giovedì 31 gennaio 2013

Patetico fango su Ingroia, che non si è paragonato a Falcone


Chissà dove prende le sue informazioni Ilda "la Rossa" Bocassini, forse si accontenta di leggere alcuni giornali spazzatura (tipo La Repubblica, in prima linea nel distruggere chi è scomodo al duopolio Monti-PD). La sua uscita su Ingroia puzza, ma peggio per lei: questa brutta figura passerà agli annali. A meno che non sia gelosa delle lotte alla Mafia portate avanti con esiti vittoriosi dal magistrato siciliano. Lei forse a furia di occuparsi di Berlusconi si è un po' rattrapita. Buona lettura.


Falconi e avvoltoi 
(Marco Travaglio)
31/01/2013
 

Conosco Antonio Ingroia da 15 anni e non l’ho mai sentito paragonarsi a Falcone o a Borsellino. Semplicemente gli ho sentito ricordare due dati storici: nel 1988, neomagistrato, fu “uditore” di Falcone; poi nell’89 andò a lavorare alla Procura di Marsala guidata da Borsellino, di cui fu uno degli allievi prediletti. Nemmeno l’altro giorno Ingroia s’è paragonato a Falcone. S’è limitato a ricordare un altro fatto storico: appena Falcone si avvicinò alla politica (e di parecchio), andando a lavorare al ministero della Giustizia retto da Martelli nel governo Andreotti, fu bersagliato da feroci attacchi, anche da parte di colleghi, molto simili a quelli che hanno investito l’Ingroia politico. Dunque non si comprende (se non con l’emozione di un lutto mai rimarginato per la scomparsa di una persona molto cara) l’uscita di Ilda Boccassini che intima addirittura a Ingroia di “vergognarsi” perché avrebbe “paragonato la sua piccola figura di magistrato a quella di Falcone” distante da lui “milioni di anni luce”. 

Siccome Ingroia non s’è mai paragonato a Falcone, la Boccassini dovrebbe scusarsi con lui per gl’insulti che, oltre a interferire pesantemente nella campagna elettorale, si fondano su un dato falso. Ciascuno è libero di ritenere un magistrato migliore o peggiore di un altro, ma non di raccontare bugie. Specie se indossa la toga. E soprattutto se si rivolge a uno dei tre o quattro magistrati che in questi 20 anni più si sono battuti per scoprire chi uccise Falcone e Borsellino. 

Roberto Saviano tiene a ricordare che “Falcone non fece mai politica”: ma neppure questo è vero. Roberto è troppo giovane per sapere ciò che, in un’intervista per MicroMega, Maria Falcone mi confermò qualche anno fa: nel ’91 suo fratello decise di usare il dissidio fra Craxi e Martelli per imprimere una svolta alla lotta alla mafia dall’interno del governo Andreotti, pur sapendo benissimo di quale sistema facevano o avevano fatto parte quei politici. Difficile immaginare una scelta più politica di quella. 

Ora però sarebbe il caso che tutti – politici, magistrati e giornalisti – siglassero una moratoria su Falcone e Borsellino, per evitare di tirarli ancora in ballo in campagna elettorale. Tutti, però: non solo qualcuno. Anche chi, l’estate scorsa, usò i due giudici morti per contrapporli ai vivi: cioè a Ingroia e Di Matteo, rei di avere partecipato alla festa del Fatto, mentre “Falcone e Borsellino parlavano solo con le sentenze”. Plateale menzogna, visto che entrambi furono protagonisti di centinaia di dibattiti pubblici, feste del Msi e dell’Unità, programmi tv, libri, articoli. 

Queste assurde polemiche dividono e disorientano il fronte della legalità, regalando munizioni a chi non chiede di meglio per sporchi interessi di bottega. Ma vien da domandarsi perché né la Boccassini né la Falcone aprirono bocca due anni fa, quando Alfano, ministro della Giustizia di Berlusconi, si appropriò di Falcone per attribuirgli financo la paternità della controriforma della giustizia. Né mai fiatarono ogni volta che politici collusi o ignavi sfilarono in passerella a Palermo negli anniversari delle stragi, salvo poi tradire la memoria dei due martiri trattando con la mafia, o tacendo sulle trattative, o depistando le indagini sulle trattative. Chissà poi dov’erano le alte e basse toghe che ora si stracciano le vesti per la candidatura di Ingroia quando entrarono in politica Violante, Ayala, Casson, Maritati, Mantovano, Nitto Palma, Cirami, Carrara, Finocchiaro, Carofiglio, Della Monica, Tenaglia, Ferranti, Caliendo, Centaro, Papa, Lo Moro, su su fino a Scalfaro. E dove spariscono quando si tratta di dedicare a Grasso le critiche riservate a Ingroia. 

Se poi Ingroia deve espiare la colpa di aver indagato su mafia e politica, di aver fatto condannare Contrada, Dell’Utri, Inzerillo, Gorgone e di aver mandato alla sbarra chi trattò con i boss che avevano appena assassinato Falcone e Borsellino, lo dicano. Così almeno è tutto più chiaro.



lunedì 28 gennaio 2013

Berlusconi cerca i voti dell'estrema destra


Una scaltra manovra acchiappa voti: Berlusconi strizza l'occhio ai fascisti, mettendosi d'accordo con Storace nel Lazio e omaggiando Mussolini in televisione. Dev'essere davvero disperato... Una riflessione dall'Huffington Post. Lo sanno anche le pietre che lui non è fascista (a differenza di Monti).


Le bestialità afasciste di Berlusconi


di Giulia Belardelli, da huffingtonpost.it

Le parole di Berlusconi sul fascismo non sono altro che l’ennesima riproposizione di un vecchio cliché che fa parte di una cultura politica che non è né fascista né antifascista, ma afascista. E’ una cultura condivisa da tanta maggioranza silenziosa italiana. Dietro a tutto questo c’è ignoranza e deformazione dei fatti. Intervista a Giovanni Sabbatucci.

“Sono bestialità”. Se il professor Giovanni Sabbatucci, uno dei massimi storici italiani del fascismo, potesse dare un voto in storia a Silvio Berlusconi molto probabilmente gli darebbe zero. Il professore quasi inorridisce di fronte alle affermazioni dell’ex premier riguardo a Mussolini e ai motivi che lo spinsero ad allearsi con la Germania nazista. Peggio ancora quelle su come avvenne l’introduzione delle leggi razziali.

Andiamo con ordine. Berlusconi ha detto che “Mussolini preferì allearsi con Hitler per timore che la potenza tedesca vincesse”. Si può dire una cosa del genere?
“No, è un’assoluta stupidaggine: se davvero l’Italia avesse temuto una vittoria della Germania avrebbe evitato di andare a dar manforte a Hitler. Poteva tranquillamente non intervenire o addirittura schierarsi contro la Germania. Certo, Mussolini temeva che una Germania vincente avesse poi una preponderanza schiacciante, e quindi ha cercato di fare, nella prima fase del conflitto, la sua guerra parallela (che però non era in grado di fare). Il piano di Mussolini non era certo quello di contrastare la Germania: lui voleva ritagliare un ruolo da protagonista per l’Italia dentro l’alleanza con la Germania, che era già stata stipulata prima dello scoppio della guerra, nel maggio del ’39 (il patto d’acciaio). Così come è stata detta, quella di Berlusconi è un’affermazione insostenibile.

Insomma, non si può certo dire che Mussolini fu trascinato in guerra…
Mussolini scelse la guerra senza esservi obbligato. E’ una strana teoria quella di dire ‘per contrastare la mafia divento mafioso’. Non è sostenibile e comunque non è una giustificazione. L’obiettivo di Mussolini era di stare insieme alla Germania in un progetto aggressivo e di dominio sull’Europa.

Riguardo alle leggi razziali, l’ex premier ce le presenta come “un’imposizione della Germania”, come fossero state un corollario dell’alleanza con Hitler. Come sono andate invece le cose?
Qui l’errore è doppio. Primo, le leggi razziali furono dell’autunno 1938, l’alleanza è della primavera del ’39. Vengono prima le leggi razziali e poi l’alleanza. C’è un’inversione temporale e quindi anche del nesso causale. Secondo, il primo storico delle leggi razziali italiane (argomento per tanto tempo trascurato), è stato Renzo De Felice, il quale ha detto molto chiaramente e in più occasioni che non ci fu nessuna – e dico nessuna - pressione dei tedeschi per imporre le leggi razziali. Non ci fu nessuna richiesta, nessun ultimatum, niente.
Mussolini decise di introdurre le leggi razziali di sua iniziativa e a freddo, visto che non c’era nessun tipo di movimento popolare che lo richiedesse. Lo fece perché pensava che gli italiani avessero bisogno – soprattutto dopo l’esperienza della guerra di Etiopia, della fraternizzazione, di Faccetta Nera – di sviluppare un orgoglio di razza. Voleva che gli italiani diventassero un popolo guerriero e anche più cattivo. Fu quindi nel quadro di una totalitarizzazione del regime che Mussoli decise – ripeto, a freddo e senza esservi costretto – di introdurre queste leggi.

Non ci fu dunque nessuna “imposizione” da parte della Germania…
No, era tutto parte di un piano di preparazione al conflitto. Già allora Mussolini pensava che ci sarebbe stata una guerra e che l’Italia sarebbe dovuta intervenire, anche se l’alleanza con la Germania non era ancora stretta del tutto. Pensava a fare degli italiani un popolo guerriero, piuttosto che a preparare l’Italia alla realtà della guerra. Quando Hitler brucia i tempi e fa scoppiare la guerra prima di quanto Mussolini voleva, l’Italia non è pronta e Mussolini deve adattarsi a questa fase di non belligeranza che molto gli brucia. Però lui vuole fare la guerra, non vi è trascinato.
La vuole fare perché il suo progetto totalitario prevede un’Italia dominatrice, imperiale, guerriera. Questo dimostra la falsità dell’altro luogo comune che viene sempre tirato fuori (che 'se Mussolini non avesse fatto la guerra eccetera eccetera eccetera'). Anche questa è una stupidaggine perché il Mussolini di quegli anni non poteva non fare la guerra. Mussolini non era Franco, un dittatore clerical conservatore. Aveva un progetto totalitario, anche se mai veramente realizzato. E’ inutile pensare altro. La guerra era dove lui voleva arrivare, era insita in qualche modo nel suo progetto (fin da subito, ma sempre più chiaramente dopo la guerra di Etiopia).

E cosa dice a chi insiste sulle “buone opere” di Mussolini?
Anche Stalin e Hitler hanno fatto bene delle cose. Va riconosciuto a Mussolini il fatto che la sua dittatura fu meno sanguinaria rispetto a quella dei suoi coevi. Detto questo, Mussolini fu fin dall’inizio un dittatore: prima di qualsiasi altra cosa, abolì la democrazia, le libere elezioni, i partiti e la libertà di opinione e di stampa. Tanto basta per condannarlo anche se avesse fatto bene tutto il resto. Questo è il punto.

Cosa c’è dietro una visione così deformata della storia? Ignoranza, pigrizia…?
Queste opinioni di Berlusconi non sono altro che l’ennesima riproposizione di un vecchio cliché che fa parte di una cultura politica che non è né fascista né antifascista, ma afascista. E’ una cultura condivisa da tanta maggioranza silenziosa italiana, che è la stessa dei rotocalchi moderati tipo Oggi negli anni Cinquanta. Una cultura che tende non a rimpiangere il fascismo – in fondo non credo che Berlusconi sia mai stato fascista – però tende a dare dell’esperienza fascista una versione edulcorata e sostanzialmente falsa. Dietro a tutto questo c’è l’ignoranza, una scarsa conoscenza e una deformazione dei fatti. Berlusconi è l’incarnazione di questa cultura – o incultura – afascista.

Che effetto fa, da storico, sentire dichiarazioni del genere proprio in un giorno dedicato alla Memoria?
Un effetto di frustrazione. Si scrive, si studia per tutta la vita... e poi? Ho citato De Felice, un uomo che è stato anche molto attaccato dalla cultura di sinistra italiana. Ha scritto migliaia e migliaia di pagine invano, evidentemente. Questa è la sensazione che prova uno come me: di scoramento. Purtroppo, sono cliché, luoghi comuni diffusi e che ritornano sempre. Si perde di vista il quadro complessivo, che è quello di una dittatura che aveva una tensione totalitaria. E questo è gravissimo. Una bestialità, una sciocchezza.

sabato 26 gennaio 2013

Formigoni: nuove indagini. Carichi pendenti come il catalogo Postalmarket


Povero "Celeste", questa Giustizia è davvero cattiva... pare ce l'abbia con lui come ce l'ha con Corona...


Formigoni indagato per corruzione anche nell’inchiesta San Raffaele

 

Il presidente uscente della Lombardia, come riporta il Corriere, dovrà rispondere dello stesso reato che gli è stato contestato per la fondazione Maugeri. Anche in questo caso il coindagato è Daccò. Il governatore:"In Regione Lombardia non c'è stata nessuna dispersione di denaro pubblico"

 
di Redazione Il Fatto Quotidiano

Sempre la stessa accusa, corruzione, ma la provenienza dei soldi questa volta non è la “cassaforte” dell‘Istituto Maugeri ma quella del San Raffaele. Roberto Formigoni, scrive il Corriere della Sera, è indagato con l’imprenditore Pierangelo Daccò, già condannato in abbreviato a 10 anni per bancarotta dell’ente creato da don Luigi Verzè, per quei regali – viaggi e vacanze tra gli altri - che sarebbero arrivati al presidente uscente della regione Lombardia non solo dai fondi neri della clinica pavese, ma anche dalle sovraffatturazioni girate a Daccò dall’ex vice presidente dell’ospedale milanese, Mario Cal. La nuova iscrizione risale ad alcuni mesi fa. 

A fronte di finanziamenti pubblici erogati negli anni dal Pirellone alla vecchia gestione dell’ospedal a Daccò sarebbero arrivati almeno sette milioni. E anche con questi soldi sarebbero stati pagati alcuni benefit al Celeste. Di questi 7-8 milioni, riporta il quotidiano di via Solferino, poco più di 2 milioni sarebbero arrivati al faccendiere con bonifici e oltre 5 milioni in contanti, tramite il sistema di sovrafatturazioni scoperto dopo il suicidio di Cal morto nel luglio del 2010. 

Ad aggravare la posizione di Formigoni, candidato al Senato nella lista Pdl, ci sono alcune testimonianze e una consulenza. Alcuni dirigenti regionali, interrogati, hanno illustrato le delibere regionali in tema di “remunerazione delle funzioni non coperte da tariffe predefinite” ovvero i bonus che il Pirellone, in aggiunta ai fondi già versati per rimborsare le cure mediche prestate agli ammalati, paga alle strutture ospedaliere come riconoscimento di attività d’eccellenza, “in base a 30 parametri che per definizione lasciano ampia discrezionalità”; c’è poi la relazione iniziale del consulente tecnico della Procura di Milano sulle delibere dei finanziamenti regionali degli ultimi anni. Ebbene l’analisi ha evidenziato scelte poco comprensibili e criteri in cui il consulente trovato un “evidente squilibrio”. Che ha portato nelle casse del San Raffaele oltre 400 milioni e in quelle della Maugeri più di 200. “In Regione Lombardia non c’è stata nessuna dispersione di denaro pubblico” dice Formigoni, a margine dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario a Milano. “Se questa notizia è vera – ha proseguito Formigoni – è stato commesso un reato, perché è stata data alla stampa. Il processo per il San Raffaele è già stato celebrato e io non sono stato coinvolto”. 

Formigoni era già stato iscritto per corruzione il 14 giugno scorso – ha ricevuto anche un invito a comparire ma non si è mai presentato davanti ai pm – e poi non molte settimane dopo i pm hanno proceduto anche alla seconda iscrizione per corruzione nello stesso fascicolo sul caso Maugeri di cui è attesa la chiusura dell’inchiesta.

Il candidato Minzolini? Di corsa dai PM


Disgusto Minzolini, la cui (minzo)lingua è stata premiata dal padrone arcoriano, ancora non si è liberato della Giusitiza. Peculato in RAI, si sapeva, ma anche le epurazioni al TG1 ancora interessano ai PM.


Tg1, “Non reintegrò la Ferrario”: Minzolini indagato e convocato dai pm

 

L’ex direttore dovrà presentarsi davanti al pm Colaiocco titolare del fascicolo aperto nel settembre 2011 a seguito alla denuncia della giornalista rimossa dal suo ruolo di conduttrice e inviata speciale per gli esteri perché non "fedele" alla nuova linea editoriale dell'ex cronista della Stampa e ora candidato del Pdl

 
di Valeria Pacelli

Dovrà tornare in Procura, l’ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini. Il pm titolare dell’indagine aperta a seguito alla denuncia della giornalista Tiziana Ferrario, convocherà il “direttorissimo” in qualità di indagato con l’accusa di abuso d’ufficio e mancata applicazione della sentenza di reintegro del tribunale del Lavoro. La data dell’interrogatorio è ancora da stabilire, ma il pm Colaiocco è convinto di chiudere quanto prima l’indagine, soprattutto dopo aver ricevuto l’ultima informativa della guardia di finanzia. Le fiamme gialle, infatti, hanno ricostruito l’intera vicenda e hanno sottolineato la continuità temporale tra le scelte della Ferrario all’interno dell’azienda Rai e i provvedimenti presi da Minzolini nei suoi confronti. Tiziana Ferrario infatti fu rimossa dal suo ruolo di conduttrice e inviata speciale per gli esteri perché non ‘fedele’ alla nuova linea editoriale dell’ex giornalista della Stampa.

Dopo il suo allontanamento, però la donna ha denunciato il suo direttore sia penalmente che civilmente. In questo caso, ci sono già state due ordinanze del giudice del Lavoro che hanno riconosciuto le ragioni politiche della rimozione della giornalista: “Si ravvisa una grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell’opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini”, scriveva nella prima sentenza il giudice Marocco. Secondo il magistrato, “i provvedimenti che hanno riguardato la Ferrario sono stati adottati in contiguità temporale con la manifestazione, da parte della lavoratrice, del dissenso alla linea editoriale impressa al telegiornale dal nuovo direttore. Con l’adesione da parte sua alla protesta sollevata dal Cdr e diretta a far applicare nel tg i principi di completezza e pluralismo nell’informazione. E, infine, con la mancata sottoscrizione da parte della stessa del documento di censura al Cdr il 4 marzo scorso”. Questi provvedimenti “sono stati antitetici rispetto a quelli adottati nei confronti dei colleghi di redazione che non avevano posto in essere le suddette condotte”. In particolare, “in merito alla rimozione dell’incarico di conduzione del Tg1, dichiaratamente collegata dal direttore del telegiornale all’intento di ringiovanire i volti del tg, risulta in atti che identica decisione non ha coinvolto due giornalisti in sostanza coetanei della ricorrente (Petruni e Romita), i quali, di contro, avevano sottoscritto il documento 4 marzo 2010 di sostegno alla linea editoriale”.

Successivamente, c’è stata anche una seconda denuncia da parte della giornalista, questa volta presso il tribunale penale di Roma, per la mancata applicazione di quella sentenza. Minzolini è iscritto nel registro degli indagati anche epr questo secondo reato, tuttavia, secondo l’ultima informativa della Gdf, il reato non può essere applicato, per questioni giuridiche, a questo caso specifico. Differentemente confermano il reato di abuso d’ufficio, soprattutto perché i provvedimenti di Minzolini nei confronti della Ferrario riguardavano dei veri e propri ridimensionamenti di ruoli.

sabato 19 gennaio 2013

Ingroia si stufa dei loschi maneggi di Bersani. Era Ora!


Era ora. Mai fidarsi di chi ha partecipato attivamente alla distruzione del Partito Comunista, mai fidarsi di chi si è genuflesso alle sparate bigotte e razziste di mamma Chiesa, mai fidarsi del migliore alleato di Berlusconi prima e Monti poi. Capito l'ennesimo patto (di cui si parlava da tempo) fra PD e Monti, il ledaer di Rivoluzione Civile, Ingroia, sbatte la porta in faccia alla malapolitica e tira dritto per la sua strada, e nonostante la marchetta della Annunziata, la lista sale sopra il 6%. Il PD vacilla, proprio come il PDL, la Lega e la lista cinica di Monti. E Ingroia non si ferma: per sputtanare la false promesse di Bersani, lo invita a compiere immediatamente un primo passo... una seria Legge sul Conflitto di Interessi. Il povero (di cuore, di animo, di onestà politica e intelligenza) Bersani è con le spalle al muro, e deve definitivamente scegliere se servire la Casta o lavorare per l'onestà e il bene della nazione.


Elezioni 2013, Ingroia chiude le porte al Pd: “Ci vediamo in Parlamento”

 

L'ex pm ha poi 'stuzzicato' il segretario dei democratici su un argomento delicato: "Sfido Bersani a mettere subito all'ordine del giorno una legge sul conflitto di interessi. Discutiamone insieme appena saremo in Aula"

 
di Redazione Il Fatto Quotidiano

Niente desistenza. Di più: niente dialogo. Antonio Ingroia chiude definitivamente la porta al confronto con il Pd e in conferenza stampa ratifica la sua scelta. Con parole nette ed inequivocabili: “Da questo momento Rivoluzione Civile chiude la porta al Pd. Ci rivediamo in Parlamento”. A causare la rottura “la conferma dell’accordo già fatto con Monti”, ha spiegato l’ex procuratore aggiunto della Procura di Palermo, che poi ha sfidato il segretario Pier Luigi Bersani su un argomento clou dell’agenda politica, ovvero il conflitto d’interessi. Ingroia, infatti, ha lanciato la proposta di fare subito dopo il voto la legge sul conflitto di interessi: “Sfido Bersani a mettere subito – ha detto il leader di Rivoluzione Civile – all’ordine del giorno una legge sul conflitto di interessi. Discutiamone insieme appena saremo in Parlamento”. 

Dopo aver annunciato il muro nei confronti dei democratici, Ingroia è tornato sul tema della desistenza, “a cui diciamo no, anche perché Pier Luigi Bersani non mi ha mai chiamato per chiedermela”. Non solo. ”Se voleva la desistenza il Pd poteva venirci incontro e invece non l’ha fatto” ha spiegato, ricordando di aver rivolto “due appelli a Pier Luigi Bersani, ma proprio nei giorni in cui poteva incontrarmi ho saputo che vedevaMario Monti senza degnarsi di rispondere ai miei inviti”.

“Evidentemente – è la conclusione di Ingroia – l’accordo dietro le quinte già lo hanno fatto per il dopo elezioni. A questo punto noi siamo alternativi sia a Bersani che a Monti”. L’ex pm inoltre ha respinto al mittente l’accusa secondo la quale senza desistenza si favorirebbe Silvio Berlusconi e ha sottolineato che il vero pericolo è Mario Monti. “A me l’ex premier – ha detto Ingroia – non fa paura perché è finito e non rappresenta più un pericolo. Non accetto che la figura di Berlusconi venga usata dal Pd come uno spauracchio. Gli italiani sono vaccinati. Il vero pericolo per noi è Mario Monti – ha aggiunto il leader di Rivoluzione civile – e la sua proposta politica perché può condizionare il centrosinistra che è già suo alleato. Se avessimo accettato il voto utile avremmo avvantaggiato il Professore e noi non vogliamo aiutarlo. Anche il Pd dovrà fare i conti con noi abbandonando – ha concluso Ingroia – le sue politiche liberiste”.

Infine l’attacco diretto al Partito democratico, che “porta con sè la responsabilità politica del disastro del governo Monti che ha scaricato la crisi sui ceti medi e bassi – ha detto Ingroia – Sono un uomo del dialogo e nonostante – ha aggiunto il pm – i gravissimi errori politici del democratici, ho fatto due appelli al dialogo senza che sia arrivata nessuna risposta. Avremmo potuto valutare la desistenza ma ci hanno mandato solo intermediari”.

Votare il PD (e il PDL) è inutile! I maneggi di Bersani (e Monti)


Ingroia è stato vittima di un agguato l'altro ieri nella  fetida trasmissione di Lucia Annunziata (da quando "conta" in RAI, le sue marchette al PD non si contano, sono troppe), e ora Bersani maneggia per fare fuori Ingroia come fece fuori Di Pietro. Lo schifo di queste operazioni di bassa politica, attuate anche dal PDL, è così palese da far venire la nausea. E' proprio vero: votare PD (e il suo fratello PDL) è davvero inutile.



 Il voto inutile
 

di Marco Travaglio - Il F.Q. 19/1/2013
 

Come dice Crozza, l’appello del Pd al “voto utile” è molto pericoloso. Perché gli elettori potrebbero domandarsi: utile a chi? E per fare cosa? Perché anche B. si appella al voto utile, diffidando gli elettori dal votare per tutti tranne il suo e, bontà sua, il Pd. E perché il voto è sempre utile o al massimo dannoso, ma mai inutile. Inutile è solo il non-voto. Sappiamo bene cosa intendono Bersani e Berlusconi per “voto utile”, riconoscendosi vicendevolmente come unici veri avversari: non votate per gli altri, sennò fate vincere l’altro. 

Una concezione davvero curiosa della democrazia, specie da parte di due leader che da 15 mesi governano insieme e si scoprono avversari solo in campagna elettorale. Chi vuole sostenere le battaglie per la legalità, il lavoro e l’ambiente trova utilissimo votare Rivoluzione Civile di Ingroia. Chi vuol mandare in Parlamento una pattuglia di giovani guastatori senza soldi contro il sistema consociativo trova utilissimo votare 5 Stelle. Chi ama i tecnici e la vecchia Dc trova utilissimo votare Agenda Monti. Chi ancora crede alla Padania trova utilissimo votare Lega. E così via. 

Ma il voto utile, per il Pd, nasconde una parola che i furbetti del Nazareno non vogliono pronunciare, convinti che tutto sia loro dovuto: “Desistenza”. Siccome nei sondaggi Ingroia è dato al 5-6%, dunque supererà il 4% necessario per entrare alla Camera, ma l’8% per il Senato dovrebbe scavalcarlo solo in alcune regioni (Campania e Sicilia in primis), Bersani spera che ritiri le sue liste almeno nelle tre regioni decisive per conquistare la maggioranza al Senato: Lombardia, Campania e Sicilia. Così ha fatto chiedere a Ingroia la desistenza, anche se pubblicamente lo nega e pretende che Ingroia gliela regali sua sponte. Ora, la desistenza è già stata sperimentata con successo dall’Ulivo con Bertinotti nel '96, in vista dell’appoggio esterno di Rifondazione al governo Prodi. Nel 2001 ci fu il bis, ma solo col Prc, mentre Di Pietro fu tenuto fuori con una mossa talmente astuta che regalò la vittoria a B. In ogni caso la desistenza era fra due alleati che, dopo il voto, si impegnavano a governare insieme. Dunque erano entrambi interessati alla vittoria della coalizione. 

Ora invece, per la prima volta nella storia, il Pd vorrebbe la desistenza (per giunta spontanea e gratuita) di un partito con cui non ha alcuna intenzione di governare, ritenendolo un pericoloso nemico giustizialista, populista, estremista e antinapolitanista. Bersani bolla come “cancro della democrazia” quelli che chiama “partiti personali”: e non ce l’ha con Agenda Monti, suo ex e futuro alleato, ma con Rivoluzione Civile che, lungi dall’essere un partito personale, riunisce almeno sei fra partiti e movimenti (Idv, Pdci, Prc, Arancioni, Cambiare si può, Alba). In compenso Bersani e persino Fassina annunciano che dopo le elezioni governeranno con Monti, Fini, Casini e famiglia anche se avessero la maggioranza in entrambe le Camere. E, per precauzione, lo scavalcano a destra rinunciando alla patrimoniale, prevista persino nell’Agenda Monti. 

Intanto Monti, per gratitudine, in Lombardia appoggia Albertini per far perdere Ambrosoli, sostenuto invece da Ingroia. E Ingroia dovrebbe suicidarsi ritirando le liste in tre regioni chiave, di cui due gli consentirebbero la presenza al Senato? E in cambio di cosa? Dei voti che occorrono al Pd per governare con Monti, portare in Parlamento qualche impresentabile (tranne i 4 fulminati ieri) e cacciare Ingroia all’opposizione? In attesa di capire a cosa sia utile il voto al Pd, e se non sia più utile che Pd e Sel si coalizzino con Monti prima delle elezioni, cosicché gli elettori possano esprimersi sull’ammucchiata Monti-Zemolo-Casini-Fini-Bersani-Vendola prossima ventura, sorge spontanea una domanda: ma se il Pd vuol continuare a governare con Monti, perché la desistenza non la chiede a Monti?

venerdì 18 gennaio 2013

Io disprezzo Ghedini


Sono decenni che Berlusconi cerca in tutti i modi di evitare il carcere. I mezzi sono tanti: immunità parlamentare, leggi che depenalizzano i reati per cui è perseguito, leggi che azzoppano il codice di procedura penale, leggi ad personam di vario tipo cucite su misura, frequentemente incostituzionali. Leggi tutte firmate in maniera palese od occulta dai suoi colletti bianchi. L'altro mezzo è in udienza: il gioco del rinvio, in cui un artista dell'orrido è l'avvocato Ghedini, una delle persone più disprezzabili degli ultimi vent'anni di storia d'Italia. Ecco l'ennesima burla, in barba al Diritto e alla Società Civile, cui noi tutti (o quasi) apparteniamo. E Berlusconi non è neanche candidato premier!

Processo Mediaset, difesa Berlusconi chiede sospensione per elezioni

 

Dopo il processo Ruby (rinvio per la campagna elettorale negato), dopo il processo sul nastro Fassino Consorte (rinvio per elezioni accettato), gli avvocati di Silvio Berlusconi, Ghedini e Longo, hanno presentato una medesima istanza per la sospensione del processo Mediasetai giudici della corte d'Appello di Milano


di Redazione Il Fatto Quotidiano
 
Ghedini e Longo Processo Mediaset

Dopo il processo Ruby (rinvio per la campagna elettorale negato), dopo il processo sul nastro Fassino Consorte (rinvio per elezioni accettato), la difesa di Silvio Berlusconi ha presentato una medesima istanza per la sospensione del processo Mediasetai giudici della corte d’Appello di Milano. L’avvocato Piero Longo nel proporre l’istanza ha spiegato che “è un fatto notorio che l’ex premier sia un politico, presidente di partito” e che pertanto in questo periodo è “impegnato nella campagna elettorale”. L’istanza di sospensione avanzata riguarda anche i termini di prescrizione. I legali hanno proposto la sospensione per legittimo impedimento e più in generale la sospensione del processo fino a dopo il voto del 24-25 febbraio. I legali, riguardo all’impedimento di oggi, hanno spiegato che il leader del Pdl è impegnato in una riunione a Roma relativa alle liste elettorali. 

Alla richiesta si è opposta l’avvocato generale Laura Bertolè Viale, che rappresenta la pubblica accusa, la quale ha osservato che Berlusconi “è capo di una lista ma non è ancora candidato”. E’ sulla stessa linea l’avvocato dello Stato, Gabriella Vanadia, che rappresenta lo Stato. E proprio l’Agenzia delle entrate, come ha fatto sapere l’avvocato Niccolò Ghedini, l’altro difensore del leader del Pdl, il 4 gennaio scorso ha inviato al suo assistito la richiesta di pagamento di 10 milioni (più gli interessi) entro 30 giorni. Si tratta della provvisionale da versare in solido con altri due imputati stabilita mesi fa dal Tribunale quando venne emessa la sentenza di condanna a 4 anni di reclusione per Berlusconi accusato, con altre persone, di frode fiscale per presunte irregolarità nella compravendita dei diritti tv Mediaset, vicenda per cui oggi è appunto iniziato il processo di secondo grado. I giudici della seconda Corte d’Appello si sono quindi ritirati in camera di consiglio.

La replica di Travaglio alle Diffamazioni di Berlusconi


Sua Emittenza lo aveva definito "diffamatore di professione" e poi aveva letto un articoletto scritto da Filippo Facci, in cui l'ignoranza nel non conoscere la distiznione fra condanne civili e penali era agghiacciante. Travaglio ha annunciato Querela (la vittoria è scontata, data l'evidenza dei fatti, Ghedini si metta l'animo in pace), e ieri ha risposto al ducetto triste. Buon ascolto, e . . . massima diffusione.







giovedì 17 gennaio 2013

25.000 voti tolti a . . . ? I maneggi di Napolitano sulle Elezioni 2013


Leggere il blog di Claudio Messora è un'esperienza frizzante, per me lo è da tempo. A volte spettacolarizza quello che dice, ma riesce ad arrivare a fondo (e prima di altri) su questioni sconosciute ai più. L'ennesimo esempio è dato dalla vicenda di un decreto del presidente della Repubblica di un mese fa. Effetto: 25.000 studenti fuori del paese per l'Erasmus con ogni probabilità non potranno venire a votare. I giovani oggi sono molto lontani dai vecchi partiti, e si stanno aprendo al Movimento 5 Stelle di Grillo, cioé Casaleggio, e alla lista di Antonio Ingroia; e allora Napolitano fa un bel favore al suo compagno di merende Mario Monti e ai partiti della vecchia repubblica, in barba a ogni principio di buonsenso. Buona lettura.


Non faranno votare 25mila studenti

Tutti gli studenti dell'Erasmus privati dei diritti politici da un Decreto di Re Giorgio. Invece gli altri, da quelli spagnoli a quelli tedeschi, da quelli inglesi a quelli - perfino - messicani, votano tranquillamente! E 25 mila voti sono più di quelli che decisero le sorti delle elezioni del 2006!

di Valerio Valentini

Gli studenti italiani impegnati nel progetto Erasmus non potranno votare alle prossime elezioni politiche. A meno di non tornare in Italia, pagando con i propri soldi, le spese per il viaggio, senza poter usufruire di alcuno sconto.  Lo stabilisce il Decreto del Presidente della Repubblica numero 226 del 22 dicembre 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale due giorni dopo. È lo stesso decreto nel quale vengono ufficialmente indette le elezioni del 24 e 25 febbraio, e che recita solennemente: “Gli elettori residenti all’estero e alcune specifiche categorie di connazionali temporaneamente all’estero per motivi di servizio o missioni internazionali potranno votare per corrispondenza in occasione di tali consultazioni”. Tutto legittimo, apparentemente...

E invece no. Perché il punto 2 del decreto, quello che regola le modalità di voto per “i cittadini italiani temporaneamente all’estero”, riconosce il diritto di votare “per corrispondenza, previa apposita dichiarazione”, soltanto “alle Forze armate e alle Forze di polizia temporaneamente all'estero in quanto impegnati nello svolgimento di missioni internazionali”, ad alcuni “dipendenti di amministrazioni dello Stato, di regioni o di province autonome, temporaneamente all'estero per motivi di servizio”, e ad alcuni “professori e ricercatori universitari […] che si trovano in servizio presso istituti universitari e di ricerca all'estero”.

Dall’elenco risultano quindi assenti gli studenti Erasmus, cioè quegli studenti che stanno trascorrendo un periodo di studi presso un’università straniera, secondo accordi bilaterali con i rispettivi atenei italiani. Il testo del decreto, poche righe dopo, chiarisce: “I cittadini italiani che si trovino temporaneamente all’estero e non appartengano alle tre categorie sopraindicate potranno votare esclusivamente recandosi in Italia presso le sezioni istituite nel proprio comune di iscrizione nelle liste elettorali”. Poco male, si dirà: si affronta il viaggio di ritorno usufruendo degli sconti che in circostanze simili vengono garantiti a tutti i cittadini costretti a votare nel proprio seggio elettorale. Ma se siete studenti Erasmus, potete dimenticarvi qualunque agevolazione tariffaria. Infatti gli sconti sono previsti soltanto per i viaggi effettuati sul territorio nazionale – ed è chiaro che se sto studiando all’estero devo effettuare un viaggio internazionale – e soltanto sulle tratte marittime, ferroviarie e autostradali – ed è chiaro che se sto studiando all’estero, con tutta probabilità sono costretto a viaggiare in aereo.

L’unica soluzione, per gli studenti Erasmus, sarebbe quella di iscriversi all’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero). Ma per farlo dovrebbero attestare una loro permanenza in un Paese straniero per un periodo superiore a 12 mesi (cosa impossibile: non ci sono borse di studio Erasmus valide per più di un anno) o comunque cancellarsi dall’anagrafe della popolazione residente in Italia (APR) nell’originario comune di residenza. Anche questa ipotesi è impraticabile.

A quanti studenti, dunque, il 24 e 25 febbraio prossimi sarà negato (di fatto) il diritto di voto? Il dato più recente è fornito dal Rapporto Annuale Erasmus per l’anno accademico 2010/2011, che parla di un numero considerevole: più di 22 mila studenti italiani hanno partecipato al progetto di mobilità due anni fa. E se si considera che, dal 2007 in poi, la partecipazione è stata in costante aumento (oltre mille studenti in più ogni anno), è lecito pensare che il numero attuale si aggiri intorno a 25 mila. Per capirci, 25 mila voti sono più di quelli che decisero le sorti delle elezioni del 2006, vinte dal centrosinistra sul filo di lana.

Il rischio di falsare l’esito elettorale, o quantomeno di condizionarlo pesantemente, è dunque evidente. Così come è evidente la volontà di ignorare l’articolo 48 di una Costituzione ormai buona soltanto per essere decantata in televisione. Un’assurdità resa ancor più insopportabile dal fatto che gli studenti Erasmus di altri Paesi, dalla Spagna alla Germania, dalla Gran Bretagna al Messico, hanno potuto tranquillamente votare negli anni passati: o recandosi nelle rispettive ambasciate, o tramite posta o, addirittura, via mail.

Perché parlo di una precisa volontà di calpestare la Costituzione, e non di una svista da parte di un anziano Presidente della Repubblica, che si è limitato ad approvare un decreto votato da un Parlamento altrettanto distratto a causa della delicata situazione in cui versa il nostro Paese? Perché già negli anni passati la situazione si era riproposta, e già negli anni passati si erano organizzate petizioni e proteste, puntualmente ignorate. Soltanto per stare ai casi più recenti, è successo sia nel 2006 (per decisione del governo di centrodestra) sia nel 2008 (per decisione del governo di centrosinistra). È chiaro, allora, che quella di impedire il voto degli studenti impegnati nelle università straniere è una scelta consapevole e reiterata.

Per i nostri cari politici, del resto, è facile riempirsi la bocca di belle parole sui giovani, il futuro, la meritocrazia. Lo è ancora di più quando scocca l’ora della campagna elettorale. Monti, infatti, nella sua agenda annuncia che “costruire una società più giusta e moderna richiede di aggredire non solo il deficit fiscale, ma anche il deficit di opportunità che il Paese offre ai suoi giovani e alle persone meritevoli”; Bersani decide di aprire la sua campagna elettorale con un incontro “con i giovani che votano per la prima volta alle elezioni politiche” (quelli a cui non è impedito farlo, ndr); Berlusconi addirittura propone sgravi fiscali per le imprese che assumono giovani. Tuttavia il decreto legge che discrimina gli studenti Erasmus nel loro diritto di voto è stato approvato pressoché all’unanimità da Camera e Senato, e che dei vari emendamenti presentati (121 in tutto) nessuno abbia riguardato tale questione.

È la fotografia di una classe dirigente che dei giovani, e soprattutto dei giovani meritevoli (la gran parte degli studenti Erasmus vincono borse di studio assegnate soltanto a chi ha tanti crediti universitari e medie elevate), continua a infischiarsi altamente anno dopo anno. Con un’inettitudine e un’arroganza che, a questo punto, diventano insopportabile violenza.

Cosa fare? Telefonare al Viminale è inutile, oltreché frustrante. Ci ho provato per due giorni di seguito: risponde il centralino, che passa la telefonata all’Ufficio Elezioni, che mette in attesa. E l’attesa non finisce mai. Oppure risponde un funzionario che cade dalle nuvole, e quando gli si spiega la faccenda, rimane anche lui esterrefatto. Si può però chiedere spiegazioni scrivendo alla casella di posta elettronica della Direzione centrale dei Servizi Elettorali, (elettorali@pec.interno.it). Non servirà a granché. Forse solo a ribadire che non si discriminano decine di migliaia di cittadini, facendo della Costituzione carta straccia, in nome nostro.

Mario Monti l'omofobo


Una persona colta, anche laureata, non sempre è intelligente. Un razzismo strisciante può insozzarne l'animo, e portare l'individuo alle sparate omofobe e quindi razziste più gravi. Per il sottoscritto la famiglia (e la casa) sono dove c'è Amore, per il presidente del consiglio uscente invece no. E' davvero tempestiva questa uscita di Monti: ieri il sito dell'Espresso scrive che la Chiesa lo vorrebbe scaricare, oggi lui corre in aiuto al razzismo più bieco della Chiesa stessa. Mossa calcolata? Agghiaccianti le sue parole, "buona" lettura. (Ah, di stupidaggini ne ha sparate altre, sempre nella stessa intervista, leggete bene).


Monti: “Crisi finanziaria finita”. E sui diritti civili: “Famiglia solo uomo e donna”

 

Nell'intervista concessa a Sky il Professore risponde a Berlusconi pur ammettendo di averlo votato nel '94, se la prende con i matrimoni gay ed esclude un possibile Governo di larghe intese con Vendola. Poi nega di essere un democristiano e si dichiara "rivoluzionario"

 
di Redazione Il Fatto Quotidiano

Ammette di aver votato Berlusconi (“Ma solo nel ’94″), annuncia la fine della crisi finanziaria (“Credo di poter dire che sia finita, non però quella produttiva e sociale”) e se la prende con i matrimoni gay (“La famiglia dev’essere costituita da un uomo ed una donna”). E’ questo, in sintesi, il Monti-pensiero, espresso dal Professore a Lo spoglio, la trasmissione condotta da Ilaria D’Amico su Sky.

Il voto a Berlusconi - ”Il voto è segreto… ma nel ’94 l’ho votato. Solo allora però, perché credevo potesse portare avanti una rivoluzione liberale che poi non c’è stata”. Secondo il Professore, i conflitti d’interesse di Silvio Berlusconi “erano chiari fin dall’inizio”. “Se andrò al governo – promette – interverrò innanzitutto con una grande trasparenza”. E aggiunge: “Occorre una dichiarazione patrimoniale completa, la abbiamo chiesta come impegno a tutti i candidati”. Poi mette in guarda gli elettori: “Gli italiani stiano attenti” a votare, “oggi c’è grande sete nei cittadini di una politica riformatrice che non debba pagare pegno alle eredità storiche di destra e sinistra”. 

La risposta al Cavaliere – Riferendosi a quanto dichiarato da Berlusconi a Radio Anch’io (“O Monti pensa che gli italiani siano matti o c’è in giro un matto che crede di essere Monti…”), il Professore esclude “che gli italiani siano matti”, anzi, secondo lui “sono pieni di buon senso”. E chiude, riferendosi a se stesso, con una stilettata: “Non tocca a me stabilire dirlo, sarei in conflitto di interessi”.

La fine della crisi finanziaria – “Credo di poter dire che la crisi finanziaria sia finita. Non è finita invece la crisi produttiva e sociale, richiede tempo e spalle larghe” per essere affrontata da parte “di molte forze politiche” e “richiede che si riduca la spesa pubblica”.

Il no ai matrimoni gay – Monti ha affrontato anche il tema dei diritti civili, non lasciando spazio alle interpretazioni: “Il mio pensiero è che la famiglia” debba “essere costituita da un uomo ed una donna”, e ritengo necessario che i figli “debbano crescere con una madre e un padre”. Per Monti “i Parlamenti possono trovare” strumenti “per altre forme di convivenze”. Poi precisa: “Nel nostro movimento ci sono idee pluralistiche su questo tema così come nella società e negli altri partiti”.

Professore rivoluzionario - ”In Italia come in Europa ci vuole più mercato ma anche più sociale, questa è la sostanza”. Monti spiega che le sue scelte non sono da “bandierine”. “Non sono un democristiano, la nozione di centro la respingo perché presupporrebbe il concetto di destra e di sinistra”. E alla domanda se si senta un rivoluzionario il Professore risponde con un sì deciso.

I rapporti con Vendola – Interrogato sulla prospettiva di un governo di larghe intese che comprendesse anche Vendola, Monti afferma: “Io credo in una grande risposta degli italiani che hanno voglia di cambiamento. Non avrebbe senso prefigurare alleanze future, per quanto mi riguarda non vorremmo stare in nessun governo nel quale non sia dominante l’impostazione riformista”. E alla successiva domanda, più stringente, risponde sorridendo: “Mi semplifica il compito perché lo ha già dichiarato lui…”.

lunedì 14 gennaio 2013

L'assalto a Ingroia e gli intoccabili come Grasso


Arguto post di Marco Travaglio, dategli un'occhiata.


Perché Grasso sì e Ingroia no?

 
di Marco Travaglio

Contro l'ex pm di Palermo è partita una salva di critiche perché si è buttato in politica. Curiosamente, lo stesso non avviene per altri magistrati che si sono candidati altrove

Ma lo sa, dottor Ingroia, che quel che dicono di lei non le rende giustizia? Lei mi è apparso un magistrato affabile ed equilibrato. Ha un solo difetto: tifa Inter...». Il 5 settembre 2012 Silvio Berlusconi usciva dalla caserma della Guardia di Finanza dove Ingroia l'aveva appena sentito come teste, vittima di una presunta estorsione da 40 milioni architettata da Marcello Dell'Utri. E si sperticava in elogi al barbuto procuratore aggiunto, in partenza per il Guatemala. Non solo, ma lo incoraggiava a darsi alla politica: «Leggo sui giornali che lei si appresterebbe a scendere in campo: noi professionisti prestati alla politica siamo gli unici che possono salvare questo Paese...».

Ora che Ingroia ha seguito il suo consiglio, capitanando la lista Rivoluzione Civile, non passa giorno che il Caimano non lo accarezzi col suo dolce stil novo, tipico del Partito dell'Amore: «Fa venire i brividi», «usa il potere giudiziario per abbattere gli avversari politici», «uomo di estremissima sinistra», «cancro della vita democratica». Invece «la candidatura di Piero Grasso nel Pd mi tranquillizza, non è un estremista». Si dirà: la solita coerenza berlusconiana. Già, se non fosse che il doppiotoghismo "Ingroia no, Grasso sì" dilaga dappertutto: dal Csm alla sinistra alla stampa "indipendente".

MICHELE VIETTI, passato direttamente da deputato Udc a vicepresidente del Csm (una garanzia di terzietà e indipendenza), ironizza sulla candidatura di Ingroia: «L'unico sentimento che non provo è lo stupore... I partiti dovrebbero accordarsi per non candidare magistrati». Poi però si candida Grasso, e allora indietro Savoia: «Il mio pensiero è stato frainteso sulla candidatura di Ingroia. Nessuna considerazione di carattere personale. Stimo Grasso che ha fatto un mestiere difficile con equilibrio e professionalità». Insomma, assicura Vietti, la sua era solo una "provocazione". Luciano Violante dovrebbe avere il buon gusto di tacere per conflitto d'interessi, essendo stato da poco interrogato proprio da Ingroia come teste a proposito di certe sue amnesie sull'affaire trattativa-Ciancimino. Invece parla, e con un doppiotoghismo da far impallidire Berlusconi: ottima la candidatura Grasso, cui «tutti han sempre riconosciuto equilibrio e correttezza», anzi «sino a ieri piaceva alla sinistra come alla destra» (e qualcuno potrebbe domandarsi il perché), dunque è «una scelta utile per il Paese»; per Ingroia «il discorso è un po' diverso» perché ha «ceduto al protagonismo», ergo «sbaglia a sostenere un movimento politico, quindi di parte».

RICAPITOLANDO : siccome Grasso non ha scontentato né destra né sinistra e si candida col Pd, non è di parte (perché la parte è quella di Violante); Ingroia invece ha scontentato destra e sinistra (nell'inchiesta sulla trattativa ce n'è per tutti) e si candida contro il Pd, quindi è di parte (quella che non piace a Violante). Prenda esempio da Violante che, notoriamente allergico al protagonismo, indagava sul golpe-fantasma di Edgardo Sogno e poi divenne deputato Pci. Sul "Corriere", Pigi Battista deplora le candidature di Grasso e di Ingroia perché «i cittadini vorrebbero essere giudicati da una giustizia imparziale». Quindi gli extracomunitari musulmani dovrebbero ricusare i giudici cattolici e pretenderne di agnostici, o magari disertare i tribunali che espongono il crocefisso? Battista deplora «la sproporzione tra magistrati che hanno scelto la sinistra e quelli che si sono schierati con la destra», perché «l'antimafia non può essere appannaggio di uno schieramento politico». L'idea che un magistrato fatichi a schierarsi con un leader plurimputato, circondato da pregiudicati e amici dei mafiosi, che ogni due per tre definisce la magistratura «cancro da estirpare», non sfiora nemmeno l'ingenuo editorialista caduto dal pero. E né Vietti né Violante né Battista si domandano il motivo di tanti magistrati in politica. Non sarà perché da decenni la politica devasta il processo penale e collude con la malavita e il malaffare? Non sarà che, nel Paese dei ladri, c'è ancora qualche elettore che preferisce le guardie?

domenica 13 gennaio 2013

Loghi farlocchi: oro per il PD. Porcellum: oro per Monti. Ecco i perché


La lista Rivoluzione Civile di Ingroia è in grossa crescita, ma oscuri maneggi aiutano il PD e Mario Monti. Ecco quello che succede e gli scenari futuri.

Il teatrino del ridicolo che si chiama Italia continua ogni giorno le sue rappresentazioni, davanti a un pubblico sempre più vasto e sempre più schifato. Pochi giorni fa la grande fila per il deposito dei loghi dei partiti (e movimenti) per le prossime elezioni ha prodotto una sequela di loghi farlocchi che ha generato lo scompiglio cui stiamo assistendo. Le immagini le avete viste tutti, non sto qui a rimetterle. Il PSI, la lista di Ingroia, il Movimento 5 Stelle, la Lista cinica (sì: cinica, avete letto bene; quel "civica" è una presa in giro alla nostra intelligenza) di Monti. 

A chi giova tutto questo? Al PD. Ora, se il PSI per effetto del logo farlocco perderà dei voti, beh: è solo un bene per il paese. Il PSI è il partito da cui nacquero Mussolini, Craxi, Berlusconi, e quella Stefania Craxi che con nuove liste candida il pluri condannato Luciano Moggi (sì: un calcio in faccia all'onestà nello sport); il PSI è il partito quindi dei cagabandiere, e noi sardi lo sappiamo meglio di altri, almeno per il passato recente, basta ricordare le migrazioni di massa qui in Sardegna prima all'IDV quando era di moda e assicurava poltrone (con le guerre intestine di potere che hanno spaccato tutto) e poi (anche se non tutti) a SEL, la nuova meta di moda (una moda però già passata, oggi fa più fico Grillo o Ingroia), e ciò perché Vendola ha chinato il capo ed è stato fagocitato dal PD (lo stesso PD che ha ucciso il PCI in nome di una cristianità-cancro portata nel PD dagli ex DC).

La Lista cinica (nel senso precisato sopra) di Monti ha avuto un trattamento simile, anche se a onor del vero il logo di quell'altro Monti (non ricordo il nome) non è poi così simile. Monti perderà i voti più che per il logo farlocco ma non molto simile al suo semmai perché ha candidato alcuni indagati di lusso e qualche ex fiorettista che voleva essere toccata da Berlusconi, ma anche e soprattutto perché per tenere in stand-by le casse dello Stato e per foraggiare sistema bancario e chiesa cattolica ha impoverito il paese, la gente e azzoppato l'economia.

Grillo ha avuto anche lui la sua fregatura: il logo farlocco è quasi uguale a quello ufficiale (che Grillo e Casaleggio, ahiloro, non avevano mai registrato al Registro nazionale dei Marchi). Il Fatto Quotidiano oggi racconta la storia dei tre "usurpati" che raccontano di aver creato e regolarmente depositato il marchio poi usato in seguito da Grillo. Non voglio entrare in questa questione, eventualmente se la vedranno loro in tribunale - come è giusto - in seguito, ma la questione è un'altra. Un logo praticamente uguale (manca solo la scritta del sito di Grillo sotto) può portare la gente a confondersi e quindi sbagliare quando vota. Grillo ha urlato allo scandalo e ha minacciato di ritirare le liste. Errore: così facendo manca di rispetto agli attivisti del movimento che stanno lavorando con lui, e poi tradisce il suo proposito di portare il M5Stelle in Parlamento. Se vuoi davvero cambiare l'Italia, non puoi ritirare tutti i tuoi candidati con un atto d'imperio solo per una questione del genere. Credo poi che le preoccupazioni di Grillo siano infondate per una buona ragione: dato che chi lo vota non è certo il pubblico della TV, dove il M5Stelle è vituperato (a detta di Grillo, e mi sa che ha ragione), Grillo deve fidarsi del suo elettorato, e cioé i ragazzi della rete. basta un buon tam-tam in rete e il gioco è fatto.

La fregatura più grossa è però per Ingroia, che vuole migliorare il paese senza sfasciare tutto: anche qui il logo è uguale, manca solo il suo cognome. Anche qui ci sarebbe la mano di due di questi tipi della "banda dei pirati", tali Loda e Marsili, ma non è chiaro se quel logo farlocco (sempre che sia accettato dall'ufficio a Roma) poi avrà una lista. Se la lista farlocca ci sarà il gioco sarà fatto: voti divisi e vera Lista Ingroia con pochi voti. C'è una grossa differenza rispetto al caso di Grillo. Se il logo di Grillo era stato creato e registrato tempo prima (dicono: il 2007), allora questi "pirati" avrebbero ragione a depositarlo per elezioni (ah, e la lista però?). Nel caso di Ingroia invece non c'è niente del genere, quindi presentare il logo farlocco è puro terrorismo elettorale; è cioé chiaro l'intento di creare le condizioni affinché l'elettorato più attento al bene del paese possa essere tratto in inganno e commetta egli errori alle elezioni (anche in questo caso, cari "pirati": la lista del vostro logo farlocco che candidati ha?). Secondo fine, oltre a quello di creare eventualmente casino alle votazioni, è quello di trascinare nel fango delle polemiche Ingroia e la sua lista Rivoluzione Civile, in modo che quanti stavano prendendo in simpatia Ingroia si allontanino. Ma in questo secondo caso hanno perso alla grande, questi "pirati": Ingroia non si è fatto trascinare nel turpiloquio (dove invece è stupidamente caduto Grillo), e tira dritto per la sua strada. Fra l'altro i sondaggi dell'IPSOS di oggi evidenziano che la lista di Ingroia in una sola settimana è passata dal 4% all'11%, anche nelle regioni in cui Mafia e Camorra hanno più controllo dei voti, quelle Campania e Sicilia che sono sempre state bacino di voti per il PDL e Berlusconi; segno che la Società Civile si sta finalmente destando.

A chi giovano questi scherzetti? Solo al PD. Il PDL, e il suo partito-rimorchio Lega, nonostante i venti di vittoria abilmente creati dal team di Sua Emittenza, non arriverà ad alcuna vittoria, quindi è solo al PD che gioverà tutto. Se Monti, Grillo e Ingroia perderanno voti (e anche: se Grillo ritirerà la lista) il PD non sarà costretto a dover fare i conti con nuove forze emergenti dotate di molti deputati e senatori, e quindi da ascoltare pena guerra di ritorsione. La vera vittoria in questi fetidi maneggi è del PD, che guarda caso non si è visto piombare addosso un logo farlocco. Ora non sto dicendo che è stato il PD a commissionare queste cretinate, né ai vertici né trovando qualcuno della propria base con l'idea malandrina, però al PD questo guazzabuglio giova tantissimo.

A monte di tutto questo sta altro: l'ufficio che in questi giorni ha ricevuto il deposito dei loghi ora deve fare le verifiche stabilite per legge, ed è probabile che i loghi farlocchi vengano eliminati (come anche io auspico: tutti hanno diritto a una partecipazione alle elezioni che non sia avariata da queste pagliacciate).

Il secondo punto che mi preme sottolineare riguarda il Porcellum. Tutti ricorderete che questa legge elettorale truffa fu creata in quattro e quattr'otto dal governo Berlusconi che precedette il Prodi 2. Con questa legge truffa il PDL ottenne il risultato che sperava: non creare una maggioranza solida almeno al Senato per il partito che avrebbe vinto, e tutti sapevano che sarebbe stato il PD. Il meccanismo fu semplice: alzare la soglia di sbarramento all'8% (alla Camera invece la soglia è al 4%) e dare più senatori a Lombardia, Campania e Sicilia, e cioé ai tre bacini elettorali berlusconiani, il primo (Lombardia) in mano alle aziende di Berlusconi (che significa: voti dai propri dipendenti e famiglie), le altre due (Campania e Sicilia) in mano a Camorra e Mafia, che guarda caso hanno lucrative attività in Lombardia e anche a casa loro controllano i voti. Basta vedere quali e soprattutto quanti sono gli indagati, imputati e pregiudicati di Mafia e Camorra che Berlusconi e il PDL hanno portato in Parlamento

Quell'effetto di ieri (far cadere in fretta il Prodi 2, come avvenne quasi subito) oggi si traduce in un grosso favore a Mario Monti. Ecco perché, semplicemente: come tutti prevedono il PD batterà tutti, PDL compreso, ma non raggiungendo la maggioranza al Senato (o almeno: non raggiungendo una maggioranza netta, quindi sicura, al Senato) dovrà ascoltare anche le altre campane. Saranno Ingroia o il M5Stelle? No, sarà la Lista cinica di Monti. E qui entra in gioco Pieferdinando Casini e il suo UDC, partituncolo con pochi voti ma dai grandi maneggi (con l'aiuto di mamma Chiesa) e i tanti delinquenti. Scommettiamo che se si verifica questa situazione subito Casini prenderà a braccetto Bersani e lo porterà a Canossa da Monti? E siccome Monti è uno cui non piace partecipare, ma vincere e comandare, l'esito sarà scontato: Monti 2, per la rovina definitiva del paese. Sempre che, come sento dire in giro, non sia già stato tutto organizzato direttamente per il Monti 2 e il PD non lo stia dicendo per non perdere i voti e quindi le poltrone.

La cosa che potrebbe verificarsi? Si riandrà a votare: e credo che fra due anni in un modo o nell'altro ci arriveremo, scommettiamo? Voi segnatevi queste previsioni. Poi ne riparliamo.

Ah, io voterò e farò votare (se ci riesco) la Lista di Ingroia Rivoluzione Civile.

sabato 12 gennaio 2013

Promemoria delle bugie proferite da Berlusconi a Servizio Pubblico


Al Fatto Quotidiano si segnano tutto, e vagliano tutto. Ecco allora che le sparate di Sua Emittenza da Santoro vengono smascherate una ad una. E Travaglio querela Berlusconi...

Indro Montanelli: "Berlusconi è il bugiardo più sincero che ci sia, è il primo a credere alle proprie menzogne. È questo che lo rende così pericoloso. Non ha nessun pudore. Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice. Ha l'allergia alla verità, una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne. "Chiagne e fotte", dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni."

Cassaintegrazione, Consulta e decreti legge: le balle di Berlusconi da Santoro

 

I numeri del Cavaliere alla prova dei fatti. Il monte ore per i sussidi ai lavoratori ha avuto il suo picco nel 2010. Mentre alla Corte Costituzionale su 5 giudici indicati dal Parlamento 4 sono stati indicati durante governi di centrodestra. "Il governo non può fare decreti": ne ha fatti 80 in 4 anni


di Diego Pretini


I record di cassaintegrazione
Si potrebbe iniziare, per esempio, dai dati sulla cassaintegrazione. “Noi abbiamo subito una politica di austerità – ha spiegato l’ex presidente del Consiglio – che se applicata ad un’economia in sviluppo produce risultati. Se fatta, come è successo, porta a quello a cui assistiamo oggi: un calo di consumi, aziende che hanno esuberi, la cassa integrazione che non ha mai toccato questi livelli”. Peccato che “questi livelli” siano le 1090,6 milioni di ore totalizzate nel 2012, quando, è vero, nel 2011 ci si è fermati (si fa per dire) alle 973,2. Ma nel 2010 (quando il governo Berlusconi era insediato ormai da due anni) si arrivò a 1197,8 milioni di ore di cassaintegrazione, cioè oltre 100 milioni di ore in più rispetto all’anno dell’esecutivo tecnico. La fonte è quella dell’Inps.

Chi ha reintrodotto l’Imu?
Gioco quasi facile anche sull’Imu. Un argomento su cui si è molto innervosito il Cavaliere durante l’intervento nello studio di Santoro. Berlusconi alza la voce e accusa il governo di aver operato uno “spostamento a sinistra del governo”, che “ha provocato un allontanamento dalle direttive che noi cercavamo di dare”. Insomma: “L’Imu non potevamo non votarla perché avremmo fatto cadere il governo. Dovemmo approvarla e decidemmo di presentare una variazione dando indicazioni per trovare i 4 miliardi necessari ma il governo ci disse che non era possibile e allora siamo arrivati al disaccordo totale che ha portato a farci togliere la fiducia”. In realtà, come ormai è arcinoto, la reintroduzione dell’imposta sulla casa era stata decisa già dal governo Berlusconi nella primavera 2011. Certo, sarebbe dovuta partire dal 2014 ed escludeva la prima casa (e sulla rimodulazione dell’imposta è d’altronde d’accordo lo stesso Bersani).

La crisi e i ristoranti pieni
Poi la mai dimenticata teoria dei ristoranti pieni. A Servizio Pubblico mandano il suo discorso durante il G20 di Cannes (2011) e lui parla del 2009. “Io non annetto a quanto fatto come governo alcuna responsabilità” nello scoppio della crisi economica, dice Berlusconi che poi vuole “confermare le parole del 2009” quando c’era “una situazione diversa e non si era scatenata la crisi che ci avrebbe colpito successivamente”. L’ex presidente del Consiglio ha citato i dati delle agenzie di viaggio, i ristoranti che “lavoravano a pieno ritmo” e le “difficoltà nel prenotare aerei nei week end e nei ponti festivi”. Non c’era insomma ancora “nessun accenno ad una forte crisi: tutti pensavano che si stesse riprendendo un cammino di crescita” tanto che “la disoccupazione era inferiore all’8%, fisiologica per il nostro paese”.
La crisi internazionale, anche qui si tratta di circostanze ormai pacifiche, è iniziata nel 2008. Nel 2009, a leggere l’Istat, il Pil era crollato del 5 per cento. Berlusconi, però, dice il giusto sulla disoccupazione che quell’anno era calata del 7,8 per cento. Le associazioni di categoria dei commercianti e degli albergatori si lamentavano per un anno da dimenticare. Lo stesso vale per il 2011 (il Pil ha perso lo 0,4%, ma non si può parlare di un’economia fiorente), al quale si riferivano in realtà le immagini mandate in onda. Peraltro lo disse il 5 novembre, dieci giorni prima che Napolitano e mezza Europa lo costrinsero a dimettersi per lasciar posto a Mario Monti.

“Mai licenziato nessuno”Era già emersa, poi, la contraddizione su quell’assicurazione per i dipendenti delle sue aziende: “Non ho mai licenziato nessuno”. Dimenticando che in in realtà, poche settimane fa, la sua Publitalia ha licenziato in tronco 35 dirigenti. Accanto a questo ci sono i tagli a Mondadori per poter trovare risorse necessarie al rilancio dei giornali del gruppo: dopo i prepensionamenti, giusto a settembre uscì la notizia dell’ “esubero” di un centinaio di dipendenti.

“Il Governo non può usare decreti”
“Il Governo italiano non può usare il decreto legge“ ha detto Berlusconi. Bene: il quarto governo Berlusconi ne ha approvati 80 in 42 mesi. Nelle esperienze precedenti, invece, il secondo e terzo governo Berlusconi (quattordicesima legislatura) avevano registrato una media superiore a quella del governo dei tecnici: 217 decreti, ossia 3,6 al mese, ma in un arco temporale di 60 mesi. Per la cronaca il secondo governo Prodi (2006-2008) ha emanato 47 decreti legge.

La Corte CostituzionaleDifficile dare ragione a Berlusconi, in base ai fatti e ai documenti, anche sull’affermazione per la quale “la Corte Costituzionale è formata da 11 uomini di sinistra e 4 di centro-destra”. Come mai? Perché, come ha spiegato più volte, tre successivi presidenti della Repubblica di sinistra hanno messo lì cinque uomini appartenenti all’area della sinistra”. Innanzitutto dei 15 membri della Consulta nessuno è stato nominato da Oscar Luigi Scalfaro (compreso tra i tre presidenti peraltro pretesi di sinistra visto che Scalfaro è sempre stato democristiano e Ciampi non è mai stato politico se non ai tempi dell’esperienza azionista nel Dopoguerra). Nel merito, tuttavia, su 5 membri della Corte eletti dal Parlamento tutti sono stati nominati durante i governi di centrodestra. Uno solo è riconducibile al centrosinistra (Sergio Mattarella, ex sottosegretario di Prodi ai tempi dell’Ulivo). Gli altri sono Luigi Mazzella (ministro della Funzione Pubblica di Berlusconi per 2 anni dal 2002 al 2004), Gaetano Silvestri, Paolo Maria Napolitano (noto anche per aver partecipato alla cena a casa di Mazzella con Berlusconi, Letta e Alfano) e Giuseppe Frigo (già avvocato di Berlusconi e Previti).

Gallo, Cassese e Tesauro sono stati nominati da Ciampi, mentre Grossi e Cartabia da Napolitano, ma tutti hanno sempre avuto solo incarichi professionali nel mondo del diritto (anche a livello internazionale). I restanti 5 sono entrati alla Consulta con il voto delle magistrature supreme: Quaranta (dal Csm), Criscuolo (dalla Cassazione), Lattanzi (Cassazione), Carosi (Corte dei Conti) e Morelli (Cassazione). D’altronde ancora una volta la procedura è regolata dall’articolo 135 della Costituzione. 

La mafia e i latitanti
Difficile da dimostrare anche l’affermazione (ripetuta come una nenia) della cattura dei 32 su 34 pericolosi latitanti, considerati pedine fondamentali per la criminalità organizzata. Difficile non solo perché dal 2009 il ministero dell’Interno ha eliminato la lista dei 30 ricercati più pericolosi (per esempio oggi ce ne sono solo 7), ma anche perché le operazioni per catturare i latitanti le portano avanti magistrati e forze dell’ordine, non il governo. 

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Le 12 balle blu
 
di Marco Travaglio - Il F.Q. 12/1/2013
 
Tentare di racchiudere vent’anni di orrori in due ore e mezza di trasmissione televisiva sarebbe stato, oltreché impossibile, inutile. La tecnica di Berlusconi è nota: un cocktail micidiale di logorrea, menzogna e vittimismo che mette a dura prova anche il più scafato intervistatore.
L’altra sera, a Servizio Pubblico, a mio modesto e tutt’altro che imparziale parere, alcune sue balle – come quelle sull’Imu e sul complotto delle banche tedesche, cruciali per la sua campagna elettorale – sono state demolite dalle fondamenta. E gli sarà difficile ripeterle impunemente di qui alle elezioni. Dovrà inventarsene qualcun’altra. Dopodiché decideranno gli elettori, unici padroni della democrazia, anche in base alla bontà delle offerte degli altri candidati: l’idea che una sola puntata di un talk show possa affossare (o, al contrario, riabilitare) definitivamente un politico è ingenua e puerile. I giornalisti non servono a far vincere o a far perdere i voti o le elezioni a questo o quello. Servono ad aiutare i cittadini – in questo caso i telespettatori – a saperne un po’ di più e a formarsi un’opinione informata sulle scelte da compiere. Gli 8,6 milioni di italiani che in media hanno seguito Servizio Pubblico giovedì sanno qualcosa in più di quel che sapevano prima? Penso di sì. E penso, sempre immodestamente e tutt’altro che imparzialmente, che su Berlusconi sappiano molto più di quanto hanno saputo in tutte le altre tele comparsate del Cavaliere degli ultimi anni. Naturalmente la sua macchina spara-palle, molto simile a quelle usate dai tennisti per allenarsi, ha lasciato rimbalzare nell’atmosfera molte bugie che una risposta, anzi una confutazione, la meritano. E che era impossibile, per i tempi televisivi, rintuzzare l’altra sera in diretta (spesso si tratta di questioni squisitamente tecniche, che è facile buttare sul tappeto con una battuta, ma per essere smontate richiedono molto tempo).
È quello che tenteremo ora di fare nel luogo più adatto per l’approfondimento giornalistico: le pagine del Fatto . Cominciamo dalle balle di B., poi proseguiremo con una rubrica quotidiana sui “pinocchi” elettorali.
 
1.Il governo Monti, grazie a Napolitano, ha potuto usare i decreti legge anche senza i requisiti della necessità e dell’urgenza, mentre al mio governo non è stato permesso. Bisogna riformare la Costituzione”. 
Vero che Monti ha usato e abusato dei decreti legge, abusando poi anche della fiducia per farli convertire in legge a tempo di record esautorando completamente il Parlamento. Falso che Berlusconi non abbia potuto usare i decreti legge: nel suo terzo governo (2008-’11) ne ha varati ben 80; nel secondo (2001-’06) addirittura 217.

2.Bisogna riformare la Costituzione perché il premier non ha poteri, nemmeno quello di sfiduciare
i suoi ministri: solo quello di fissare l’ordine del giorno dei Consigli dei ministri. I disegni di legge governativi impiegano dai 450 ai 600 giorni per essere approvati definitivamente dal Parlamento, e quando ne escono non somigliano neppure pallidamente al testo di partenza. Poi i tecnici del Quirinale e i magistrati di sinistra cercano i profili di incostituzionalità per farli bocciare dalla Corte costituzionale”. 
Intanto il premier ha il potere di indicare i ministri al presidente della Repubblica, che formalmente li nomina: se li indica, è evidente che godano della sua fiducia. Le lungaggini del bicameralismo perfetto sono note, ma non impediscono ai governi di far approvare dalle loro maggioranze le norme giudicate più urgenti a tempo di record, anche nella forma ordinaria del disegno di legge. Le leggi ad personam di e pro Berlusconi hanno avuto iter rapidissimi: la legge sulle rogatorie del 2001 passò in 93 giorni dal giorno in cui uscì da Palazzo Chigi a quando la seconda Camera l’approvò identica e la mandò alla Gazzetta Ufficiale. La legge Cirami del 2002 in 119 giorni, il lodo Schifani del 2003 in 69 giorni, il lodo Alfano del 2008 in 25 giorni. Senza bisogno di riformare la Costituzione. Poi, certo, i due lodi furono bocciati dalla Consulta: erano incostituzionali.

3.La Corte costituzionale è formata da 11 giudici di sinistra su 15 nominati da tre presidenti della Repubblica di sinistra”. 
Cioè da Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Ora, di giudici nominati da Scalfaro non ce n’è più nessuno: 3 li ha nominati Ciampi (Gallo, Tesauro e Cassese), 2 Napolitano (Grossi e Cartabia), 1 il Consiglio di Stato (il presidente Quaranta), 1 la Corte dei conti (Carosi), 3 la Cassazione (Criscuolo, Lattanzi e Morelli) e 5 il Parlamento: 3 indicati dal centrodestra (Frigo, Mazzella, Napolitano) e 2 dal centrosinistra (Silvestri e Mattarella). Ammesso e non concesso che tutti i nominati dal Colle siano di sinistra (falso: per esempio, Grossi è un giurista cattolico conservatore), le toghe costituzionali “rosse” di nomina quirinalesca e parlamentare in quota centrosinistra arriverebbero a 7. Meno della maggioranza.
 
4.Il rapporto debito-Pil al 120% non tiene conto dell’economia sommersa: calcolandola, si scende intorno al 93-95%, una percentuale in linea con la media degli altri debiti europei”.
Ma già oggi (da un quarto di secolo: 1987, governo Craxi) il rapporto debito-Pil calcolato dall’Istat comprende “la parte di economia non osservata costituita dal sommerso economico”, cioè – sempre secondo l’Istat – l’attività di produzione di beni e servizi che sfugge all’osservazione diretta in quanto connessa al fenomeno della frode fiscale e contributiva” (circa il 17% del totale finale: nel 2011 ammontava a 270 miliardi sui 1580 di Pil emerso). Se poi valesse la tesi secondo cui il sommerso ammonta al 31% del Pil ufficiale, il rapporto col debito non scenderebbe comunque sotto il 110% (figurarsi il 93-95). È allarmante che un aspirante “ministro dell’Economia e dello Sviluppo” ignori questi fondamentali.
 
5.Non ho mai potuto attuare le riforme promesse perché me lo hanno impedito i piccoli partiti che badano solo ai meschini interessi dei loro leaderini: una volta Casini, un’altra Fini, un’altra la Lega, e poi Tremonti... Gli italiani devono smettere di votarli: votino un solo partito a sinistra o uno solo a destra, dandogli il 50% necessario per governare da solo”. 
A parte il fatto che Tremonti l’ha nominato ministro dell’Economia lo stesso Berlusconi, e non una sola volta, ma tre (in tutti i suoi governi), e che le alleanze con Fini, Casini e la Lega le ha sempre decise lui, e che solo un mese fa si era detto disponibile a farsi da parte a vantaggio di Monti “federatore dei moderati” per riavere Casini e Fini con sé, anche alle prossime elezioni Berlusconi avrà come alleato la Lega (che gli impedì di riformare le pensioni) e la Lista 3L di Tremonti. Ma non solo: accanto al Pdl si schiereranno ben 10 piccoli partiti (la Destra di Storace, Fratelli d’Italia di La Russa-Crosetto-Meloni, Grande Sud di Micciché, Mir di Samorì, Intesa Popolare di Catone&Sgarbi, Pensionati, Pid Sicilia di Saverio Romano, Pri Calabria di Nucara, Federazione Cristiano-Popolare di Baccini, Riformisti Italiani di Stefania Craxi& Moggi). Come si può invitare gli italiani a non disperdere il voto e poi allearsi con un tale pulviscolo che disperde il voto?
 
6.La frase sul Paese benestante, sugli aerei e i ristoranti pieni la ripeterei ancora oggi perché nel 2009 la Borsa andava bene, la disoccupazione era bassa, il turismo era alto e non c’era alcuna evidenza della crisi che si è manifestata in seguito, con la tempesta perfetta dell’estate 2011” .
A parte il fatto che la Borsa nel 2009 altalenò fra picchi alti e picchi bassissimi, l’economia reale era già in crisi nera tant’è che proprio in quell’anno il numero delle imprese defunte superò quello delle nuove nate (saldo negativo di 634 esercizi proprio nel settore bar e ristoranti). E poi la frase sul Paese benestante e sui ristoranti e gli aerei pieni non è del 2009, ma del 2 novembre 2011, nella conferenza stampa al vertice G20 di Cannes, dopo la tempesta perfetta dell’estate 2011 e dieci giorni prima delle dimissioni del governo Berlusconi. Quando tutti gli indicatori della finanza e dell’economia reale segnavano il profondo rosso. Lo fece notare Gian Antonio Stella sul Corriere, cifre alla mano: “Lo dicono le tabelle dei Pil del Fmi, la disoccupazione giovanile salita al 29,3%, il crollo della competitività turistica, i ritardi enormi sulla rete web, l’impennata ulteriore del debito pubblico... Dice una tabella dell’Aea, l’associazione delle compagnie aeree europee, che nel 2011 fino a settembre il load factor (cioè il riempimento) degli aerei Alitalia è stato del 71,4% contro una media Aea del 77,6. Che si impenna con Air France all’80,4, con l’Iberia all’82, con la Klm all’84. Lo stesso amministratore delegato di Alitalia, Rocco Sabelli, tre settimane fa, diceva al Corriere
che sulla tratta Milano-Roma, punto di forza, il riempimento medio è del 52%... Il load factor effettivo del 2007, per Alitalia, era molto più alto: 78,8%. E gli alberghi “iperprenotati”? Nell’arco dell’estate, dice un’Ansa di fine settembre su dati di Michela Vittoria Brambilla, le cose sono andate abbastanza bene. Grazie agli stranieri, però: gli italiani in vacanza sarebbero stati 24,5 milioni. E non più per ‘villeggiare’ un mese come un tempo. L’Istat spiega che la rinuncia totale alle ferie nel 2001 era determinata da motivi economici nel 33,1% dei casi: oggi questa quota è salita al 50,1%. Quanto ai ristoranti ‘sempre pieni’, dieci giorni fa, agli Stati generali di Confcommercio, Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe, lanciava l’allarme: ‘Una crisi come questa ha fatto vittime e danni dovunque, anche nel settore dei pubblici esercizi... Le cose vanno male...’. Quanto male? Prendiamo il Sole 24 Ore di un anno e mezzo fa: ‘I dati che emergono su un campione di circa 5 mila locali sono che il numero dei coperti nei ristoranti con fascia di prezzo più alta è diminuito del 54,5%’. Meno coperti, soprattutto a mezzogiorno e durante i giorni infrasettimanali, e meno vino determinano un netto calo di fatturato che, a fronte di costi fissi inalterati, ha provocato a molti ristoranti enormi difficoltà, a volte insormontabili...’. E da allora, non va certo meglio. Spiegano all’ufficio studi di Confcommercio: ‘Fino al 2008 se investivi un euro ricavavi prima della tassazione l’11% l’anno. Oggi 2,9%’”.

7.Durante i miei tre governi non ho mai aumentato le tasse”. 
Falso: anche dopo il provvisorio calo delle tasse dovuto alla sciagurata abolizione dell’Ici nel 2008, il Dpef del terzo governo Berlusconi varato nel luglio 2008 prevedeva una risalita della pressione fiscale complessiva al massimo storico a cui l’aveva portata il secondo governo Prodi: 43,2 per cento. Persino la sanguinosa manovra Salva-Italia del governo Monti nel dicembre 2011 (63 miliardi di costi in tre anni) è costata in media alle famiglie italiane meno delle due manovre varate dal governo Berlusconi nell’estate 2001 (145 miliardi: fonti della Cgia di Mestre). 

8.La signora imprenditrice ha ragione. L’euro e l’Europa hanno sottratto sovranità monetaria all’Italia, una cosa contro la quale mi sono battuto più volte ponendo il veto del governo italiano: perciò la Merkel ce l’ha tanto con me... È assurdo che ci impongano di ridurre il debito di 50 miliardi l’anno: ne bastano 15”. 
Forse la signora ha ragione, ma delle poderose battaglie europee di Berlusconi in nome della sovranità monetaria mutilata non c’è traccia negli annali: anzi, risulta il contrario. È sotto il suo governo che l’Italia, come gli altri Paesi europei, ha approvato senza batter ciglio il Fiscal Compact (che ci impone il pareggio di bilancio in Costituzione), il Six Pack (le regole europee che impongono proprio la riduzione di 50 miliardi all’anno di debito pubblico). E ha recepito (Tremonti sostiene sotto dettatura di Draghi, Berlusconi e Brunetta) la famosa lettera della Bce che imponeva tutte le attuali politiche di rigore e massacro sociale, in cambio della sopravvivenza del suo governo.
 
9.È vero che alcuni miei parlamentari non erano proprio immuni da vicende giudiziarie: ma su 400 eletti può capitare che qualcuno sfugga al controllo”. 
La tesi delle mele marce è affascinante, ma reggerebbe se si trattasse di parlamentari illibati al momento della candidatura che tralignano strada facendo: ma, solo alle ultime elezioni politiche del 2008, Berlusconi candidò una cinquantina fra indagati e imputati e ben 11 pregiudicati: Berruti (favoreggiamento), Camber (millantato credito), Cantoni (corruzione e bancarotta), Ciarrapico (ricettazione fallimentare, bancarotta fraudolenta, sfruttamento del lavoro minorile, truffa pluriaggravata), De Angelis (banda armata e associazione sovversiva), Dell’Utri (frode fiscale), Farina (favoreggiamento in sequestro di persona), La Malfa (finanziamento illecito), Nania (lesioni personali), Sciascia (corruzione), Tomassini (falso in atto pubblico). Nel suo governo, poi infilò i pregiudicati Bossi (finanziamento illecito e istigazione a delinquere) e Maroni (oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale) e diversi personaggi all’epoca imputati (Matteoli, favoreggiamento), Fitto (corruzione, finanziamento illecito, turbativa d’asta), Calderoli (ricettazione) o indagati come Gianni Letta (truffa, abuso, turbativa d’asta) e Cosentino (concorso esterno in camorra).
 
10.Sulla lotta alla mafia non accetto lezioni perché nessun governo ha sequestrato tanti beni ai mafiosi e arrestato tanti boss latitanti quanti i miei governi”. 
Nessun governo ha mai sequestrato un euro di beni ai mafiosi né arrestato un solo latitante: gli arresti e i sequestri dei beni li dispongono i magistrati antimafia e li esegue materialmente la polizia giudiziaria. Quegli stessi magistrati che Berlusconi definisce “cancro da estirpare” e quelle stesse forze dell’ordine a cui tutti i governi, compresi i suoi, non han fatto altro che tagliare i fondi, i mezzi e gli organici.
 
11.La prescrizione non significa colpevolezza, ma solo che nei tempi del processo il pm non è riuscito a dimostrare l’accusa davanti al giudice”. 
Colossale sciocchezza: la prescrizione può scattare anche dopo che i giudici hanno sentenziato due volte sulla colpevolezza dell’imputato, e alla vigilia del verdetto di Cassazione: cioè quando ormai il giudizio di merito è cristallizzato e si attende soltanto quello di legittimità. L’unico caso di prescrizione che non comporta l’accertamento del reato è quello della prescrizione che scatta prima della condanna di primo grado, anche se spesso, nelle motivazioni della sentenza, il giudice può scrivere che l’imputato era colpevole ma, per motivi di tempo, non è più punibile. La prescrizione, peraltro, è sempre rinunciabile da chi vuole essere giudicato nel merito anche oltre i termini. C’è poi il caso frequentissimo della prescrizione abbreviata dalla concessione delle attenuanti generiche, che naturalmente si concedono all’imputato colpevole (non avendo l’innocente alcuna responsabilità da attenuare). Scrive in proposito la Corte di Cassazione: “Qualora l’applicazione della causa estintiva della prescrizione del reato sia conseguenza della concessione di attenuanti (che ne dimezzano i termini, ndr), la sentenza si caratterizza per un previo riconoscimento di colpevolezza dell’imputato ed è fonte per costui di pregiudizio” (sezione IV, n. 569 21-5-1996). “Qualora alla declaratoria di estinzione del reato per prescrizione si giunga dopo la concessione delle circostanze attenuanti generiche, la sentenza di proscioglimento deve contenere in motivazione l'accertamento incidentale della responsabilità penale” (sezione VI, n. 12048, 23.11.2000). In sette dei suoi processi penali, Silvio Berlusconi ha beneficiato della prescrizione proprio in virtù della concessione delle attenuanti generiche. Dunque era colpevole e l’ha fatta franca. Così com’era colpevole per i tre falsi in  bilancio dai quali è stato assolto perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” (in quanto lui stesso l’aveva depenalizzato). Così com’era colpevole per falsa testimonianza sulla P2, ma si salvò grazie all’amnistia del 1990.

12.Travaglio è un diffamatore di professione: ha dieci condanne per diffamazione”. 
La diffamazione è un reato, e può essere accertato esclusivamente dal giudice penale nel corso del processo penale. Se un giornalista viene citato in giudizio dinanzi a un tribunale civile per avergli inferto un “danno”, il giudice decreta la sua soccombenza nella causa se ritiene che il danno ci sia stato, oppure no in caso contrario. Il sottoscritto, in 30 anni di attività, su 30 libri, 30 mila articoli, centinaia di trasmissioni televisive e online, è stato denunciato circa 300 volte in sede civile e penale. In sede civile ha perso alcune cause, pagando il risarcimento del danno, mai per avere scritto il falso, ma perlopiù per casi di omonimia o per critiche ritenute eccessive o per fatti veri mal compresi dal giudice o mal dimostrati dalla difesa. In sede penale, non ha mai riportato una sola condanna definitiva per il reato di diffamazione. Quella citata da Berlusconi nella letterina scrittagli dal suo staff scopiazzando da Wikipedia non è né definitiva né caduta in prescrizione: si tratta di una condanna penale in appello a risarcire Previti con una multa di 1.000 euro (per un articolo pubblicato sull’Espress o e uscito monco a causa di un taglio redazionale), su cui pende il mio ricorso in Cassazione senza che nessuno abbia dichiarato la prescrizione del reato. Curioso che Berlusconi inventi false condanne a mio carico, avendo appena finito di beatificare il direttore del suo Giornale, Alessandro Sallusti, che di condanne definitive (penali) per il reato di diffamazione ne ha ben sette. Ancor più curioso che colui che comprò la sentenza Mondadori tramite Previti, che finanziò illegalmente Craxi, che truccò più volte i bilanci delle sue aziende, che mentì sotto giuramento sulla P2 e che soprattutto, diversamente dal sottoscritto, deve render conto delle sue condotte agli elettori e all’intero Paese facendo politica da vent’anni, si occupi dei reati (peraltro inesistenti) di un privato cittadino che fa il giornalista. In ogni caso, Maria Giovanna Maglie, per avermi definito su Il Giornale “specialista in calunnia e distruzione di reputazione altrui”, è stata da me denunciata dinanzi al Tribunale civile di Milano, e ha perso la causa. Il 20 febbraio 2012 il Tribunale ha stabilito che “nella realtà dei fatti ciò non corrisponde al vero ed è stato indiscutibilmente escluso dalle risultanze processuali, mediante produzione del certificato del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti, i quali entrambi escludono alcuna iniziativa giudiziaria in tal senso”. Dunque “le espressioni utilizzate dalla giornalista, in quanto consistenti in offese non corrispondenti a verità e non sorrette da alcuna giustificazione, nonché gravemente lesive dell’onore, della reputazione, della dignità morale e professionale di Travaglio, integrano gli estremi” di un “illecito civile” con un “danno patrimoniale e non patrimoniale” valutato in 30 mila euro di risarcimento (in solido fra la Maglie e l’allora direttore del Giornale,Mario Giordano) e 5 mila euro di pena pecuniaria (per la sola Maglie). Per gli stessi motivi, ora denuncerò Silvio Berlusconi. In attesa di reincontrarlo a Servizio Pubblico, sarò lieto di rivederlo in Tribunale. Sempreché, si capisce, non si trinceri dietro la vergogna dell’insindacabilità parlamentare.