lunedì 20 febbraio 2012

La Germania che non spreca: Potsdamer Platz a Berlino

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Dopo i due precedenti articoli (QUI e QUI), un terzo luminoso esempio di come la gestione della cosa pubblica in Germania sia in mano a gente onesta e non uomini della Cricca. Articolo interessantissimo sulla Potsdamer Platz nella capitale Berlino. Ancora una volta l'ingegno umano, quando non è in mano a interessi di delinquenti infiltrati nella politica, sa davvero partorire inziative eco-sostenibili che noi possiamo solo sognare, dato lo sfacelo della nostra classe politica.

Water Balance. L’esempio di Potsdamer Platz a Berlino
da: Il Sostenibile
della dottoressa Francesca Petretto

Nel bel pezzo di Elmar Burchia, sul “Corriere della sera” del 15/02 scorso, ispirato all’articolo edito dalla storica rivista scientifica americana Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), viene affrontato l’annoso problema dello spreco e dello sperpero dell’acqua vergognosamente perpetrati nel nostro mondo globalizzato. Scrive Burchia: “Quanta acqua consumiamo (e inquiniamo) in un solo anno? Tanta, troppa. In media 1.385 metri cubi a testa, ovvero 8.650 vasche da bagno.” E questo mentre una percentuale agghiacciante della popolazione mondiale muore letteralmente di sete. Dal 1930 ad oggi il consumo mondiale dell’acqua si è sestuplicato: lo sviluppo dell’industria e dell’agricoltura, insieme ad uno standard di vita sempre più alto, ha portato ad una crescente domanda di acqua e di conseguenza ad una carenza della stessa, tanto da noi quanto nei paesi “poveri” di quello che viene definito oggi non più Terzo, bensì Quarto Mondo. Di questo passo, entro i prossimi anni, la situazione non potrà che peggiorare.

L’acqua è il bene primario, la superficie terrestre è composta al 71% d’acqua, e non c’è organismo vivente che possa sopravvivere senza di essa: il problema è che il nostro pianeta oggi non può più garantire un approvvigionamento idrico adeguato tanto alla natura in senso lato quanto alle persone. Perciò la scarsità e il deperimento delle fonti d’acqua devono giocare un ruolo di primo piano nelle preoccupazioni di chi si occupa di tutela ambientale.

La tecnica in voga oggi nei paesi industrializzati per quel che riguarda il consumo di acqua, il trattamento delle acque reflue e il drenaggio di quelle piovane, mette in pericolo le risorse idriche di cui godiamo e i cicli nutritivi dei nostri ecosistemi e questo nonostante le tecniche di trattamento siano altamente sofisticate. Nutrienti ed inquinanti riescono comunque a raggiungere i corsi d’acqua ed a sfogarsi, in un modo o nell’altro, negli oceani. Con nutrienti intendiamo i fertilizzanti che vengono utilizzati per l’irrigazione delle colture: l’effetto combinato di questi e dell’innalzamento delle temperature medie con l’eccessiva insolazione di questi ultimi decenni fa sì che le piante acquatiche crescano a dismisura e morendo richiedano una enorme quantità di ossigeno per essere neutralizzate nella loro fase di decomposizione, con conseguente carenza e spesso mancanza di ossigeno per tutti gli altri organismi aerobici. I costi di approvvigionamento idrico, già di per sé alti, diventano esorbitanti se considerati anche nell’ottica del trattamento delle acque residuali inquinanti, della loro epurazione, prima che arrivino, in buona sostanza, ai mari ammorbando tutti gli organismi che vi abitano e con le ripercussioni disastrose che in tutto il nostro pianeta osserviamo quotidianamente. Lo squilibrio ecologico provocato dall’inquinamento delle falde acquifere produce un ulteriore catastrofico impatto sull’economia: lo scriteriato consumo di acqua potabile da parte delle industrie, del commercio e dell’agricoltura provoca il deperimento delle risorse economiche degli stati. Se l’agricoltura da un lato, coi sistemi di irrigazione, richiede l’utilizzo del 70% delle risorse idriche mondiali, l’industria ne consuma il 20%, e l’uso domestico ben il 15%. I terreni da pascolo deperiscono, la deforestazione è una delle peggiori attività umane perpetrate ai danni del pianeta, le monoculture scriteriate a danno del suolo agricolo, l’urbanizzazione scellerata sono sotto gli occhi di tutti: l’effetto combinato ha per conseguenza la ridotta capacità di stoccaggio del terreno che si traduce in pratica nella riduzione della quantità d’acqua disponibile per tutti. Questo fenomeno prende il nome di impermeabilizzazione del suolo: quando il terreno viene impermeabilizzato, si riduce la superficie disponibile per lo svolgimento delle funzioni del suolo stesso, tra cui l’assorbimento di acqua piovana per l’infiltrazione e il filtraggio; le superfici impermeabilizzate hanno anche un forte impatto sui terreni circostanti, modificandone le modalità di deflusso dell’acqua e incrementandovi la frammentazione della biodiversità.

Oggi l’impermeabilizzazione del suolo è pressoché irreversibile: le strategie di pianificazione del territorio non hanno mai tenuto troppo in considerazione gli effetti delle perdite di superficie del suolo stesso, come è facile notare, ad esempio, nelle zone costiere del Mediterraneo dove la percentuale di spazio completamente privo di costruzioni è in costante declino. “Nel 1996 in Italia quasi il 43% della superficie delle zone costiere, che in genere comprende suolo fertile, era interamente occupato da fabbricati e solo il 29% era privo di qualsiasi tipo di costruzione. Mancano informazioni a livello europeo sulle altre minacce che interessano il suolo: i dati disponibili sull’estensione delle aree fabbricate riguardano solo pochi paesi e in buona parte non sono comparabili poiché i paesi seguono metodologie diverse. Allo stesso modo non sono disponibili informazioni sul tipo di suolo impermeabilizzato. La diminuzione della disponibilità del suolo è inevitabile, ma se il suolo impermeabilizzato svolge un ruolo importante nella produzione alimentare, nella conservazione della natura, nel controllo alimentare e in altre funzioni chiave, in tal caso l’impermeabilizzazione compromette lo sviluppo sostenibile. A causa dell’elevata percentuale di superfici impermeabilizzate, l’acqua piovana defluisce immediatamente e può causare danni notevoli, quali inondazioni ed erosione.” (dalla Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale e al Comitato delle Regioni – Verso una strategia tematica per la protezione del suolo /* COM/2002/0179 def. */).

È evidente che le principali difficoltà risiedono anzitutto nel trattamento e nell’utilizzo delle acque, sia quelle di approvvigionamento, a monte del problema, sia quelle reflue, a valle. Le risorse idriche naturali sono impiegate anche laddove non dovrebbero: l’acqua potabile viene utilizzata, ad esempio, anche per il lavaggio a distanza di liquami sanitari, e grandi quantità di sostanze utilizzate nell’industria sono inutilmente diluite con acqua pura nelle condutture degli impianti di depurazione. Inoltre, nonostante i trattamenti cui è sottoposta nei sistemi fognari, una troppo elevata percentuale di escrementi umani viene convogliata tanto nelle acque superficiali quanto in quelle sotterranee, col rischio di una sempre maggiore eutrofizzazione delle stesse. L’inquinamento delle risorse idriche, la distruzione di serbatoi d’acqua naturale, il suo consumo eccessivo con le crescenti quantità di acque reflue, faranno precipitare, di questo passo, la già precaria situazione. Le tecniche devono essere cambiate. Le soluzioni sono semplici e di facile applicabilità, ma il problema principale è sempre lo stesso: la conservazione dell’acqua naturale e dei suoi cicli negli ecosistemi non è fonte di lucro, mentre l’esaurimento della stessa sì, e anche in tempi brevissimi.

Quando si parla di imperativo del Water Balance, si intende l’improrogabilità dell’impiego di metodi necessari al mantenimento dell’equilibrio dell’acqua e più precisamente dell’equazione di equilibrio per il flusso d’acqua in e out di un sistema, nell’ottica del trattamento delle acque piovane (in) e del loro utilizzo per il trattamento delle reflue (out). Un troppo rapido deflusso delle precipitazioni da un lato e delle acque reflue dall’altro può causare un eccessivo depauperamento, con gravissime conseguenze a lungo termine, dei bilanci idrici regionali. L’architettura può fare molto in questa direzione al fine di conservare quelli locali e, laddove compromessi e minacciati dall’insediamento umano, restaurarli. Come? Estraendo in maniera limitata dai cicli idrici stessi e solo acqua reflua, acqua cioè che non può essere altrimenti utilizzata e che per essere rinnovata può solamente essere rimossa. Sulla base di un equilibrio del ciclo idrico locale la risorsa acqua diviene così efficiente dal punto di vista economico e perfetta nel macrocosmo della sostenibilità. È necessario muoversi nella direzione della conservazione dell’acqua, scegliendo nuovi metodi di trattamento e gestione delle acque reflue e piovane (in e out sempre) e inserendoli in quadro generale di utilizzo non puntuale, non piccolo e fine a se stesso. Il feedback, la retroazione, dovrebbero avvenire in termini di corrispettivo di altri sub-elementi, di concetti relativi agli spazi aperti, alla mobilità e così via.

Per quanto riguarda il trattamento delle acque reflue e la corretta alimentazione degli impianti igienici, nell’ottica del risparmio idrico, le nazioni si comportano in maniera differente: Cina, India e USA sono i peggiori sperperatori in proporzione al numero di abitanti, ma anche l’Europa non è da meno; in Italia siamo indietro anni luce rispetto ad altre nazioni che pure hanno meno risorse, importiamo dall’estero, “inspiegabilmente”, molta più acqua di quella di cui avremmo bisogno; pure in Germania, dove è attivo un sistema efficientissimo di risparmio idrico, si importa molto, ma si è anche imparato a sfruttare in maniera intelligente la ricchezza delle precipitazioni annue, stimate su valori di circa di 760 mm/a. Non si tratta solo di una questione di quantità, tuttavia, ma è il concetto di qualità a farla da padrone: anche in terra tedesca se alcune regioni vantano precipitazioni di notevolissima entità, altre possono essere definite, senza esagerazione, “aride”. Fulcro del discorso che andiamo ad affrontare è: come le zone ricche d’acqua facciano pervenire alle più povere il proprio esubero; come sia stato possibile ridurre il consumo della stessa, su scala nazionale, in netta controtendenza rispetto alla sempre maggiore richiesta procapite valutata, per esempio, in Italia. In media, un cittadino tedesco consuma 128 litri al giorno d’acqua, contro i 200 l. di un italiano e la situazione si aggrava se pensiamo che mentre in altri paesi europei, più virtuosi del nostro, non c’è spreco di acqua minerale per l’approvvigionamento idrico dei servizi sanitari, da noi, al contrario, nessuna politica è volta, al momento, alla differenziazione nel consumo e così capita che le condutture di scarico dei nostri bagni usufruiscano di acqua potabile mentre, è necessario ribadirlo ancora una volta, intere popolazioni in Africa, Asia e Sud America muoiono davvero di sete.

L’esempio che segue, assai famoso, è stato volutamente scelto per la sua dislocazione, strategica nel cuore della metropoli della Germania unificata, per dimostrare come questi ragionamenti non siano solo applicabili a contesti rurali ma anche e soprattutto necessari nelle complesse realtà urbane ovvero in quei luoghi che sempre più nel corso delle prossima metà del secolo, accentreranno milioni di persone e che perciò saranno chiamati per primi a rispondere all’emergenza ecologica con gli strumenti della ricerca sostenibile.

Berlino, Potsdamer Platz (Atelier Dreiseitl, Überlingen).

Un gigantesco corpo d’acqua con un’area approssimativa di 1,2 ettari (2,965 acri), una capacità di 12.000 m3 ed una profondità di 1,75 metri; uno specchio d’acqua, circondato da alti bordi, con uno sviluppo di circa 1,5 chilometri: ecco cosa balza agli occhi di chi passa nell’area di Potsdamer Platz, luogo di infinite memorie per gli abitanti di Berlino e per tutti i visitatori, europei e non, che vi sono approdati con gli occhi pieni delle immagini dei celebri film di Wim Wenders. Se oggi l’aspetto fisico è cambiato, tuttavia l’anima del luogo permane.

Il complesso della Potsdamer Platz è oggetto ancora oggi di molte discussioni; 
alcuni l’hanno definito “il segno degli affari” per l’aspetto commerciale dominante, ma pochi hanno notato l’intervento sull’acqua realizzato all’interno della piazza. In particolare questo progetto dello studio di Überlingen, parte di quello generale della Daimler Benz, è infatti ricco di importanti valenze ambientaliste e sostenibili che sono riuscite a far convivere nel tempo (sono passati più di dieci anni dalla sua attuazione) Estetica (contestabile solo su base soggettiva) ed Ecologia (oggettivamente valida per tutti). Pur facendo parte integrante del progetto architettonico complessivo della piazza, le acque hanno un’importante funzione ecologica nei bacini di ritenzione creati per quella piovana e dunque come regolatori climatici:
 di fatto le acque meteoriche proteggono quelle di superficie.

Il sistema è semplice:

* Tutti gli edifici sono dotati di tetti-verdi;
* le acque piovane che da tali tetti-verdi provengono, sono stoccate in cisterne per essere poi riusate (in parte) nelle toilette e nell’irrigazione;
* un’altra parte delle acque meteoriche viene utilizzata per alimentare il sistema urbano di fornitura dell’acqua.

Nei periodi di massima piovosità le acque in eccesso possono essere pompate dalle cisterne di accumulo verso tre bacini d’acqua (ed in seguito rilasciate in modo graduale nel vicino canale, il Landwehrkanal). Tali bacini possono contenere fino a 15 cm in eccesso rispetto al normale livello d’acqua di quello principale. Questo metodo riduce in maniera significativa sia il carico idraulico dovuto alle piogge intense sia l’impatto dato dall’immissione di nutrienti ed inquinanti trasportati dall’acqua, infatti
 per quanto riguarda le considerazioni limnologiche (o di studio delle acque superficiali o “interne”) sappiamo che difficilmente le acque urbane possono essere paragonate ad un sistema d’acqua naturale ma, 
nonostante questo, il sistema d’acqua di Potsdamer Platz può favorire la messa in atto di importanti processi di trasformazione come in un ecosistema non artificiale. Il progetto sfrutta un’organizzazione dell’acqua che sa soddisfare contemporaneamente i requisiti ecologici e quelli estetici, creando ovvie tensioni tra processi naturali ed interventi tecnologici messi in atto per il suo trattamento. L’acqua è un’attrattiva visuale, un elemento fondamentale di arredo urbano, un richiamo al paesaggio incontaminato in mezzo all’acciaio ed al vetro delle costruzioni, ma è anche lo strumento ecologico per eccellenza, in quanto apportatrice di ossigeno e vita (divisa nei processi sequenziali di purificazione all’interno del ciclo chiuso di ricircolo sotteso alla costruzione).

Il parametro guida del progetto è stato il livello di trasparenza e limpidezza all’interno del bacino principale. 
L’immissione dell’acqua di ricircolo si ha soprattutto attraverso dei biotopi di purificazione in tutte e tre i corpi d’acqua. Lungo le rive il filtraggio fisico e biochimico iniziale è assicurato da letti di canne. Nel bacino principale e in quello a Sud il flusso in uscita passa attraverso un drenaggio profondo, incassato in un filtro di ghiaia insieme ad uno schiumatore, come in un gigantesco acquario. Se il processo di purificazione attraverso i biotopi dovesse risultare insufficiente (in relazione al livello di torbidità), il flusso in uscita può sempre essere rimandato al primo filtro meccanico, equipaggiato con un vaglio a maglie strette che intercetta anche la più piccola alga.

Sempre in relazione alla torbidità della cisterna, possono essere attivate stazioni addizionali di filtri multistrato; ed ancora, se necessario, il bypass può filtrare l’intero contenuto della cisterna in poche ore.
 L’acqua proveniente dal bacino principale è sempre messa in ricircolo dentro una cisterna rovesciata dove è mescolata con l’acqua semi-purificata proveniente dalla Piazza e dal bacino Nord. Dalla cisterna l’acqua è pompata nuovamente ai vari punti di immissione via linee pressurizzate. Va notato che sia il bacino Nord sia le acque della Piazza, al pari del bacino principale, hanno tutti circuiti differenziati con pompe separate e 
da ultimo che l’evapotraspirazione viene compensata attraverso la presa d’entrata del bacino Sud (cisterna ausiliaria) ed attraverso la cisterna del bacino principale. (Per ulteriori dettagli vd.: http://www.dreiseitl.net/index.php?id=news&lang=en)

L’insegnamento del progetto di Potsdamer Platz è questo: se l’acqua superficiale scarseggia, se i bacini naturali sono sempre più inquinati, se vogliamo evitare gli sprechi nell’utilizzo delle fonti potabili perché non accogliere e preservare come un tesoro proprio quella che ci viene dal cielo? A Berlino piove davvero tanto, e allora perché non sfruttare questa potenza e questo dono della natura accogliendolo a braccia, cioè “a cisterne aperte”? Si incanala l’acqua in eccesso in bacini superficiali e sotterranei, si l’utilizzano tetti filtranti e ad altre superfici di raccolta per depurarla, la si utilizza infine per alimentare le fontane pubbliche, per irrigare i giardini o per gli scarichi dei WC e per altri usi domestici; il sistema di fitodepurazione è perfettamente inserito nel paesaggio urbano, visibile a tutti e mascherato solo nel dettaglio. Non a caso a questo “centro” della nuova Berlino riunificata hanno lavorato i migliori architetti della scena internazionale, sono stati in grado di creare un piccolo “parco” urbano nel cuore della città, un luogo in cui costruzione e natura non si combattono. Non si tratta solo di uno spazio pubblico per la fruizione, ma di un polmone verde per la una metropoli che vanta oltre quattro milioni e mezzo di residenti.

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