martedì 24 luglio 2012

Distruzione di Scuola e Università = Distruzione della Cultura


Non posso che trovrami d'accordo su quanto ho letto poco fa in un social network, perciò copio/incollo. Che ne pensate?

* * * * *

Non credo affatto che la continuità sia dovuta al bisogno di rattoppare che molti adducono per giustificare le vergogne del governo Monti; non capisco dove siano finiti i detrattori della Gelmini: la continuità dovrebbe essere presente anche in questa condotta critica; ma - per quanto Quella mi fosse invisa ché la trovavo intollerabilmente ignorante e inaccettabile per quel ruolo istituzionale - non riscontro affatto una preparazione superiore nell'improvvisato Profumo. 
Altresì dico che proprio non mi capacito, per logica, di come un organico di "gente che ha studiato" non ritenga opportuno tutelare i diritti dei giovani italiani che intendono fare altrettanto laddove i colleghi del governo B., armati di ignoranza, tagliavano con grande successo di pubblico. Azzardo una spiegazione: lo scellerato governo B. tagliava sulla cultura non per impedire agli italiani di pensare (basta citare a sproposito Gramsci!), ché già bastava la televisione e il lavaggio del cervello - come insegna Pasolini - era in corso ben da prima che il nanetto si affacciasse sulla ribalta della vita politica italiana, bensì perché riteneva inutili gli investimenti in quel settore; ricordate le parole di Tremonti, sì? E ovvio, c'era tutto l'appoggio dei vaccari della Lega Nord. L'attuale oligarchia bocconiana, non ha alcun interesse a che si formino e trovino il lecito sbocco lavorativo giovani più preparati di loro, specie se provenienti da università pubbliche: lederebbe troppo gli interessi di una classe sociale (che non è la Borghesia come leggo delirare nelle bacheche di improvvisati socialisti de noaltri: la borghesia in Italia è morta con Mazzini e i giovani che hanno reso possibile il miracolo del Risorgimento italiano. Consiglio la rilettura di Marx con occhi e conoscenze storiche post seconda guerra mondiale) insediata già da secoli nelle poltrone di "reggi redini" della politica mondiale (non è esclusivo appannaggio dell'Italia). Come potrebbero, questo sparuto manipolo di ricchi che si tramandano per Legge Salica cattedre universitarie (ricordate i quattro professori - mamma, papà, figlio e figlia - tutti ben piazzati alla facoltà di medicina della Sapienza di Roma?) o la potente "corporazione dei notai" continuare indisturbati su un sentiero che percorrono da centinai d'anni? (non esagero eh? a Venezia, per fare un esempio, i rampolli della famiglia Candiani, esercitano la professione dal 1200!). 
Se esco dall'Università di Sassari, perché dovrei ambire a un posto dirigenziale pari a quello garantito a un fresco neolaureato della Bocconi ed ai figli dei suoi figli? A me questo "sistema meritocratico per ricchi" fa abbastanza schifo: cioè si riconoscono i meriti solo a chi ha i soldi. A Harvard un anno all'università costa poco meno di 60 mila dollari. Un anno. E anche il discorso sui cervelli in fuga, ottimo strumento nelle mani dell'attuale governo, così può scaricare le proprie pendenze e deficienze su chi l'ha preceduto, mi provoca abbastanza disgusto: chi si può permettere di andare a fare un master nei grandi atenei oltreoceano può farlo perché ha i soldi. 
Così il sistema favorisce sempre e solo i figli dei nostri cari ministri e accoliti, la upper class milanese e romana, quelli che per intenderci sono stati chiamati a ricoprire il ruolo di ministro per amicizia e non per competenze, e per tenere ben saldo nelle mani della cerchia di conoscenze di Mario Monti il potere. Questo non è un discorso veterosocialista/comunista, non sto parlando di metalmeccanici qui, sto parlando di milioni di giovani italiani che abbandonano gli studi perché vedono che per quanto studino per loro non ci sarà mai spazio. 
E i tagli alla cultura - quindi scuola, università, beni culturali - li trovo a maggior ragione inaccettabili in un Paese che potrebbe "vivere di sola cultura", che detiene il 14% dei siti culturali, ovvero il 6% del patrimonio culturale mondiale (e pensate a quanto è piccola l'Italia!), che ha grandi tradizioni di studio, le più antiche università del mondo e una cultura millenaria. Ecco, ciò che non viene tagliato in politica (leggetevi, visto che sono stati resi trasparenti i guadagni del presidente della repubblica), viene falciato nel settore Scuola/Università/Cultura. Dove sono i nemici della Gelmini? Non credono che, mettendo un attimo da parte il cognome e il sesso dell'ex ministro del governo b. e la sua antipatia, per carità, il signor Profumo sia della stessa genia?
(F.P.) riferito a:
 

La continuità Gelmini-Monti

di Guglielmo Forges Davanzati

Fatti salvi possibili interventi correttivi, peraltro tempestivamente sollecitati dal Consiglio Universitario Nazionale, la “spending review” inciderà sull’Università pubblica su due aspetti: il blocco del reclutamento e l’aumento delle contribuzioni studentesche. Per quanto riguarda il primo aspetto, si dispone che – senza ridurre ulteriormente i finanziamenti alle Università pubbliche – le Università potranno utilizzare le risorse delle quali dispongono come meglio credono tranne che per nuove assunzioni. Per quanto riguarda il secondo aspetto, si abolisce il vincolo del 20% del Fondo di finanziamento ordinario (FFO) come limite alla tassazione degli studenti.

Si tratta di due provvedimenti che si inseriscono coerentemente lungo la linea della “cura dimagrante” imposta all’Università pubblica a seguito delle massicce decurtazioni di fondi che hanno accompagnato la c.d. riforma Gelmini. La domanda che occorre porsi è dunque: perché da almeno quattro anni il sistema formativo e della ricerca è considerato un inutile aggravio per le finanze pubbliche? Si osservi che non è possibile rispondere appellandosi alla (presunta) necessità di mettere in atto politiche di austerità, dal momento che la decurtazione di fondi imposta alle Università pubbliche è iniziata ben prima dell’attuazione di queste ultime.

Si può partire da una constatazione. La ‘riforma Gelmini’, di fatto, è stata costruita intorno a due criteri, in larga misura ereditati dalle precedenti (ma più modeste) riforme: formazione e ricerca devono avere un riscontro di breve periodo e soprattutto devono rispondere a una logica, per così dire, di mercato, stando alla quale ciò che conta è che il sistema formativo produca laureati immediatamente occupabili.

A ciò si è aggiunta una massiccia campagna mediatica di delegittimazione dell’Istituzione, che ha contribuito a legittimare una rilevantissima decurtazione di fondi. Su queste basi, diviene razionale ridurre il finanziamento della ricerca scientifica, dal momento che, per assunto, questa è gestita secondo criteri baronali (e, dunque, non meritocratici), così come diviene irrazionale spendere più denaro pubblico per potenziare l’offerta didattica, dal momento che l’Università italiana produce laureati che, nella gran parte dei casi, non servono alle imprese.

Mentre la prima argomentazione è tutta da dimostrare (e può essere vera per singoli casi), la seconda argomentazione corrisponde al vero. Su fonte Almalaurea, si registra che dal 2004 al 2010 la percentuale di lavoratori con alto livello di istruzione assunti dalle imprese italiane si è costantemente ridotta, in controtendenza rispetto a tutti gli altri Paesi dell’eurozona. Si osservi che questo fenomeno non è imputabile alla crisi in corso ed è, dunque, da ritenersi strutturale. A ciò si può aggiungere il drastico calo delle immatricolazioni nelle Università italiane e l’elevato numero di abbandoni: fenomeni evidentemente motivati dal fatto che molti giovani italiani hanno imparato che studiare non conviene.

Alcuni dati possono dar conto dell’entità del fenomeno: il CNVSU - Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario - ha evidenziato che, nell’anno accademico 2010-2011, si sono immatricolati in Università italiane meno di 6 individui su 10 giovani diplomati. Nel Rapporto OCSE 2010 (“Education at a Glance”) si legge che il numero degli studenti universitari che conclude il percorso di studi si aggira attorno al 30%. Si osservi che ciò accade in un contesto nel quale è già modesto il numero di immatricolati e di laureati. L’Eurostat rileva che, a riguardo, l’Italia è ben al di sotto della media europea: nel 2011 la percentuale di laureati sul totale della forza-lavoro in età compresa fra i 30 e i 34 anni in Italia si è attestato, in Italia, al 20,3%, a fronte di una media europea del 34,6%, con Paesi che superano il 40% (Gran Bretagna, Francia e Spagna).

Si può poi ricordare che la Commissione Europea raccomanda a tutti i Paesi membri l’adozione di misure che agevolino l’aumento del numero di laureati, portandolo almeno al 40% nel 2020. Con crescita demografica pressoché nulla e costante riduzione del numero di abbandoni, appare molto verosimile prevedere che questo obiettivo non solo non verrà raggiunto, e che da questo ci si allontanerà molto rapidamente.

Come è stato messo in evidenza (http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-che-piace-a-confindustria/; http://www.roars.it/online/?p=9255), il problema italiano deriva dal fatto che le nostre imprese – in gran parte di piccole dimensioni, scarsamente internazionalizzate e poco innovative – non esprimono una rilevante domanda di lavoro qualificato, con il risultato che un numero consistente e crescente di giovani italiani con elevato livello di istruzione viene assunto in condizione di sottoccupazione intellettuale o resta disoccupato o emigra.

Su fonte Almalaurea, si registra che la capacità attrattiva dei nostri atenei è notevolmente bassa - solo il 3.3% degli studenti iscritti provengono dall’estero – mentre è in notevole aumento il numero di studenti italiani che migrano verso Università estere. L’Italia è fra i pochissimi Paesi OCSE nel quale il numero degli studenti che emigra verso università di altri Paesi è superiore al numero di quelli che accoglie.La fondazione “Migrantes” stima che, al 2011, sono oltre 60.000 gli studenti italiani in Università estere, dei quali circa 18.000 partecipano a programmi Erasmus.

Non vi è dubbio che disinvestire nella ricerca significa porre una grave ipoteca sulla crescita futura. Ma vi è di più. Il combinato della ‘riforma Gelmini’ e delle disposizioni della spending review rischia di generare una spirale perversa che si articola in questo modo. La decurtazione di fondi alle Università italiane (così come il blocco del reclutamento, in una condizione di esponenziale aumento dei pensionamenti) peggiora la qualità dei servizi offerti, con conseguente perdita di valore del titolo di studio. Ciò accresce la convenienza, da parte delle imprese italiane, a non assumere laureati, con due esiti: cresce il numero di abbandoni (e si riducono le immatricolazioni) e, contestualmente, aumenta il numero di iscrizioni in Università estere. Con ogni evidenza, il primo fenomeno riguarda individui provenienti da famiglie con basso reddito, mentre il secondo riguarda giovani provenienti da famiglie con reddito elevato. La combinazione di questi due fenomeni genera due esiti, entrambi di segno negativo per l’economia italiana.

1. Come è stato messo in evidenza, dal momento che una percentuale rilevante di giovani con basso reddito rinuncia agli studi, ciò contribuisce a ridurre il grado di mobilità sociale, in una condizione nella quale il grado di mobilità sociale in Italia è, insieme alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, il più basso fra i Paesi OCSE.

2. Le immatricolazioni all’estero costituiscono un trasferimento netto di potenziale produttivo – oltre che di reddito monetario – a svantaggio dell’economia italiana, generando un meccanismo perverso stando al quale i risparmi delle famiglie ricche italiane finanziano, in ultima analisi, la crescita economica di altri Paesi (dal momento che, i flussi di rientro in Italia sono pressoché nulli). Occorre aggiungere che, poiché l’Italia è, fra i Paesi OCSE, quello con la più diseguale distribuzione del reddito, e, dunque, quello dal quale possono partire i più ingenti flussi migratori di studenti (oltre che di ricercatori) verso Università estere, vi è ragionevolmente da attendersi che questa spirale sia destinata ad amplificarsi, con effetti pressoché inevitabili di aumento delle diseguaglianze sociali, di aumento dei divari regionali e di riduzione del tasso di crescita. 


Nessun commento:

Posta un commento