lunedì 28 maggio 2012

Le banche italiane si tengono i miliardi della BCE per lo sviluppo

.
Banche = associazioni a delinquere. Leggete bene questo articolo.

Monti e Passera: tutto per le banche, niente per la gente

Il Tesoro: “Miliardi della Bce? Alle imprese neanche un euro”

Trentadue imprenditori suicidi in quattro mesi. Meno di un mutuo su tre ai giovani sotto i 35 anni. Ma che fine hanno fatto i 255 miliardi prestati dalla banca centrale europa? Per ora ai cittadini non è arrivato nulla. Chi lo dice? Il governo, se pur giustificando le banche: "Le banche italiane dispongono ora di risorse liquide per fronteggiare passività in scadenza e per finanziare l'economia"

di Caterina Perniconi

Trentadue imprenditori suicidi in quattro mesi. Meno di un mutuo su tre ai giovani sotto i 35 anni. Ma che fine hanno fatto i 255 miliardi che la Banca centrale Europea ha prestato agli istituti di credito italiani tra dicembre e febbraio, destinati anche al credito per famiglie e imprese? Per ora ai cittadini non è arrivato un euro. Chi lo dice? Il governo, se pur giustificando le banche. Ma andiamo per ordine. Gli obiettivi di Francoforte erano chiari: il rifinanziamento alle banche, con un’operazione a tre anni che si è svolta in due tranche (116 miliardi a dicembre e 139 a febbraio), doveva ridurre il debito pubblico e concedere mutui e prestiti a famiglie e imprese per far ripartire l’economia. Invece le banche italiane hanno utilizzato questi soldi – ricevuti al tasso stracciato dell’1per cento – per acquistare titoli di Stato a tassi molto vantaggiosi, contribuendo alla riduzione dei tassi d’interesse sul debito pubblico. Contemporaneamente però hanno ridotto l’accesso al credito, sia nella quantità, sia alzando il costo dei finanziamenti. Il 16 aprile i deputati Ignazio Messina e Francesco Barbato (Idv) hanno chiesto, con un’interrogazione parlamentare, che destinazione avessero avuto i 255 miliardi.

MERCOLEDÌ scorso, quindi oltre un mese dopo, in Commissione Finanze a Montecitorio il sottosegretario Vieri Ceriani non ha risposto al quesito sebbene la Camera avesse già ricevuto gli elementi di risposta dal dicastero di via XX Settembre, che saranno quindi resi pubblici nella seduta di mercoledì prossimo. Nel documento è spiegato che “con l’immissione di liquidità da parte della Bce è stata interrotta la spirale negativa tra aumento dei rischi sovrani, difficoltà del sistema bancario e peggioramento congiunturale, che nell’ultima parte del 2011 tendeva ad assumere carattere sistemico. Le tensioni, tuttavia, sono riemerse in aprile, segnalando l’esistenza di rischi tuttora elevati”. Tradotto: il pericolo di default è stato solo tamponato. Quindi i soldi sono serviti per abbassare la pressione su debito e spread . Ma a fronte dei miglioramenti del primo trimestre dell’anno, il Ministero ammette nella risposta che “gli intermediari italiani (le banche, ndr) dispongono ora di risorse liquide per fronteggiare passività in scadenza e per finanziare l’economia”. I soldi, quindi, non si sono ancora mossi in direzione di famiglie e imprese. Non solo, “nell’ambito dei sondaggi condotti dalla Banca d’Italia – spiegano ancora dal Ministero – le maggiori banche hanno manifestato l’intenzione di impiegare parte dei fondi ottenuti dalla Bce per riavviare il credito a famiglie e imprese”. Ma come l’intenzione? E gli auspici di rilancio dell’economia? Sono diventati solo buoni propositi? Com’è noto gli istituti di credito hanno acquistato titoli di Stato a tassi più alti che permettono un guadagno sicuro. “Nei primi due mesi di quest’anno – scrive ancora il Ministero – le banche italiane hanno ripreso ad acquistare titoli pubblici italiani”. Sebbene “quasi il 60 per cento degli acquisti ha fatto capo a banche piccole e medie, che hanno ottenuto una quota molto bassa dei finanziamenti erogati dalla Banca centrale”. Inoltre, i soldi erogati dalla Bce sono stati usati anche per “rifinanziare l’ingente volume di obbligazioni in scadenza”.

“CI SONO AZIENDE che, mentre le banche contavano i miliardi guadagnati speculando sul prestito europeo, hanno dovuto chiudere perché non gli sono stati concessi mutui di poche migliaia di euro – ha dichiarato il leader Idv, Antonio Di Pietro – il governo Monti ha il preciso dovere di impedire che il giochino prosegua. Il minimo che un governo serio possa e debba fare è garantire che le banche che prendono i soldi per riaprire il credito, poi lo riaprano davvero: non è certo una vessazione”. Quindi cosa dice il governo? “Le operazioni della Bce è stata di grandissima saggezza per l’Europa e certo anche rilevante per l’Italia – dichiarò il ministro per lo Sviluppo Economico, Corrado Passera, in occasione dell’asta per la seconda tranche di fondi – il mestiere delle banche è quello di fare credito: se non lo fanno, sono le prime a non avere i conti economici in ordine”. E ieri l’ex amministratore delegato di Intesa, che di banche se ne intende, ha chiesto agli istituti di credito “di fare di più perché in un paese come l’Italia le banche sono molto collegate all’economia reale e se oggi soffrono è anche per questa ragione”. Immediata la risposta del presidente di Abi, Giuseppe Mussari: “L’esortazione del ministro Passera alle banche affinchè facciano di più per le imprese in genere e per le start-up in particolare è corretta. Lo stesso governo, però, deve fare di più”. Di sicuro non arriverà un provvedimento restrittivo da Francoforte: “La Bce non può imporsi sulle istituzioni finanziarie e sul metodo di utilizzo della liquidità fornita nelle operazioni di politica monetaria dell’Eurosistema” ha sentenziato Mario Draghi. La palla torna al governo di Mario Monti. Difficile non immaginare da che parte starà.
.

E' ancora attuale la Foto di Vasto?

di Isidoro Aiello

Certamente questa crisi economico-finanziaria ha creato una forte accelerazione del declino del sistema politico-partitocratico che ha contraddistinto gran parte della prima Repubblica e dell’intera seconda Repubblica. Questa crisi nasce da lontano, da quando i politici a livello mondiale hanno permesso che non vi fosse più distinzione tra Banche d'affari e Banche economiche (abrogazione della legge Glass-Steagal da parte della amministrazione Clinton) e cosa ancora più grave hanno delegato il diritto di Signoraggio alle banche centrali privatizzate, come è accaduto nel 1996 anche alla Banca d'Italia ad opera del governo Prodi, espressione del potere finanziario internazionale, che aveva il compito di portare l’Italia nell’Euro. Il pacchetto azionario della Banca d’Italia è ora largamente in mano a Unicredit ed Intesa San Paolo, che casualmente sono rappresentate nel governo Monti con due ministri, Passera e Fornero, i più amati d’Italia! 
Le banche nazionali europee, privatizzate, dei paesi che hanno aderito all’Euro, si sono consociate per costituire la BCE, che ha il compito di garantire gli interessi della finanza internazionale a tutto discapito dei cittadini europei. E non molto dissimile e la situazione della Federal Reserve America. Queste due organizzazioni bancarie, con diritto di Signoraggio e che dispongono di risorse finanziarie inesauribili dettano, attraverso i loro padroni privati, le regole agli stati che hanno perduto una larga parte della loro sovranità nazionale. Le grandi Banche d'affari negli ultimi dieci-dodici anni hanno stampato derivati e titoli tossici di ogni genere per un controvalore nominale di circa 600.000 miliardi di dollari, pari a circa otto volte il PIL mondiale e a dodici volte la capitalizzazione delle borse. Ora per ripianare la grande speculazione operata con i derivati, la BCE e la FED hanno immesso migliaia di miliardi di dollari e di euro, che sono stati conferiti alle Banche private, cioè a quegli stessi organismi che posseggono e controllano il pacchetto azionarie della BCE e della FED, per ricapitalizzarsi e sopravvivere agli effetti dei titoli tossici che esse stesse avevano emesso a danno dei comuni investitori. Inoltre gli stati occidentali, per cattiva politica e/o perseguendo una strategia ben precisa, imposta da politici asserviti agli interessi internazionali, si sono indebitati con i propri cittadini ed in percentuale assai elevata anche con le Banche private. Queste, da buone strozzine, come è nel loro DNA, impongono agli stati interessi sempre più elevati ed enormi ed intollerabili sacrifici ai cittadini ed alle piccole e medie imprese. Nel contempo tentano di distruggere quanto più possibile il welfare, penalizzando sempre più le classi più deboli e creando prospettive di lucrosi affari per gli speculatori finanziari che vogliono privatizzare tutto, sanità, scuola, acqua, università, trasporti, ambiente etc. in una parola i BENI COMUNI. Inoltre su pressione della finanza internazionale le Banche centrali cedono grandi quantità di danaro alle banche private, loro consociate, a tassi dell' 1% e a loro volta lo prestano agli stati, ai cittadini ed alle imprese con tassi che vanno dal 5% ad oltre il 10%.
Questa sistema di dominio mondiale, messo in piedi dal neocapitalismo finanziario, deve essere abbattuto a qualunque costo perché crea enormi ricchezze e potere concentrati nelle mani di pochi, non più dell’1% della popolazione mondiale, e grande ingiustizia sociale, disuguaglianze intollerabili e grandissime sofferenze al 99% delle genti che abitano la terra. L'attuale governo dei tecnici ha messo nell'angolo la politica cialtrona e corrotta della seconda repubblica, cui strategicamente era stato conferito il ruolo di distruggere economicamente la settima potenza economica mondiale e la seconda per ricchezza accumulata dai propri cittadini, ed ha nei fatti commissariato l'Italia, servendosi di personaggi come Mario Draghi, Mario Monti ed altri tecnocrati, fedeli esecutori, privi di qualunque passione umana, salvo l'avidità, l'arroganza con i deboli ed il servilismo agli interessi di dominio altrui, dei quali sono portatori convinti e forse acritici, perché opportunamente selezionati negli esclusivi opifici, che producono, con sistemi di condizionamento, non uomini, ma mostri adoratori del Dio Mercato.
Se questa analisi è corretta, correttezza che viene dimostrata dalle stesse parole dell’ideatore ed attuatore di questo sistema di governo mondiale tirannico ed antidemocratico, Mr. David Rochefeller, in questo suo breve comunicato: “Siamo grati al Washington Post, al N.Y Time, al Time Magazine e alle altre grandi pubblicazioni, i cui direttori hanno partecipato ai nostri incontri (della Trilaterale), rispettando le loro promesse di riservatezza per oltre 40 anni. Sarebbe stato impossibile per noi sviluppare questo piano per il mondo, se fosse stato di pubblico dominio durante tutti questi anni. Ma il mondo, oggi, è molto più evoluto e preparato per proseguire il percorso verso un governo mondiale. La sovranità sovranazionale di un’ élite intellettuale e di banchieri internazionali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale praticata nei secoli passati “.
I partiti più responsabili quali l’IDV ed in minor misura SEL, ancora infarcita di una antistorica visione operaista della società e, nonostante il nome, poco ambientalista, devono realmente interrogarsi se sia possibile stabilire una solida alleanza con un partito come il PD, fiancheggiatore per 20 anni della politica Berlusconiana ed incapace di svolgere un ruolo di autentica opposizione, che prendesse atto della deriva autoritaria voluta dalla finanza internazionale. Il PD in tutti questi anni ha continuato a garantire se stessa e le proprie lobby, cooperative o quant'altro gravitasse nella loro sfera di interessi, con una visione ottusa e ristretta della politica. Hanno costituito una casta di dirigenti squallidi ed inamovibili, che garantisse profitti ed interessi al proprio gruppo, perdendo il ruolo di partito di sinistra, nato e sviluppatosi per difendere i diritti della classe operaia, dei pensionati e delle stratificazioni sociali più deboli. Questo stesso partito ora sostiene con convinzione un governo senza legittimazione popolare, che ha solo il compito di realizzare la politica economica e gli obiettivi di potere e di dominio di “un’élite intellettuale e di banchieri internazionali”, per dirla con David Rochefeller. Per costruire una solida alleanza tra PD, IDV e SEL è anzitutto necessario che questa possibile coalizione ponga al centro della propria azione politica il ricupero della sovranità nazionale e del sistema democratico, ben sancito dalla nostra Costituzione. Insieme alla autonomia politica è necessario adoperarsi per ricuperare l’autonomia finanziaria della nazione riconferendo alla Banca d’Italia la proprietà pubblica, nonché il diritto di Signoraggio. Oltre queste inderogabili condizioni politiche è necessario rinnovare drasticamente la classe dirigente di questi partiti, immettendo nei ruoli dirigenziali giovani ben selezionati, che abbiano chiara l’essenza della crisi internazionale, l’energie e le capacità di proporre soluzioni valide e praticabili. I vecchi schemi dei rapporti sociali non reggono più, si vive nella società dell’informazione, che non segue più solo i canali della carta stampata e delle televisioni di stato o di gruppi economico finanziari interessati a raggiungere il governo mondiale dei banchieri, ma anche quella della rete che, connettendo i cittadini del mondo, consente ampi margini di libertà. La vecchia politica fatta di mediazioni elitarie è finita, i partiti come tali o si aggiornano e diventano mero strumento capace di percepire la volontà popolare e di trasformarla in atti politici coerenti, o sono destinati a scomparire ed essere sostituiti da nuovi sistemi di coordinamento e di aggregazione quali quelli che sta sperimentando con molto successo il movimento a 5 stelle di Beppe Grillo.
Io personalmente dubito fortemente che l’attuale classe dirigente del PD sia in grado di comprendere la necessità di una svolta a 180° della propria politica, perché ha dirigenti vecchi e compromessi, certamente incapaci di recepire il nuovo che avanza, che inesorabilmente li travolgerà. Ma anche l’IDV deve ricuperare lo slancio originale, la capacità di comunicare con la gente e di recepirne le istanze, come quando era un movimento, slancio che si è attenuato da quando ha accettato al proprio interno vecchi politici, transfughi di altri partiti (* vedi sotto, n.d.r.), volendoli cementare con l’encomiabile principio della legalità, del rispetto delle regole, della Costituzione e dello spirito di servizio, che, seppure onesti, e non sempre ciò è accaduto, hanno inesorabilmente manifestato vizi e logiche della vecchia politica (* vedi sotto, n.d.r.). Attualmente l’IDV mostra difficoltà nell’ elaborare un proprio progetto politico capace di coniugare sviluppo, ambiente, salute e lavoro, un progetto ampio e strategico che abbia la capacità di prefigurare i futuri scenari politici, economici e sociali e di adeguare la attività politica alla propria visione strategica. Non è un caso che il rallentamento della nostra iniziativa politica di rottura con un sistema corrotto ed antidemocratico, il voler tentare di ricuperare un partito largamente compromesso come il PD, ci faccia stare in bilico nei sondaggi tra il 6% e l’8%, senza mai riuscire a prendere il largo come invece a fatto il Movimento a 5 Stelle. Penso che sia giunto il momento che i nostri dirigenti nazionali prendano atto delle mutate condizioni politiche ed vi si adattino con iniziative politiche forti, coraggiose e lungimiranti.
 
Sassari 27.05.2012
Isidoro Aiello
Capo gruppo dell’IDV
Comune di Sassari
(* n.d.r.) LEGGI QUI
.

domenica 27 maggio 2012

La conferenza ONU sul Cambiamento Climatico, Bonn 14 – 25 maggio

.

di Francesca Petretto
da Il Sostenibile

Si sono riuniti a Bonn in occasione della Conferenza ONU sul clima 3.000 partecipanti provenienti da 181 Paesi del Mondo, per parlare degli impatti dei cambiamenti climatici e della riduzione delle emissioni globali, degli aiuti all’adattamento per i Paesi in via di sviluppo e della questione del Fondo verde per il clima.

Gli argomenti discussi sono dunque riconducibili a un unico tema: la modifica del Protocollo di Kyoto entro la fine dell’anno per rendere possibile un secondo periodo di impegno dall’inizio del 2013. A questa conseguono la pianificazione del lavoro per i negoziati in vista di un accordo globale sul clima entro il 2015, gli impegni finanziari da prendere entro il 2020, la tecnologia e l’adattamento da mettere in atto. Se l’obiettivo è rendere operativo il Fondo verde per il clima (GCF o Greedy Corporate Fund) entro il 2013, diventa fondamentale anzitutto accelerare i tempi e superare le differenze di stato e di vedute dei diversi governi chiamati in causa. Ma, almeno per ora, tutto pare sia stato rimandato al prossimo appuntamento ufficiale quello  che avrà luogo a Doha a fine anno.

La prima riunione del “Fondo Verde” è stata, infatti, rinviata in attesa del completamento delle candidature da presentare da parte dei Paesi membri. Ha dominato altresì l’agenda dell’evento il blocco dei negoziati del Fondo Verde per il Clima: molte sono state le lamentele, espresse dalle organizzazioni internazionali e dai gruppi ambientalisti che vi hanno preso parte, per quel che riguarda la distribuzione dei fondi. C’è chi accusa che il finanziamento ai Paesi più svantaggiati sia stato vittima delle solite logiche di potere che avrebbero fatto sì che questo finisse, al solito, nelle tasche non di chi opera per il raggiungimento degli obiettivi internazionali ma dei soliti governanti o loro sottoposti senza scrupoli e seguendo logiche che niente hanno a che fare con l’agenda climatica.

La Segreteria del Climate Change UNFCCC soffre di fatto dei tagli alle sovvenzioni da parte dei governi dei Paesi “più avvantaggiati”: solo quello tedesco ha previsto . . . --- CONTINUA A LEGGERE ---


--- ALTRI ARTICOLI ---

venerdì 25 maggio 2012

Politici e frequentazioni mafiose


Solito interessante intervento di Marco Travaglio ieri sera durante Servizio Pubblico. Il giornalista del Fatto Quotidiano punta il dito contro i partiti politici che hanno precise collusioni con la Mafia e la criminalità organizzata in generale, per far capire che quella trattativa fra Stato e Mafia aveva visto la vittoria della Mafia, ora a tutti i livelli della politica.



Seduto al fianco di Travaglio c'è il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. Peccato che Marco Travaglio, che apprezzo sempre, non abbia colto l'occasione per ricordare questa bruttissima pagina di televisione:



Orlando attaccò pesantemente il magistrato che pochi giorni dopo fu trucidato dalla Mafia. Tutta la politica deviata, da Andreotti in avanti, ringraziò.

Ecco, caro marco Travaglio: ti seguo sempre volentieri, e le tue parole sono sempre spunto per approfondire, ma stavolta hai perso un'occasione prelibata. Sarei curioso di sapere poi da Antonio Di Pietro perché si ha preso nel partito questa persona, per cortesia. E attenzione: alle ultime due tornate politiche io ho votato IDV, giusto per chiarire ad eventuali detrattori col paraocchi che non sto servendo padroni, e non lo farò mai.

domenica 20 maggio 2012

Falcone e i suoi figli


Oggi voglio dedicare al maggiordomo in pectore di Arcore, Angelino Alfano (quello che andava ai matrimoni dei mafiosi a baciare i boss mafiosi, quello che - anche se adesso ha smesso, pudore? - citava Falcone a sproposito in Tv per sostenere le delinquenziali tesi del suo datore di lavoro, Sua Emittenza), questo articolo di Marco Travaglio. Buona lettura a tutti, maggiordomo compreso.


FALCONE I SUOI FIGLI
di Marco Travaglio / Il Fatto Quotidiano 20.05.2012

Una delle offese più sanguinose che si possono infliggere alla memoria di Giovanni Falcone è quella di immaginare, dopo la sua morte, che cosa avrebbe fatto o detto. Eppure questo estremo oltraggio è stato per vent’anni lo sport preferito di molti politici e commentatori, che hanno tentato di usare la sua salma come arma contundente per colpire i magistrati antimafia vivi. 

“Falcone non avrebbe fatto il processo Andreotti, indagato su Dell’Utri, nè sulle trattative Stato-mafia”. 

Nessuno può sapere quel che avrebbe fatto Falcone, dinanzi ai nuovi sconvolgenti scenari che si sono aperti dopo la strage di Capaci, quando finalmente centinaia di collaboratori di giustizia si decisero a oltrepassare la soglia che, lui vivo, nessuno aveva mai osato valicare: quella dei rapporti fra mafia e classi dirigenti. 

Sappiamo però come operava Falcone: basta leggere gli atti delle sue indagini e dei suoi processi, per farsene un’idea. Chi conosce quelle carte, sa bene che nessun magistrato degno di questo nome avrebbe potuto esimersi dal dovere costituzionale di indagare sulle collusioni emerse nell’ultimo ventennio. Ma sa anche che, negli ultimi vent’anni, la soglia probatoria richiesta dai giudici per condannare i colletti bianchi, si è paurosamente alzata. Oggi per inchiodare un intoccabile occorrono prove dieci volte superiori a quelle ritenute sufficienti per gli imputati comuni.  

INTOCCABILI & PICCIOTTI. Qualche anno fa, su Micromega, Enrico Bellavia si domandò: “E se Andreotti non fosse Andreotti, ma un Calogero Picciotto qualunque?”. E raccontò la storia di Giovanni Vitale, accusato da un pentito de relato (per sentito dire) di un delitto del 1994 e condannato all’ergastolo per un omicidio che sostiene di non avere mai commesso: “Il pentito – narra Bellavia – è Pasquale Di Filippo, che racconta ai giudici dell’assassinio di un tale Armando Vinciguerra che fu punito per avere messo in giro la voce, falsa, che il boss di San Giuseppe Jato, Bernardo Brusca, stava per pentirsi. i Filippo dice che di quell’omicidio gli parlò uno che lo aveva fatto, Vincenzo Buccafusca. E quest’ultimo gli avrebbe parlato anche di Vitale. Giovanni Brusca, figlio di Bernardo, da pentito, racconta soltanto di aver saputo che al delitto partecipò anche un ragazzo. È Vitale? Non è chiaro, ma è lui che finisce nell’elenco di quelli che prendono la condanna a vita. Nessuno quasi se ne accorge. 

Per ben altro ci si è occupati di quel processo. È il primo nel quale è stato condannato per mafia Vittorio Mangano, lo ‘stalliere di Arcore’. È quello nel quale Marcello Dell’Utri è venuto ad avvalersi della facoltà di non rispondere”. Conclusione: “Chi ci pensa a un Vitale? E se Andreotti non fosse Andreotti, ma Vitale, o Maiorana, insomma uno dei tanti Picciotto, ci si sarebbe arrovellati su un bacio? Oppure lo si sarebbe liquidato come possibile e probabile declinando la gamma dell’ospitalità sicula, così avara di convenevoli, ma gelosa dei propri riti? […] ‘Non poteva non sapere’, ripetono i colpevolisti, spargendo non solo il seme del dubbio, ma evocando un principio in base al quale la gran parte dei processi di mafia a carico dei componenti della Cupola ha ricevuto il bollo in Cassazione.Un principio in base al quale sono state pronunciate le venti condanne a carico di Totò Riina, che certo non ha firmato alcun ordine di servizio per alcuno dei cento omicidi di cui lo si è accusato. 

‘I riscontri, i riscontri, sono mancati i riscontri’, hanno urlato sui giornali i più prudenti, quelli che si sono provati in un’analisi che non fosse la solita filastrocca sulle toghe rosse pronte a porre un sigillo giustizialista sulla storia. Ma in un processo per mafia, che ruota intorno alla necessità di provare ciò che è coperto da un vincolo di segretezza, cos’è un riscontro? È un fatto, quando c’è, ma anche una serie di indizi che costituiscono una prova logica...”. Chi non coglie o non vuole cogliere questo aspetto ha preferito in questi anni contrapporre il “metodo Falcone” al “metodo Caselli” o più recentemente al “metodo Ingroia”: il primo serio, rigoroso, prudente, fondato su prove granitiche e pentiti “veri”, “garantista” con tutti i crismi e i riscontri, dunque foriero di grandi successi processuali; gli altri due disinvolti, irruenti, “emergenziali”, fondati su teoremi evanescenti e su pentiti falsi o bugiardi, senza prove né riscontri, “giustizialisti” e dunque votati al fallimento. Ma è davvero così? Se fosse così, Caselli e Ingroia non avrebbero raccolto molte condanne nemmeno nei processi all’ala militare di Cosa Nostra: lì, invece, non ne hanno mancata una. E allora? 

IL POOL DA TORINO A PALERMO Fu proprio Caselli, insieme con un pugno di colleghi torinesi impegnati contro il terrorismo, a inventare il lavoro in pool, dal quale poi impararono Chinnici e Caponnetto trapiantando quel modello a Palermo nelle indagini di mafia con Falcone, Borsellino e gli altri. Fu Caponnetto a telefonare a Caselli per chiedergli spiegazioni sul metodo del pool di Torino: “Come fate ad affidare a più giudici istruttori una stessa inchiesta, visto che per il nostro codice il giudice istruttore è monocratico?”. Caselli ricorda tuttoggi con emozione quella telefonata: “Le primissime inchieste sulle Br, di competenza di Torino, erano state assegnate tutte a un solo giudice istruttore, che ero io: erano le inchieste che avevano al centro i sequestri Labate, Amerio e Sossi, operati dal nucleo storico delle Brigate rosse. L’idea di formare un pool ci venne in mente dopo l’assassinio del procuratore generale di Genova, Francesco Coco, ucciso nel 1976 con la sua scorta. Mi chiamò nel suo studio il capo dell’Ufficio Istruzione di Torino, Mario Carassi, che mi affidò l’inchiesta Coco dicendomi che però, da quel momento, tutte le inchieste di terrorismo sarebbero state assegnate con me anche ad altri colleghi: ‘È bene che tu non sia più solo, l’estensione del terrorismo è sempre maggiore, per cui è necessario che vi siano in campo più risorse per contrastarlo. E poi, più obiettivi possibili vi sono, minore diventa il rischio per ogni singola persona’. Casomai fosse successo qualcosa a uno di noi, sarebbero restati gli altri ad andare avanti. 

In quei giorni nacquero i pool. Anche a Palermo decisero di lì a poco di adottare un’interpretazione simile alla nostra”. Quando nel gennaio 1993 approda a Palermo, avendolo “inventato”, Caselli conosce bene quel metodo. E così i magistrati della Procura, che l’hanno sperimentato per anni lavorando fianco a fianco con Falcone e Borsellino. I tempi sono diversi, ma il sistema è identico. E identici sono gli strumenti – i pentiti, i riscontri, l’associazione mafiosa, il concorso esterno – anche se ora c’è in più la legge sui collaboratori di giustizia, che Falcone e Borsellino avevano chiesto per anni e avevano ottenuto solo dopo la morte. 

IL CONCORSO ESTERNO Anche il contestatissimo concorso esterno in associazione mafiosa era, per Falcone e Borsellino, un reato sacrosanto: l’unica arma per recidere le collusioni politico-istituzionali che garantiscono lunga vita e grande potere alla mafia. I due magistrati lo scrissero nero su bianco – plasmando la figura giuridica (tutt’altro che sconosciuta in passato) del concorso esterno in associazione mafiosa – nella sentenza-ordinanza del processo “maxi-ter” a Cosa Nostra, il 17 luglio 1987: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa”. E – aggiungevano – è proprio questa “convergenza di interessi” col potere mafioso […] che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”. 

Collusioni politico-istituzionali che potevano portare anche all’assassinio, come disse ancora Falcone a proposito dei delitti “politici” Mattarella, Dalla Chiesa, Reina e La Torre: “Omicidi in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina. Non per nulla, è proprio dal 1987 che si intensifica la guerra politico-mediatica al pool di Falcone e Borsellino, fino a impedir loro di lavorare a Palermo: appena lasciano intendere che le loro indagini stanno per investire i piani alti delle collusioni istituzionali, il pool viene spazzato via da corvi, manovre della politica e dell’ala più retriva della magistratura, dal tritolo. 

UN PENTITO PIÙ UN PENTITO Anche sull’uso dei pentiti, il metodo Falcone e il metodo di Caselli e dei suoi allievi coincidono. Basta leggere il mandato di cattura spiccato nel 1984 per i cugini Nino e Ignazio Salvo dopo le rivelazioni di Buscetta. Il pentito aveva raccontato che gli esattori erano “uomini d’onore” e che lo avevano ospitato durante la latitanza nella loro villa di Santa Flavia. Quali riscontri trovarono i giudici del pool alle sue parole? Si fecero descrivere gli ambienti della villa, poi andarono a verificare sul posto se quella descrizione corrispondeva alla realtà. Corrispondeva. Così i Salvo finirono in carcere. Lo stesso metodo fu seguito, spesso con maggiore dovizia di riscontri, dalla Procura di Caselli per verificare le accuse dei pentiti nei vari processi, più o meno eccellenti, celebrati fra il 1993 e il 1999, a carico di Andreotti, Dell’Utri, Contrada, Carnevale, Mannino e tanti altri. E ancora, basta scorrere le ordinanze di rinvio a giudizio e le sentenze dei tre maxiprocessi a Cosa Nostra per rendersi conto che la “convergenza del molteplice” – cioè il valore probatorio delle dichiarazioni incrociate di più pentiti, riconosciuto dall’articolo 192 del codice di procedura penale – stava già alla base delle indagini del vecchio pool di Palermo (che infatti venne accusato di “abuso” dei pentiti, proprio come il nuovo pool). Gli imputati dei tre maxiprocessi furono condannati su elementi molto meno consistenti di quelli che hanno portato all’assoluzione per insufficienza di provedi vari politici nell’ultimo quindicennio. Il che si spiega, appunto, con quel progressivo “innalzamento della soglia probatoria” che chi vuole giudicare in buona fede non può non notare, confrontando le sentenze degli anni 80 con quelle degli anni 90 e 2000. 

LE PAROLE INCROCIATE Un solo esempio, fra i mille possibili. Nell’ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio del “maxi-uno”, Falcone e Borsellino scrivono: “Le rivelazioni di Buscetta e di Contorno si integrano e completano a vicenda, provenendo da personaggi che hanno vissuto esperienze di mafia da diversi punti di osservazione”. Avendo due soli pentiti a disposizione, bastava l’incrocio fra le loro dichiarazioni per riscontrarle entrambe. E tanto bastò ai giudici per condannare centinaia di mafiosi a pene molto pesanti. Anche quando i pentiti raccontavano notizie di seconda mano (de relato). Sono ancora Falcone e Borsellino a scrivere, nel ricorso contro la scarcerazione di un presunto mafioso chiamato in causa da Totuccio Contorno: “Se un uomo d’onore apprende da un altro consociato che un terzo è un uomo d’onore, quella è la verità. Non importa conoscere fisicamente l’uomo d’onore”. Il giudice diede loro ragione e il presunto mafioso fu riarrestato qualche tempo dopo, in compagnia di un latitante. Il pool commentò: “L’episodio costituisce la più chiara dimostrazione del grado di attendibilità di Contorno e dovrebbe indurre a rifuggire da quell’aprioristico atteggiamento di generalizzata svalutazione delle chiamate in correità da parte dei pentiti in mancanza di altri riscontri”. Per molto meno, oggi, un magistrato antimafia finirebbe sotto procedimento disciplinare, tacciato di giustizialista, golpista e naturalmente toga rossa.

venerdì 18 maggio 2012

Ddl anticorruzione: nuove pagliacciate e ostruzionismo del Pdl

.
I fedeli servetti di Sua Emittenza continuano la lotta contro l'approvazione di una normativa anticorruzione in Italia, paese del terzo mondo in fatto di ricezione di normative della Comunità Europea in tema di Giustizia. Già, finché bisogna raschiare il fondo del barile ficcando le mani nelle tasche dei cittadini, tutto ok, perché "è l'Europa che ce lo chiede", però quando l'Europa ci manda l'ennesimo segnale sul ritardo in tema di Giustizia, beh, il discorso cambia.

Un paio di giorni fa il sozzo operato della feccia ha prodotto i primi nefasti effetti. Ieri il presidente della Camera Gianfranco Fini (quello che quando stava con Berlusconi non esitava un istante a firmare leggi ad personam, frequentemente anticostotuzionali, proprio come facevano Casini e Bossi, i neo-moralisti dell'ultimora) ha tuonato sul "fare in fretta" perché non si può attendere oltre. Wow, che muscoli Gianfranco!

Oggi le commissioni congiunte alla Camera hanno dato via libera ad un emendamento del Pd, passato anche coi voti di Idv e Fli, che aumenta le pene minime da 3 a 7 anni e quelle massime da 4 a 8 del reato di corruzione per atti contrari a dovere d'ufficio. Si sono astenuti furbescamente Lega e Udc, al solito è stato totalmente contrario il Pdl, che ha fatto di nuovo ostruzionismo, dando un nuovo, potente e sonoro ceffone alle aspettative di un elettorato sempre più deluso (ovviamente fra i non delusi ci sono quelli della criminalità organizzata, che ringraziano i fedeli amici e servitori in Parlamento).

Il maggiordomo in pectore, Angelino Alfano, cui riconosciamo il grande merito di aver smesso di citare le parole del giudice Falcone a sproposito, ha espresso il massimo della comicità, arrampicandosi sugli specchi: "Non vorrei che Pier Luigi Bersani e il Pd volessero creare un incidente per mettere in difficoltà il governo", ha dichiarato davanti al fido Vespa a 'Porta a porta'. "Noi siamo assolutamente favorevoli all'approvazione della legge". Quindi ha negato (anzi: ha finto di negare) se stesso e il suo compito precipuo anti-legalità per il quale Re Silvio lo ha investito di una carica-fantoccio stile RSI. Il deputato pdl Manlio Contento ha continuato sulla stessa falsariga: "Stiamo difendendo le nostre ragioni. Ci sono elementi importanti da valutare per migliorare la lotta alla corruzione. Ci aspettiamo una apertura del ministro su alcune questioni sollevate da noi sui minimi e i massimi di pena per consentire ai giudici di graduare la pena". Peccato che questa graduazione i giudici la fanno ogni santo giorno, per ogni tipo di sanzione da comminare su ogni tipo di reato.

Sono tutte stupidaggini, ovviamente. I servetti del Pdl devono servire il capo, non scontetare i criminali, e poi a parole devono gettare il fumo negli occhi della gente: niente di nuovo quindi.

Pierferdinando Casini ha mantenuto la solita posizione a doppia staffa, dicendo che non c'è stato ostruzionismo da parte del Pdl, e ha detto che bisogna discutere "con serenità senza ultimatum da parte di nessuno". Casini è Democrazia Cristiana al 100%: non scontentare nessuno, farsi amici tutti. Sta ancora cercando di capire con chi è più conveniente mettersi per instaurare un governo "centrista" in vecchio stile DC, e di moderati da accalappiare ce n'è da entrambe le parti.

Chi non fa giochini è Antonio Di Pietro, in una discussione ad ampio raggio: "Se vogliamo fare sul serio approviamo subito una norma che impedisca ai condannati di entrare in Parlamento.Qualunque sia la legge elettorale che si varerà, si inserisca nelle disposizioni il divieto per i condannati ad essere candidati così come si impedisca ai rinviati a giudizio per reati gravi di essere non solo candidati ma anche di continuare a svolgere incarichi di governo, sia centrale che locale. Si passi dalle parole ai fatti”.

Già passare ai fatti. Il proclama di per sé è sterile, non serve a niente: ma è di proclami che vive la politica italiana, non di azioni serie. In chiusura allego l'intervento di Marco Travaglio ieri a Servizio Pubblico, come sempre illuminante. Ascoltatelo bene.



.

martedì 15 maggio 2012

Berlusconi, la Mafia e Grasso. Ripasso su qualcosa di losco

.

Sempre meno informati e sempre più fessi, così ci vogliono i delinquenti che tramano per impedire alla Giustizia di lavorare tanto e bene. Il governo Berlusconi ha approvato tante norme salva-Mafia, e ha rimosso tanti magistrati che lavoravano contro la Mafia; visto che non è - almeno per il momento - tempo di stragi e uccisioni altisonanti, sono le istituzioni - quando insozzate da delinquenti - a operare per la Mafia, la Camorra e la 'Ndrangheta. Oggi sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio ci rinfresca la memoria sulle porcherie normative con cui Sua Emittenza/Delinquenza tagliò le gambe a Caselli e fece entrare strisciando Grasso, l'azzoppa-indagini tanto caro a Cosa Nostra e ai parlamentari che con essa fanno affari. Buona lettura.

 


"TU DAI UNA POLTRONA A ME" 

di Marco Travaglio

La proposta di Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, di premiare Berlusconi “per la lotta alla mafia” ha scatenato le più svariate illazioni su un suo prossimo ingresso in politica: chi dice come aspirante presidente della Regione Sicilia al posto di Raffaele Lombardo, inquisito per mafia; chi come candidato del “partito dei tecnici” di Passera, Montezemolo e Casini. 

Voci alimentate anche dalla sua rinuncia alla Procura di Roma, da un accenno di Gasparri alla sua “prossima campagna elettorale” e da una frase dello stesso Grasso su La Stampa di ieri (“anch’io ho il mio progetto, nel 2013 scade il mio incarico”). Ma, al momento, sono solo processi alle intenzioni. 

Ciò che stupisce è che, per spiegare la sorprendente uscita di Grasso pro B. (sorprendente persino per B.), ci si concentri sul suo eventuale futuro anziché sul suo sicuro passato. Nel 2005 Grasso diventa superprocuratore nel concorso più controverso della storia giudiziaria italiana: quello bandito dal Csm nell’ottobre 2004 per sostituire Piero Luigi Vigna, che scade nel gennaio 2005. Candidati favoriti: Caselli, più anziano, e Grasso

Il 1° dicembre la Banda B. approva il nuovo ordinamento giudiziario Castelli, con due strani codicilli: uno proroga Vigna “sino al compimento dei 72 anni di età” (cioè fino al 1° agosto 2005); l’altro taglia fuori dagli incarichi direttivi i magistrati con più di 66 anni. 

Che senso hanno? La risposta è nella carta d’identità di Caselli, che compirà 66 anni il 9 maggio 2005. Se Vigna lascia alla scadenza naturale, Caselli non ha ancora 66 anni. Se Vigna viene prorogato, Caselli è fuori gioco e l’altro pretendente, Grasso, ha partita vinta. Insomma i giochi per Grasso sembrano fatti. Ma il 16 dicembre Ciampi respinge la Castelli perché incostituzionale

Caselli rientra in partita. Ma la prospettiva che torni a occuparsi di mafia turba i sonni dei berluscones, noti partigiani antimafia. Così il 30 dicembre, mentre gli italiani preparano il cenone di Capodanno, il governo infila nel decreto Milleproroghe tre righe che prorogano Vigna, affogate in una giungla di norme sulla Croce Rossa, l’autotrasporto merci e gli spettacoli circensi. Seconda norma ad personam, anzi contro Caselli. 

Mille magistrati si appellano a Vigna perché si dimetta subito, impedendo al governo di interferire in una nomina che spetta solo al Csm. Ma Vigna non ci sente. Alla Camera però, in sede di conversione del decreto, le assenze nel centrodestra regalano all’opposizione un’occasione d’oro per approvare un emendamento Ds che spazza via la norma-vergogna. Ma Rifondazione si astiene e l’emendamento viene respinto: il solito soccorso rosso ai berluscones. 

Però per eliminare Caselli occorre approvare la Castelli-bis che impone il limite di età a 66 anni: una legge delega che va a rilento ed entrerà in vigore solo con i decreti attuativi. Intanto il Csm potrebbe nominare Caselli con le vecchie regole. Ma ecco pronto un emendamento di Luigi Bobbio, magistrato eletto in An, che prevede l’immediata entrata in vigore dei nuovi limiti di età. “Certo – confessa spudorato Bobbio – l’emendamento serve a escludere Caselli: non merita la Superprocura”. È la terza norma anti-Caselli, ma soprattutto pro-Grasso. Viene approvata a fine luglio e firmata da Ciampi: Caselli è definitivamente fuori gioco. 

Il Csm denuncia l’incostituzionalità della norma, ma non può che ratificare la nomina del candidato superstite: Grasso, primo procuratore della storia repubblicana nominato da un governo (e che governo). Lui però non ci pensa neppure a ritirarsi dal concorso truccato. Nel 2007 la Consulta dichiarerà incostituzionale la norma anti-Caselli. Tra i primi a felicitarsene – con appena due anni di ritardo – sarà proprio Grasso: “Sono contento, è una legge che non ho condiviso”. L’ha semplicemente usata. 

All’epoca qualche ingenuo si domandò perché mai B. preferisse Grasso a Caselli? La risposta, forse, è appena arrivata.

.

Ddl anticorruzione, la scontata e delinquenziale ostruzione del PDL in Parlamento

.
Siamo alle solite, perché i servi del PDL con cambieranno mai. Del resto va giustificata la poltrona d'oro ottenuta grazie al Porcellum e alla scelta del partito e non degli elettori. L'Italia continua a pagare il salatissimo dazio ai delinquenti furbescamente messi da Berlusconi e il suo team alla Camera e al Senato, e la normativa anticorruzione, chiesta a gran voce dalla Comunità Europea da molti anni, nel "bel paese" è ancora lontana dal nascere, lontana anni luce. La criminalità organizzata ringrazia, e ride in silenzio: l'Italia è ostaggio di un  Parlamento pieno zeppo di criminali e uomini senza coscienza. Per questa gentaglia, la feccia della nostra società, il paese non conta; per questa gentaglia, feccia da ricacciare nelle fogne, la lotta alla criminalità organizzata deve essere bloccata con ogni mezzo. Gli affari, i legami fra troppi politici e la Mafia, la 'Ndrangheta e la Camorra, sono troppo forti e radicati: un sostegno reciproco sulle nostre spalle e sulle nostre tasche.

Il Parlamento (soprattutto la Commissione) è davvero messo bene: il PDL blocca tutto (e Alfano, il maggiordomo di Sua Emittenza, ha presentato un testo-farsa che ha fatto ridere tutti), il PD fa finta di indignarsi, l'UDC fa la morale a tutti ma non fa niente di concreto, la Lega sta cercando di recuperare consensi, IDV e SEL tuonano, ma contano troppo poco per incidere sugli iter di approvazione delle leggi. E il governo? Mario Monti e i suoi "tecnici" se ne infischiano di queste cose, perché hanno un compito sporco da portare a termine, e senza il PDL non hanno più l'appoggio per sfasciare tutto in nome delle banche e della Chiesa cattolica. Ecco perché Monti non alza la voce per la materia Corruzione: a lui che gliene frega? La Severino non forza l'approvazione, e tutto resta come prima.

Bloccateli con ogni mezzo

Camera, ostruzionismo del Pdl. A rischio il ddl corruzione

Lavori a rilento in commissione. Il partito del Cavaliere inanella una lunga fila di interventi che di fatto bloccano i lavori. Votato un solo emendamento. Pdl: "Assalto giustizialista". Pd e Idv: "E' una vergogna". Il provvedimento è calendarizzato in Aula per il 28 maggio

 

ROMA - Lavori a rilento sul ddl anticorruzione  pensato dal ministro della Giustizia Paola Severino. In un'ora, questa mattina, le commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera hanno votato un solo emendamento a causa della raffica di interventi da parte del Pdl che questo provvedimento vede come il fumo negli occhi. Puntando a far arrivare in Aula il testo arrivato dal Senato nella formulazione dell'ex ministro del governo Berlusconi Angelino Alfano.

"E' in atto un ostruzionismo sciocco e becero", ha commentato Antonio Di Pietro. Pier Luigi Mantini (udc) parla di "ostruzionismo strisciante e velato". Donatella Ferranti (pd) attacca "un ostruzionismo vergognoso il cui unico scopo non può che essere di portare in aula il vecchio ddl Alfano". Il Pdl, invece, si difende e parla di "assalto giustizialista".

L'unica cosa concreta della seduta odierna è stato alla fine il voto che ha bocciato il subemendamento 500.111 del pidiellino Francesco Paolo Sisto, che interveniva per ridurre la pena minima per il reato di peculato: 23 favorevoli, 32 contrari, astenuta la Lega.

"Oggi abbiamo avuto una seduta che è durata un'ora e mezza con il risultato di aver votato un solo emendamento, se fate il conto di quanti altri emendamenti abbiamo da votare capirete le mie preoccupazioni" dice la presidente della commissione Giulia Bongiorno (fli) - Il mio auspicio è 
che si riesca a chiudere senza dilatazioni dei tempi e ritengo importante la seduta di giovedì quando tornerà anche il ministro Severino. La mia preoccupazione dopo la seduta di oggi c'è ancora tutta e anzi è ancora maggiore".

Il testo del ddl è confermato per l'aula il 28 maggio senza la formula "ove concluso l'esame", e questo vuol dire che potrebbe andarci senza mandato ai relatori e senza aver completato le votazioni, quindi nella versione arrivata dal Senato.


Il mio testo vi infinocchierà!
Legge anticorruzione, voto a rilento. "Ostruzionismo Pdl in commissione".

In un'ora e mezzo di seduta la commissione è riuscita solo a bocciare un emendamento. Il Pd: "Vogliono portare in Aula il testo Alfano". Napoli (Fli): "Comportamento vergognoso". La presidente Bongiorno si dice preoccupata. La replica: "Oggi il partito dei neo-giustizialisti ha mostrato il suo vero, disarmante e spaventoso, volto"

ROMA - Lavori a rilento sul disegno di legge anticorruzione. In un’ora e mezzo, stamani, le commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera hanno votato un solo emendamento a causa della raffica di interventi da parte soprattutto del Pdl. Da Pd, Udc e Idv arriva l’accusa di ostruzionismo. La presidente della Commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, sottolinea: “La mia preoccupazione non è venuta meno, anzi è maggiore di prima”. Il disegno di legge è infatti calendarizzato in Aula per il 28 maggio. “Reputo importante – ha aggiunto la Bongiorno – approfondire il ddl e andare in Aula in tempi utili. Chiederò la dilatazione delle sedute sperando che la seduta di giovedì col ministro sia chiave per procedere”.

Il confronto sulla legge anticorruzione procede a ritmo blando ormai da oltre tre mesi. Il Pdl aveva tentato di recente anche di inserirci una norma sulla concussione che avrebbe cancellato il processo Ruby (poi la norma è stata bocciata). Tutto questo succede mentre ieri pomeriggio la discussione sulla riforma del finanziamento ai partiti è andata pressoché deserta.

La giornata. I lavori si sono aperti con un intervento del capogruppo del Pdl in commissione Giustizia, Enrico Costa, che, carte alla mano, ha ripercorso, giorno per giorno, l’andamento dei lavori sul ddl anti-corruzione sottolineando che non è vero che il Pdl “ha tirato il freno a mano su questo provvedimento”.
Un dettagliato intervento, durante il quale la presidente Bongiorno ha sottolineato: “Certo, se per dimostrare che non c’è ostruzionismo impieghiamo dieci minuti non otteniamo l’obiettivo…”. Costa ha anche chiesto al governo (presente con il sottosegretario Salvatore Mazzamuto visto che il ministro Paola Severino è in missione negli Stati Uniti) di rivedere la propria valutazione di remissione all’Aula su molti emendamenti: “Si tratta di una materia importante su cui è giusto che il governo dia la sua tesi, perchè se le cose restano così si potrebbe arrivare a una situazione di una certa confusione”. Una richiesta non accolta dal sottosegretario.

A quel punto, però, a prendere la parola, anche più in generale sul provvedimento sono stati gli azzurri Luigi Vitali, Maurizio Paniz e Francesco Paolo Sisto (colui che propose il “Cancella Ruby”).
Quest’ultimo in particolare ha chiesto l’accantonamento di alcuni emendamenti. Richiesta sulla quale, poi, è stata necessaria una votazione dopo una serie di altri interventi. Da ultimo il Pdl ha chiesto al governo di valutare ancora una volta il proprio parere su un emendamento a firma Sisto sulle pene minime per il peculato. Una proposta di modifica sulla quale il ministro Severino aveva dato parere contrario. Una decisione della quale, secondo Manlio Contento (ancora Pdl), “non si è resa conto”, visto che nella maggior parte dei casi sui minimi di pena si era rimessa all’Aula. Anche qui ne è seguito un dibattito con interventi soprattutto del Pdl.

Alla fine l’emendamento è stato posto in votazione e bocciato, ma è stato l’unico di tutta la mattinata. “E’ in atto – ha commentato Antonio Di Pietro – un ostruzionismo becero, sciocco, che dimostra come ormai il Parlamento sia usato solamente per assicurare l’impunità anche nella prossima legislatura. Un comportamento che raggiunge la volgarità e la connivenza”.

Pd, Idv, Udc e Fli all’attacco. Da parte del Pdl c’è un atteggiamento che “ci lascia sconcertati: si vogliono allungare i tempi a dismisura e lo scopo è quello di non discutere, non votare gli emendamenti e arrivare in Aula con il testo Alfano” dice la capogruppo del Pd in commissione Giustizia Donatella Ferranti. “Noi – aggiunge – stiamo facendo interventi solo dove necessario per consentire i voti e siamo disponibili se necessario a lavorare in notturna e venerdì”. Per il deputato dell’Udc Pierluigi Mantini “c’è uno strisciante ostruzionismo da parte del Pdl che abbiamo sconfitto con il primo voto di oggi, ma questa non può essere una strategia utile a completare i lavori perchè fatalmente, all’interno della maggioranza, arriveremo a dividerci su un testo fondamentale per il Paese”.

Più chiara la relatrica del testo, Angela Napoli, di Futuro e Libertà: “Il Pdl si sta comportando in maniera vergognosa e checchè ne dica ne dovrà rispondere di fronte al Paese. Blocca i lavori non consentendo di arrivare in Aula con un testo completo. E’ chiaro che vorrebbero si andasse in Aula con il testo così com’è arrivato dal Senato”.

La replica. Il Pdl si difende. “Quanto sta avvenendo in Commissione Giustizia è allarmante per la pervicacia con la quale si stanno violentando principi di diritto che sono sempre stati patrimonio riconosciuto nel nostro Paese – dichiara Luigi Vitali – Con il pretesto di adeguare la nostra normativa a quella europea in tema di lotta alla corruzione si stanno aumentando indiscriminatamente i minimi ed i massimi delle pene e si stanno introducendo nuovi reati senza la doverosa tipicizzazione. Si è creata un’anomala maggioranza pseudo giustizialista che sta consegnando l’Italia ad un periodo di grandi incertezze dove vigerà, più di oggi, la giurisprudenza e non la legge”. “Non possiamo – ha concluso Vitali – abdicare alla difesa di questi principi anche nell’interesse di coloro che non sanno quello che fanno; o forse lo sanno benissimo”.
Insiste Sisto: “Il partito dei neo-giustizialisti ha mostrato il suo vero, disarmante e spaventoso, volto. Pd, Idv e Fli, con l’appoggio insperato dell’Udc, hanno aumentato la pena minima del peculato ,nonostante il pacato intervento del sottosegretario Mazzamuto, a quattro anni di reclusione. Al di là dello specifico tema, la pretesa di fare giustizia incrementando a dismisura le pene minime è contraria alla Costituzione, al diritto ad una pena giusta, alla esperienza di questi anni”.
.

lunedì 14 maggio 2012

Sulla sconfitta di Norbert Röttgen alle elezioni della Renania Settentrionale-Vestfalia

.

di Francesca Petretto
da Il Sostenibile

Una considerazione a latere sulla sconfitta del partito dei Cristianodemocratici della Cancelliera Angela Merkel nelle elezioni di ieri (13/05/2012) della Renania Settentrionale-Vestfalia, il più popolato dei sedici Stati federati della Germania, quarto per superficie, con capitale Düsseldorf: nessun quotidiano italiano infatti, che mi risulti o per lo meno nessuno fra i più noti, ha dato peso – oggi – a un fatto a mio giudizio fondamentale, ovvero alla disfatta personale di Norbert Röttgen, candidato della CDU e “Ministro dell’Ambiente, della Conservazione della Natura e della Sicurezza Nucleare” in carica nel governo Merkel II.

Era evidente che i tagli previsti e messi in atto concordemente al collega Philip Rösler – titolare del dicastero dell’Economia e vicecancelliere al Bundestag – non avrebbero giovato al “Kronprinz” (ovvero il principe ereditario, perché Angela Merkel aveva preso ad indicarlo come suo successore) Röttgen, soprattutto in un Land in cui sono nate, si sono sviluppate e, in alcuni infelici e ben noti casi, hanno anche recentemente fallito importanti imprese produttrici di collettori solari e pannelli fotovoltaici e/o attive nello sfruttamento di fonti di energia Rinnovabili.

Era chiaro, a mio giudizio, che se 100.000 persone, tante erano nelle più fosche previsioni (Jürgen Trittin: “La colazione della pace del Governo [il tono è chiaramente ironico] sacrifica ad altre logiche la rivoluzione energetica”.

I Länder a maggioranza rosso-verde, criticano ferocemente la scelta del Governo federale . . .

------------ CONTINUA A LEGGERE ------------

Berlusconi, Pietro Grasso, e quella puzza di Mafia...



Riabilitare un leader partitico in crisi di consensi. Cosa avrà in cambio Grasso se Berlusconi dovesse vincere le prossime elezioni? Cosa c'è sotto? Gli sta rendendo un favore? Sono inorridito, scandalizzato e provo una nausea e una rabbia che controllo a stento. C'è una tale puzza di scambi (passati o futuri) qui, che si sente...


Cosa "loro"

HORRORIS CAUSA
Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 13 maggio 2012

Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso dichiara testualmente a La zanzara: “Darei un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia. Ha introdotto leggi che ci han consentito in tre anni di sequestrare 40 miliardi di beni ai mafiosi”.

Era dai tempi della candidatura di B. al Nobel per la Pace, iniziativa di alcuni zelanti parlamentari del Pdl, che non si rideva tanto. Dopo il premio Guido Carli “alla carriera” (niente male l’idea di consacrare un piduista a erede universale di un uomo che combatté la P2), il Cainano incassa e si appunta, honoris causa, la medaglietta “una vita contro la mafia”.

Sulla data d’inizio del suo impegno antimafia si fronteggiano varie scuole di pensiero. C’è chi sostiene che B. abbia cominciato a combattere Cosa Nostra nel 1974, quando (come ha appena confermato la Cassazione nella sentenza Dell’Utri) ricevette a Milano la visita dei boss Bontate, Teresi, Di Carlo e Cinà, portati in dote dall’amico Marcello per suggellare la promozione del mafioso Vittorio Mangano a fattore di Arcore.
C’è chi invece data il suo furore antimafioso al 1975, quando la mafia gli fece saltare la villa in via Rovani a Milano e lui non denunciò nulla ai carabinieri perché, confessò anni dopo, sapeva che l’attentato era opera dell’amico Mangano.
Altri lo fanno coincidere con l’attentato nella stessa villa del 1986, quando al telefono con Dell’Utri parlò di “bomba gentile e affettuosa” e concluse: “Se Mangano me li chiedeva, io 10 milioni glieli davo”.
Altri infine fanno scattare la sua limpida coscienza antimafiosa da quando – scrive ancora la Cassazione – “pagò cospicue somme a Cosa Nostra” nell’ambito di “un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per il tramite di Dell’Utri”, il tutto almeno fino al 1992, l’anno delle stragi.
Poi c’è il B. premier, ventennale spina nel fianco di Cosa Nostra.
Nel 1994 tuonò contro Caselli e i pentiti di mafia, in tandem con Riina (“ha ragione il presidente Belluscone”) e intimò alla Rai di piantarla con La Piovra che rovinava l’immagine dell’Italia e soprattutto della mafia nel mondo.
Poi portò in Parlamento Dell’Utri e Cosentino.
Promosse ministro Lunardi che voleva “convivere con la mafia”.
Depenalizzò il falso in bilancio e varò tre scudi fiscali, regalando ai mafiosi l’anonimato e il rientro dei capitali sporchi in cambio ora del 2,5% ora del 5% di tasse invece del 45%: un riciclaggio di Stato in concorrenza sleale con gli onesti spalloni.
Consentì la vendita dei beni sequestrati, così i boss possono ricomprarseli tramite prestanomi.
Disse: “Strozzerei con le mie mani gli scrittori che parlano di mafia” (tipo Saviano e altri).
Modificò l’art. 2 della normativa antimafia: se prima si potevano confiscare in base a “sufficienti indizi”, ora invece ci vuole la prova certa (difficilissima da trovare) che “risultino” provenienti da attività illegali.
Infine, per salvarsi la coscienza, il ministro Alfano varò un brodino pomposamente chiamato “testo unico antimafia”, giudicato dagli operatori seri fumo negli occhi, che nulla aggiunge di sostanziale alla lotta alla mafia (né ai sequestri dei beni, che si facevano tali e quali anche prima).

Forse Grasso si riferisce a quella cosa inutile quando propone addirittura il “premio speciale” antimafia per B. Nelle procure antimafia si ride di gusto. Ma le battute del super-procuratore non sono finite: “Ingroia fa politica utilizzando la sua funzione”, “ha sbagliato a parlare a un congresso di partito” e ora “deve scegliere”. E altre ne seguiranno, annuncia Gasparri, che lancia “la prossima campagna elettorale” di Grasso.

Naturalmente Ingroia è uno dei pm che indagano sulle trattative Stato-mafia, che quando Grasso era procuratore a Palermo erano tabù, e che coinvolsero anche la Banda B. Quindi la regola è questa: indagare su mafia e politica e parlarne a un congresso di partito è “fare politica”, fare un soffietto a B. e Alfano invece è fare giustizia. E poi dicono che la satira è morta.

Il ministro Passera e i suoi amici delinquenti

.
Se non ricordo male fra i "tencici" del governo Monti, grazie al quale sono aumentate la disoccupazione, i suicidi, il crollo economico e gli omicidi di donne, uno era additato fin da subito dalla stampa come possibile "politico" nelle elezioni a venire. Credo che sia davvero perfetto... vi chiedete perché? Leggete pure...

Complimenti...

Gli imbarazzanti amici di Passera

di Marco Travaglio
Il super ministro va a discutere gli atti del governo nella tenuta (abusiva) di un parlamentare ex dc ed ex Forza Italia condannato per aggiotaggio, insieme a un potente banchiere intimo di Bisignani, nonché indagato per ricettazione.

Dieci anni fa Cherie Blair, moglie dell'allora premier inglese Tony, si presentò in televisione e recitò in lacrime il mea culpa davanti ai sudditi di Sua Maestà britannica: "Ho commesso due errori: ho respinto le domande dei giornalisti per proteggere la privacy della mia famiglia e ho permesso a qualcuno che appena conoscevo di intromettersi negli affari della famiglia. Non sono una superdonna: la mia vita quotidiana è come quella di un giocoliere che si destreggia tra mille palline. Ogni tanto una cade a terra. Vorrei correre a nascondermi, ma non lo farò: mi spiace se ho messo in imbarazzo Tony, ma posso assicurare che non intendevo abusare della mia posizione".

Che aveva fatto di tanto terribile la first lady? Aveva acquistato due mini-appartamenti per i figli tramite un mediatore australiano, compagno di una sua amica, che poi la stampa scoprì essere stato condannato per truffa. Di qui le insistenze dei giornalisti, che la tampinarono fino a costringerla al pubblico atto di contrizione. Per dire invece com'è ridotta l'Italia, il "Fatto quotidiano" ha rivelato che Corrado Passera, ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, ora ministro dello Sviluppo economico, Infrastrutture, Comunicazioni, Trasporti, Industria e Marina mercantile, aveva incontrato il giorno prima a Monterosso (Cinque Terre) un'allegra brigata di parlamentari, banchieri, presidenti di porti, sindaci, prefetti, generali dei Carabinieri e della Finanza, e i massimi dirigenti della Protezione civile (Gabrielli) e del Cipe (Signorini). In una sede istituzionale? No, nella tenuta privata di Luigi Grillo, senatore Pdl.

Secondo Grillo, il summit pubblico-privato aveva per tema "lo sviluppo delle Cinque Terre". Secondo uno degli illustri ospiti, "un decreto del governo". Chissà quale. Ma già il fatto che si discuta un decreto del governo in un'abitazione privata è curioso. La stranezza, diciamo così, aumenta se si pensa a chi è il padrone di casa: parlamentare da sette legislature, nel 1994 l'ex dc Grillo fu rieletto senatore con il Centro di Segni e Martinazzoli, ma subito dopo passò con Forza Italia in cambio di un posto di sottosegretario al Bilancio. Nel 2006 fu indagato per una presunta truffa sul Tav Milano-Genova in concorso con dirigenti Fs e col costruttore Gavio, sospettati di aver ottenuto illecitamente 100 miliardi di lire grazie a studi e interventi idrogeologici tanto inutili quanto costosi e inquinanti deliberati dall'allora sottosegretario: lo salvò la prescrizione dimezzata dalla legge ex Cirielli.

L'anno scorso, poi, Grillo è stato condannato in primo grado a due anni e otto mesi per aggiotaggio in concorso con l'amico ex governatore Antonio Fazio e il compare banchiere Gianpiero Fiorani, il quale confessò di avergli girato 200 mila euro in cambio della sua attività di lobbying in favore dei furbetti del quartierino e del loro protettore. Senza contare che il comune di Monterosso ha contestato a Grillo "opere edilizie senza il permesso" proprio nella tenuta del vertice. Lì, insieme a Passera e a tutto il cucuzzaro, c'era anche Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit, consigliere di Abi e Mediobanca, presidente di Aeroporti di Roma e dell'Aiscat (Associazione delle società concessionarie autostrade), ampiamente citato nelle intercettazioni della P4 per i suoi rapporti intimi con Bisignani, ma soprattutto indagato a Milano e poi ad Alessandria per ricettazione per 5 miliardi di lire che Fiorani disse di avergli versato.

Ecco: che ci fa il ministro Passera, che ha competenza su banche, autostrade, aeroporti e grandi opere, con un condannato e un inquisito, per giunta noti per le loro mani in pasta in tutti quei settori? In un paese normale Passera avrebbe subito chiarito le circostanze di quell'infelicissima rimpatriata, spiegato i temi discussi e la posizione del governo in merito, chiesto scusa e promesso di non farlo più. Ma, siccome nei paesi normali ci si dimette e si fa mea culpa per molto meno, i ministri evitano di trovarsi in così imbarazzante compagnia. In Italia invece è tutto normale. Anche perché il pericolo pubblico non è Luigi Grillo, ma Beppe.
.

lunedì 7 maggio 2012

Energiewende: la “svolta energetica” dal basso a Berlino

.
di Francesca Petretto

da Il Sostenibile


La cooperativa berlinese BEB, “BürgerEnergie Berlin”, è impegnata da diverso tempo nella campagna che le dà il nome stesso, per attuare una “svolta energetica” dal basso e per sottrarre, grazie alla partecipazione attiva di tutti i cittadini, alla svedese Vattenfall, la ditta che gestisce la rete elettrica della capitale tedesca di oltre 40 mila chilometri di lunghezza, l’egemonia energetica: una sorta di s.p.a. civica che mira ad allargare il proprio campo d’azione a tutta la rete energetica nazionale, per annientare il paradosso secondo cui la Germania non potrebbe fare a meno del nucleare per il proprio fabbisogno energetico e il luogo comune, caro ai ministri del Governo attualmente in carica, per cui causa dell’elevato costo in bolletta sarebbero le fonti di energia pulite ovvero le cosiddette Rinnovabili.
Berliner Energietisch” si chiama la campagna di sensibilizzazione cittadina: da diversi mesi si raccolgono le firme per una Volksbegehren, letteralmente il “desiderio del popolo” ovvero una petizione, che mira anzitutto a sensibilizzare l’opinione pubblica, ad informare e infine a raccogliere i fondi necessari a far prendere il volo al progetto.
Raccogliere i fondi con la finalità di far partecipare tutti: “Chiunque – non solo chi risiede a Berlino – può acquistare una quota, depositando...

----- CONTINUA A LEGGERE -----

.

mercoledì 2 maggio 2012

Referendum anti-casta in Sardegna: novità e storielle patetiche

.
Ottima notizia quella di oggi: La Nuova Sardegna riferisce che domenica prossima 6 maggio noi cittadini sardi potremo votare su tutti i 10 quesiti referendari anti-casta. Il giudice civile del Tribunale di Cagliari, infatti, ha respinto il ricorso urgente presentato dall’Ups (Unione Province Sarde), che aveva sollecitato una richiesta di sospensiva considerando illegittima (ma in base a cosa?) la consultazione. Proprio stamani il giudice Maria Teresa Spanu ha respinto il ricorso e quindi il poltronificio per eccellenza, la Provincia (ente quasi inutile perché ha funzioni limitate e costa tanto oro quanto pesa), cui sono confluiti negli anni tutti i trombati alle altre elezioni (amministrative e politiche), può ricevere il giusto ceffone dalla cittadinanza.

I partiti in Sardegna tremano, perché tanti professionisti della politica ora rischiano di non mettersi più in tasca montagne di quattrini.

In questi ultimi giorni di quasi totale disinformazione, solo all'ultimo alcuni leader sono usciti dal guscio per dire cosa ne pensano, e c'è davvero da riflettere sulle loro parole. Particolarmente comiche le parole del presidente della provincia di Nuoro Roberto Deriu, il quale, dopo che nel 2005 si era mostrato contrario alla istituzione delle quattro nuove province, oggi cambia il tiro: "L'abolizione delle Province non comporterà nessun vantaggio. Anzi. Se dovessero essere eliminate, sono sicuro che col passare del tempo si conteranno più costi che risparmi. Con l'eventuale soppressione delle province ci saranno anni di caos per trasferimento di personale, mutui e contratti". E' molto facile ribattere: non ci saranno costi in più, poiché i sardi risparmieranno le centinaia di migliaia di euro relative agli stipendi dei politici; per quanto riguarda poi il trasferimento di contratti, personale e mutui: i nuovi contratti possono essere scritti uguali a come sono adesso, cambia solo il datore di lavoro, e basta notificare alle banche questo cambiamento per l'accredito degli stipendi e l'addebito dei mutui; sul trasferimento del personale: basta tenerlo negli stessi uffici: a cambiare infatti è il datore di lavoro (dalla Provincia al Comune o alla Regione), che diventa proprietario anche dell'immobile degli uffici. Niente di più semplice, Deriu!

Bruttissime le dichiarazioni del presidente di SEL in Sardegna, Michele Piras, quello che ama esibire le foto che lo ritraggono con Niki Vendola: Piras, che ha appena accolto in SEL l'eterno migrante della politica sarda Daniele Cocco, nel suo sito dice: "Io votero’ NO all’abolizione delle province perche’ non penso che una Regione come la Sardegna possa essere governata senza enti intermedi di rappresentanza delle specificita’ territoriali.(...) Votero’ NO alla riduzione a 50 del numero dei consiglieri regionali perche’ ritengo sufficiente ed equilibrata la riduzione a 60 gia’ adottata dal Consiglio regionale e che prosegue il suo iter nel Parlamento nazionale". Brutta, bruttissima figura questa, per SEL: qualcuno spieghi a Michele Piras che la Sardegna ha pochissimi abitanti, quindi qui eliminare le province non peggiora il rapporto fra cittadini e istituzioni: a livello locale restano sempre i Comuni, a livello più generale c'è la Regione. Ma forse Piras deve tenere i suoi in più poltrone possibile, soprattutto ora che SEL è diventato il ricettacolo dei transfughi dagli altri partiti, tutti accorsi in SEL perché è il partito trendy, in crescita di consensi, e dove ci sono consensi c'è gente che vota, e quindi più possibilità di acchiappare poltrone. E' tutto chiaro quindi.

Da altro articolo apprendiamo che fra i contrari c'è l'ex sindaco di Olbia Settimo Nizzi, se ne ricordino i galluresi alle prossime tornate elettorali: lui si candiderà finché vive, lo sappiamo bene. Il PDL in generale è particolarmente silente, e la cosa puzza. Nel terzo polo è contrario il leader Api Roberto Capelli. Udite udite, fra i critici contro i referendari c'è anche Bustianu Cumpostu (Sardigna Natzione), che si mostra contrario alla riduzione dei consiglieri regionali.

Infine, in questa breve rassegna, annoverato che Federico Palomba (IDV) è per il SI, ma sottovoce, non resta che farsi quattro risate col premier locale del PD Silvio Lai. Lai si è mostrato infastidito dalla pressione esercitata dal movimento referendario: "Le polemiche ingiustificate contro i partiti favoriscono la crescita dell’antipolitica", parole in perfetto sile dalemiano-bersaniano... Per Lai: "la soluzione delle 8 non ha ottenuto il risultato sperato ma cancellando le nuove il problema resterà". Lai stavolta non arriva dopo il voto, come aveva fatto con fatto D'alema e Bersani dopo i Referenda sul Legittimo Impedimento, Nucleare e Acqua Pubblica: ricorderete che il PD non fece assolutamente niente per quei Referenda anzi li osteggiò, poi salì sul carro dei vincitori (cui appartenevano a buon diritto solo i comitati dei cittadini e l'IDV) quando la volontà popolare si fece sentire forte. Lai oggi si muove con cautela, arriva in ritardo, quasi per non scontentare capi di partito da una parte ed elettorato (in fuga) dall'altra, e tiene una posizione moderatamente favorevole al SI, anzo no, al NO. Beh, fate voi: basta leggere quello che dice: due piedi in due staffe, proprio quello che la gente non vuole vedere.

Anche la Sardegna politica quindi fa il teatrino, in piena linea con lo spettacolo indecoroso cui assistiamo a livello nazionale. Ma noi siamo pronti a votare per 10 SI, e glielo faremo capire ancora una volta: basta privilegi, basta soldoni, basta poltronifici e basta professionisti della politica.
.

Quanti errori, professor Monti

.
Anche oggi Marco Travaglio analizza, con estrema sintesi e lucida satira, sfasci e retromarce del "tecnico" che se la tira in giro per il mondo. Buona lettura.

Non ne azzecca una: questo sarebbe un "tecnico"?

Quanti errori, professor Monti 
di Marco Travaglio


Ha sbagliato i conti sugli esodati. Si è lasciato intimidire dalle lobby. Ha promesso di mettere mano alla Rai poi si è tirato indietro. Ha imposto il ticket sanitario ai disoccupati poi l'ha tolto parlando di un refuso. Per non dire del gran casino sulle aliquote Imu. Era stato chiamato per riparare i danni dei politici, ma ora chi riparerà i suoi?


(02 maggio 2012)
 

Immaginiamo un governo politico, di destra o di centro o di sinistra, che l'8 gennaio promette di mettere mano alla Rai "entro poche settimane" e poi non fa nulla per tre mesi e mezzo, anche dopo che il 28 marzo è scaduto il Cda; si dice "disponibile a un decreto" per tagliare i fondi pubblici ai partiti e poi non muove un dito; annuncia che le province saranno abolite, poi si scopre che restano, ma i consiglieri non li eleggono più i cittadini, bensì li nominano i consiglieri comunali; alza l'età pensionabile a 68 anni mentre ogni anno decine di migliaia di lavoratori vengono rottamati a 50, e poi s'accorge che così centinaia di migliaia di lavoratori restano senza stipendio né pensione; annuncia che gli "esodati" sono 65 mila perché i soldi bastano solo per questi, salvo scoprire che sono 350 mila; ripristina la tassa sulla prima casa (Imu), esentando le fondazioni bancarie, ma non le case di vecchi e invalidi ricoverati in ospizio; divide l'Imu prima in due poi in tre rate e annuncia aliquote più alte ma senza fissarle, gettando i contribuenti nel caos e beccandosi l'accusa di incostituzionalità dai tecnici della Camera.

Ma non è finita: abolisce le imposte sulle borse di studio fino a 11.500 euro, ma non per i 25 mila medici specializzandi scippandogli il 20 per cento di quel poco che lo Stato concede loro per finire gli studi; abolisce dall'articolo 18 il reintegro giudiziario per i licenziati ingiustamente con la scusa dei motivi economici, poi annuncia che la riforma è immodificabile, infine fa retromarcia alla prima minaccia di sciopero; lancia il decreto liberalizzazioni e poi lo lascia svuotare in Parlamento dalle solite lobby, mentre la Ragioneria dello Stato segnala la mancanza di copertura finanziaria per alcune norme; dà parere favorevole a un emendamento Pd che cancella le commissioni bancarie, salvo poi accorgersene e cancellarlo con un altro decreto; lascia passare un altro emendamento Pd che tassa gli alcolici per assumere 10 mila precari della scuola, poi lo fa bocciare in extremis; annuncia la ritassazione dei capitali scudati, ma senza spiegare come si paga, così nessuno riesce a pagarla nemmeno se vuole; tassa le ville all'estero, ma si scorda quelle intestate a società, che sono la maggioranza, così non paga quasi nessuno; toglie ai disoccupati l'esenzione dal ticket sanitario e poi la ripristina scusandosi per il "refuso".

E ancora: vara il decreto "svuotacarceri" per sfollare le celle, col risultato che i detenuti aumentano (66.632 fine febbraio, 66.695 fine marzo); annuncia la tassa di 2 centesimi sugli sms per finanziare la Protezione civile, poi se la rimangia e aumenta le accise sulla benzina; annuncia due volte nella Delega fiscale un "fondo taglia-tasse" per abbassare le aliquote e abolire l'Irap coi proventi della lotta all'evasione, ma due volte lo cancella; depenalizza le condotte "ascrivibili all'elusione fiscale" con "abuso del diritto" che vedono imputati Dolce e Gabbana, indagati dirigenti di Unicredit e Barclays e multati dal fisco Intesa Sanpaolo per 270 milioni e Montepaschi per 260 (lodo salva-banche); inventa una tassa sulle barche di lusso, ma cambia tre volte le regole così pochi la pagano e quasi tutti portano gli yacht all'estero ("lodo Briatore"); nella riforma della Protezione civile scrive che "il soggetto incaricato dell'attività di previsione e prevenzione del rischio è responsabile solo in caso di dolo o colpa grave", rischiando di mandare in fumo il processo in corso a L'Aquila contro la Commissione grandi rischi per omicidio colposo e le indagini sulla mancata prevenzione nel sisma del 2009 (lodo salva-Bertolaso & C.); nel pacchetto anticorruzione Severino cambia il nome e riduce la pena (e la prescrizione: da 15 a 10 anni) alla concussione per induzione, reato contestato a Berlusconi nel processo Ruby (lodo salva-Silvio).

Ecco, in uno a caso di tutti questi casi, che si direbbe di questo governo politico? Che ci vogliono dei tecnici per ripararne tutti i guasti. Ma se questi guasti li fa il governo tecnico, chi li ripara?

.