venerdì 24 agosto 2012

Napolitano e Scalfari: altra figuraccia. Anche Cordero li smaschera!


In una Democrazia i cittadini hanno diritto di conoscere la verità. In una democrazia la criminalità organizzata va schiacciata, non ci si stratta. Chi tratta con (e copre) la criminalità organizzata sta distruggendo le basi su cui posa una democrazia.

Dopo Zagrebelski e Travaglio, già riportati anche qui, si impegna anche uno dei più autorevoli esperti di Procedura Penale (ne è professore univeristario), e in due interviste non le manda certo a dire. E Napolitano/Scalfari devono chinare il capo, pateticamente. Nessun appiglio giuridico dà ragione alle sparate in stile mafioso del capo dello Stato né alle elucubrazioni deliranti del "giornalista" di Repubblica (se penso che l'alternativa è Gianni Letta, rabbrividisco - quando invece andrebbe premiata Margherita Hack). Anche queste parole vanno lette con attenzione: è facile capire che Napolitano ha qualcosa da nascondere se chiede alla Magistratura di agire contro le regole (quindi la sta istigando a delinquere) e se le scatena attorno una guerra minacciosa in puro stile mafioso, ben coadiuvato da servili fantocci (Monti, cui ha regalato la poltrona di senatore a vita e poi il governo; Scalfari, che quella poltrona la vuole più di ogni altra cosa).


Napolitano ha torto e i fan del Quirinale detestano la logica


"La mossa incongrua è contestare l’iter giudiziario palermitano postulando un tabù nemmeno formulabile in moderna lingua giuridica”. Intervistato dal Fatto quotidiano il più autorevole studioso di procedura penale spiega perché la Consulta dovrebbe respingere il conflitto di attribuzione sollevato dal Colle contro i Pm.

di Silvia Truzzi, da il Fatto quotidiano, 22 luglio 2012

Non sarà una guerra nucleare, com’è stato scritto, ma il conflitto d’attribuzioni tra poteri dello Stato sollevato dal Quirinale contro la Procura di Palermo non è né un atto frequente né un fatto politicamente irrilevante. Non solo per il terreno – delicatissimo – nel quale si muove (la trattativa Stato-mafia); anche per le premesse dal quale muove: ovvero la presunta violazione delle prerogative costituzionali del capo dello Stato. Per questo, a distanza di una ventina di giorni dall’ultima intervista, abbiamo nuovamente interpellato il professor Franco Cordero.

Nel suo discorso per l’anniversario della morte di Paolo Borsellino, Napolitano ha fatto riferimento alla sua qualità di Presidente del Csm. Nell’anniversario dell’eccidio in via D’Amelio lodevolmente Giorgio Napolitano auspica scavi profondi, fuori d’ogni cautela motivata da cupe “ragioni di Stato”, senonché gli ultimi eventi intorbidano l’aria. Nel predetto discorso formulava direttive sul come condurre le indagini, ritenendo compito suo vegliare, quale presidente del Csm. Frase da soppesare: non intendiamola nel senso d’una censura d’atti giudiziari esercitata dall’altissima sede; la disciplina dei processi è codificata; gl’interventi sovrani erano fenomeno d’ancien régime (ancora nell’art. 68 dello Statuto Albertino, 4 marzo 1848, “la giustizia emana dal re”).

Mettiamo a fuoco i termini del caso che ha visto ascoltato Napolitano sul telefono intercettato dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. La mossa incongrua è contestare l’iter giudiziario palermitano. Dei pubblici ministeri ritengono false le dichiarazioni d’un ministro degl’Interni a proposito d’oscuri rapporti Stato-mafia: v’indagano; N. M. era sottoposto a legittimo controllo telefonico; manda insistenti appelli ai consiglieri del Quirinale; sollecita aiuti irrituali; conversa anche col Presidente. Qui esplode l’imprevedibile conflitto “tra poteri dello Stato” (art. 134 Cost.).

Era o no ascoltabile il Presidente? L’assunto è che l’ascolto fosse abusivo, contro un “divieto assoluto”: parole da non udire; non se ne possa tenere alcun conto; e i relitti vadano eliminati senza ritardo. Discorso nient’affatto plausibile. Sia detto en passant, rifluiscono categorie del pensiero-fantasia arcaico: vedi James George Frazer, Il ramo d’oro, o Marc Bloch, I re taumaturghi; ancora Carlo X Borbone, 31 maggio 1828, sfiora con le dita gli scrofolosi, recitando una formula meno impegnativa (“il re ti tocca, Dio ti guarisca”). Siamo in Italia, XXI secolo, anno Domini 2012. La questione non è mistica, magica o metafisica ma giuridica: quando detti del Presidente passano nei telefoni d’un intercettato, gli operatori devono tagliare corto, inorriditi?; e l’empio materiale va subito ridotto in cenere, qualunque cosa contenga, salvi i casi d’alto tradimento o attentato alla Costituzione?

Parliamo della norma secondo cui le parole in questione non sarebbero mai ascoltabili e tantomeno registrabili. Non esiste. E se esistesse nella Carta o in leggi ordinarie, sarebbe residuo del folklore primitivo.

Proviamo ad analizzare le ragioni addotte nel decreto del Quirinale che solleva il conflitto d’attribuzioni.

Il decreto 12 luglio nomina due fonti. Secondo l’art. 90 Cost., il Presidente non risponde degli atti inquadrabili nelle sue funzioni, tranne alto tradimento e attentato alla Costituzione: vero e nessuno lo nega; stiamo parlando d’altro, del come usare o no parole d’un dialogo telefonico. Né gli giova l’art. 7, comma 3, l. 5 giugno 1989 n. 219: a carico Suo gl’inquirenti possono disporre intercettazioni et similia solo dopo che la Corte competente a giudicarlo l’abbia sospeso dalla carica; qui nessuno aveva disposto ascolti del Quirinale; l’intercettato era l’ex ministro. Due situazioni non equiparabili. Il giudice sottopone a controllo dati telefonici: l’ancora ignoto interlocutore appartiene a una cerchia indeterminata; sarà identificabile quando abbia parlato. Immaginiamo una norma concepita così: “Le parole del Presidente, comunque captate, anche in via fortuita, non esistono nel mondo delle effettualità giuridiche e i reperti vanno subito clandestinamente distrutti”; sarebbe invalida perché i processi elaborano possibili verità storiche nel contraddittorio delle parti; e può darsi che la decisione giusta dipenda dalle emissioni verbali obliterate; i segreti ostano alla cognizione critica; in ossequio a una mistica patriottarda li invocavano falsari reazionari nell’ affaire Dreyfus.

Si parla di “vuoto normativo” per la legge sulle intercettazioni, in riferimento appunto al caso delle intercettazioni indirette di persone protette dall’immunità: c’è davvero un vacuum? Corrono voci d’una lacuna e l’augurio è che sia colmata dalla Consulta. Non vedo lacune. Il caso è previsto dalla l. 20 giugno 2003 n. 140, contenente norme sui processi relativi alle “alte cariche dello Stato”. Gli artt. 4 e 6 regolano due contesti: che sia disposto l’ascolto delle predette persone; o conversino con l’intercettato (distinzione capitale, l’abbiamo visto), allora spetta al giudice dire se le parole intruse siano o no rilevanti nella res iudicanda. Consideriamo la seconda ipotesi: non interessano, ma sul punto vanno udite le parti in camera di consiglio; indi, se quel giudice non ha mutato avviso, i materiali saranno distrutti. Se mai noterei come il meno tutelato qui sia chi ha interesse all’uso del materiale in questione. Tale procedura seguono gl’inquirenti palermitani: l’avevano detto, che quei discorsi siano irrilevanti; l’imputato, o quasi tale, chieda l’incidente camerale (art. 6, c. 1); e tutto finisce lì, pacificamente. Il decreto 12 luglio dichiara guerra postulando un tabù nemmeno formulabile in moderna lingua giuridica.

La Procura di Firenze aveva già intercettato Napolitano. Infatti non è il primo accidente del genere. Era avvenuto nell’aprile 2009: la voce del Presidente captata sulle linee del sottosegretario Guido Bertolaso, sul quale la Procura fiorentina indagava in tema d’appalti: frasi irrilevanti; nessuno ha eccepito la prerogativa; e figurano ancora agli atti nel processo traslato a Perugia, tanto poco importavano. Nessuno insidia i vertici dello Stato, largamente tutelati dalle norme. In sede storica notiamo come l’intero affare nasca da una gaffe omissiva: non sarebbe successo niente se quando l’ex ministro bussava telefonicamente alla porta del Quirinale, i consulenti gliel’avessero gentilmente chiusa; non erano cose delle quali fosse corretto parlare.

Crede che un eventuale accoglimento da parte della Consulta, possa costituire un pericolo per il futuro?
Cos’avverrà nel giudizio instaurato dal Presidente è materia prognostica, dove valgo poco: lasciamola ai cultori delle voci tra le quinte; in logica del diritto direi pensabile solo un responso negativo, nel senso che la Procura palermitana non abbia violato alcun limite



Franco Cordero: la “prerogativa” invocata dal Colle non esiste


In una durissima intervista al “Corriere della Sera” il più autorevole studioso di procedura penale ridicolizza come ignoranti e prevenuti quanti si sono schierati con Napolitano contro la procura di Palermo: “le norme dicono l’opposto a lettori informati ed equanimi”.

di Maria Antonietta Calabrò

Non rinuncia al suo linguaggio provocatorio e immaginifico il professor Franco Cordero, giurista (suo un importante manuale di «Procedura penale») e scrittore. Nel 2002 coniò il celebre termine Caimano fornendo ispirazione per il film di Nanni Moretti su Berlusconi. Il suo ultimo libro è un saggio sul Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani di Giacomo Leopardi, Seguito dai pensieri d'un italiano d'oggi (2011, Bollati Boringhieri).

Professor Cordero, qual è la sua opinione sul conflitto sollevato dal presidente della Repubblica?«Il conflitto lo covava e lunedì 16 luglio annuncia d'essere sceso in campo davanti alla prospiciente Consulta, ritenendo lese le sue prerogative dalle intercettazioni nelle indagini sull'oscuro rapporto Stato-mafia, 1992-93. Perché? Perché ascoltando Nicola Mancino, allora ministro dell'Interno, l'addetto coglieva anche la voce del Presidente interlocutore. Nefas (crimine,ndr)!: doveva chiudersi le orecchie, rompere l'audizione; parole da dimenticare, come non dette; divieto assoluto d'usarle a qualsivoglia fine e il pubblico ministero chieda subito l'incenerimento. Empiamente, gli inquirenti ripassano i dialoghi, concludendo che non interessino nel procedimento in corso, ma restano agli atti e l'effetto lesivo sarebbe aggravato appena se ne parlasse davanti alle parti in camera di consiglio».

Ha ragione la Procura di Palermo?«Forse conviene rammentare due o tre concetti. Abbiamo un ordinamento chiuso, variabile solo nelle forme e con i limiti prescritti dalla Carta: le norme non germinano spontaneamente né vengono da fuori; stanno in testi formati a quel modo; i giuristi chiamano "ermeneutica" l'arte con cui le scovano. Ora, dicono tutt'altro gli articoli invocati dal Colle. Vediamoli: innanzitutto che il capo dello Stato sia incriminabile solo "per alto tradimento o attentato alla Costituzione". Ma qui, nessuno lo incrimina. E rispetto a lui siano ammessi provvedimenti investigativi e misure cautelari solo quando la Consulta l'abbia sospeso dalle funzioni. Qui, aggiungo, nessuno provvedeva sul presidente della Repubblica, conversante da Monte Cavallo (il colle del Quirinale, ndr): l'ascoltato era Mancino. Mancando norme che lo dicano, definire tabù le parole dell'altro è gesto esclamativo d'esiguo valore dialettico!».

La legge dell'89, secondo lei, quindi vieterebbe solo le intercettazioni dirette sul Presidente: il caso attuale è diverso?«Profondamente diverso. Ne parla a lungo l'articolo 7 della legge 20 giugno 2003 n. 140 (processi alle alte cariche dello Stato, la più alta delle quali siede sul Colle). L'articolo 6 regola le intercettazioni miranti a tali persone (in gergo, "dirette"). "Fuori delle ipotesi ivi previste", il giudice considera rilevanti o no le emissioni verbali dell'interlocutore, e nel secondo caso non manda tout court i relativi materiali all'inceneritore: vanno sentite infatti le parti, perché in Italia abbiamo un processo accusatorio; e può darsi che una o più d'esse ritengano utili le cose dette. Se ne discute in camera di consiglio. Qualora poi cambi opinione, il giudice chiede l'assenso alla Camera competente. Gli inquirenti palermitani, dunque, sono in perfetta regola».

L'articolo 271 del codice penale esclude dalla distruzione dei reperti i corpi del reato: questo influisce nel caso concreto?«Sì, e così va a picco la teoria della cosiddetta prerogativa: che le parole in questione siano materia penale, lo stabiliscono teste pensanti, da ciò deriva la procedura camerale. L'articolo 271 smentisce l'invisibile "divieto assoluto". Idem ogniqualvolta nastri o dischi forniscano argomenti utili contro persone diverse da chi gode dell'immunità. Supponiamo che indichino dei fili alla storia giudiziaria d'un caso monstre come qual è l'attuale: non è politica virtuosa reciderli in ossequio alla "prerogativa", dogmaticamente asserita, quando le norme dicono l'opposto a lettori informati ed equanimi».

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