venerdì 16 marzo 2012

La Germania un anno dopo Fukushima

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di Francesca Petretto
da Il Sostenibile

Leggendo l’articolo di Giorgio Nebbia su Rinnovabili.it intitolato “il nucleare impossibile”: mi viene spontaneo riciclare l’antipatico modo di dire “tutto il mondo è paese”. In Italia e in Germania sta succedendo la stessa identica cosa. Cito Nebbia: “E’ un errore pensare che i potenti interessi finanziari, economici, industriali che stanno dietro il nucleare si siano messi tranquilli; come hanno lavorato sott’acqua nei decenni dal referendum del 1989 fino alla resurrezione (per fortuna breve) del 2008, continuano a diffondere, attraverso i loro mezzi di comunicazione, i messaggi che si possono così riassumere. L’elettricità in Italia costa cara perché le ubbie degli ecologisti hanno fatto fallire i programmi nucleari. Che senso ha non costruire centrali nucleari quando ce ne sono tante francesi a pochi chilometri da Torino? L’elettricità di origine nucleare costa molto meno di quella ottenuta dai combustibili fossili e ha il vantaggio di non produrre gas con effetto serra. Sono tiritere già sentite tante volte e tante volte contestate, ma suonano dolci agli orecchi di molti interessi, per cui c’è da aspettarsi, anche in Italia, la resurrezione di nuova sottile propaganda filonucleare. Che l’energia nucleare non sia né pulita, né sicura, né economica è stato ripetuto fino alla nausea in numerose pubblicazioni, molte delle quali apparse in occasione del referendum del 2011, con accurate analisi di dati economici ed ecologici”. Non facciamoci abbindolare, insomma; persino in un Paese che sembrava avesse detto per sempre addio al nucleare, la Germania, striscia un revival politico pro-nucleare all’insegna del “da’ posti di lavoro e costa meno”, uno slogan che, non è difficile comprenderne le ragioni, riscuote molto appeal da parte del popolo meno informato. Domenica 11 e lunedì 12 marzo si sono svolte in molte città tedesche manifestazioni anti-atomo e nella capitale Berlino si sono ritrovate all’ombra della Porta di Brandeburgo 11.000 persone in difesa dell’energia solare. I titoli dei quotidiani nazionali si sono divisi, soprattutto nei confronti delle prime, fra rispettosi e derisori.

Il “problema del nucleare” qui in Germania è molto più sentito che altrove per il semplice fatto che esistono tuttora in tutto il territorio nazionale ben 27 centrali elettronucleari, tra ancora attive (8 per 9 reattori operativi e 4 dismessi), disattive (23 reattori totali) e in fase di chiusura, e balzano in primo piano il problema dello smaltimento delle scorie radioattive, in primis, e della perdita dei posti di lavoro degli ex impiegati nell’industria nucleare in seconda istanza. Domenica scorsa le due più grandi manifestazioni anti-atomo hanno avuto luogo a Gronau (cittadina di oltre 45 mila abitanti nel Nordrhein-Westfalen), e nella località di Brokdorf , nel Land dell’Hessen (la nostra Assia). In tutto hanno manifestato oltre 40.0000 cittadini tedeschi, 4.000 solo a Gronau: qui l’impianto Urenco di arricchimento dell’Uranio impoverito non solo è ancora in funzione ma produce il 10% del combustibile necessario alle centrali nucleari di tutto il mondo e quindi ricopre una posizione strategica e di primo piano all’interno della cosiddetta “catena atomica”. Invece a Berlino, il giorno dopo, si sono riunite 11.000 persone venute da tutto il Brandeburgo e per lo più dai Länder orientali in difesa della EEG e contro i tagli al Solare voluti dal Ministro dell’Economia Philipp Rösler (anche se i manifestanti indicano come nemico numero 1 il collega che presiede al dicastero dell’Ambiente, Norbert Röttgen: un vero traditore). Nascono gruppi su Facebook e altri social network, si rinsalda il movimento antinucleare che solo apparentemente si era assopito dopo i proclami del governo Merkel del post-Fukushima. Sempre domenica 11/03 oltre 3.000 attivisti hanno circondato anche la centrale nucleare di Brokdorf e nei siti delle centrali di Gundremmingen e Neckarwestheim si sono raccolti quasi 10.000 manifestanti. Anche la capitale dello stato della Bassa Sassonia, Hannover, ha ospitato una grande manifestazione in cui hanno sfilato oltre 7.000 persone per chiedere allo Stato di risolvere l’annoso problema delle scorie radioattive di Gorleben e dello stoccaggio e deposito dei rifiuti nucleari a bassa e media pericolosità di Konrad (fra Hannover e Magdeburgo). Non è un caso che manifestazioni antinucleariste e pro-energia solare si svolgano in contemporanea anche se al suono di slogan differenti: i tedeschi hanno paura, temono che in virtù del difficile momento storico che sta vivendo il loro Paese, in termini di crisi economica, il Governo continui a varare delle riforme che portino ad un ripensamento del piano energetico approvato appena un anno fa, subito dopo il disastro della centrale giapponese. Mi sembra interessante il punto di vista del giornalista della Taz.die Tageszeitung, Andreas Wyputta, espresso nel suo articolo di ieri e secondo cui gli ambientalisti tedeschi non temono solo l’eventualità di un incidente in sé nel territorio nazionale, ma vivono anche un forte senso di colpa per quello che è avvenuto a Fukushima: anche la joint-venture Urenco, l’accordo anglo-tedesco-olandese, sarebbe complice del disastro nucleare giapponese visto che a Gronau si trova l’unico impianto tedesco di arricchimento di uranio che, come detto sopra, fornisce di fatto combustibile a tutte le centrali nucleari del mondo, Tepco (la Tokyo Electronic Power Company) in primis. Marita Wagner, esponente del Partito della Sinistra nel Consiglio comunale di Gronau ha reso noto alla stampa nazionale un dato veramente allarmante: “nell’impianto Urenco di Gronau il 97% di combustibile nucleare prodotto è destinato all’esportazione”. Che fine ha fatto la phase-out promessa dal Governo Merkel? Ovvio che ci si preoccupa anche per il territorio e per chi lo abita: Udo Buchholz, anche lui di Gronau ed amministratore delegato della Federazione di tutela dei cittadini, critica anche il metodo di smaltimento delle scorie radioattive prodotte dall’impianto perché non si sa nemmeno bene come avvenga. E inoltre, bandiera dei favorevoli al nucleare è la “sicurezza” delle centrali, misurata in termini di capacità di difesa in caso di eventi bellici (si veda a tal riguardo il punto di vista degli USA che allo slogan sulla sicurezza “il terrorismo non ci può scalfire, le nostre centrali sono sicure anche in caso di attacco” riesce a far credere che la costruzione di nuovi reattori sia imprescindibile per lo sviluppo del Paese… ricorda un po’ la Ford quando smantellò il sistema ferroviario americano per costringere gli statunitensi a comprare le proprie automobili) ma allora, ribattono i contrari, che si dovrebbe dire del posizionamento geografico di molte centrali? Si pensi che Brokdorf è in una zona depressa, sotto il livello dell’acqua dell’Elba, Neckarwestheim, in una zona soggetta a terremoti, senza considerare le centrali francesi a un passo dal confine come quella di Cattenom in Lorraine in cui per la terza volta dall’inizio di febbraio lo scorso fine settimana si sono spente improvvisamente due unità per problemi al sistema di raffreddamento.

La paura tedesca nei confronti del nucleare è tutt’altro che isteria collettiva – come è stata bollata da alcuni quotidiani nazionali: le preoccupazioni, alle luce di queste ultime considerazioni e della distanza temporale dall’incidente di Fukushima sono più che legittime. Oltre il 90% dei cittadini tedeschi di tutta la Confederazione è favorevole all’abbandono definitivo dell’energia nucleare, anche alla luce della constatazione di un aumento dei prezzi dell’energia elettrica e della necessità di dover sopportare dei nuovi sforzi economici (lo mette in luce un sondaggio della TNS Emnid). Quest’ampio consenso sociale è visto all’estero e da alcuni politici locali come “troppo ansioso” e/o “decisamente fuori luogo”: in molti si domandano se la paura del nucleare non sia davvero superiore al rischio reale o un fenomeno di isteria collettiva ingiustificata. In fondo, i numeri parlano chiaro, l’incidenza di casi estremi di catastrofi atomiche è trascurabile rispetto a quella di disastri aerei, incidenti stradali, minerari, mortalità per attacchi cardiaci o altri eventi fatali. È un modo di affrontare il problema molto subdolo, ci mette in guardia anche Nebbia nell’articolo citato in apertura di questo, bisogna stare in guardia nei confronti di chi dice, per sostenere la propria posizione nuclearista, che speculazioni teoriche e le sole statistiche non possono muovere scelte empiriche. Si cadrebbe nell’errore che già fu fatto nel dopo Chernobyl, certo indotto da una precisa volontà delle lobbies del nucleare, ovvero quando nel 1986 Franz-Joseph Strauß dichiarò “solo i reattori nucleari “comunisti” possono esplodere” tentando di “circoscrivere eventi come Chernobyl, in base all’assunto che l’Occidente capitalistico superevoluto dispone di centrali nucleari sicure. Ora però siamo alle prese con l’avaria in Giappone, che viene considerato il Paese meglio attrezzato del mondo, quello dotato della tecnologia più sofisticata per garantire la sicurezza. La finzione per la quale in Occidente si può dormire tranquilli è svanita” (Ulrich Beck, “La faccia oscura del progresso” Repubblica, 8 aprile 2011).

Su questi temi, su questa contrapposizione si svolge oggi il dibattito tedesco: i fautori del nucleare sostengono la scarsa probabilità, gli oppositori l’alta pericolosità, troppi soggetti coinvolti, troppo danno, irreparabile e irreversibile nel tempo. Il rischio non sarà calcolabile numericamente ma è intuibile e su una base teorica si scontrano le due posizioni, anche quella dei proponenti lo è (teorica), pure con dati economici alla mano riguardo i costi ed i posti di lavoro. “Particolarmente in voga fra i sostenitori del nucleare è la strategia di mettere sotto stress l’isteria del nemico […] (dicendo che) la paura non è un giudizio della ragione ma una sensazione che ostruisce la vista di possibili opzioni di azione.” (cit. S. Döring & F. Feger, “Die deutsche Atomangst” Taz.de, 11.03.2012). La paura immotivata non deve prendere il sopravvento, va studiata per evitare il panico e incoraggiare la conoscenza. I due giornalisti del Taz parlano di paradigma tedesco e mettono a raffronto la sensibilità antinuclearista della Germania con la sofferta memoria della Shoah: la matrice è la stessa così come deve essere uguale il metodo di approfondimento; solo studiando, conoscendo un fenomeno o un avvenimento storico si è poi in grado di criticarlo, negarlo, accettarlo, approvarlo, condannarlo (…) senza essere strumentalizzati da altri. Solo la conoscenza dei fatti può permettere la formazione di una coscienza individuale e collettiva e quindi di comprendere, apprendendo dal passato, che non bisogna ricadere nei medesimi errori. Tanto più che non tutti i cambiamenti sono valutabili come “progresso” della civiltà, nemmeno le tecnologie più avanzate (la ricerca medica ne è spesso l’esempio più chiaro): la svolta nel consenso sociale di questo tipo di “progressi” è stata spesso causata, negli ultimi anni, dai noti gravi avvenimenti catastrofici, come risultato di shock improvvisi, nuovi alla mente. Così, è altrettanto facile che con la stessa celerità con cui si è generata, ed al ritmo incessante e frenetico con cui si muove la società occidentale nell’ottica della produzione e della tanto agognata crescita, il sentimento antagonista svanisca ed abbia il sopravvento la cultura del “Tiremm innanz!”: quello che è avvenuto a Fukushima non deve necessariamente avvenire anche da noi; è colpa dello Tsunami, non della centrale nucleare in sé; eccetera.

Non credo sia superfluo ricordare quali siano state le origini del movimento antinucleare: un movimento sociale internazionale che si oppone all’uso delle varie tecnologie nucleari a partire dal disarmo dalle armi atomiche fino ad arrivare alla questione odierna dell’uso dell’energia nucleare. La più importante manifestazione contro le armi nucleari ebbe luogo a Berlino Ovest nel 1983 e vi parteciparono oltre 600.000 persone; nel maggio 1986, in seguito al disastro di Chernobyl, si stima che quasi 200.000 manifestanti abbiano marciato a Roma per protestare contro il programma nucleare italiano. Perché questa precisazione sulla genesi del movimento? Perché proprio in Giappone, che subì a causa dell’uomo, non certo della natura, la tragedia di Hiroshima e Nagasaki, il ricordo delle bombe radioattive è stato coperto dal manto ipocrita del pacifico utilizzo dell’energia nucleare. La distruzione non è mai viatico per il progresso.

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