martedì 31 luglio 2012

Come ci deruba il sistema monetario


Semplicemente guardate il video e leggete il fondo sotto. Massima diffusione.



C’è la minaccia di una terza guerra mondiale?
di Isidoro Aiello

Dopo la crisi del ‘29, complice la finanza, ebbe luogo una guerra mondiale. Gli Stati Uniti ( Clinton ) hanno abrogato a fine anni novanta la legge Glass-Steagall, che era stata promulgata da Roosevelt per risolvere la crisi, mediante la quale venivano separate le banche commerciali dalle banche d'affari. In pochi anni le banche, rese libere dai vincoli precedenti, hanno emesso derivati, titoli speculativi non collegati alla economia reale, per 600.000 miliardi di dollari a fronte di un PIL mondiale e di una capitalizzazione delle Borse del mondo di circa 80.000 miliardi di dollari ciascuno. 
Il debito sovrano degli stati europei ammonta a soli 9000 miliardi di euro e 4500 sono i miliardi che la BCE ha emesso in carta moneta per ricapitalizzare le banche, non gli stati che, per pagare i loro debiti (titoli di Stato) impongono sacrifici inumani alla popolazione. 
In questo contesto è difficile immaginare una soluzione che rimedi ai danni causati da questa politica finanziaria avida ed ottusa, senza avere gli strumenti per colpire duramente il sistema economico finanziario mondiale, che, attraverso il suo enorme potere, condiziona le scelte degli stati, anche i più potenti come gli USA. Come la storia del secolo scorso ci ha insegnato, questa crisi economico finanziaria, causata dal sistema neoliberista spinto, avido e poco lungimirante, che è stato capace di organizzare un sistema di controllo transnazionale degli stati, in primis quelli europei aderenti all’Euro, per salvare dal declino gli stati economicamente dominanti, e quindi il sistema neocapitalistico dominante, sembra ricreare le premesse per una guerra, forse solo regionale, ma che coinvolga le principali potenze ed alleanze mondiali, come la Nato. Solo le guerre possono creare le condizioni per annullare situazioni economico-finanziarie non risolvibili con l’economia di pace. In passato i nazionalismi, il fascismo ed il nazismo hanno rappresentato le condizioni occasionali per scatenare la tragedia della seconda guerra mondiale, ora è il mondo islamico, con i suoi regimi teocratici, che hanno mire espansive e dispongono di grandi risorse derivanti dal petrolio, con le proprie divisioni religiose e diversificati interessi economici ed egemonici, che crea, nell’attuale contesto internazionale, le condizioni per una guerra di vaste proporzioni.
Temo che la guerra sia alle porte. Solo una forte consapevolezza dei popoli e dei politici, purché degni di questo nome, ed un ferma opposizione di massa la può fermare, ma forse è già tardi!!!
Sassari 20.07.2012
 

lunedì 30 luglio 2012

Criminali Riuniti contro Ingroia


Applicare e far rispettare la Legge, fa così paura un uomo che lavora onestamente? Più i vari Cicchitto & co. sbraitano, più è nitido il fetore di quello che comporta tutto questo loro sbattersi contro la Magistratura. Muoiono due degli ex collaboratori di Giovanni Falcone, Antonio Ingroia accetta di lavorare per l'ONU in Guatemala, per un anno. Coincidenze? Io credo di no. Credo che chi ha il vero potere in Italia abbia messo su tutto questo gran casino perché si sente (o meglio: si sentono) minacciato. E' la delinquenza che comanda, vesta essa i panni - sporchi - della mafia, della camorra, della 'ndrangheta, vesta essa i panni - finto/puliti - della P2, di CL o quant'altro. Sopra le nostre teste si muovono pedine per un gioco più grande di noi. E chi arriva a smascherare potenti e delinquenti importanti corre sempre seri rischi. Buona lattura.



Un Paese di piduisti e criminali al servizio del potere

Le accuse ad Ingroia e Scarpinato
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 25 luglio 2012

Per rispondere all’attacco di Fabrizio Cicchitto - che di onorevole ha ben poco – nei confronti di Antonio Ingroia potremo cominciare dalla definizione che maggiormente lo rappresenta: un misero piduista. Cicchitto fa parte della loggia massonica deviata più criminale e assassina della storia della Repubblica italiana. Personaggi come lui (che di fatto è un comune iscritto, una sorta di “soldato semplice”) sono al soldo di potentissimi personaggi come Licio Gelli ed altri che detengono nelle loro mani l’economia nazionale e mondiale. Uomini che spesso esercitano la violenza attraverso le stragi. Non dimentichiamo che il capo-confratello di Cicchitto, Licio Gelli, è stato condannato per depistaggio nel processo per la strage di Bologna.

L’odio viscerale che essi sprigionano nei confronti di Ingroia, Di Matteo, Scarpinato e dei loro colleghi non nasce da motivazioni personali ma da una metodologia programmata a tavolino da quegli stessi poteri che cercano con ogni mezzo di fermare la legalità e la giustizia. Quella che Cicchitto chiama “una lesione seria dello stato di diritto del nostro paese, una grave anomalia” riferendosi alla persona del procuratore Ingroia è invece lo specchio di se stesso. La “lesione seria dello stato di diritto del nostro paese” e la “grave anomalia” è esattamente che ambigui figuri come Cicchitto abbiano ancora la possibilità di rivestire incarichi politici e che dagli scranni del Parlamento continuino a vomitare i loro insulti. Personaggi come lui sono veri e propri cani che latrano per conto della mafia dei potenti dai colletti bianchi.

Altrettanto “anomalo” è che il Csm o la tanto osannata associazione nazionale magistrati continuino ad agire come Ponzio Pilato nei confronti dei magistrati più attaccati da un sistema politico marcio e corrotto fino alle fondamenta. Gli epiteti di Cicchitto nei confronti di Ingroia definito come “falsario” o “fazioso” rappresentano l’oscenità di una classe politica figlia di Licio Gelli. Ma è la frase finale del sodale di Berlusconi a lasciare maggiormente allarmati: “Nessuno può paragonare Borsellino ad Ingroia sul terreno della lotta alla mafia – ha dichiarato il piduista –. E infatti si è visto quello che è successo a Borsellino”. La frase sibillina e strisciante sembra quasi fatta apposta per profetizzare al magistrato la fine del suo maestro. Cicchitto preghi Iddio che non accada nulla di grave ad Antonio Ingroia se no rischia di finire anche lui nella lista di coloro che in “buona” o cattiva fede hanno contribuito a creare il terreno fertile per l’attuazione di eventi luttuosi. Con tutte le conseguenze che la cosa comporterà. Lo stesso dicasi per il Csm. E’ notizia di poche ore fa che il laico del Pdl Nicolò Zanon ha chiesto al Comitato di presidenza del Csm di aprire una pratica in Prima Commissione, quella competente sui trasferimenti d'ufficio dei magistrati per incompatibilità ambientale e funzionale, nei confronti del Pg di Caltanissetta Roberto Scarpinato. La ragione? Le dichiarazioni del magistrato alla commemorazione di Paolo Borsellino in via D’Amelio. In quella occasione Scarpinato ha definito “imbarazzante” partecipare alle cerimonie ufficiali per le stragi di Capaci e di via D'Amelio per la presenza “talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità”, di “personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione” dei valori di giustizia e di legalità per i quali Borsellino si è fatto uccidere; “personaggi dal passato e dal presente equivoco”, le cui vite “emanano quel puzzo del compromesso morale” e attorno a cui si accalcano “piccoli e grandi maggiordomi del potere, questuanti pronti a piegare la schiena e a barattare l'anima”. L’azione di Nicolò Zanon rientra a pieno titolo nella definizione di Scarpinato al quale va tutta la nostra solidarietà, così come nei confronti di Antonio Ingroia.

I “maggiordomi del potere” eseguono ordini impartiti da altri con il beneplacito di quegli organi istituzionali che – ribadiamo – dovrebbero invece difendere i magistrati più esposti. Il “gioco grande” già individuato da Falcone e Borsellino continua imperterrito a muoversi sulle nostre teste cercando di bloccare questi uomini “giusti”, veri eredi di Falcone e Borsellino, che stanno cercando di smascherarlo. Sempre di più è necessario che la parte sana del nostro Paese faccia sentire la propria indignazione. Prima che vengano attuati definitivamente i piani dei piduisti rimasti al potere. Uno di questi sarebbe senz’altro quello di ordinare o “chiedere cortesemente” alla piccola ma terribile banda corleonese rimasta in piedi e capitanata dal signor Matteo Messina Denaro una strage. Una strage di Stato per annientare definitivamente la speranza degli italiani onesti. Dobbiamo fermarli, costi quel che costi, con le armi della protesta civile e soprattutto con quella maledetta-benedetta matita che si usa nelle cabine elettorali.


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Chi ha paura di Antonio Ingroia?


di Vittorio Teresi* - 24 luglio 2012

Chi ha paura di Antonio Ingroia? Perché il leader di un partito si spinge a dire che, se fosse indagato da lui, avrebbe timore? Perché, dopo le numerose contumelie, Antonio viene definito pazzo da un senatore imputato a Palermo? Cosa si contesta a Ingroia?

Lo conosco da più di 20 anni, sono suo amico e ho sempre ammirato la sua altissima professionalità, il rigore e la capacità di andare fino in fondo in tutte le sue inchieste, fra cui alcune delle più delicate della Procura di Palermo: i processi a Contrada, all’ex senatore Inzerillo e a Dell’Utri, per citare solo i più noti. Questo impegno lo ha sempre portato a una sovraesposizione personale e mediatica. Spesso i commentatori non imparziali (la stragrande maggioranza), più che contestare il contenuto dei processi, la valenza delle prove, attaccavano Antonio con considerazioni personali, pesanti apprezzamenti e accuse fra le più cocenti per un magistrato: uso politico della giustizia, follia, finalità eversive.

I progressi dell’indagine sulla trattativa, che fa da sfondo alle stragi e in modo particolare a quella di via D’Amelio, hanno segnato il punto più alto (e più intollerabile) degli attacchi. Per difendersi, rimanere indifferente e non farsi travolgere dalla logica dello scontro diretto e permanente, Antonio ha scelto la via dell’autodifesa pubblica con interviste, scritti, partecipazioni a manifestazioni, programmi tv e radio, dibattiti anche marcatamente di parte e di partiti. E lì ha sempre cercato di ragionare sul fondamento delle sue inchieste, senza mai parlare apertamente del loro contenuto, semmai fornendo un punto di vista ragionato e autorevole sulle ragioni per le quali non si può, in una democrazia compiuta, fermarsi di fronte nell’accertamento della verità dei fatti-reato, anche quando investono persone che occupano cariche pubbliche di grande rilievo.

IL NOSTRO sistema giudiziario, fondato sul principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, che ha come indefettibile corollario quello della obbligatorietà dell’azione penale, impone a tutti i pm di procedere nel pieno rispetto delle leggi e prima ancora della Costituzione. La migliore riprova della bontà delle inchieste di Ingroia sta nell’analisi dei loro esiti. Contrada è stato condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa; così anche Inzerillo; Dell’Utri deve ancora affrontare il giudizio di rinvio deciso dalla Cassazione, dopo una doppia condanna nei giudizi di merito. L’esistenza della trattativa, quale sfondo fosco della stagioni delle stragi del 1992-‘93, è stata confermata in una sentenza della Corte di Assise di Firenze... Ce n’è abbastanza per dire che Ingroia è un bravo magistrato che non prende lucciole per lanterne: le sue ipotesi accusatorie non sono campate in aria, il complesso probatorio acquisito ha una sua piena dignità, al punto da dovere essere sottoposta all’esame dei giudici.

Ma allora cosa si contesta a Ingroia? Perché molti ambienti politici continuano ad additarlo come un esempio negativo di magistrato di cui diffidare e avere paura? Anche in certi ambienti giudiziari, locali e nazionali, l’attività e l’esposizione mediatica di Antonio non è proprio apprezzata, anzi spesso è criticata più o meno apertamente. Come nei periodi più bui della campagna di delegittimazione del “pool antimafia” di Falcone e Borsellino, in alcuni settori dell’establishment politico e giudiziario Antonio è inviso se non odiato. Eppure è uno dei magistrati più popolari e apprezzati d’Italia, almeno da parte di amplissime fasce di quell’opinione pubblica attenta e vigile che ha perso del tutto la fiducia in quei rappresentanti della politica impresentabili, autoreferenziali, lontani dalla gente e dal suo bisogno di cambiamento e trasparenza. E che vede in Ingroia un personaggio fuori dal comune, una speranza collettiva per affermare i principi dello Stato di diritto.
Perciò affiorano sempre più frequenti allusioni a suoi presunti interessi politici e “di parte”: paradossali a proposito di una persona normale come Antonio, grande magistrato, attento, rispettoso delle leggi, per nulla disposto a svendere i suoi principi per strumentalizzare il suo lavoro. Cosa spaventa i suoi detrattori? Forse la sua “normale” onestà? La sua incrollabile fede nel-l’uguaglianza e nella legge? Mi son convinto che chi teme Antonio ha ben chiara una sua dote, particolare e rara, che ho trovato solo in Giovanni Falcone: la stoffa del leader. Quella di chi fa un lavoro difficile, di grande responsabilità, con serietà e professionalità, trascinando tutti coloro che lavorano con lui. E la capacità di farsi apprezzare, comunicare e padroneggiare i mezzi d’informazione: nei dibattiti tv e non, difficilmente soccombe dinanzi ai professionisti dei media, agli interlocutori urlanti e inconcludenti.

COME TUTTI coloro che hanno la stoffa del leader, Antonio suscita sentimenti contrastanti: l’invidia e la gelosia coltivate attraverso campagne di denigrazione e delegittimazione, furibondi attacchi personali o, peggio, frasi sussurrate nei corridoi per tentare di isolarlo, renderlo inviso a chi lo frequenta, minare la sua credibilità nella speranza di suscitare sfiducia nelle sue capacità professionali. Se tutto ciò avvenisse in un paese normale, poco male: sarebbe solo l’innocuo frutto del contrasto personale tra uno stuolo di mediocri e un serio e onesto servitore dello Stato. Ma purtroppo l’Italia delle trattative e delle stragi di mafia è un paese pericoloso, che vuole crescere nella mediocrità e nell’ignavia, e preferisce convivere con la mafia piuttosto che lottare per sconfiggerla. E la Sicilia è ancora meno normale, e Palermo lo è ancora meno. Ecco perché Antonio ha scelto di difendersi parlando: ha ben presente la pericolosità di Palermo, della Sicilia e del Paese, per questo si è affidato alla gente, ha comunicato con schiettezza e onestà chi è, come interpreta il suo ruolo di magistrato, su quali principi fonda il suo lavoro e la sua stessa vita. E la gente lo ha accolto. Il potere sembra invece volere espellerlo, quindi la sua posizione è estremamente complessa e rischiosa.

Ma, siccome ha la stoffa del leader, non importa se si prende una parentesi di un anno per fare altrove ciò che fa egregiamente qui. Scelga liberamente cosa fare, nessuno tra coloro che lo apprezzano dirà che fugge: ciò che dirà chi non lo apprezza non ha alcuna importanza. L’offerta fattagli dall’Onu per un incarico di grande responsabilità in Guatemala conferma le sue qualità: per quel ruolo non serve solo un buon magistrato (l’Onu ne troverebbe a bizzeffe); occorre anche la capacità di essere e apparire credibile, di farsi seguire dai propri collaboratori. In un parola, la stoffa del leader. Antonio ce l’ha: in Guatemala l’han capito e vogliono averlo con sé. Anche qui l’abbiamo capito e per questo molti lo temono. Io lo vorrei ancora qui e vorrei chiedergli di rimanere. Ma non al prezzo che è costretto a pagare oggi. Non con i rischi ai quali mi sembra esposto. Perché lo voglio ancora qui quando avrà finito la sua missione in Guatemala.

* Procuratore aggiunto e Segretario Anm Palermo

Dell'Utri. L'uomo più potente?


Prendendo per i fondelli magistrati, forza pubblica, giornalisti e società civile, il senatore Dell'Utri la scorsa settimana ha detto che ci mancava solo l'accusa di pedofilia. Lo sprezzo per tutto ciò che lui non può controllare è massimo. Ho sempre pensato che Dell'Utri sia una delle persone più influenti e potenti nella storia d'Italia, e ogni giorno questa impressione si rafforza. Una ragnatela neanche tanto invisibile nel nome di amicizie neanche tanto nascoste. Tutti sappiamo tutto, e lui se ne infischia.


Dell'Utri, lo scandalo italiano

di Marco Travaglio
Pregiudicato per frode fiscale, amico di narcotrafficanti e bancarottieri, prediletto dai Corleonesi: da quasi quarant'anni in questo Paese non c'è vicenda oscura in cui non sia coinvolto. Eppure, mentre lui conserva tranquillamente il suo seggio in Parlamento, il Pdl per rifarsi la verginità se la prende solo con la Minetti.

Da quando Berlusconi ha dato il lieto annuncio del suo ritorno sulle scene, nel Pdl s'è aperta la caccia a Nicole Minetti. Non che manchino ottimi motivi per auspicare la sua scomparsa non solo dalla Regione Lombardia, ma da qualunque altra istituzione. Il fatto è che erano già tutti stranoti nel 2010 quando il Cavaliere la impose nel listino bloccato di Formigoni. Anche la notizia che la soubrette-igienista dentale-amante è imputata per induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile nel gran bordello di Arcore è vecchia di un anno e mezzo. E allora quale sarebbe la novità che giustifica la richiesta di dimissioni partita da Berlusconi e dal fido Alfano? Pare che l'ultimo travestimento del Caimano sia all'insegna della "sobrietà". E poi la signorina grandi forme ha accampato un legittimo impedimento al processo millantando impegni istituzionali al Pirellone. Come se non fosse proprio il Caimano l'utilizzatore finale del lenocinio e il primatista mondiale dei legittimi impedimenti inventati.

EPPURE PER I MAGGIORENTI del Pdl e gli house organ la parola d'ordine è una sola e imperativa per tutti: via la Minetti. Ce ne fosse uno che, per sbaglio, alza il ditino e domanda: «Scusate, ma Dell'Utri no?». Il senatore siciliano, imputato per mafia e pregiudicato per frode fiscale (2 anni e 6 mesi), è di nuovo sotto inchiesta a Palermo per estorsione ai danni dell'amico Silvio, avendogli spillato una trentina di milioni (di cui 21 alla vigilia della sentenza per mafia in Cassazione) per una villa che nel 2004 ne valeva 9. «Ora - ha commentato - mi manca solo l'accusa di pedofilia». In effetti non c'è praticamente scandalo, negli ultimi 40 anni, che non l'abbia visto protagonista. Non delude mai: quando ti aspetti che c'entri, e anche quando non te lo aspetti. Più che di libri antichi, è un instancabile collezionista di amici farabutti e capi d'imputazione. Nel 1973 porta il mafioso Mangano ad Arcore. Nel 1980 si fa beccare al telefono con lui Mangano a parlare di improbabili "cavalli". Nell'86 Silvio lo chiama per informarlo di una bomba contro la sua casa a Milano, e lui: «E' una cosa alla Mangano, come dire: ti faccio sentire, sono qui... lui non sa scrivere». Nel novembre '93, mentre crea Forza Italia, le sue agende registrano due appuntamenti con Mangano, reduce da 11 anni di galera per mafia e droga. Nel '98 riceve nel suo ufficio di via Senato Natale Sartori, pedinato dalla Dia in un'indagine per droga. E due mesi dopo la Dia lo filma mentre incontra a Rimini il falso pentito Chiofalo. Nel '99 si candida al Parlamento europeo e un uomo di Provenzano ordina ai picciotti di votarlo: «Dobbiamo portare a Dell'Utri, se no lo fottono... 'sti pezzi di cornuti (i giudici, ndr)».

NEL 2001 E' CANDIDATO alla Camera e il boss Guttadauro ordina al mafioso Aragona: «Con Dell'Utri bisogna parlare... alle elezioni '99 ha preso impegni» col boss Capizzi. Aragona: «Io sono stato invitato al Circolo, la sede culturale di Dell'Utri in via Senato». Nel 2003 Vito Palazzolo, condannato per narcotraffico, imputato per mafia e fuggito in Sudafrica, lo contatta tramite la moglie per sistemare le sue pendenze. Nel 2005 lo scandalo delle scalate bancarie dei furbetti: Fiorani parla di 200 mila euro da sganciare ai senatori Grillo e Dell'Utri. Il quale nel 2008 viene sorpreso al telefono col bancarottiere Aldo Miccichè, arrestato martedì in Venezuela e legato alla 'ndrangheta, che gli spiega i brogli sul voto all'estero e si sente ringraziare per «i due bravi picciotti», tra cui un Piromalli, che gli ha mandato in studio. Nel 2010 tre scandali: P3, finanziamenti facili della banca di Verdini e appalti eolici. C'entrerà mica Dell'Utri? Sì, in tutti e tre. Nel 2012 l'arresto di Massimo De Caro per furto di libri antichi alla biblioteca Girolamini di Napoli: è intimo di Dell'Utri, indagato con lui per corruzione. Intanto riparte il processo d'appello per mafia, dopo che la Cassazione gli ha confermato il concorso esterno per trent'anni, escluso il periodo 1978-82. Per tutti questi motivi, deve dimettersi Nicole Minetti.

domenica 29 luglio 2012

Berlino si riprende l'acqua pubblica



di Francesca Petretto
da: Il Sostenibile

Ebbene la notizia è stata confermata dalla pubblicazione del verbale datato 17 Luglio 2012 e relativo alla riunione del Senato del Land della capitale tedesca svoltasi in quella data: Berlino si riprende l’acqua pubblica. Con un prezzo di acquisto che si aggira sui 645 milioni di Euro, la municipalità cittadina acquisisce il 50% della quota di servizio idrico, detenuto fin dalla fine degli Anni ‘90 dalla RWE Aqua GmbH e dal consorzio francese Veolia. L’obiettivo è naturalmente quello di rimunicipalizzare il servizio idrico e farne abbassare i prezzi, dopo 13 anni di privatizzazione. La Berliner Wasserbetriebe era infatti stata privatizzata nel 1999 con la cessione di quote, ciascuna del 25% circa, a Rwe e Veolia al costo di 3,3 miliardi di marchi (oggi circa 1,69 miliardi di euro): ebbene la coalizione che governa la città, già da tempo, sotto la spinta delle associazioni di autonomi e attivisti berlinesi, aveva dichiarato di voler puntare al totale ritorno della società sotto il controllo comunale.

Si ricorderà l’esito positivo che ebbe il Referendum di iniziativa pubblica del febbraio 2011 in cui i cittadini quasi all’unanimità – la vittoria dei SI poté contare sui 665.000 voti espressi dal 98% dei votanti – optarono per la rilevazione dei contratti della Città coi due colossi energetici che detenevano ciascuno il 24,95% delle quote per un totale di 49,9%. I berlinesi chiedevano in realtà con questa consultazione di ottenere la pubblicazione di tutti i contratti, sulla privatizzazione degli acquedotti, firmati nel 1999 con il gruppo francese Veolia e quello tedesco RWE; di seguito, già a novembre e pochi giorni dopo la vittoria del movimento referendario, la municipalità di Berlino aveva già --- CONTINUA A LEGGERE ---

G8 Genova. Massacro scuola Diaz. Un ex Comandante accusa i vertici della Polizia


Il coraggio di quest'uomo è qualcosa di incredibile. Questo ex Comandante della Polizia, che assistette ai massacri della scuola Diaz, ha avuto il coraggio di fare quello che in un paese normale sarebbe normale, ma non in Italia, terra di contraddizioni incredibili. Sono uomini come questo, uomini con la Giustizia nel DNA, a portare onore alle forze dell'ordine. Altra gentaglia, come visto altrove, è solo feccia, come fu feccia l'insieme dei vertici che orchestrò i massacri a Genova. Leggete e divulgate.

Diaz, la verità di Canterini: “Fu una rappresaglia, vidi facce assetate di sangue”

 

L'ex comandante della "celere" di Roma firma un libro sull'irruzione nella scuola del G8 di Genova. Dove accusa gli alti vertici della Polizia di Stato di aver cercato di depistare le indagini su quella "macelleria" scaricando tutte le colpe sui suoi uomini


di Mario Portanova

 “La Diaz fu una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti”. A dirlo, anzi a scriverlo, non è un no global reduce dal G8 di Genova, ma un poliziotto. E che poliziotto: Vincenzo Canterini, primo dirigente oggi a riposo, all’epoca dei fatti comandante del Primo reparto mobile, cioè dei “celerini” romani. Nel quale era inquadrato il VII Nucleo Sperimentale, l’élite antisommossa protagonista dell’irruzione nella scuola genovese sotto il comando di Michelangelo Fournier, che per quell’operazione avrebbe poi coniato l’efficace etichetta di “macelleria messicana“.
Canterini ha deciso di raccontare la sua verità su quell’episodio in Diaz, libro scritto con i cronisti del “Giornale” Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo e pubblicato da Imprimatur. Undici anni dopo i fatti del 2001 e, soprattutto, neppure un mese dopo la condanna definitiva in Cassazione dello stesso Canterini e di altri 24 poliziotti, compresi Fournier e diversi capisquadra del VII. In Diaz, l’ex capo dei celerini romani accusa apertamente le alte sfere del Viminale di aver cercato di scaricare sui di lui e sui suoi uomini le responsabilità, anche penali, di quella “macelleria indiscriminata”. Non riuscendoci grazie alla caparbietà dei magistrati genovesi. Che però avrebbero commesso l’errore opposto, cioè di dividere la scena della Diaz in “buoni e cattivi”, dove buoni erano tutti gli occupanti del dormitorio improvvisato e cattivi tutti i poliziotti intervenuti. La tesi di Canterini, invece, è che all’interno della scuola ci furono gravi atti di resistenza – smentiti quasi del tutto nella ricostruzione processuale – e che gli uomini del VII Nuncleo non si siano abbandonati ad alcun pestaggio indiscriminato, a differenza di altri colleghi (leggi il racconto di Canterini in un brano del libro Diaz).

I FANTOMATICI GOS. Allora, chi sono i responsabili del violento pestaggio di oltre sessanta persone su 93 arrestati? La domanda non è da poco, visto che tra i 25 condannati – compresi alti dirigenti degli apparati investigativi come Franco Gratteri, Gilberto Caldarozzi e Giovanni Luperi, rimossi dai loro incarichi per l’interdizione dai pubblici uffici – nessuno è mai stato accusato di specifici episodi di violenza, ma soltanto di aver affermato il falso nei verbali o di non aver impedito le brutalità. Canterini riesuma la tesi del “Gos“, il fantomatico “Gruppo operativo speciale” della polizia che negli anni dopo il G8 fu anche oggetto di interrogazioni parlamentari, ma la cui esistenza non è mai stata confermata.
I Gos restano ectoplasmi che Canterini racconta così: “I fantasmi del Gos, come i mazzieri in abiti civili, diversi da noi per minimi dettagli cromatici su caschi e cinturoni, avevano un tratto distintivo comune: il volto irriconoscibile, coperto da foulard o mefisti. Solo per questo l’hanno scampata”. Vale la pena ricordare che al processo Diaz nessun poliziotto ha mai fornito elementi utili per identificare colleghi resposabili di singoli atti di violenza. E che la tesi riportata nelle sentenze ormai definitive è che ad abbandonarsi ai pestaggi furono uomini di tutti i reparti, VII nucleo compreso. Fournier ha avuto il merito di confermare in aula lo scenario delle “colluttazioni unilaterali” ai danni degli occupanti, e per questo in polizia si è guadagnato la fama di “Giuda”, denuncia Canterini. Che riflette: “Mi chiedo, e chiedo a chi indossa la divisa e legge queste pagine: peggio lui o i Ponzio Pilato che nell’ombra hanno picchiato, tramato, depistato rovinando colleghi che sapevano innocenti?”.

“SETE DI VENDETTA”. Detto questo, il libro Diaz è l’ennesima – forse definitiva – conferma della ricostruzione di quella tragica notte così come emerge dalle carte giudiziarie. In estrema sintesi, l’operazione fu decisa dai vertici del Viminale – leggi gli uomini del capo della polizia Gianni De Gennaro – soprattutto per esigenze politico-mediatiche, per riscattare la pessima figura nella gestione dell’ordine pubblico nelle due giornate di manifestazioni del G8. Offrendo in pasto a giornali e tv – debitamente avvertiti in anticipo dal portavoce di De Gennaro Roberto Sgalla – nientemeno che il “covo” dei black bloc. Ma sotto la scuola di via Battisti finirono per radunarsi circa 400 poliziotti di tutti i reparti che, esasperati e stravolti da due giorni di scontri, trasformarono la “perquisizione” in una spedizione punitiva, in una vendetta cieca contro i manifestanti. Così Canterini racconta il raduno degli agenti sotto la Questura, la sera del 21 luglio: “Di qua i miei uomini, di là la classica ‘macedonia di polizia’ che per esperienza volevo sempre lontana dai teatri di ordine pubblico. Facce stanche, affaticate, assetate di sangue e di vendetta. Gente in fibrillazione, completamente alla frutta per quei due giorni d’inferno, che scalpitava. Un’accozzaglia di divise blu e di dialetti incomprensibili. La preoccupazione maggiore era per quei tipi in borghese, con la pettorina della polizia”.

ERRORI O STRATEGIA? Tutto chiaro, allora? Non proprio. Perché anche nel libro di Canterini serpeggia l’eterno dubbio del G8 di Genova. Gli errori che hanno accompagnato i momenti cruciali dell’ordine pubblico – gli allarmi assurdi propalati dai servizi segreti alla vigilia della manifestazioni, la carica dei carabinieri ai Disobbedienti in via Tolemaide, l’operazione Diaz – sono stati davvero tali? O qualcuno, negli apparati dello Stato, ha giocato sporco perché la situazione degenerasse? All’origine della spedizione alla Diaz c’era stata una situazione di tensione creatasi in via Battisti al passaggio di un “pattuglione” della polizia nel tardo pomeriggio del 21 luglio, quando il G8 e le sue manifestazioni erano ormai finiti. Urla, insulti, il lancio di un paio di oggetti, nessun ferito. Da qui la decisione di intervenire nel “covo”. Ma ecco il cattivo pensiero che Canterini condivide con molti dei suoi nemici no global: “A me quel passaggio con le sirene è sempre puz­zato. Perché andare a stuzzicare il cane che dor­me? Perché provocarlo e costringerlo a una reazio­ne? Perché ricominciare daccapo quando ormai a Genova non si vedeva più anima viva? Ragionavo per sensazioni, e non trovavo risposte senza che altri interrogativi iniziassero a ronzarmi dentro”.

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Scuola Diaz, Canterini racconta il blitz del G8 di Genova. E i “demoni” della polizia


di Redazione Il Fatto Quotidiano

“Pozzanghere di sangue”, “urla disumane”, pestaggi bestiali di “anziani claudicanti” e “ragazze nei sacchi a pelo”. Così Vincenzo Canterini, allora comandante del Reparto mobile di Roma, racconta del blitz alla scuola Diaz, la notte del 21 luglio 2001 al termine del G8 di Genova. Il brano è tratto dal libro Diaz, che il dirigente di polizia oggi a riposo ha scritto con i giornalisti Gian Marco Chiocci e Simone di Meo per Imprimatur editore.  

Un casino infernale. Gli anfibi degli agenti rimbombavano sordi inciampando sui contusi e slittando sopra vetri rotti, vestiti strappati, pozzanghere di sangue. Giuro, erano pozzanghere. Dietro la porta che dava sulla palestra notai i primi feriti, piangevano accasciati contro la parete. Urla disumane, terrificanti, sembravano provenire dall’aldilà. Vidi gente calpestata dalle scarpe dei poliziotti. Presi la via delle scale facendo lo slalom tra panche rovesciate e gli ultimi agenti che mi sorpassavano mentre salivo. Avevo deciso di fare un sopralluogo in tutti i piani, ma il proposito sarebbe rimasto tale, a causa di ciò che vidi non appena alzai il piede dall’ultimo gradino della rampa.

La mia vita andò in testacoda. Mi bloccai appena mi si presentò davanti agli occhi lo scannatoio al primo piano. Inizialmente pensai a un campo di battaglia dovuto a violente resistenze. Perché resistenze, checché se ne dica, a cominciare dalle cancellate sprangate e dagli oggetti lanciati dalla finestre, ve ne furono molte tra gli occupanti. Gli abusi dei rappresentanti dello Stato ci furono e furono ingiustificabili. Ma alla Diaz non fu tutto bianco e nero, i manifestanti non erano tutti buoni e i poliziotti non erano tutti cattivi. I miei capisquadra, per dire, raccontarono di scontri cruenti. (…)

Ma i veri demoni, quelli che hanno approfittato dell’impunità dopo aver goduto a percuotere anziani claudicanti e ragazze nei sacchi a pelo, erano vestiti in jeans e maglietta con il fratino “polizia”. Erano quelli che indossavano la divisa “atlantica”, i caschi lucidi e i cinturoni bianchi (i nostri U-Boot erano invece opachi, i cinturoni neri). Erano anche gli appartenenti, così si diceva nell’ambiente, a un misterioso gruppo operativo speciale ribattezzato Gos, da non confondere con i Gom della Penitenziaria, e di cui mi parlò con dovizia di particolari un noto sindacalista di polizia che a tanti guai andò incontro per aver avuto l’ardire di interrogare testualmente così il ministro dell’Interno e il capo della polizia: «Con la massima cortesia e urgenza si chiede di sapere» se per davvero esista «un qualche organismo della polizia denominato Gos, ovvero Gruppo operativo speciale, quando sia stato istituito, chi ne è a capo, chi lo componga, come sia stato selezionato il personale che ne fa parte, quali siano le sue competenze e se sia stato in qualche modo utilizzato durante l’ultimo G8 tenutosi a Genova e, nel caso, in quali occasioni».

di Vincenzo Canterini

da Diaz (Aliberti editore)

venerdì 27 luglio 2012

Trattativa Stato/Mafia, il cerchio si stringe. Morti due ex collaboratori di Falcone.


Come sappiamo il PM Antonio Ingroia è "andato via" subito dopo la richiesta di rinvio a giudizio di ricchi, delinquenti e potenti. Ora sono morti due ex collaboratori di Giovanni Falcone: Loris D'Ambrosio d'infarto, è l'uomo che per conto di Napolitano aveva sentito Mannino in una delle intercettazioni che hanno fatto infuriare Re Giorgio, per anni aveva lavorato a fianco di Falcone; ma è morto anche il GIP Michele Barillaro in un incidente stradale in Namibia: a detta delle autorità locali un camion avrebbe cozzato fortemente sull'auto condotta da Barillaro, e con lui nell'auto sono morti anche un avvocato di Firenze e un cameriere namibiano. Barliiaro aveva anche redatto, tra le altre, la sentenza nel processo a Mariano Agate e altri 26 imputati nel Borsellino ter relativo alla strage di via d'Amelio e la sentenza 10/03 nel processo a Toto' Riina e ad altri sei imputati relativo all'attentato dell'Addaura contro Giovanni Falcone.

Uno va via "per sua scelta" (così si legge), due muoiono all'improvviso. Nel frattempo il cerchio delle indagini sulla trattativa Stato/Mafia si stringe attorno a una persona precisa: un ex maresciallo dei Carabinieri.

La Magistratura lavora, va avanti, poi capitano le cose di cui sopra. Coincidenze?

Discussione sull'assunzione di stallieri?

Dell'Utri e il militare dei misteri

di Lirio Abbate e Paolo Biondani
L'inchiesta sulle bombe del 92-93 si sta concentrando su un ex maresciallo dei carabinieri coinvolto nella prima (comprovata) trattativa tra Stato e Cosa Nostra. Il quale, rivelano le intercettazioni, era in stretti rapporti con il factotum del senatore berlusconiano. Il tutto in un giro oscuro di mafia, servizi segreti e terrorismo nero

Il factotum di Dell'Utri. E il militare della prima trattativa tra la mafia e lo Stato avviata nella stagione delle stragi. Quella ormai dimenticata, anche se per i giudici era «la più misteriosa e inquietante». Dalle nuove inchieste di Firenze sul senatore Marcello Dell'Utri, condotte dai carabinieri del Ros, emerge una rete di rapporti che ha sorpreso perfino gli investigatori.

Al centro degli incroci c'è Massimo De Caro, il consulente ministeriale arrestato il 24 maggio con l'accusa di aver rubato 2.200 libri antichi dalla Biblioteca dei Girolamini a Napoli, di cui era diventato direttore su pressione politica. Le intercettazioni documentano i suoi strettissimi rapporti con Dell'Utri, l'ex manager di Berlusconi che tra il '93 e il '94 fu l'artefice di Forza Italia. E che ora i pm di Palermo chiedono di processare per aver contribuito a far trattare la mafia con lo Stato. Sui retroscena del passaggio alla Seconda Repubblica, tra Tangentopoli e bombe mafiose, hanno aperto inchieste tre Procure. All'inizio di quest'anno i carabinieri di Firenze, mentre indagano su tutt'altra storia (presunte tangenti versate a Dell'Utri, tramite De Caro, dal colosso russo dell'energia Avelar-Renova), intercettano un loro collega. Non uno qualunque: il maresciallo che tra il '92 e il '93 si era trovato al centro della prima «comprovata trattativa» tra Stato e mafia. Quella che, come spiegano le sentenze diventate definitive, «finì per dare ai boss corleonesi l'idea di attaccare il patrimonio storico e artistico per ricattare lo Stato». «Un'idea che Cosa Nostra, prima del luglio '92, non aveva mai avuto»: è la «strategia del terrore» poi esplosa nel 1993 con le stragi di Firenze, Milano e Roma.

La prima intercettazione «rilevante» è del 3 febbraio 2012. In quel momento Massimo De Caro è indagato solo per le tangenti russe. Alle 12.16 gli telefona il maresciallo Roberto Tempesta. Il tono è confidenziale: «Massimo bello!». Tempesta si sente in debito: «Oggi mi ha chiamato il mio grande capo... è inorgoglito perché il tuo grande capo gli ha chiesto di darmi una consulenza. Ti ringrazio, perché so che è merito tuo». Il maresciallo ha lavorato per trent'anni al Nucleo tutela patrimonio artistico: da poco in pensione, continua a collaborare per recuperare opere rubate. Il suo "grande capo" è un generale, mentre quello di De Caro è il ministro dei Beni Culturali: la sua nomina fu voluta da Giancarlo Galan (entrato in politica nel '94 con Dell'Utri) e poi riconfermata da Lorenzo Ornaghi. Tempesta non sospetta che il suo amico consulente di due ministri sia indagato per corruzione. E non può immaginare che le intercettazioni del Ros, trasmesse da Firenze a Napoli, incastreranno De Caro come presunto super-ladro dei preziosi libri della biblioteca che dirigeva.

I carabinieri del Ros segnalano subito ai magistrati chi è Tempesta: il maresciallo che gestì «la prima trattativa Stato-mafia». Per capire l'allarme, dunque, bisogna tornare a vent'anni fa. I giudici della strage di via dei Georgofili intitolano così il capitolo sulla «causale» delle autobombe del '93: «La trattativa Gioè-Bellini: nascita di un'idea criminale». Antonino Gioè è un mafioso vicinissimo ai boss stragisti, in particolare a Riina, Bagarella, i fratelli Graviano e l'imprendibile Messina Denaro. Paolo Bellini è un ex neofascista di Avanguardia nazionale, scivolato nella malavita: ha scontato due condanne per furti di mobili antichi. Bellini conosce Gioè in carcere, nel 1981. Storia strana: il neofascista è detenuto sotto falso nome. E un colonnello dell'esercito viene arrestato per aver nascosto la scheda con le sue impronte digitali.

Assolto da un'accusa di omicidio, Bellini torna libero nel '91. In autunno va in Sicilia e riaggancia Gioè. I due si vedono fino a dicembre '92. Ed è Bellini a far capire al mafioso quanto contano i beni culturali per l'Italia. Come poi rivelano i pentiti, Gioè riferisce così il discorso ai boss: «Se ammazzi un magistrato ne arriva un altro, ma gli Uffizi o le Chiese non si possono sostituire, per cui lo Stato deve scendere a patti».

Nell'estate '92, intanto, il maresciallo Tempesta conosce Bellini a casa di un confidente (mai identificato). Il pregiudicato si propone come «infiltrato in Cosa nostra» per recuperare capolavori rubati. E dice che, in cambio, il mafioso Gioè chiede gli «arresti ospedalieri» per cinque boss. Il 25 agosto '92 Tempesta ne parla al generale Mario Mori, che dichiara lo scambio «impraticabile». Caso chiuso? No, spiegano i giudici, perché l'effetto «oggettivo» della trattativa con Gioè, al di là delle intenzioni dei militari, fu di «suggerire a Cosa Nostra l'attacco terroristico ai monumenti».

Gioè viene arrestato nel marzo '93. La Dia gli ha nascosto in casa una microspia, decisiva per l'inchiesta sulla strage di Capaci. E solo oggi si è scoperto che vicino all'alloggio del mafioso c'era una sede coperta dei servizi segreti. Il 28 luglio '93 Gioè si suicida in cella (almeno ufficialmente) lasciando una lettera piena di messaggi, dove tra l'altro definisce Bellini «infiltrato». Ma allora perché gli dava confidenza? «Di Bellini si sa troppo poco», lamentano i giudici. L'osservazione è profetica: uscito indenne (solo testimone) dal processo sulle stragi, Bellini viene riarrestato per due omicidi commessi tra il '98 e il '99. A quel punto confessa una decina di delitti: era diventato un killer della 'ndrangheta in Emilia. Ma la sua prima vittima, nel 1975, fu un militante di Lotta continua, Alceste Campanile. Insomma, mentre trattava con la mafia, Bellini nascondeva ai carabinieri il suo passato di terrorista nero.

Nella sentenza sulle stragi, i giudici di Firenze definiscono Tempesta «testimone qualificato» e confermano la sua ricostruzione della «improvvida trattativa» con Gioè, che il generale Mori invece «ricorda poco».

Oggi, dopo che il super-pentito Gaspare Spatuzza ha parlato di un'altra trattativa, quella che all'inizio del '94 avrebbe unito i fratelli Graviano a Dell'Utri chiudendo la stagione delle stragi, i carabinieri del Ros non hanno gradito di ritrovarsi Tempesta nella trincea opposta, accanto all'uomo di fiducia del senatore condannato in primo grado per mafia. E hanno chiesto ai pm di perquisire anche il maresciallo. Fino a prova contraria, Tempesta è ancora una volta in buona fede: ai suoi occhi De Caro era l'esperto del ministero. Meglio: era una fonte investigativa che prometteva di «far recuperare decine di libri rubati». Non da lui, naturalmente, ma da una casa d'aste di Firenze sua «nemica».

Nell'aprile 2012, dopo la prima perquisizione della biblioteca svaligiata, De Caro cerca di usare il maresciallo addirittura come alibi: «Farò preparare dal Nucleo patrimonio culturale una relazione di tutti gli interventi che ho fatto... in incognito». E Tempesta gli crede: «Ho già informato chi di dovere che è tutta una macchinazione». Ma il salvagente più sicuro, per De Caro, resta la politica. Per attaccare chi lo accusa, De Caro chiede un dossier a un fedelissimo di Dell'Utri, il senatore Elio Palmizio, che gli risponde così: «Fammi i documenti, così ci faccio un'interrogazione, che è un atto politico parlamentare: posso dire anche calunnie e nessuno mi può perseguire».

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Secondo me Dell'Utri è l'uomo più potente d'Italia.

Il CSM (il cui presidente è Napolitano) contro Scarpinato, difeso da ANM e parenti di Borsellino


Amici, da che parte stiamo? Avete visto cosa è successo? Il Pg Scarpinato ha letto un testo molto critico sull'atteggiamento delle istituzioni nei confronti della trattativa Stato/Mafia e le commemorazioni dei giudici trucidati dalla Mafia, e il CSM - che è presieduto da Giorgio Napolitano - ha aperto subito una procedura nei suoi confronti. Ma da che parte sta Napolitano? Da che parte sta un presidente che si adopera per salvare le chiappe a un inquisito per la trattativa Stato/Mafia, un presidente che solleva un polverone contro magistrati che operano contro la Mafia e contro le parti deviate delle istituzioni, un presidente il cui organo da lui presieduto (il Consiglio Superiore della Magistratura) fa sentire il suo alito sul collo di chi ha soltanto parlato con amore verso la Giustizia e i suoi eroi trucidati?

Ovviamente La Repubblica, house organ del governo Monti e della presidenza della Repubblica, sta trattando la questione con servilismo....

Ma chi è davvero Giorgio Napolitano?

Scarpinato, la famiglia Borsellino: “Sdegno per pratica Csm”. Anm: “Sorpresa”

La vedova del giudice ucciso: “Condivido ogni parola della lettera emozionante con la quale Roberto Scarpinato si è rivolto a Paolo. E i fratelli: "ha riempito di emozione i cuori delle migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia a Palermo". L'associazione dei magistrati: "Discorso manifestazione di libero pensiero"

di Redazione Il Fatto Quotidiano

La famiglia Borsellino si schiera con Roberto Scarpinato, del quale “condivide ogni parola della lettera emozionante” per Paolo, ed esprime “sdegno per la richiesta” di apertura di un procedimento disciplinare del Csm, su sollecitazione del membro laico Nicolò Zanon (Pdl), per il procuratore generale di Caltanissetta. E’ una presa di posizione netta quella che i familiari del giudice ucciso dalla mafia nella strage di via D’Amelio prendono contro il Consiglio superiore della magistratura che ha già assegnato la pratica per valutare il comportamento del pg di Caltanissetta che durante la cerimonia per il ventennale in un “lettera a Paolo Borsellino” aveva, tra l’altro, detto: “Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra la negazione dei valori di giustizia e legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere”.



“Condivido – dice Agnese Piraino Leto vedova di Borsellino – ogni parola della lettera emozionante con la quale Roberto Scarpinato si è rivolto a Paolo. Non avrei mai immaginato che alcuni stralci di quella lettera inducessero un membro laico del Csm a chiedere l’apertura di un procedimento a carico del procuratore generale di Caltanissetta e fossero ritenute così gravi da giustificarne la richiesta di trasferimento per incompatibilità ambientale e funzionale. Se vi è oggi un magistrato ‘compatibile’ con le funzioni attualmente svolte quello è il dottor Scarpinato, che non dimenticherò mai essere stato uno degli otto sostituti procuratori della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che all’indomani della morte del ‘loro’ procuratore aggiunto Paolo Borsellino rassegnò le dimissioni, poi fortunatamente rientrate, dopo avere avuto il coraggio e la forza di denunciare le divergenze e le spaccature di quella Procura di Palermo che avevano di fatto isolato ed esposto più di quanto già non lo fosse mio marito”. Rita e Salvatore Borsellino, fratelli di Paolo, condividono l’intervento di Agnese Piraino Leto e aggiungono: “Esprimiamo a nostra volta il nostro sdegno per questa improvvida iniziativa di un membro del Csm a carico del procuratore Scarpinato, tanto più – sottolineano – grave perché prende a pretesto proprio quella lettera a Paolo che, letta in via d’Amelio il 19 luglio pochi minuti prima dell’ora della strage, ha riempito di emozione i cuori delle migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia a Palermo – chiosano Rita e Salvatore Borsellino – per onorare la memoria del magistrato Paolo Borsellino e dei cinque poliziotti che hanno perso la vita al suo fianco”.

E con Scarpinato si schiera anche l’Anm, l’associazione nazionale dei magistrati sottolineando che il magistrato ha espresso il “suo libero pensiero”. ’L'Anm si dice “sorpresa e preoccupazione” perché “quel discorso, pronunciato in un contesto commemorativo fortemente emotivo – si legge nella nota – non può che essere inteso come manifestazione di libero pensiero, quale giusto richiamo, senza riferimenti specifici, nel ricordo delle idee e delle stesse parole di Paolo Borsellino, alla coerenza dei comportamenti e al rifiuto di ogni compromesso, soprattutto da parte di chi ricopre cariche istituzionali”. La pratica, che pende presso la Prima commissione del Csm, è stata aperta dal Comitato di presidenza su richiesta del laico del Pdl, Niccolò Zanon. L’organo direttivo del Csm ha anche inviato copia dell’intervento di Scarpinato al procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati.

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Roberto Scarpinato, vietato parlare

di Bruno Tinti


È partita puntuale l’offensiva contro Roberto Scarpinato. Ha parlato alla commemorazione della strage di via D’Amelio, nel ricordo di Paolo Borsellino. Ha detto: “Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere… Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti”.

Scarpinato è Procuratore Generale della Repubblica a Caltanissetta. Non può dire queste cose. Deve essere trasferito per incompatibilità ambientale. E si deve valutare se averle dette costituisce illecito disciplinare. Pertanto si sollecita in tal senso il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Gianfranco Ciani. Così ha detto Nicolò Zanon, componente del Csm nominato dal Pdl. Pdl, e come ti sbagli.
E poi: la strage, due anni di indagini sulla trattativa Stato-mafia, incriminazione per falsa testimonianza di uomini politici di primo piano, già ministri della Repubblica, interventi in loro favore dei vertici di istituzioni politiche e giudiziarie; non è mica questo il problema; il problema è che Scarpinato ne parli.

E ancora: decine di familiari di vittime di mafia, meglio di Stato-mafia, hanno chiesto ai politici di non intervenire ai funerali dei loro cari, di non portare fiori, di starsene a casa; e questi, tremebondi (ma senza vergogna), a casa se ne sono stati; e non hanno osato dire una parola, una sola, contro quei poveretti che chiedevano gli fosse almeno risparmiata la beffa; ma Scarpinato, amico e collega di Borsellino, lui no, non deve parlare, non deve piangere, non deve incazzarsi. Non deve dire, in Sicilia, dove lavora, dove ha sempre lavorato, che mafia e Stato hanno violentato quella terra, hanno corrotto, depredato, ucciso. Perché se lo dice diventa incompatibile con il territorio in cui tutto ciò si è verificato e continua a verificarsi. Vi rendete conto: non è lo Stato-mafia il problema; il problema è chi lo combatte e che, alla celebrazione di un amico che lo ha combattuto ed è stato ucciso, ricorda che l’omicida è lo Stato-mafia; e che non ne può più di vederlo nei doppi panni di assassino e di compunto celebrante di ricordi molesti.

Ma che deve dire un magistrato, al funerale di un collega morto ammazzato, per non essere “incompatibile”? Andrebbe bene un semplice “Caro Paolo mi dispiace che ti hanno ammazzato, eri tanto bravo, e poi ti volevo bene”? Perché già dire “Farò del mio meglio per continuare il tuo lavoro e beccare gli assassini” sa di accanimento giudiziario.

Ma non farebbe prima il Csm a emanare una bella nuova circolare: “Alle commemorazioni degli eroi della magistratura morti ammazzati i magistrati non ci debbono andare; e se proprio ci vanno debbono stare zitti. In difetto si ravviserà incompatibilità ambientale e, nei casi più gravi (per esempio se ti scandalizzi perché gente di non specchiata virtù si aggira tra amici e parenti del morto e fa finta di condolersi) l’illecito disciplinare.

Affidato all’iniziativa di chi (il Procuratore Generale della Cassazione Ciani) era intervenuto nell’interesse di Mancino, incriminato per falsa testimonianza nel processo per la trattativa Stato-mafia. Aveva proprio ragione Cicerone: “Fino a quando abuserete della nostra pazienza”?

giovedì 26 luglio 2012

Quello che "Repubblica" (House Organ del governo Monti) non pubblica mai


Ancora una volta Repubblica tace, e lo fa in maniera sospetta. Non so quanti di voi si siano accorti di come questo quotidiano, uno fra i più autorevoli e best-selling del bel paese, abbia vestito una casacca camaleontica da quando Napolitano ha violato la Costituzione nominando un presidente del Consiglio non espresso dalla politica, dal Parlamento, ma scelto da lui. Facile una replica (a parte la consueta: "Sei un populista"): ma la politica in Italia è uno schifo. Vero, verissimo. Ma questo non toglie nulla a quanto ho scritto: andate a leggervi la Costituzione Repubblicana, e troverete che quanto scrivo è vero.

Tornando a Repubblica, da Scalfari a tutte le altre grandi penne di questo quotidiano, sin da quando Monti è stato nominato a capo dell'Esecutivo, abbiamo assistito a una genuflessione continua, a un sostegno incondizionato e purtroppo scevro dalle critiche che a tutti - quando sbagliano - la stampa deve fare (dato che lo fa sempre meno gente nella cittadinanza, inebetiti come sono dalle televisioni). Anche il sostegno (soprattutto da Scalfari) a Napolitano nella questione della procura di Palermo sulla trattativa Stato/Mafia puzza di letame. Monti ha sfasciato tutto: ha alzato le tasse, ha tagliato senza criterio tutto quello che poteva. Anzi, invero un criterio lo ha mantenuto: la tutela delle banche e della Chiesa Spa, oltre che dei ricchi e potenti di turno. Quando Monti ha preso il controllo del paese, lessi la lista dei ministri e dissi a me stesso: "Finalmente nelle poltrone che contano abbiamo dei laureati, e non dei professionisti della politica (nel senso più spregevole), non delle prostitute amiche del biscione". Poi sono andato a vedere dove lavoravano questi laureati e tutto si è rovesciato: università di Economia in cui l'extraprofitto (con tutti i danni per la società in senso lato che storicamente ha sempre comportato) è la regola che viene inculcata; poltrone in banche; posti di potere (anche per i figli degli stessi "tencici") in società che operano in Borsa, estrema vicinanza a Comunione e Liberazione. Insomma: politca a parte - una delle cose peggiori dell'Italia in cui viviamo - il resto del peggio della società italiana era ciò cui appartenevano questi "tencici".

Ne abbiamo pagato le conseguenze in tantissimi, io compreso. Siamo più poveri, abbiamo meno da spendere anche per mangiare. Chi ha un lavoro è un miracolato. La meritocrazia è un qualcosa che nelle alte sfere si riconosce solo a chi è "figlio di" (vedi le parentele dei "tencici", tutte ben accomodate su poltrone d'oro). Abbiamo la pressionme fiscale più alta d'Europa e una delle più alte nel mondo, da noi la benzina costa più (in proporzione) delle medicine e del cibo. Abbiamo fatto i "sacrifici" che ci hanno chiesto, mentre chi aveva privilegi li mantiene, chi evade il fisco ed è ricco e potente continua a farla franca, abbiamo accettato la liberalizzazione dei licenziamenti perché "il posto fisso è noioso" (ah, nessuno dei "tecnici" o dei loro parenti è stato toccato da queste scellerate decisioni, ovvviamente). Devo continuare? Lo "spread" è dov'era un anno fa: abbondantemente sopra i 500 punti. La beffa poi si aggrava pensando al fatto che all'estero i nostri connazionali hanno una visione del problema tutta alterata dai sorrisetti e dall'autoincensarsi di Monti che sono state presentate furbescamente.

E stramaledetti siano gli speculatori in Borsa, partoriti dagli abomini delle banche. Chissà perché non si hanno mai vere notizie su chi sono esattamente gli speculatori.

Ebbene, e torno all'incipit, Repubblica sparge sicurezza, quando invece c'è da mettersi le mani nei capelli. Poche sono le voci in quel quotidiano che la dicono fuori dai denti (forse la sola De Gregorio), il resto abbocca: Monti va sostenuto fino in fondo, mai criticato per davvero. Monti piace alla Chiesa e alle banche = Monti piace a Repubblica.

Ma avete visto come Hollande abbia, con poco, rimesso quasi in sesto e in così poco tempo la Francia?

E allora ecco un articolo che oggi su Repubblica non c'è, buona lettura.

Monti a Napolitano: “Il mio governo ha fatto quello che ha potuto”


Nonostante il cambio a Palazzo Chigi lo scorso novembre, il Paese non è uscito dalla crisi. L'esecutivo dell’ex presidente della Bocconi pare così volgere al termine. La decisione finale dei partiti: riforma della legge elettorale e voto in autunno, nelle prime due settimane di novembre

di Marco Palombi


Il piano era questo: via il Cavaliere impresentabile, dentro l’autorevole economista neoclassico (o liberista, per chi preferisce) che faccia una politica di destra e convinca i tedeschi che adesso si possono fidare e prestare la loro garanzia a copertura delle finanze europee. Solo che quel piano è fallito: dopo un paio di manovre, la riforma delle pensioni, quella del lavoro, la spending review e lo svuotamento e la messa in vendita delle municipalizzate che tanto danno fastidio alle multinazionali dei servizi, l’Italia si trova all’ingrosso nella palude in cui era a novembre.

Il Professore per primo, che sa benissimo che la situazione si risolve solo se Angela Merkel cambia atteggiamento (ma non può con le elezioni davanti), è scoraggiato e lo ha spiegato anche a Giorgio Napolitano, il regista del suo arrivo a Palazzo Chigi: “Il mio governo ha fatto tutto quello che poteva”, avrebbe detto il premier al capo dello Stato. Il risultato è che l’avventura dell’ex presidente della Bocconi alla guida dell’esecutivo volge al termine: riforma della legge elettorale e voto in autunno, nelle prime due settimane di novembre, sembra essere la decisione finale dei partiti. La prima conseguenza di questa scelta è già stata plasticamente definita negli incontri di ieri – separati – tra Monti e i segretari di Pd e Pdl, Pier Luigi Bersani e Angelino Alfano: i grandi provvedimenti del governo dei professori sono finiti, il ciclo di riforme si chiude con quei decreti che sono ancora in Parlamento (e sulla spending review, o meglio sui tagli a enti locali e sanità, bisognerà discutere parecchio).

L’Anci: “Allarme paghe” - Al massimo, ad agosto, ci sarà il tempo per tradurre in legge le proposte di Francesco Giavazzi sulla riduzione degli incentivi alle imprese o una (leggera) revisione delle agevolazioni e detrazioni fiscali. Il furore rigorista tedesco applicato da Monti all’Italia non ha sortito l’effetto politico sperato – ovvero l’ammorbidimento dei paesi nordici – ma quello tecnico prevedibile: recessione con tanto di notizie greche, tipo comuni come Lecce – avverte l’Anci – che ad agosto potrebbero non pagare gli stipendi. È così che è arrivato lo stop. D’altronde ieri il governo è sembrato davvero di aver scelto di mettere in folle: non pervenuto il comitato di guerra economico annunciato da la Repubblica, smentito il blocco delle tredicesime per statali e pensionati avanzato da Confcommercio (“alimentare l’allarmismo sociale rischia di causare danni”), maggioranza che si sfalda nelle due Camere lasciando riemergere l’asse PdL-Lega. L’unica zeppa che potrebbe fermare la pietra rotolante delle elezioni anticipate a questo punto è, paradossalmente, la troppa litigiosità dei partiti sulla nuova legge elettorale. Resta che la parabola del governo dei professori, benedetto ed omaggiato nei meglio consessi e circoli internazionali, è finita: prendendo a prestito da altre vicende, si potrebbe dire che ha esaurito la sua spinta propulsiva.

Delusione Passera - Anche l’asse un po’ malandato con Hollande e Rajoy per chiedere a Berlino l’attuazione dello scudo anti-spread non pare funzionare granché: è colpa di una maggioranza raffazzonata e troppo eterogenea, ragionano dalle parti del Pd e dell’Udc, che ha reso eterogeneo e raffazzonato anche il suo governo (ogni riferimento alla “delusione” Corrado Passera è voluto), serve un nuovo Parlamento.

Bisogna vedere – a novembre o a marzo che sia, col Porcellum o col Provincellum – quale paese erediterà questa nuova maggioranza politica: l’Italia si presenta ad agosto (il mese delle imboscate finanziarie) con un governo che non ha più un suo compito chiaro davanti e una politica che pare non comprendere dimensioni e cause della resa dei conti cui l’eurozona si sta affacciando. Sarebbe un contrappasso notevole per la hubris pre-politica di chi guidò il “cambio di regime” nel novembre scorso se, dopo neanche un anno, ci ritrovassimo costretti ad accettare la carità pelosa del Fondo monetario che Berlusconi riuscì a rifiutare a Cannes poco prima di essere costretto alle dimissioni.

mercoledì 25 luglio 2012

Stato e Mafia a processo. Ostacoli, maneggi e segreti


Ottimo fondo di Marco Travaglio, che puntualizza le cose che la politica, la Mafia e i giornali ad esse asservite tacciono o distruggono. La responsabilità morale del presidente Napolitano è gravissima, e la sua condotta a mio giudizio integra gli estremi del reato di "attentato alla Costituzione". Il suo atteggiamento del dire alla tv una cosa, e fare di nascosto un'altra maschera il maneggio che serve a salvare quelli, fra i politici, che hanno patteggiato con la Mafia la genuflessione dello Stato (il più potente di questi, anche più di Berlusconi, è Dell'Utri, sia chiaro una volta per tutte). Non c'è dimostrazione più limpida del fatto che tutta (o quasi) la politica italiana è collusa con la criminalità organizzata in generale: chi per interesse economico e di potere, chi per paura. E' proprio vero: più arrivi in alto più ti devi sporcare le mani... il problema è che se te le sporchi con la Mafia, la Camorra e la 'Ndrangheta, te le stai sporcando di letame, e quella puzza, per quanto un Eugenio Scalfari (che delusione, La Repubblica...) o un Feltri si possano adoperare per stravolgere le cose, quella puzza non passa. E la società civile ascolta, ma purtroppo non fa niente. Ci hanno fatto assuefare a tutto, siamo davvero un popolo di imbecilli, perché abbiamo messo nelle mani dei criminali e della chisa le decisioni sulle nostre vite. Noi non viviamo in democrazia, ma in criminocrazia.



Il grande sonno
di Marco Travaglio - Il F.Q. 25/7/2012


La miglior conferma dell’imparzialità dei pm di Palermo che indagano sulle trattative Stato-mafia sono le reazioni, anzi le non reazioni dei politici, solitamente così ciarlieri, alla notizia delle 12 richieste di rinvio a giudizio: silenzio di tomba da destra, dal centro e da sinistra, a parte alcuni dipietristi come Li Gotti (“i soliti
dipietristi”, direbbe la stampa di regime), che invocano la verità sullo scandalo più scandaloso della nostra storia recente; e a parte Cicchitto (il solito Cicchitto), che coerentemente attacca a testa bassa Ingroia (“una lesione dello Stato di diritto”) in perfetta continuità col piano della P2


Silenzio anche dall’ermo Colle, pur così loquace e reattivo a ogni stormir di fronda targato Palermo: stavolta, invece, nessun monito. E dire che solo due giorni fa Napolitano giurava di volere, anzi di pretendere tutta “la verità” sulle “torbide ipotesi di trattativa” (ma le trattative sono una certezza cristallizzata da sentenze anche definitive, e torbide semmai sono le trattative, non le ipotesi). Ora che la verità è più vicina con la richiesta di processare i presunti autori e complici delle trattative, anziché plaudire ai pm che le hanno dedicato gli ultimi tre anni della loro vita, il Quirinale prima si prodiga per aiutare Mancino, poi trascina la Procura alla Consulta e ora tace. 

Mai, negli ultimi anni, s’era vista un’indagine tanto osteggiata da tutto il potere: politici di ogni colore e risma, alte e basse cariche, vertici dei servizi e dell’Arma, giornali e tv al seguito. Fra gl’imputati infatti ci sono uomini del vecchio centrosinistra confluiti dalla Prima alla Seconda Repubblica coi loro segreti (Mannino e Mancino), accusati della prima trattativa: quella del Ros con Riina via Ciancimino. Conso, protagonista della seconda, quella che portò alla revoca del 41-bis per 334 boss, sarà processato per false dichiarazioni ai pm alla fine del processo di primo grado, come prevede una legge-vergogna del  centrosinistra del '95. Poi c’è Dell’Utri, che inventò Forza Italia quando B. manco lo sapeva (ma Mangano sì), e possiamo immaginare il perché: la terza trattativa, che pose fine alle stragi e inaugurò la Seconda Repubblica. Infine gli ex vertici del Ros, da Subranni a Mori a De Donno, anch’essi traghettati dalla Prima alla Seconda Repubblica con i loro segreti. Fin qui il cosiddetto “Stato”. Poi ci sono i mafiosi: Riina, Provenzano, Brusca, Bagarella, e i due postini del “papello”, Massimo Ciancimino e Antonino Cinà. Tre trattative, sei imputati per lo Stato e sei per Cosa Nostra: par condicio assoluta. 

È in questa tridimensionalità la chiave per capire l’impopolarità dell’indagine nelle alte sfere. Eugenio Scalfari, su Repubblica, ha additato il Fatto come organo di una “manipolazione eversiva” e “destabilizzante” contro il Quirinale in combutta con “Grillo, Di Pietro e i giornali berlusconiani”. Per la verità, i giornali berlusconiani non hanno scritto una riga contro l’attacco del Quirinale ai pm di Palermo, anzi li hanno fucilati anche loro,
lamentando che il Colle non li avesse fermati prima: perché, se la prima e la seconda trattativa coinvolgono uomini del centrosinistra, la terza investe in pieno il corpo mistico del berlusconismo.
 

Specularmente, i giornali di centrosinistra preferiscono dilungarsi su B. e Dell’Utri, sorvolando sul ruolo di Mancino e Conso e dei governi retrostanti: quelli di Amato e Ciampi. Allora – ha ragione Scalfari –  “Napolitano non era al Quirinale”. Ma era presidente della Camera, mentre al Senato c’era Giovanni Spadolini. E sarà un caso, ma quando Cosa Nostra colpì la Capitale, scelse proprio le basiliche di San Giorgio e San Giovanni. Ora basta leggere le telefonate Mancino-D’Ambrosio (la ricostruzione completa è nel libro+dvd allegato in questi giorni al Fatto e nel numero speciale di Micromega ) per scoprire che molte cose della seconda trattativa le sapeva persino il consigliere giuridico del Colle. Ma naturalmente a Napolitano non aveva detto nulla. Un’insaputa tira l’altra .

martedì 24 luglio 2012

Trattativa Stato-mafia, i pm: “Processate Riina, Mori, Dell’Utri e Mancino”


 Gli imputati sono 12: rischiano di finire a giudizio i vertici dello Stato insieme a quelli di Cosa Nostra. L'accusa è per tutti minaccia a un corpo dello Stato, tranne che per Mancino, che deve rispondere di falsa testimonianza al processo all'ex comandante del Ros e che replica: "Dimostrerò la mia estraneità". Secondo i pm la trattativa sarebbe stata avviata da Mannino, poi dai carabinieri infine da Dell'Utri, tramite per arrivare al capo del governo Berlusconi
di Giuseppe Pipitone

L’inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia è al giro di boa. La procura di Palermo ha infatti depositato la richiesta di rinvio a giudizio per le 12 persone iscritte nel registro degli indagati per il patto sotterraneo che portò pezzi delle istituzioni a sedere allo stesso tavolo della mafia nel periodo 1992-94. Lo stesso potrebbe accadere se finissero tutti a processo da coimputati.

Tra questi i mafiosi Salvatore Riina, Nino Cinà, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, gli alti ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni e gli esponenti politici Calogero Mannino, Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino. Per tutti l’accusa è di attentato a corpo politico dello Stato, tranne che per Mancino, accusato di falsa testimonianza dopo la sua audizione al processo Mori-Obinu del 24 febbraio scorso.  ”Hanno agito per turbare la regolare attività dei corpi politici dello Stato” si legge nel provvedimento dei magistrati palermitani. Secondo la stessa richiesta di rinvio a giudizio tutti coloro che parteciparono alla trattativa agirono “in concorso con l’allora capo della polizia Parisi e il vice direttore del Dap Di Maggio, deceduti”: loro avrebbero ammorbidito la linea dello Stato contro la mafia, revocando centinaia di 41 bis.

Mancino: “Estraneo, lo dimostrerò”. Mancino ha parlato a stretto giro di posta: “Preferisco farmi giudicare da un giudice terzo – ha dichiarato – Dimostrerò la mia estraneità ai fatti addebitatimi ritenuti falsa testimonianza, e la mia fedeltà allo Stato”. ”Dopo la comunicazione della conclusione delle indagini sulla cosiddetta trattativa fra uomini dello Stato ed esponenti della mafia – spiega l’ex titolare del Viminale – ho chiesto inutilmente al pubblico ministero di Palermo di ascoltare i responsabili nazionale dell’ordine e della sicurezza pubblica (capi di gabinetto, direttori della Dia, capi della mia segreteria, prof. Arlacchi, ad esempio), i soli in grado di dichiarare se erano mai stati a conoscenza o se mi avessero parlato di contatti fra gli ufficiali dei carabinieri e Vito Ciancimino e, tramite questi, con esponenti di Cosa Nostra”. A questo punto, continua l’ex ministro, “ho rinunciato al proposito di farmi di nuovo interrogare e di esibire documenti. Preferisco farmi giudicare da un giudice terzo”.
Mannino: “E’ un capriccio di Ingroia”. Non ci sta invece l’ex ministro e ora senatore Calogero Mannino. “Questa richiesta di rinvio a giudizio è un capriccio di Ingroia – afferma intervistato dall’Agi – Capovolge la mia posizione: da minacciato prolungatamente dall’incombenza di un’attentato mafioso, ad accusato. Insomma, da vittima vengo trasformato da Ingroia in ben altro”. “Il vero problema della giustizia a Palermo – insiste – è proprio Ingroia”. “Da 21 anni vado e vengo dal Palazzo di giustizia di Palermo, risultando alla fine innocente – conclude – Ma affronterò anche questa storia e affronterò Ingroia che, invece di cercare la verità, l’affossa con questo processo”.

La ricostruzione dei pm. La richiesta di rinvio a giudizio è stata vistata anche dal procuratore capo Francesco Messineo, che invece non aveva firmato l’avviso di conclusione delle indagini. Secondo la ricostruzione del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene, il primo contatto con Cosa Nostra sarebbe stato cercato da Mannino, che dopo l’omicidio di Salvo Lima era impaurito dall’offensiva mafiosa nei confronti dei politici, rei di non aver saputo bloccare le sentenze del maxi processo.

La trattativa sarebbe stata poi avviata da Mori e De Donno che incontrarono più volte don Vito Ciancimino per arrivare a Riina. Il dialogo tra mafia e Stato sarebbe poi proseguito fino al novembre del 1993 quando l’allora guardasigilli Giovanni Conso non rinnovó oltre 300 provvedimenti di 41 bis per detenuti mafiosi.  L’apice dei contatti tra Stato e anti Stato sarebbe invece stato raggiunto nel 1994 quando Bagarella e Brusca, luogotenenti di Riina (arrestato un anno prima) manifestarono al nuovo premier Silvio Berlusconi “per il tramite di Vittorio Mangano e Dell’Utri” una serie di richieste finalizzate ad ottenere benefici di varia natura.

Secondo i magistrati sarebbero stati reticenti anche Conso e l’ex capo del Dap Adalberto Capriotti, accusati di false informazioni al pm. Per loro peró il codice prevede che il reato contestato rimanga “congelato” fino al primo grado di giudizio dell’indagine principale.

Micciché, latitante in Venezuela, arrestato!


Le belle notizie che rendono la giornata appena migliore, e l'aria a Caracas appena più respirabile. Come nei telefilm polizieschi, il latitante Micciché viene arrestato all'estero, dove aveva cercato di nascondersi. Ora tocca a Dell'Utri, sempre che case e soldi spostati all'estero - le sue Hammamet - non lo nascondano bene, e poi al delinquente in capo: Sua Emittenza. A me però rimane la vaga idea che Dell'Utri sia molto più potente di Berlusconi...

Caracas, arrestato Aldo Miccichè, mise i Piromalli in contatto con Dell’Utri

di Lucio Musolino
Doveva essere il tramite tra la ‘ndrangheta e il senatore Marcello Dell’Utri. Faccendiere di professione, persona dai mille volti, Aldo Miccichè è stato arrestato ieri mattina a Caracas, in Venezuela, dove lo ha raggiunto il mandato di cattura internazionale spiccato dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta “Cento anni di storia” contro la cosca Piromalli. Latitante da almeno 4 anni, il faccendiere nei giorni scorsi è stato condannato a 11 anni di carcere.

Il suo nome era comparso nelle carte del sostituto procuratore Roberto Di Palma. Sulle tracce di un emissario dei Piromalli, Gioacchino Arcidiaco, gli investigatori si erano imbattuti nel personaggio che doveva aprire alla ‘ndrangheta la porta della politica che conta, quella di Forza Italia attraverso Marcello Dell’Utri, che non risulta iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Reggio. È con il fedelissimo di Berlusconi che l’esponente mafioso di Gioia Tauro si sarebbe dovuto incontrare a Milano dopo essere stato istruito da Miccichè. ”La Piana è cosa nostra… – il faccendiere spiegava ad Arcidiaco cosa dire a Dell’Utri – Fagli capire che il porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi… fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi. Fagli capire che in Calabria o si muove sulla jonica o si muove sulla tirrenica o si muove al centro ha sempre bisogno di noi”.

Stando all’inchiesta della Distrettuale di Reggio, la ‘ndrangheta avrebbe offerto di procurare circa 50mila voti truccando le schede bianche degli elettori italiani all’estero. La contropartita sarebbe stata un versamento di 200mila euro, le pretese dei Piromalli circa i benefici sull’applicazione del 41 bis ai boss detenuti e la revisione di alcuni processi.

Le elezioni politiche del 2008 stavano andando male per il centrodestra. Ed ecco che, anche in quell’occasione, Aldo Micciche’ aveva la soluzione in mano: fare un rogo con le schede elettorali degli italiani residenti in Venezuela.

“Stiamo perdendo, le ho bruciate tutte” è il contenuto della telefonata tra il faccendiere calabrese e il suo interlocutore italiano, Filippo Fani, dirigente del Pdl e stretto collaboratore di Barbara Contini, all’epoca capolista a Napoli dei berluscones. Miccichè era preoccupato per il partito: “Ti dico delle cose molto riservate. Mi sono trovato questa notte a dover, non avevo vie d’uscita, perché non me li potevano consegnare… di distruggerle, chiaro o no?… A Barbara questa notizia devi dargliela in via segretissima, che viene dai servizi di sicurezza”.

“Ciao Marcello, sono Aldo, Aldo Miccichè. Posso darti una mano qui in Sudamerica?”. Le indagini si sono intrecciate con i fascicoli di altre procure che hanno registrato alcune telefonate tra il senatore e il faccendiere, un calabrese di Maropati ex dirigente della Democrazia cristiana (è stato segretario provinciale a Reggio negli anni ’80) oggi diventato un imprenditore del petrolio in Venezuela dove è al centro di operazioni finanziarie assieme al figlio di Dell’Utri. Giornalista e sedicente deputato (così si faceva chiamare anche se non è mai stato eletto al Parlamento, ndr), Miccichè è rimasto coinvolto in numerose inchieste: da quella sulla vendita di centinaia di case prefabbricate destinate ai terremotati dell’Irpinia a quella per un finanziamento di 800 milioni di lire ottenuto da una banca svizzera con una documentazione falsa. Sarebbe stato, inoltre, in contatto anche con la banda della Magliana. È intervenuto, infatti, in favore di un detenuto del gruppo criminale romano in cambio di 25 milioni di lire. Rapporti, questi, emersi nell’ambito del processo per l’omicidio di Mino Pecorelli durante il quale un pentito, Maurizio Abbatino, aveva riferito circa il tentativo di aggiustare la posizione processuale di uno degli imputati.

Ritornando al suo arresto, i magistrati reggini non vedono l’ora di poterlo interrogare e chiedergli degli intrecci tra la ‘ndrangheta e la politica. Il nome di Dell’Utri non è l’unico finito nelle carte della Dda. I Piromalli avrebbero tentato, senza riuscirci, di “avvicinare” anche l’entourage dell’ex ministro Clemente Mastella. ”Aspettiamo che Miccichè rientri in Italia”, è l’unico commento rubato in Procura: “Fino a quel momento non dimentichiamo che è sempre un personaggio camaleontico”.
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Distruzione di Scuola e Università = Distruzione della Cultura


Non posso che trovrami d'accordo su quanto ho letto poco fa in un social network, perciò copio/incollo. Che ne pensate?

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Non credo affatto che la continuità sia dovuta al bisogno di rattoppare che molti adducono per giustificare le vergogne del governo Monti; non capisco dove siano finiti i detrattori della Gelmini: la continuità dovrebbe essere presente anche in questa condotta critica; ma - per quanto Quella mi fosse invisa ché la trovavo intollerabilmente ignorante e inaccettabile per quel ruolo istituzionale - non riscontro affatto una preparazione superiore nell'improvvisato Profumo. 
Altresì dico che proprio non mi capacito, per logica, di come un organico di "gente che ha studiato" non ritenga opportuno tutelare i diritti dei giovani italiani che intendono fare altrettanto laddove i colleghi del governo B., armati di ignoranza, tagliavano con grande successo di pubblico. Azzardo una spiegazione: lo scellerato governo B. tagliava sulla cultura non per impedire agli italiani di pensare (basta citare a sproposito Gramsci!), ché già bastava la televisione e il lavaggio del cervello - come insegna Pasolini - era in corso ben da prima che il nanetto si affacciasse sulla ribalta della vita politica italiana, bensì perché riteneva inutili gli investimenti in quel settore; ricordate le parole di Tremonti, sì? E ovvio, c'era tutto l'appoggio dei vaccari della Lega Nord. L'attuale oligarchia bocconiana, non ha alcun interesse a che si formino e trovino il lecito sbocco lavorativo giovani più preparati di loro, specie se provenienti da università pubbliche: lederebbe troppo gli interessi di una classe sociale (che non è la Borghesia come leggo delirare nelle bacheche di improvvisati socialisti de noaltri: la borghesia in Italia è morta con Mazzini e i giovani che hanno reso possibile il miracolo del Risorgimento italiano. Consiglio la rilettura di Marx con occhi e conoscenze storiche post seconda guerra mondiale) insediata già da secoli nelle poltrone di "reggi redini" della politica mondiale (non è esclusivo appannaggio dell'Italia). Come potrebbero, questo sparuto manipolo di ricchi che si tramandano per Legge Salica cattedre universitarie (ricordate i quattro professori - mamma, papà, figlio e figlia - tutti ben piazzati alla facoltà di medicina della Sapienza di Roma?) o la potente "corporazione dei notai" continuare indisturbati su un sentiero che percorrono da centinai d'anni? (non esagero eh? a Venezia, per fare un esempio, i rampolli della famiglia Candiani, esercitano la professione dal 1200!). 
Se esco dall'Università di Sassari, perché dovrei ambire a un posto dirigenziale pari a quello garantito a un fresco neolaureato della Bocconi ed ai figli dei suoi figli? A me questo "sistema meritocratico per ricchi" fa abbastanza schifo: cioè si riconoscono i meriti solo a chi ha i soldi. A Harvard un anno all'università costa poco meno di 60 mila dollari. Un anno. E anche il discorso sui cervelli in fuga, ottimo strumento nelle mani dell'attuale governo, così può scaricare le proprie pendenze e deficienze su chi l'ha preceduto, mi provoca abbastanza disgusto: chi si può permettere di andare a fare un master nei grandi atenei oltreoceano può farlo perché ha i soldi. 
Così il sistema favorisce sempre e solo i figli dei nostri cari ministri e accoliti, la upper class milanese e romana, quelli che per intenderci sono stati chiamati a ricoprire il ruolo di ministro per amicizia e non per competenze, e per tenere ben saldo nelle mani della cerchia di conoscenze di Mario Monti il potere. Questo non è un discorso veterosocialista/comunista, non sto parlando di metalmeccanici qui, sto parlando di milioni di giovani italiani che abbandonano gli studi perché vedono che per quanto studino per loro non ci sarà mai spazio. 
E i tagli alla cultura - quindi scuola, università, beni culturali - li trovo a maggior ragione inaccettabili in un Paese che potrebbe "vivere di sola cultura", che detiene il 14% dei siti culturali, ovvero il 6% del patrimonio culturale mondiale (e pensate a quanto è piccola l'Italia!), che ha grandi tradizioni di studio, le più antiche università del mondo e una cultura millenaria. Ecco, ciò che non viene tagliato in politica (leggetevi, visto che sono stati resi trasparenti i guadagni del presidente della repubblica), viene falciato nel settore Scuola/Università/Cultura. Dove sono i nemici della Gelmini? Non credono che, mettendo un attimo da parte il cognome e il sesso dell'ex ministro del governo b. e la sua antipatia, per carità, il signor Profumo sia della stessa genia?
(F.P.) riferito a:
 

La continuità Gelmini-Monti

di Guglielmo Forges Davanzati

Fatti salvi possibili interventi correttivi, peraltro tempestivamente sollecitati dal Consiglio Universitario Nazionale, la “spending review” inciderà sull’Università pubblica su due aspetti: il blocco del reclutamento e l’aumento delle contribuzioni studentesche. Per quanto riguarda il primo aspetto, si dispone che – senza ridurre ulteriormente i finanziamenti alle Università pubbliche – le Università potranno utilizzare le risorse delle quali dispongono come meglio credono tranne che per nuove assunzioni. Per quanto riguarda il secondo aspetto, si abolisce il vincolo del 20% del Fondo di finanziamento ordinario (FFO) come limite alla tassazione degli studenti.

Si tratta di due provvedimenti che si inseriscono coerentemente lungo la linea della “cura dimagrante” imposta all’Università pubblica a seguito delle massicce decurtazioni di fondi che hanno accompagnato la c.d. riforma Gelmini. La domanda che occorre porsi è dunque: perché da almeno quattro anni il sistema formativo e della ricerca è considerato un inutile aggravio per le finanze pubbliche? Si osservi che non è possibile rispondere appellandosi alla (presunta) necessità di mettere in atto politiche di austerità, dal momento che la decurtazione di fondi imposta alle Università pubbliche è iniziata ben prima dell’attuazione di queste ultime.

Si può partire da una constatazione. La ‘riforma Gelmini’, di fatto, è stata costruita intorno a due criteri, in larga misura ereditati dalle precedenti (ma più modeste) riforme: formazione e ricerca devono avere un riscontro di breve periodo e soprattutto devono rispondere a una logica, per così dire, di mercato, stando alla quale ciò che conta è che il sistema formativo produca laureati immediatamente occupabili.

A ciò si è aggiunta una massiccia campagna mediatica di delegittimazione dell’Istituzione, che ha contribuito a legittimare una rilevantissima decurtazione di fondi. Su queste basi, diviene razionale ridurre il finanziamento della ricerca scientifica, dal momento che, per assunto, questa è gestita secondo criteri baronali (e, dunque, non meritocratici), così come diviene irrazionale spendere più denaro pubblico per potenziare l’offerta didattica, dal momento che l’Università italiana produce laureati che, nella gran parte dei casi, non servono alle imprese.

Mentre la prima argomentazione è tutta da dimostrare (e può essere vera per singoli casi), la seconda argomentazione corrisponde al vero. Su fonte Almalaurea, si registra che dal 2004 al 2010 la percentuale di lavoratori con alto livello di istruzione assunti dalle imprese italiane si è costantemente ridotta, in controtendenza rispetto a tutti gli altri Paesi dell’eurozona. Si osservi che questo fenomeno non è imputabile alla crisi in corso ed è, dunque, da ritenersi strutturale. A ciò si può aggiungere il drastico calo delle immatricolazioni nelle Università italiane e l’elevato numero di abbandoni: fenomeni evidentemente motivati dal fatto che molti giovani italiani hanno imparato che studiare non conviene.

Alcuni dati possono dar conto dell’entità del fenomeno: il CNVSU - Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario - ha evidenziato che, nell’anno accademico 2010-2011, si sono immatricolati in Università italiane meno di 6 individui su 10 giovani diplomati. Nel Rapporto OCSE 2010 (“Education at a Glance”) si legge che il numero degli studenti universitari che conclude il percorso di studi si aggira attorno al 30%. Si osservi che ciò accade in un contesto nel quale è già modesto il numero di immatricolati e di laureati. L’Eurostat rileva che, a riguardo, l’Italia è ben al di sotto della media europea: nel 2011 la percentuale di laureati sul totale della forza-lavoro in età compresa fra i 30 e i 34 anni in Italia si è attestato, in Italia, al 20,3%, a fronte di una media europea del 34,6%, con Paesi che superano il 40% (Gran Bretagna, Francia e Spagna).

Si può poi ricordare che la Commissione Europea raccomanda a tutti i Paesi membri l’adozione di misure che agevolino l’aumento del numero di laureati, portandolo almeno al 40% nel 2020. Con crescita demografica pressoché nulla e costante riduzione del numero di abbandoni, appare molto verosimile prevedere che questo obiettivo non solo non verrà raggiunto, e che da questo ci si allontanerà molto rapidamente.

Come è stato messo in evidenza (http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-che-piace-a-confindustria/; http://www.roars.it/online/?p=9255), il problema italiano deriva dal fatto che le nostre imprese – in gran parte di piccole dimensioni, scarsamente internazionalizzate e poco innovative – non esprimono una rilevante domanda di lavoro qualificato, con il risultato che un numero consistente e crescente di giovani italiani con elevato livello di istruzione viene assunto in condizione di sottoccupazione intellettuale o resta disoccupato o emigra.

Su fonte Almalaurea, si registra che la capacità attrattiva dei nostri atenei è notevolmente bassa - solo il 3.3% degli studenti iscritti provengono dall’estero – mentre è in notevole aumento il numero di studenti italiani che migrano verso Università estere. L’Italia è fra i pochissimi Paesi OCSE nel quale il numero degli studenti che emigra verso università di altri Paesi è superiore al numero di quelli che accoglie.La fondazione “Migrantes” stima che, al 2011, sono oltre 60.000 gli studenti italiani in Università estere, dei quali circa 18.000 partecipano a programmi Erasmus.

Non vi è dubbio che disinvestire nella ricerca significa porre una grave ipoteca sulla crescita futura. Ma vi è di più. Il combinato della ‘riforma Gelmini’ e delle disposizioni della spending review rischia di generare una spirale perversa che si articola in questo modo. La decurtazione di fondi alle Università italiane (così come il blocco del reclutamento, in una condizione di esponenziale aumento dei pensionamenti) peggiora la qualità dei servizi offerti, con conseguente perdita di valore del titolo di studio. Ciò accresce la convenienza, da parte delle imprese italiane, a non assumere laureati, con due esiti: cresce il numero di abbandoni (e si riducono le immatricolazioni) e, contestualmente, aumenta il numero di iscrizioni in Università estere. Con ogni evidenza, il primo fenomeno riguarda individui provenienti da famiglie con basso reddito, mentre il secondo riguarda giovani provenienti da famiglie con reddito elevato. La combinazione di questi due fenomeni genera due esiti, entrambi di segno negativo per l’economia italiana.

1. Come è stato messo in evidenza, dal momento che una percentuale rilevante di giovani con basso reddito rinuncia agli studi, ciò contribuisce a ridurre il grado di mobilità sociale, in una condizione nella quale il grado di mobilità sociale in Italia è, insieme alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, il più basso fra i Paesi OCSE.

2. Le immatricolazioni all’estero costituiscono un trasferimento netto di potenziale produttivo – oltre che di reddito monetario – a svantaggio dell’economia italiana, generando un meccanismo perverso stando al quale i risparmi delle famiglie ricche italiane finanziano, in ultima analisi, la crescita economica di altri Paesi (dal momento che, i flussi di rientro in Italia sono pressoché nulli). Occorre aggiungere che, poiché l’Italia è, fra i Paesi OCSE, quello con la più diseguale distribuzione del reddito, e, dunque, quello dal quale possono partire i più ingenti flussi migratori di studenti (oltre che di ricercatori) verso Università estere, vi è ragionevolmente da attendersi che questa spirale sia destinata ad amplificarsi, con effetti pressoché inevitabili di aumento delle diseguaglianze sociali, di aumento dei divari regionali e di riduzione del tasso di crescita.