venerdì 9 marzo 2012

Sostenibilità architettonica : memoria sostenibile – futuro sostenibile. La Cappella della Riconciliazione a Berlino

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di Francesca Petretto
da Il Sostenibile

Nel 2009 i ricercatori dell’università di Durham, in Inghilterra, pubblicarono sulla rivista scientifica Géotechnique i risultati dei propri studi effettuati sulla resistenza nel tempo, e in opera, di manufatti architettonici eseguiti utilizzando l’antica tecnica costruttiva del pisé ovvero della terra battuta. Negli ultimi anni sempre più architetti e ingegneri, soprattutto europei, l’hanno riscoperta e utilizzata per la costruzione, nel nome della sostenibilità, di nuovi edifici: una sostenibilità che qui ha un duplice significato, anzitutto perché il materiale è disponibile in loco (e dunque non richiede di essere trasportato, considerando spese ed inquinamento che questo può produrre insieme al rischio di deperibilità del materiale stesso) e in secondo luogo perché il suo utilizzo non rende più indispensabile quello del cemento, responsabile del 5% delle emissioni complessive di biossido di carbonio nell’atmosfera. Tom Morton, segretario della Earth Building UK, organizzazione che promuove la conservazione delle costruzioni in terra del Regno Unito, dice: “Questo tipo di ricerca ha grande valore perché dimostra che tecniche edilizie tradizionali, solide e a ridotto impatto ambientale, possono essere adattate a costruzioni del XXI secolo oltre a permettere una concretizzazione architettonica dei criteri di sostenibilità”.

L’antica tecnica edilizia del pisè è stata utilizzata in passato per la costruzione di strutture le più disparate, tanto in area mediterranea quanto in regioni lontane dalla nostra: l’Alhambra e la Grande Muraglia cinese ne sono gli esempi più famosi, e ancora oggi viene utilizzata nell’architettura rurale di aree depresse del Pianeta. Ottima da conservare (si badi bene, il verbo è “conservare”, non “restaurare”), perfetta per costruire ex-novo, il metodo costruttivo a pisè si basa sulla realizzazione di chiusure verticali utilizzando argilla umida (per evitare fessurazioni in fase di essiccazione) compattata con appositi strumenti, dentro casseforme lignee di limitata altezza e smontabili, per consentirne lo spostamento oltre che il facile smaltimento a fine lavori. Talvolta la massa di argilla può essere alleggerita con l’aggiunta di paglia tritata ed erba secca. Il muro può avere uno spessore variabile ed è realizzato a strati, battendo l’argilla con strumenti in legno dalla testa larga, a punta o a cuneo, in modo darenderla compatta ed accelerare la sua essiccazione.

Una volta che la terra si è indurita, si procede al disarmo della cassaforma per riarmarla di fianco mantenendo un poco di contatto con la parte realizzata in precedenza. Questo procedimento si ripete fino a che non si raggiunge l’altezza desiderata. Gli studiosi della “Scuola di Ingegneria” dell’università di Durham sostengono nel loro saggio che “esattamente come un robusto castello di sabbia per essere stabile richiede esclusivamente una piccola quantità d’acqua, così la robustezza di questa tecnica di costruzione risiede nel suo grado di umidità”. Gi studi fatti in laboratorio si sono basati sulla messa sotto pressione di alcuni campioni di manufatto; le successive analisi hanno evidenziato che quando il contenuto d’acqua è molto ridotto, l’equilibrio che si crea tra le particelle di terra conferisce un’incredibile robustezza alla struttura;
in sostanza, quando i muri costruiti seguendo questo procedimento si asciugano (in condizioni climatiche adatte), essi trattengono una piccola quantità d’acqua, quella che non evapora, guadagnandoci in resistenza.
 “Sappiamo che le strutture costruite con il pisè dimostrano un’elevata resistenza nel tempo, ma fino ad oggi non si era giunti a comprendere da cosa derivasse questa resistenza”, scrive Charles Augarde (Earth building: History, science and conservation) dello stesso dipartimento dell’università inglese “senza questa conoscenza non saremmo in grado di conservare in modo efficace queste strutture o di disegnare progetti per nuove costruzioni.
I test che abbiamo svolto […] evidenziano che la resistenza è imputabile alla quantità di acqua contenuta (e) ampliando le nostre conoscenze, a questo proposito, siamo in grado di iniziare ad analizzare quali implicazioni potrebbe avere l’impiego del pisè come tecnica edile a basso impatto ambientale per la progettazione di nuovi edifici e per la conservazione di antichi manufatti con essa realizzati. Queste tecniche [parla della tecnologia dell’architettura in terra cruda genericamente intesa] – a ridotte emissioni di carbonio – hanno un buon potenziale di successo, poiché coniugano l’esperienza di Università con la concezione commerciale del settore industriale. Siamo assistendo a una serie di sviluppi estremamente interessanti”.

In un Paese Protestante come la Germania, l’uso dell’antica tecnica del pisè si arricchisce di connotazioni aggiuntive che parlano anche di una sostenibilità altra: il biblico “vai e conquista la Terra!” diventa così – suggerisce l’architetto austriaco Otto Kapfinger – il motto moderno degli ecologisti e soprattutto dei bioarchitetti e studiosi di edilizia sostenibile: “fai uso della Terra e rispettala!”. Così ha fatto il suo connazionale Martin Rauch, pioniere europeo della moderna architettura delle case in terra compressa: le sue creazioni riescono a integrare le ragioni delle costruzioni contemporanee con la lezione degli antichi, coniugando il fascino e le suggestioni di edifici e creazioni arcaiche in risultati assolutamente moderni e talvolta avveniristici. Quando Rauch fu chiamato alla costruzione della Cappella della Riconciliazione, all’interno del memoriale di Bernauer Strasse, a Berlino, diede forma, per la prima volta alle proprie suggestioni su scala monumentale, creando un’architettura “complessa”, ricca di profonda simbologia, alte valenze evocative e connotazioni ecologiche che solo con l’uso di materiali naturali, ovviamente, potevano trovare la giusta rappresentazione e un felice compimento.

Ancor prima che architetto, Rauch è scultore: giunge all’utilizzo del pisè attraverso un percorso formativo che ha origine nei suoi primi esperimenti nel campo della lavorazione della ceramica. Le analogie con la tecnica del limo inventata da Paolo Soleri negli Stati Uniti non sono poche, e anzi ritengo sia plausibile una forte suggestione esercitata dagli esperimenti (e dall’idea che ad essi è sottesa) delle creazioni dell’architetto italiano attivo in Arizona sul più giovane collega austriaco. È possibile osservare, tanto nelle sculture ceramiche del primo quanto nelle iniziali creazioni plastiche del secondo, come il contatto con la terra cruda e l’argilla abbia favorito la nascita di una forte base emotiva e la sedimentazione di approfondite conoscenze tecniche indispensabili per compiere il seguente salto di scala, per il suo sviluppo anche in ambito architettonico, dunque non più “solo” a scopo ornamentale bensì strutturale. Il successivo incontro con tecniche edilizie tanto antiche, nello studio e nell’osservazione diretta delle stesse e dei manufatti e dei modi di vita che sono a esse legati e sottesi ancora oggi in alcune parti del mondo, grazie all’impiego di cicli semplici di produzione in loco – a km zero – e all’ottimizzazione delle risorse, ha permesso a Rauch di constatarne altresì, in maniera disincantata, la crisi, accelerata dal progresso imposto dai paesi industrializzati senza colmare prima il gap storico e culturale (cercando una integrazione fra i due e non certo soffocando uno con l’altro), senza curarsi della tradizione, nell’ottica di imporre un mercato globalizzato, di soppiantarle letteralmente con tecnologie complesse, inadatte, dispendiose, inutili, con effetti ancora più dannosi per l’ambiente ed orribili a vedersi, con soluzioni tecniche fuori luogo, incomprensibili per le maestranze locali (che così sono ancora una volta escluse dalla partecipazione attiva al processo produttivo ed al mondo del lavoro) e, nel caso, impossibili da riparare (si pensi a Dubai, cattedrale nel deserto degli Emirati Arabi). Così quello che in origine era impulso artistico, frutto di un’inclinazione e di una suggestione personale, trova la sua collocazione oggettiva e materica in ambito architettonico, ma in una “nuova” architettura che rispetta il passato, lo commemora e lo studia, e lo ripropone per il futuro, senza negare a questo il ruolo di primo piano, nell’ottica della sostenibilità e del giusto progresso. Dalle creazioni con l’argilla Rauch passa alle costruzioni in terra, cresce il suo interesse per le strutture in pisè, dove il muro è eretto strato su strato, tessendo l’ordito del suo aspetto ornamentale esteriore. “La struttura, il colore e la tessitura del materiale rimangono puri e nel processo di formatura e di compattazione si conservano inalterati e addirittura intensificati”. Da contorni apparentemente primitivi e informi nascono forme raffinate ma non enfatiche, capaci di coinvolgere tutti i sensi: piacevoli alla vista, con un odore proprio, che stimolano il con-tatto manuale. Rauch rifiuta di ovviare con il cemento ad alcuni difetti tecnici del pisè classico in opera, perché verrebbero a mancare le caratteristiche cruciali della terra cruda: la completa riciclabilità e l’ottima traspirazione. Si dedica invece alla ricerca delle miscele migliori di materiale naturale, all’adattamento delle casseforme e della tecnica di compattazione, al perfezionamento sistematico delle antiche tecniche con l’inserimento di altri rinforzi e armature, senza però abbandonarne la configurazione strutturale originaria. A questo scopo sviluppa utensili, casseri, modelli, processi di lavorazione, costruisce prototipi di muro e integra l’esperienza acquisita con la realizzazione diretta dei propri progetti nelle successive serie di sperimentazioni. La rivendicazione ecologica è molto forte ma il risultato è tutto fuorché retrò, bensì molto moderno e “brutalmente di transizione”.

Non resta che chiedersi se una rinascita della terra cruda debba a priori essere limitata a nicchie individuali e personali, oppure se questo mestiere non contenga invece qualità determinanti e inimitabili tali da portare necessariamente, prima o poi, ad una diffusione e accettazione su vasta scala. Il know-how è disponibile, sviluppato e realizzato da pionieri come Martin Rauch, i progetti pilota sono riusciti a superare tutti gli ostacoli di ordine giuridico e pratico. Pur senza una lobby industriale (almeno finora) per questo materiale, la fase in cui veniva considerato come un’ingenua alternativa è ormai superata da tempo. Il futuro del moderno costruire in terra cruda è appena iniziato. [da: Otto Kapfinger, “Allineamenti al nuovo futuro”, Bolzano (2011)].

Qui Martin Rauch realizza un’opera pionieristica, occupandosi del disegno della parte centrale del nuovo edificio, l’ovale che ospita la cappella vera e propria, su progetto originario degli architetti berlinesi Peter Sassenroth e Rudolf Reitermann e sulle fondazioni di un’antica chiesa letteralmente abbattuta con cariche esplosive nel 1985, per liberare la visuale e il campo di tiro tra i due schieramenti di qua e di là del muro di Berlino. Più che di un edificio religioso, si tratta di un luogo di raccoglimento e di preghiera che rende giustizia alle vittime della comunità locale e accoglie i visitatori del vicino memoriale; la cappella è stata eretta in occasione del decimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Nel 1961, quando la città fu divisa in due, la chiesa originale in stile neogotico si trovava lungo la cosiddetta striscia della morte e quindi era irraggiungibile. Dopo la data storica del 9 novembre 1989, il terreno fu restituito al Comune mantenendo la destinazione d’uso religiosa. La nuova cappella è stata realizzata sull’area del vecchio coro della chiesa originale. Dove un tempo era la scala che conduceva alla cripta, sorge oggi la nicchia che ospita la pala d’altare originale, sottratta alla distruzione degli esplosivi. La nuova abside ancora l’ambiente ovale alle direttrici dell’antica costruzione, mentre l’asse principale della nuova cella segue la direzione est-ovest, su cui poggia anche l’altare, disegnato sempre da Rauch. La struttura centrale è in pisè, l’involucro che la circonda in lamelle di legno.

I motivi della scelta di affiancare ai due architetti tedeschi, Rudolf Reiter e Peter Sassenroth, Martin Rauch per la costruzione cella centrale della cappella sono da ricercare in una precisa volontà della committenza: si voleva che l’edificio fosse conforme al suo tempo anche in senso ecologico, quindi che si risparmiassero le risorse pensando anche alle generazioni venture e che la memoria materica facesse da contraltare alla memoria umana, storica e spirituale al contempo. Di fatto il disegno originale dei primi due non piacque alla comunità di Bernauer Strasse che lì aveva perso i proprio i figli, ma non per via di un giudizio estetico o di gusto, quanto perché la struttura in vetro e cemento del loro progetto era tristemente evocativa e rimandava immediatamente alla cortina grigia del muro ed ai pezzi di vetro che, insieme col filo spinato, ne sigillavano la sommità. Il rifiuto di ciò che il muro aveva rappresentato doveva essere sublimato, nell’edificazione di una cappella commemorativa, da altre forme, differenti colori e altre composizioni di materiali. La comunità ha allora optato per un progetto composto da due corpi edilizi ovali, collocati uno dentro l’altro: l’ovale esterno in lamelle di legno che segue l’orientamento della vecchia Chiesa della Conciliazione, quello interno di argilla compressa che riprende invece l’orientamento est – ovest, abituale nelle chiese. Argilla e legno: il materiale naturale incarna un’idea e la fa respirare, ed è stato così che per la prima volta dopo 150 si è costruita a nord delle Alpi una struttura in terra battuta. Sul significato simbolico che terra e legno assumono nella liturgia Cristiana non è il caso di soffermarsi oltre, piuttosto l’idea ecologica del progetto balza in primo piano: attorno al 1830 era attiva, nelle vicinanze dell’antica chiesa, una cava di argilla e molti edifici berlinesi ottocenteschi sono in mattoni rossi e gialli, plasmati e cotti proprio coll’elemento base ricavato in questo e atri luoghi un tempo periferici; siamo di fronte a un altro intelligente omaggio alla memoria umana, a un passato da riproporre non solo in quanto radice comune delle persone o commemorazione. Perché usare un materiale diverso se abbiamo tutto qui, a disposizione? E ancora, la memoria deve essere mantenuta viva? Ebbene l’argilla è un materiale vivo, che respira, così come il legno, ed è fragile come la conquista culturale e come la natura umana ed è bene ricordarlo. L’antica chiesa fu abbattuta in poco più di un istante, con cariche esplosive, la vita umana è sempre appesa a un filo, insidiata dall’esterno: è una parabola sulle minacce cui sono sottoposte le nostre vite. Infine il piacere del contatto col materiale, lo stimolo tattile che solo un prodotto naturale, che memorizza le temperature dell’ambiente, può offrire, soprattutto all’uomo contemporaneo disabituato a questo tipo di suggestioni. “Fragilità, bellezza, dignità, vulnerabilità (sono) combinate insieme nella creta”.

In merito ai vantaggi tecnologici: si usa un materiale che ha dimostrato incredibili doti di resistenza nella messa in opera e nel comportamento statico nel tempo, sottoposto anzitutto a frequenti e notevoli sbalzi di temperatura oltre che alle tensioni ed agli sforzi della struttura. La realizzazione in terra cruda della Cappella della Riconciliazione ha richiesto un’apposita procedura di concessione edilizia. Per la prima volta infatti gli statici degli uffici tecnici del Comune di Berlino si sono dovuti confrontare con tale tecnica, in considerazione del sovradimensionamento statico che qui ha raggiunto un livello sette volte superiore alle resistenze minime ammissibili note. Il controllo prescritto, da parte di un ente indipendente, nonché il supporto scientifico, sono stati forniti dalla Technische Universität di Berlino. Nel corso di tre mesi sono state lavorate 390 tonnellate di terra ricavate dalle cave cittadine: all’impasto sono stati poi aggiunti i laterizi frantumati provenienti dalla vecchia costruzione, quale memoria simbolica. Le stratificazioni orizzontali e il gioco omogeneo dei colori della terra conferiscono all’ambiente una sensazione di pace, concentrazione e sicurezza, ulteriormente accentuata dall’ingresso della luce proveniente dall’oculo in alto, ricavato sulla copertura in legno. Il pavimento in terra battuta, trattato con cere naturali, simboleggia il legame con la terra. I materiali – legno non trattato per il tetto e l’involucro, la terra cruda per il nucleo massiccio – rispecchiano la scelta consapevole espressa della committenza contro il progetto originario della costruzione in acciaio e cemento, che puntava a evitare ogni forma di enfasi.

Questo luogo storico e ricco di significati, in cui si manifesta una profonda tragicità ma anche il suo superamento, non è sigillato nelle forme o nei materiali: il ricordo e la riflessione sono stimolati e supportati con gesti minimi e con materiali effimeri. Al contempo vengono evidenziate la fragilità e la violabilità della pace e della riconciliazione. La combinazione, tutt’altro che appariscente, di legno e terra corrisponde all’idea di una recinzione aperta e solidificata solo in alcuni punti, che comprende storia e presente, quotidianità e rito, città e luogo commemorativo. Gran parte delle maestranze che hanno preso parte alla costruzione erano volontari dell’Associazione Regionale per la Tutela del Patrimonio Architettonico e dipendenti di aziende specializzate in costruzioni in terra cruda, che in questa occasione hanno potuto raccogliere preziose esperienze per realizzare autonomamente in futuro altri progetti in terra battuta. Nei progetti di simili dimensioni, la qualità del materiale e dell’esecuzione sono di fondamentale importanza. “Con l’essiccazione della terra cruda – afferma Martin Rauch – il muro si ritira e si producono tensioni enormi. Nella Cappella della Riconciliazione, tuttavia, siamo riusciti a costruire dei muri senza crepe”. Inoltre l’argilla in fase di lavorazione ha bisogno di poca energia, è un materiale riciclabile e offre ottime caratteristiche climatiche, grande vantaggio, visto che la cappella non è dotata di un impianto di riscaldamento, vuoi anche per le ridotte dimensioni facilmente riempibili quando si raduna la piccola comunità. La parrocchia può risparmiare sui costi di riscaldamento e reimpostarsi su nuovi valori: semplicità, povertà, naturalismo. Le condizioni atmosferiche, il ciclo delle stagioni, la luce che filtra dalla cortina di legno nell’ambulacro e che entra dal finestrone posto in alto sopra l’altare, l’alternarsi di luce e tenebra, il caldo ed il freddo delle stagioni, la secchezza e l’umidità rendono palpabili le fasi ed i passaggi che scandiscono l’anno liturgico. Materiali effimeri evocano continuamente la caducità della vita umana. La scelta di povertà si è rivelata in realtà una grande ricchezza così come l’ottima riuscita in opera, valutabile anche a distanza di anni (la Cappella è stata inaugurata il 9 novembre 2000), è la riprova della felicità della scelta della sostenibilità, valutabile non più solo nell’ottica del risparmio energetico ma anche del successo oggettivo, materico e sensibile dell’architettura.

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