venerdì 30 marzo 2012

Tutte le bugie sull'art. 18. La grande beffa Monti-Fornero

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"Se non si licenzia non si può assumere" (Mario Monti). E questo sarebbe un laureato?

In questi giorni ho avuto modo di leggere nei social networks i commenti provenienti da italiani che vivono all'estero (e vi lavorano) sulle modifiche al Diritto del Lavoro e Pensioni in Italia. Alcune persone hanno condannato con rabbia ogni singola retromarcia e minaccia di questo governo, altre invece hanno detto che la riforma è giusta, non so in base a quali dati (infatti non ci sono). Forse il fatto che questo governo abbia tanti laureati ha messo qualche chilo di prosciutto sugli occhi, forse all'estero l'immagine che dà Monti è davvero furba, e in effetti uno sputtanamento lo ha appena avuto proprio ieri dal Fatto Quotidiano... La notizia infatti passata un po' in sordina è la correzione di quanto Monti va millantando in giro per il globo: è vero che i cinesi hanno tessuto le lodi delle riforme di Monti (non è un caso che in Cina i lavoratori e i cittadini in generale siano sacrificati in ogni cosa, e contino meno di un insetto, la Cina è un regime al 100%), ma non è vero che il presidente americano Barack Obama ha tessuto le stesse lodi. E' una balla fatta girare ad arte dappertutto, e questa stava attechendo anche in Italia, grazie al fervido impegno degli uffici stampa del governo. Peccato però che Obama quelle cose non le abbia mai dette, anzi: c'è stata una smentita netta e seccata.

Strano: di solito era Berlusconi quello che sparava e faceva sparare dai suoi organi di stampa tutte le panzane possibili pur di provare a mantenere un qualche consenso, ora anche Mario Monti fa la stessa cosa (guarda caso proprio quando il consenso sul suo operato è in netto calo), dimostrando che la politica lui la affronta allo stesso modo dei politici di professione.

Altra cosa da perfetto politicante del "dottor" Monti, è il dire e negare, rimangiare in retromarcia e contraddirsi. Idem per la Fornero (e chi se ne frega se non vuole l'articolo "la" prima del suo cognome). Ecco l'intervento di Marco Travaglio ieri a Servizio Pubblico: uno smascheramento attento delle verità nascoste fin ad oggi bene ai più.



La cosa comica (o agghiacciante, fate voi) è che questa distruzione spietata delle pensioni e del lavoro ("dobbiamo fare tutti dei sacrifici", e giù a fingere di piangere) non tocca guarda caso le posizioni della stessa Fornero e dei suoi parenti, né di Monti and family inclusi (e non solo). Quindi la vera frase da dire a dicembre era: "DOVETE fare tutti dei sacrifici", e senza pianto, ma col vero ghigno che questa gentaglia copre con minacce di far cadere il governo e con la sistematica imposizione della "fiducia" ai suoi squassi.

Niente di diverso da come operava Berlusconi. O forse una differenza c'é: questa è vera destra.

Ah, intanto lo spread l'anno scorso era a 50 circa. Oggi è ancora sopra il 350. Ok, non dobbiamo aspettarci miglioramenti subito, ma non era stato lo stesso Monti a dire che i primi effetti positivi del suo lavoro sarebbero stati proprio sullo spread? E' più grossa la differenza (in cifre) fra 50 (l'anno scorso) e 350 (oggi), di quella fra 500 o poco più (appena prima delle dimissioni di Berlusconi) e 350, appunto oggi.

E allora, gli esodati restano da 2 a 10 anni sul lastrico, poi riceveranno una pensione monca anche fino a 400€; quelli che avevano cambiato lavoro dovranno sborsare cifre enormi per ricongiungere i contributi versati a enti previdenziali diversi, altrimenti perderanno tutto (una rapina legalizzata); coi licenziamenti ancora più facili e la fine delle garanzie giurisdizionali contro i licenziamenti, sempre più persone morderanno la polvere. Intanto i posti fissi dei potenti restano intoccati, come le loro pensioni, e il Parlamento si arrabatta a proporre emendamenti per salvare i suoi componenti dagli effetti nefasti della riforma.

Per far sembrare appetibile la riforma, Monti e compagnia dicono in giro che questo è un modello simile a quello tedesco. Peccato che là gli stipendi siano più alti, e che le garanzie giurisdizionali per i lavoratori non siano una burletta. Quindi le parole di Monti sono l'ennesima balla: si rimanda a qualcosa che non si spiega, e la gente abbocca. Ecco come ci tratta il governo Monti, infilandoci un enorme amo nella gola.

Il punto di arrivo di queste "riforme" delle pensioni e del lavoro è uno solo: ci saranno più poveri, quindi meno soldi da spendere, e di conseguenza tante attività chiuderanno perché meno persone compreranno certi beni o chiederanno certi servizi, e in questa reazione a catena si ingrosserà ulteriormente il numero dei poveri. Le stesse banche, protette (come la Chiesa) da Monti ne pagheranno amaramente le conseguenze.

Monti, la Fornero e il governo tutto lo sanno bene (sono laureati: non hanno scuse): così si uccide l'Italia, l'economia del paese. Qualcuno mi ha scritto: "Allora era meglio restare a Berlusconi". La risposta è NO. Napolitano aveva un altro strumento, previsto dalla Costituzione: sciogliere le camere e chiamare la gente alle urne, incaricando Monti semplicemente di creare una legge elettorale seria (non quella truffa che Bersani, Alfano e Casini stanno costruendo di nascosto in questi giorni) e operare solo in termini di amministrazione ordinaria. Con la situazione che c'era qualche mese fa il PDL, la Lega e il PD avrebbero preso calci nel didietro, e IDV con SEL avrebbero avuto finalmente la possibilità di far seguire alle tante (e spesso belle) parole sentitegli dire in giro dei fatti. Forse sarebbe andata meglio.

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giovedì 29 marzo 2012

CLIMA-ADAPT: la nuova piattaforma europea

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di Francesca Petretto
da Il Sostenibile

Un nuovo strumento per l’adeguamento climatico del fare politica.

“Il cambiamento climatico sta già avvenendo, e gli effetti che questo produrrà sui sistemi umani e naturali porteranno a sempre più critiche conseguenze. Per evitare gli impatti più gravi causati dal cambiamento climatico, si dovrà limitare a un max. di 2°C di variazione il riscaldamento globale rispetto alle temperature misurate in età pre-industriale. Oggi siamo sugli 1,2 °C e per rimanere entro tali limiti, saranno necessarie delle azioni di mitigazione, che sostanzialmente consistono nella riduzione delle emissioni di gas serra. L’Europa sta lavorando sodo per metterle in atto e sta incoraggiando anche altre nazioni e regioni a fare altrettanto. Allo stesso tempo, l’UE sta sviluppando una strategia di adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici, laddove questi non possono più essere prevenuti. L’intervento di adattamento è necessario per proteggere le persone, gli edifici, le infrastrutture, le imprese e gli ecosistemi. Poiché la gravità dei fenomeni di cambiamento e dei loro effetti sull’ambiente naturale e antropizzato varia da zona a zona, la maggior parte delle iniziative di adattamento saranno prese a livello nazionale, regionale o locale. La capacità di affrontare i problemi e di adattarsi ai cambiamenti varia anche tra popolazione e popolazione, tra i differenti settori economici e le diverse regioni dell’Europa, perciò l’Unione Europea deve favorire l’integrazione e sostenere le attività di adattamento dei suoi Stati membri, promuovendo un maggiore coordinamento e la condivisione sovranazionale delle informazioni, e garantendo che le considerazioni sull’adattamento siano affrontate in tutte le politiche comunitarie pertinenti”.

È nata il 23 marzo scorso a Copenaghen la Piattaforma Europea dei Cambiamenti Climatici, su iniziativa di . . . >>>>> CONTINUA A LEGGERE <<<<<--

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Non si Monti la testa. Classismo e macelleria sociale di Monti


Alcune acute riflessioni da parte di Marco Travaglio sull'operato del governo Monti. A queste c'è da aggiungere una cosa, che tutti tacciono, Travaglio compreso: il governo Monti non ha fatto niente di niente per cancellare la vergognsa distruzione della scuola pubblica operata dalla Moratti prima, e la Gelmini poi. Con la firma di quelle due è passata una normativa che ha tolto miliardi di euro di fondi alla scuola pubblica, il tutto a favore delle scuole private, che hanno già il loro ricchissimo sostentamnento. Il problema è che le più importanti scuole private italiane sono in mano a Comunione e Liberazione e al Clero in generale, e mamma Chiesa deve essere tenuta amica: Monti e i suoi scagnozzi sono davvero furbi. L'articolo poi non dice - sempre sul tema Cultura - delle delinquenziali affermazioni sul togliere valore alle Lauree, equiparandole ai certificati di maturità, per i concorsi: il che significa anzitutto che chi ha speso decine (se non centinaia) di migliaia di euro per far studiare i propri figli ha buttato i soldi nel cesso; ma significa anche che questo governo, totalemnete liberale e di Destra, detesta completamente la cultura. Strano e agghiacciante che queste imbecillaggini vengano fuori dal cervello (?) di laureati e dotti professori. Questo governo fa schifo, E fa schifo ancora di più perché va all'estero a farsi bello tacendo della macelleria sociale che sta uccidendo la vita di milioni di famiglie, per il bene di banche, Chiesa e speculazione in Borsa. Monti detesta la Democrazia e il Parlamento: le sue leggi vanno approvate, e non discusse, proprio come Mussolini, come Berlusconi: infatti gli fa compagnia come feccia nella storia d'Italia.


Non si Monti la testa
di Marco Travaglio

Forse è venuto il momento di dire al professor Mario Monti che s’è montato la testa. E la Fornero ancor di più. A furia di leggere sui giornali amici (cioè quasi tutti) che sono i salvatori della patria, i due hanno finito col crederci.

In realtà, in estrema e brutale sintesi, finora hanno recuperato miliardi sulla pelle dei pensionati e degli “esodati”, facendo dell’Italia il paese europeo dove si va in pensione più tardi; e altri contano di recuperarli sulla pelle dei lavoratori, dando mano libera alle aziende di cacciare chi vogliono, camuffando per licenziamenti economici anche quelli disciplinari e discriminatori. Quanto alle liberalizzazioni, a parte qualche caccolina sui taxi e le farmacie, non s’è visto nulla, mentre s’è visto parecchio a favore della banche.

Il vero “salva-Italia” è tutto mediatico, d’immagine: facce presentabili al posto degli impresentabili di prima. Il che non è poco. Ma è un fattore passeggero, visto che prima o poi, piaccia o no, i cittadini dovranno tornare a eleggere i loro rappresentanti. La prospettiva del ritorno dei politici, lo sappiamo bene, è agghiacciante. Ma questo progressivo disabituarsi degli italiani ai fondamentali della democrazia è pericoloso. Ed è qui che i “tecnici” ciurlano nel manico.

L’altro giorno arriva alla Camera il decreto “liberalizzazioni”, solita procedura d’urgenza “prendere o lasciare” modello Protezione civile: testo blindato dalla solita fiducia, la dodicesima in tre mesi. Problema: manca la copertura finanziaria, lo dice la Ragioneria dello Stato. Il rappresentante del governo, il noto gaffeur Polillo, s’inventa che “la copertura non può essere quantificata in anticipo”.

Fosse così, tutte le leggi passerebbero al buio, poi si vede. Ma non c’è nemmeno il tempo di discutere: si vota e basta a scatola chiusa. Fini protesta per “l’insensibilità del governo” (e meno male che c’è lui: Schifani vorrebbe solo decreti, soluzione che avrebbe almeno il pregio di liberarci del Senato e del suo presidente). Il Quirinale “si riserva” non si sa bene cosa. Del resto il Quirinale aveva già invitato i gruppi parlamentari a evitare fastidiosi emendamenti al decreto Milleproroghe. Ma a che serve allora il Parlamento, in una democrazia parlamentare? A ratificare senza fiatare i decreti del governo, fra l’altro blindati con la fiducia?

Ora arriva il ddl sul lavoro, cioè sull’articolo 18 e poco altro, tutti elogiano la mossa dialogante che ci ha fatto la grazia di evitare il solito decreto blindato. Ma subito Monti&Fornero fan sapere che non ammettono modifiche, sennò “il Paese non è pronto” e i salvatori della patria in missione per conto di Dio ci lasciano soli (“potremmo non restare”). Cioè: il disegno di legge è come fosse un decreto, calato dall’alto direttamente dallo Spirito Santo. E la formula “salvo intese”? Si riferisce alla maggioranza parlamentare che dovrebbe votarlo? No, a “intese fra governo e Quirinale”. E il Parlamento? Un optional.

Sappiamo benissimo che questo Parlamento fa schifo. Ma, per averne uno nuovo, più aderente ai gusti degli italiani, si doveva votare a novembre: invece Napolitano, Monti e i partiti retrostanti preferirono evitare. Dunque di che si lamentano? L’avete voluta la bicicletta? Pedalate. Monti si appella ai sondaggi, come unica fonte di legittimazione fra sé e il Colle (“se qualche segno di scarso gradimento c’è stato, è verso la politica, non verso il governo”). Ma allora dovrebbero valere sempre, anche quando non fanno comodo: oltre il 60% degli italiani è contro la “riforma” dell’art. 18 e, a causa di quella, il governo è sceso in 20 giorni dal 62 al 44%. Magari, in quel 18% in meno, ci sono i 350 mila esodati che il governo ha lasciato senza lavoro e senza pensione: chi li rappresenta?

Non era stato proprio Monti, presentandosi al Senato il 17 novembre, a giurare che “non verranno modificati i rapporti di lavoro regolari e stabiliti in essere”? Ora dice che “sulla riforma non accetto incursioni in Parlamento”, ma quelle che chiama “incursioni” sono l’abc della democrazia parlamentare. Chi glielo dice?


lunedì 26 marzo 2012

Report. Monti e Fornero: come ci derubano

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Piano piano i nodi vengono al pettine. Da una parte Monti dice che dobbiamo sterzare verso la flessibilità, il che significa che le aziende private possono licenziare come e quando vogliono, e non c'è più tutela contro i licenziamenti (stai antipatico al tuo capo? fuori dai piedi) illegittimi (perché vengono liberalizzati). Dall'altra parte la Fornero (e Monti) sfonda il fragile edificio della previdenza sociale, impoverendo milioni di italiani: un unico sistema di calcolo, che premia chi guadagna di più; spese enormi per i ricongiungimenti; tanti anni senza stipendi e pensioni per chi aveva firmato con la sua azienda un accordo per l'uscita dal lavoro. Questo per farla breve, ma se la volete sapere tutta ecco la puntata integrale di Report di domenica scorsa, 25 marzo 2012.



Ecco cosa sta facendo il governo Monti all'Italia: sta rubando soldi a tutti, o meglio a quelli che hanno poco o niente in tasca. Nessun privilegio dei ricchi e potenti viene minimamente sfiorato dalla "riforma" del mercato del lavoro e delle pensioni. Sul lato pratico: Monti, la Fornero e questo nuovo governo sono quanto peggio sia mai esistito nella nostra storia di italiani. Sempre più tutelati i ricchi (fra cui anche loro), mentre aumenta il numero dei poveri: senza futuro davanti e con un presente già squallido.

Questi sono veri delinquenti. Lontani dalle esigenze del paese, che capiscono ma distruggono (cari ministri, avete la Laurea, quindi non avete scusanti e non siete scemi), hanno a cuore le casse di uno Stato alla canna del gas, e impoveriscono la maggior parte dei cittadini pensando che aiuti l'economia. Ma con meno soldi in giro come si può produrre ricchezza? Qui non si realizza il benessere dei cittadini, qui si fa macelleria sociale, con cinismo e cattiveria. Il vero volto di questo governo è la morte civile. Di noi non gliene frega niente, niente. Tanto loro e i loro parenti e amici stanno bene.

Serve altro per spaccare tutto? Ah no: "E' l'Europa che ce lo chiede".

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domenica 25 marzo 2012

La Germania stanzia 200 miliardi di euro per l’eolico offshore

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di Francesca Petretto
da Il Sostenibile

Dopo il primato ottenuto con il fotovoltaico nel biennio 2010 – 2011, la Germania del Cancelliere Angela Merkel intende ripetere il miracolo del boom delle Rinnovabili negli anni a venire con l’energia dal vento fuori costa, il cosiddetto “eolico offshore”. Il progetto prevede la costruzione di nuovi parchi eolici nel mare del nord, di estensione tale da poter coprire “un’area sei volte tanto quella di una metropoli come New York City e con collegamenti di linee elettriche, per l’approvvigionamento, di lunghezza tale da poter collegare Londra con Baghdad”. Il programma costerà alla Germania 200 miliardi di euro, ovvero, secondo l’istituto economico DIW di Berlino, circa l’8 per cento del prodotto interno lordo del Paese, registrato nel 2011. L’obiettivo ben noto è quello, già affrontato in precedenti articoli, di sostituire con fonti di energia rinnovabili, eolico e solare in primis, i restanti 17 reattori nucleari, dislocati in diverse zone del territorio nazionale, ancora in funzione, seppure parziale, che fin ad oggi sono stati in grado di fornire un quinto del fabbisogno di energia elettrica del Paese.

“La Germania è come un laboratorio di grande energia”, ha dichiarato Stephan Reimelt – vice presidente e Chief Executive Officer della General Electric Co. Germania – in una recente intervista; “Nel Paese il consenso politico e sociale per l’abbandono dell’energia nucleare è ormai noto, esteso e conclamato, tuttavia mancano delle chiare soluzioni tecnologiche di risposta a tale richiesta”. Il nuovo programma si è già aperto ai mercati della Suntech Power Holdings Co. e della danese Vestas Wind Systems A/S, rispettivamente il più grande produttore di pannelli solari e di turbine eoliche al mondo. Saranno necessarie 5.000 turbine, di altezza ben superiore al Big Ben e con un’area di ancoraggio media al suolo di 247 ettari (di mare) ciascuna per un’area totale di 5.000 chilometri quadrati.

Dopo la caduta di consensi per i tagli ai sussidi statali all’energia solare, l’11 marzo scorso............ >>> CONTINUA A LEGGERE NEL SITO <<<

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venerdì 23 marzo 2012

Delinquenti

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Davvero non so come possa la maggior parte del paese sopportare quello che il governo Monti e l'accoppiata PDL-PD (con l'UDC, il partito che non conta niente, a rimorchio) stanno facendo. Ho ancora nella mente la bidonata del maggiordomo Angelino Alfano alla mega riunione in cui si doveva parlare di televisione e giustizia. Il motivo era chiaro, un avvertimento di puro stampo mafioso: tu Monti occupati di tutto quello che non riguarda il mio padrone, sfascia pure il paese, ma non toccare il mio padrone.

E già: una riforma seria della giustizia comporterebbe l'annullamento di tutte quelle disposizioni dei codici penale e di procedura penale che, introdotte dai governi Mediaset, hanno garantito per tutti questi anni l'impunità al ducetto lampadato, rovinando l'accertamento della verità e la punizione di centinaia di migliaia di delinquenti in tutto il paese; cosa che rappresenta anche un bel regalo alla criminalità organizzata, che dove conta dona sempre i suoi voti al PDL (e non solo).

A quella riunione non partecipò Berlusconi, occupato a festeggiare con Putin una riconferma che è frutto di brogli in Russia, e neppure Alfano, nominato (e non eletto) a capo di un PDL allo sbando... basta leggere in rete non solo le critiche e le pugnalate alle spalle dei compari di partito, ma anche e soprattutto della base, composta da tanti giovani che ogni tanto, ma raramente, attaccano il cervello (anche se per poco, altrimenti fuma e arrivano i vigili del fuoco a sirene spiegate).

In realtà neppure il PD, l'UDC, la Lega e altri partiti minori non vogliono che vengano toccate le norme salva delinquenti introdotte per il ducetto lampadato in questi dicìotto anni. Ciò è assolutamente innegabile. Il PD, dal caso Penati a Lusi, passando per Marrazzo e quanti altri inquisiti esistono (D'alema compreso), ha tutto l'interesse a mantenere lo stato attuale di questo groviglio normativo che è sempre stato in antinomia col nostro ordinamento giuridico. E lo stesso vuole la Lega, quella Lega che attacca Roma, finge di combattere le ingiustizie, e poi di nascosto sposta capitali all'estero, fa fallire banche e ha pure essa i suoi inquisiti di lusso. A fare la morale son bravi tutti, anche Casini: che ha sempre parole buone per mafiosi e camorristi della politica, anche quelli del suo partito, vedi Cuffaro.

IDV e SEL paiono delle oasi isolate, ma nel loro interno a livello locale hanno le stesse grane.

Il rapporto ipocrita del governo Monti con la politica oggi è tutto frutto di intuizioni agghiaccianti. Nessuna vera riforma del fisco, ma operazioni altisonanti sparse qua e là, nessuna riforma della giustizia, soprattutto dove l'Unione Europea ha puntato il dito: la corruzione. E questo fa arrabbiare. Infatti lo smantellamento dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori è imposto con la solita formuletta: "E' l'Europa che ce lo chiede", e si tace sul fatto che sono più di dieci anni che la stessa Europa ci richiama a gran voce affinché risolviamo il problema corruzione, una porcheria che sposta centinaia di miliardi di euro ogni anno.

Quanta ipocrisia, onorevole Monti: lei non tocca i veri delinquenti, buona parte dei quali stanno nei partiti, facendo da referenti con le varie forme di criminalità organizzata che tanti voti danno ma vogliono poi appalti e garanzie di intoccabilità, e la politica vota gli sfasci che lei sta creando nel ceto povero e medio, impoverendo la colonna portante dell'economia italiana (se non girano soldi, nessuno spende e le attività falliscono). Non si toccano le banche, anzi le si fortifica e arricchisce; non si tocca la Chiesa, anzi la si mette al primo posto nelle cortesie normative; non si toccano i veri delinquenti, altrimenti essi fanno mancare i numeri per le riforme; i soldi li si prende a chi ne ha di meno. Questa è vera Destra! E tutti quelli che hanno dato il loro voto ad AN e Forza Italia, e poi al PDL, non devono fare finta di adirarsi: questa di Monti è vera Destra. Dovreste essere contenti. Studiate un po', ignoranti.

Nel piatto della bilancia Berlusconi ha fatto mettere dai suoi pupazzi col colletto bianco anche la concussione, e la sua depenalizzazione. Notizia passata sottobanco, perché la gente non deve sapere che c'è un processo Ruby da bloccare a tutti i costi. Ed ecco la merce di scambio: noi ti votiamo la distruzione dell'articolo 18, consegando gli operai alla miseria nera, e tu non ti occupi di corruzione e depenalizzi il reato (concussione) per cui la condanna di re Silvio è certa, data la mole impressionante di prove raccolte dalla magistratura.

Infine, un cenno al punto di arrivo della trattativa Stato-Mafia: le ultime novità investigative raccolte da magistrati e agenti di pubblica sicurezza spiegano bene che lo Stato si era genuflesso alla Mafia, e niente aveva fatto per salvare Falcone, Borsellino e quanti altri agivano sospinti dall'ideale di Giustzia. Beh signore e signori, quella trattativa è andata a buon fine. Da una parte i magistrati pericolosi per le mafie sono stati sollevati dagli incarichi da solerti ministri della Giustizia, e dall'altra non ne sono stati più uccisi, i bersagli rimasti sono stati poliziotti, carabinieri e finanzieri con la Giustzia nel DNA, almeno quelli che non si sono piegati a questo patto scellerato. Oggi mafia, camorra e 'ndrangheta sono nelle istituzioni, dal parlamento nazionale (e in alcuni casi anche al governo, chiedete a Berlusconi) alle assemblee elettive locali, e la criminalità organizzata gode degli appalti pubblici, così può riciclare il denaro sporco frutto delle consuete attività malavitose. I proventi del gioco d'azzardo, in larghissima parte in mano sempre a delinquenti, non sono esatti dallo Stato, che lascia il biscottone ai criminali per ottenerne voti alle elezioni e appoggio perdurante.

Disonestà, illegalità, corruzione: la politica è il vero cancro della società, sa sempre autodifendersi, riciclarsi, fa gli affari giusti con clero e criminali, e mantiene posizioni di potere retribuite a peso d'oro. Viva l'Italia, paese del terzo mondo.

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giovedì 22 marzo 2012

Zeolite: “la pietra che bolle” nelle nuove caldaie sostenibili della Vaillant

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di Francesca Petretto

“Immaginate un sasso, simile alla ceramica che (grazie alla sua elevatissima porosità) è in grado di assorbire e rilasciare grandi quantità di vapore acqueo, riscaldandosi fino a raggiungere temperature che possono alimentare un impianto di riscaldamento, e di generare calore ininterrottamente per circa 300 anni”: questa è la zeolite, la pietra che, come dice l’origine greca del nome (lithos = pietra e zein = bollire), letteralmente bolle.

A chi è stato attento alle manovre della Tokyo Electric Power Company – Tepco nel post Fukushima, non sarà sfuggito l’utilizzo che il gigante energetico giapponese ne ha fatto nel mare di fronte al sito contaminato nel nordest dell’isola di Honshū, nel tentativo di assorbire le sostanze radioattive e di rallentare perciò l’inquinamento delle acque. Il minerale era infatti già stato utilizzato, per le sue note proprietà depuranti e filtranti, in altre zone del Pianeta avvelenate da radiazioni: l’esempio più famoso di impiego è quello di Three Mile Island, negli USA, già noto per il tristemente celebre incidente nucleare ivi avvenuto nel 1979.

Questo per quanto riguarda le zeoliti “naturali”, ma è il comportamento termico da “setaccio molecolare” delle sintetiche – create in laboratorio – quello che ci interessa in questa sede: se la zeolite è un minerale naturale che “scaldato in un letto di borace, espelle acqua come se stesse bollendo”, ciò è dovuto alla sua struttura chimica, fatta “di impalcature tridimensionali di tetraedri (framework) per lo più occupati da Si e Al, che presentano gabbie e canali sufficientemente ampi da ospitare molecole di acqua e cationi scambiabili (ioni extraframework)”.

Ebbene “il futuro è qui”: riscaldare, proteggere l’ambiente, risparmiare energia e ridurre i costi, tutto con un solo prodotto; da oggi tutto ciò è possibile, secondo Vaillant, grazie ad una rivoluzionaria pompa di calore a gas zeolite/acqua. Da diversi anni il marchio tedesco studia il comportamento chimico delle zeoliti pensando a una sua intelligente applicazione per la produzione di energia termica in maniera pulita, naturale, “senza sforzo”, e dunque mettendo in commercio un nuovo modello d’impianto, chiamato zeoTHERM, consistente in pompe di calore ad altissimo rendimento, il cui funzionamento è anche in parte dovuto all’impiego di zeolite sintetica, un materiale che riesce a produrre e rilasciare energia senza bisogno di un impulso energetico proveniente dall’esterno, un elemento naturale, non tossico, non combustibile e non nocivo per l’ambiente. Dato che la zeolite è estremamente igroscopica, essa attrae le molecole d’acqua e le immagazzina nei pori sulla sua superficie: così queste molecole, “rallentate” nel proprio moto naturale, sviluppano per trasformazione, da quella cinetica, energia termica. Il calore prodotto, detto di adsorbimento (fenomeno che consiste nell’adesione e nel concentramento di sostanze disciolte o aerodisperse a ridosso della zona superficiale di un corpo), è messo a disposizione dell‘impianto di riscaldamento sotto forma di calore utile. Con questo nuovo tipo di apparecchiature le emissioni di CO2 e il consumo di energia si stima saranno abbattute del 20% rispetto alla tecnologia a condensazione, e del 30% rispetto alle caldaie tradizionali.

E si parla di produzione di energia pulita zeoTHERM non solo perché la zeolite è un minerale non inquinante, ma anche perché, proprio quella natura, da cui essa proviene, la Vaillant vuole rispettare: il materiale utilizzato nei nuovi impianti – in commercio in Italia da aprile – è riprodotto in laboratorio (di aspetto differente ma con le stesse identiche caratteristiche dell’originale, lo stesso alluminosilicato con facies differenti) e perciò assicura l’ecologico vantaggio del non depauperamento della risorsa naturale, poiché non è necessario estrarlo ed ha comunque un comportamento ecocompatibile ed ecosostenibile. ZeoTHERM è un sistema integrato che comprende pannelli solari, pompe di calore a gas e zeolite: a quest’ultima è affidato il compito di aumentare l’efficienza del sistema, facendo risparmiare energia e quindi soldi. “I rendimenti energetici dei nuovi impianti sono già altissimi, ma con la zeolite siamo riusciti ad arrivare al 135%”, racconta Gherardo Magri, amministratore delegato di Vaillant Italia. “Il vantaggio non è piccolo: se all’improvviso tutti gli impianti di riscaldamento di una città come Milano adottassero questo sistema, hanno calcolato, l’effetto sarebbe di 150.000 tonnellate di CO2 in meno all’anno o, detto in termini ancora più semplici, l’equivalente di 103 giorni all’anno con la città senza nemmeno un auto per le strade. Un bel successo ecologico. La zeolite da sola ancora non ce la fa a far funzionare un impianto di riscaldamento. Quando viene bagnata emette calore, ma poi deve asciugarsi per potere ripetere la performance. Però è chiaro che il suo ruolo in un ciclo di produzione come quello di una caldaia, può essere strategico. E la Vaillant sta pensando a come utilizzarla anche nelle piccole caldaie domestiche a gas. «Siamo solo all’inizio di un nuovo viaggio», promette Magri. Anche perché la Vaillant non è poi l’unica impresa che sta pensando o ha pensato a come usare la zeolite. C’è chi la sta mettendo nelle lavatrici e chi negli impianti di condizionamento. Ma in realtà questo materiale ha anche un’altissima capacità filtrante”. (cfr. P. Magliocco, Il Sole 24 ORE).

La ditta tedesca si propone così ancora una volta come pioniere ecologico nell’innovazione delle tradizionali caldaie a gas nel nome dell’energy saving, ventuno anni dopo il lancio della prima caldaia ecologica a bassa emissione, conosciuta come Tecnoblock Low NOx. Sulla sostenibilità la Vaillant ha costruito tutto il proprio sviluppo e la propria strategia industriale, dal 1874 (anno della sua fondazione) ad oggi, ed è di fatto tra le prime tre aziende green della Germania. Con l’imperativo di proteggere l’ambiente, il produttore tedesco ha reinventato questo modo di produrre calore dallo sviluppo di una tecnologia già provata nella Germania degli anni ‘80 ai tempi della RFT: la novità sta nella combinazione zeolite come adsorbente e acqua per fluido refrigerante al posto di HFC, ammoniaca o propano, con conseguente mancata produzione di CO2, non tossicità e completa ecologicità; l’energia solare, ingabbiata dai collettori solari termici integrati nella pompa di calore a gas è quella che mette in moto l’intero processo a gas zeolite/acqua:
quando l’acqua viene adsorbita, la zeolite genera calore fino a 80°C in un processo termodinamico; questo calore può essere utilizzato nel processo di riscaldamento; portata alla temperatura di 120°C, l’acqua può essere espulsa nuovamente dalla zeolite (che desorbe le molecole d’acqua) sotto forma di vapore acqueo e il calore di condensazione risultante, detto di desorbimento, può essere utilizzato.

Spiega ancora Gherardo Magris: “Le più recenti innovazioni di Vaillant nel campo delle energie rinnovabili sono la cogenerazione, la micro-cogenerazione, e lo sviluppo nell’applicazione della zeolite. Cosa si intende per cogenerazione? Significa generazione contemporanea di due tipologie di energia: energia termica combinata con energia elettrica. Questo processo consente di sfruttare al massimo l’energia perché si determinano meno sprechi. Ogni singola unità abitativa sarebbe autonoma e indipendente dalle grandi centrali, il che comporta meno rischi per l’ambiente. In questo senso la micro-cogenerzione è ancora più avanzata come tecnologia. Vaillant propone due soluzioni: la prima offre unità di micro-cogenerazione abbinata a caldaie con motore Stirling per piccole case e piccole centrali. La seconda soluzione prevede unità micro-cogenerazione con motori a combustione combinati adatti a strutture come condomini, alberghi, piccole imprese. Tutto ciò è già una realtà in Germania e nel Nord Europa. Oggi siamo pronti a proporla anche in Italia.” Dunque la lunga fase sperimentale in terra tedesca pare chiusa e si spera che il mercato italiano si contraddistingua per una virata verso il sostenibile anche in questo settore.

Caratteristiche:

- le pompe di calore a gas zeolite/acqua, con un rendimento fino al 135%, sono più efficienti delle caldaie che sfruttano la semplice tecnica a condensazione;

- consumano oltre un terzo in meno di energia delle caldaie a gas a condensazione;

- i componenti del sistema solare sono integrati;

- sono particolarmente indicate per abitazioni singole, in particolare quelle con sistemi di riscaldamento a pavimento;

- hanno un funzionamento modulante con una potenza di riscaldamento fino a 10 kW.

- rendimento energetico certificato fino a 135%;

- sistema che non necessità di manutenzione;

Vantaggi:

- acqua e zeolite sono completamente prive di sostanze inquinanti e interamente ecocompatibili;

- perfetta integrazione solare per produzione ACS (acqua calda sanitaria) e riscaldamento;

- elevato comfort acqua calda sanitaria;

- basse emissioni di COx e NOx (classe 5 secondo EN 677);

- regolazione integrata in macchina

La pompa di calore a gas zeolite/acqua è particolarmente adatta per la produzione di calore (riscaldamento e acqua calda) nelle abitazioni monofamiliari: può essere utilizzata sia nelle nuove costruzioni o in vecchi edifici completamente ristrutturati e risulta in particolar modo efficace l‘uso in presenza di un impianto di riscaldamento a pavimento.

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venerdì 16 marzo 2012

La Germania un anno dopo Fukushima

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di Francesca Petretto
da Il Sostenibile

Leggendo l’articolo di Giorgio Nebbia su Rinnovabili.it intitolato “il nucleare impossibile”: mi viene spontaneo riciclare l’antipatico modo di dire “tutto il mondo è paese”. In Italia e in Germania sta succedendo la stessa identica cosa. Cito Nebbia: “E’ un errore pensare che i potenti interessi finanziari, economici, industriali che stanno dietro il nucleare si siano messi tranquilli; come hanno lavorato sott’acqua nei decenni dal referendum del 1989 fino alla resurrezione (per fortuna breve) del 2008, continuano a diffondere, attraverso i loro mezzi di comunicazione, i messaggi che si possono così riassumere. L’elettricità in Italia costa cara perché le ubbie degli ecologisti hanno fatto fallire i programmi nucleari. Che senso ha non costruire centrali nucleari quando ce ne sono tante francesi a pochi chilometri da Torino? L’elettricità di origine nucleare costa molto meno di quella ottenuta dai combustibili fossili e ha il vantaggio di non produrre gas con effetto serra. Sono tiritere già sentite tante volte e tante volte contestate, ma suonano dolci agli orecchi di molti interessi, per cui c’è da aspettarsi, anche in Italia, la resurrezione di nuova sottile propaganda filonucleare. Che l’energia nucleare non sia né pulita, né sicura, né economica è stato ripetuto fino alla nausea in numerose pubblicazioni, molte delle quali apparse in occasione del referendum del 2011, con accurate analisi di dati economici ed ecologici”. Non facciamoci abbindolare, insomma; persino in un Paese che sembrava avesse detto per sempre addio al nucleare, la Germania, striscia un revival politico pro-nucleare all’insegna del “da’ posti di lavoro e costa meno”, uno slogan che, non è difficile comprenderne le ragioni, riscuote molto appeal da parte del popolo meno informato. Domenica 11 e lunedì 12 marzo si sono svolte in molte città tedesche manifestazioni anti-atomo e nella capitale Berlino si sono ritrovate all’ombra della Porta di Brandeburgo 11.000 persone in difesa dell’energia solare. I titoli dei quotidiani nazionali si sono divisi, soprattutto nei confronti delle prime, fra rispettosi e derisori.

Il “problema del nucleare” qui in Germania è molto più sentito che altrove per il semplice fatto che esistono tuttora in tutto il territorio nazionale ben 27 centrali elettronucleari, tra ancora attive (8 per 9 reattori operativi e 4 dismessi), disattive (23 reattori totali) e in fase di chiusura, e balzano in primo piano il problema dello smaltimento delle scorie radioattive, in primis, e della perdita dei posti di lavoro degli ex impiegati nell’industria nucleare in seconda istanza. Domenica scorsa le due più grandi manifestazioni anti-atomo hanno avuto luogo a Gronau (cittadina di oltre 45 mila abitanti nel Nordrhein-Westfalen), e nella località di Brokdorf , nel Land dell’Hessen (la nostra Assia). In tutto hanno manifestato oltre 40.0000 cittadini tedeschi, 4.000 solo a Gronau: qui l’impianto Urenco di arricchimento dell’Uranio impoverito non solo è ancora in funzione ma produce il 10% del combustibile necessario alle centrali nucleari di tutto il mondo e quindi ricopre una posizione strategica e di primo piano all’interno della cosiddetta “catena atomica”. Invece a Berlino, il giorno dopo, si sono riunite 11.000 persone venute da tutto il Brandeburgo e per lo più dai Länder orientali in difesa della EEG e contro i tagli al Solare voluti dal Ministro dell’Economia Philipp Rösler (anche se i manifestanti indicano come nemico numero 1 il collega che presiede al dicastero dell’Ambiente, Norbert Röttgen: un vero traditore). Nascono gruppi su Facebook e altri social network, si rinsalda il movimento antinucleare che solo apparentemente si era assopito dopo i proclami del governo Merkel del post-Fukushima. Sempre domenica 11/03 oltre 3.000 attivisti hanno circondato anche la centrale nucleare di Brokdorf e nei siti delle centrali di Gundremmingen e Neckarwestheim si sono raccolti quasi 10.000 manifestanti. Anche la capitale dello stato della Bassa Sassonia, Hannover, ha ospitato una grande manifestazione in cui hanno sfilato oltre 7.000 persone per chiedere allo Stato di risolvere l’annoso problema delle scorie radioattive di Gorleben e dello stoccaggio e deposito dei rifiuti nucleari a bassa e media pericolosità di Konrad (fra Hannover e Magdeburgo). Non è un caso che manifestazioni antinucleariste e pro-energia solare si svolgano in contemporanea anche se al suono di slogan differenti: i tedeschi hanno paura, temono che in virtù del difficile momento storico che sta vivendo il loro Paese, in termini di crisi economica, il Governo continui a varare delle riforme che portino ad un ripensamento del piano energetico approvato appena un anno fa, subito dopo il disastro della centrale giapponese. Mi sembra interessante il punto di vista del giornalista della Taz.die Tageszeitung, Andreas Wyputta, espresso nel suo articolo di ieri e secondo cui gli ambientalisti tedeschi non temono solo l’eventualità di un incidente in sé nel territorio nazionale, ma vivono anche un forte senso di colpa per quello che è avvenuto a Fukushima: anche la joint-venture Urenco, l’accordo anglo-tedesco-olandese, sarebbe complice del disastro nucleare giapponese visto che a Gronau si trova l’unico impianto tedesco di arricchimento di uranio che, come detto sopra, fornisce di fatto combustibile a tutte le centrali nucleari del mondo, Tepco (la Tokyo Electronic Power Company) in primis. Marita Wagner, esponente del Partito della Sinistra nel Consiglio comunale di Gronau ha reso noto alla stampa nazionale un dato veramente allarmante: “nell’impianto Urenco di Gronau il 97% di combustibile nucleare prodotto è destinato all’esportazione”. Che fine ha fatto la phase-out promessa dal Governo Merkel? Ovvio che ci si preoccupa anche per il territorio e per chi lo abita: Udo Buchholz, anche lui di Gronau ed amministratore delegato della Federazione di tutela dei cittadini, critica anche il metodo di smaltimento delle scorie radioattive prodotte dall’impianto perché non si sa nemmeno bene come avvenga. E inoltre, bandiera dei favorevoli al nucleare è la “sicurezza” delle centrali, misurata in termini di capacità di difesa in caso di eventi bellici (si veda a tal riguardo il punto di vista degli USA che allo slogan sulla sicurezza “il terrorismo non ci può scalfire, le nostre centrali sono sicure anche in caso di attacco” riesce a far credere che la costruzione di nuovi reattori sia imprescindibile per lo sviluppo del Paese… ricorda un po’ la Ford quando smantellò il sistema ferroviario americano per costringere gli statunitensi a comprare le proprie automobili) ma allora, ribattono i contrari, che si dovrebbe dire del posizionamento geografico di molte centrali? Si pensi che Brokdorf è in una zona depressa, sotto il livello dell’acqua dell’Elba, Neckarwestheim, in una zona soggetta a terremoti, senza considerare le centrali francesi a un passo dal confine come quella di Cattenom in Lorraine in cui per la terza volta dall’inizio di febbraio lo scorso fine settimana si sono spente improvvisamente due unità per problemi al sistema di raffreddamento.

La paura tedesca nei confronti del nucleare è tutt’altro che isteria collettiva – come è stata bollata da alcuni quotidiani nazionali: le preoccupazioni, alle luce di queste ultime considerazioni e della distanza temporale dall’incidente di Fukushima sono più che legittime. Oltre il 90% dei cittadini tedeschi di tutta la Confederazione è favorevole all’abbandono definitivo dell’energia nucleare, anche alla luce della constatazione di un aumento dei prezzi dell’energia elettrica e della necessità di dover sopportare dei nuovi sforzi economici (lo mette in luce un sondaggio della TNS Emnid). Quest’ampio consenso sociale è visto all’estero e da alcuni politici locali come “troppo ansioso” e/o “decisamente fuori luogo”: in molti si domandano se la paura del nucleare non sia davvero superiore al rischio reale o un fenomeno di isteria collettiva ingiustificata. In fondo, i numeri parlano chiaro, l’incidenza di casi estremi di catastrofi atomiche è trascurabile rispetto a quella di disastri aerei, incidenti stradali, minerari, mortalità per attacchi cardiaci o altri eventi fatali. È un modo di affrontare il problema molto subdolo, ci mette in guardia anche Nebbia nell’articolo citato in apertura di questo, bisogna stare in guardia nei confronti di chi dice, per sostenere la propria posizione nuclearista, che speculazioni teoriche e le sole statistiche non possono muovere scelte empiriche. Si cadrebbe nell’errore che già fu fatto nel dopo Chernobyl, certo indotto da una precisa volontà delle lobbies del nucleare, ovvero quando nel 1986 Franz-Joseph Strauß dichiarò “solo i reattori nucleari “comunisti” possono esplodere” tentando di “circoscrivere eventi come Chernobyl, in base all’assunto che l’Occidente capitalistico superevoluto dispone di centrali nucleari sicure. Ora però siamo alle prese con l’avaria in Giappone, che viene considerato il Paese meglio attrezzato del mondo, quello dotato della tecnologia più sofisticata per garantire la sicurezza. La finzione per la quale in Occidente si può dormire tranquilli è svanita” (Ulrich Beck, “La faccia oscura del progresso” Repubblica, 8 aprile 2011).

Su questi temi, su questa contrapposizione si svolge oggi il dibattito tedesco: i fautori del nucleare sostengono la scarsa probabilità, gli oppositori l’alta pericolosità, troppi soggetti coinvolti, troppo danno, irreparabile e irreversibile nel tempo. Il rischio non sarà calcolabile numericamente ma è intuibile e su una base teorica si scontrano le due posizioni, anche quella dei proponenti lo è (teorica), pure con dati economici alla mano riguardo i costi ed i posti di lavoro. “Particolarmente in voga fra i sostenitori del nucleare è la strategia di mettere sotto stress l’isteria del nemico […] (dicendo che) la paura non è un giudizio della ragione ma una sensazione che ostruisce la vista di possibili opzioni di azione.” (cit. S. Döring & F. Feger, “Die deutsche Atomangst” Taz.de, 11.03.2012). La paura immotivata non deve prendere il sopravvento, va studiata per evitare il panico e incoraggiare la conoscenza. I due giornalisti del Taz parlano di paradigma tedesco e mettono a raffronto la sensibilità antinuclearista della Germania con la sofferta memoria della Shoah: la matrice è la stessa così come deve essere uguale il metodo di approfondimento; solo studiando, conoscendo un fenomeno o un avvenimento storico si è poi in grado di criticarlo, negarlo, accettarlo, approvarlo, condannarlo (…) senza essere strumentalizzati da altri. Solo la conoscenza dei fatti può permettere la formazione di una coscienza individuale e collettiva e quindi di comprendere, apprendendo dal passato, che non bisogna ricadere nei medesimi errori. Tanto più che non tutti i cambiamenti sono valutabili come “progresso” della civiltà, nemmeno le tecnologie più avanzate (la ricerca medica ne è spesso l’esempio più chiaro): la svolta nel consenso sociale di questo tipo di “progressi” è stata spesso causata, negli ultimi anni, dai noti gravi avvenimenti catastrofici, come risultato di shock improvvisi, nuovi alla mente. Così, è altrettanto facile che con la stessa celerità con cui si è generata, ed al ritmo incessante e frenetico con cui si muove la società occidentale nell’ottica della produzione e della tanto agognata crescita, il sentimento antagonista svanisca ed abbia il sopravvento la cultura del “Tiremm innanz!”: quello che è avvenuto a Fukushima non deve necessariamente avvenire anche da noi; è colpa dello Tsunami, non della centrale nucleare in sé; eccetera.

Non credo sia superfluo ricordare quali siano state le origini del movimento antinucleare: un movimento sociale internazionale che si oppone all’uso delle varie tecnologie nucleari a partire dal disarmo dalle armi atomiche fino ad arrivare alla questione odierna dell’uso dell’energia nucleare. La più importante manifestazione contro le armi nucleari ebbe luogo a Berlino Ovest nel 1983 e vi parteciparono oltre 600.000 persone; nel maggio 1986, in seguito al disastro di Chernobyl, si stima che quasi 200.000 manifestanti abbiano marciato a Roma per protestare contro il programma nucleare italiano. Perché questa precisazione sulla genesi del movimento? Perché proprio in Giappone, che subì a causa dell’uomo, non certo della natura, la tragedia di Hiroshima e Nagasaki, il ricordo delle bombe radioattive è stato coperto dal manto ipocrita del pacifico utilizzo dell’energia nucleare. La distruzione non è mai viatico per il progresso.

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La farsa Dell'Utri in Cassazione. Comanda la Mafia (video)

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La Mafia non fa più stragi, la Mafia comanda, e i suoi referenti vengono salvati negando l'evidenza dei fatti. La "trattativa" andò a buon fine, per la gioia di Violante e tutto il PDL, che plaudono allo scandalo. Un sentito ringraziamento da Dell'Utri e la Mafia tutta al Procuratore Generale Iacoviello e al Giudice Grassi.



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lunedì 12 marzo 2012

Mafia oggi e trattativa andata a buon fine

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Queste ultime due settimane sono state agghiaccianti sul piano delle notizie che riguardano il cuore della nostra democrazia.

La Mafia e tutta la criminalità organizzata in generale non possono che ringraziare la politica, soprattutto quella del PDL, ma non solo. Quella "trattativa" che solo oggi la magistratura inquirente sta scoprendo davvero, è andata a buon fine: esponenti dei clan mafiosi, camorristi e calabresi hanno rappresentanti nella politica, la stessa politica che depenalizza i reati, mette le pastoie agli strumenti di indagine dei PM, toglie benzina alle auto della Forza Pubblica. Eppure tribunali e agenti di pubblica sicurezza continuano a lavorare. La criminalità organizzata non ha più bisogno di mettere bombe, ammazzare giudici o poliziotti o carabinieri: è più facile e meno odioso infilarsi nella politica che uccidere, anche se qualche pallottola ogni tanto vola. Questa nuova criminalità "simpatica", che "dà lavoro" a tanta gente e ne minaccia altrettanta, è la nuova frontiera dello schifo.

La politica sa bene come si può agire: gli imputati di lusso vengono fatti eleggere col Porcellum e una volta in Parlamento sono salvi attraverso lo strumento della autorizzazione a procedere. La politica sa anche che diverse cariche alla Cassazione o alla Corte Cosituzionale sono decise da essa, e i fidi sono inseriti in quelle Corti in modo da addomesticare sentenze di tribunali d'appello sgradite ai delinquenti più potenti o salvare il salvabile (ove non è troppo sporca la cosa) di leggi che sono porcherie ad personam, vedi l'ultima sentenza sul Lodo Alfano.

E' davanti agli occhi, è inutile negarlo. Dell'Utri, a carico del quale sono state raccolte tonnellate di prove documentali, intercettazioni, testimonianze tutte riscontrate, è stato salvato dalla Cassazione, che ha rimesso in mano alla Corte di Appello il giudizio. Questo non significa che ci sarà una assoluzione sicura, ma parla chiaro. E tutto ciò anche in virtù di quel placet che ruota tutto attorno al capo Berlusconi, quello che ha legiferato solo per sé e le sue aziende, quello che non è mai finito in carcere perché ha messo gli avvocati per fargli le leggi, per praticare ostruzionismo in udienza e per arrampicarsi sugli specchi in TV per infinocchiare più gente possibile, ben coadiuvati dai servitori di turno, cui basta sventolare la "mazzetta del 2000", e cioé l'elezione al Parlamento o la poltrona di capo in qualche giornale, per ottenere servitù eterna. Questa è la nuova forma di corruzione istituzionalizzata dal PDL, cui ha fatto largo ricorso lo stesso PD, sempre più lontano dalla gente e dai principi della Costituzione repubblicana.

La trattativa c'era, ed è andata a buon fine. Niente più bombe infatti, e sempre più inquisiti e pregiudicati nella politica, tutti a delinquere e poi fare le vittime. La politica concede gli appalti alle ditte della criminalità stessa, la politica se ne frega della gente, e la politica quando è "tecnica" sa servire bene anche le banche. E queste due politiche (quella propriamente detta e quella tecnica - di Monti, per intenderci) servono bene un altro comune padrone: la Chiesa, che tanti voti dà e tanti servigi pretende.

E' tutto guasto, è tutto marcio. La democrazia non esiste, perché se pure qualche brava persona fa politica, entra poi in un meccanismo di autosostegno dei partiti che stritola tutto, e nelle alte sfere comandano le mafie e la Chiesa, le quali in comune hanno una cosa: a entrambe non interessa che colore ha un partito, quando è alla maggioranza ci vanno a fare affari volentieri.

Partitocrazia-Mafie, Chiesa e Banche. Chi comanda non siamo più noi cittadini. La sovranità popolare è uno specchietto per le allodole, una farsa. Ma tanto abbiamo il calcio e la televisione: a noi non deve servire altro. L'importante è che non siamo informati e non pensiamo.

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venerdì 9 marzo 2012

Il piede in più staffe, e la poltrona da mantenere

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Chi segue da vicino la politica in Sardegna è a conoscenza dell'inferno scatenatosi nell'IDV qualche anno fa quando i transfughi dal PSI all'IDV cercarono di assaltare la diligenza (la poltrona di Segretario Regionale). Chi non ha buona memoria può fare qualche ripasso:

domenica 24 ottobre 2010 - I veleni del berlusconismo nell'IDV sardo
sabato 4 dicembre 2010 - La spaccatura nell'IDV dei mancati golpisti e degli scontenti

Da quel periodo fino a oggi ne sono successe di tutti i colori, si è anche cercato l'assalto all potrona di Segretario Provinciale (a Sassari), ma anche lì è stata una Caporetto per gli ex PSI, fino a quando il braccio destro di Daniele Cocco, e cioé Daniele Arca, ha salutato con l'ultima gazzarra e ha sbattuto la porta entrando subito in SEL (per aprire la strada a Cocco? in fondo è il suo braccio destro)..

Nel frattempo altri del PSI, visto il crescente successo del partito di Vendola, hanno pensato bene di trasmigrare in massa conquistando SEL a mani basse. La prospettiva di mantenere le chiappe su poltrone dorate e di potere è uno stimolo invincibile per voltare gabbana.

Daniele Cocco (dopo qualche brutta figura in Regione con Salis e Mariani) dal canto suo è rimasto per un po' nell'ombra, infatti è stato preceduto dagli ex colleghi del PSI nel passaggio a SEL, ma ora è riuscito a farsi accettare, anche e proprio da quelli (del PSI) che quando l'avevano visto cambiare casacca proprio alla vigilia delle scorse elezioni al Consiglio Regionale non avevano lesinato critiche (al tempo ci rimase peggio un altro partito, sicuro che Cocco si candidasse con loro; ma dopo un po' di calcoli la scelta di andare con l'IDV si rivelò azzeccata, e pazienza per i manifesti elettorali già fatti e quindi gettati).

Nella Nuova Sardegna di ieri un laconico trafiletto dà la notizia in maniera incompleta. Leggetelo bene:

Cocco lascia l'IDV e aderisce a SEL

Daniele Cocco lascia l'Italia Dei Valori e aderisce a SEL. Lo ha ufficializzato lo stesso consigliere regionale. La decisione non determinerà alcuna rivoluzione all'interno dei gruppi consiliari. Cocco, infatti, aderisce al partito di Vendola ma invece di confluire nel gruppo misto tecnicamente resterà nel gruppo IDV. Anche SEL non farà gruppo a sé e rimarrà all'interno del Gruppo Misto come componente partitica assieme a quelle di MPA (Franco Cuccureddu) e API (Roberto Capelli). Con questa operazione SEL passa ad aver quattro esponenti in Consiglio Regionale.

Quindi Cocco esce dall'IDV, entra in SEL, ma rimane in IDV, nel gruppo. Eeeeeh? Una negazione: o si è di un partito, o si è di un altro, e non vale la scusa del "gruppo". Che senso ha questa cosa? Tutto facile, e sta proprio in quello che la Nuova Sardegna e Daniele Cocco stesso si sono ben guardati dal raccontare.

La segreteria regionale dell'IDV ha raccontato la seconda e più importante parte di questa storia. Eccola.

Daniele Cocco, come tutti gli altri IDV, aveva sottoscritto quanto segue: "Moralmente e solennemente mi impegno - qualora maturasse una condizione di incompatibilità con le scelte politiche di Italia dei Valori - a rassegnare le mie dimissioni dalla carica di consigliere escludendo categoricamente il passaggio a diverso gruppo consiliare regionale, compreso quello misto".

Cocco quindi aveva preso l'impegno di andare a casa. Ma rinunciare alla ben remunerata poltrona in Regione (abbiamo gli stipendi più alti d'Italia, ricordiamolo) è davvero dura. Quindi l'artifizio: esce da IDV, entra in SEL, ma resta nel gruppo IDV. Può SEL accettare questa presa in giro? O sei SEL, o sei IDV. L'IDV non la accetta, e infatti ha reagito con la nota che linkiamo. E riguardo all'essersi maturata una "condizione di incompatibilità con le scelte politiche di Italia dei Valori", è chiaro che se uno va via da un partito c'è una incompatibilità; se si va via da un partito c'è dietro qualcosa di grosso, non è una cosa che si fa... così: e cioé solo perché viene in testa l'idea di farlo.

Rispettare i patti... ahi!

E SEL adesso? Arriva Cocco... Auguri SEL.











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Sostenibilità architettonica : memoria sostenibile – futuro sostenibile. La Cappella della Riconciliazione a Berlino

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di Francesca Petretto
da Il Sostenibile

Nel 2009 i ricercatori dell’università di Durham, in Inghilterra, pubblicarono sulla rivista scientifica Géotechnique i risultati dei propri studi effettuati sulla resistenza nel tempo, e in opera, di manufatti architettonici eseguiti utilizzando l’antica tecnica costruttiva del pisé ovvero della terra battuta. Negli ultimi anni sempre più architetti e ingegneri, soprattutto europei, l’hanno riscoperta e utilizzata per la costruzione, nel nome della sostenibilità, di nuovi edifici: una sostenibilità che qui ha un duplice significato, anzitutto perché il materiale è disponibile in loco (e dunque non richiede di essere trasportato, considerando spese ed inquinamento che questo può produrre insieme al rischio di deperibilità del materiale stesso) e in secondo luogo perché il suo utilizzo non rende più indispensabile quello del cemento, responsabile del 5% delle emissioni complessive di biossido di carbonio nell’atmosfera. Tom Morton, segretario della Earth Building UK, organizzazione che promuove la conservazione delle costruzioni in terra del Regno Unito, dice: “Questo tipo di ricerca ha grande valore perché dimostra che tecniche edilizie tradizionali, solide e a ridotto impatto ambientale, possono essere adattate a costruzioni del XXI secolo oltre a permettere una concretizzazione architettonica dei criteri di sostenibilità”.

L’antica tecnica edilizia del pisè è stata utilizzata in passato per la costruzione di strutture le più disparate, tanto in area mediterranea quanto in regioni lontane dalla nostra: l’Alhambra e la Grande Muraglia cinese ne sono gli esempi più famosi, e ancora oggi viene utilizzata nell’architettura rurale di aree depresse del Pianeta. Ottima da conservare (si badi bene, il verbo è “conservare”, non “restaurare”), perfetta per costruire ex-novo, il metodo costruttivo a pisè si basa sulla realizzazione di chiusure verticali utilizzando argilla umida (per evitare fessurazioni in fase di essiccazione) compattata con appositi strumenti, dentro casseforme lignee di limitata altezza e smontabili, per consentirne lo spostamento oltre che il facile smaltimento a fine lavori. Talvolta la massa di argilla può essere alleggerita con l’aggiunta di paglia tritata ed erba secca. Il muro può avere uno spessore variabile ed è realizzato a strati, battendo l’argilla con strumenti in legno dalla testa larga, a punta o a cuneo, in modo darenderla compatta ed accelerare la sua essiccazione.

Una volta che la terra si è indurita, si procede al disarmo della cassaforma per riarmarla di fianco mantenendo un poco di contatto con la parte realizzata in precedenza. Questo procedimento si ripete fino a che non si raggiunge l’altezza desiderata. Gli studiosi della “Scuola di Ingegneria” dell’università di Durham sostengono nel loro saggio che “esattamente come un robusto castello di sabbia per essere stabile richiede esclusivamente una piccola quantità d’acqua, così la robustezza di questa tecnica di costruzione risiede nel suo grado di umidità”. Gi studi fatti in laboratorio si sono basati sulla messa sotto pressione di alcuni campioni di manufatto; le successive analisi hanno evidenziato che quando il contenuto d’acqua è molto ridotto, l’equilibrio che si crea tra le particelle di terra conferisce un’incredibile robustezza alla struttura;
in sostanza, quando i muri costruiti seguendo questo procedimento si asciugano (in condizioni climatiche adatte), essi trattengono una piccola quantità d’acqua, quella che non evapora, guadagnandoci in resistenza.
 “Sappiamo che le strutture costruite con il pisè dimostrano un’elevata resistenza nel tempo, ma fino ad oggi non si era giunti a comprendere da cosa derivasse questa resistenza”, scrive Charles Augarde (Earth building: History, science and conservation) dello stesso dipartimento dell’università inglese “senza questa conoscenza non saremmo in grado di conservare in modo efficace queste strutture o di disegnare progetti per nuove costruzioni.
I test che abbiamo svolto […] evidenziano che la resistenza è imputabile alla quantità di acqua contenuta (e) ampliando le nostre conoscenze, a questo proposito, siamo in grado di iniziare ad analizzare quali implicazioni potrebbe avere l’impiego del pisè come tecnica edile a basso impatto ambientale per la progettazione di nuovi edifici e per la conservazione di antichi manufatti con essa realizzati. Queste tecniche [parla della tecnologia dell’architettura in terra cruda genericamente intesa] – a ridotte emissioni di carbonio – hanno un buon potenziale di successo, poiché coniugano l’esperienza di Università con la concezione commerciale del settore industriale. Siamo assistendo a una serie di sviluppi estremamente interessanti”.

In un Paese Protestante come la Germania, l’uso dell’antica tecnica del pisè si arricchisce di connotazioni aggiuntive che parlano anche di una sostenibilità altra: il biblico “vai e conquista la Terra!” diventa così – suggerisce l’architetto austriaco Otto Kapfinger – il motto moderno degli ecologisti e soprattutto dei bioarchitetti e studiosi di edilizia sostenibile: “fai uso della Terra e rispettala!”. Così ha fatto il suo connazionale Martin Rauch, pioniere europeo della moderna architettura delle case in terra compressa: le sue creazioni riescono a integrare le ragioni delle costruzioni contemporanee con la lezione degli antichi, coniugando il fascino e le suggestioni di edifici e creazioni arcaiche in risultati assolutamente moderni e talvolta avveniristici. Quando Rauch fu chiamato alla costruzione della Cappella della Riconciliazione, all’interno del memoriale di Bernauer Strasse, a Berlino, diede forma, per la prima volta alle proprie suggestioni su scala monumentale, creando un’architettura “complessa”, ricca di profonda simbologia, alte valenze evocative e connotazioni ecologiche che solo con l’uso di materiali naturali, ovviamente, potevano trovare la giusta rappresentazione e un felice compimento.

Ancor prima che architetto, Rauch è scultore: giunge all’utilizzo del pisè attraverso un percorso formativo che ha origine nei suoi primi esperimenti nel campo della lavorazione della ceramica. Le analogie con la tecnica del limo inventata da Paolo Soleri negli Stati Uniti non sono poche, e anzi ritengo sia plausibile una forte suggestione esercitata dagli esperimenti (e dall’idea che ad essi è sottesa) delle creazioni dell’architetto italiano attivo in Arizona sul più giovane collega austriaco. È possibile osservare, tanto nelle sculture ceramiche del primo quanto nelle iniziali creazioni plastiche del secondo, come il contatto con la terra cruda e l’argilla abbia favorito la nascita di una forte base emotiva e la sedimentazione di approfondite conoscenze tecniche indispensabili per compiere il seguente salto di scala, per il suo sviluppo anche in ambito architettonico, dunque non più “solo” a scopo ornamentale bensì strutturale. Il successivo incontro con tecniche edilizie tanto antiche, nello studio e nell’osservazione diretta delle stesse e dei manufatti e dei modi di vita che sono a esse legati e sottesi ancora oggi in alcune parti del mondo, grazie all’impiego di cicli semplici di produzione in loco – a km zero – e all’ottimizzazione delle risorse, ha permesso a Rauch di constatarne altresì, in maniera disincantata, la crisi, accelerata dal progresso imposto dai paesi industrializzati senza colmare prima il gap storico e culturale (cercando una integrazione fra i due e non certo soffocando uno con l’altro), senza curarsi della tradizione, nell’ottica di imporre un mercato globalizzato, di soppiantarle letteralmente con tecnologie complesse, inadatte, dispendiose, inutili, con effetti ancora più dannosi per l’ambiente ed orribili a vedersi, con soluzioni tecniche fuori luogo, incomprensibili per le maestranze locali (che così sono ancora una volta escluse dalla partecipazione attiva al processo produttivo ed al mondo del lavoro) e, nel caso, impossibili da riparare (si pensi a Dubai, cattedrale nel deserto degli Emirati Arabi). Così quello che in origine era impulso artistico, frutto di un’inclinazione e di una suggestione personale, trova la sua collocazione oggettiva e materica in ambito architettonico, ma in una “nuova” architettura che rispetta il passato, lo commemora e lo studia, e lo ripropone per il futuro, senza negare a questo il ruolo di primo piano, nell’ottica della sostenibilità e del giusto progresso. Dalle creazioni con l’argilla Rauch passa alle costruzioni in terra, cresce il suo interesse per le strutture in pisè, dove il muro è eretto strato su strato, tessendo l’ordito del suo aspetto ornamentale esteriore. “La struttura, il colore e la tessitura del materiale rimangono puri e nel processo di formatura e di compattazione si conservano inalterati e addirittura intensificati”. Da contorni apparentemente primitivi e informi nascono forme raffinate ma non enfatiche, capaci di coinvolgere tutti i sensi: piacevoli alla vista, con un odore proprio, che stimolano il con-tatto manuale. Rauch rifiuta di ovviare con il cemento ad alcuni difetti tecnici del pisè classico in opera, perché verrebbero a mancare le caratteristiche cruciali della terra cruda: la completa riciclabilità e l’ottima traspirazione. Si dedica invece alla ricerca delle miscele migliori di materiale naturale, all’adattamento delle casseforme e della tecnica di compattazione, al perfezionamento sistematico delle antiche tecniche con l’inserimento di altri rinforzi e armature, senza però abbandonarne la configurazione strutturale originaria. A questo scopo sviluppa utensili, casseri, modelli, processi di lavorazione, costruisce prototipi di muro e integra l’esperienza acquisita con la realizzazione diretta dei propri progetti nelle successive serie di sperimentazioni. La rivendicazione ecologica è molto forte ma il risultato è tutto fuorché retrò, bensì molto moderno e “brutalmente di transizione”.

Non resta che chiedersi se una rinascita della terra cruda debba a priori essere limitata a nicchie individuali e personali, oppure se questo mestiere non contenga invece qualità determinanti e inimitabili tali da portare necessariamente, prima o poi, ad una diffusione e accettazione su vasta scala. Il know-how è disponibile, sviluppato e realizzato da pionieri come Martin Rauch, i progetti pilota sono riusciti a superare tutti gli ostacoli di ordine giuridico e pratico. Pur senza una lobby industriale (almeno finora) per questo materiale, la fase in cui veniva considerato come un’ingenua alternativa è ormai superata da tempo. Il futuro del moderno costruire in terra cruda è appena iniziato. [da: Otto Kapfinger, “Allineamenti al nuovo futuro”, Bolzano (2011)].

Qui Martin Rauch realizza un’opera pionieristica, occupandosi del disegno della parte centrale del nuovo edificio, l’ovale che ospita la cappella vera e propria, su progetto originario degli architetti berlinesi Peter Sassenroth e Rudolf Reitermann e sulle fondazioni di un’antica chiesa letteralmente abbattuta con cariche esplosive nel 1985, per liberare la visuale e il campo di tiro tra i due schieramenti di qua e di là del muro di Berlino. Più che di un edificio religioso, si tratta di un luogo di raccoglimento e di preghiera che rende giustizia alle vittime della comunità locale e accoglie i visitatori del vicino memoriale; la cappella è stata eretta in occasione del decimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Nel 1961, quando la città fu divisa in due, la chiesa originale in stile neogotico si trovava lungo la cosiddetta striscia della morte e quindi era irraggiungibile. Dopo la data storica del 9 novembre 1989, il terreno fu restituito al Comune mantenendo la destinazione d’uso religiosa. La nuova cappella è stata realizzata sull’area del vecchio coro della chiesa originale. Dove un tempo era la scala che conduceva alla cripta, sorge oggi la nicchia che ospita la pala d’altare originale, sottratta alla distruzione degli esplosivi. La nuova abside ancora l’ambiente ovale alle direttrici dell’antica costruzione, mentre l’asse principale della nuova cella segue la direzione est-ovest, su cui poggia anche l’altare, disegnato sempre da Rauch. La struttura centrale è in pisè, l’involucro che la circonda in lamelle di legno.

I motivi della scelta di affiancare ai due architetti tedeschi, Rudolf Reiter e Peter Sassenroth, Martin Rauch per la costruzione cella centrale della cappella sono da ricercare in una precisa volontà della committenza: si voleva che l’edificio fosse conforme al suo tempo anche in senso ecologico, quindi che si risparmiassero le risorse pensando anche alle generazioni venture e che la memoria materica facesse da contraltare alla memoria umana, storica e spirituale al contempo. Di fatto il disegno originale dei primi due non piacque alla comunità di Bernauer Strasse che lì aveva perso i proprio i figli, ma non per via di un giudizio estetico o di gusto, quanto perché la struttura in vetro e cemento del loro progetto era tristemente evocativa e rimandava immediatamente alla cortina grigia del muro ed ai pezzi di vetro che, insieme col filo spinato, ne sigillavano la sommità. Il rifiuto di ciò che il muro aveva rappresentato doveva essere sublimato, nell’edificazione di una cappella commemorativa, da altre forme, differenti colori e altre composizioni di materiali. La comunità ha allora optato per un progetto composto da due corpi edilizi ovali, collocati uno dentro l’altro: l’ovale esterno in lamelle di legno che segue l’orientamento della vecchia Chiesa della Conciliazione, quello interno di argilla compressa che riprende invece l’orientamento est – ovest, abituale nelle chiese. Argilla e legno: il materiale naturale incarna un’idea e la fa respirare, ed è stato così che per la prima volta dopo 150 si è costruita a nord delle Alpi una struttura in terra battuta. Sul significato simbolico che terra e legno assumono nella liturgia Cristiana non è il caso di soffermarsi oltre, piuttosto l’idea ecologica del progetto balza in primo piano: attorno al 1830 era attiva, nelle vicinanze dell’antica chiesa, una cava di argilla e molti edifici berlinesi ottocenteschi sono in mattoni rossi e gialli, plasmati e cotti proprio coll’elemento base ricavato in questo e atri luoghi un tempo periferici; siamo di fronte a un altro intelligente omaggio alla memoria umana, a un passato da riproporre non solo in quanto radice comune delle persone o commemorazione. Perché usare un materiale diverso se abbiamo tutto qui, a disposizione? E ancora, la memoria deve essere mantenuta viva? Ebbene l’argilla è un materiale vivo, che respira, così come il legno, ed è fragile come la conquista culturale e come la natura umana ed è bene ricordarlo. L’antica chiesa fu abbattuta in poco più di un istante, con cariche esplosive, la vita umana è sempre appesa a un filo, insidiata dall’esterno: è una parabola sulle minacce cui sono sottoposte le nostre vite. Infine il piacere del contatto col materiale, lo stimolo tattile che solo un prodotto naturale, che memorizza le temperature dell’ambiente, può offrire, soprattutto all’uomo contemporaneo disabituato a questo tipo di suggestioni. “Fragilità, bellezza, dignità, vulnerabilità (sono) combinate insieme nella creta”.

In merito ai vantaggi tecnologici: si usa un materiale che ha dimostrato incredibili doti di resistenza nella messa in opera e nel comportamento statico nel tempo, sottoposto anzitutto a frequenti e notevoli sbalzi di temperatura oltre che alle tensioni ed agli sforzi della struttura. La realizzazione in terra cruda della Cappella della Riconciliazione ha richiesto un’apposita procedura di concessione edilizia. Per la prima volta infatti gli statici degli uffici tecnici del Comune di Berlino si sono dovuti confrontare con tale tecnica, in considerazione del sovradimensionamento statico che qui ha raggiunto un livello sette volte superiore alle resistenze minime ammissibili note. Il controllo prescritto, da parte di un ente indipendente, nonché il supporto scientifico, sono stati forniti dalla Technische Universität di Berlino. Nel corso di tre mesi sono state lavorate 390 tonnellate di terra ricavate dalle cave cittadine: all’impasto sono stati poi aggiunti i laterizi frantumati provenienti dalla vecchia costruzione, quale memoria simbolica. Le stratificazioni orizzontali e il gioco omogeneo dei colori della terra conferiscono all’ambiente una sensazione di pace, concentrazione e sicurezza, ulteriormente accentuata dall’ingresso della luce proveniente dall’oculo in alto, ricavato sulla copertura in legno. Il pavimento in terra battuta, trattato con cere naturali, simboleggia il legame con la terra. I materiali – legno non trattato per il tetto e l’involucro, la terra cruda per il nucleo massiccio – rispecchiano la scelta consapevole espressa della committenza contro il progetto originario della costruzione in acciaio e cemento, che puntava a evitare ogni forma di enfasi.

Questo luogo storico e ricco di significati, in cui si manifesta una profonda tragicità ma anche il suo superamento, non è sigillato nelle forme o nei materiali: il ricordo e la riflessione sono stimolati e supportati con gesti minimi e con materiali effimeri. Al contempo vengono evidenziate la fragilità e la violabilità della pace e della riconciliazione. La combinazione, tutt’altro che appariscente, di legno e terra corrisponde all’idea di una recinzione aperta e solidificata solo in alcuni punti, che comprende storia e presente, quotidianità e rito, città e luogo commemorativo. Gran parte delle maestranze che hanno preso parte alla costruzione erano volontari dell’Associazione Regionale per la Tutela del Patrimonio Architettonico e dipendenti di aziende specializzate in costruzioni in terra cruda, che in questa occasione hanno potuto raccogliere preziose esperienze per realizzare autonomamente in futuro altri progetti in terra battuta. Nei progetti di simili dimensioni, la qualità del materiale e dell’esecuzione sono di fondamentale importanza. “Con l’essiccazione della terra cruda – afferma Martin Rauch – il muro si ritira e si producono tensioni enormi. Nella Cappella della Riconciliazione, tuttavia, siamo riusciti a costruire dei muri senza crepe”. Inoltre l’argilla in fase di lavorazione ha bisogno di poca energia, è un materiale riciclabile e offre ottime caratteristiche climatiche, grande vantaggio, visto che la cappella non è dotata di un impianto di riscaldamento, vuoi anche per le ridotte dimensioni facilmente riempibili quando si raduna la piccola comunità. La parrocchia può risparmiare sui costi di riscaldamento e reimpostarsi su nuovi valori: semplicità, povertà, naturalismo. Le condizioni atmosferiche, il ciclo delle stagioni, la luce che filtra dalla cortina di legno nell’ambulacro e che entra dal finestrone posto in alto sopra l’altare, l’alternarsi di luce e tenebra, il caldo ed il freddo delle stagioni, la secchezza e l’umidità rendono palpabili le fasi ed i passaggi che scandiscono l’anno liturgico. Materiali effimeri evocano continuamente la caducità della vita umana. La scelta di povertà si è rivelata in realtà una grande ricchezza così come l’ottima riuscita in opera, valutabile anche a distanza di anni (la Cappella è stata inaugurata il 9 novembre 2000), è la riprova della felicità della scelta della sostenibilità, valutabile non più solo nell’ottica del risparmio energetico ma anche del successo oggettivo, materico e sensibile dell’architettura.

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lunedì 5 marzo 2012

Gas cancerogeno contro i No Tav: il gas CS

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Il gas CS, cancerogeno, è lo sfolla gente usato dalle forze dell'ordine contro i manifestanti. Usato per la prima volta in Italia durante il G8 a Genova, è diventato un must da quando è nata la protesta No Tav in Val di Susa sin dall'anno scorso. Questo gas è vietato dalle convenzioni internazionali sulle armi chimiche sin dalla metà degli anni 90', persino in guerra. Ma in Italia (e in altri pesi "civili" e non) viene utilizzato nelle situazioni di ordine pubblico.

Per capire cosa fa questo gas citiamo Wikipedia: è un gas con 15 varianti chimiche, una esposizione breve oltre a far lacrimare gli occhi, irrita le vie respiratorie, è urticante per la pelle, e fa vomitare sangue; un'esposizione più lunga invece uccide le cellule dei polmoni, causando il cancro se c'è un'assimilazione prolungata col respiro e produce modifiche genetiche nei cromosomi (immaginate se lo respira una donna incinta cosa succede al nascituro). Ovviamente questo non vale solo per i manifestanti, ma anche per le forze dell'ordine quando non hanno le mascherine e infine per i cittadini che abitano nelle zone in cui viene lanciato, i quali lo respirano senza aver fatto niente.

Leggete nella pagina linkata sopra dove è stato utilizzato di più e quante morti ha provocato in tutto il mondo.

Impressionanti le raccomandazioni farmaceutiche relative ai due componenti principali del “Cs”, la clorobenzaldeide e il malononitrile. Quest’ultimo è “tossico per inalazione, a contatto con la pelle o per ingestione”. E’ “altamente tossico per gli organismi” e, a lungo termine, può provocare effetti negativi anche se diffuso nell’ambiente. Si raccomanda di “non respirare gas, fumi, vapori, aerosol”. E poi: “Togliersi di dosso immediatamente gli indumenti contaminati e, in caso di incidente, consultare subito il medico”. Non solo: il composto “deve essere smaltito come rifiuto pericoloso, da non disperdere nell’ambiente”. Poi la clorobenzaldeide, usata come diluente. Un idrocarburo che per la Carlo Erba di Milano rappresenta un pericolo: “Provoca gravi ustioni cutanee e gravi lesioni oculari: non respirarne la polvere, i fumi, i gas, la nebbia, i vapori, gli aerosol”. In caso di contatto con la pelle e gli occhi, l’azienda manifestanti No Tav sommersi dai lacrimogeni farmaceutica raccomanda addirittura un ricovero al più vicino centro antiveleni.

Tutto molto bello, vero?

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Monti intende ridurre i controlli sulla sicurezza nel lavoro

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di Isidoro Aiello
05.03.2012

La sicurezza nei posti di lavoro è un diritto inalienabile. La soppressione del medesimo è pienamente coerente con l'imbarbarimento della società prodotto da neoliberismo economico-finanziario, per il quale ciascun uomo vale in tanto in quanto produce, possibilmente a costo zero o quasi, e consuma.
Tutti coloro che escono da questo circuito o per vecchiaia o per malattia o per invalidità fisiche congenite od acquisite sono considerate un peso per la società.
Ai diversamente abili si tagliano quasi la totalità delle risorse per le politiche sociali, nei posti di lavoro si tagliano in controlli sulla sicurezza perché aumentano i costi di produzione, e se poi qualche operaio muore o rimane gravemente handicappato, peggio per lui, la società moderna della finanza e del profitto esasperato per pochi, non può tenere conto di queste quisquiglie in nome del Dio Mercato, che chiede sacrifici umani al pari degli Incas.

Se almeno il Sig. Monti ed i suoi padrini sostenitori praticassero l'onestà intellettuale affermerebbero senza sotterfugi l'etica Spartana: gli handicappati dalla nascita ed i deboli non in grado si servire efficacemente la società venivano eliminati gettandoli dalla rupe Tarpeia.
Come si vede l'umanità in oltre 2000 anni non è cambiata per niente, se non nell'accentuazione della propria ipocrisia.

Decreto Semplificazioni: a rischio controlli su sicurezza lavoro
Il decreto semplificazioni rischia di ridurre o abolire i controlli sulle imprese in termini di sicurezza sul lavoro e ambiente; pronti gli emendamenti per correggere la misura del Governo.
Francesca Vinciarelli - 2 marzo 2012

Il decreto semplificazioni, o meglio il DL 9 febbraio 2012, n. 5 “Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo” rischia di depotenziare se non addirittura annullare i controlli nelle imprese, cruciali per garantire la tutela delle norme in ambito ambientale e della sicurezza sul lavoro.

In particolare si fa riferimento all’articolo 14 del Decreto Legge n.5/2012 che sembra contenere alcuni punti critici per la sicurezza sui luoghi di lavoro, sui quali le Commissioni riunite I e X della Camera si sono dimostrate favorevoli per apportare modifiche di impostazione al concetto di “Semplificazione dei controlli sulle imprese“.

Articolo 14 DL semplificazioni

Nell’articolo 14 del decreto semplificazioni, entrato in vigore lo scorso 10 febbraio 2012, che disciplina i controlli sulle imprese, si legge al comma 4 punto f) che è prevista una soppressione o riduzione dei controlli sulle imprese in possesso della certificazione del sistema di gestione per la qualità (UNI EN ISO-9001), o altra appropriata certificazione emessa, a fronte di norme armonizzate, da un organismo di certificazione accreditato da un ente di accreditamento designato da uno Stato membro dell’Unione europea ai sensi del Regolamento 2008/765/CE, o firmatario degli Accordi internazionali di mutuo riconoscimento (IAF MLA).

La certificazione di qualità ISO 9001.

Si tratta di una misura curiosa poiché in realtà la UNI EN ISO 9001:2008 delinea i principi relativi alla qualità di processo per la produzione di beni o servizi, con l’obiettivo principale di garantire la maggiore soddisfazione del cliente. Obblighi che non hanno relazioni evidenti con gli aspetti legati alla salute, all’ambiente e alla sicurezza.

In altre parole, osservando il decreto con occhi maligni, potrebbe configurarsi una riduzione o addirittura una soppressione dei controlli della Pubblica Amministrazione, con tanto di “collaborazione amichevole con i soggetti controllati”, come indicato dallo stesso comma 4, lettera d).

Anche tale collaborazione potrebbe essere interpretata come un controllo concordato, magari con preavviso, sminuendo ulteriormente l’attuale normativa.

In attesa del dibattito, alcuni esponenti politici hanno già provveduto a presentare diversi emendamenti in merito, che tentano di abolire questa iniziativa cercando di evitare possibili danni alla salute, all’ambiente, al paesaggio, al patrimonio artistico e culturale, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e possibili contrasti con l’utilità sociale, con l’ordine pubblico e con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica.

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Libertà di Stampa / NO TAV

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di Isidoro Aiello
04.03.2012

I giornalisti di La7 e di Rai News strillano contro il movimento NO TAV per essere stati allontanati dalle manifestazioni nonostante le loro irritanti insistenze. Lamentano comportamenti autoritari, antidemocratici e violenti, e su questo inzuppano la brioche tutti i mass media asserviti al regime, vale a dire oltre il 90%, per screditare il movimento NO TAV di fronte all'opinione pubblica.
Tutte le parti politiche di maggioranza fanno eco e da cassa di risonanza per dimostrare la necessità di costruire questa opera faraonica, che comporterà costi enormi in vite umane, danneggiamento irreversibile per l'ambiente, nessun vantaggio all'Italia, ma grandi guadagni alle imprese coinvolte nella realizzazione dell'opera, cooperative e grandi imprese nazionali con infiltrazioni malavitose certe.

E questi campioni dell'informazione, che hanno relegato l'Italia oltre l'80° posto nella classifica dei paesi relativamente alla libertà di informazione, starnazzano e non si chiedono perché un movimento, che ha necessità di visibilità e dell'appoggio dell'opinione pubblica per avere possibilità di successo, assuma comportamenti ostili nei confronti dei giornalisti!
A questi eccelsi personaggi non viene neppure in mente che è il loro asservimento al potere, la loro scorrettezza e mancanza di professionalità nell'informare correttamente, che fa perdere loro dignità e credibilità ed inevitabilmente scatenano reazioni ostili?

Quale giornalista ha riportato con onestà intellettuale gli studi di numerosissimi ingegneri del Politecnico di Torino che dimostrano l'inutilità economica ed il danno che comporterebbe questa opera, o le relazioni dei geologi sugli irreparabili danni ambientali per la Val di Susa?
Quali giornalisti hanno riportato questa semplice tabella che mostra quante cose assai più utili della linea Torino Lione si potrebbero fare con:

4 cm di Tav = 1 anno di pensione,
3 metri di Tav = 4 sezioni di scuola materna,
500 metri di Tav = un ospedale da 1200 posti letto, 226 ambulatori, 38 sale operatorie
1 km di Tav = 1 anno di tasse universitarie per 250mila studenti, oppure 55 treni pendolari NO TAV.


Cari giornalisti, un vecchio proverbio dice “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Piuttosto sarebbe meglio che l’informazione riguadagni dignità ed autorevolezza svolgendo il ruolo che il sistema democratico impone loro e che finalmente la smettano di fare i pappagalli del Potere!

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venerdì 2 marzo 2012

Due parole sulla TAV, che ingrassa i criminali

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A proposito di TAV...

4 cm di Tav = 1 anno di pensione,
3 metri di Tav = 4 sezioni di scuola materna,
500 metri di Tav = un ospedale da 1200 posti letto, 226 ambulatori, 38 sale operatorie
1 km di Tav = 1 anno di tasse universitarie per 250.000 studenti, oppure 55 treni pendolari NO TAV.

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giovedì 1 marzo 2012

LIBERATE ROSSELLA!

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Fotovoltaico e incentivi in Germania

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Un altro articolo estremamente interessante su come la Germania si atteggi di fronte alle energie pulite.

Drastico taglio agli incentivi per il Fotovoltaico in Germania
da Il Sostenibile
di Francesca Petretto

“Un taglio dei sussidi così radicale e brutale priva le imprese del loro motivo di vita” afferma il direttore generale dell’Associazione Federale dell’industria solare tedesca (BSW Bundesverband Solarwirtschaft), Carsten Koernig, a commento dell’annuncio dei tagli al solare voluti concordemente dai due ministri tedeschi dell’Ambiente e dell’Economia, fatto il 23 febbraio scorso a Berlino. Il titolare del dicastero dell’Ambiente Norbert Röttgen sostiene al contrario: “La riduzione del sostegno pubblico è l’espressione del successo nel settore [dell’energia solare]”. Stiamo parlando del Paese che detiene il primato nel 2011 per numero di impianti installati, ben 7.500 MW di potenza, un numero che ha acceso la discussione tra i membri del Governo e che ha portato alla decisione del taglio degli incentivi. Il motivo è molto semplice: bisogna evitare la solita corsa ai finanziamenti statali (una corsa che l’Italia conosce molto bene).

Vediamo cosa è successo nel dettaglio: il 23 febbraio la coalizione nero-gialla al Governo (CDU e FDP, rispettivamente Unione Cristiano Democratica e Partito Liberale Democratico) ha predisposto nuovi tagli ai sussidi per la produzione di pannelli solari. I due ministri dell’Ambiente (Norbert Röttgen della CDU) e dell’Economia (Philip Rösler della FDP) hanno finalmente trovato una posizione comune su un tema che in passato li aveva sempre visti in netta opposizione, le sovvenzioni statali alle imprese attive nel settore del Fotovoltaico; chi ne fa le spese però sono le imprese stesse e in un certo senso anche i consumatori. L’ultimo incontro ufficiale di Bruxelles, del 14 febbraio scorso si era lasciato dietro molta rabbia per l’infelice (per tutte le nazioni ma in questo momento storico ancor di più per quella tedesca) immagine di una politica poco efficace e soprattutto poco coesa; ma in questi ultimi giorni i due ministeri si sono messi all’opera ed alla fine hanno partorito un compromesso che occupa sette schiette pagine in formato A4 del documento presentato giovedì scorso a Berlino. Sembra che Röttgen abbia ceduto alle pressanti richieste del collega che respingeva gli obiettivi di risparmio per le imprese del settore energetico, ritenendoli fautori di una inadatta economia pianificata.

In pratica il governo tedesco propone di ridurre, dal 9 marzo, anziché dal 1° aprile com’era stato previsto in precedenza, gli incentivi per l’energia solare tra il 20 ed il 30%. Per quanto riguarda gli impianti di piccole dimensioni il taglio prevederà sovvenzioni di soli 19,5 centesimi per chilowattora, mentre 16,5 centesimi riceveranno i sistemi su tetto con una capacità inferiore ad 1 MW e 13,5 centesimi gli impianti fino a 10 megawatt; gli impianti fotovoltaici con potenza superiore ai 10 megawatt non riceveranno invece alcun sostegno a partire dal 1 luglio 2012. Gli incentivi al solare erano già stati ridotti del 15% in Gennaio, dai 24,43 centesimi per i piccoli impianti fino a 30 KW. Come si diceva poco sopra, la Germania può vantarsi di aver già installato nell’ultimo biennio 7.5 GW di capacità per anno, e il Governo spera che questi nuovi tagli la riducano a 2,5-3,5 GW all’anno nel biennio appena iniziato, 2012-2013. La mossa è stata studiata per mantenere i sussidi in linea con il costo di produzione dell’elettricità solare ora in forte calo in seguito alla grande espansione degli anni passati e alla contrazione del costo dei pannelli fotovoltaici. La notizia com’è ovvio ha causato frustrazione in gran parte del settore, le imprese sostengono che gli inattesi cambiamenti potrebbero danneggiare la fiducia degli investitori e portare a una contrazione del mercato. Il Governo sta mirando a una riduzione annuale di 400 megawatt dal 2014 e tra i 900 e i 1.900 megawatt dal 2017. La manovra è di grande importanza in quanto l’esempio tedesco sarà sicuramente seguito da altri paesi europei come Francia, Italia, Spagna e Regno Unito, per far fronte al calo dei prezzi dei pannelli solari e frenare il boom di richieste.

Non si è nuovi a questo tipo di decisioni nella Repubblica Federale: già nel 2010 il governo di Berlino aveva annunciato un taglio, a detta di molti draconiano, degli incentivi alla produzione di elettricità dal fotovoltaico per evitare che quello che era il primo mercato mondiale di pannelli solari si “surriscaldasse”, ma già allora la risposta dei produttori fu unanime nella condanna del provvedimento. Un tale “surriscaldamento del mercato”, secondo l’associazione dei consumatori VZBV (Verbraucherzentrale Bundesverband), avrebbe toccato direttamente i portafogli delle famiglie: “i pannelli solari installati hanno un costo di 10 miliardi per i cittadini tedeschi, mentre il fotovoltaico non rappresenta che l’1% della produzione elettrica totale del Paese”; sembra che le loro considerazioni non abbiano tardato ad arrivare alle orecchie del Governo centrale, pesando così sulle decisioni degli ultimi giorni. Gli incentivi in Germania prendono la forma di un prezzo garantito fissato dallo Stato cosicché i proprietari di pannelli fotovoltaici sanno che potranno vendere per vent’anni l’elettricità prodotta a un prezzo estremamente favorevole: ad esempio, un privato che a gennaio installa un pannello sul suo tetto può rivendere all’utility locale l’energia che non consuma a un tot. centesimi/chilowattora, a fronte di un prezzo di mercato molto inferiore; la differenza viene pagata in bolletta dal consumatore.

Le proposte di legge degli ultimi due anni si sono sempre mosse nella direzione di una revisione al ribasso del prezzo incentivato all’inizio di ogni anno e di una riduzione supplementare del prezzo garantito per i pannelli installati sui tetti e agli impianti al suolo. Il prezzo garantito così resta sempre molto alto, ma il costo dei pannelli solari è crollato con l’arrivo sul mercato dei fabbricanti cinesi. La Germania ottiene infatti circa il 20% della sua elettricità da fonti energetiche rinnovabili e quasi il 4% da un milione di produttori fotovoltaici, che di solito generano energia attraverso pannelli solari. L’odierna riduzione si aggiunge a quel 15% del 1 Gennaio scorso ed ha come immediata conseguenza un calo vertiginoso nel prezzo dei pannelli causato dall’aumento della produzione delle imprese cinesi. Lo scorso anno le nuove installazioni di pannelli solari avevano raggiunto i 3.000 megawatt, quattro volte quanto previsto dalla BSW, facendo del paese il primo mercato del mondo. Ma diceva l’allora ministro dell’Economia Rainer Brüderle, quando la Cina cominciava a sottrarre alla Germania lo scettro di primo produttore mondiale di pannelli solari: “I tedeschi finanziano di fatto le fabbriche cinesi”.

L’annuncio di giovedì 23 q.m. ha causato una rivolta delle imprese del settore, che impiegano attualmente oltre 60.000 persone e temono una crisi come quella avvenuta due anni fa in Spagna dopo la decisione di Madrid di chiudere il rubinetto dei sussidi. Passati nel giro di pochi anni dallo status di start-up a quello di piccole multinazionali, i costruttori di celle fotovoltaiche, con sede soprattutto nell’ex Repubblica Democratica, pagano questa crescita tumultuosa e soffrono della concorrenza asiatica. La BSW “mette in guardia contro un’ondata di fallimenti e una perdita di decine di migliaia di posti di lavoro” proprio lì dove l’economia tedesca è rinata dalle macerie di un paese da terzo mondo, appena uscito dagli anni bui della dittatura comunista.

Facile anche immaginare la reazione del partito dei Verdi che si affida alle parole di Jürgen Trittin: “La colazione della pace del Governo [il tono è chiaramente ironico] sacrifica ad altre logiche la rivoluzione energetica”. I Länder a maggioranza rosso-verde, criticano ferocemente la scelta del Governo federale facendo eco alle parole di Carsten Koernig: “i nuovi piani di governo porterebbero inevitabilmente a una crisi di mercato laddove la sola politica è causa della distruzione di un’ottima, proficua, forte parte dell’industria tedesca, quella del solare”. E ancora: “Migliaia di posti di lavoro del settore solare in Germania sono ora in pericolo […] il settore non è in grado di gestire ulteriori tagli tra il 20 al 30% e questa mossa rischia di rallentare di molto se non di bloccare l’espansione dell’energia solare in Germania. Ulteriori drastici tagli alle sovvenzioni per l’energia solare non sono attuabili. Mettono in pericolo l’accesso futuro della Germania ad uno dei più grandi mercati del mondo orientale e costituiscono un rischio reale per la trasformazione del sistema energetico, nonché l’addio a più di 100.000 posti di lavoro”.

In previsione dei tagli annunciati l’industria solare tedesca ha organizzato manifestazioni a Berlino e molte altre città della confederazione, lo slogan è: “No alla demolizione dei sussidi solari – L’inversione di tendenza richiede una maggiore potenza dell’energia solare!”. Più di 50 aziende stanno partecipando alle attività, tra cui colossi del settore come Bosch, SolarWorld, First Solar e SMA Solar Technology AG. Questa è la vera notizia del giorno: la Germania, il paese che una volta si vantava di essere il campione del mondo del fotovoltaico sta ritrattando. Il governo tedesco taglia i suoi generosi sussidi governativi per l’energia solare (finora più di 130 miliardi $ ovvero sui 96 miliardi di Euro) prima del previsto, nell’ottica di eliminare completamente l’erogazione di sostegni pubblici entro i prossimi cinque anni.

Questo “suona come uno scherzo” scrive il quotidiano dei Verdi Taz.de perché la prevista riduzione di tariffe feed-in è davvero brutale per l’industria solare tedesca: “Secondo la BSW, sono andati persi circa ventimila posti di lavoro solo lo scorso anno. Molte aziende tedesche del fotovoltaico una volta ad alta quota hanno già chiuso le loro porte, e Richard von Hehn della Gehrlicher Solar AG dice che i tagli ai sussidi rischiano di costringere alla stessa manovra anche le altre società di affari attive nel campo delle energie rinnovabili. Dopo più di un decennio di sovvenzioni, note ufficialmente in Germania come tariffe feed-in, il Governo ritiene che l’industria solare sia pronta a camminare sulle proprie gambe”.

Alle critiche Norbert Röttgen risponde che i tagli non ostacolano bensì riflettono la crescente competitività della produzione di energia con pannelli solari e la valorizzano: gli inaspettati 7,5 GW ottenuti, con l’utilizzo dei pannelli, dal sistema energetico del paese nel solo 2011 sono due volte tanto l’obiettivo che il Governo si era posto, e vanno perciò ridotti. Si potrebbe pensare che quei valori per un paese fortemente impegnato a raggiungere ambiziosi obiettivi nell’impiego delle energie rinnovabili e per la riduzione delle emissioni, siano una buona cosa, un ottimo risultato, ma non è così. Perciò si è arrivati all’accordo di giovedì scorso, per rallentare questa rapida espansione che ha prodotto altresì dei costi elevatissimi nel pagamento dell’energia solare. E così i due ministeri che fino a ieri erano stati ai ferri corti per le loro diverse priorità nell’affrontare il problema, hanno raggiunto ora un compromesso. “Una politica che garantiva un prezzo fisso per i prossimi venti anni ha contribuito a invogliare gli investitori a costruire sempre più stazioni fotovoltaiche”, dice Röttgen, “ora la Germania vuole ridurre le installazioni annuali affinché si raggiunga una produzione di energia solare tra 2,5 GW a 3,5 GW”. L’obiettivo è quello di raggiungere 66 GW entro il 2030 e eliminare completamente e progressivamente la sua dipendenza dall’energia nucleare entro il 2022. Oggi la Germania, coi suoi 25 GW ha la più grande capacità di energia solare del mondo eppure con essa genera solo circa il 3% della sua elettricità. Nel numero di Slate (l’e-magazine lanciato anni fa da Microsoft e ora di proprietà del Washington Post, del 18 febbraio scorso) un articolo di Bjorn Lomborg, recitava “la Germania [ha] sprecato 130 miliardi di dollari con inutili sussidi all’energia solare. La capacità di crescita è stata il doppio del livello ritenuto auspicabile dal Governo, così tanto che la bolletta elettrica che il cittadino tedesco medio sarà portato a pagare aumenterà di 260 Dollari”. La Germania, osserva Lomborg, non è certo uno dei paesi più assolati del mondo, dunque le sovvenzioni sarebbero inefficienti perché eccessive ed ingiustificate.

Ora, il Governo riduce tali sovvenzioni perché confida che “l’industria solare possa camminare sulle sue sole gambe” e così dicendo ha già raddoppiato il ritmo annuale con cui la tariffa diminuisce dal 5 a circa il 10%. Il ministero dell’Ambiente oggi vuole tagliare ancora più rapidamente le tariffe in modo che siano al passo con i costi in diminuzione. La mossa ha il completo sostegno della cancelliera Angela Merkel e rappresenterà il più grande taglio delle sovvenzioni dal 2004, anno in cui il governo tedesco ha iniziato a sostenere fattivamente l’energia solare.

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