giovedì 21 giugno 2012

La Corte Costituzionale e la Legge 194 sull'Aborto


Notizia ovviamente passata quasi nel totale silenzio di tanta stampa e televisione, in quanto scomoda al clero e ai politici e potenti di turno che rimangono in rapporti ipocriti con esso. Una risposta, quella della Suprema Corte, scontata visto il dettato della nostra Carta Costituzionale. E ora speriamo che nessun altro provi ad allungare le sue sozze mani per creare nuova gazzarra.


La Consulta salva la 194


di Silvia Cerami
Per la Corte l'articolo 4 relativo alle circostanze che legittimano l'interruzione di gravidanza entro 90 giorni è legittimo e non viola la Costituzione. Il quesito era stato sollevato da un giudice di Spoleto

«Sì siamo nel 2012. La Consulta conferma la legge», «non si tocca, è un nostro diritto», «è una legge pro life, perché diventare madre sia una scelta consapevole e non un obbligo di legge». La Legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza è salva e sui social network gli italiani fanno sentire la loro soddisfazione. Referendum, battaglie, continue richieste di modifica. Dopo trentaquattro anni e quasi quattro ore di Camera di Consiglio, la Corte Costituzionale boccia il ricorso di un giudice minorile e pone fine all'ennesima messa in discussione. La 194 è valida, «il quesito di legittimità incostituzionale è manifestamente inammissibile».

Per la Corte l'articolo 4 relativo alle circostanze che legittimano l'interruzione di gravidanza entro 90 giorni è legittimo e non viola la Costituzione. Nulla da fare quindi per il giudice di Spoleto, che aveva sollevato il quesito sostenendo che la norma comporta «l'inevitabile risultato della distruzione di quell'embrione umano che è stato riconosciuto quale soggetto da tutelarsi in modo assoluto» e si pone in aperto contrasto con la definizione di 'embrione umano come soggetto da tutelarsi in modo assoluto' stabilita dalla sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea lo scorso 18 ottobre. E proprio in virtù di questo, rappresentando una possibile lesione del diritto al vita dell'embrione, in quanto uomo in fieri, in aperto contrasto con i principi costituzionali che riguardano la tutela dei diritti inviolabili e del diritto fondamentale alla salute.

Insomma per il giudice, se la Corte europea ha stabilito che il principio della dignità umana si applica ad ogni individuo, embrioni compresi, occorre rivedere la costituzionalità della legge sull'aborto, dove gli interessi della donna sono considerati prevalenti. Che importa se la definizione di 'embrione' da parte della Corte europea non ha valore generale, ma è legata solo all'impossibilità di brevettare 'le utilizzazioni di embrioni umani a fini industriali o commerciali', senza riferirsi in alcun modo all'interruzione consapevole di gravidanza. Piuttosto che dare un'autorizzazione e adempiere alla legge meglio sollevare un dubbio di costituzionalità. «Un atto infondato», «una forzatura giuridica», «non e' vero che la Corte europea stabilisce la piena soggettività dell'embrione».

Magistrati, avvocati, associazioni hanno fatto sentire in questi giorni la loro voce, contro quello che il vicepresidente del Senato Emma Bonino ha definito «un tentativo maldestro di riportare l'Italia indietro di quarant'anni, ai tempi dell'aborto clandestino di massa», eppure non sono mancati i sostenitori del giudice di Spoleto, pronti a cancellare la libertà di scelta. E pensare che si tratta di una legge approvata dall'80 per cento degli italiani e che, da quando è entrata in vigore, ha consentito una diminuzione degli aborti di oltre il 50 per cento.

Più che di legittimità forse occorrerebbe parlare di corretta applicazione, considerando l'esercito di medici obiettori che in alcuni ospedali sfiora il 90 per cento, tanto che poter esercitare la libertà di scelta, una libertà che dovrebbe essere tutelata dalla legge, diventa sempre più difficile. Oggi la Corte ha salvato quel diritto di scegliere. Certo, fino alla prossima battaglia, fino al prossimo movimento pro life, ma fa effetto che a presiederla sia stato proprio il giudice Mario Rosario Morelli, lo stesso che, quando era magistrato di Cassazione, mise fine alla triste vicenda di Eluana Englaro. Allora nel rispetto della volontà di Eluana e del papà Beppino, oggi nel rispetto della volontà delle donne.

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