martedì 21 agosto 2012

Scalfari e Repubblica: marchette e colossali figuracce


Alla frutta? No, peggio. Oramai Scalfari e il quotidiano Repubblica sono allo sbando più totale... le stesse contestazioni mosse a suo tempo a Berlusconi sul bavaglio e le intercettazioni non vengono mosse a Monti e Napolitano. Al posto della coerenza, che viene mandata quindi in vacanza, arrivano le marchette e gli sputtanamenti più semplici, e il gioco di Repubblica è smascherato: house organ di un governo (Monti) e una presidenza (Napolitano) che stanno andando oltre ogni più nera previsione e timore, dove neppure Berlusconi e i suoi sgherri (della politica e della stampa) giunsero.


Trattativa, “Repubblica” smentita su mediazione tra Avvocatura e pm di Palermo

 

Nessun tentativo di trovare un accordo sulle intercettazioni. Il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo smentisce il quotidiano: "Non ci hanno mai chiesto di distruggere le telefonate di Napolitano". E anche il Quirinale fa sapere: "Leggete il decreto del 16 luglio"


di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

La smentita è secca, inequivocabile e doppia; arriva dal capo dell’ufficio, Francesco Messineo, e più che all’editoriale domenicale di Eugenio Scalfari è rivolta al pezzo di cronaca che ricostruisce i rapporti tra Quirinale e Procura, pubblicato nella stessa edizione di Repubblica: “Non vi è stato mai nessun tentativo di mediazione da parte di alcuno – dice Messineo –, l’immagine di una parte che cerca di mediare per evitare un conflitto, mentre l’altra (la Procura) oppone un pregiudiziale netto rifiuto è forse suggestiva, ma infondata”. Nessuna visita degli avvocati dello Stato a Palermo, nessun tentativo di mediazione né di richiesta di distruzione delle intercettazioni con la voce di Napolitano, nessuna spaccatura tra “falchi e colombe” all’interno dell’ufficio del pm palermitano. E ieri arriva anche la correzione del Quirinale, che prende le distanze dalla ricostruzione sbugiardata di Repubblica: “I termini effettivi dei rapporti tra l’Avvocatura dello Stato e la Procura di Palermo – si legge in un’Ansa che cita come fonte ambienti del Colle – sono quelli indicati nel decreto del Presidente della Repubblica del 16 luglio 2012, consultabile sul sito del Quirinale. Dopo il duello a colpi di editoriali tra Scalfari e Zagrebelsky, lo scontro al calor bianco tra il Quirinale e la Procura di Palermo in cerca della verità sulle stragi lascia il terreno delle opinioni giuridiche, politiche e strategiche discordanti, e si accende su quello dei fatti. Che Repubblica è accusata di aver mistificato, raccontando in un pezzo di cronaca le vicende che hanno preceduto il conflitto di attribuzione. E cioè un tentativo da parte dell’Avvocatura dello Stato di una moral suasion, portata quasi a compimento grazie alla buona volontà del procuratore e bloccata dai “falchi” Ingroia e Di Matteo.

SUL PUNTO la smentita di Messineo è totale: “Nella realtà l’Avvocatura generale dello Stato – ricorda Messineo – ha inviato una sola lettera chiedendo soltanto conferma o smentita delle dichiarazioni rilasciate dal dottor Di Matteo nella intervista a Repubblica del 22 giugno. Si è data risposta confermando che le dichiarazioni erano state rese ed allegando una nota del dottor Di Matteo che ne chiariva il contenuto e la portata. A tale lettera non è seguita alcuna comunicazione o interlocuzione e si è successivamente appreso che era stato proposto il ricorso. È quindi assolutamente infondato – conclude Messineo – che l’Avvocatura dello Stato, prima che il ricorso presidenziale fosse stato redatto, sia andata in visita alla Procura di Palermo ed abbia proposto la distruzione delle registrazioni in questione ricevendo un rifiuto”.

Non c’è stata, insomma, alcuna trasferta a Palermo di rappresentanti dell’Avvocatura dello Stato – come ha erroneamente sostenuto Scalfari – e neanche la richiesta di distruggere le trascrizioni che avrebbero “pizzicato” il capo dello Stato al telefono con Nicola Mancino: del resto quale avvocato dello Stato avrebbe messo nero su bianco l’istigazione a commettere un reato, qual è la distruzione di prove al di fuori delle norme in un procedimento penale? L’unica interlocuzione, avvenuta solo per via epistolare, risale al 10 luglio scorso, quando Messineo ricevette la richiesta dell’Avvocatura dello Stato di chiarimenti sulla presenza – nei brogliacci dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia non ancora depositati – di trascrizioni relative a conversazioni telefoniche che avrebbero captato la voce di Giorgio Napolitano. Siamo appena all’inizio dell’estate, nella prima fase dello scontro tra il Colle e la procura di Palermo che, proprio in quei giorni, aveva depositato le conclusioni dell’inchiesta sulla trattativa, manifestando l’intenzione di chiedere il rinvio a giudizio per dodici indagati, tra cui l’ex presidente del Senato Nicola Mancino – intercettato per mesi in un pressing di telefonate con Loris D’Ambrosio (il consulente giuridico del Quirinale scomparso il 26 luglio per un attacco cardiaco) – nel tentativo di “sfilare” l’indagine sulla trattativa ai pm del capoluogo siciliano. Poco prima Panorama aveva pubblicato indiscrezioni sulla presenza, nel dossier palermitano sulla trattativa, di almeno un paio di telefonate intercettate sull’utenza di Mancino che avrebbero avuto come protagonista Napolitano.

È IN QUEL MOMENTO che, su input della segreteria generale del Quirinale, l’Avvocatura dello Stato fa partire la lettera con cui chiede a Messineo di confermare o smentire l’esistenza di intercettazioni che coinvolgerebbero il presidente della Repubblica, facendo esplicito riferimento ad un’intervista pubblicata il 22 giugno precedente dal quotidiano la Repubblica, nella quale il pm Nino Di Matteo sosteneva che “negli atti depositati non c’è traccia di conversazioni del capo dello Stato, e questo significa che non sono minimamente rilevanti”; ma poi, riferendosi alle intercettazioni non ancora depositate, aggiungeva: “Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip, saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. Un’intervista, che avrebbe provocato, nelle settimane successive, l’apertura di un procedimento disciplinare da parte del Csm nei confronti degli stessi Messineo e Di Matteo, ma che da subito aveva suscitato la preoccupazione dello staff del Colle intenzionato ad acquisire su quelle bobine in possesso dei pm di Palermo tutte le informazioni possibili.

Ora che Messineo ha smentito la notizia del tentativo di mediazione con il Quirinale, resta da capire da quale fonte provenga questa falsa informazione e perché sia stata messa in circolazione.


Eugenio, che dici?

di Marco Travaglio - Il F.Q. 21/8/2012
 

Domenica, su Repubblica, Eugenio Scalfari ha risposto a Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale nonché illustre collaboratore del suo giornale, che venerdì aveva fatto a pezzi il conflitto di attribuzione di Napolitano contro la Procura di Palermo e gli argomenti dei supporter del Quirinale, Scalfari in pr imis. Ma, oltre a contrapporre i propri argomenti a quelli di Zagrebelsky, il fondatore di Repubblica lo ha anche attaccato personalmente, dipingendolo come uno sprovveduto, ignorante, disinformato e scorretto (“Zagrebelsky mostra di non rendersi conto...”, ha commesso “una scorrettezza che è lui il primo a considerare grave”, “non dovrei esser io a ricordare a un ex presidente della Corte...”, “for se Zagrebelsky non era al corrente di questo interessante dettaglio”, per non parlare della “delusione” provocata in lui dall'adesione del giurista all’appello del Fatto per i magistrati siciliani). E, già che c’era, ha offeso la logica, la verità storica, la professionalità di tutti i magistrati antimafia degli ultimi vent’anni e persino la memoria di Giovanni Falcone.
 

1. Cui prodest? “L’articolo di Zagrebelsky... rafforza e conforta col prestigio giudiziario del suo autore la campagna in corso da tempo contro il Quirinale... prima ancora che le inchieste palermitane fornissero un’ulteriore occasione e che ha poi acquistato una virulenza che va molto al di là del sacrosanto diritto di informazione e di critica... Invito perciò Zagrebelsky a porsi il problema dell’uso che verrà fatto da quelle forze politiche e da quei giornali delle sue dichiarazioni”. Scalfari dipinge una scena di pura fantapolitica: un Napolitano solo e inerme dinanzi all’assalto congiunto di forze vastissime e potentissime. La realtà è opposta: l’intera maggioranza parlamentare (Pdl, Udc, Pd) con l’aggiunta della Lega stanno acriticamente con Napolitano, così come tutti i tg e i giornali. Gli unici che si permettono critiche argomentate sulla gestione sgangherata e autolesionistica del caso Quirinale-Mancino (dunque dopo e non prima degli esiti dell’inchiesta palermitane) sono: in Parlamento, l’Idv; in edicola, il Fatto ; sul web, Grillo. Fra i costituzionalisti, solo Zagrebelsky ha criticato il Presidente, tutti gli altri l’hanno difeso a spada tratta; idem fra i processualisti, con l’eccezione di Cordero. Ma, siccome “amicus Plato, sed magis amica veritas”, un giornalista dovrebbe verificare cosa dice la legge e come si sono svolti i fatti, non chi si “raf forza” e da chi si viene “usati” sostenendo questa o quella tesi. Altrimenti, a furia di “cui prodest?”, si potrebbe sostenere che gli attacchi di Scalfari ai pm antimafia rafforzano il Pdl e B., che infatti (vedi Giuliano Ferrara), difendono Napolitano e persino su Scalfari “usando” i suoi scritti per screditare la magistratura. Del resto, se un intellettuale deve tenere per sé le sue critiche a Napolitano per non lasciarle “usare ” da chi “attacca il Capo dello Stato”, perché Scalfari attaccò almeno tre capi dello Stato come Antonio Segni (per il piano Solo sull’Espresso), Giovanni Leone (sull’Espresso) e Francesco Cossiga? Forse che il Capo dello Stato è criticabile e attaccabile solo quando non piace a Scalfari?
 

2. La legge dell’ex . “Sconcerta constatare che un ex presidente della Consulta si è già espresso (sul conflitto innescato da Napolitano contro i pm di Palermo, ndr)... Una scorrettezza che è lui il primo a considerare grave ”. Cioè: un ex presidente della Consulta sarebbe scorretto solo perché commenta un conflitto di attribuzioni promosso dal capo dello Stato dinanzi alla Consulta di cui non fa più parte? E allora perché Scalfari non ha accusa di scorrettezza tutti gli altri presidenti emeriti della Consulta – Mirabelli, Onida, Capotosti, De Siervo, Casavola e Flick - che quel conflitto l’han commentato eccome, per dare ragione al Colle?

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