lunedì 30 luglio 2012

Criminali Riuniti contro Ingroia


Applicare e far rispettare la Legge, fa così paura un uomo che lavora onestamente? Più i vari Cicchitto & co. sbraitano, più è nitido il fetore di quello che comporta tutto questo loro sbattersi contro la Magistratura. Muoiono due degli ex collaboratori di Giovanni Falcone, Antonio Ingroia accetta di lavorare per l'ONU in Guatemala, per un anno. Coincidenze? Io credo di no. Credo che chi ha il vero potere in Italia abbia messo su tutto questo gran casino perché si sente (o meglio: si sentono) minacciato. E' la delinquenza che comanda, vesta essa i panni - sporchi - della mafia, della camorra, della 'ndrangheta, vesta essa i panni - finto/puliti - della P2, di CL o quant'altro. Sopra le nostre teste si muovono pedine per un gioco più grande di noi. E chi arriva a smascherare potenti e delinquenti importanti corre sempre seri rischi. Buona lattura.



Un Paese di piduisti e criminali al servizio del potere

Le accuse ad Ingroia e Scarpinato
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 25 luglio 2012

Per rispondere all’attacco di Fabrizio Cicchitto - che di onorevole ha ben poco – nei confronti di Antonio Ingroia potremo cominciare dalla definizione che maggiormente lo rappresenta: un misero piduista. Cicchitto fa parte della loggia massonica deviata più criminale e assassina della storia della Repubblica italiana. Personaggi come lui (che di fatto è un comune iscritto, una sorta di “soldato semplice”) sono al soldo di potentissimi personaggi come Licio Gelli ed altri che detengono nelle loro mani l’economia nazionale e mondiale. Uomini che spesso esercitano la violenza attraverso le stragi. Non dimentichiamo che il capo-confratello di Cicchitto, Licio Gelli, è stato condannato per depistaggio nel processo per la strage di Bologna.

L’odio viscerale che essi sprigionano nei confronti di Ingroia, Di Matteo, Scarpinato e dei loro colleghi non nasce da motivazioni personali ma da una metodologia programmata a tavolino da quegli stessi poteri che cercano con ogni mezzo di fermare la legalità e la giustizia. Quella che Cicchitto chiama “una lesione seria dello stato di diritto del nostro paese, una grave anomalia” riferendosi alla persona del procuratore Ingroia è invece lo specchio di se stesso. La “lesione seria dello stato di diritto del nostro paese” e la “grave anomalia” è esattamente che ambigui figuri come Cicchitto abbiano ancora la possibilità di rivestire incarichi politici e che dagli scranni del Parlamento continuino a vomitare i loro insulti. Personaggi come lui sono veri e propri cani che latrano per conto della mafia dei potenti dai colletti bianchi.

Altrettanto “anomalo” è che il Csm o la tanto osannata associazione nazionale magistrati continuino ad agire come Ponzio Pilato nei confronti dei magistrati più attaccati da un sistema politico marcio e corrotto fino alle fondamenta. Gli epiteti di Cicchitto nei confronti di Ingroia definito come “falsario” o “fazioso” rappresentano l’oscenità di una classe politica figlia di Licio Gelli. Ma è la frase finale del sodale di Berlusconi a lasciare maggiormente allarmati: “Nessuno può paragonare Borsellino ad Ingroia sul terreno della lotta alla mafia – ha dichiarato il piduista –. E infatti si è visto quello che è successo a Borsellino”. La frase sibillina e strisciante sembra quasi fatta apposta per profetizzare al magistrato la fine del suo maestro. Cicchitto preghi Iddio che non accada nulla di grave ad Antonio Ingroia se no rischia di finire anche lui nella lista di coloro che in “buona” o cattiva fede hanno contribuito a creare il terreno fertile per l’attuazione di eventi luttuosi. Con tutte le conseguenze che la cosa comporterà. Lo stesso dicasi per il Csm. E’ notizia di poche ore fa che il laico del Pdl Nicolò Zanon ha chiesto al Comitato di presidenza del Csm di aprire una pratica in Prima Commissione, quella competente sui trasferimenti d'ufficio dei magistrati per incompatibilità ambientale e funzionale, nei confronti del Pg di Caltanissetta Roberto Scarpinato. La ragione? Le dichiarazioni del magistrato alla commemorazione di Paolo Borsellino in via D’Amelio. In quella occasione Scarpinato ha definito “imbarazzante” partecipare alle cerimonie ufficiali per le stragi di Capaci e di via D'Amelio per la presenza “talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità”, di “personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione” dei valori di giustizia e di legalità per i quali Borsellino si è fatto uccidere; “personaggi dal passato e dal presente equivoco”, le cui vite “emanano quel puzzo del compromesso morale” e attorno a cui si accalcano “piccoli e grandi maggiordomi del potere, questuanti pronti a piegare la schiena e a barattare l'anima”. L’azione di Nicolò Zanon rientra a pieno titolo nella definizione di Scarpinato al quale va tutta la nostra solidarietà, così come nei confronti di Antonio Ingroia.

I “maggiordomi del potere” eseguono ordini impartiti da altri con il beneplacito di quegli organi istituzionali che – ribadiamo – dovrebbero invece difendere i magistrati più esposti. Il “gioco grande” già individuato da Falcone e Borsellino continua imperterrito a muoversi sulle nostre teste cercando di bloccare questi uomini “giusti”, veri eredi di Falcone e Borsellino, che stanno cercando di smascherarlo. Sempre di più è necessario che la parte sana del nostro Paese faccia sentire la propria indignazione. Prima che vengano attuati definitivamente i piani dei piduisti rimasti al potere. Uno di questi sarebbe senz’altro quello di ordinare o “chiedere cortesemente” alla piccola ma terribile banda corleonese rimasta in piedi e capitanata dal signor Matteo Messina Denaro una strage. Una strage di Stato per annientare definitivamente la speranza degli italiani onesti. Dobbiamo fermarli, costi quel che costi, con le armi della protesta civile e soprattutto con quella maledetta-benedetta matita che si usa nelle cabine elettorali.


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Chi ha paura di Antonio Ingroia?


di Vittorio Teresi* - 24 luglio 2012

Chi ha paura di Antonio Ingroia? Perché il leader di un partito si spinge a dire che, se fosse indagato da lui, avrebbe timore? Perché, dopo le numerose contumelie, Antonio viene definito pazzo da un senatore imputato a Palermo? Cosa si contesta a Ingroia?

Lo conosco da più di 20 anni, sono suo amico e ho sempre ammirato la sua altissima professionalità, il rigore e la capacità di andare fino in fondo in tutte le sue inchieste, fra cui alcune delle più delicate della Procura di Palermo: i processi a Contrada, all’ex senatore Inzerillo e a Dell’Utri, per citare solo i più noti. Questo impegno lo ha sempre portato a una sovraesposizione personale e mediatica. Spesso i commentatori non imparziali (la stragrande maggioranza), più che contestare il contenuto dei processi, la valenza delle prove, attaccavano Antonio con considerazioni personali, pesanti apprezzamenti e accuse fra le più cocenti per un magistrato: uso politico della giustizia, follia, finalità eversive.

I progressi dell’indagine sulla trattativa, che fa da sfondo alle stragi e in modo particolare a quella di via D’Amelio, hanno segnato il punto più alto (e più intollerabile) degli attacchi. Per difendersi, rimanere indifferente e non farsi travolgere dalla logica dello scontro diretto e permanente, Antonio ha scelto la via dell’autodifesa pubblica con interviste, scritti, partecipazioni a manifestazioni, programmi tv e radio, dibattiti anche marcatamente di parte e di partiti. E lì ha sempre cercato di ragionare sul fondamento delle sue inchieste, senza mai parlare apertamente del loro contenuto, semmai fornendo un punto di vista ragionato e autorevole sulle ragioni per le quali non si può, in una democrazia compiuta, fermarsi di fronte nell’accertamento della verità dei fatti-reato, anche quando investono persone che occupano cariche pubbliche di grande rilievo.

IL NOSTRO sistema giudiziario, fondato sul principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, che ha come indefettibile corollario quello della obbligatorietà dell’azione penale, impone a tutti i pm di procedere nel pieno rispetto delle leggi e prima ancora della Costituzione. La migliore riprova della bontà delle inchieste di Ingroia sta nell’analisi dei loro esiti. Contrada è stato condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa; così anche Inzerillo; Dell’Utri deve ancora affrontare il giudizio di rinvio deciso dalla Cassazione, dopo una doppia condanna nei giudizi di merito. L’esistenza della trattativa, quale sfondo fosco della stagioni delle stragi del 1992-‘93, è stata confermata in una sentenza della Corte di Assise di Firenze... Ce n’è abbastanza per dire che Ingroia è un bravo magistrato che non prende lucciole per lanterne: le sue ipotesi accusatorie non sono campate in aria, il complesso probatorio acquisito ha una sua piena dignità, al punto da dovere essere sottoposta all’esame dei giudici.

Ma allora cosa si contesta a Ingroia? Perché molti ambienti politici continuano ad additarlo come un esempio negativo di magistrato di cui diffidare e avere paura? Anche in certi ambienti giudiziari, locali e nazionali, l’attività e l’esposizione mediatica di Antonio non è proprio apprezzata, anzi spesso è criticata più o meno apertamente. Come nei periodi più bui della campagna di delegittimazione del “pool antimafia” di Falcone e Borsellino, in alcuni settori dell’establishment politico e giudiziario Antonio è inviso se non odiato. Eppure è uno dei magistrati più popolari e apprezzati d’Italia, almeno da parte di amplissime fasce di quell’opinione pubblica attenta e vigile che ha perso del tutto la fiducia in quei rappresentanti della politica impresentabili, autoreferenziali, lontani dalla gente e dal suo bisogno di cambiamento e trasparenza. E che vede in Ingroia un personaggio fuori dal comune, una speranza collettiva per affermare i principi dello Stato di diritto.
Perciò affiorano sempre più frequenti allusioni a suoi presunti interessi politici e “di parte”: paradossali a proposito di una persona normale come Antonio, grande magistrato, attento, rispettoso delle leggi, per nulla disposto a svendere i suoi principi per strumentalizzare il suo lavoro. Cosa spaventa i suoi detrattori? Forse la sua “normale” onestà? La sua incrollabile fede nel-l’uguaglianza e nella legge? Mi son convinto che chi teme Antonio ha ben chiara una sua dote, particolare e rara, che ho trovato solo in Giovanni Falcone: la stoffa del leader. Quella di chi fa un lavoro difficile, di grande responsabilità, con serietà e professionalità, trascinando tutti coloro che lavorano con lui. E la capacità di farsi apprezzare, comunicare e padroneggiare i mezzi d’informazione: nei dibattiti tv e non, difficilmente soccombe dinanzi ai professionisti dei media, agli interlocutori urlanti e inconcludenti.

COME TUTTI coloro che hanno la stoffa del leader, Antonio suscita sentimenti contrastanti: l’invidia e la gelosia coltivate attraverso campagne di denigrazione e delegittimazione, furibondi attacchi personali o, peggio, frasi sussurrate nei corridoi per tentare di isolarlo, renderlo inviso a chi lo frequenta, minare la sua credibilità nella speranza di suscitare sfiducia nelle sue capacità professionali. Se tutto ciò avvenisse in un paese normale, poco male: sarebbe solo l’innocuo frutto del contrasto personale tra uno stuolo di mediocri e un serio e onesto servitore dello Stato. Ma purtroppo l’Italia delle trattative e delle stragi di mafia è un paese pericoloso, che vuole crescere nella mediocrità e nell’ignavia, e preferisce convivere con la mafia piuttosto che lottare per sconfiggerla. E la Sicilia è ancora meno normale, e Palermo lo è ancora meno. Ecco perché Antonio ha scelto di difendersi parlando: ha ben presente la pericolosità di Palermo, della Sicilia e del Paese, per questo si è affidato alla gente, ha comunicato con schiettezza e onestà chi è, come interpreta il suo ruolo di magistrato, su quali principi fonda il suo lavoro e la sua stessa vita. E la gente lo ha accolto. Il potere sembra invece volere espellerlo, quindi la sua posizione è estremamente complessa e rischiosa.

Ma, siccome ha la stoffa del leader, non importa se si prende una parentesi di un anno per fare altrove ciò che fa egregiamente qui. Scelga liberamente cosa fare, nessuno tra coloro che lo apprezzano dirà che fugge: ciò che dirà chi non lo apprezza non ha alcuna importanza. L’offerta fattagli dall’Onu per un incarico di grande responsabilità in Guatemala conferma le sue qualità: per quel ruolo non serve solo un buon magistrato (l’Onu ne troverebbe a bizzeffe); occorre anche la capacità di essere e apparire credibile, di farsi seguire dai propri collaboratori. In un parola, la stoffa del leader. Antonio ce l’ha: in Guatemala l’han capito e vogliono averlo con sé. Anche qui l’abbiamo capito e per questo molti lo temono. Io lo vorrei ancora qui e vorrei chiedergli di rimanere. Ma non al prezzo che è costretto a pagare oggi. Non con i rischi ai quali mi sembra esposto. Perché lo voglio ancora qui quando avrà finito la sua missione in Guatemala.

* Procuratore aggiunto e Segretario Anm Palermo

1 commento:

  1. Non voglio chiamarlo martire, lo voglio vivo e nel MIO paese per combattere i criminali!

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