giovedì 9 febbraio 2012

Eco-Energia. Germania anni luce avanti rispetto all'Italia

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Ricostruire le basi dell'economia, il pensiero in generale dell'azione politica, fuori da logiche da bieco extra-profitto e clientele da mantenere. In queste cose la Germania è anni luce avanti rispetto all'Italia. Tenete sotto controllo questo sito e questa articolista, a seguire altri articoli. Buona lettura.

A proposito di eco-energia in Germania e sull’approccio ecologico al sostenibile.
da Il Sostenibile
di Francesca Petretto

Turbine eoliche ad alta tensione, impianti a biogas, pannelli fotovoltaici, centrali geotermiche: la politica energetica della Germania nel post Fukushima è oramai totalmente indirizzata all’impiego dell’Alternativa del Sostenibile, non più quindi, come capitava agli albori dell’Ecologia, solo operando nella promozione della stessa e delle idee che ne sono a fondamento, ma lavorando ad una fattiva alternativa politica, giustificata dai tempi, ormai conclamata, ed incredibilmente trasversale alla società ed alla vita politica stessa del Paese.

Che cos’è l’Ecologia? Non a caso il termine fu coniato da un biologo tedesco, Ernst Haeckell nel 1866: “[essa] è l’insieme di conoscenze che riguardano l’economia della natura; l’indagine del complesso delle relazioni di un animale con il suo contesto sia inorganico sia organico, comprendente soprattutto le sue relazioni positive e negative con gli animali e le piante con cui viene direttamente o indirettamente a contatto”; l’Ecologia è insomma lo studio di tutte quelle complesse “condizioni della lotta per l’esistenza”, secondo la definizione darwiniana; oikos (dal gr. οίκος), “casa” (o anche “ambiente”) e logos (λόγος) “discorso” (o “studio”). Interroghiamoci sulla medesima radice dei due termini e delle due branche del sapere a torto da molti ritenute antagoniste, “Ecologia” ed “Economia”: il termine “oikos”in quanto “gestione della casa” è comune, laddove la seconda sostituisce al logos, il nomos (νόμος) ovvero “la norma” o “la legge” ed è per estensione, dunque, la “gestione del patrimonio”, la sua amministrazione. A distanza di 150 anni dalla definizione di Haeckell sarebbe ridicolo ricusare la comune origine dei due termini e con essa la matrice condivisa dalle due discipline ché anzi solo la loro mutua interdipendenza può garantire la sopravvivenza del nostro malato Pianeta. Eppure, come messo in luce il brillantissimo articolo di Guido Viale ne Il Manifesto del 2 febbraio scorso, è proprio qui che risiede la causa del suo parziale fallimento e dello scarso consenso riscosso in molti paesi dell’occidente industrializzato, Italia in testa. C’è poi anche la questione sociale: la “tutela della casa in quanto ambiente” non può essere priva di connotazioni sociali, ma dev’essere attenta a depurare le relazioni sociali da ogni forma di coercizione e gerarchia e a valorizzare invece le varietà, la simbiosi, la libertà. Non ci si può dichiarare ecologisti o ambientalisti, oggi, senza essere allo stesso tempo contro le gerarchie umane, sociali, politiche in quanto coercizioni: come diceva Murray Bookchin “l’ecologia, o è sociale o non è”, e sarebbe da schizofrenici, pare chiosare in un intervista alla Taz (Die Tageszeitung il quotidiano dei Verdi tedeschi) Oliver Krischer (presidente dei comitato dei Verdi tedeschi per l’Ambiente, la conservazione della natura e la protezione dal nucleare) autoproclamarsi i campioni del Clima e contemporaneamente frenare l’azione” e la presa di decisioni scomode per le gerarchie economiche e dunque ecologicamente effettive (fa riferimento nello specifico all’importazione di carburante dal Nord America).

In base a cosa possiamo affermare oggi che la Germania è sì una nazione ecologista, sensibile alla questione economica/sociale e attiva in quella che Viale definisce “conversione ecologica dell’economia”? Perché, si perdoni la semplificazione, riesce al contempo a muovere la propria politica ambientalista tanto nell’ottica dell’interesse economico quanto nel rispetto di quello sociale; riesce cioè – da quanto detto prima – a prendere decisioni motivate non dalla contrapposizione bensì dalla stretta collaborazione ed il mututo soccorso dei principi che ne sono a fondamento. È dall’inizio degli anni 70, ben prima della caduta del Muro di Berlino, che l’approccio ecologico si impone assennatamente nella cultura tedesca, e questi che osserviamo e consideriamo oggi ne sono i felici risultati. In un’intervista del 2008 a Christine Sommer-Guist, giornalista e scrittrice tedesca nota agli addetti ai lavori, il prof. Gerhard de Haan, presidente in carica dal 2004 al 2014 del comitato nazionale tedesco del “Decennio dell’educazione allo sviluppo sostenibile” (nato sotto il patrocinio delle Nazioni Unite) afferma: “Non c’è dubbio che i tedeschi si impegnino a salvaguardare l’ambiente. In Germania tutti hanno a cuore le tematiche ambientali. Anche il cambiamento climatico viene preso sul serio e dibattuto ampiamente. Lo stesso vale anche per il consumo delle risorse primarie. L’importante è capire se il comportamento dei tedeschi rispecchi veramente la loro filosofia ambientalista. Quando si parla dell’Ambiente è essenziale passare dalla consapevolezza all’azione”. Qual è l’Azione che muove la politica del Sostenibile in Germania oggi? L’azione economica o quella sociale o entrambe? Umwelt o Wirtscahft compartecipano, collaborano nella Gesellschaft tedesca? Alla fine degli anni ’90 alcuni imprenditori dell’ex Germania Ovest iniziarono (e con che lungimiranza!) a pensare all’utilizzo di energia sostenibile e ad investire in essa per avviare il rilancio economico di una parte della nazione arretrata (ma finalmente unificata) nei territori dell’Est. Il movimento ambientalista tedesco riscosse immediato successo e ancora oggi in Germania il dibattito sul Sostenibile è vivo e non privo di accesi scontri in seno alle sedute del Bundestag; il nocciolo della questione può essere così riassunto: l’impiego del sostenibile, si interrogano i Verdi e gli ecologisti senza bandiera politica, è mosso solo da interessi prettamente filantropici e naturalistici/ambientalisti come definiti sopra o c’è dietro, anche qui, la speculazione capitalista e il dictat dell’interesse economico? È evidente che la Politica, in Germania come nel resto del mondo, non sempre si fa portavoce di ideali nobili che possano vantare l’assenza di uno spin di qualsivoglia tipo alle proprie spalle, soprattutto quando si tratta di interessi economici, scambi, movimenti di capitali anzitutto su scala sovranazionale. Tuttavia una cosa è certa: l’approccio tedesco è sempre e comunque politicamente diverso diverso, differente e avanti anni luce rispetto al nostro italiano. Consideriamo i reali motivi che impediscono ad oggi l’affermazione di una politica ambientalista su scala nazionale, in Italia, che non sia solo prerogativa del partito dei Verdi e del SEL, ma seria e reale obiettivo di tutte le fazioni rappresentate in Parlamento. Cosa significa “da noi” (in Italia) salvaguardia? Se non fosse accaduta la disgrazia di Fukushima, il movimento antinucleare avrebbe riscosso tanto successo? Non stiamo a sottilizzare, certo, l’importante è averla scampata (anche se le recenti affermazioni di alcuni ministri del nuovo governo remano contro), ma vogliamo interrogarci sui veri motivi che ci impediscono di evolverci nella direzione della sostenibilità ragionata? Salvaguardia ambientale e salvaguardia dell’antropizzato, Conservazione dei Beni Architettonici ed Ambientali recitava uno scomodo corso di laurea bandito da molte Scuole di Architettura italiane con la scusa dell’adeguamento alle direttive europee: quali direttive se non quelle del nostro personale interesse economico e degli equilibri internazionali? Intercorre poi tanta differenza tra la tutela dell’Ambiente e quella del patrimonio artistico nel nostro smemorato Paese? Cos’altro muove le decisioni politiche e personali di noi italiani se non l’imperativo del danaro, ovvero, al di là della sacrosanta considerazione economica, la triste e ristretta mentalità del “ci faccio i soldi o no?” e, di conseguenza “se non ce li faccio, non mi interessa”? Cosa spinge dei giovani ad unirsi in una cooperativa che ricicli i rifiuti in Campania o una famiglia friulana a installarsi l’impianto fotovoltaico sul tetto di casa, la tutela dell’ambiente o un’idea di guadagno e di soldi che entrano nel mio portafoglio? Perché decido di sfruttare l’energia solare per il sostentamento energetico della mia casa: perché ho capito che le tradizionali fonti di energia sono pressoché esauste ed inquinano? Perché voglio rendermi indipendente e sono stufo di pagare bollette salatissime ai vari – esosissimi – fornitori tradizionali di energia? O perché voglio vendere l’energia stessa che produco magari speculandoci? Il mio ecologismo di italiano sono certo sia “sociale”? Come posso pormi di fronte all’imperativo ecologico imparando dall’esempio tedesco?

Come spiega il prof. Michael Succow (http://www.succow-stiftung.de/home.html) “SOLO in maniera ecologica!”. È sacrosanto e conclamato che l’utilizzo delle energie rinnovabili sia l’unica strada che la civiltà umana può assumere se vogliamo sopravvivere nel futuro. Tuttavia ciò che fa la differenza è adottare un approccio ecologico per il modo in cui abbiamo a che fare con queste energie rinnovabili. è questo il nodo della questione: non è una considerazione banale, è indispensabile ci sia un approccio ecologico (e dunque economico-sociale) al sostenibile: in soldoni, non per farci i soldi. Rispettare l’ambiente, risparmiare energia poiché la produzione di energia secondo i metodi convenzionali è la maggiore causa di distruzione ed ammorbamento del nostro habitat naturale, paesaggistico e antropizzato, non solo in termini di controllo della costruzione scellerata sotto l’imperativo della cementificazione, con utilizzo scriteriato e dannoso per l’uomo e l’ambiente di fonti di energia esauste, ma anche di utilizzo quadridimensionale di questo medesimo spazio, dove – per dirla come Sigfried Giedion, la quarta dimensione è il tempo, un tempo tiranno, veloce, che ci impone una sosta di riflessione su quello che lasceremo a chi verrà dopo di noi. Non pochi, anche in Italia, gridano allo scandalo per il disturbo estetico-visivo che sarebbe prodotto dalle pale eoliche, e tutti ci riscopriamo amanti di una natura arcadica, bucolica che andiamo – però – periodicamente a visitare e inquinare con i nostri bei viaggi a bordo di diesel, aerei, treni o di una comunissima auto a benzina. È innegabile che sistemi di approvvigionamento di energie rinnovabili come le turbine eoliche richiedano l’utilizzo e l’occupazione di moltissimo spazio, e lo sottraggano a quell’incontaminato delle speculazioni arcadiche; è innegabile che spesso le pale eoliche producano rumore, ma è forse paragonabile il fastidio a quello del traffico della vicina statale o autostrada, a quello prodotto dai motori dei boeing che a centinaia passano ogni giorno sopra le nostre teste, e sono forse valutabili in quest’ottica miope i vantaggi oggettivi che questo sistema produrrebbe rispetto a quelli tradizionali? Il passo è breve: l’energia prodotta da impianti eolici può essere facilmente memorizzata durante la notte e poi usata per esempio per caricare le batterie delle auto elettriche; uscire dal ciclo di produzione dei carburanti si rivelerebbe, è a tutti noto, non solo la fattiva soluzione del problema dell’esaurimento del petrolio, ma anche della buona salvaguardia e salute dell’aria respirata da esseri e piante, dell’emissione di gas tossici, nonché della pace politica fra gli stati nel mondo. Un rivoluzione a vantaggio di aria, natura, spostamento fisico, movimento di persone, dunque un’evoluzione.

Un altro vanto tedesco è quello del risparmio energetico casa (con l’impiego puntuale del fotovoltaico e degli impianti geotermici) e delle piccole fattorie che utilizzano le bio-masse in piccole centrali decentrate, o terreni sottratti ad acquitrini paludosi non altrimenti utilizzabili dal punto di vista della produzione agricola: come titola un interessante articolo uscito sul TAZ pochi giorni fa: “con il letame ci facciamo i soldi”; tutto questo nel rispetto delle diversità naturali e di ciò che ciascuna di esse offre a chi ci vive o a chi ci investe economicamente. Il pilastro di ogni forma di uso del suolo deve essere la conservazione delle funzioni del suo eco-sistema. Continua il prof Succow: “quando si tratta di produzione di energia l’enfasi dovrebbe rimanere su energia eolica, solare e geotermica. Sulla prima, i parchi eolici off-shore sono la migliore risposta alla domanda di energia: l’inquinamento visivo dell’orizzonte è ridotto al minimo, perché i parchi sono in alto mare”. La Germania ne è ricca nel nord ma lo stato o chi per lui potrebbe lanciarsi ed investire anche nel sud del paese, nell’ottica di una produzione di energia a chilometro zero che non obblighi alla costruzione, questa sì non ecologica, di linee elettriche gigantesche per il suo trasporto capillare nelle diverse zone da approvvigionare del Paese. Il due per cento della superficie della Germania sarebbe sufficiente per la costruzione di impianti di energia eolica, in zone dismesse, abbandonate non più utilizzate ne utilizzabili, esauste e soprattutto certo non in quei luoghi ameni in cui al contrario prospera l’armonia con la natura. “La società deve capire che tratti incontaminati di campagna con la loro quiete e ampi spazi aperti devono essere conservati sia come aree ricreative sia per il loro effetto stabilizzante sul clima” e dunque un tale tipo di investimento non può muoversi nella cieca ottica del guadagno economico ma solo ed unicamente col fine dell’idea ecologica di base. Al contrario, nelle piccole realtà domestiche si dovrebbe incentivare se possibile ancora di più l’uso del fotovoltaico. Ecco quella giusta integrazione di cui si parlava all’inizio fra particolare/individuale e sovranazionale: due imperativi strettamente legati e di identica matrice: se funziona nel piccolo, funziona anche nel grande. Scrive Rudolf Schreiber: “La conservazione della natura deve essere sviluppata in un sistema di protezione della natura, dell’economia e della società”. La Germania è stata o è ad oggi in grado di mettere in pratica quest’idea di Conservazione? Se consideriamo la triste situazione in cui versa l’ambientalismo italiano non possiamo che dire, con ammirazione, “SI”. E come dice ancora Guido Viale nell’articolo su il manifesto del 2 febbraio 2012 (vedi articolo al sito http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-sei-pilastri-della-conversione-ecologia-delleconomia/) : “Se la crisi economico-finanziaria e la crisi ambientale segnalano, con la loro dimensione globale, l’urgenza di una svolta per tutto il pianeta, questa non può prescindere, e non può distinguersi, da una radicale conversione ecologica del modo in cui consumiamo (e quello che consumiamo, alla fine, è l’ambiente) e del modo in cui produciamo (e quel che produciamo è soprattutto diseguaglianza e sofferenze superflue). E siccome la conversione ecologica riguarda in egual misura i nostri atteggiamenti soggettivi verso l’ambiente e gli altri esseri umani, e l’organizzazione delle nostre attività “economiche” (che cosa produciamo, come, dove, con che cosa e perché lo produciamo), è un imperativo concreto partire da quello che ciascuno di noi può fare, o intende fare, qui e ora. […] La conversione ecologica è innanzitutto una rivoluzione culturale che ha bisogno di processi di elaborazione pubblici e condivisi e di sedi dove svilupparli. La cultura non può essere solo un passaporto per l’accesso al lavoro o uno sfogo dopolavoristico. Può e deve tornare a essere l’ambito di una riflessione sul senso della propria esistenza, della convivenza civile, della riconquista di un rapporto sostenibile con l’ambiente: tutte condizioni indispensabili di una adesione convinta alla conversione ecologica. Questa riflessione ha bisogno di sedi, di strumenti, di promotori, di risorse: nelle scuole e nell’università, nell’educazione permanente, nelle istituzioni della ricerca, nel tessuto urbano, nei mezzi di informazione, sulla rete”.

Al di là delle sterili polemiche che campeggiano sulle prime pagine dei nostri quotidiani o dei sacrosanti dibattiti su questioni storiche irrisolte, abbiamo molto da imparare, in termini di conversione ecologica, dai cugini tedeschi.

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