venerdì 17 agosto 2012

La guerra attorno a Julian Assange


Questo blog ha sempre sostenuto e continuerà a sostenere la battaglia di Julien Assange per la libertà di Informazione. Ma c'è una nuova battaglia: quella per la sua libertà e vita... se cade nelle mani degli Stati Uniti è morto.

Assange, è guerra diplomatica

di Stefania Maurizi
Il governo di Londra minaccia di irrompere nell'ambasciata dell'Ecuador per prelevare il fondatore di WikiLeaks, che ha appena ottenuto l'asilo politico dal paese sudamericano. Uno scontro di potere internazionale per far estradare il giornalista responsabile della pubblicazione di migliaia di documenti segreti

Uno scontro diplomatico senza precedenti, con tanto di minacce da parte del Foreign Office inglese di fare un blitz contro l'ambasciata dell'Ecuador a Londra pur di arrestare il fondatore di WikiLeaks e di consegnarlo alla Svezia, che ne pretende l'estradizione per interrogarlo in merito alle accuse di stupro di due donne. E' l'ultima svolta incredibile del caso Julian Assange. Dopo venti mesi di arresti domiciliari e 59 giorni trascorsi in totale reclusione all'interno della minuscola sede diplomatica dell'Ecuador di Londra, il destino di Assange si decide oggi. Il governo di Quito ha reso noto che concederà asilo politico al fondatore di WikiLeaks,dal 19 giugno scorso rifugiato all'ambasciata di Knightsbridge, convinto da sempre che l'estradizione in Svezia sia solo il preludio a quella negli Stati Uniti, dove potrebbe essere incriminato e condannato a pene severissime per la pubblicazione di documenti segreti esplosivi: dal video Collateral Murder, ai file sulla guerra in Afghanistan e in Iraq, ai 251.287 cablo della diplomazia americana fino alle 779 schede personali dei detenuti di Guantanamo.

Il ricatto. La decisione di Assange di rifugiarsi all'ambasciata ecuadoriana e di chiedere asilo è apparsa subito come un incubo diplomatico ai commentatori internazionali. In un durissimo editoriale del giugno scorso, il Washington Post aveva prontamente "avvertito" il presidente ecuadoriano, Rafael Correa, che «Un terzo del commercio estero dell'Ecuador (10 miliardi di dollari nel 2011) vanno a finire negli Stati Uniti, supportando così 400.000 posti di lavoro in un paese di 14 milioni di abitanti. Si tratta di scambi commerciali preferenziali soggetti al rinnovo del Congresso il prossimo anno. Se Mr. Correa cerca di autocandidarsi a capo dei nemici degli Usa nell'America Latina e a protettore di Julian Assange, non è difficile immaginare come andrà a finire». Poi ieri sera è successo quello che nessuno poteva immaginare: l'Inghilterra ha minacciato di violare la sede diplomatica dell'Ecuador a Londra, pur di riuscire a mettere le mani su Assange e di consegnarlo alla Svezia. La situazione è precipitata intorno alle 22, dopo che il ministro degli Esteri dell'Ecuador ha reso noto in una conferenza stampa la comunicazione scritta del Foreign Office inglese in cui si preannunciava la soluzione senza precedenti. Il governo di Quito ha protestato pubblicamente contro la mossa di Londra, invocando l'inviolabilità delle sedi diplomatiche. Twitter è esploso con un serie di messaggi, foto e video di quello che stava accadendo di fronte all'ambasciata: la polizia inglese che arrivava a bordo di auto e furgoncini rossi, pronta a presidiare tutte le uscite. Alle 22.15 tutto lo stato maggiore di WikiLeaks era mobilitato in un febbrile scambio di messaggi sul canale criptato dell'organizzazione, che è andato avanti per tutta la notte, nella convinzione che, se ci fosse stato un vero e proprio blitz della polizia inglese, sarebbe avvenuto nelle prime ore dell'alba.

L'ambiguità della Svezia. Prima di decidere se concedere o meno l'asilo al fondatore di WikiLeaks, il governo di Quito ha chiesto alla Svezia di interrogare Assange nella sua ambasciata di Londra, senza estradarlo. La Svezia ha rifiutato, senza dare alcuna spiegazione, come aveva già fatto ripetutamente in passato, quando il fondatore di WikiLeaks, attraverso i suoi legali, aveva offerto di essere interrogato a Londra presso l'ambasciata svedese o presso Scotland Yard: un compromesso che avrebbe rassicurato Julian Assange in merito alle intenzioni del governo svedese, che pretende l'estradizione dell'attivista australiano non perché deve scontare una pena (ad oggi, non è neppure incriminato), ma semplicemente perché vuole interrogarlo. Veementi le reazioni della Rete all'ennesimo rifiuto senza spiegazioni della Svezia e alle minacce dell'Inghilterra. Il commento più lucido viene dal 'Center for Constitutional Rights' di New York, organizzazione di alto profilo che si dedica alla protezione dei diritti costituzionali e che sta assistendo WikiLeaks e la sua presunta fonte Bradley Manning nell'inchiesta del Grand Jury sulla fuga di documenti segreti. «Il governo inglese minaccia un raid contro l'ambasciata dell'Ecuador», commenta via Twitter il Center for Constitutional Rights, «Se solo fossero così tempestivi nel perseguire i criminali di guerra esposti da WikiLeaks...».

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