lunedì 14 gennaio 2013

L'assalto a Ingroia e gli intoccabili come Grasso


Arguto post di Marco Travaglio, dategli un'occhiata.


Perché Grasso sì e Ingroia no?

 
di Marco Travaglio

Contro l'ex pm di Palermo è partita una salva di critiche perché si è buttato in politica. Curiosamente, lo stesso non avviene per altri magistrati che si sono candidati altrove

Ma lo sa, dottor Ingroia, che quel che dicono di lei non le rende giustizia? Lei mi è apparso un magistrato affabile ed equilibrato. Ha un solo difetto: tifa Inter...». Il 5 settembre 2012 Silvio Berlusconi usciva dalla caserma della Guardia di Finanza dove Ingroia l'aveva appena sentito come teste, vittima di una presunta estorsione da 40 milioni architettata da Marcello Dell'Utri. E si sperticava in elogi al barbuto procuratore aggiunto, in partenza per il Guatemala. Non solo, ma lo incoraggiava a darsi alla politica: «Leggo sui giornali che lei si appresterebbe a scendere in campo: noi professionisti prestati alla politica siamo gli unici che possono salvare questo Paese...».

Ora che Ingroia ha seguito il suo consiglio, capitanando la lista Rivoluzione Civile, non passa giorno che il Caimano non lo accarezzi col suo dolce stil novo, tipico del Partito dell'Amore: «Fa venire i brividi», «usa il potere giudiziario per abbattere gli avversari politici», «uomo di estremissima sinistra», «cancro della vita democratica». Invece «la candidatura di Piero Grasso nel Pd mi tranquillizza, non è un estremista». Si dirà: la solita coerenza berlusconiana. Già, se non fosse che il doppiotoghismo "Ingroia no, Grasso sì" dilaga dappertutto: dal Csm alla sinistra alla stampa "indipendente".

MICHELE VIETTI, passato direttamente da deputato Udc a vicepresidente del Csm (una garanzia di terzietà e indipendenza), ironizza sulla candidatura di Ingroia: «L'unico sentimento che non provo è lo stupore... I partiti dovrebbero accordarsi per non candidare magistrati». Poi però si candida Grasso, e allora indietro Savoia: «Il mio pensiero è stato frainteso sulla candidatura di Ingroia. Nessuna considerazione di carattere personale. Stimo Grasso che ha fatto un mestiere difficile con equilibrio e professionalità». Insomma, assicura Vietti, la sua era solo una "provocazione". Luciano Violante dovrebbe avere il buon gusto di tacere per conflitto d'interessi, essendo stato da poco interrogato proprio da Ingroia come teste a proposito di certe sue amnesie sull'affaire trattativa-Ciancimino. Invece parla, e con un doppiotoghismo da far impallidire Berlusconi: ottima la candidatura Grasso, cui «tutti han sempre riconosciuto equilibrio e correttezza», anzi «sino a ieri piaceva alla sinistra come alla destra» (e qualcuno potrebbe domandarsi il perché), dunque è «una scelta utile per il Paese»; per Ingroia «il discorso è un po' diverso» perché ha «ceduto al protagonismo», ergo «sbaglia a sostenere un movimento politico, quindi di parte».

RICAPITOLANDO : siccome Grasso non ha scontentato né destra né sinistra e si candida col Pd, non è di parte (perché la parte è quella di Violante); Ingroia invece ha scontentato destra e sinistra (nell'inchiesta sulla trattativa ce n'è per tutti) e si candida contro il Pd, quindi è di parte (quella che non piace a Violante). Prenda esempio da Violante che, notoriamente allergico al protagonismo, indagava sul golpe-fantasma di Edgardo Sogno e poi divenne deputato Pci. Sul "Corriere", Pigi Battista deplora le candidature di Grasso e di Ingroia perché «i cittadini vorrebbero essere giudicati da una giustizia imparziale». Quindi gli extracomunitari musulmani dovrebbero ricusare i giudici cattolici e pretenderne di agnostici, o magari disertare i tribunali che espongono il crocefisso? Battista deplora «la sproporzione tra magistrati che hanno scelto la sinistra e quelli che si sono schierati con la destra», perché «l'antimafia non può essere appannaggio di uno schieramento politico». L'idea che un magistrato fatichi a schierarsi con un leader plurimputato, circondato da pregiudicati e amici dei mafiosi, che ogni due per tre definisce la magistratura «cancro da estirpare», non sfiora nemmeno l'ingenuo editorialista caduto dal pero. E né Vietti né Violante né Battista si domandano il motivo di tanti magistrati in politica. Non sarà perché da decenni la politica devasta il processo penale e collude con la malavita e il malaffare? Non sarà che, nel Paese dei ladri, c'è ancora qualche elettore che preferisce le guardie?

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