lunedì 25 giugno 2012

Omicidio Aldrovandi: gli Atti della sentenza di condanna in Appello


Ok, in attesa della pubblicazione degli Atti da parte della Cassazione, in rete ho trovato gli Atti riguardanti la Sentenza di Condanna nel giudizio di Appello (confermata pochi giorni fa in Cassazione in una udienza cui non hanno partecipato né gli imputati, né i loro legali, Niccolò Ghedini compreso - forse non voleva/volevano fare brutta figura). Si possono scaricare tutti ai link che seguono.

http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/indice.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/introduzione.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/01.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/02.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/03.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/04.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/05.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/06.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/07.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/08.pdf
http://download.kataweb.it/portale/aldrovandi/09.pdf

Sono 578 pagine. Adesso pubblico (posso farlo, chiunque può farlo: la sentenza è un atto pubblico, e la condanna è definitiva) per eteso la parte iniziale e finale, ben riassuntive di quanto nelle altre pagine è spiegato poi con minuziosa applicazione nei particolari. In chiusura il dispositivo.

INTRODUZIONE
Vicenda, contesto, interesse, pubblico, gli oggettivi problemi dell indagine. Le finalità del dibattimento in rapporto alla sua durata. Il caso che il tribunale deve affrontare riguarda la morte di un diciottenne, studente, incensurato, integrato, di condotta regolare, inserito in una famiglia di persone perbene , padre appartenente ad un corpo di vigili urbani, madre impiegata comunale, un fratello più giovane , un nonno affettuoso al quale il ragazzo era molto legato.
Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all alba, in un parco cittadino,
dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione.
Quando un affare del genere si verifica in una città civile come Ferrara, dotata di opinione pubblica e società civile reattive, di un sistema di informazione diffuso e disposto a diffondere notizie e spiegazioni e a non subire condizionamenti (gli interessi in gioco non sono tali da indurre cautele ), il fatto di cronaca, una morte di immediato rilievo giudiziario, diventa un caso. Non un qualsiasi procedimento giudiziario ma un affare pubblico (tutti gli affari giudiziari hanno rilievo pubblico ma nonostante la cronaca giudiziaria costituisca una sezione di primo piano nel sistema dell informazione, la stragrande maggioranza dei processi, di fatto, resta materia riservata agli addetti).
Il processo come affare pubblico rende accessibili i meccanismi che governano e regolano la giustizia, inverando l'astratta nozione di Stato di diritto; permette al popolo di assuefarsi alle procedure, di condividerne le logiche, di controllare il mantenimento delle promesse, in modo da rafforzare il patto costituzionale.
In questo processo si è consentito al pubblico, aprendo l'aula ai mezzi di comunicazione radiotelevisivi, di avere piena cognizione del modo in cui si amministra giustizia nel Paese, nel bene e nel male, e si è dato modo al pubblico di formarsi un opinione, fondata sull'esperienza diretta delle prove e del contraddittorio. Ogni persona di buona volontà ed in buona fede può, se vuole, esprimere un opinione informata. Ovvio che la complessità delle cose e il loro aspetto tecnico, specialistico, professionale, può indurre semplificazioni, errori, omissioni, fraintendimenti. Ma nessuno potrà lamentare silenzi, oscurità, omissioni, il torbido che periodicamente si denuncia negli affari di giustizia.
Anche in questa vicenda non tutto è stato chiarito; rimangono vuoti, ma è possibile affermare che sono state individuate le aree, le condotte, le decisioni operative, le situazioni, nell ambito delle quali si sono realizzate perdite di conoscenza.
Il processo si è svolto su un tema d'accusa che le circostanze e i modi di svolgimento dell'indagine preliminare hanno reso necessariamente limitata, per scelta obbligata e non perché un quadro ricostruttivo, nitido e cristallino, orientasse inevitabilmente nella direzione data. Non che ipotesi diverse si sarebbero potuto con sicurezza suffragare. il tema della causa può considerarsi posto in modo sufficientemente realistico da escludere, in termini probabilistici, ipotesi diverse.
Sta di fatto che il legittimo bisogno di sapere il modo in cui gli apparati dello Stato fanno uso del proprio potere di ricorrere alla forza legittima non è del tutto soddisfatto. La ragion d'essere dello Stato democratico di diritto sta nel garantire che i rapporti civili si svolgano con assoluta esclusione dell'uso della forza e della
violenza. Lo Stato può usare la violenza contro i violenti, i nemici esterni, e i contravventori al patto di pacifica convivenza. La trasgressione di questo vincolo da parte dello Stato, l'uso della violenza contro persone inermi, comunque l'uso della violenza fuori dai casi consentiti delegittima lo Stato, gli fa perdere il consenso sul quale soltanto può reggersi come Stato di diritto e finisce con il fornire argomenti a quanti al dominio del diritto sulla forza non credono o non vogliono credere. Vi è quindi sempre imperiosa necessità di chiarire se violazione dell'obbligo di astensione dall'uso della forza fuori dai casi consentiti dalla legge vi sia stato, per restituire fondamento alla convinzione che la violenza pubblica è sempre giustificata e autorizzata dall'ordinamento. Interesse primario degli organi titolari del relativo potere è dimostrare che l'uso è sempre legittimo e l'abuso puntualmente represso, solo in questo modo potendosi ridurre il tasso di violenza della società, con conseguente minore necessità del ricorso alla violenza legittima dello Stato.
E doveroso sottolineare come l'istanza di accertamento della verità ha avuto un solido fondamento nella posizione delle parti civili che hanno esercitato tutti i diritti ad esse spettanti. Trattandosi di fare valere la tutela di diritti fondamentali, di diritti dell'uomo e non solo del cittadino, resta il dubbio se, al di fuori della
cittadinanza, di una cittadinanza ben radicata nel principio di uguaglianza e di pari opportunità, vi sarebbe stata uguale possibilità di tutela. Se in definitiva gli apparati dello Stato, compresi gli organi di giustizia, siano effettivamente in grado di garantire a tutti i diritti fondamentali dell individuo che, come in questo caso,
dovessero risultare offesi.
Nell'esposizione della vicenda processuale si potrà agevolmente intendere quanto difficile e complesso sia stato il percorso dell accertamento giudiziario, quante le obbiettive difficoltà, quanto grande la contraddizione rispetto agli obbiettivi di giustizia di un indagine giudiziaria di rango penale, affidata inizialmente non tanto e
non solo ai colleghi d'ufficio di coloro che sono stati poi imputati e riconosciuti responsabili di avere cagionato la morte di Aldrovandi ma agli imputati stessi, autori della iniziale ricostruzione del caso posta a base di tutte le successive indagini.
L'indagine nasce, quindi, con un vizio di fondo che si concreta nel paradosso dei principali indiziati di un possibile grave delitto che indagano su loro stessi, come se il gioielliere che ha sparato sul ladro in fuga fosse autorizzato a indagare sull'effettiva consistenza dell'invocata legittima difesa. Un paradosso che il semplice senso comune avrebbe dovuto prevenire. Da qui la strada in salita dell'accusa privata e lo sforzo che essa ha dovuto profondere per far cambiare segno all'indagine. La necessità dei mezzi che sono stati impegnati, avvocati, consulenti tecnici, investigazioni private, dovendo la parte civile fare i conti non solo con la difesa ma anche con iniziali acquisizioni investigative della pubblica accusa condizionate da una relazione singolare con una polizia giudiziaria oggettivamente coinvolta in un caso che poneva quesiti sui suoi metodi, le capacità dei suoi uomini, la sua imparzialità in rapporto alle fondamentali scelte investigative iniziali e alle concrete
iniziative intraprese che non tennero in alcun conto la possibile, ragionevole pista alternativa di un contributo causale colposo di chi aveva esercitato violenza sulla vittima. Gli agenti coinvolti e i loro colleghi intervenuti nell'immediatezza, in una prospettiva di ragionevolezza e nell'ottica dell'imparzialità e della neutralità,
avrebbero dovuto esigere l'immediato intervento di un istanza neutra e imparziale, il pubblico ministero, che fornisse, anche solo a livello di immagine, le maggiori garanzie di obbiettività all'indagine, fin dai primi accertamenti, nel primario interesse degli stessi potenziali imputati, oltre che della giustizia. Quasi un caso di
scuola dell'assoluta necessità di un pubblico ministero non solo indipendente dall'esecutivo (dagli organi di polizia) ma esso stesso in grado di disporre di un autonoma forza di polizia, specificamente preposta all'indagine sui crimini di organi e apparati dello Stato.
Questa è la ragione di fondo di un dibattimento complesso e difficile, protrattosi per 34 udienze, delle quali 28 con esclusiva finalità istruttoria, nel corso del quale l'accusa privata e la stessa accusa pubblica, che aveva avuto modo di riconsiderare e modificare le proprie valutazioni e orientamenti iniziali, hanno introdotto mezzi di prova nuovi e diversi, non considerati in precedenza, finendo con il valorizzare soprattutto gli elementi acquisiti nella seconda fase dell indagine preliminare, rispetto ai quali la difesa ha avuto largo modo di giocare le sue controprove.

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Considerazioni conclusive e di sintesi
Possiamo in conclusione affermare la responsabilità degli imputati per avere cagionato per colpa la morte del giovane Federico Aldrovandi. Il giudizio trova fondamento negli accertamenti medico-legali, a partire dalla perizia svolta dal Giudice delle indagini preliminari. Le approfondite verifiche tecniche hanno consentito di appurare che la morte del ragazzo fu conseguenza della violenta colluttazione con i quattro agenti, armati di manganelli, decisi a immobilizzarlo e ad arrestarlo ad ogni costo, per fargli scontare le conseguenze di una precedente fase di conflitto, con reciproci atti di violenza, nel corso della quale venne danneggiata l’autovettura di servizio dalla pattuglia alfa2. L’origine le cause, le ragioni le concrete modalità di svolgimento di di tale prima colluttazione sono rimaste oscure, dovendosi dichiarare l’inattendibilità della versione degli imputati Pontani e Pollastri.
Il nesso causale tra l’azione degli agenti (percosse, colluttazione, immobilizzazione al suolo con il peso del corpo di almeno uno degli agenti, violenta compressione della cassa toracica, per annullare ogni possibilità di movimento) e la morte è dimostrato dalle consulenze offerte dalla difesa di parte civile e dall’eminente cardiopatologo prof. Thiene. Con argomentazioni compatibili con le evidenze raccolte nel corso del dibattimento, i suddetti consulenti hanno dimostrato come solo un meccanismo causale asfittico-traumatico, culminato nella produzione di un ematoma al cuore, prodotto sopra il fascio di his, ha determinato l’arresto del cuore per il venire meno dell’impulso elettrico, spiegandosi in tal modo il carattere di morte improvvisa del decesso di Federico Aldrovandi.
La mancata previsione di una circostanza inattesa e l’infrequenza statistica di tale specie di evento traumatico non influiscono sul nesso di causalità giuridico, sussistendo un legame diretto tra la colluttazione, la susseguente compressione del torace, l’ematoma e i conseguenti effetti, essendo del tutto prevedibile e
doverosamente evitabile che per effetto di un’azione come quella cui gli imputati diedero corso potessero verificarsi eventi non voluti a carattere anche mortale, stante la delicatezza e la complessità dell’organismo umano e l’intrinseca pericolosità delle manifestazioni di scontro fisico violento, senza regole, nel determinare l’innesco di processi causali inaspettatamente mortali. Non vi è dubbio che l’evento debba essere oggettivamente imputato ad una condotta colposa per violazione di fondamentali regole cautelari che presiedono all’uso della forza da parte degli organi di polizia. L’intervento armato della polizia, in assenza di pericolo per beni fondamentali, in assenza di gravi comportamenti criminosi, in assenza di pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico non può in nessun caso mettere a rischio la vita e l’incolumità del cittadino, tanto più quando si tratta di persona che manifesta con tutta evidenza di trovarsi in uno stato di parziale alterazione di mente, richiedente l’immediato intervento dei sanitari e non un’immobilizzazione effettuata senza precauzioni e senza assoluta necessità, ben potendosi gli agenti limitare a controllare il soggetto, a ricercarne la collaborazione, ad attendere la riduzione dell’agitazione e, se necessario, a porre in essere una situazione nella quale l’immobilizzazione potesse avvenire in pochi secondi, senza violenza fisica e con l’assistenza di personale sanitario competente e attrezzato.
E’ esperienza diffusa che porre una persona coricata a terra sul ventre con il viso schiacciato ed un peso sul tronco è operazione che in dati contesti ha portato alla morte il paziente. Numerosi decessi si sono verificati in queste condizioni. La tesi secondo cui in casi come questi non sarebbe mai la restrizione a provocare la morte ma sempre lo stato di agitazione delirante, manifestato in precedenza dal soggetto, oltre ad essere discussa e non condivisa da importanti scuole e associazioni mediche, è stata smentita in dibattimento sulla base dei dati processuali da ritenersi accertati al di là di ogni dubbio, in forza dei quali si è dimostrata l’assoluta non configurabilità di una causa di morte non dipendente dall’azione degli imputati ed in positivo la relazione causale tra l’evento e l’azione degli imputati in violazione di precise regole di comportamento. Sicchè in sintesi può dirsi che:
a) Federico Aldrovandi non era in stato di excited delirium syndrome, essendo ciò smentito non solo dalla ricostruzione in fatto degli eventi intercorsi tra le 5,30 e le 6,10. Dal complesso degli elementi disponibili per il giudizio si desume che la condizione di eccitazione delirante non risulta da alcuna prova oggettiva, è
contraddetta dalle testimonianze dei testi che l’avrebbero dovuta supportare, è fondata sulle sole dichiarazioni degli imputati, la cui falsità è stata ampiamente dimostrata, è esclusa dall’assenza dei riscontri che l’avrebbero dovuta sostenere (‘bad trip’, qualità e quantità delle sostanze stupefacenti e alcoliche rilevate in sede di analisi clinico-tossicologica);
b) Federico Aldrovandi presentava tutti i segni di un’asfissia da restrizione a carattere meccanico e posizionale e, per quanto detto sub b, non è dato rilevare nel contesto storico-circostanziale alcun fattore causale alternativo all’asfitticotraumatico;
c) Rispetto ad un soggetto in stato di grave alterazione psicomotoria, insorta da pochi minuti e, oltretutto, con andamento ciclico, essendosi rilevato un periodo di alcuni minuti di riduzione se non di remissione della condizione di agitazione, una colluttazione prolungata e senza le dovute cautele e una restrizione senza il sussidio medico è fattore di incremento dello stato di agitazione, di incremento della produzione di catecolamine e quindi concausa dell’eventuale decesso ascrivibile ad insufficienza cardiorespiratoria;
d) Ne segue che gli imputati dovrebbero ritenersi responsabili della morte di Federico Aldrovandi anche se, in ipotesi, la loro ricostruzione dei fatti fosse risultata accertata;
e) La condizione di asfissia colpevolmente non rilevata, malgrado le comprovate richieste di soccorso della vittima, in ragione dell’errata valutazione delle circostanze che fece ritenere agli agenti come manifestazione di resistenza attiva all’immobilizzazione e all’ammanettamento quella che era soltanto una disperata ricerca di aria in uno stato di ipoventilazione, colposamente ignorato per la foga aggressiva e incontinente con la quale i quattro agenti affrontarono, in evidente superiorità numerica, lo scontro con un individuo disarmato e non pericoloso, contribuì a provocare la rottura dei vasi sanguigni e la formazione di un ematoma che, colpendo il fascio di his, produsse una morte improvvisa ed irreversibile prima che si potesse compiere alcun tentativo di rianimazione.
f) La condotta degli imputati nelle circostanze date fu largamente dissonante dagli standard dell’agente di polizia modello, come ricostruito sulla base di fondamentali testimonianze e dei documenti provenienti dall’interno della Polizia di Stato stessa, dalle vigenti linee guida di intervento per casi analoghi, dalle regole cautelari imposte dalla stessa organizzazione della Polizia, tra le quali primeggia l’obbligo di garantire in ogni caso l’incolumità personale del cittadino, salvo la ricorrenza di uno stato di necessità o di una legittima difesa, o, genericamente, la necessità di tutela di interessi di rango manifestamente più elevato. A questo fine gli agenti devono essere capaci di avvalersi di tecniche di immobilizzazione efficaci e innocue, la mancata applicazione delle quali, così come l’uso offensivo e nei confronti di un singolo individuo dell’arma dello sfollagente, costituiscono errore tecnico e professionale grave. In questo senso l’azione degli imputati, lungi dal costituire adempimento di fondamentali doveri d’ufficio, si caratterizza come errore professionale macroscopico, censurabile in primo luogo alla stregua delle stesse regole interne della polizia di Stato; il che esclude, nel caso in esame, la sussistenza di alcun conflitto tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali.

Trattamento sanzionatorio
Sul trattamento sanzionatorio non possono non influire tutti gli elementi rilevati nella condotta degli imputati, già più volte negativamente valutati nel corso delle varie parti della precedente esposizione.
Alla gravità della colpa si associano gli aspetti negativi più propriamente processuali con l’assenza di concreti segni di pentimento e di consapevolezza degli errori commessi, tradottisi in palesi menzogne e in ostacoli frapposti all’accertamento della verità.
Sotto il profilo oggettivo deve considerarsi la gravità obbiettiva dell’episodio per essere la vittima un giovane diciottenne, incensurato che non aveva creato nessuna situazione di obbiettivo allarme sociale, se non, forse, avere affrontato gli agenti nel corso della prima colluttazione in modo non ortodosso e ribelle. La sproporzione tra la presumibile condotta della vittima e quella degli imputati colora in modo negativo il fatto. Ma anche se il ragazzo fosse stato effettivamente molto agitato, la mancanza di senso della funzione sociale della polizia, l’inaffidabilità degli imputati, la loro oggettiva “pericolosità” per la manifesta inadeguatezza nell’autodisciplinarsi nell’esercizio delle delicatissime funzioni e nell’autocontrollo nell’uso dello straordinario potere di esercizio autorizzato della forza, giocano nel senso di attribuire al fatto un’obbiettiva elevata gravità, inevitabilmente confermato non solo dal decesso della vittima ma anche dalle innumerevoli lesioni provocate, nel dolore e nelle sofferenze arrecate alla vittima con la condizione di asfissia nella quale venne posta e l’incapacità di rendersi conto dello stato del soggetto e dell’invocazione di aiuto e soccorso. Quest’insieme di circostanza connotano come assai grave il fatto dal punto di vista oggettivo. Aggiungasi l’impiego assolutamente fuori di luogo e sproporzionato di strumenti assai lesivi e dolorosi come gli sfollagente, ogni colpo dei quali è idoneo a produrre ematomi e ferite, usati con cinica indifferenza e colpevole imprudenza, sul presupposto del tutto erroneo che avendo la vittima manifestato energica attività di resistenza, fosse legittima una ritorsione violenta, incongrua, non necessaria per gli scopi prefissi. Più in generale dal punto di vista soggettivo la personalità degli imputati appare negativamente connotata dalle specifiche modalità soggettive della condotta, caratterizzata da profili di violenza gratuita e dalla noncuranza per gli effetti di essa, da una violazione clamorosa di una molteplicità di norme cautelari.
A tali elementi oggettivi si associano non solo le bugie e le falsità ma anche la spregiudicata strumentalizzazione dell’ambigua posizione iniziale di unici testimone dei fatti, accreditati pregiudizialmente di attendibilità, che permise agli imputati di fornire una versione a loro favorevole e quindi di concordare una versione difensiva postuma di comodo, approfittando della conoscenza degli atti processuali e degli esiti di un’indagine effettuata nell’immediatezza, non orientata specificamente alla ricerca di elementi di responsabilità.
Ambiguità, reticenze e menzogne che non depongono in favore degli imputati che hanno concordemente agito nel senso di coprire le proprie responsabilità anche a costo di descrivere uno stato della vittima a tinte fosche ed eccessive, dimostratesi poi false.
Per quest’insieme di ragioni e per tutte quelle di volta in volta indicate in precedenza nel descrivere il comportamento antecedente concomitante e successivo al fatto, aventi diretta o indiretta rilevanza per la determinazione del grado della responsabilità e della conseguente giusta sanzione, per la gravità della
colpa e per la gravità degli esiti che ne sono derivati, stimasi di giustizia irrogare agli imputati la pena di anni tre e mesi sei di reclusione per ognuno di essi.
Per quanto concerne la responsabilità civile, l’ammontare del risarcimento va determinato in separato giudizio civile, trattandosi di valutazione che dovrà tenere conto di variabili e parametri il cui contenuto di valore non è attualmente noto.
Rispetto alla richiesta di assegnazione di una provvisionale, il tribunale ritiene di poterla determinare nella misura di euro centomila per ciascuno dei due genitori e di euro cinquantamila per il nonno ed il fratello della vittima. Si tratta di una somma che viene liquidata in modo approssimato ed equitativo, trattandosi del minimo assoluto teoricamente liquidabile per il solo danno morale, tenuto conto delle sofferenze, del dolore e delle conseguenze fisiche e morali per la perdita ingiusta subita da questi stretti congiunti, legati da stretti vincoli affettivi ed umani con la vittima, tenuto conto che la vittima era un ragazzo di diciotto anni, convivente con i genitori ed il fratello, in stretta intimità con il nonno, la cui perdita ha costituito per costoro un danno morale di incalcolabile entità. Nella valutazione della somma concorre anche il supplemento di sofferenza derivante alle parti civili dalle condizioni nelle quali il ragazzo è stato ridotto a seguito dello scontro con gli
imputati, una condizione caratterizzata da una serie di lesioni traumatiche che ne hanno deformato l’aspetto e indotto i parenti ad immaginare ed introiettare psicologicamente le sofferenze ed il dolore patiti dalla vittima, anche per le modalità con le quali la morte è stata inferta, tra il dolore fisico e l’asfissia progressiva; circostanze tutte che hanno finito con l’aggravare il dolore dei parenti, anche per il senso di ingiustizia patita. Si tratta, quindi, di somme minime, assegnate a titolo preliminare, spettando al giudice civile il compito di una più precisa, completa e integrale valutazione di tutti i profili di danno.
Alle parti civili compete infine il diritto al rimborso delle spese sostenute per la difesa in questo giudizio.
Per la liquidazione di esse si deve tenere conto della difficoltà del processo e dello straordinario impegno sostenuto dai difensori delle parti civili, il cui compito non si è limitato alla fase strettamente dibattimentale ma si è articolato, forse in modo altrettanto decisivo ed impegnativo, nella fase delle indagini e dell’udienza
preliminare con un decisivo impegno nella ricerca e individuazione preliminare delle fonti di prova da indicare prima al pubblico ministero e da presentare successivamente al dibattimento.
Un impegno protrattosi con la massima dedizione nel corso delle 36 udienze dibattimentali protrattesi anche in orari pomeridiani e serali e caratterizzate da un acceso, duro, snervante difficile contraddittorio, tendente in primo luogo ad accertare i fatti e quindi alla formazione della prova tecnica, attività di grandissimo impegno professionale che ha imposto ai difensori lo studio di svariate fonti medicolegali a carattere scientifico, oltre alla preparazione degli innumerevoli esami e controesami. La rilevanza del caso, il protrarsi di esso per un quadriennio con un impegno mentale, fisico e psicologico davvero notevole, la predisposizione, oltre la
discussione, di importanti ed incisive note difensive impongono di liquidare alle singole parti civili, in relazione all’impegno di ciascun difensore, somme non inferiori a quelle specificate in dispositivo.

DISPOSITIVO
Il Tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, alla pubblica udienza del 6.7.2009;
Visti gli artt. 533 e ss. c.p.p.
Dichiara
Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani, Luca Pollastri responsabili del delitto loro ascritto e li
Condanna
alla pena di anni tre e mesi sei di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali.
Visti gli art. 538 e ss.
Condanna
Gli imputati in solido al risarcimento dei danni in favore delle parte civili Lino Aldrovandi, Patrizia Moretti, Germano Moretti e Stefano Aldrovandi da liquidarsi in separato giudizio.
Condanna
Gli imputati al pagamento di una provvisionale che si liquida in euro centomila ciascuno per Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti; cinquantamila ciascuno per Germano Moretti e Stefano Aldrovandi.
Condanna
Gli imputati in solido al pagamento delle spese di costituzione e difesa delle parti civili che liquida in: sessantamila euro oltre spese generali e accessori di legge in favore di Patrizia Moretti; sessantamila euro oltre spese generali e accessori di legge in favore di Germano Moretti; cinquantamila euro oltre spese generali e accessori di legge in favore di Lino Aldrovandi; ventimila euro oltre spese generali e accessori in favore di Stefano Aldrovandi.

Fissa in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione.

Ferrara, 6 luglio 2009

Il presidente di sezione - giudice monocratico
 

Dr. F.M. Caruso

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