venerdì 2 novembre 2012

Mario Monti e il Monte Taigeto. Gelido e calcolato cinismo sui Disabili


A Sparta i disabili appena nati venivano gettati dal monte Taigeto, nel governo dei tecnici si procede con maggiore cinismo: gli si toglie tutto. Auguro a Mario Monti e a tutti i componenti di questo governo tecnico dei mei stivali ogni sorta di sofferenza, auguro loro di passare un qualcosa che sia mille volte peggio di quello che lorisignorie fanno passare ai cittadini italiani disabili (e non). E spero che qualcuna di queste maledizioni che lancio col cuore attechisca, e in profondità. Gli auguro ogni sorta di privazioni, tristezza, inedia: essi devono provare amplificate per mille volte la sofferenza che fanno provare e la vita che stanno facendo vivere agli italiani. Il loro cinismo ha radici nel Nazismo più becero.


Monti se la prende coi deboli

 
di Michele Azzu

I tagli ai disabili e ai non autosufficienti sono il caso più eclatante. Ma tutta l'azione del governo sulle politiche sociali grida vendetta a Dio. Una politica che ci porta verso un Paese non solo più ingiusto, ma anche più povero.

Per una settimana 70 disabili gravi aderenti al 'comitato 16 novembre' hanno portato avanti uno sciopero della fame per annullare l'azzeramento del fondo non-autosufficienti deciso dal governo. Salvatore Usala, segretario del comitato, è uno di quei 70. Vive a Monserrato, vicino Cagliari, e da otto anni è paralizzato dalla Sla, la sclerosi laterale amiotrofica. Si esprime tramite un computer. Il 31 ottobre sono andati a trovarlo i ministri Fornero e Balduzzi. I ministri hanno chiesto 20 giorni di tempo per produrre atti. Come dice Usala: «Non hanno quantificato le risorse che dal governo arriveranno per le non autosufficienze. Né hanno nascosto che oltre alle colombe, tra i ministri ci sono falchi». Fornero e Balduzzi sarebbero le colombe, i falchi non si sa. Tanto che lo stesso ministro del lavoro, avrebbe pianto per la mancanza di fondi durante il consiglio dei ministri del 31 ottobre.  Eppure Elsa Fornero con la Riforma del lavoro ha tagliato anni di tutele sociali, trasformando quattro anni di mobilità in 18 mesi di Aspi. Non importa chi siano i falchi: la linea del governo Monti sulle politiche sociali è la prosecuzione di quella del precedente governo Berlusconi: i cittadini facciano da soli, il welfare resti in mano in mano ai privati e alle famiglie.

I disabili non sono i soli: oltre l'azzeramento del fondo non-autosufficienti - che include gravi disabilità e anziani che hanno bisogno di assistenza - c'è il Fondo nazionale per le politiche sociali. Questo fondo dai 923 milioni del 2008 passa a 44 milioni stanziati per il 2013. Complessivamente i fondi per il sociale passano da 2.526 milioni del 2008 a 1.472 nel 2010, a soli 200 milioni per il 2013. Ci sono i tagli ai trasferimenti indistinti alle amministrazioni municipali, che assieme al Patto di stabilità fanno sì che «i comuni già ci dicono che certi servizi non li possono più dare», come afferma la stessa Fornero.

Ora la stangata della Legge di stabilità: rialzo dell'Iva dal 4 al 10 per cento per le cooperative sociali (che forniscono i servizi nei comuni), tagli alle indennità di accompagnamento dei non-autosufficienti, l'Irpef sugli invalidi di guerra, 600 milioni di tagli alla sanità. Tutti questi interventi sono stati rigettati dalla Commissione affari sociali, ma serve ancora il vaglio della Commissione bilancio. E a breve arriverà anche la riforma dell'Isee, ovvero l'indicatore economico familiare che consente di accedere a prestazioni sociali, libri di testo, borse di studio.

Ci sono famiglie di disabili e non autosufficienti che non ce la fanno a pagare l'assistenza. Ci sono famiglie povere che i comuni non possono più aiutare, c'è il problema degli asili nido, che da Torino a Bologna vengono privatizzati. Enormi costi sociali che corripondono a risparmi per le casse dello stato quasi irrisori, lo 0.46% del Pil. Interventi pesantissimi che ricadranno interamente sulle famiglie e soprattutto sulle donne. Creando un circolo di povertà che si auto alimenta: «La disabilità o non-autosufficienza è fattore determinante di povertà», ci spiega Pietro Vittorio Barbieri, presidente dell'associazione Fish (Federazione Italiana superamento handicap).

LA DISABILITA' COME FATTORE DI POVERTA'
Barbieri il 31 ottobre scorso era in piazza Montecitorio, assieme a tutte le associazioni che hanno dato vita alla manifestazione "Cresce il welfare, cresce l'Italia". Anpas, Auser, Cipal e tantissime altre realtà, pronte a chiedere il ripristino dei fondi per non-autosufficienti e del Fondo nazionale per le politiche sociali. Barbieri presiede l'Associazione Fish, che si occupa di disabili: «Volevamo dare un segnale forte dopo lo sciopero della fame dei 70 disabili», spiega. «I tagli del governo Monti - continua - proseguono le politiche di Tremonti ma un dato è importante: già prima dei tagli l'Eurostat ci piazzava 24esimi per la spesa sociale, su 27 paesi europei». In Italia il "welfare privatistico" è molto diffuso, basti pensare a quanti anziani hanno una badante, quanti disabili vengono assistiti dalla famiglia. «Soprattutto dalle donne, e ora si rischia di tornare agli anni '50», aggiunge Barbieri. Pensare che disabili e anziani non-autosufficienti costituiscono il 5 per cento della popolazione: ben 2 milioni e 800mila persone. «Di questi i non coperti da assistenza statale sono 2 milioni e 600mila».

Il presidente della Fish è egli stesso disabile, e sa bene i rischi a cui va incontro una famiglia che deve assistere da sola un parente non-autosufficiente. «La disabilità e la non autosufficienza sono fattori determinanti della povertà», spiega. I familiari, troppo spesso le donne, sono costrette a abbandonare il lavoro per dedicarsi all'assitenza. «Ma il disabile stesso difficilmente potrà uscire di casa o lavorare. E questa è una ricchezza, una parte di Pil che va perduto». Barbieri ci racconta di due genitori trentenni, a Roma, che hanno dovuto rinunciare al lavoro per assistere il figlio affetto da autismo. «Il rischio vero è quello di un impoverimento pazzesco», insiste Barbieri. Che ricorda quando tutto ebbe inizo, con Tremonti: «Partì una campagna stampa contro i falsi invalidi, gli scrocconi, come li definivano. Furono effettuati controlli straordinari per acchiappare un topolino: su 1 milione e 200mila invalidi italiani vennero trovati 1.500 casi falsi».

I COMUNI NON CE LA FANNO
«Nel momento in cui aumenta il bisogno di fondi i comuni vengono lasciati da soli», parla così Lorenzo Guerini, sindaco di Lodi e presidente dell'Anci, l'associazione dei comuni italiani. Per gli enti locali è davvero difficile: il governo attuale, come il precedente, ha tagliato i trasferimenti indistinti alle amministrazioni municipali, ovvero i soldi che lo Stato versa direttamente ai comuni per finanziare le prestazioni sociali. E poi: «Ora alzano l'Iva alle cooperative sociali, dal 4 al 10 per cento, e saranno i comuni a dover pagare», spiega Guerini. Per il sindaco di Lodi si rischia un corto circuito del sistema: «A Lodi abbiamo cercato di mettere il sociale come prima voce di spesa, tagliando altre voci, ma l'Italia è lunga e non sempre si può fare».

Cosa si perde se un comune non può fornire i servizi sociali? Asili nido e scuole materne, assistenza agli anziani, trasporti speciali per minori e disabili. Gli interventi per le famiglie povere: integrazione delle bollette, contributi al pagamento dell'affitto, sussidi. «Qui a Lodi abbiamo anche 12 appartamenti per le famiglie sfrattate», dice Guerini. «E se un anziano non può permettersi la casa di riposo - continua - il comune integra la sua quota». Le casse dei comuni, già paralizzate dal Patto di stabilità, ora «sono una coperta molto corta». Coinvolgere i privati o le Fondazioni di origine bancaria (solo 80 in tutta Italia ma molto ricche) si può, per il presidente dell'Anci, ma: «I modelli innovativi puoi farli se investi, non senza soldi». Fra le proposte che l'Anci ha presentato questi giorni alla Commissione bilancio c'è un richiamo all'Inps: «La Previdenza Sociale gestisce 41 miliardi al netto di pensioni e ammortizzatori sociali. Ma non vengono destinati a servizi, solo a trasferimenti monetari», conclude Guerini.

ASILI BENE COMUNE
Solo il 26 ottobre il ministro Fornero affermava a Moncalieri che: «Dobbiamo ribellarci al fatto che ogni volta che si parla di riduzione della spesa pubblica la prima voce sono gli asili». Poco lontano, a Torino, c'è il 'Comitato Zerosei' che comprende 250 persone tra genitori, insegnanti e precari delle scuole materne e asili nido. Negli ultimi mesi hanno condotto azioni di protesta, perché su 50 asili comunali nove sono stati affidati a privati. «Nel dicembre 2011 il sindaco Fassino ha violato il patto di stabilità per pagare i debiti del comune», racconta Luca Preti, vicepresidente del comitato. «Come sanzione il comune non può più assumere dipendenti, così gli insegnanti precari non sono stati assunti». Si sono coalizzati, quindi, genitori ed insegnanti, per difendere gli asili "bene comune". Hanno proposto di prendere loro in gestione gli asili tramite una Ipab.

Luca è genitore di due figli, di 2 e 3 anni, e si è mobilitato per loro. Ma non c'é stato nulla da fare, dal settembre 2012 i nove asili sono gestiti da privati scelti con un bando di concorso. «Abbiamo ottenuto qualcosa: le cooperative che gestiscono gli asili hanno dovuto attingere al personale precedente», racconta Luca. Anche se tutti i dipendenti riassunti hanno avuto decurtato lo stipendio. Con l'esternalizzazione degli asili il comune ha risparmiato circa sei milioni di euro. «Ora però c'è la Compagnia di San Paolo che come sponsor ci ha messo quattro milioni e mezzo di euro», spiega Luca. La Compagnia già da Gennaio potrebbe decidere di non rinnovare. «Se si perde la sponsorizzazione le cooperative dovranno fare cassa, ma non si può lucrare sugli asili. Perché l'unico modo sarebbe alzare ancora le rette, tagliare il personale, aumentare il numero dei bambini per classe». E anche qui, come per i disabili e non autosufficienti, a pagare un prezzo altissimo sarebbero le famiglie. Le donne. Il Paese.

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