nel 2010, quando era già notoriamente indagato (oltre che intercettato con i suoi amici imprenditori della 'ndrangheta). Il governatore però non parla mai di mariuoli, mele marce o traditori. E non solo perché sa che molti degli attuali detenuti politici erano generosi anche con lui.

Come dimostrano le foto, scoperte da "l'Espresso", di Formigoni in costume da bagno sullo yacht di Daccò. O la testimonianza dell'imprenditore pentito che, per comprare "al presidente" un regalo da 12 mila euro, giura di essersi fatto accompagnare in gioielleria dal suo portaborse, in compagnia di Ponzoni.

Il problema più grave, come osserva Bossi con il consueto garbo, è che la lista degli indagati e arrestati continua ad allungarsi. E oltre ai personaggi più in vista comprende molti altri nomi di sicura obbedienza ciellina.

Qualche esempio? Antonino Brambilla, nominato assessore della Provincia di Monza nonostante la condanna definitiva di Tangentopoli (mazzette sui rifiuti ai tempi dell'emergenza discariche a Milano), è stato appena riarrestato come presunto complice di Ponzoni. Il vicedirettore dell'Arpa, l'agenzia regionale deputata a difendere i lombardi dagli inquinatori, dopo le manette sta vuotando il sacco sulle tangenti all'amianto di Nicoli Cristiani. Antonio Chiriaco, manager calabrese di cliniche lombarde, promosso direttore sanitario della ricchissima Asl di Pavia con nomina "fiduciaria" della giunta Formigoni, è in galera dal 2010 non per concorso esterno, ma come mafioso organico della 'ndrangheta. Rosanna Gariboldi, assessore del Pdl pavese fino al giorno dell'arresto e moglie del parlamentare Giancarlo Abelli, uno dei più potenti alleati del governatore, è stata già condannata a due anni di reclusione: riciclava sul suo conto a Montecarlo i fondi neri di Giuseppe Grossi, il re degli inceneritori targati centrodestra, scomparso per malattia mentre era indagato per colossali disinquinamenti-fantasma, con frodi fiscali e corruzioni da Milano a Sesto.

Ognuna di queste inchieste potrebbe far partire un effetto-valanga. E a questo punto molti altri imprenditori agganciati alla Compagnia delle Opere, il carro economico di Cl, ora temono le manette per tangenti ambientali o edilizie. Costruttori, disinquinatori e asfaltatori sono terrorizzati dalla scoperta che nelle inchieste sull'urbanistica regionale c'è almeno un pentito con i verbali coperti da "omissis". Mentre i fornitori sanitari sono impressionati dal vortice di fatture false, fondi neri e spese pazze emerso sullo sfondo delle rovine del San Raffaele, l'ospedale che per Formigoni era "il fiore all'occhiello della sanità lombarda". E che in realtà ha accumulato un passivo - scoperto solo dopo il suicidio del manager Mario Cal - di un miliardo e mezzo di euro. Anche se incassava la bellezza di 600 milioni all'anno di rimborsi sanitari pubblici, per tre quarti garantiti dagli amici ciellini della Regione Lombardia.

Va sottolineato che Formigoni in passato è sempre stato assolto e allo stato non risulta neppure indagato. Il suo nome però continua a ripetersi anche nelle indagini più spinose. Un esempio? Pierluca Locatelli, l'imprenditore che ha corrotto Nicoli Cristiani, nel novembre scorso cercava una raccomandazione per i primi maxi-appalti dell'Expo 2015. Intercettato, ne parla con un funzionario corrotto. Che gli riferisce di aver interessato "Paolo Alli", il sottosegretario ciellino che sta diventando il braccio destro di Formigoni. E com'è andata? "Il presidente ha dato l'ok", assicura il funzionario corrotto dell'Arpa. Per adesso sono soltanto parole. Intercettazioni che attendono riscontri. Ma in Regione Lombardia, dopo vent'anni di affari in libertà, con la crisi sembrano tornati i tempi di Mani Pulite.


Cl, tanti soldi in nome di Dio
di Roberto Di Caro e Luca Piana
Aziende. Appalti. Sanità. Politica. Ormai Comunione e Liberazione è una piovra affaristica che fa affari in tutta Italia. E con l'Expo, sarà un'altra cuccagna

Dall'ira di Comunione e liberazione non si salva nessuno. Neppure Silvio Berlusconi. Nel dicembre 2009 il premier aveva osato sostituire Luigi Roth, fedelissimo di Roberto Formigoni e da dieci anni presidente della Fondazione Fiera di Milano, con Giampiero Cantoni, imprenditore meccanico, docente alla Bocconi, tre volte senatore Pdl e soprattutto amico suo. Formigoni abbozza, fa buon viso a cattivo gioco, intanto prepara la sua vendetta. Fredda e spietata, come si conviene a un potere sicuro di sé.

Ci mette un anno esatto: il 10 novembre scorso spedisce in largo Domodossola, negli uffici della Fondazione, Pio Dario Vivone, avvocato del servizio giuridico della Regione Lombardia. Il suo mandato è spulciare tutte le carte, passare al setaccio i conti, valutare se scelte e investimenti della nuova gestione sono legittimi o meno: nei dieci anni di Roth il ciellino una cosa del genere non s'era mai vista. L'8 febbraio il gavettone è pronto: nelle 19 pagine di relazione finale, l'avvocato Vivone, dopo qualche apprezzamento di rito, piazza i suoi colpi. I costi di gestione: spropositati, in tempi di crisi. Il grattacielo per uffici nella nuova Fiera di Rho: 43 milioni buttati, nessuno lo affitta, è vuoto e verosimilmente tale resterà anche il prossimo anno. Il nuovo Centro congressi al Portello, pronto ad aprile: doveva costare 40 milioni, se ne sono andati 63,5. Da ultimo, l'affondo, sul punto dolentissimo dei terreni per l'Expo 2015, sui quali s'è consumata nei mesi scorsi la rottura col sindaco di Milano Letizia Moratti: la Fondazione li ha rivalutati nel suo bilancio, con la scusa che rivendendoli ci guadagnerà, ma come terreni agricoli non rendono un soldo, non verranno venduti per almeno 5 anni, e in ogni caso l'obiettivo della Fondazione dovrebbe essere la riuscita dell'Expo, non la speculazione edilizia come un Ricucci qualsiasi. Drastiche le conclusioni: tagliate i costi, vendete le controllate, Centro congressi e nuovi uffici fateli rendere o dismetteteli.

Capito come funziona? O gli affari li facciamo noi di Cl, o ti accordi con noi accontentandoti delle briciole. Se ti metti contro, fossi anche l'unto del Signore, prima o poi ti tagliamo le gambe. E se non ti possono distruggere, ostentatamente ti snobbano. Berlusconi, i ministri Roberto Maroni, Ferruccio Fazio e Maria Stella Gelmini, la Moratti, il cardinal Martini: c'erano tutti, il 14 marzo scorso, al San Raffaele a festeggiare i 90 anni di don Luigi Verzé. Tutti tranne Formigoni, memore forse di quando il fondatore dell'ospedale, prete col pallino degli affari, tentò di accreditarsi anche come erede di don Luigi Giussani, il fondatore, sfilando qualche adepto alla ditta Formigoni & Co. Si capisce, uno se le attacca al dito, queste cose. Ora, vedremo, la partita è tra Cl e la Lega, i due galli nel ricco pollaio del Nord. Un po' battagliano e un po' s'accordano, in un gioco che per il Carroccio si sta rivelando pericoloso, causa di liti, spaccature interne, liste contrapposte per i vertici Asl, persino una cacciata, quella di Alessandro Cè, ex capogruppo alla Camera, dal 2005 assessore lombardo alla Sanità, costretto a lasciare per aver denunciato che il tanto decantato modello sanitario lombardo "si basa su analisi e cifre manipolate e sull'occupazione sistematica del potere".

Per questo la chiamano "lobby di Dio", setta catto-affarista, Comunione e fatturazione, Commistione e lottizzazione. Sono una potenza. Come movimento ecclesiale, sono un esercito di 100 mila, forse 300 mila aderenti, i numeri sono segreti. Hanno una compattezza ideologica oggi rara, perché "alla radice del nostro modo di fare politica c'è un atteggiamento religioso", scriveva don Giussani, scomparso nel 2005. Hanno costruito una coesa macchina da guerra schierata in politica, nella pubblica amministrazione, nella sanità, nella scuola, nelle onlus. E nel business, naturalmente.

__img__La Compagnia delle Opere, il loro braccio operativo nell'economia, conta 34 mila aziende, per un fatturato annuo di 70 miliardi di euro: una volta e mezza la Fiat, per capirci, o un ventesimo dell'intero Pil nazionale. E' vero, quasi metà sono in Lombardia, culla del movimento e cuore del suo potere, esteso dal presidente della Regione fino al portiere di notte dell'ultima clinica. Ma nuove direttrici d'espansione sono il Veneto, l'Emilia-Romagna, la Sicilia, il Lazio: a Roma hanno ormai 1.500 iscritti, un seggio in Camera di commercio, il presidente dell'azienda dei trasporti Atac. E se i confini nazionali fossero troppo stretti, a fine giugno Matching, l'annuale fiera del business della Compagnia, si terrà per la prima volta fuori Italia, a Mosca: dove è di Cl l'arcivescovo, monsignor Paolo Pezzi.

Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. "Il giro d'affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire", sparò nell'ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, "e il nostro è un calcolo al ribasso". Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d'Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant'altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell'ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.

Il sostituto d'incasso
La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil ("I tre porcellini", come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D'Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l'1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all'anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell'Inps, parla di almeno un miliardo l'anno. Secondo quanto risulta a 'L'espresso', il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell'esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s'intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l'Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l'ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato parere contrario. E l'emendamento è colato a picco. Dall'ira di Comunione e liberazione non si salva nessuno. Neppure Silvio Berlusconi. Nel dicembre 2009 il premier aveva osato sostituire Luigi Roth, fedelissimo di Roberto Formigoni e da dieci anni presidente della Fondazione Fiera di Milano, con Giampiero Cantoni, imprenditore meccanico, docente alla Bocconi, tre volte senatore Pdl e soprattutto amico suo. Formigoni abbozza, fa buon viso a cattivo gioco, intanto prepara la sua vendetta. Fredda e spietata, come si conviene a un potere sicuro di sé.

Ci mette un anno esatto: il 10 novembre scorso spedisce in largo Domodossola, negli uffici della Fondazione, Pio Dario Vivone, avvocato del servizio giuridico della Regione Lombardia. Il suo mandato è spulciare tutte le carte, passare al setaccio i conti, valutare se scelte e investimenti della nuova gestione sono legittimi o meno: nei dieci anni di Roth il ciellino una cosa del genere non s'era mai vista. L'8 febbraio il gavettone è pronto: nelle 19 pagine di relazione finale, l'avvocato Vivone, dopo qualche apprezzamento di rito, piazza i suoi colpi. I costi di gestione: spropositati, in tempi di crisi. Il grattacielo per uffici nella nuova Fiera di Rho: 43 milioni buttati, nessuno lo affitta, è vuoto e verosimilmente tale resterà anche il prossimo anno. Il nuovo Centro congressi al Portello, pronto ad aprile: doveva costare 40 milioni, se ne sono andati 63,5. Da ultimo, l'affondo, sul punto dolentissimo dei terreni per l'Expo 2015, sui quali s'è consumata nei mesi scorsi la rottura col sindaco di Milano Letizia Moratti: la Fondazione li ha rivalutati nel suo bilancio, con la scusa che rivendendoli ci guadagnerà, ma come terreni agricoli non rendono un soldo, non verranno venduti per almeno 5 anni, e in ogni caso l'obiettivo della Fondazione dovrebbe essere la riuscita dell'Expo, non la speculazione edilizia come un Ricucci qualsiasi. Drastiche le conclusioni: tagliate i costi, vendete le controllate, Centro congressi e nuovi uffici fateli rendere o dismetteteli.

Capito come funziona? O gli affari li facciamo noi di Cl, o ti accordi con noi accontentandoti delle briciole. Se ti metti contro, fossi anche l'unto del Signore, prima o poi ti tagliamo le gambe. E se non ti possono distruggere, ostentatamente ti snobbano. Berlusconi, i ministri Roberto Maroni, Ferruccio Fazio e Maria Stella Gelmini, la Moratti, il cardinal Martini: c'erano tutti, il 14 marzo scorso, al San Raffaele a festeggiare i 90 anni di don Luigi Verzé. Tutti tranne Formigoni, memore forse di quando il fondatore dell'ospedale, prete col pallino degli affari, tentò di accreditarsi anche come erede di don Luigi Giussani, il fondatore, sfilando qualche adepto alla ditta Formigoni & Co. Si capisce, uno se le attacca al dito, queste cose. Ora, vedremo, la partita è tra Cl e la Lega, i due galli nel ricco pollaio del Nord. Un po' battagliano e un po' s'accordano, in un gioco che per il Carroccio si sta rivelando pericoloso, causa di liti, spaccature interne, liste contrapposte per i vertici Asl, persino una cacciata, quella di Alessandro Cè, ex capogruppo alla Camera, dal 2005 assessore lombardo alla Sanità, costretto a lasciare per aver denunciato che il tanto decantato modello sanitario lombardo "si basa su analisi e cifre manipolate e sull'occupazione sistematica del potere".

Per questo la chiamano "lobby di Dio", setta catto-affarista, Comunione e fatturazione, Commistione e lottizzazione. Sono una potenza. Come movimento ecclesiale, sono un esercito di 100 mila, forse 300 mila aderenti, i numeri sono segreti. Hanno una compattezza ideologica oggi rara, perché "alla radice del nostro modo di fare politica c'è un atteggiamento religioso", scriveva don Giussani, scomparso nel 2005. Hanno costruito una coesa macchina da guerra schierata in politica, nella pubblica amministrazione, nella sanità, nella scuola, nelle onlus. E nel business, naturalmente.

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