domenica 8 luglio 2012

La Questione Sarda

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di Isidoro Aiello
 

Nei giorni scorsi migliaia di sardi hanno aderito alla manifestazione organizzata dal movimento sindacale unitario sulla annosa vertenza lavoro e sul rilancio dell'economia isolana. Iniziativa sicuramente lodevole, che voleva richiamare l’attenzione di chi ha la responsabilità del governo regionale sul diritto, ora negato, al lavoro e sulla dignità calpestata dei cittadini sardi. Certamente la Sardegna attraversa una crisi che non ha eguale dagli anni sessanta. Tuttavia se il movimento sindacale non dovesse avere la capacità di compiere una radicale revisione delle proprie strategie ed altrettanto non dovesse fare la classe dirigente sarda nel suo complesso, questa resterà una crisi più o meno drammatica che continuerà ad avvitarsi su se stessa.

E' dunque necessaria una analisi che prenda in considerazione le ragioni storiche, culturali, economiche e politiche che sottendono la questione sarda. La cultura agro-pastorale dominante, è caratterizzata da fierezza personale, codici di comportamento arcaici, che negli anni della società dei consumi hanno subito una evidente degenerazione, tale da perdere il ruolo di regolamentare i rapporti sociali. E' una cultura profondamente individualista, fondata sulla compattezza della famiglia e del clan, che comporta una sostanziale incapacità ad unirsi per difendere interessi comuni. Nel contempo non è venuto meno né il senso di ospitalità verso il forestiero, né l'atteggiamento di sudditanza, storicamente subita dal popolo sardo, nei confronti di dominatori forestieri. Nel dopo guerra sono calati in Sardegna, con il consenso e dietro sollecitazione dei responsabili politici locali, imprenditori spregiudicati ed ottimi imbonitori, che dopo aver costruito imprese con le risorse finanziarie destinate, alla “Rinascita” della Sardegna, sono andati via, talora senza neppure iniziare la propria attività. Nell'entusiasmo di un rapida industrializzazione della Sardegna e della costruzione di una classe operaia consapevole, i sindacati e le autorità politiche hanno favorito anche la calata dei petrolieri per costruire grandi impianti di raffinazione, prevalentemente in zone costiere, ma anche in aree centrali come Ottana, che hanno creato inizialmente migliaia di posti di lavoro, ma con la ferrea logica del profitto e dello sfruttamento, senza mai prestare attenzione all'ambiente, alla sicurezza dei lavoratori ed alla salvaguardia della salute delle popolazioni che abitavano nelle aree circostanti. Finiti i soldi pubblici ed i grandi profitti speculativi, inesorabilmente è iniziato la dismissione delle attività produttive e gli inevitabili licenziamenti, fino alla chiusura quasi completa degli impianti di Porto Torres ed Ottana, anche se gestiti da società con quota societaria controllata dallo stato. Queste società con capitale pubblico, più delle altre, avrebbero dovuto avere rispetto dell’occupazione e della salvaguardia della salute e dell’ambiente, entrambi diritti costituzionali. Queste multinazionali sono andate via dalla Sardegna, lasciando opere di archeologia industriale di pessima qualità, neppure sfruttabili in termini turistici, un inquinamento del territorio e delle falde, che non ha eguale in Europa, come nell’area di Porto Torres, disoccupazione, povertà ed un incremento di malattie connesse con l’inquinamento ambientale (tumori, leucemie, malattie endocrine, cardiovascolari, polmonari, degenerative del sistema nervoso ed autoimmuni) assai più elevato rispetto alle popolazioni sarde residenti in territori non inquinati della Sardegna.

Al contrario di quanto è accaduto per gli impianti petrolchimici del nord e del centro della Sardegna, prevalentemente di proprietà di società partecipate, è rimasta completamente in attività la più grande raffineria d'Europa, interamente privata, appartenente alla famiglia Morati, che a fronte di poche migliaia di posti di lavoro, indotto compreso, rappresenta a tutt’oggi uno dei punti cruciali, certamente il più importante, che impedisce alla Sardegna di programmare un nuovo modello di sviluppo sostenibile, che valorizzi le nostre peculiarità e garantisca benessere reale a tutti i sardi. La raffineria di Sarroch, che produce l’80% del prodotto interno lordo della Sardegna, ha determinato l’uscita della nostra isola dall’obbiettivo 1 Europeo, riducendo grandemente la possibilità di costruire le infrastrutture necessarie per una crescita economica sostenibile. I sardi devono dunque chiedere ai propri dirigenti quali vantaggi reali arrechi all’economia isolana questa attività produttiva, che lascia in loco solo qualche milione di euro derivante dalle accise relative alle benzine, al gas ed al gasolio consumati in Sardegna, mentre se l’azienda pagasse per tutto ciò che produce, pari al 60% delle necessità italiane, senza considerare le esportazione oltre oceano, dovrebbe dare alla regione Sardegna circa 7 miliardi di euro l’anno.

Inoltre per effetto della legislazione italiana, il famigerato CIP 6, che recepisce a vantaggio dei petrolieri e di altri speculatori la normativa europea sulla produzione di energia da fonti rinnovabili, secondo la quale vengono assimilate alle fonti rinnovabili tra le altre ( vedi i rifiuti solidi urbani ) anche il TAR, olio pesante tossico residuato della raffinazione del petrolio, che invece di essere trattato come rifiuto pericoloso, viene bruciato in una termo-centrale, di proprietà della famiglia Moratti, con la quale viene prodotta circa la metà dell’energia quotidianamente usata in Sardegna, 530.000 MW. Questa, essendo prodotta da fonti assimilate alle energie rinnovabili, oltre ad essere pagata il doppio rispetto a quella prodotta da altri soggetti ( il cui costo aggiuntivo naturalmente ricade sulla bolletta pagata dai cittadini), ha il diritto di essere immessa in rete quando il prezzo di mercato è più conveniente, con un ulteriore notevole vantaggio economico.

Per di più la situazione ambientale nell’area di Sarroch è notevolmente degradata; si hanno notizie episodiche di un notevole incremento dei tumori, delle malattie polmonari e cardiovascolari, delle malattie degenerative del sistema nervoso, delle malattie endocrine ed autoimmuni, ma nessuno studio epidemiologico, che fosse condotto con rigore scientifico, è stato programmato né dalla Regione Sardegna né dall’Istituto Superiore della Sanità per verificare se questa allarmante ipotesi fosse vera. Si sente anche parlare ( informazione naturalmente da verificare) di rimborsi milionari ad alcune famiglie di operai morti per incidenti di lavoro o prematuramente per tumore, al fine di mettere a tacere ogni possibile risonanza mediatica. Il tutto viene perpetrato nel territorio sardo che riceve come contropartita poche migliaia di posti di lavoro in un ambiente certamente malsano, ma la vera ricchezza prodotta da questa raffineria, che ammonta ad un enorme numero di miliardi di euro, non rimane in Sardegna e non arreca benefici reali alla nostra economia, eccezione fatta per quegli operai della zona che lavorano nella raffineria e nell’indotto, che fanno sì che per la loro giusta remunerazione venga messa a repentaglio la salute loro e dei loro parenti. Non è forse questa una forma di sfruttamento coloniale? E’ inutile ricordare che la Salute è un diritto Costituzionale e che niente, norma od interesse, può essere sovraordinato a questo diritto.

Infine è’ bene anche sapere che la Sarroch, attraverso l’Eni, importa pressoché dall’inizio della sua attività petrolio dalla Libia, petrolio scarsamente fluido, che per essere estratto e trasportato ha necessità di essere reso liquido con il riscaldamento e che ha la caratteristica di avere una resa notevolmente superiore ai normali brent. Per molti anni in passato la raffineria di Sarroch avrebbe calcolato la sua produzione in rapporto alla resa dei normali brent e non del petrolio Libico, ciò facendo sorgere il ragionevole dubbio che il surplus di produzione venisse usata per costituire fondi neri. Pubblio Fiori, deputato della I repubblica, uno dei gambizzati negli anni di piombo, denunciò questo ipotesi con una interrogazione al parlamento italiano. Ora chi si ricorda più dell’esistenza di questo parlamentare che a differenza di moltissimi altri, spesso indegni, non è stato ricandidato da nessun partito della seconda repubblica? Non sarà forse per la sua incauta interrogazione in Parlamento?

E’ evidente che una azienda di queste dimensioni, che produce l’80% del nostro PIL, esercita un fortissimo potere di condizionamento sulle scelte politiche sarde, sui nostri governanti, sull’informazione e sui sindacati regionali, usando capacità di convincimento, che non è difficile immaginare siano per lo meno poco trasparenti, ma che certamente rappresentano uno strumento di potere enorme, che incide pesantemente sulla persistenza del fenomeno della colonizzazione della Sardegna, che a tuttora non stimola il necessario sentimento di ribellione popolare per quel nostro innato spirito di sudditanza.

Altro evidente segno di colonizzazione, accettato dai nostri politici e sostenuto con energia dai sindacati, è la Portovesme spa, benemerita industria, che importa dal nord Italia gli scarti di acciaieria, rifiuti speciali pericolosi che dovrebbero essere smaltiti con metodi rigorosi per essere resi innocui - talora contengono cesio radioattivo - per estrarre da essi un esiguo 7% di zinco, ma che nei fatti consente di smaltire a costo quasi zero rifiuti speciali, che avrebbero un costo di smaltimento assai elevato, trasferendo nelle discariche sarde i residuati non innocui delle lavorazioni estrattive dello zinco, vale a dire il restante 93% dei fumi d’acciaieria importati per il bene della nostra terra dalla Signora Marcegaglia e soci! Qualche anno fa vi fu una battaglia sindacale per sostenere l’occupazione di circa 70 lavoratori della Portovesme spa, la cui vertenza è costata alle casse della regione Sardegna 150 milioni di euro, mentre negli stessi anni il movimento pastori, in una delle fasi più critiche della crisi del mondo agro-pastorale che da sostentamento a decine di migliaia di famiglie sarde, ha ottenuto poche decine di milioni di euro dopo una lunga mobilitazione ed a tutt’oggi la crisi del settore non accenna ad essere risolta. Ciò accadrà forse perché i pastori non pagano alcuna tessera ai sindacati confederali, salvo l’iscrizione alle organizzazioni di categoria necessaria per sbrigare una complessa, spesso inutile e farraginosa burocrazia aumentando ulteriormente i costi di gestione di aziende ormai stremate e prive di prospettive? O perché il mondo agropastorale esercita ancora un forte controllo sul proprio territorio, cosa che è di ostacolo a certi interessi speculativi miranti alla distruzione dei nostri beni e delle nostra autentiche risorse?

Ma noi sardi siamo sempre estremamente generosi, ultimo esempio la green economy! Sono arrivate in Sardegna le multinazionali del vento e, sfruttando incentivi europei, nazionali e regionali, hanno costruito una quantità di parchi eolici, certamente con un non trascurabile impatto ambientale, lasciando nei comuni, che hanno autorizzato la costruzione, qualche centinaio di migliaia di euro sufficienti, non sempre, per non fare pagare l’IMU ai propri concittadini. Tuttavia ciascun parco eolico di grandi dimensioni – molti ne sono stati realizzati - porta via dalla Sardegna circa 500 milioni di euro l’anno, lasciando solo spiccioli ai nostri concittadini.

La generosità del popolo sardo, che sarebbe meglio chiamare innata sudditanza, negli anni ha consentito, sempre con il sostegno dei sindacati, fatto anche di lotte aspre, che venissero costruite grandi centrali termoelettriche per la produzione di energia, partendo dall’assunto che, senza energia non si può produrre ricchezza e sviluppo. In Sardegna sono attualmente installati impianti, prevalentemente termoelettrici, con una capacità produttiva superiore a 4500 MW, a fronte di una necessità di poco superiore ai 1000 MW, ora che sono chiuse le industrie energivore produttrici di alluminio. Comunque anche in passato le punte massime di consumo non superavano i 1800 MW. Attualmente in Sardegna vi è una sovra produzione di energia, tanto è vero che due elettrodotti collegano la Sardegna al continente, esportando circa 1000 MW . Con questo esubero di produzione energetica ci saremmo dovuti aspettare che i sardi pagassero una bolletta elettrica inferiore alle altre regioni italiane ed un grande sviluppo economico. Al contrario i costi dell’energia elettrica per noi isolani sono superiori, sia perché gravati dagli oneri impropri del CIP 6, sia perché la rete di distribuzione dell’energia elettrica ha una quantità di dispersioni, i cui costi non ricadono sul distributore, cioè TERNA, bensì sui cittadini incolpevoli. La Sardegna per di più è una delle regione più povere e con la maggiore disoccupazione in Italia, nonostante sia una grande produttrice di energia, ciò confutando la validità dell’equazione produzione di energia = sviluppo, proposta ai sardi dagli incantatori di serpenti delle multinazionali, che speculano e colonizzano la nostra terra.

Anche nei settori, che sono la vera ricchezza della Sardegna, quali l’archeologia, le coste, le foreste primarie e non, la cultura, le tradizioni, l’agroalimentare, l’artigianato, la paleontologia e quant’altro caratterizza e rende unica la terra di Sardegna, non brilliamo in sagacia e capacità per sfruttare con intelligenza le nostre grandi risorse, senza che queste vengano saccheggiate dagli affaristi speculatori d’oltremare, sempre con la ottusa copertura della classe dirigente sarda. La nostra costa è stata valorizzata da stranieri, che hanno portato ricchezza e prestigio in piccole aree. Abbiamo però lasciato che invece che alberghi e luoghi di accoglienza di forte richiamo per molti mesi l’anno, venissero costruite in prevalenza seconde case, favorendo un turismo che da scarso lavoro stagionale ai sardi, quasi sempre poco qualificato e molto esposto a sfruttamento ed abusi.
La classe politica ed i sindacati, che per un posto di lavoro nell’industria venderebbero la salute del proprio fratello, non sono stati capaci di indirizzare le risorse economiche isolane per favorire gli imprenditori sardi a costruire insediamenti alberghieri e turistici in grado di valorizzare adeguatamente le nostre enormi ed autentiche risorse in un circuito virtuoso che integrasse ambiente, agroalimentare, cultura, tradizioni, artigianato, archeologia e turismo. L’entroterra della Sardegna, che quanto a bellezza non ha niente da invidiare alle coste, potrebbe essere un richiamo turistico, che copre quasi interamente l’anno solare e che potrebbe essere, così come il turismo estivo, un validissimo veicolo commerciale per tutti i nostri prodotti materiali ed immateriali. Ciononostante non è stato minimamente valorizzato con la creazione di percorsi naturalistici forniti di tutti i necessari servizi e confort, tali da essere di forte richiamo per gli amanti del turismo naturalistico, massicciamente presenti in tutto il mondo occidentale.

Credo sia giunto il momento che l’intera classe dirigente sarda, politici e sindacati, che dovrebbe davvero rappresentare gli interessi del nostro popolo, acquisisca un atteggiamento consapevole, fondato su una analisi rigorosa delle motivazioni e degli errori che sono stati commessi nel passato, si assumesse la responsabilità dell’attuale crisi economica ormai cronica e non risolvibile qualora si continuasse a ragionare in termini vetero sindacali e da sardi ignari o peggio rinnegati, qualora asserviti ad interessi esterni, contrari a quelli del popolo sardo

E’ evidente che il vecchio modello di sviluppo perseguito in passato rappresenta un grossolano fallimento per tutta la classe dirigente sarda dal dopo guerra ad oggi e che è necessario virare di 180° per costruire uno sviluppo sostenibile, che smetta di consumare territorio, ma che al contrario rimedi ai gravissimi danni ambientali, prodotti da un modello di sviluppo sbagliato e dannoso, partendo dalla realizzazione di bonifiche efficaci che devono essere attuate, come prevede la legge, da coloro che sono stati i responsabili dei danni provocati al territorio.

Il nuovo modello di sviluppo non può che essere che quello fondato sulla valorizzazione dei nostri beni materiali ed immateriali, che costituiscono un’enorme risorsa della Sardegna, da attuarsi con risorse prevalentemente sarde e comunque con modalità che garantiscano che le ricchezze prodotte rimangano nella quasi totalità nel nostro territorio a disposizione dei nostri concittadini. Questa posizione politica non prevede certamente lo smantellamento immediato dell’esistente, ma certamente la proposizione di programmi che non ripetano gli errori del passato. Tuttavia nell’ambito dei poteri regionali e di una rinnovata e potenziata legislazione autonomista si potrebbe proporre l’immediata abrogazione del CIP6, che da anni comporta all’Italia sanzioni dall’Europa, la rivisitazione delle normative sulle accise dei derivati della raffinazione, in modo che queste rimanessero nella quasi totalità in Sardegna, la verifica accurata delle ricadute sul nostro territorio delle iniziative imprenditoriali in essere, industriali, energetiche, turistiche, agricole e quant’altro, affinché si abbia la garanzia che i benefici per i sardi siano reali, duraturi e non procurino danni collaterali, che ricadano sulla collettività perpetuando logiche di sfruttamento coloniale.
Non credo che la strada da percorrere sia solo quella delle grandi mobilitazioni, che rischiano di essere inutili e fini a se stesse, se non si cominciano ad affrontare con piena consapevolezza e decisione i veri nodi della crisi sarda.

2 commenti:

  1. spunti interessanti, Professore :-)))

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  2. Buongiorno Professor Aiello,
    da toscano amante di quest'Isola bellissima nella quale ormai risiedo da quarantuno anni, ho letto con profonda attenzione il suo scritto, di cui condivido anche le virgole.
    Peccato, perché una simile analisi, lucida e obiettiva, oltre a meritare qualche commento in più, dovrebbe anche fare il giro della Sardegna. Bar compresi...
    Buon lavoro, e grazie per quello che ha detto.
    Francesco Dotti

    francescodotti@alice.it

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